Archivi del mese: marzo 2009

Tibet:Vero o Falso?

Vi proponiamo l’articolo di Mila Marcos e Michel Collon tratto da www.resistenze.org sezione Popoli – Cina 27/06/08

Questo “media-test” non vuole scandalizzare. Tutte le posizioni sono rispettabili. Il nostro obiettivo è che ciascuno possa porsi, da solo, una questione essenziale:

 
 “Le mie convinzioni si basano su informazioni affidabili o si è trattato della manipolazione dell’opinione pubblica su alcune questioni critiche?”
 
Come si fa ad essere un buon giudice? Si devono ascoltare con attenzione le varie posizioni, lasciare i pregiudizi da parte, verificare l’affidabilità di ogni prova, documento o testimone. Non dovremmo essere tutti, lettori o spettatori dei media, interessati ad applicare questo metodo?
 
1. “Prima dell’invasione cinese, il popolo tibetano viveva in armonia con i monaci e i signori feudali in un ordine sociale ispirato dagli insegnamenti religiosi”.
 
FALSO.
 
La dottrina imponeva la superiorità del ricco signore e l’inferiorità del contadino miserabile, del monaco inferiore, dello schiavo e della donna. Si presentava quest’ordine come il risultato ineluttabile della successione karmica, prodotto della virtù dei ricchi e delle loro vite passate.
 
In realtà, questa ideologia giustificava un ordine sociale di classe feudale: i servi dovevano lavorare le terre del signore o del monastero, gratuitamente e per tutta la vita. Qualunque azione era un pretesto per imporre tasse elevate: matrimonio, funerale, nascita, feste religiose, il possesso di un animale, piantare un albero, il ballo, e persino entrare o uscire di prigione.
 
Questi debiti potevano essere passati da padre in figlio e proseguire nelle generazioni successive, e se i debiti non venivano pagati, i debitori erano ridotti in schiavitù.
 
I fuggitivi e i ladri erano perseguiti da un piccolo esercito professionista. Le punizioni preferite erano il taglio della lingua o accecare un occhio, il taglio del tendine del ginocchio, ecc. Tutte queste torture sono state proibite nel 1951 mediante l’applicazione delle riforme portate da Pechino.
 
2. “Nel 1951 la Cina ha invaso il Tibet”
 
FALSO.
 
Il termine “invasione” implica l’idea dell’esistenza di due paesi diversi. In realtà, a partire dal XII secolo, con l’impero mongolo, il Tibet è stato annesso alla Cina. A partire dal secolo XVII il Tibet è diventato una delle diciotto province dell’impero cinese e ogni Dalai-lama riceveva la sua garanzia di legittimazione dall’imperatore cinese.
 
Alla fine del XIX secolo l’impero britannico ha invaso il Tibet. Il Dalai-lama ha approfittato dell’occasione per rivendicare l’indipendenza tibetana. Questa richiesta, però, non venne presa in considerazione da nessun partito cinese né da alcun paese del mondo. Nel 1949, anche il Dipartimento di Stato USA considerava il Tibet (e Taiwan) come parte integrante della Cina, ma cambia tutto quando la Cina diventa un paese socialista con Mao Zedong.
 
Era lo stesso Dipartimento di Stato, allora, che scriveva:
 
 “Il Tibet diventa una zona strategica ideologicamente importante. L’indipendenza del Tibet può servire come lotta contro il comunismo, è nostro interesse riconoscerlo come paese indipendente anziché come parte integrante della Cina”. Ma aggiunge: “La situazione cambia se si crea un governo in esilio. In questo caso il nostro interesse sarà di sostenere l’indipendenza del Tibet senza riconoscerla. Il riconoscimento dell’indipendenza del Tibet non è la questione veramente importante. Si tratta della nostra strategia contro la Cina.”
 
3. “A partire dal momento in cui i comunisti cinesi presero il potere nel 1951, il Dalai-lama e i signori tibetani hanno perso il loro potere politico in Tibet”
 
FALSO.
 
Nel 1951 venne firmato l’Accordo per la Liberazione Pacifica del Tibet tra Pechino e il governo locale tibetano. Il Dalai-lama accettò la proposta di Mao Zedong e gli mandò un messaggio telegrafico: “Il governo locale, i lama e le popolazioni laiche del Tibet appoggiano all’unanimità l’Accordo di 17 articoli.”
 
Questo fu il contesto in cui l’Esercito di Liberazione Popolare entrò in Tibet. L’accordo prevedeva il mantenimento della servitù in Tibet sotto l’autorità del Dalai-lama.
 
I monasteri, il Dalai-lama e gli ufficiali mantennero i loro possedimenti (70%delle terre). Pechino gestiva solo le questioni militari e i rapporti internazionali. Il governo locale tibetano, composto da lama e signori feudali, negoziò e accettò l’accordo. In contropartita, il Dalai-lama ricevette il posto di Vice-presidente del parlamento cinese, posto che occupò senza il minimo tentennamento.
 
4. “La battaglia di Lhasa si concluse con la morte di 83.000 tibetani!”
 
FALSO.
 
Per capire meglio l’evoluzione del conflitto: mentre in Tibet la servitù feudale era stata mantenuta, dagli anni cinquanta la riforma agraria veniva applicata nelle province limitrofe (abitate da minoranze tibetane che coesistevano con gli Han, Hui, Yi, Naxi, Qiang, Mongoli, ecc.).
 
Si confiscavano le terre dei grandi proprietari per ridistribuirle ai contadini poveri. Questo processo si sviluppò senza troppe frizioni, dato che il governo cinese pagava una rendita ai vecchi proprietari. Sono i lama e i grandi signori tibetani di queste regioni limitrofe, che per paura di perdere i loro privilegi, cominciarono a organizzare la resistenza.
 
Nel 1956 scoppiò una rivolta armata, iniziata dal monastero di Litang nella provincia dello Sichuan. Dopo alcune scaramucce con l’esercito rosso, una parte dell’elite tibetana dello Sichuan si è rifugiata in Tibet spargendo voci del “terrore rosso”.
 
La CIA finanziò e appoggiò la rivolta fin dall’inizio. Avevano addestrato milizie armate nel Colorado, le avevano poi lanciate in Tibet e le avevano rifornite per via aerea. I fatti di sangue di quest’epoca erano in realtà la repressione di una lotta di classi privilegiate organizzate dalla CIA. Nel 1959, le voci secondo le quali “i cinesi volevano sequestrare il Dalai-lama” provocò una grande manifestazione a Lhasa (anche se la CIA, in realtà, aveva già organizzato la fuga del Dalai-lama in India). I manifestanti linciarono alcuni ufficiali tibetani e l’esercito rosso schiacciò la ribellione.
 
Quanti morti ci furono a Lhasa? Secondo i testimoni raccolti dal politologo pro indipendentista Henry Bradsher, 3.000. Nel 1959 il Dalai-lama pretendeva che fossero 65.000, e aumentò la cifra fino ad arrivare a 87.000. Il problema è che allora, Lhasa aveva una popolazione massima di 40.000 abitanti.
 
Di certo dopo la ribellione 10.000 tibetani furono condannati a lavori forzati per 8 mesi, e impiegati nella costruzione della prima centrale elettrica di Ngchen. Le cifre fantasiose circa il “genocidio” hanno continuato a circolare. Nel 1984 il governo tibetano ha dichiarato: “Tra il 1949 e il 1979 sono stati assassinati dall’esercito rosso 432.000 tibetani!”
 
5. In principio, l’India negava l’asilo politico al Dalai-lama
 
VERO.
 
Dal 1949 gli USA hanno cercato di convincere il Dalai-lama ad andare in esilio. Per farlo, contarono sull’appoggio dei suoi due fratelli (contattati dalla CIA fin dal 1951) e del consigliere tedesco Heinrich Harrer (ex SS).
 
L’allora dirigente indiano, Nehru, non aveva intenzione di dargli asilo politico. Perciò, il presidente Eisenhower propose un trattato; se l’India avesse dato asilo politico al Dalai-lama, gli USA avrebbero formato 400 ingegneri indiani in materia di tecnologia nucleare.
 
Il trattato venne accettato. Nel 1974 la prima bomba atomica indiana vene chiamata cinicamente: “il Budda sorridente”.
 
6. L’occupazione cinese ha causato la morte violenta di 1,2 milioni di tibetani
 
FALSO.
 
Due dati contraddicono questa cifra, accettata senza prove da più di 30 anni dall’insieme dei paesi occidentali.
 
1- La piramide di età della popolazione tibetana. Si stima che nel 1953 la popolazione tibetana (tanto in Tibet che nelle province limitrofe) raggiungeva al massimo 2,5 milioni di abitanti. Se avessero assassinato 1,2 milioni di tibetani tra il 1951 e l’inizio degli anni 70’, una gran parte del Tibet sarebbe rimasta spopolata. Inoltre, ci sarebbe stato un grande squilibrio tra uomini e donne. I demografi, invece, non rilevano nessuna anomalia nella popolazione tibetana, che non ha mai smesso di aumentare. Attualmente in Cina si contano quasi 6 milioni di tibetani.
 
2- L’unica persona che ha avuto accesso agli archivi del governo tibetano in esilio è Patrick French, quando dirigeva la campagna “Free Tíbet” a Londra. Con i documenti in mano, French arrivò ala conclusione che le prove del “genocidio tibetano” erano state falsificate. Le battaglie del 1959 erano state contabilizzate varie volte e le cifre dei morti erano state aggiunte, a margine, in seguito. French denunciò questa falsificazione, ma la cifra di 1,2 milioni di morti ha continuato a fare il giro del mondo.
 
7. “Durante la Rivoluzione Culturale venne proibita ogni pratica religiosa”
 
VERO.
 
Tra il 1966 e il 1976, tutte le pratiche religiose vennero proibite, non solo in Tibet, ma in tutto il territorio cinese. Si chiusero i monasteri e i monaci furono obbligati a vivere con le loro famiglie d’origine, dedicandosi al lavoro produttivo, essenzialmente agricolo. Non tutti i monasteri venero distrutti, ma molti oggetti di culto furono spazzati via dalle guardie rosse (giovani intellettuali tibetani aderenti al movimento rivoluzionario cinese).
 
Quando la situazione degenerò gravemente (eccessi, castighi arbitrari), l’esercito rosso s’interpose e restaurò l’ordine sociale ed economico. Il governo cinese ammise gli errori che aveva commesso in questo periodo e cominciò a finanziare la restaurazione di tutto il patrimonio religioso del Tibet.
 
I monasteri tornarono a riempirsi di monaci. Attualmente, in Cina vi sono più di 2.000 monasteri tibetani restaurati e in funzione.
 
8. “Il Dalai-lama è una specie di Papa del Buddismo mondiale”
 
FALSO.
 
Il Dalai-lama non rappresenta il buddismo zen (Giappone), né il buddismo del Sud-Est asiatico, né quello cinese. Il buddismo tibetano rappresenta meno del 2% dei buddisti del mondo. In Tibet, inoltre, esistono quattro scuole buddiste separate. Il Dalai-lama appartiene a una di quelle, la geluppa (i “virtuosi” capelli gialli),
 
Durante la visita che il Dalai-lama fece a Londra nel 1992, fu accusato dalla maggior organizzazione buddista britannica di essere un “dittatore spietato” ed un “oppressore della libertà religiosa”. Si tratta di un “Papa” con pochi discepoli religiosi, ma molti adepti politici.
 
9. Il Dalai-lama rivendica un territorio equivalente alla quarta parte della Cina
 
VERO.
 
Sebbene nelle sue ultime dichiarazioni affermava di accontentarsi dell’autonomia, nei suoi libri rivendica il “grande Tibet”, un territorio due volte più grande di quello su cui i Dalai-lama esercitavano il loro potere politico in passato! Questo territorio include tutta la provincia di Qinghai e parti delle province di Gansu, Yunnan e Sichuan, abitate da varie minoranze, tibetane e non.
 
Che cosa farebbero? Caccerebbero i non tibetani? Farebbero la pulizia etnica? Certo! Nel 1987 il Dalai-lama ha dichiarato testualmente: “Dovranno partire 7,5 milioni di coloni”. Non si tratta di coloni, però, visto che la popolazione di queste regioni è mista da molti secoli. In ogni caso, questo progetto espansionista provocherebbe ciò che tutte le grandi potenze hanno voluto per più di 150 anni: smembrare la Cina.
 
10. “Il finanziamento del movimento tibetano proviene da donazioni di ONG umanitarie o caritatevoli”
 
FALSO.
 
Il movimento tibetano riceve effettivamente questo tipo di donazioni, ma la sua fonte di finanziamento principale è il governo degli USA. Tra il 1959 e il 1972, la CIA ha dato 1,7 milioni di dollari al “Governo Tibetano in esilio” e 180.000 dollari annuali direttamente al Dalai-lama. Per molto tempo, egli lo ha negato, ma finalmente negli anni ottanta, ha finito col riconoscerlo pubblicamente. Da allora ad oggi i finanziamenti sono stati più discreti, attraverso organizzazioni di copertura come il National Endowment for Democracy (NED), il Tibet Fund, il State Department’s Bureau of Democracy… Un altro dei suoi principali patrocinatori è George Soros, attraverso lo Albert Einstein Institution, che continua ad essere diretto dall’ex colonnello Robert Helvey dei servizi segreti USA.
 
11. “Il sostegno degli USA al Dalai-lama è motivato da obiettivi strategici”
 
VERO.
 
L’elite dirigente degli USA considera la Cina come il suo principale nemico. Anche se si tratta di un socio economico indispensabile, a lungo termine, la Cina è valutata come il principale fattore di resistenza al dominio mondiale statunitense. Gli Stati Uniti prevedono che la Cina supererà la loro economia nel 2030. Di conseguenza, è fondamentale per gli USA evitare che il resto dei paesi asiatici riescano a creare un mercato comune legato alla Cina che potrebbe sfuggire al loro controllo. Quindi, sognano di spaccare la Cina come hanno fatto con l’URSS.
 
Il loro obiettivo è controllare le ricchezze economiche, la mano d’opera e il mercato più grande del mondo. Per indebolire la Cina gli USA hanno una doppia strategia. Da una parte circondarla con le basi militari, dall’altra, appoggiare il separatismo e ogni tipo di opposizione, cominciando da campagne mediatiche di indebolimento. Questa è la ragione per cui investono grandi somme di denaro nella questione del Tibet.
 
12. “Il Dalai-lama ha difeso pubblicamente il dittatore fascista del Cile, Augusto Pinochet”
 
VERO.
 
Pinochet fu arrestato in Inghilterra dalla polizia britannica, sulla base di un ordine d’arresto internazionale emesso dal giudice spagnolo Baltasar Garzón. In quell’occasione il Dalai-lama raccomandò vivamente al governo britannico la liberazione di Pinochet, per evitare che fosse giudicato in Spagna per crimini contro l’umanità.
 
Anche Pinochet era un vecchio impiegato della CIA. Il Dalai-lama, in effetti, è una pedina degli Stati Uniti. Nel 2007, George Bush gli ha conferito la maggior decorazione degli USA, la Medaglia d’Oro del Congresso. Sua Santità allora ha incensato Bush per i suoi sforzi a favore della democrazia, della libertà e dei diritti umani in tutto il mondo.
 
E ha persino definito gli USA “campioni di democrazia e della libertà!”
 
13. “Reporter sin Frontieres (Rsf) appoggiano il Dalai-lama in modo disinteressato”
 
FALSO.
 
RSF si presenta come un’organizzazione che lotta a favore della libertà dei giornalisti, e un gran numero di donatori credono di appoggiare un’organizzazione indipendente ed obiettiva. Ma il finanziamento per assistere giornalisti oppressi occupa solo il 7% del finanziamento globale. Il resto è diretto a finanziare campagne politiche, nelle quali si trova il denaro sporco.
 
Il patron di RSF, Robert Ménard, è un difensore dei diritti dell’uomo a geometria variabile. Perché critica Venezuela e Cuba deformando i fatti? Ha avuto finanziamenti dalla mafia cubana di Miami. Perché critica la Cina per la sua politica nel Tibet? Ha ricevuto 100.000 dollari dagli anticomunisti di Taiwan. Certo Ménard è molto più timido quando si tratta di criticare gli USA, il paese che ha ucciso più giornalisti negli ultimi anni (soprattutto in Iraq). E’ finanziato dalla CIA attraverso la NED, citata in precedenza.
 
Perché Ménard ha lasciato che RSF smettesse di criticare i media francesi? Perché è legato finanziariamente ai grandi media francesi e ad alcune grandi multinazionali. I distributori di stampa (proprietà parziale di Lagardère) distribuiscono gratuitamente i suoi album fotografici. “Non si sputa nel piatto in cui si mangia!” Lo ha riconosciuto lo stesso Ménard nel 2001. Come fare, per esempio, ad organizzare un dibattito sulla concentrazione della stampa e poi chiedere a Hanvas o a Hachette di finanziare l’evento?
 
Nonostante tutti questi sfondi sospettosi, la maggioranza dei grandi media continuano a difendere gli argomenti di Ménard. Ma l’UNESCO ha smesso di finanziarlo con questa spiegazione: “In varie occasioni, RSF aveva dato prova di mancanza di etica nel trattare alcuni paesi in maniera molto poco obiettiva.”
 
14. “La Cina sta facendo un genocidio culturale in Tibet”
 
FALSO.
 
Il Tibet è da tempo una regione autonoma. Dagli anni 80’, la cultura e la religione tibetana si pratica liberamente, i bambini sono bilingue e sono stati aperti istituti di tibetologia. I monasteri si sono riempiti di lama, compresi i bambini. La lingua tibetana è parlata e scritta da molte più persone che prima della rivoluzione. Nel Tibet esiste un centinaio di riviste letterarie. Anche la rivista Foreign Office, vicina al Dipartimento di Stato degli USA, ha riconosciuto che la pratica del bilinguismo era usata dal 60/70% dei funzionari di etnia tibetana.
 
Inoltre, la cultura tibetana ha avuto nuove prospettive dallo sviluppo nel resto della Cina, specialmente nell’ambito della lingua, la letteratura, gli studi sulla vita quotidiana e l’architettura tradizionale. In Cina sono stati pubblicati importanti collezioni di libri, giornali e riviste in lingua tibetana. Ci sono molti editoriali dedicati a promozioni di lingua tibetana, non solo in Tibet ma anche a Pechino. La realtà dimostra che l’idea del “genocidio culturale” non è altro che un mito della propaganda politica.
 
15. “Le violenze che sono avvenute a Lhasa, lo scorso 14 marzo 2008, sono la conseguenza della durezza con cui la polizia e l’esercito cinese hanno represso una manifestazione pacifica.”
 
FALSO.
 
Tutti i testimoni occidentali presenti in quel momento, tra cui il giornalista James Miles (The Economist), confermano la stessa versione: le violenze furono scatenate da giovani tibetani che erano stati diretti da alcuni lama per commettere atti vandalici.
 
Si trattava di azioni criminali programmate a carattere razzista. Vari gruppi, tutti armati nello stesso modo (bottiglie Molotov, pietre, sbarre di ferro e coltelli da macellaio), agendo alla stessa maniera, si sono sparpagliati a Lhasa seminando il panico e attaccando gli Han (cinesi) e gli Hui (musulmani). Hanno attaccato scuole, ospedali, hotel. Hanno bruciato vivi e lapidato vari civili. Sono stati contati 19 morti e più di 300 feriti. Alcuni tibetani più anziani hanno soccorso alcune vittime salvando loro la vita.
 
Quando si sono verificate queste violenze razziste, i sostenitori del Dalai-lama hanno preteso che si è trattato di una montatura compiuta da soldati cinesi travestiti da monaci, facendo circolare la fotografia, una cosiddetta “foto-satellite”, che pretendeva di provare i fatti. Abbiamo dimostrato che quella foto è stata un’enorme farsa.
 
In un primo tempo, la polizia e l’esercito cinese sono rimasti passivi, per poi intervenire e far cessare l’ondata di violenze. Quante vittime ci sono state? I media occidentali diffondono una cifra che raggiunge le “centinaia”, ma ancora una volta, questa cifra proviene dall’entourage del Dalai-lama. Alcuni dei “morti” contati dal governo tibetano in esilio ora vivono in Tibet. Altri si chiamano “Dupont, Charleroi “, senza altra precisazione.
 
La polemica non è finita.