La stazione spaziale Tiangong-2 è in orbita e operativa

Spazio: lanciata Tiangong-2, la piu’ lunga missione umana cinese

Pechino – La Cina ha lanciato la stazione spaziale Tiangong-2, dalla base di lancio di Jiuquan, nel deserto dei Gobi, in Mongolia Interna. Il modulo e’ stato lanciato a bordo del vettore Long March-2F ed e’ stato progettato per rimanere in orbita due anni. A meta’ ottobre verra’ raggiunto da due astronauti cinesi che rimarranno all’interno della stazione orbitale per 33 giorni, la piu’ lunga missione umana nello spazio mai realizzata finora dalla Cina. A bordo della stazione spaziale si trova l’orologio piu’ preciso del mondo, il Cold Atomic Clock in Space (Cacs) realizzato da un gruppo di scienziati di Shanghai, che perde un solo secondo nell’arco di un miliardo di anni. La Tiangong-2 e’ la seconda stazione orbitale cinese e rientra nel programma spaziale di Pechino che prevede di realizzare una stazione orbitale permanente con personale a bordo entro il 2022. La Cina aveva gia’ mandato in orbita la Tiangong-1, nel settembre 2011. (AGI)

L’Agenzia Spaziale Cinese ha portato in orbita il suo laboratorio Tiangong 2

Oggi l’Agenzia Spaziale Cinese ha portato con successo in orbita il suo laboratorio spaziale Tiangong 2, nell’ambito del suo programma spaziale Tiangong per la costruzione di una propria stazione spaziale. Il nuovo laboratorio sostituisce il prototipo Tiangong 1, mandato in orbita nel settembre del 2011. Il governo cinese ha progetti piuttosto ambiziosi per Tiangong 2: a ottobre è previsto un primo viaggio con astronauti per sperimentare i sistemi di bordo e di permanenza nel laboratorio. Sono poi in programma altri viaggi spaziali per il trasporto di materiale e test con astronavi cargo. In futuro il laboratorio sarà sostituito da Tiangong 3, che nei programmi dell’Agenzia sarà il nucleo di partenza per la costruzione della stazione spaziale vera e propria. (il Post)

 

Usa, addio primato: Cina prima economia al mondo. L’Italia è 11^

Gli Stati Uniti d’America dicono addio al primato assoluto sull’economia mondiale, che durava dal 1872 allorchè gli americani sorpassarono il Regno Unito. Secondo uno studio condotto dall’International Comparison Program della Banca Mondiale, infatti, nel 2014 la prima economia a livello globale sarà con ogni probasbilità la Cina, benchè molti analisti avessero previsto più avanti, segnatamente fra il 2018 e il 2019, l’avvicendamento. L’India si colloca come terza economia del globo. Fra i primi 12 anche la Russia, il Brasile, l’Indonesia e il Messico.

LA CRESCITA – Collateralmente a quella che da anni è una crescita impetuosa, il gigante asiatico risulta avvantaggiato anche dal nuovo metodo di calcolo, che tiene conto anche della parità dei poteri di acquisto (Purchasing Power Parity, PPP). E così, se l’economia cinese era solo il 43% di quella USA nel 2005, nel 2011 risultava già cresciuta all’87%. Tenendo presente che da quell’anno al 2014 la crescita cumulata in Cina sarebbe stata del 24% e quella USA del 7,6%, il sorpasso dovrebbe avvenire, appunto, già nel corso del 2014. Quella in questione è peraltro la prima revisione del metodi di calcolo che la Banca mondiale effettua dal 2005.

L’ITALIA – Nel rapporto gli economisti della World Bank hanno rivisto al rialzo, oltre a quello cinese, il Pil di altri Paesi in via di sviluppo. Il risultato è che l’India balza al terzo posto mondiale con un Pil di 5.757 miliardi di dollari nel 2011 (ultimo anno disponibile) contro i 4.380 del Giappone. Per l’Italia invece solo l’undicesimo posto con 2.057 miliardi di dollari, superata di un soffio dall’Indonesia e con il Messico non lontano a 1.895 miliardi di dollari. Numeri e classifiche che cambiano radicalmente se si prende invece in considerazionne il Pil pro capite: in questo caso la Cina precipita al 99° posto, l’IOndia al 127°. E non va meglio all’Italia, che scivola al 34esimo posto mondiale, dieci posizioni dietro la Germania e quattro dietro la Francia. Va tuttavia ricordato che i valori assoluti del pil non implicano anche una maggiore ricchezza pro-capite dei cinesi, rispetto agli americani. A parità di pil, infatti, la Cina ha una popolazione di oltre 4 volte superiore a quella USA.

LA DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA – Se la forbice tra Paesi ricchi e poveri si è dunque ridotta, il mondo “avanzato” mantiene comunque una fetta considerevole del reddito globale con il 50%, a fronte di una popolazione pari al solhttp://www.lacinarossa.net/wp-admin/post-new.pho 17% di quella dell’intero pianeta. Le economie dove è più costoso vivere sono Svizzera, Norvegia, Bermuda e Australia, le più economiche risulterebbero Egitto, Pakistan, Myanmar ed Etiopia.

 

da QuiFinanza

Il petroyuan è la grande scommessa di Russia e Cina

di Ariel Noyola Rodriguez
Dopo le sanzioni economiche che Stati Uniti ed Unione Europea hanno imposto alla Russia, Mosca e Pechino tessevano una potente alleanza energetica che ha radicalmente trasformato il mercato mondiale del petrolio. Oltre ad aumentare il commercio di idrocarburi in modo esponenziale, le due potenze orientali hanno deciso di porre fine al dominio del dollaro nel determinare i prezzi dell’oro nero. Il petroyuan è lo strumento di pagamento strategico che promette di facilitare la transizione verso un sistema monetario multipolare, che tenga conto delle diverse valute e rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale. Invece di umiliare la Russia, la “guerra economica” che Washington e Bruxelles hanno promosso è stata controproducente perché non solo ha contribuito a rafforzare l’alleanza energetica tra Mosca e Pechino. Ricordiamo che nel maggio 2014, la società russa Gazprom s’impegnò a garantire la fornitura di gas alla Cina per 38 miliardi di metri cubi nei prossimi tre decenni (dal 2018), con la firma di un contratto da 400 miliardi di dollari con la China National Petroleum Corporation (CNPC) (1).

Attualmente entrambe le potenze collaborano a un ambizioso piano strategico che prevede la costruzione di oleodotti e di raffinerie e complessi petrolchimici a gestione congiunta di grandi dimensioni. Senza volerlo, il riavvicinamento tra Mosca e Pechino ha prodotto profondi cambiamenti nel mercato mondiale del petrolio a favore dell’Oriente, minando drammaticamente l’influenza delle compagnie petrolifere occidentali. Anche l’Arabia Saudita, che fino a poco prima era la principale fornitrice di petrolio del gigante asiatico, è tramortita dalla diplomazia del Cremlino. Mentre dal 2011 le esportazioni di petrolio saudite verso la Cina crescevano al ritmo di 12000 barili al giorno, quelle russe crescevano di 550000 barili al giorno, cioè cinque volte più veloce. Infatti, nel 2015 le aziende russe superarono di quattro volte le loro controparti saudite nella vendita di petrolio alla Cina: Riyadh ha dovuto accontentarsi d’essere il secondo fornitore di greggio di Pechino a maggio, settembre, novembre e dicembre (2). Va notato che anche la quota di mercato dei Paesi europei rispetto alla regione asiatica è diminuita: la Germania, per esempio, è stata soppiantata dalla Cina verso la fine del 2015 quale maggiore acquirente di petrolio russo (3). Così, i grandi investitori che operano nel mercato globale del petrolio difficilmente possono credere come, in pochi mesi, l’attore principale (Cina) sia diventato il cliente preferito del terzo produttore (Russia). Secondo il Vicepresidente della Transneft (la società russa responsabile della realizzazione dei gasdotti nazionali) Sergej Andronov, la Cina è disposta a importare 27 milioni di tonnellate di petrolio russo nel 2016 (4).

L’alleanza energetica russo-cinese si propone di andare avanti. Mosca e Pechino hanno deciso di fare dello scambio petrolifero la via al sistema monetario multipolare, cioè non basato esclusivamente sul dollaro ma che tenga conto di diverse valute e soprattutto rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale. Le sanzioni economiche imposte da Washington e Bruxelles hanno incoraggiato i russi ad abbandonare le transazioni commerciali e finanziarie in dollari ed euro, in caso contrario sarebbero stati troppo esposti ai sabotaggi nel commercio con i principali partner. Perciò, da metà 2015, il petrolio che la Cina compra dalla Russia è pagato in yuan e non dollari, come confermato dai dirigenti di Gazprom Neft, il ramo petrolifero di Gazprom (5). Questo incoraggia l’uso della “moneta del popolo” (‘RMB’) nel mercato globale del petrolio, consentendo alla Russia di neutralizzare l’offensiva economica lanciata da Stati Uniti ed Unione Europea. Le fondamenta del nuovo ordine finanziario supportato dal petroyuan emergono: la valuta cinese è destinata a diventare il fulcro del commercio in Asia-Pacifico delle grandi potenze petrolifere. Oggi la Russia commercia petrolio con la Cina in yuan, e lo stesso in futuro farà l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) quando la Cina lo chiederà. O il culto dell’Arabia Saudita per il dollaro gli farà perdere uno dei principali clienti? (6)

Altre potenze geoeconomiche già seguono le orme di Russia e Cina, avendo capito che per costruire un sistema monetario più equilibrato, la ‘dollarizzazione’ dell’economia mondiale è una priorità. Non meno importante è che dal crollo del prezzo del petrolio di oltre il 60 per cento (a metà del 2014) le banche cinesi sono un sostegno cruciale per finanziare le infrastrutture energetiche congiunte. Per esempio, per avviare al più presto il gasdotto russo-cinese ‘Forza della Siberia’, Gazprom ha richiesto a Bank of China un prestito quinquennale da 2 miliardi di euro, lo scorso marzo (7). È il più grande credito bilaterale che Gazprom ha contratto con un istituto finanziario finora. Un altro esempio è il prestito che la Cina ha concesso alla Russia poche settimane fa di 12 miliardi di dollari per il progetto Jamal LNG (gas naturale liquefatto) nella regione artica (8). Evidentemente la politica estera della Russia nel settore energetico non subisce alcun isolamento, al contrario, vive uno dei momenti migliori grazie alla Cina. In conclusione, l’ostilità dei capi di Stati Uniti ed Unione Europea verso il governo di Vladimir Putin ha precipitato il rafforzamento dell’alleanza energetica russo-cinese, che a sua volta non fa altro che aumentare la preponderanza orientale sul mercato mondiale del petrolio. La grande scommessa di Mosca e Pechino è il petroyuan, strumento di pagamento dal carattere strategico che avanzerà la sfida per porre fine al predominio del dollaro nel determinare i prezzi dell’oro nero.

 

da Katehon