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LA CINA CONTEMPORANEA E L’EFFETTO DI SDOPPIAMENTO

Come redazione, abbiamo ricevuto e deciso di pubblicare la prefazione comune ed un capitolo di Sidoli Roberto sulla Cina contemporanea contenuti nel libro “logica della storia e comunismo novecentesco” di Costanzo Preve e Roberto Sidoli, perché riteniamo che possano contribuire alla comprensione della dinamica attuale del gigantesco paese asiatico.

Chi volesse procurarsi il libro in oggetto può richiederlo alla casa editrice Petite Plaisance (www.petiteplaisance.it)

Costo 18 euro

Buona lettura.

Redazione “LaCinaRossa”

15-3-2010

C. Preve e R. Sidoli

LOGICA DELLA STORIA E COMUNISMO NOVECENTESCO

L’EFFETTO DI SDOPPIAMENTO

PREFAZIONE

Secondo la concezione marxista-ortodossa della storia universale, quest’ultima può essere paragonata ad una grande e lunga strada a senso unico, anche se composta da alcune diramazioni secondarie che in seguito si ricollegano al sentiero principale, oltre che da una serie di vicoli ciechi che vengono abbandonati, più o meno rapidamente.

In questa prospettiva storica, la “grande strada” è formata nella sua essenza da vari segmenti interconnessi, seppur ben distinti tra loro (comunismo primitivo/comunitarismo del paleolitico, nella preistoria della nostra specie; fase del modo di produzione asiatico; periodo schiavistico; fase feudale; epoca capitalistica e, infine, socialismo/comunismo), ma essa era ed è considerata tuttora un tracciato  predeterminato, almeno in ultima istanza: qualunque “viaggiatore” e società potevano/possono anche prendere delle “scorciatoie” ma alla fine, volenti o nolenti, erano /sono costretti a rientrare nel sentiero di marcia principale e nelle sue variegate, ma obbligate tappe di percorso.

In base ai dati storici allora a conoscenza di Marx ed Engels, fino al 1883/95, questa era probabilmente l’unica visione complessiva del processo di sviluppo della storia universale che poteva essere (genialmente) elaborata a quel tempo ma, proprio dopo il 1883/95, tutta una serie di nuove scoperte ed avvenimenti storici portano a preferire una diversa concezione generale della dinamica del genere umano.

Immaginiamoci una “grande strada” che, dopo un lunghissimo segmento (fase paleolitica e mesolitica) di scorrimento, si trovi di fronte improvvisamente ad un “grande bivio” ed a una gigantesca biforcazione: da tale bivio partono e si diramano due diverse ed alternative strade, che conducono a mete assai dissimili, senza alcun obbligo a priori per i “viaggiatori” (a causa del Fato/forze produttive) di scegliere l’una o l’altra.

Ma non basta. Non solo non vi è più una sola strada obbligata di percorso, ma -a determinate condizioni e pagando determinati “pedaggi”- qualunque “viaggiatore” e qualunque società umana possono trasferirsi nell’altro tracciato, alternativo a quello selezionato in precedenza, cambiando pertanto radicalmente le proprie condizioni materiali di “viaggio” nell’autobus che stanno utilizzando con altri passeggeri: la scelta iniziale di partenza “al bivio”, giusta o sbagliata, risulta sempre reversibile in tutte e due le direzioni di marcia, in meglio o anche in peggio.

Fuor di metafora, la concezione che proponiamo ritiene che subito dopo il 9000 a.C., ben undici millenni fa nell’Eurasia del periodo neolitico, con la scoperta dell’agricoltura, allevamento e artigianato specializzato, si sia creato e riprodotto costantemente fino ai nostri giorni un “grande bivio”, da cui si sono diramate due “strade”, due linee e due tendenze socioproduttive di matrice alternativa, l’una di tipo comunitario-collettivistico e l’altra di natura classista, fondata invece sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Pertanto dopo il 9000 a.C. e fino ai nostri giorni, nell’era del surplus, non sussiste alcun determinismo storico, ma altresì un campo di potenzialità oggettive (sviluppo delle forze produttive e creazione/riproduzione ininterrotta di un plusprodotto accumulabile… l’era del surplus) su cui si possono innestare, e si innestano poi concretamente e realmente delle prassi sociali contrapposte, volte a condividere in modo fraterno mezzi di produzione/ricchezza/surplus o, viceversa, a fare in modo che essi vadano sotto il controllo e possesso di una minoranza del genere umano, in entrambi i casi con immediate ricadute anche sulla sfera politico-sociale delle diverse società.

Detto in altri termini, a parità di sviluppo qualitativo delle forze produttive e già formatisi elementi cardine quali agricoltura/allevamento/surplus costante, fin dal 9000 a.C. per arrivare ai nostri giorni era possibile che si sviluppasse sia l’egemonia di rapporti di produzione collettivistici, che quella alternativa di matrice classista: un effetto di sdoppiamento nel quale nulla era/è tuttora scritto a priori, nei libri mastri della Storia.

Situazione di “sdoppiamento”, potenziale/reale, valida nel 9000 avanti Cristo ma anche nel 2010 della nostra era, valida nel 8999 a.C., ma anche nel prossimo anno e nei prossimi decenni: uno stato di sdoppiamento ed un’alternativa radicale nei rapporti di produzione possibili e praticabili sul piano storico, che da undici millenni esclude a priori qualunque forma di determinismo storico e di metafisica basata sul “progresso inevitabile” del genere umano.

Certo, qualunque regressione ad uno stadio paleolitico basato sulla caccia/raccolta di cibo era ed è tuttora impedita proprio da quel processo di sviluppo qualitativo delle forze produttive, da quell'”era del surplus” costante/accumulabile che determina il sorgere e la riproduzione ininterrotta dell’effetto di sdoppiamento. Ma a parte questo “dettaglio” non trascurabile, negli ultimi undici millenni il corso della storia universale è diventato decisamente multilineare, composto com’è dal “bivio”e dalle due “strade” alternative in campo socioproduttivo e politico, la cui logica ed essenza più profonda risultano essere l’antideterminismo e l’emersione costante di un campo di potenzialità alternative, nel quale la pratica collettiva degli uomini del passato, presente (noi stessi…) e del futuro assume un ruolo decisivo, sotto tutti gli aspetti.

Un’ampia espressione della teoria dell’effetto di sdoppiamento verrà effettuata solo nelle prossime pagine, ma fin da subito vogliamo sottolineare come l’utilizzo dello schema generale in oggetto risulti a nostro avviso indispensabile per comprendere in modo adeguato e alcuni importanti fenomeni contemporanei, quali:

– l’ormai cronico “ritardo” della rivoluzione in Occidente, considerata invece da Marx come possibile, necessaria e matura sin dai primi decenni dell’Ottocento.

– la stessa formazione e riproduzione pluridecennale della società sorta dalla Rivoluzione d’Ottobre, di quella “rivoluzione contro il Capitale” (il Capitale scritto da Marx) giustamente esaltata da Antonio Gramsci, fin dal suo sorgere.

– l’ipernegativo crollo dell’Unione Sovietica e degli altri paesi del Patto di Varsavia, che a nostro giudizio ha messo (tra le altre cose) in crisi ormai irreversibile qualunque concezione deterministica del processo di sviluppo della storia universale.

Sono fenomeni e processi concreti con cui, più o meno direttamente, le forze antagoniste del mondo occidentale si confrontano/scontrano quasi in modo quotidiano, e che richiedono ormai da tempo di ottenere una cornice storico-teorica dentro la quale essere collocati e spiegati in modo adeguato, almeno nelle loro linee essenziali.

Tale cornice è la teoria dell’effetto di sdoppiamento, a nostro avviso: buona lettura.

LA CINA CONTEMPORANEA E L’EFFETTO DI SDOPPIAMENTO

Cap. V

La Cina: e qui cambiano tempi storici e aree geopolitiche, passando al processo di analisi della natura socioproduttiva della Cina contemporanea e della strategia politica economica adottata negli ultimi decenni dal PCC (partito comunista cinese), dopo il 1976 e la morte di Mao Zedong.

Si tratta di questioni in ogni caso di enorme rilievo, visto che nel gigantesco paese asiatico vive un quinto della popolazione mondiale e che proprio nel 2009 si è assistito ad un evento di portata eccezionale, il sorpasso della nuova superpotenza economica cinese rispetto al vecchio detentore del primato produttivo su scala mondiale, gli Stati Uniti (sorpasso in termini di parità nel potere d’acquisto dei rispettivi prodotti nazionali lordi); ma il processo di focalizzazione sulla composita e complessa formazione economico-sociale cinese, durante il primo decennio del nuovo millennio, è assai importante anche ai fini di verificare la tenuta e la persistenza dell’effetto di sdoppiamento nel periodo seguito al crollo dell’URSS e del socialismo (deformato) di matrice sovietica, dopo il 1989/91.[1]

Per comprendere la matrice (contraddittoria, sdoppiata) socioproduttiva della Cina odierna, si deve partire dall’indagine sui suoi aspetti sociali di produzione, tenendo tra l’altro a mente che il “modello cinese” post-maoista è stato riprodotto largamente anche in Vietnam e Laos (paesi con circa 90 milioni di abitanti) a partire dal 1986, e parzialmente nella Corea del Nord attraverso le zone di libero scambio economico alla frontiera con la Corea del Sud, in base a decisioni prese in assoluta autonomia dai tre partiti comunisti asiatici al potere.[2]

Contrariamente alle tesi diffuse in larga parte del movimento anticapitalistico occidentale, la “linea rossa” e le relazioni sociali di produzione/distribuzione collettivistiche risultano ancora oggi egemoni e centrali all’interno della variegata, composita e “sdoppiata” formazione economico-sociale cinese del 2000-2010.

Come punto di partenza riprendo due recenti articoli del 2009 sulla Cina, di orientamento apertamente anticomunista, che forse possono servire a provocare uno shock salutare in alcuni lettori.

Tang Xiangyang, sulla rivista Economic Observer News del settembre 2009, ha preso in esame l’elenco che viene diffuso ogni anno in Cina sulle 500 principali aziende del paese, edito tra l’altro a partire dal 2002 da un organismo che comprende al suo interno anche tutte le principali imprese private, autoctone o multinazionali, che operano in esso.

Con tono sconsolato, Tang Xiangyang ha dovuto intitolare il suo articolo “I monopoli di stato dominano la top 500 della Cina”, notando subito che durante il 2008 tutte le prime 43 posizioni nell’elenco in oggetto erano occupate… da aziende, industrie e banche statali, completamente o a maggioranza in mano al settore pubblico. Le imprese private e i monopoli capitalistici, tanto decantati in occidente, svolgevano il ruolo di “cenerentola” nel processo produttivo cinese, tanto che Tang Xiangyang è stato costretto a rilevare con una certa angoscia come la più grande azienda privata cinese, la Huawei Tecnologies con base a Shenzen, occupasse solo il 44° posto nella lista; dato ancora peggiore per il povero Tang, ed elemento socioproduttivo su cui ritornerò, solo un quinto e solo cento delle “top 500” in Cina erano aziende capitalistiche, la cui percentuale sull’importo globale delle vendite ottenute nel 2008 dalle prime cinquecento imprese risultava pari a un deludente … 10%, ad un modesto decimo del reddito globale espresso da queste ultime nella Cina del 2008.[3]

A sua volta Dick Morris, giornalista di sicura fede anticomunista, nel luglio del 2009 intitolava un suo articolo “Il socialismo non funziona nemmeno in Cina”, lamentandosi (dal suo punto di vista) che in Cina ben l’80% di tutte le attività di investimento venisse finanziata da banche statali, in tutto o in larga parte di proprietà pubblica, e che (orrore ancora maggiore) le imprese di stato cinesi esprimessero ben il 70% dell’insieme globale degli investimenti di capitali in Cina


[1] R. Sidoli, “Cina e Stati Uniti: il sorpasso”, in www.lacinarossa.net, febbraio 2010

[2] Quotidiano del Popolo, 18 settembre 2009, “Can Chinese model be replicated? ”

[3] Tang Xiangyang, “State monopolies dominate China’s Top 500”, in Economic Observer News, 9 settembre 2009, www. eco.com.cn

Percentuale tra l’altro in crescita progressiva, protestava con vigore l’indignato Dick Morris, e che ingiustamente favoriva la “triste storia del settore socialista in Cina”, sempre a giudizio del pubblicista occidentale.[1]

Quarantatre società statali ai primi quarantatre posti nella “top 500”, il 70% degli investimenti produttivi cinesi da imprese pubbliche: anche a prima vista, non si tratta certo di “residui” socioproduttivi di marca socialista dei (presunti) “bei tempi passati”.

L’egemonia contrastata della “linea rossa” all’interno della proteiforme formazione economico-sociale cinese del 2000-2010 si compone e viene costituita innanzitutto da quattro “grandi anelli” materiali, strettamente interconnessi tra loro.

Il primo tassello socioproduttivo della “linea rossa”, nella Cina contemporanea, viene rappresentato dall’enorme spazio d’azione e peso specifico mantenuto tutt’oggi dalle grandi imprese statali, in tutto o in larga parte di proprietà pubblica, che operano nel settore industriale e bancario, estrattivo e commerciale della grande nazione asiatica.

Il 3 settembre del 2007 il Quotidiano del Popolo di Pechino, l’organo di stampa più prestigioso del PCC, ha riportato che nel 2006 le 500 imprese della Cina (ivi comprese banche, settore petrolifero, e degli armamenti, ecc.) controllavano e possedevano l’83,3 del PNL cinese, in netto aumento rispetto al 78% del 2005 ed al solo 55,3% del 2001: tra questi 500 grandi colossi, 349 e quasi il 70% del totale erano di proprietà statale, in modo completo o con una quota di maggioranza della sfera pubblica.

Sempre nel 2006 il giro di affari e le vendite delle imprese statali (completamente o in maggioranza statali) risultò di 14,9 migliaia di miliardi di yuan, su un totale di 17,5 migliaia di miliardi di yuan di vendita globale collezionati dalle prime 500 imprese, alias pari a circa l’85% dell’insieme del giro d’affari della ricchezza prodotta da queste ultime; visto che la quota dei “500 big”sul prodotto nazionale lordo cinese era pari al sopraccitato 83,3%, la quota percentuale delle 349 imprese statali sul PIL cinese ufficiale risultava pari al 70% ed a quasi tre quarti della ricchezza globale cinese.[2]

Nel 2008 il giro d’affari delle SOE (imprese statali cinesi, in tutto o a maggioranza) era ulteriormente aumentato fino a quasi raggiungere i 18 migliaia di miliardi di yuan, per una quota sempre pari a circa il 70% del PNL interno, equivalente a 24,66 migliaia di miliardi di yuan nell’anno preso in esame, mentre il numero di impiegati in esse era pari a circa 35 milioni.[3]

Nel 2009 il giro d’affari della SOE superava a sua volta i 20 migliaia di miliardi di yuan, con un ulteriore e netto incremento rispetto all’anno precedente.

Anche se una parte nettamente minoritaria delle imprese statali risulta in mano ai privati, autoctoni o stranieri, come soci di minoranza, ed anche se una quota “sommersa” del PIL cinese non emerge dalle statistiche ufficiali, si tratta di dati assolutamente sconosciuti al reale capitalismo monopolistico di stato egemone nell’area occidentale e giapponese, segnata tra il 1979 ed il 2005 da processi giganteschi di privatizzazione delle imprese produttive statali, che hanno invece solo sfiorato in misura modesta l’economia cinese.

La principale debolezza del settore statale cinese consiste nel suo minor tasso medio di profitto rispetto a quello privato, autoctono o straniero. La massa di profitto ottenuta dalla SOE è passata dai 90 miliardi di yuan del 1995 fino ai 221 del 2002, balzando poi nel 2007 alla cifra di 1620 miliardi di yuan (221,9 miliardi di dollari): un incremento eccezionale, dovuto anche al doloroso processo di ristrutturazione delle imprese statali sviluppatosi tra il 1998 ed il 2006, ma che non è ancora sufficiente a far raggiungere alle SOE i margini di redditività ottenuti negli stessi anni dal settore privato, che tra il gennaio e il novembre del 2007 avevano raggiunto una massa di profitto di 400 miliardi di yuan solo nel segmento delle grandi imprese private, trascurando le medie, piccole e piccolissime imprese.[4]

Il secondo anello principale che garantisce tuttora l’egemonia contrastata della “linea rossa”, all’interno della variegata formazione economico-sociale cinese, viene rappresentato dalla proprietà pubblica del suolo cinese, che può essere concesso legalmente in usufrutto a privati solo in determinate condizioni e con l’approvazione preventiva dello stato. Ancora recentemente l’assemblea legislativa cinese ha rifiutato qualunque proposta di privatizzazione della terra in Cina: il 30 gennaio del 2007 Chen Xiwen, direttore dell’ufficio agricolo del governo centrale, dopo aver ribadito un secco diniego alle ipotesi di privatizzazione, ha notato che la terra veniva data in usufrutto ai contadini per trent’anni e che ogni ipotesi di subaffitto del suolo da parte dei contadini alle imprese industriali era da considerarsi come assolutamente illegale.[5]

Anche secondo le nuove leggi entrate in vigore il primo ottobre 2007, la proprietà della terra in Cina si divide in due tipi fondamentali: quella statale per le aree urbane, e quella invece posseduta collettivamente dai singoli villaggi rurali nelle campagne del gigantesco paese asiatico, villaggi ed agglomerati riconosciuti come Organizzazioni Economiche Collettive (OEC), che distribuiscono l’usufrutto della terra alle famiglie contadine e/o alle cooperative di produzione agricola nei loro villaggi.

Proprio nell’ottobre del 2008 le autorità centrali hanno presentato un progetto di legge che tutelerà gli OEC dall’espropriazione di terre per i bisogni produttivi delle imprese, per nuove strade, ferrovie, ecc., consentendo allo stesso tempo alle famiglie contadine già usufruttuarie della terra un maggiore livello di protezione socioproduttiva e politica.

Il terzo segmento socio produttivo che costituisce il mosaico della “linea rossa” in Cina è costituito dal settore cooperativo, in particolar modo dalle imprese cooperative industriali di villaggio, di proprietà di tutti gli abitanti dei villaggi o municipi interessati, secondo una pratica produttiva regolarizzata da una legge del 1990.

Il Fondo Monetario internazionale (2004) ha stimato che se già nel 1980 le cooperative non agricole di villaggio impiegavano circa 30 milioni di lavoratori, nel 2003 la cifra era salita a più di 130 milioni di unità lavorative, rimanendo quasi invariata negli ultimi cinque anni e coprendo circa il 20% dell’attuale forza lavorativa cinese, anche se alcune di queste cooperative hanno perso il loro carattere originario ed hanno subito un processo mascherato di privatizzazione.

Come ha notato G. Arrighi, il momento fondamentale per il processo di sviluppo delle cooperative rurali non agricole è stato paradossalmente «l’introduzione, nel 1978/1983, del sistema di responsabilizzazione familiare, che faceva tornare il potere decisionale e il controllo sul sovrappiù agricolo alle famiglie, togliendoli alle comuni. Inoltre nel 1979, e poi ancora nel 1983, i prezzi pagati per gli approvvigionamenti di prodotti agricoli sono stati aumentati in misura significativa. Il risultato è stato un aumento importante della produttività delle fattorie e dei redditi agricoli, che a sua volta ha ringiovanito “l’antica” propensione delle comunità e delle brigate agricole a cimentarsi anche nella produzione non agricola. Tramite una serie di barriere istituzionali alla mobilità personale, il governo incoraggiava il lavoratore agricolo a “lasciare la terra senza abbandonare il villaggio”. Nel 1983, tuttavia, venne permesso ai residenti nelle aree rurali di intraprendere attività di trasporto e di commercio anche a grande distanza, alla scopo di trovare sbocchi di mercato ai loro prodotti. Era la prima volta nel corso di quella generazione che ai contadini cinesi veniva consentito di condurre affari fuori dai confini del proprio villaggio. Nel 1984 i regolamenti vennero ulteriormente addolciti, consentendo ai contadini di andare a lavorare nelle città vicine per presentare la loro opera in organismi collettivi noti come “imprese di municipalità e villaggio”.

Il risultato fu la crescita esplosiva della massa di forza-lavoro rurale impiegata in attività non agricole, dai 28 milioni del 1978 ai 136 milioni del 2003, con gran parte dell’aumento localizzato nelle imprese di municipalità e villaggio. Fra il 1980 e il 2004 le imprese di municipalità e villaggio hanno creato un numero di posti di lavoro quadruplo di quelli persi nello stesso periodo nelle città delle imprese statali o collettive. Nonostante fra il 1995 e il 2004 il tasso di crescita dell’occupazione nelle imprese di municipalità e villaggio sia stato inferiore al tasso di disoccupazione degli impieghi urbani statali e collettivi, il bilancio dell’intero periodo mostra che alla fine le imprese di municipalità e villaggio occupano ancora più del doppio dei lavoratori impiegati complessivamente nelle imprese urbane a proprietà straniera, a proprietà privata e a proprietà mista.

Il dinamismo delle imprese rurali ha colto di sorpresa i dirigenti cinesi. Come riconobbe Deng Xiaoping nel 1993, lo sviluppo delle imprese di municipalità e villaggio “fu del tutto inatteso”. Da allora il governo è intervenuto per regolare e dare una normativa alle imprese rurali e nel 1990 la proprietà delle imprese di municipalità e villaggio è stata conferita collettivamente a tutti gli abitanti del municipio o del villaggio interessato. Il potere di assumere o licenziare i direttori delle imprese fu però conferito alle autorità locali, con la possibilità di demandare tale scelta a una struttura governativa. Anche la distribuzione dei profitti è stata sottoposta a normativa, introducendo l’obbligo del reinvestimento nell’impresa di più del 50% dei profitti per modernizzare e ingrandire gli impianti e per finanziare servizi e grafiche per i lavoratori, mentre la quasi totalità di quel che resta deve essere impiegata per infrastrutture agricole, miglioramenti tecnologici, servizi pubblici e investimenti di nuove imprese».[6]

A fianco delle cooperative rurali (non agricole) di villaggio, tutt’ora esiste una grande e variegata rete di cooperative agricole ed edilizie, di consumo e/o urbane, che fanno parte della Federazione delle Cooperative cinesi, interessando in forme diverse buona parte della popolazione cinese a partire da 10 milioni di persone che lavorano direttamente per i loro interessi ancora nel 2003.

Nel 2002 ammontavano invece a circa 100 milioni gli associati delle cooperative cinesi facenti parte dell’ Alleanza Internazionale delle Cooperative, mentre nel 2003 le 94.711 cooperative cinesi (di tutti i generi e tipologie) contavano al loro interno la “modica” cifra di 1.193.000.000 di uomini e donne, associati a vario titolo.[7]

Un ulteriore tassello della “linea rossa” cinese viene costituito dal “tesorone” di proprietà statale che è stato accumulato progressivamente dopo il 1977, dalla massa enorme di valuta straniera e da titoli del tesoro esteri via via rastrellati negli ultimi tre decenni dall’apparato statale cinese.

Mentre nel 1978 le riserve valutarie statali risultavano pari solo a tre miliardi di dollari (M. Bergere), a fine giugno 2008 il “tesorone” di proprietà pubblica della Cina ha raggiunto la cifra astronomica di 1810 miliardi di dollari ed un valore pari a circa il 50% del prodotto nazionale lordo (nominale) del paese: detta in altri termini, al PIL cinese controllato dalle imprese statali va aggiunta un’altra massa enorme di denaro e risorse di proprietà pubblica convertibili in ogni momento con facilità, un’altra enorme quota di ricchezza saldamente in mano all’apparato statale ed a disposizione dei bisogni dello stato e del popolo cinese.[8]

Un “tesorone” in via di progressivo aumento e che a fine 2009 ha raggiunto quota 2400 miliardi di dollari, risultando equivalente già ora a quasi il triplo delle riserve valutarie statali a disposizione del Giappone.

Oltre che dai “quattro anelli” principali sopra descritti,la supremazia (contrastata) del settore socialista sull’insieme dell’economia cinese viene garantita e rappresentata da numerosi altri strumenti, allo stesso tempo politici ed economici, quali:

–                 Il possesso e controllo statale della stragrande maggioranza delle risorse naturali del paese, a partire da quelle idriche ed energetiche.

–                 Il quasi totale monopolio statale del settore militar-industriale, spaziale e delle telecomunicazioni.

–                 La politica demografica del “figlio unico” (non applicata alle minoranze etniche del paese), con i suoi positivi riflessi sia sull’economia che sul processo complessivo di riproduzione della forza lavoro del gigantesco paese asiatico.

–                  Il processo partigiano ed unidirezionale di concessione dei prestiti bancari, denunciato da Dick Morris, i quali ancora nel primo decennio del ventunesimo secolo vengono destinati nella loro grande maggioranza a favore del settore statale e cooperativo, e solo per una porzione secondaria vanno alla sfera privata.[9]

–                 L’utilizzo del sistema finanziario principalmente al servizio dello stato, che infatti se ne serve anche “per scopi come la lotta all’evasione fiscale”, riconosciuti persino da studiosi anticomunisti.[10]

–                 Il progressivo aumento negli ultimi dieci anni della quota del PIL cinese amministrata direttamente dallo stato, percentuale passata dal 11% circa del 1998 fino al 23% circa del 2007.[11]

–                 Il processo relativamente esteso di riacquisto dell’intera proprietà di alcune delle joint-ventures formatesi tra stato e multinazionali statali da parte del contraente pubblico cinese, come testimoniato a denti stretti da Luigi Vinci (Rifondazione Comunista) in un suo articolo sulla dinamica politico-sociale economica cinese.[12]

–                 Molte delle principali multinazionali straniere che operano in Cina sono state costrette ad accettare di costruire joint-ventures alla pari (50 e 50 per cento) con aziende statali per poter operare in terra cinese, fuori dalle zone speciali: ad esempio la Volkswagen ha creato fin dal 1984 una joint-venture paritaria con l’azienda statale SAIC che durerà almeno fino al 2030, imitata in questo senso dalla General Motors, da Microsoft, ecc

–                 L’intreccio spesso creatosi in Cina tra azionisti privati e proprietà pubblica/statale all’interno di imprese apparentemente capitalistiche, almeno a maggioranza, a volte può ingannare. Basti pensare che se la Lenovo, una delle più importanti imprese al mondo nella produzione di computer, agli occhi occidentali risulta di regola una compagnia privata, alla fine del febbraio 2008 almeno il 30% della Lenovo risultava in mano statale.

–                 Il potere reale di fissare” dall’alto” e per via politica i prezzi di alcuni beni e servizi, come è successo nei primi mesi del 2008 per benzina , grano, latte e uova, al fine di combattere l’allora crescente inflazione (misure analoghe vennero prese nel 1996 e 2003)

–                 Il pieno controllo statale su decisive condizioni generali della produzione quali dighe, centrali elettriche, canali di irrigazione, sistema ferroviario e stradale, ponti e sistema di internet, la ricerca scientifica ed il settore high-tech, ecc.

–                 Il processo di creazione e riproduzione di nuovi settori produttivi attraverso l’azione statale, come sta avvenendo per la fusione termonucleare (progetto East, già in funzione), i supercomputer made in China ed il nuovo polo aeronautico civile autoctono (gestito e finanziato direttamente dalla sfera pubblica con l’erogazione della notevole somma di 19 miliardi di yuan, a partire dall’estate del 2008), le nanotecnologie e le infrastrutture per telecomunicazioni, ecc.[13]

Questi importanti strumenti politico-economici di controllo e direzione statale si collegano dialetticamente tra loro, rafforzando ulteriormente i “quattro anelli” fondamentali che riproducono costantemente l’egemonia contrastata del settore socialista nel processo di sviluppo dell’articolata formazione economico-sociale cinese, durante il primo decennio del nuovo secolo.

Certo, se le prime 43 imprese statali della “top 500” del 2008 venissero privatizzate…

Certo, se le 349 grandi imprese statali / a maggioranza statali della “top 500” venissero privatizzate in Cina, come è successo nell’ex-blocco sovietico tra il 1989 ed il 1998…

Se venissero privatizzati il suolo e le risorse naturali cinesi, come è avvenuto del resto nell’ex-blocco sovietico tra il 1989 ed il 1998…

Se il settore cooperativo cinese scomparisse, o venisse inglobato all’interno della sfera capitalistica, autoctona o estera…

Se il “tesorone” sopraccitato venisse progressivamente destinato a riempire le tasche delle grandi imprese private del paese, o delle multinazionali estere…

Se scomparisse il quasi-monopolio statale sulle risorse naturali del paese, sul settore delle telecomunicazioni nell’industria degli armamenti a favore del “privato”…

Se la quota statale della joint-ventures con le multinazionali estere fosse svenduta a basso prezzo, certo, in questo ipotetico (ma non impossibile, visto l’effetto di sdoppiamento post-9000 a.C.) scenario la configurazione concreta dei rapporti di produzione cinesi all’inizio del terzo millennio cambierebbe radicalmente e si affermerebbe, come nella Russia post-1991, una forma chimicamente (quasi) pura di capitalismo monopolistico di stato, attraverso processi giganteschi di privatizzazioni delle forze produttive sociali e delle condizioni generali della produzione,:che davvero trasformerebbero la Cina attuale in un nuovo Eldorado per il capitalismo internazionale.

Ma a tutt’oggi non è questa la situazione dei rapporti sociali di produzione in Cina, mentre lo scenario sopra delineato rappresenta a mio avviso solo un ipotesi rispetto alla dinamica futura del paese, anche perché i dirigenti del PCC hanno studiato a lungo le dinamiche concrete e le principali ragioni materiali (code, penuria di generi di consumo) del crollo sovietico del 1988/91.

Proprio l’egemonia (contrastata) della “linea rossa”all’interno dell’articolata formazione economico-sociale cinese spiega, tra molti altri fenomeni, l’assenza di crisi globali di sovrapproduzione nel gigantesco paese asiatico durante gli ultimi tre decenni, la solida tenuta della Cina rispetto alla gigantesca crisi finanziaria che ha colpito l’Asia durante il biennio 1997/98: strani “fenomeni”, non spiegabili assolutamente con un ipotetico potere “magico” posseduto dal PCC e dal popolo cinese.

Nella Cina contemporanea, tuttavia, non esiste e non si riproduce continuamente solo la “linea rossa”, ma sussiste alla luce del sole e legalmente -a differenza che in Unione Sovietica dopo il 1929- una potente “linea nera” che opera apertamente all’interno della “sdoppiata” formazione economico-sociale cinese, fin dal 1977/80 ed arrivando ai nostri giorni.

La sfera capitalistica in Cina si divide nel settore in mano cinese (comprendendo al suo interno anche i capitali provenienti da Taiwan, Hong Kong e dalla diaspora cinese in Asia), nella sfera produttiva invece controllata dalle multinazionali straniere e nella “variante cinese” del capitalismo di stato.

L’estensione quantitativa della “linea nera”, di matrice sia autoctona che straniera, risulta notevole ed in crescita continua almeno fino al 2007: alla fine di settembre del 2007 la Cina vedeva ormai 5,3 milioni di imprese private regolarmente registrate nel paese, il cui flusso complessivo di affari risultava pari a 8,8 migliaia di miliardi di yuan con 70,6 milioni di persone impegnate al loro interno.[14]

Anche se si tratta di risultati e cifre assai consistenti, siamo in ogni caso molto lontani dalla massa di mezzi di produzione e di vendite (18 migliaia di miliardi di yuan nel 2007), di risorse materiali/finanziarie e di occupati messi in campo dal settore statale e cooperativo: invece la sfera privata era superiore nel livello medio dei profitti raggiunti nel 2007, i quali nel solo settore industriale / grandi imprese avevano raggiunto 400 miliardi di yuan da gennaio a novembre 2007.[15]

Dopo essersi sviluppate per più di un decennio nelle “zone speciali” del Guandong, a loro volta le multinazionali estere nel 2006 occupavano circa 10 milioni di forza- lavoro cinese, esprimendo una composizione organica del capitale in media molto superiore a quella delle imprese private cinesi; inoltre le multinazionali straniere controllavano a volte delle quote significative, seppur in qualità di soci di minoranza, delle imprese a controllo prevalentemente statale, tanto che a partire dal 2006 avevano acquisito circa il 10% delle azioni di alcune delle principali banche pubbliche cinesi.

Da alcuni decenni si riproduce inoltre in Cina una rete molto diffusa di imprese sommerse, che sfuggono in larga parte al controllo e (fisco) statale: il “lavoro nero”, secondo alcune stime, fornisce quasi il10% del PIL cinese e occupa al suo interno decine di milioni di persone, mentre nel settore illegale dell’economia si trova anche la ricchezza posseduta dai funzionari corrotti del partito comunista cinese, visto che una parte minoritaria, ma non irrilevante dei quadri del partito si appropria sotto molteplici forme illecite dei fondi pubblici e della stessa proprietà di alcune aziende statali. Si tratta di una riedizione in terra cinese della variante sovietica del capitalismo di stato, descritta in precedenza, che nella formazione economico-sociale cinese attuale costituisce solo una sezione minoritaria, seppur non trascurabile, della tendenza capitalistica nel gigantesco paese asiatico.

In ogni caso, nella Cina post-1976 la coesistenza conflittuale e simultanea tra rapporti di produzione collettivistici da un lato, e relazioni di produzione capitalistiche dall’altro, costituisce un fenomeno innegabile e che avviene alla luce del sole, come nell’Unione Sovietica della NEP tra il 1921 ed il 1928.

Un discorso a parte vale invece per la “linea bianca”, che si riproduce dal 1978/80 all’interno della complessa formazione economico-sociale cinese e che si materializza nelle centinaia di milioni di contadini autonomi dell’immenso paese, con una propria azienda ed un terreno ottenuto in usufrutto pluridecennale dello stato.

Nel 2003 il numero di agricoltori del paese era pari a 318 milioni di unità: una massa enorme di persone, che tuttavia era in sensibile riduzione rispetto al picco di 368 milioni raggiunto nel 1990 con un trend inevitabile anche nel futuro, visto lo sviluppo tecnologico-produttivo del paese e la progressiva migrazione della popolazione rurale verso la città: l’intero settore agricolo, comprendendo al suo interno anche le cooperative agricole, ormai contribuiva nel 2007 per meno del 10% all’intero prodotto interno lordo cinese.[16]

Seppur in via di progressiva diminuzione quantitativa, a partire dal 2002 i contadini autonomi cinesi sono diventati il secondo “cocco di mamma” del governo, dopo le imprese statali/cooperative, beneficiando di alcuni importanti provvedimenti politico-economici:

–                 L’eliminazione totale di alcune tasse statali poste in precedenza a carico di contadini cinesi, a partire dall’inizio 2006.

–                 L’enorme aumento dei sussidi statali al settore agricolo, arrivati alla somma di 42,7 miliardi di yuan del 2007 con un aumento di ben il 62% rispetto all’anno precedente.

–                 L’eliminazione totale del 2007 di tutte le tasse ed imposte nei distretti e province più povere delle regioni centrali ed occidentali del paese, in cui vive una popolazione pari a diverse decine di milioni di unità.[17]

In ogni caso, la contraddizione principale esistente tuttora all’interno della complessa e variegata formazione economica-sociale cinese rimane da tre decenni quella tra “linea rossa” e “linea nera”: quest’ultima, con i suoi concreti agenti socio-produttivi, sarebbe estremamente felice di inglobare ed annettersi la sfera produttiva statale e cooperativa a prezzi di svendita, come è già successo nell’ex-blocco sovietico tra il 1989 ed il 1999, grazie alla comparsa di nuovi e favorevoli rapporti di forza politici a Pechino.

La coesistenza e competizione che avviene attualmente all’interno del sistema socioproduttivo cinese tra “linea rossa” e “linea nera” non cade ovviamente dal cielo, ma è il risultato principalmente di una strategia di lungo periodo adottata per via politica, attorno al 1976/78, dalla direzione del PCC grazie alla progettualità e pratica di Deng Xiaoping. Essa riprende e traduce in terra cinese, con alcune significative correzioni, la NEP (Nuova Politica Economica) introdotta da Lenin in Unione Sovietica e che perdurò dal 1921 al 1928 al suo interno: per comprendere il vero significato della NEP cinese, bisogna prima analizzare quella sovietica.

La NEP leninista prevedeva ed ammetteva apertamente proprio uno “sdoppiamento” del tessuto produttivo sovietico con la coesistenza conflittuale, ma tendenzialmente di lungo periodo, e la competizione continua tra il settore socialista e quello capitalistico (anche di multinazionali straniere) all’interno della composita formazione economico-sociale sovietica, contraddistinta anche dalla compresenza di un “terzo protagonista” al suo interno, i contadini medi, capaci di assicurare la propria riproduzione possedendo e coltivando un fondo autonomo di proprietà dello stato, in base al già citato decreto sovietico dell’ottobre del 1917.

In ogni caso, per spostare via via i rapporti di forza nello “sdoppiamento” creatosi tra settore socialista e sfera capitalista, Lenin (“Sulla cooperazione”, 6 gennaio 1923) aveva insistito con forza sullo sviluppo progressivo del processo di cooperazione volontaria tra i contadini sovietici, inteso come forma fondamentale di transizione dell’URSS verso una “società socialista integrale”. Non a caso Lenin affermò nel gennaio del 1923 che «in realtà, il potere dello stato su tutti i grandi mezzi di produzione» (la “linea rossa” in URSS), «il potere dello stato nelle mani del proletariato, l’alleanza di questo proletariato con milioni e milioni di contadini poveri e poverissimi, la garanzia della direzione dei contadini da parte del proletariato, ecc., non è forse questo tutto ciò che occorre per potere, con la cooperazione, con la sola cooperazione, che noi una volta consideravamo dall’alto in basso come affare da bottegai e che ora, durante la NEP, abbiamo ancora il diritto, in un certo senso, di considerare allo stesso modo, non è forse questo tutto ciò che è necessario per condurre a termine la costruzione di una società socialista integrale? Questo non è ancora la costruzione della società socialista, ma è tutto ciò che è necessario per condurre a termine la costruzione.

Appunto in ciò sta di bel nuovo l’essenziale. Una cosa è fantasticare in merito ad ogni sorta di associazioni operaie per edificare il socialismo; altra cosa è imparare praticamente a edificare questo socialismo in modo che ogni piccolo contadino possa partecipare a questa costruzione. Tale stadio noi l’abbiamo ora raggiunto. Ma è indubbio che, avendolo raggiunto, noi lo utilizziamo in modo troppo insufficiente».[18]

Lenin inoltre aggiunse volutamente, per evitare a priori equivoci e fraintendimenti “alla Isuv”, che le cooperative “nel nostro regime attuale” del 1923 appartenevano a pieno titolo alla “linea rossa” assieme alle aziende socialiste, distinguendosi invece nettamente dalle “aziende capitalistiche private”, che componevano allora (compongono tuttora) un pezzo fondamentale della “linea nera” socioproduttiva.

«Nel nostro regime attuale le aziende cooperative si distinguono dalle aziende capitaliste private in quanto sono aziende collettive, ma non si distinguono dalle aziende socialiste, perché sono fondate sulla terra e sui mezzi di produzione che appartengono allo Stato, cioè alla classe operaia».[19]

Infine il grande rivoluzionario russo non intese l’URSS della NEP come “un regno della grettezza contadina”, ma viceversa in qualità di un gigantesco campo d’azione, in cui lo stato socialista ed il settore pubblico sarebbero riusciti progressivamente ad attivare un processo gigantesco di riproduzione allargata della produzione in URSS, partendo ovviamente dal settore economico allora più arretrato nel gigantesco paese eurasiatico, l’industria pesante. In uno dei suoi ultimi scritti, “Meglio meno, ma meglio”, Lenin notò che in URSS bisognava “con la più grande economia” eliminare “dai rapporti sociali ogni traccia di sperpero”. E si chiese “Non sarà questo il regno della grandezza contadina? No. Se la classe operaia continua a dirigere i contadini avremo la possibilità, gestendo il nostro stato con la massima economia, di far si che ogni piccolo risparmio serva a sviluppare la nostra industria meccanica, a sviluppare l’elettrificazione, l’estrazione idraulica della torba, a condurre a termine la centrale elettrica del Volkov, ecc.[20]

Torniamo a questo punto alla Cina contemporanea.

Avendo come parametro temporale una prospettiva pluridecennale, di lungo respiro e che interessava direttamente più di un quinto della popolazione del pianeta, Deng Xiaoping ed il partito comunista cinese adottarono in modo autonomo e creativo la via strategica della NEP, estremizzando la sua “variante accelerata” del 1926/28; quando in Unione Sovietica si iniziò a riprendere il discorso leninista sulla necessità di uno sviluppo il più rapido possibile della “grande industria meccanica, dell’elettrificazione” e quando ormai lo stesso Bucharin aveva abbandonato la sua precedente tesi sulla via “al socialismo a passo di lumaca”, come è stato costretto ad ammettere anche uno dei più autorevoli biografi.[21]

I dirigenti cinesi adottarono dopo il 1977, in estrema sintesi,una NEP “ad alta velocità” .

Non a caso, a partire dal 2000, la percentuale di investimenti/ammortamenti rispetto al prodotto nazionale lordo cinese è arrivata fino al 40% circa, in gran parte espressi da parte statale. Tasso percentuale che costituisce una delle cause principali del (trentennale) miracolo produttivo cinese e dello sviluppo eccezionale mantenuto da Pechino anche nel biennio 2008/2009, durante la durissima crisi economica subita nello stesso periodo dal capitalismo occidentale, oltre che ritmo di accumulazione che supera persino quello sovietico del 1928/32, in piena epoca stalinista e durante gli “eroici furori” del primo piano quinquennale..

Deng Xiaoping, fin dal 1975/77, aveva enunciato e poi applicato una strategia a lungo termine che prevedeva una prolungata fase di coesistenza e competizione tra settore socialista e sfera capitalistica all’interno della Cina, sempre tesa a rendere il paese una superpotenza economica mondiale.

Il cardine fondamentale della NEP cinese e del “grande progetto” denghista era costituito proprio dalla coesistenza conflittuale tra un settore economico socialista, di matrice sia statale che cooperativa, egemone nella formazione economico-sociale del paese, una sfera produttiva sotto il controllo/possesso del capitalismo privato autoctono ed internazionale ed un ampio segmento di produttori autonomi rurali, di contadini che potevano e possono tutt’ora godere dell’usufrutto pluridecennale della terra e vendere larga parte del prodotto delle loro attività produttive individuali.

Rispettando le previsioni ed il progetto iniziale, una “linea rossa” collettivistica (ed egemone) si è confrontata fino ad ora per un lungo periodo con la “linea nera” capitalistica ed una “linea bianca” di piccoli contadini all’interno della sfera dei rapporti di produzione e della sfera produttiva cinese, come avvenne in URSS dal 1921 al 1929: ancora il 17 gennaio del 1979, Deng Xiaoping affermò pubblicamente che il partito comunista cinese “avrebbe dovuto permettere ai vecchi capitalisti e uomini di affari cinesi di giocare un ruolo” nell’economia della nazione, mentre a partire dal 1978 gli investimenti delle multinazionali straniere iniziarono via via a giocare un ruolo sempre più significativo nell’economia cinese, iniziando dalle “zone speciali” di Shenzen.[22]

Per quanto riguarda il settore agricolo, a partire dal 1981 i terreni vennero in gran parte divisi tra le famiglie contadine, anche se si mantenne (e vige tuttora) il diritto di proprietà collettiva sui suoli rurali dei quali i produttori autonomi hanno l’usufrutto, come avvenne del resto in Unione Sovietica tra il 1917 ed il 1929 e prima della grande ondata di collettivizzazione nelle campagne.[23]

Oltre alla coesistenza tra mercato ed intervento dei meccanismi di pianificazione centrale, un ulteriore elemento costitutivo della NEP cinese era in passato, ed è tuttora la ricerca costante e tenace di un rapido sviluppo delle forze produttive , visto come base indispensabile per l’indispensabile e progressivo aumento del benessere materiale e culturale dei produttori diretti, sia urbani che rurali: veniva e viene rifiutata alla radice qualunque concezione pauperistica del socialismo, assieme all’egualitarismo ed al rifiuto degli incentivi materiali.

Fin dal 1975 Deng Xiaoping elaborò tre importanti documenti, che ebbero larga diffusione e popolarità nel partito.

«Il primo e il più importante di questi, s’intitola Programma generale di lavoro per l’insieme del Partito e della nazione, attacca gli ideologi radicali, che tratta da”metafisici” ossessionati dalla politica, dimentichi dell’economia, i quali pensano solo a favorire la rivoluzione e non nutrono nessun interesse per la produzione, pseudomarxisti incapaci di garantire la “liberazione delle forze produttive”.Gli altri due documenti, Alcuni problemi concernenti l’accelerazione dello sviluppo industriale e Diversi problemi nel campo della scienza e della tecnologia, sviluppano e precisano questi temi. L’egualitarismo è impossibile.

La remunerazione deve tener conto delle differenze di competenza, della qualità e della quantità del lavoro fornito. La riabilitazione degli esperti va di pari passo con quella degli incentivi materiali. Quanto agli esperti “bianchi”, dal momento che lavorano nell’interesse della Repubblica popolare di Cina, valgono più di quelli che non fanno niente, provocano scontri tra fazioni e bloccano tutto».[24]

Più volte Deng ribadì che «per sostenere il socialismo noi dobbiamo eliminare la povertà», rilevando che «durante la rivoluzione culturale la “banda dei quattro” lanciò slogan assurdi quali “meglio essere poveri sotto il socialismo e comunismo che essere ricchi sotto il capitalismo”.Ma come si può esigere di essere poveri sotto il socialismo ed il comunismo?… Così, per costruire il socialismo è necessario sviluppare le forze produttive. Povertà non è socialismo. Per sostenere il socialismo, un socialismo che sia superiore al capitalismo,rappresenta un imperativo in primo luogo e soprattutto eliminare la povertà».[25]

Deng era perfettamente cosciente della durissima realtà materiale subita degli operai cinesi durante gli anni Sessanta / Settanta, pericolosamente vicina alla linea di povertà assoluta persino in grandi città come Pechino, anche se relativamente distante dalla fame/morte per inedia tipica degli anni venti/quaranta, e proprio sua figlia Deng Rong descrisse la sua iniziazione al quartiere operaio di Fanghzhai a Pechino, quando nell’estate del 1967 suo padre venne incarcerato costringendo lei ed i suoi fratelli ad abbandonare il quartiere riservato agli alti funzionari del partito, a Zhongnanhai.

«Non saprei in quale altro modo definire il posto in cui stavamo a Zhongnanhai, se non come una sorta di “torre d’avorio”. Qui a Fanghuzhai, invece, eravamo senza alcun dubbio nel mondo reale.

Gli operai e gli impiegati del Gabinetto del Comitato centrale nostri coinquilini ci trattavano abbastanza bene, forse dietro ordine di qualcuno. Appena arrivati, molti ci chiesero se avevamo bisogno di qualcosa. Ci diedero dei porri e della salsa di soia. Avevamo ancora in mente Zhongnanhai e quel posto ci sembrava vecchia e cadente, ma gli operai e gli impiegati erano sempre vissuti là con le loro famiglie.

Non pensavano che ci fosse nulla di sbagliato e noi iniziammo a capire che la gente comune viveva così. I loro stipendi erano bassissimi – da venti yuan al mese in su. Al massimo, quaranta. E questo stesso doveva bastare per una famiglia di tre generazione. Molte mogli per arrotondare incollavano scatole di cartone o di fiammiferi. In molte case i letti erano semplici tavole appoggiate su due lunghe panche sulle quali si coricava l’intera famiglia. I pasti consistevano in focaccine di farina di mais e verdure salate. Se c’erano i tagliolini fritti in salsa di soia con un po’ di carne trita era già una festa. I vestiti erano pieni di toppe. I bambini erano quelli che subivano le privazioni maggiori, ed erano fortunati se riuscivano a difendersi dal freddo.

Di che cosa potevamo lamentarci? Non avevamo il diritto di essere insoddisfatti.

Imparammo a vivere come quelle famiglie di operai. Prendevamo l’acqua dal rubinetto in cortile. Usavamo i bagni pubblici nel vicolo. Presentavamo i buoni per comprare le granaglie allo spaccio dei cereali, mostravamo il nostro libricino al deposito di carbone per comprarne. In quegli anni i cereali, il carbone, l’olio commestibile e molti altri prodotti scarseggiavano ed erano razionati.

Nei periodi festivi, ci mettevamo in coda come gli altri per comprare dei funghetti, dei Fiori Gialli, delle spezie, che nei giorni feriali non si trovavano in vendita. Il formaggio di soia si vendeva una volta alla settimana, e quel giorno dovevamo alzarci alle quattro o cinque del mattino…»[26]

Il quarto elemento costitutivo del progetto di lungo respiro di Deng era (ed è tuttora) la ricerca costante e la pratica politico-economica finalizzata a far assurgere nel medio periodo la Cina popolare nel ruolo di prima potenza economica mondiale, superando per prodotto interno lordo globale gli Stati Uniti e cambiando pertanto profondamente i rapporti di forza mondiali, sotto tutti gli aspetti fondamentali e con tutta una serie di notevoli, positive ricadute di portata mondiale.

Ancora nel marzo del 1975, Deng affermò che «la nostra economia dovrà espandersi in due fasi. Nella prima verranno creati entro il 1980 un sistema industriale e un’economia nazionale indipendenti e relativamente completi. Nella seconda, la Cina sarà trasformata, entro la fine del XX secolo, e cioè entro i prossimi venticinque anni, in una potenza socialista con una moderna agricoltura, industria, difesa nazionale, scienza e tecnologia. L’intero Partito e l’intero paese dovranno impegnarsi per raggiungere questo superbo obbiettivo. È una questione di primaria importanza…»[27]

Deng sapeva benissimo che, in una nazione con un territorio pari a 9,57 milioni di km e una popolazione superiore di più di quattro volte rispetto a quella statunitense, il raggiungimento di un veloce e costante tasso di crescita (attorno all’8% annuo) nell’economia del paese avrebbe portato inevitabilmente la Cina a raggiungere, e poi superare gli USA per massa globale di forze produttive e di ricchezza reale nel giro di alcuni decenni, anche rimanendo molto distante in termini di reddito e produttività pro-capite al gigante americano: i numeri stavano e stanno tuttora dalla parte della Cina, seppur solo nel medio-lungo periodo, a patto di riuscire a conservare sia la stabilità politico-sociale che una continua riproduzione allargata del processo produttivo del paese.

Deng Xiaoping commise sicuramente dei seri errori, specialmente in politica estera agli inizi degli anni Ottanta (individuazione dell’URSS come nemico principale; teoria dell’inevitabilità della terza guerra mondiale), ma fu il cervello e l’artefice di una politica economica finora di eccezionale successo, nel suo insieme.

Alla fine del 2009 e sessant’anni dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese (1 ottobre 1949), la scommessa strategica di Deng sulla NEP e sullo “sdoppiamento” ha finora dato prevalentemente dei buoni frutti, seppur tra pesanti contraddizioni interne ed innescando tutta una serie di innegabili lati negativi in campo socioproduttivo: aumento delle disuguaglianze sociali tra città e campagne e formazione di una potente borghesia autoctona (seppur quasi priva di potere politico, fino ad ora); presenza massiccia delle multinazionali in terra cinese, a partire dalle “zone speciali” del Guandong, seri problemi ambientali, corruzione di una parte dei quadri del PCC e dei manager delle industrie pubbliche, ancora alto livello di infortuni nei posti di lavoro, ecc.

A mio avviso, tuttavia, il lato positivo supera nettamente quello negativo visto:

–                 la persistente egemonia, seppur contrastata, dei rapporti di produzione/distribuzione collettivistici all’interno della formazione economico-sociale cinese

–                 la crescita produttiva esponenziale raggiunta dalla Cina tra il 1978 ed il 2009, che l’ha portata a diventare in tre decenni la prima superpotenza economica del pianeta ed a scavalcare gli Stati Uniti in termini di prodotto nazionale lordo, sempre a parità di potere d’acquisto.

–                 l’enorme aumento del potere d’acquisto reale degli operai e dei contadini cinesi, al netto dell’inflazione. Dal 1978 fino ad oggi, anche secondo molti esperti occidentali, il reddito reale degli operai è aumentato di almeno sei volte e quello dei contadini di circa cinque volte, tanto che il numero degli agricoltori poveri, appena in grado di sfamarsi e vestirsi tra mille stenti, è calato vertiginosamente dai ben 250 (duecentocinquanta) milioni del tardo periodo maoista (1977) agli attuali 15 milioni. Sempre quindici milioni di troppo, certo, ma ben il 92% in meno della (presunta) epoca “gloriosa” della rivoluzione culturale del 1966/76, idealizzata in buona fede dal maoismo occidentale.[28]

–                 l’alto livello di risparmio mantenuto dagli operai, impiegati e contadini cinesi, in presenza di una offerta ampia e multilaterale di generi di consumo (a differenza che nell’esperienza sovietica): un tasso di risparmio che, nel 2004, risultava pari a circa un quarto del reddito disponibile alle famiglie.[29]

Attualmente la Cina non costituisce solo la fabbrica, ma anche “il salvadanaio” principale del mondo.

A questo punto si possono analizzare le ricadute, concrete e positive, dell’esperienza socioproduttiva (e politica) della Cina contemporanea sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento.

Sotto questo profilo, tutti i fatti testardi e tutti i processi sviluppatisi all’interno della formazione economico-sociale negli ultimi tre decenni portano ad una sola ed evidente conclusione, e cioè che la Cina si è realmente sdoppiata come tessuto socioproduttivo e nelle sue relazioni sociali di produzione-distribuzione.

Si è realmente creata e sviluppata una “linea nera” socioproduttiva che, a partire dal 1977, alla luce del sole e legalmente, si è affiancata all’alternativa “linea rossa”. Come la NEP leninista del 1921/28, anche la NEP cinese del 1978/2010 conferma con particolare evidenza l’esistenza di un processo di coesistenza conflittuale tra due tendenze socioproduttive alternative: tra l’altro in forme aperte e non nascoste come avvenne invece nella dinamica sovietica del 1930/90 con la riproduzione reale, ma illegale e clandestina, del “connubio” tra mafie protocapitalistiche ed i funzionari/manager corrotti della nomenklatura.

Detto in altri termini, a partire dal 1978/79 ed a parità approssimativa nel livello di sviluppo qualitativo delle forze produttive, operano e si fanno concorrenza diretta sul suolo cinese le acciaierie di proprietà privata (autoctona o cinese) e quelle invece di proprietà statale, banche private ed istituti finanziari pubblici, imprese petrolifere pubbliche e multinazionali straniere che operano in questo campo, in un elenco che può essere allungato a piacere e spesso all’interno di una competizione economica particolarmente feroce.

Secondo il grande storico Giovanni Arrighi, da poco scomparso, proprio in Cina la dinamica della concorrenza produttiva ha assunto infatti forme acute e ormai quasi sconosciute nei reali, concreti capitalismi monopolistici di stato dell’occidente. A giudizio di Arrighi, esiste un’altra particolare caratteristica della «transizione cinese all’economia di mercato che suggerisce cautela nell’identificarla con una transizione al capitalismo tout court. Si tratta dell’attivo incoraggiamento della concorrenza da parte del governo non solo fra i capitali provenienti dall’estero, ma fra tutti i capitali, stranieri o cinesi, privati o pubblici che siano. Anzi, dalle riforme è venuto un segnale assai più forte in direzione dell’aumento della concorrenza per mezzo della rottura dei monopoli nazionali e dell’eliminazione delle barriere che in direzione della privatizzazione».[30]

Coesistenza alla luce del sole, e competizione alla luce del sole tra le due tendenze principali del processo produttivo cinese all’inizio del terzo millennio; effetto di sdoppiamento innegabile e plateale tra “linea rossa” e “linea nera”, quindi, nella Cina contemporanea.

Tra l’altro l’effetto di sdoppiamento in Cina emerge ancora più marcatamente se si prendono in esame anche le realtà socioproduttive cinesi di Hong Kong, Macao e Taiwan, nelle quali è continuato a dominare il capitalismo di stato anche dopo il 1949 e fino ai nostri giorni, le cui relazioni con la Cina continentale sono imperniate da circa tre decenni sul principio “una nazione, due sistemi”: una sola nazione, la Cina (ivi comprese Hong Kong, Macao e Taiwan) e due diversi sistemi socioproduttivi (e politici), quello prevalentemente collettivistico della Cina continentale e quello capitalistico di stato, invece centrale a Hong Kong, Macao e Taiwan.

Come prevede del resto lo schema storico generale in via di esposizione, è emerso il ruolo centrale della sfera politico-sociale e dei rapporti di forza politico-sociali nel determinare via via l’egemonia dell’una o dell’altra tendenza socioproduttiva, oltre che il raggio d’azione delle due “linee”alternative in campo economico nella Cina contemporanea.

Un ruolo non solo centrale , ma anche platealmente ed immediatamente essenziale.

Infatti da un lato la progettualità/pratica politico-economica della direzione del PCC è stata sicuramente decisiva nel creare gli spazi d’azione ed i margini di manovra, materiali e legali, per l’espansione vertiginosa del capitalismo privato (autoctono/straniero) in Cina attraverso la costruzione delle zone speciali di Shenzen, la (limitata) privatizzazione di alcune aziende statali cinesi in crisi, l’emergere di joint-ventures con il benestare delle autorità statali tra multinazionali occidentali e imprese pubbliche, e più in generale con il permesso -sottoposto a precisi limiti e regole- politico di fondo alla stesso processo di accumulazione privata in Cina, uno degli aspetti più importanti della NEP cinese.

Ma, allo stesso tempo, è stato sempre lo stesso PCC ad imporre limiti e regole ben precise all’espansione del capitalismo e della “linea nera” in Cina, e soprattutto a sostenere direttamente la “linea rossa”: ottenendo in pochi anni, con generose iniezioni di fondi pubblici, lo spettacolare risanamento delle banche statali cinesi, aumentando enormemente a partire dal 2000 la massa d’affari e di profitti delle industrie statali, continuando a far si (come lamentato dal sopraccitato Dick Morris) che queste ultime ricevessero la parte del leone dell’insieme dei finanziamenti bancari e pubblici, stimolando le cooperative di villaggio e il credito cooperativo rurale, ecc.

Non sono certo “caduti dal cielo” fenomeni come la conservazione della proprietà statale del suolo in Cina, il processo di accumulazione dell’enorme “tesorone” attualmente nelle mani dell’apparato statale cinese, l’enorme aumento dei fondi pubblici destinati alla ricerca scientifico-tecnologica, le grandiose opere pubbliche relative alle infrastrutture (autostrade, ferrovie, aeroporti, telecomunicazioni, ecc.), ecc.

Oltre al sostegno diretto, la tendenza collettivistica ha inoltre ottenuto indirettamente un ulteriore e fondamentale aiuto dal nucleo dirigente politico e dagli apparati statali col fatto che questi ultimi, a partire dal 1978 fino ad oggi, hanno avviato solo dei processi molto limitati di privatizzazione dei mezzi di produzione e delle banche pubbliche, in proporzioni e con modalità completamente diversi da quelli invece creatisi nell’ex-Unione Sovietica tra il 1989 e gli inizi del terzo millennio. Pienamente possibile dal punto di vista socioproduttivo, anche in virtù del solito effetto di sdoppiamento, un ampio e multilaterale processo di privatizzazione del suolo, delle ricchezze naturali, delle banche statali e delle industrie pubbliche è stato rifiutato a priori proprio dal PCC e dalla sua direzione; confermando in tal modo che aveva sicuramente ragione Jujian Guo, ex analista politico del partito comunista emigrato negli Stati Uniti, quando nell’agosto del 2003 rilevò che «privatizzare le enormi proprietà dello stato» (cinese) «col sistema e la struttura politica esistente» (sempre in Cina) «è un vero problema ed è tecnicamente impossibile. L’esperienza di altri paesi ex-comunisti ha mostrato che non vi è neppure un caso in cui le privatizzazioni avrebbero potuto avvenire, se il partito comunista fosse rimasto al potere e il suo sistema politico intatto».[31]

Se la sfera politica risulta sempre, almeno in parte, “espressione concentrata dell’economia” (Lenin , gennaio 1921), tale tesi generale è risultata vera al massimo grado per la dinamica di sviluppo della Cina Popolare, nella quale sfera politica e processo produttivo sono stati e sono tuttora strettamente interconnessi, interagendo reciprocamente tra loro con un netto primato del primo spazio d’azione umano sul secondo.

I nuclei dirigenti del PCC che si sono succeduti al potere, dal 1978 fino ad oggi, sono stati gli artefici principali ed i “guardiani” sia della conservazione sostanziale che del gigantesco processo di riproduzione allargato del settore statale in Cina.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti, tanto che proprio la rivista anticomunista “Time” è stata costretta ad ammettere, nell’aprile del 2009, ” che le imprese statali della Cina stanno facendo un grande ritorno”, dato che molte di esse “sono cresciute e diventate giganti, eclissando le relativamente giovani imprese private”: processo che hanno assunto, sempre secondo la rivista americana, un ritmo accelerato nel biennio 2008/2009, dato che il grande piano di investimenti pubblici approvato nell’autunno del 2008 ha in pratica favorito quasi solo “i giganti di proprietà statale”, mentre le imprese private sono state lasciate “in larga parte ad arrangiarsi da sole”, sempre secondo la rivista statunitense.[32]

A differenza che nel reale capitalismo di stato occidentale, si è verificata nella Cina del 2008/2009 molta socializzazione dei profitti (pubblici), e molto poca socializzazione delle perdite (private).

La sfera pubblica e cooperativa, i rapporti di produzione collettivisti e la “linea rossa”, continuano pertanto ad avere tuttora un ruolo egemone, soprattutto grazie alla praxis politica-economica del PCC, all’interno della variegata formazione economica-sociale cinese.

Anche se in futuro emergessero nuove dinamiche in grado di ampliare notevolmente le dimensioni quantitative in Cina della “linea nera” , rimarrebbe in ogni caso la certezza che le imprese statali (non finanziarie) hanno espresso nel 2009 un giro di affari pari a più di 20 trilioni di yuan ed a circa tremila miliardi di dollari, cifra e quantità che rende la sfera collettivistica in ogni caso non-residuale ed assai rilevante all’interno del processo produttivo della Cina contemporanea.

Già ora, pertanto, si può concludere con sicurezza che l’effetto di sdoppiamento dimostri la sua persistenza storica proprio in un paese nel quale attualmente vive un quinto della popolazione mondiale, e proprio nella nazione che a partire dal 2009 è ormai diventata la prima potenza economica del pianeta, scavalcando (a parità di potere d’acquisto) gli Stati Uniti in termini di prodotto nazionale lordo.

Logica obiezione: ma perché i dati forniti sembrano subito tanto “alieni” e contrari “al senso comune” della sinistra? Il fatto è che nei mass-media occidentali, e della stessa sinistra occidentale, le informazioni sulla Cina vengono filtrate e selezionate con estrema cura, passando quasi sempre attraverso il prisma e lo schema di interpretazione secondo il quale la Cina è ormai da tempo un paese capitalista (di stato), in tutto o in larga parte, che finge ancora di essere socialista e con un partito al potere che simula di essere ancora comunista, prendendo in considerazione solo gli elementi (reali) che compongono la “linea nera”in terra cinese…e dimenticandosi di tutto il resto, del primato delle azioni statali nella top 500 delle più grandi imprese cinesi, della proprietà collettiva del suolo, del “tesorone” pubblico, ecc.

Come esempio estremo di questo processo di selezione/interpretazione quasi a senso unico dei processi socioproduttivi cinesi, si può estrapolare il caso-limite della città di Huaxi, nella provincia dello Jiangsu.

A partire dagli inizi degli anni Settanta, il villaggio rurale di Huaxi si è trasformato via via in fiorente polo agro-industriale, con una produzione agricola ad alto livello tecnologico ed importanti industrie tessili e siderurgiche: nel 2008 la zona di Huaxi e le sue propaggini produttive, in cui abitano circa sessantamila abitanti, aveva ormai accumulato un capitale fisso equivalente a 400 milioni di dollari ed entrate annuali pari a tre miliardi di dollari e, soprattutto, il più alto reddito procapite tra tutte le zone rurali cinesi, superiore di ben sette volte quello ottenuto in media dagli altri cinesi. Viene pertanto denominato, anche dai mass-media occidentali, “il più ricco villaggio della Cina”.

Ora, la matrice socioproduttiva di Huaxi risulta in gran parte “rossa” e socialista.

Il suolo è ovviamente di proprietà collettiva, come nel resto della Cina, mentre l’unica azienda locale non è altro che la grande cooperativa agro-industriale che domina il tessuto produttivo della zona.

Tutti gli abitanti di Huaxi lavorano (duramente) nelle diverse branchie della cooperativa di villaggio, ed ottengono la loro parte degli utili prodotti da quest’ultima in base alla quantità/qualità del lavoro erogato individualmente, ma di comune accordo essi versano il 95% dei loro dividendi personali nella struttura produttiva di villaggio, per il suo processo di accumulazione interna e per le spese comuni (edifici pubblici,la costruzione di uno dei più alti palazzi residenziali del mondo, ecc.).

Sempre nella mega-coop di Huaxi, gli abitanti ottengono gratuitamente istruzione, assicurazioni previdenziali, pensione e forti contributi per la costruzione delle case in cui abitano, spaziose villette singole di almeno 400 metri quadrati con garage per due macchine, oltre ad essere esentati dalle spese per il riscaldamento.[33]

L’artefice principale del “miracolo di Huaxi” è Wu Rembao, segretario della sezione locale del PCC dal 1966, che è praticamente l’unico abitante della zona a godere (per scelta autonoma) del “contro-privilegio” materiale di vivere ancora in una casa piccola ed antica, con un arredamento interno di tipo spartano e l’unico abbellimento costituito dalle foto che registrano la trasformazione vissuta da Huaxi, negli ultimi quattro decenni: in compenso Wu è stato eletto delegato all’ultimo congresso nazionale del PCC, tenutosi nell’ottobre del 2007, e da tempo gode di un’enorme popolarità in tutta la Cina.

Tutto chiaro? Non per gran parte dei mass-media occidentali, che hanno subito notato come tutte le famiglie di Huaxi abbiano la proprietà almeno di una macchina, spesso di provenienza straniera (Audi, BMW, Mercedes, ecc.): “ma allora sono diventati dei capitalisti”, hanno concluso quasi in coro, al massimo ammettendo che Huaxi potrebbe essere una sorta di “Disneyland socialista”, come si può leggere sul Time dell’aprile 2009.[34]

La comune di Huaxi ha collocato alla borsa di Shenzen una piccola sezione della sua quota capitale, nel 1998? Sono solo dei capitalisti riverniciati di rosso…

Peccato che la proprietà delle automobili sia stata ottenuta dai cooperatori di Huaxi solo con un duro e prolungato lavoro personale, senza sfruttare nessun altro essere umano. Nessuna Disneyland, tanta fatica collettiva/individuale…

Peccato che l’alto tenore di vita dei cooperatori di Huaxi sia legato in modo indiscutibile al duro lavoro da essi prestato individualmente, dato che se un abitante lascia la zona perde istantaneamente i suoi precedenti privilegi materiali: chi non lavora più a Huaxi, non può mangiare alle spalle degli abitanti di Huaxi.[35]

Peccato che proprio il comunista Wu Renbao abbia spiegato più volte il vero segreto del successo di Huaxi: i lavoratori devono «godere per primi della felicità, mentre le difficoltà devono essere affrontate dai leader, così da mobilitare l’entusiasmo della popolazione».[36]

Peccato che il grande palazzo residenziale che si sta costruendo a Huaxi (uno dei quindici edifici più alti al mondo, con parecchie centinaia di appartamenti, ristoranti, saloni per ginnastica, una struttura sanitaria al suo interno, ecc.) sia completamente di proprietà pubblica, come del resto il suolo su cui è costruito.

Differenze di non poco conto, rispetto al concreto capitalismo di stato che si sperimenta in giro per l’occidente: ma per molti giornalisti occidentali ed italiani, Huaxi è diventata invece il nuovo simbolo dell’utopia capitalistica.

Il mondo (cinese) alla rovescia, secondo il processo di selezione dei fatti sopra descritto…


[1] Dick Morris, “Socialism doesn’t work-not even in China”, 27 luglio 2009, in www.dickmorris.com

[2] Quotidiano del Popolo, 3 settembre 2007 “Top 500 Enterprises 2006” e 3 settembre 2006 “Top 500 Enterprises 2005”

[3] Quotidiano del Popolo, 24 gennaio 2008 “China’s state owned enterprises”

[4] Quotidiano del Popolo, 24 gennaio 2008, articolo citato e 3 febbraio 2008 “Private economy develops rapidly”

[5] Quotidiano del Popolo, 30 gennaio 2007 “China says no to land privatization”

[6] G. Arrighi, op. cit., pp. 398-399

[7] www.ernac.net-coperatives, “China”; Statistiche FMI, 2004-Cina, in www.imf.org

[8] la Repubblica, Affari e Finanza, 14 febbraio 2008, p. 3

[9] Le Monde, 13 novembre 2002 “Dossier Cina”; F. Sisci, “Made in China”, pp. 113-114, ed. Carrocci

[10] F. Sisci, op. cit., p. 113

[11] www.resistenze.org/sito/de/po/ci/poci8

[12] L. Vinci, rivista L’Ernesto, ottobre 2002

[13] la Repubblica, Affari e Finanza, 14 febbraio 2008, p. 40

[14] Quotidiano del Popolo, 3 febbraio 2008, “Private…” op. cit.

[15] Quotidiano del Popolo, 3 febbraio 2008, op. cit

[16] Quotidiano del Popolo, 17 luglio 2008 “China’s GDP up 10,4 percent…”

[17] il Manifesto, 28 marzo 2007; Quotidiano del Popolo, 30 gennaio 2008 “No. 1 central document focuses on rural issues for 5th years”

[18] V. I. Lenin, “Sulla cooperazione”, gennaio 1923

[19] V. I. Lenin, op. cit.,

[20] V. I. Lenin, “Meglio meno, ma meglio”, 2 marzo 1923

[21] S. Cohen, “Bucharin e la rivoluzione bolscevica”, pp. 246-247, ed. Feltrinelli

[22] Deng Xiaoping, Opere Scelte, vol. II, 17 gennaio 1979; M. Bergere, “La Repubblica Popolare Cinese”, pp. 232/267, ed. Mulino

[23] M. Bergere, op. cit., p. 245

[24] M. Bergere, op. cit., p. 207

[25] Deng Xiaoping, op. cit., vol. III, 26 aprile 1987

[26] Deng Rong, “Deng Xiaoping e la rivoluzione culturale”, p. 65, ed. Rizzoli

[27] Deng Rong, op. cit., pp. 279-280

[28] F. Zakaria, “L’era post-americana”, p. 97, ed. Rizzoli

[29] G. Giuggiola, “Cina: il ruolo del risparmio nella corsa allo sviluppo”, 10 marzo 2008, in www.quadrantefuturo.it

[30] G. Arrighi, “Adam Smith a Pechino”, p. 396, ed. Feltrinelli

[31] S. Guo, “The ownership reform in China”, in Journal of contemporary China, agosto 2003

[32] A. Ramzy, “Why China’s state-owned companies are making a comeback”, in Time, 29 aprile 2009

[33] E. Rauhala, “The richest reds in China”, Time, 4 aprile 2009

[34] op. cit.

[35] M. Griffiths e R. Venkit, “The segrets of China’s richest village”, in Chinadaily on line, 16 aprile 2009

[36] “Promesse della costruzione delle nuove zone rurali”, 12 giugno 2006, in www.milanz.mofcom.gav.cn

OBAMA E LA “Carta tibetana” nell’analisi del PCC

Secondo il Quotidiano del Popolo di Pechino, organo ufficiale del partito comunista cinese (PCC), nel 1991 l’allora presidente George Bush era diventato il primo presidente USA ad incontrare ufficialmente il Dalai Lama. Da allora ci sono stati ben “undici incontri tra i capi di stato americani e quest’ultimo” prima che Obama prendesse il suo posto attuale.

Obama aveva promesso di portare un cambiamento all’America durante la sua campagna elettorale, ma il “change” non si è sicuramente visto sulla questione del suo incontro del 18 febbraio con il capo indipendentista tibetano: perché, si chiede il Quotidiano del Popolo?

E cita quasi subito il parere di Martin Jacques, un prestigioso professore della London School of Economics, secondo il quale la mossa di Obama riflette le sue preoccupazioni -e dell’imperialismo americano, a nostro avviso- “sulla declinante influenza degli USA e la parallela crescita dell’autorità della Cina nell’arena internazionale”: infatti la crisi globale finanziaria ha portato ad un reale “change” dei rapporti di potenza, tanto che a suo (giustificato) avviso “la forza di Washington è in decadenza e quella della Cina invece e in evidente crescita”. Sempre nello stesso articolo il Quotidiano del Popolo riporta anche l’opinione di Pierre Piquart, un esperto di affari cinesi dell’Università di Parigi, per il quale l’incontro di Obama con figure politiche quali il Dalai Lama è finalizzato a costruire “una barriera” al processo di sviluppo della Cina mentre si tenta di “assicurare il dominio USA sul  mondo”.

Riportando ed evidenziando queste analisi di fonte occidentale, l’organo del PCC ha concluso che  la “mossa” di Obama non è altro che un sottoprodotto e risultato della “mentalità da guerra fredda” che influenza pesantemente i dirigenti statunitensi, repubblicani o democratici, quando “si confrontano con la Cina”: e sempre a giudizio del Quotidiano del Popolo, ci sono anche altre “carte” (oltre a quella Tibetana) che “i leader degli USA sono orientati a giocare contro la Cina, nel tempo e di nuovo”: ad esempio le campagne per la rivalutazione della moneta cinese, contro le esportazioni cinesi negli USA, ecc.

I comunisti cinesi lo sanno, le stanno aspettando e sanno già quali altre “contro-carte” giocare, a partire dal (mancato) acquisto dei buoni del tesoro statunitense verificatosi negli ultimi mesi, in una “partita planetaria” che deve vedere incondizionatamente al loro fianco i comunisti occidentali e di tutto il mondo.

Fonte: Quotidiano del Popolo, “what’s behind Obama-Dalai Lama meeting?”

19 febbraio 2010

www.lacinarossa.net

L’egemonia asiatica – E nella corsa dei “Cervelli ” Pechino già supera Harvard

di Visetti Giampaolo

su la Repubblica del 18/02/2010

Il governo cinese fa tornare i ricercatori con incentivi economici. Per avere anche la leadership del sapere

Entro dieci anni la Cina guiderà il mondo anche nella scienza e il ricercatore di Pechino farà licenziare i suoi colleghi di Harvard e Ginevra La notizia, frutto di un indagine dell’istituto Thomson Reuters, ha lasciato scettici i centri di ricerca occidentali. Sotto accusa i parametri dello studio, che ha preso in esame il trend delle pubblicazioni internazionali tra le nazioni considerate in via di sviluppo. Allargando il campo a investimenti nella ricerca scientifica, ritorno dei «cervelli» in patria, brevetti, classifica di qualità delle università, numero di scienziati e di istituti hi-tech, il risultato cambia. Con un’ analisi complessiva emerge che la Cina otterrà la leadership globale del sapere non nel 2020, ma già nel 2015. E uno studio dell’agenzia The web of science rivela: «La produzione scientifica dell’Asia è cresciuta del 155% in 30 anni e nel 2009 il continente ha sorpassato gli Usa in termini di pubblicazioni su riviste qualificate».

I1 prossimo presidente cinese, 1’attuale vicepremier Xi Jinping ha spiegato le ragioni di uno sforzo economico senza precedenti: «Nella nuova era finanza e industria seguiranno la rotta dell’avanzamento nell’alta tecnologia. La dimensione di ogni nazione sarà definita dai giacimenti di conoscenza». Dietro la crescita delle pubblicazioni scientifiche, di per sé scarsamente indicativa, la nuova generazione del potere di Pechino brucia in realtà i tempi del doppio sorpasso storico sugli Stati Uniti. L’obiettivo, ben prima della scadenza del decennio, è conquistare la vetta sia delle teste che delle tasche. Sbaglia chi pensa che i nipoti di Mao siano affetti dall’ebbrezza per la prodigiosa collezione di sorpassi aperta con la crisi del 2008. «Per consolidare manifattura, consumi interni ed export – dice Jia Wei, capo dell’istituto di ricerche farmacologiche di Shanghai – dovremo abbassare ancora i costi. Acquistare ricerca e tecnologia in Occidente non ha più senso. Presto dovremo arrangiarci e iniziare a vendere anche progresso».

La rincorsa cinese corrisponde ad una scelta politica. Thomson Reuters, spulciando i documenti scientifici apparsi negli ultimi trent’anni su oltre 10 mila riviste internazionali, ha scoperto che gli articoli della Cina sono aumentati di 64 volte. Nel 2008 le pubblicazioni sono state 112 mila, seconde solo alle 304 mila degli Usa.

La Cina, fino all’anno scorso, investiva in ricerca l’1,5% del Pil. Nel 2010 è passata al 2%. Gli Stati Uniti sono scesi dal 2,7% al 2,5%. La quota cinese, considerato il debito Usa, non è solo la più alta delle nazioni emergenti, ma anche in termini di valore assoluto. Anche il Brasile sta producendo uno sforzo formidabile, in particolare in agricoltura e biologia, mentre l’India avanza lentamente e la Russia, dipendente dal prezzo di petrolio e gas, è stata costretta a sospendere la ricostruzione del proprio sistema della ricerca. Il passo di Pechino ha per tutt’altra velocità. Tra i primi venti enti di ricerca mondiali, quattro si trovano ormai in Cina (nessuno in Italia). Tra le trenta università top del pianeta, dieci formano studenti tra Shanghai e Hong Kong. Il 9% dei documenti scientifici cinesi hanno ormai almeno un co-autore negli Usa e il 24% in Occidente, segno di un’apertura inedita. La Cina è già al primo posto per scoperte in chimica, scienza dei materiali, ingegneria elettronica e fisica nucleare. Tre i fattori principali del boom: investimenti governativi, collegamento tra conoscenze scientifiche e applicazioni commerciali, attrazione in patria della diaspora scientifica riparata in Europa e Nord America. Grazie al «Programma dei mille talenti», il governo cinese offre ai suoi scienziati stipendi tra 150 mila e 300 mila dollari all’anno, una casa, e 1 milione di dollari per avviare un laboratorio e finanziamenti adeguati a sviluppare gruppi di ricerca all’avanguardia nell’arco di vent’anni.

Secondo i dati ufficiali, tra il 1994 e il 2006 erano rientrate in Cina circa mille “tartarughe di mare”, come vengono chiamati i “cervelli” che tornano in patria. Negli ultimi tre anni però il flusso è diventato una piena: 150 mila, 69.300 solo nel 2009. Nel 2008, per tornare da Princeton alla Tsinghua di Pechino, il biologo molecolare Shi Yigong ha rifiutato una borsa di ricerca da 10 milioni di dollari. «Pensavano fossi impazzito – dice oggi – poi hanno visto i piani cinesi nella ricerca contro il cancro. Abbiamo superato i 5 mila scienziati impegnati nelle sperimentazioni». La differenza, rispetto a Giappone, Europa e India, è che i cervelli che rimpatriano in Cina restano nei laboratori e non si riciclano nel business. Una condizione del partito, assieme alla rinuncia alla nazionalità straniera.

Per cogliere la dimensione dell’inversione di rotta del sapere, basta entrare nel campus della South China University of Technology, o girare per Zhongguancun, il quartiere della capitale dove si concentrano gli scienziati. L’ex villaggio dove venivano sepolti gli eunuchi di corte, nel 2009 ha presentato 717.000 domande di brevetto nelle nanotecnologie, con un aumento annuo del 27%. In America ed Europa l’élite della ricerca lotta per trovare fondi nel privato. In Cina lo Stato non fa più mancare nulla.

«Quantità e qualità – dice però Teddy Zhang, rientrato a Shanghai dalla Wharton School – non sempre coincidono. A nessun cinese è mai stato assegnato il Nobel per ricerche condotte in Cina, siamo solo al decimo posto per brevetti applicati e 180 mila studenti cinesi emigrano ogni anno. Solo uno su quattro, tra chi ottiene un dottorato all’estero, ritorna. Ma dal 2006, ogni anno, recuperiamo produzione scientifica come nei dieci precedenti». La missione è chiara: scuotere la cultura e l’istruzione nazionale dal cancro che le ha corrose per mezzo secolo. «I ricercatori – dice Jimmy Zhu, luminare di ingegneria elettronica reduce dalla Carnegie University – accettano di studiare in Cina a patto di vedere smantellato il sistema di corruzione, clientelismo e nepotismo che ancora domina in scuole e università. Il comitato centrale del partito si è convinto che, a questo punto, la lotta conviene anche sotto l’aspetto ideologico. Una scienza nuova influenza l’industria, ma cambia anche la società, introducendo la regola del merito».

La Cina oggi è il secondo investitore in energie rinnovabili, il primo azionista della green economy, il primo acquirente di uranio, il primo produttore di energia nucleare e di tecnologia per lo sfruttamento delle terre rare, il quinto di scoperte in campo medico. A Ordos, nella Mongolia in- terna, ha inaugurato la più grande centrale solare del pianeta. Nel 2018 è in programma l’invio dei primi astronauti cinesi sulla luna, proprio mentre gli Usa non hanno più fondi per le missioni spaziali. Un passaggio di consegne che, come nel dopoguerra del Novecento, fissa lo spostamento del centro da cui l’umanità muove la propria evoluzione. Non solo i nostri figli lavoreranno per multinazionali basate in Cina, spendendo lo stipendio per acquistare prodotti cinesi. Per la prima volta cresceranno grazie al sapere made in China. «Una svolta – avverte Fred Simon, sociologo a Berkley – che schiude prospettive inesplorate».

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