Archivi del mese: aprile 2010

La Cina sfonda in Asia centrale

di Spartaco Puttini

Tratto da: l’Ernesto

su altre testate del 20/03/2010

Le recenti tensioni tra Pechino e Washington in merito alle forniture militari Usa a Taiwan, alla sicurezza e libertà di internet, all’incontro tra Obama ed il Dalai Lama hanno proiettato alle luci della ribalta lo stato delle tensioni che attraversano le relazioni tra la Cina e gli Stati Uniti. Sbaglierebbe chi ritenesse che tali tensioni siano solamente legate ad alcuni episodi ben circoscritti. Questi elementi chiariscono che il rapporto tra la Cina e gli Usa è sostanzialmente antagonistico.

Per capire quali rapporti intercorrano tra due paesi non basta affidarsi al volume del loro interscambio commerciale ma occorre adottare una prospettiva più ampia, che prenda in esame il sistema internazionale nel suo complesso, il ruolo dei suddetti paesi, la loro interazione con altri soggetti e le loro reciprocità. Da questo punto di vista, se si toglie la patina di propaganda con cui i media vendono una determinata e falsa immagine del mondo, il quadro è sufficientemente chiaro: gli Stati Uniti stanno tentando di imporre al pianeta un ordine internazionale unipolare, vale a dire una sistemazione dove sia solamente Washington a decidere ed a dirigere quale centro inappellabile di autorità in funzione dei suoi interessi ed a discapito di quelli degli altri paesi. A questo tentativo egemonico si vanno opponendo sempre più decisamente da ormai un decennio quegli Stati nazionali che vogliono difendere la loro sovranità come garanzia della propria libertà e che si fanno promotori di un ordine multipolare, più armonioso, contro qualsiasi volontà egemonica. Questi paesi (tra i quali figura la Cina) concertano sempre più le loro politiche per parare i colpi portati dall’ambiziosa America.

Le ultime settimane del 2009 hanno visto un importante accelerazione della sfida internazionale per gli assetti di potere nel XXI secolo tra le forze che vogliono promuovere l’egemonia statunitense e le forze che sostengono l’ascesa di un nuovo ordine multipolare.
Un evento è in particolare destinato a proiettare sul 2010 la sua lunga ombra: lo sfondamento cinese in Asia centrale.

– Lo sfondamento cinese in Asia centrale

Già prima di natale Hu Jintao aveva partecipato all’inaugurazione di una pipeline che dai favolosi giacimenti del Turkmenistan trasporterà il gas fino in Cina, attraversando il territorio dell’Uzbekistan e del Kazakistan e sfociando nel Xinjiang. Il gasdotto si snoderà per più di 1800 km e la sua capacità di trasporto sarà di 40 miliardi di metri cubi l’anno ed è previsto che a questa fornitura di gas turkmeno si sommino lungo il percorso quelle uzbeke e kazake. L’importanza del contratto era sottolineata dalla presenza di tutti e 4 i capi di stato interessati.
Ciò che si è prodotto rappresenta un vero e proprio sisma nel sistema internazionale.

Vale la pena di ricordare come l’Asia centrale sia, nella presente fase, una delle scacchiere cruciali su cui si stanno giocando le sorti del pianeta e questo in virtù sia delle sue ricchezze energetiche sia della sua posizione geopolitica. Benché oscurato agli occhi del pubblico, distratto dai media con la caccia ai fantasmi di ineffabili superorganizzazioni criminali, il Grande gioco in corso da ormai due decenni per conquistare l’influenza su quest’area determinante è stato condotto con estrema caparbietà da tutte le amministrazioni che hanno guidato gli Stati Uniti dalla fine della Guerra fredda in poi. Nel corso degli ultimi anni Washington aveva però dovuto subire una lunga serie di scacchi a causa del ritorno sulle scene della Russia, dell’ascesa difficilmente circoscrivibile della Cina e dell’effetto prodotto dall’intesa strategica stabilitasi tra i due giganti eurasiatici in funzione antiegemonica.

Mentre ad uno ad uno i paesi ex sovietici dell’Asia centrale entravano in relazioni sempre più approfondite di partnership con Mosca e Pechino a Washington cresceva l’inquietudine per la piega presa dagli eventi. Le ricchezze del Turkmenistan, restato fino a quel momento in disparte, apparivano agli occhi degli strateghi statunitensi come un miraggio nel deserto. Il Turkmenistan appariva come la carta da giocare per rientrare nel Grande gioco a testa alta. Mettere le mani sui suoi favolosi giacimenti avrebbe consentito di ridare un soffio di vitalità al progetto Nabucco, la pipeline che dovrebbe attingere dal Mar Caspio le risorse da convogliare verso l’Europa avendo cura di evitare il territorio russo.

– Il gioco degli oleodotti ed il magnete cinese

Dietro il magnanimo slogan di voler ridurre la dipendenza europea dalle forniture energetiche della Russia, il Nabucco mira in realtà a recidere la collaborazione euro-russa onde evitare la nascita ed il consolidarsi di un’intesa che renderebbe più autonoma l’Europa dagli Usa e più forte la capacità di resistenza alle pretese americane. Del resto basta riflettere un attimo per rendersi conto che la dipendenza tra l’Ue e la Russia è reciproca: entrambe le parti hanno bisogno per completarsi l’una dell’altra. In realtà il Nabucco aumenterebbe l’influenza esercitata dagli Usa sull’area dell’Asia centrale e del Caucaso meridionale ed aumenterebbe la dipendenza dell’Europa dalle fonti energetiche controllate (direttamente o indirettamente) dallo Zio Sam.

Ma la mossa cinese ha spiazzato gli Usa. A lungo convinti che la partita in Asia centrale si giocasse solo tra occidentali e russi a Washington in molti hanno probabilmente sottostimato le possibilità cinesi, moltiplicate dall’ultima crisi. Occorre infatti ricordare che i rapporti di forza sono per loro natura misurabili in valori relativi e se è vero che la crisi esplosa negli Usa si è propagata a tutto il mondo è parimenti acclarato che vi sono stati paesi che hanno pagato maggiormente dazio ed altri che, anche in virtù di tempestivi e lungimiranti interventi, ne hanno risentito assai meno. E’ il caso della Cina che, garantendo un importante tasso di crescita alla sua economia di fronte al collasso dei mercati occidentali (statunitense in primis), è diventata un vero e proprio magnete in grado di attrarre gran parte dell’Asia. Così appare ancor più allettante fare affari con i cinesi ed accettare i loro lauti investimenti. Ciò è particolarmente vero per i paesi produttori di idrocarburi, che hanno dovuto fare i conti con il calo della domanda da parte dei paesi europei. Si è così aperto uno spiraglio nel quale la Cina si è inserita con prontezza.

Per Pechino l’Asia centrale è una regione vitale. E’ lì che un tempo correva la mitica “Via della Seta”, che per secoli ha garantito il commercio tra la Cina ed il resto dell’Eurasia. E’ lì che ora possono snodarsi le vitali rotte del petrolio e del gas che possono rifornire il gigante risvegliato dal boom economico per rispondere alle proprie crescenti necessità. L’abile mossa cinese consolida la presenza di Pechino nella scacchiera e infligge un colpo che potenzialmente potrebbe risultare mortale alle ambizioni statunitensi. Alimentandosi dal cuore dell’Eurasia la Cina riuscirebbe inoltre a ridimensionare almeno un poco la sua dipendenza dagli approvvigionamenti via mare che dall’Africa e dal Golfo devono attraversare tutto l’Oceano indiano e passare dalla delicata strettoia di Singapore. Una tratta quest’ultima che, in caso di crisi con una Grande Potenza marittima (come gli Usa), potrebbe essere facile da strozzare con conseguenze nefaste per la Cina.

Gli americani hanno accusato il colpo e le loro prime reazioni sono assai indicative. Da un lato hanno evidenziato come queste tratte dipendano dalla stabilità della regione cinese del Xinjiang, il che per loro renderebbe la Cina altrettanto vulnerabile di quanto non lo sia a causa delle rotte marittime. E’ questa un’affermazione sibillina che, a quanti conoscono gli stretti legami tra il governo statunitense e gli ambienti del terrorismo secessionista uiguro, suona come un cupo avvertimento. E’ chiaro che gli Usa vogliono manifestare chiaramente la loro determinazione a lottare per la supremazia fino all’ultimo. Nel tentativo di invertire il vento della storia, che spinge il mondo verso nuovi equilibri, l’imperialismo americano utilizzerà tutte le armi che ha in dotazione (e sono parecchie).

– L’intesa tra Mosca e Pechino nella nuova fase

Più complesso risulta per certi versi rintuzzare l’ascesa dell’influenza cinese nella regione centrasiatica. Qui gli Usa cercano più prosaicamente di alimentare e sfruttare eventuali attriti tra Pechino ed altre Potenze. A nostro avviso va letta in questa chiave l’affermazione di alcuni funzionari statunitensi che hanno commentato come questa mossa cinese dovrebbe spazientire la Russia, che si ritrova i “gialli” nel cortile di casa, ventilando così l’idea di un antagonismo che si andrebbe profilando tra Mosca e Pechino per le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale.

Ma è una tesi che non pare assolutamente fondata. Se mai ve ne fosse bisogno “Il Quotidiano del Popolo” ha ricordato che la collaborazione tra la Cina e l’Asia centrale non lede gli interessi russi. Del resto la stessa pipeline che dal Turkmenistan trasporta il gas attraverso Uzbekistan e Kazakistan potrebbe benissimo essere integrata con un braccio per pescare risorse dai giacimenti russi della Siberia occidentale, facendo così fluire verso la Cina più idrocarburi, in aggiunta a quelli trasportati dalla rete Siberia orientale-Pacifico.

In realtà pare difficile che Pechino abbia sfoderato questo affondo senza prima consultarsi con i vertici del Cremlino, tra Russia e Cina vi è una relazione che si colloca solamente di un gradino al di sotto di un’alleanza vera e propria. La relazione tra i due paesi è strategicamente troppo rilevante per entrambi perché si corrano certi rischi. Inoltre lo sfondamento cinese consente di estromettere l’influenza occidentale dalla regione. Come ha notato Bhadrakumar, se vi è un gioco a somma zero in Asia centrale non è quello in cui il guadagno cinese equivale ad una perdita russa ma quello in cui il successo della Cina è anche un successo della Russia e si tramuta in uno scacco dell’Occidente a guida Usa perché ora, con le ricchezze turkmene in rotta verso oriente, sarà più difficile ridurre il peso delle forniture russe all’Unione europea[1]. L’unica alternativa concreta sarebbe l’Iran! La Russia vede così rafforzato il suo ruolo di partner vitale dell’Europa ed i suoi ambiziosi progetti per rifornirla con nuove reti distributive che taglino fuori i paesi di transito (come l’Ucraina): il South Stream ed il North Stream prendono quota. Il progetto Usa del Nabucco viceversa la perde.

Questo spiegherebbe come mai Putin abbia accolto il successo cinese con un largo sorriso, smentendo quanti vanno sostenendo che i cinesi hanno buttato gambe all’aria i progetti russi. Il premier russo ha avuto modo di ricordare che mantiene “stretti e regolari contatti” con i partner cinesi.

Se non bastassero queste considerazioni si può sempre osservare quali effetti il contratto sino-turkmeno abbia avuto sulle relazioni russo-turkmene. Il paese centrasiatico ha infatti garantito a Mosca la fornitura di ben 30 miliardi di metri cubi di gas alla Russia a prezzo di mercato. Ciò dimostra più delle parole che il successo cinese non emargina affatto il ruolo di Gazprom, e quindi della Russia, nella regione. Anzi, durante una visita di Medvedev nella capitale turkmena Aschgabad, il padrone di casa Berdymukhammedov ha sottolineato che condividono la stessa visione dei problemi della sicurezza regionale e che hanno deciso di lavorare alla costruzione di una rete di pipeline per pompare il gas da tutti i pozzi in corso di sfruttamento onde avviare gli idrocarburi verso Russia, Cina e Iran. Grazie a queste tre direttrici il costoso progetto Nabucco diviene assolutamente superfluo per i paesi centrsiatici e pressoché insostenibile per i suoi sponsor. Perché senza idrocarburi a disposizione diviene un opera inutile e costosa, una pura perdita.

Dal punto di vista più complessivamente strategico pare che la capacità di russi e cinesi di sincronizzare le proprie mosse sulla scacchiera sia persino in fase di aumento. Lo suggerirebbero le dichiarazioni provenienti da fonti militari russe in merito al possibile aumento della produzione cinese di armi termonucleari onde far fronte agli scudi antimissile che l’amministrazione Obama sta disseminando in giro per il mondo (dalla Romania alla Polonia, all’Estremo oriente)[2].

Sempre nello stesso senso deve essere accolto anche l’accordo stabilito da Putin con Wen Jiabao in merito allo scambio di informazioni sui sensibilissimi dati contenuti nelle valigette che comandano gli arsenali deterrenti dei due paesi. Cina e Russia hanno infatti deciso di informarsi reciprocamente circa i rispettivi piani di puntamento e lancio dei loro missili balistici[3], quasi volessero prepararsi a mettere in comune le loro risorse in caso si trovassero di fronte ad un attacco immediato portato da una Grande Potenza. Una scelta, quest’ultima, di grande rilevanza.

– Le altre Potenze sulla scacchiera centrasiatica

Della partita è anche l’Iran, in barba alla propaganda che vorrebbe dipingere il regime degli ayatollah come sempre più isolato sulla scena internazionale a causa del suo programma nucleare. Teheran ed Aschgabad hanno infatti convenuto di costruire un gasdotto tra la regione iraniana del Caspio (nel nord-est del paese) ed i campi turkmeni all’altro capo della frontiera. Così l’Iran si candida come snodo del mercato mondiale dell’energia, in chiara partnership con la Turchia (sempre più indipendente dall’asse Washington-Londra-Tel Aviv) e con il Turkmenistan, che si è fatto beffa della mania americana di stendere continuamente liste di “stati canaglia”.

Dall’Iran il gas turkmeno potrebbe arrivare all’Occidente passando per la Turchia: in ogni caso svanirebbe comunque il sogno di Washington di gestire l’affluire delle ricchezze energetiche centrasiatiche tagliando fuori sia Teheran che Mosca. Ora gli Usa si troveranno a trattare con entrambi i rivali e, a meno di improbabili cambiamenti di regime in quei paesi, non certo da posizioni di forza.

La stessa Turchia, che doveva essere lo sbocco del Nabucco, ha cominciato a fare il suo gioco muovendosi con disinvoltura nel nuovo equilibrio multipolare in gestazione. Ankara ha infatti compreso che il suo ruolo di rubinetto energetico dell’Europa poteva essere conquistato più facilmente se, oltre ai progetti patrocinati dagli occidentali, avesse aderito anche alle reti di oleodotti e gasdotti proposte dai russi. Così è stato. Con il risultato che il governo turco ha favorito l’avanzare del South Stream a valle della rete di distribuzione mentre a monte della stessa le possibilità occidentali di attingere direttamente al gas centrasiatico e caspico stavano franando. Ciò finisce con il rafforzare la posizione della Turchia e la sua linea di condotta indipendente nei confronti di Washington nella regione mediorientale: un grattacapo in più per la Casa Bianca.

Coma ha notato l’ex diplomatico indiano Bhadrakumar, nell’aria si possono intendere le note di una sinfonia russo-sino-iraniana[4]. Una sinfonia che conquista vieppiù altri paesi.

La partita non può tuttavia darsi per conclusa ma le posizioni raggiunte dalla Cina non paiono così facili da scalzare. La Cina opera nella regione da tempo ed ha costruito le sue relazioni in modo paziente ed abile. Pechino si rifornisce ai giacimenti centrasiatici in modo significativo, quando non ha comprato persino quote di società locali che operano nel settore degli idrocarburi. Non va dimenticato che questi paesi (ad esclusione del Turkmenistan) sono tutti membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai. Nel corso del 2009 la Cina aveva già versato 3 miliardi di dollari di prestito al Turkmenistan per avviare lo sfruttamento del giacimento gasifero Sud-Yolotan, stimato uno dei più grandi al mondo., le cui riserve si aggirerebbero tra i 4 mila ed i 14 mila miliardi di metri cubi di gas[5].

Pechino sta sfruttando abilmente le sue possibilità di liquidi. Ora già si possono scorgere all’orizzonte gli effetti complessivi di questo sisma geopolitico. In primo luogo i paesi dell’Asia centrale (giusto per limitarsi a questa regione) d’ora in poi avranno presente che possono trattare con le multinazionali dell’Occidente e con il governo statunitense con meno soggezione, perché nel mondo vi è chi può comprare le loro risorse e le loro merci con formule contrattuali molto competitive. Questo può rappresentare un importante stimolo, un potenziale volano per lo sviluppo di questi paesi. D’ora in poi, come ha detto il presidente kazako Nazarbaiev, si faranno affari con coloro che promuoveranno progetti improntati allo sviluppo del paese ed alla diversificazione della sua economia.

Probabilmente, anche in questo senso, un passo avanti sulla strada di un nuovo mondo multipolare è stato fatto.
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[1] Si veda: MK Bhadrakumar, China resets terms of engagement in Central Asia; in “Asia Times Online” 29/12/2009
[2] RIA Novosti, 24 febbraio 2010 ore 21:13
[3] Reuters, 13 ottobre 2009
[4] MK Bhadrakumar, Russia, China, Iran redraw energy map; in “Asia Times Online” 1271/2010
[5] MK Bhadrakumar, China resets terms; op. cit.

CARAMBA, CHE… IMPRESA! PNL CINESE: +11,9%

Nei primi tre mesi del 2010, il PNL  (prodotto nazionale lordo) cinese è aumentato di ben l’11,9% rispetto allo stesso periodo del 2009.

Si tratta di un dato numerico apparentemente arido, che tuttavia  mostra un tasso di sviluppo formidabile della formazione economico-sociale (prevalentemente) collettivistica del gigantesco paese asiatico: un ritmo di incremento assolutamente irraggiungibile sia per le metropoli imperialistiche occidentali che per una potenza capitalistica emergente quale l’India, dovuto essenzialmente agli enormi investimenti pubblici (non a quelli privati, delle multinazionali estere o della borghesia autoctona) ed all’aumento del potere d’acquisto degli operai e contadini cinesi.

Tra le altre notizie interessanti fornite dagli organi di informazione cinesi, spicca il fatto che il saggio d’inflazione è calato in marzo al 2,2% (rispetto al mese di febbraio, in cui risultava pari al  2,6%), mentre le vendite al dettaglio in Cina sono aumentate del 17,6% rispetto all’anno precedente. Le importazioni cinesi dal resto del mondo, Stati Uniti compresi, risultano inoltre aumentate  ad un ritmo molto più veloce delle esportazioni, rendendo ancora più senza fondamento le affermazioni della (pessima, aggressiva e militarista) amministrazione Obama sulla presunta “necessità di rivalutare lo yuan”, la moneta cinese.

In ogni caso siamo in presenza di una serie di elementi concreti molto positivi, che dimostrano ulteriormente la validità e la forza propulsiva del sistema socialista cinese.

Fonte: “China’s GDP grows 11,9% in Q1”, 15/04/2010, in www.chinadaily.com.cn

BREVE RISPOSTA AL COMPAGNO AMEDEO CURATOLI

Una premessa, innanzitutto: le critiche che hai mosso al mio lavoro non costituiscono contraddizioni antagoniste tra noi, e ti ringrazio subito per il tuo sforzo di elaborazione storica e teorica, contenuto nell’articolo “E’ il comunismo il futuro destino dell’umanità?” pubblicato dall’ottimo sito comunista “La nostra lotta” (www. Lanostralotta.org). .

Nel merito.

1)      Tu affermi, all’inizio, a proposito dell’effetto di sdoppiamento, che “Sidoli non ci dice” quali “scoperte ed avvenimenti storici” lo abbiano “portato a preferire una diversa concezione generale della dinamica della storia umana”.

Scusa Amedeo, ma invece lo dico: e lo dico per circa sessanta pagine nel capitolo “Le orme lasciate nella storia dall’effetto di sdoppiamento”, citando “fatti testardi” (Lenin).

Gerico, 8500aC. Catal Huyuk, 6000aC. Ubaid, 5000/3900aC.Yangshao, (Cina) 4800/2300aC. Civiltà  di Vinca e Varna, Europa del 5000-4000aC. Anasazi Harappa, India. Yomon, Giappone. Jenne-Jeno, Africa. L’elenco potrebbe continuare a lungo con altri “fatti testardi” che i geniali Marx ed Engels non potevano assolutamente conoscere, perché riguardano culture e civiltà scoperte dopo il 1883/1895, e dopo la loro morte, oppure eventi successivi al 1883/95.

Un consiglio: prima di criticare è sempre meglio leggere ciò che si critica. Senza comprare il libro, puoi leggere e scaricare gratuitamente il capitolo citato sul sito  www.robertosidoli.net: ti invito gentilmente a farlo, e solo dopo esprimere nuove obiezioni su questo aspetto della nostra discussione.

2)      Il marxismo è una scienza? Sicuro, ma perde gran parte della sua forza quando diventa marxismo dogmatico e chiude gli occhi davanti ai nuovi fenomeni e processi, a nuove scoperte storiche ed a nuove esperienze rivoluzionarie (la NEP di Lenin, la NEP “accelerata” di Deng Xiaoping e del Partito Comunista Cinese dal 1978 al 2010, ad esempio). Stalin nel 1917 rilevò, al sesto congresso dei bolscevichi, che esistevano simultaneamente un marxismo dogmatico ed uno creatore, e che lui sosteneva quello creativo: sono pienamente d’accordo con questa intelligente frase del compagno Stalin, come penso valga anche da parte tua (“sdoppiamento” potenziale/reale del marxismo? Forse vale la pena di approfondire la corretta e lucida tesi di Stalin…).

3)      A tuo avviso “è davvero arduo ipotizzare che possa aver trovato posto, nei secoli passati, se non in un’immaginazione visionaria, la possibilità che si facesse strada un’alternativa di tipo comunitario-collettivistico”.

Scusa Amedeo, ma questa “immaginazione visionaria” era propria anche di Marx, il Marx del 1881 che scrisse la splendida lettera a Vera Zasulich che cito a lungo nel mio scritto. Un Marx che rivoluzionò in parte le sue precedenti posizioni teoriche, parlando della “comune russa” (e non solo russa…) ed anticipando la teoria dell’effetto di sdoppiamento anche senza poter conoscere la splendida Gerico dell’8500aC., Catal Huyuk, ecc.

Conosci la lettera del marzo 1881, e sai che venne tenuta per quattro decenni in un cassetto dei menscevichi venendo pubblicata solo nel 1924, proprio con Stalin? E soprattutto sei d’accordo con il suo contenuto? (in caso contrario, niente di drammatico: spiegami gentilmente solo il perché).

4)      Sul determinismo storico. Sono d’accordo che il determinismo storico ha rappresentato la tendenza principale del pensiero di Marx ed Engels, ma con due (notevoli, seppur secondarie) controtendenze: la lettera a Vera Zasulich e quel celebre passo del Manifesto del 1848 in cui si rilevò che la storia delle lotte di classi è finita a volte con “la comune rovina” delle classi in lotta.

E dopo Hiroshima e l’enorme arsenale di armi atomiche e di sterminio (chimiche,                  batteriologiche) accumulato via via dall’imperialismo occidentale, come si può escludere a priori che la borghesia non possa usarlo, con effetti disastrosi sia per la stessa sopravvivenza dell’umanità che, a cascata, per la tesi dell’inevitabile vittoria del comunismo. A meno di ritenere, ma non credo sia il tuo caso, che la borghesia sia composta da un insieme interconnesso di individui disposti a cedere pacificamente e senza lotta i loro privilegi, proprietà e profitti.

Tutto questo, anche prescindendo dalla teoria dell’effetto di sdoppiamento…

5)      Nel 1878 (Engels, AntiDuhring) come nel 2010, era ed è tuttora possibile la costruzione del socialismo all’interno del “mondo occidentale”. Del “mondo occidentale”, Amedeo, non “all’interno della società capitalistica”: e passando inoltre attraverso una (possibile, da costruire, non-inevitabile) rivoluzione. Fine dell’incomprensione da parte tua, mi auguro.

6)      A tuo avviso faccio partire la “lotta tra le due linee” (la “linea rossa” e la “linea nera”) in URSS solo dal 1930, e non dal 1917.

Sei  in errore.

Sempre al capitolo “Le orme…” mi sono dilungato sul fatto che le banche russe erano state espropriate già nel 1917, le aziende statali di grandi e medie dimensioni nel 1918, mentre ho parlato prima della lotta di classe sviluppatasi a Baku tra il 1917  ed il 1920: penso fosse chiaro che descrivessi proprio la “lotta tra le due linee” prima del 1930.

E quando ho citato con approvazione Lenin, che descriveva a sua volta la NEP come una dura competizione tra “aziende socialiste” ed “aziende capitalistiche private”, penso fosse chiaro che mi riferissi alla “lotta tra le due linee” prima del 1930, tra il 1921 ed il 1929.

7)      Tu dici che Chruscev ha rovesciato il socialismo in URSS nel 1956 con il suo Rapporto Segreto, (“distrusse alle radici tutti i principi del comunismo su cui si basava…”) ed ha operato un “colpo di stato”.

Sono d’accordo con la tua valutazione ipernegativa del “Rapporto Segreto” anche perché in    esso mancava l’apprezzamento sui lati positivi (prevalenti, a mio avviso) dell’opera pluridecennale di Stalin. Ma Chruscev non ha certo rovesciato i rapporti di produzione e distribuzione collettivistici, che sono rimasti ancora egemoni e centrali nella variegata formazione economico-sociale dell’URSS tra il 1956 ed il 1990. Se fosse vero il contrario, Eltsin e la sua banda non avrebbero compiuto una controrivoluzione reale, sia a livello politico che socioproduttivo; non avrebbero dovuto privatizzare/svendere (perché anticipati da … Chruscev) al reale capitalismo la ricchezza collettiva dell’URSS-1990, come invece hanno fatto.

Delle due l’una: o Chruscev ha distrutto l’egemonia dei rapporti di produzione collettivistici  in URSS nel 1956, o invece ci ha pensato la banda di Eltsin nel 1991/96, con la sua gigantesca ed orrenda privatizzazione dei mezzi di produzione e delle fonti di risorse naturali della Russia ex-sovietica.

Non si può attuare nello stesso paese una controrivoluzione due volte di seguito, senza almeno una soluzione di continuità.

Ovviamente propendo per l’ipotesi Eltsin…

8)      Sugli errori di Stalin riguardo alla Cina, dovresti ben sapere che nell’ottimo lavoro “Sulla questione di Stalin” (13 settembre1963) il Partito Comunista Cinese (PCC) affermò esplicitamente che “i comunisti cinesi, tanto tempo fa, hanno subito personalmente l’esperienza di certi errori di Stalin”, rilevando come tali errori fossero avvenuti temporalmente “verso la fine degli anni venti, poi durante gli anni trenta e verso la metà degli anni quaranta”.

Certo, senza mai per ciò liquidare Stalin, ed anzi riconoscendo autocriticamente come fosse responsabilità proprio dei comunisti cinesi avere accettato a suo tempo “alcuni punti di vista erronei preconizzati da Stalin”: ma allora perché non fare tesoro di questo lucido atteggiamento del PCC, senza invece negare l’innegabile (“certi errori di Stalin”)?

9)      Tu neghi che le purghe del 1936/39 siano state insensate, parlando solo ed esclusivamente dei processi pubblici di Mosca del 1936/38.

Ma ti dimentichi delle decine e decine di migliaia di comunisti di base che vennero allora incarcerati e spesso fucilati, pur essendo assolutamente innocenti delle accuse tremende che vennero loro mosse, delle decine e decine di migliaia di Paolo Robotti, sovietici e stranieri, colpiti senza reali colpe e fedeli sia al socialismo che alla figura di Stalin:è stato uno spreco insensato, lo ripeto, sotto tutti gli aspetti ed a partire da quello politico-morale.

10)  Rispetto al tragico giugno del 1941, tu stesso ammetti per l’aggressione nazista che “si trattò di un attacco a sorpresa”. Appunto, Amedeo, perché a sorpresa? Perché Stalin si fece sorprendere? E’ forse giusto che un dirigente comunista (come era sicuramente Stalin, pur con i suoi lati negativi) si sia fatto “sorprendere” dall’aguzzino Hitler, da te giustamente descritto come “una delle figure più orrende del Novecento”? Non si trattò forse di un grande errore, seppur riscattato ampiamente dal comportamento successivo di Stalin durante l’eroica guerra patriottica del popolo sovietico, tra l’ottobre del 1941 ed il maggio del 1945? Del resto fu proprio lo stesso Stalin a riconoscere pubblicamente, durante il famoso brindisi  del 24 maggio 1945, che “durante la guerra il nostro governo ha commesso non pochi errori…

Personalmente la considero un’onesta autocritica: siamo d’accordo su questo?

Roberto Sidoli, 16/04/2010