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RISPOSTA AD ANDREA CATONE

UNA RISPOSTA AL COMPAGNO CATONE

Caro Andrea,

ho letto con estremo interesse le acute osservazioni sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento, contenute nella tua lettera del 19 agosto.

1) Il primo punto di dissenso tra di noi riguarda il ruolo assunto storicamente dalle forze produttive, dovuto anche a un involontario fraintendimento che emerge nel tuo scritto rispetto alle mie opinioni su questa materia.

Più volte, nella parte del libro “Logica della storia…” che ho elaborato in prima persona, ho infatti ripetuto che senza un determinato livello di sviluppo delle forze produttive (ivi compreso l’uomo sociale e le sue conoscenze), raggiunto in Medioriente attorno al 9000 a.C., non si sarebbe potuto formare sia un plusprodotto/surplus costante ed accumulabile che lo stesso effetto di sdoppiamento: senza la presenza di un determinato livello di sviluppo delle forze produttive sociali, nessuna “era del surplus”, come emerge a pag. 60 del libro “Logica…”, e di conseguenza nessun effetto di sdoppiamento.

Fin dal 2009 e un anno prima del libro con Costanzo Preve, ho ribadito come la teoria dell’effetto di sdoppiamento abbia alla sua base un presupposto materiale fondamentale, e cioè la produzione di un surplus costante ed accumulabile con relativa facilità, aggiungendo in seguito (pag. 60 della “Logica….”) che se per assurdo, se “per un’arcana magia nera la pratica produttiva… perdesse la sua “magica” capacità di produrre un’eccedenza stabile, costante…,  l’effetto di sdoppiamento sparirebbe simultaneamente ed immediatamente…”.

Anche se sono sicuramente l’autore dello schema dell’effetto di sdoppiamento, divento responsabile solo ed esclusivamente delle affermazioni/tesi che ho espresso in prima persona sulla teoria in via di esposizione ed elaborazione.

Chiarito l’equivoco, va sottolineato da parte mia come le forze produttive ed il loro livello di sviluppo giochino sicuramente un ruolo decisivo nel processo complessivo di sviluppo storico: solo che, a partire dal 9000 a.C., esse lo svolgono proprio creando e riproducendo costantemente un gigantesco e continuo campo di potenzialità (positivo-negativo) per la nostra praxis collettiva, in primo luogo di carattere politico-sociale.

Sussiste un dissenso con le tesi espresse da Marx nel 1859, nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica, su questa complessa tematica?

Certo, ma anche il Marx del 1881 e della lettera a Vera Zasulich risultava in dissenso oggettivo con le sue tesi precedenti del 1859, proprio in un testo meraviglioso (tenuto nascosto non a caso da Plechanov e dai menscevichi per quattro decenni, pubblicato solo con Stalin al potere nel 1924) che stranamente non prendi mai in considerazione nel tuo stimolante scritto.

Quale Marx selezionare, dipende solo ed esclusivamente dalla pratica storica e dalle sue risposte: il Marx determinista del 1859, a mio avviso, è superato da quello “sdoppista” del 1881 non certo per l’eonica fase paleolitica, nella quale poté affermarsi solo ed esclusivamente il comunismo primitivo, ma invece per quella successiva al 9000aC: per l’era del surplus/plusprodotto, che dalla  Gerico neolitica continua fino ai nostri giorni.

2) Nella pratica storica complessiva rientra sicuramente il periodo compreso tra il 9000 a.C. ed il 3900 a.C., con la correlata rivoluzione neolitica e calcolitica (Ubaid). Ma proprio a questo punto si apre una sorta di “buco nero” nel tuo processo di critica, Andrea: vi fai riferimento infatti solo per affermare che “il passaggio all’agricoltura ed all’allevamento” è  secondo il sottoscritto “una data essenziale di svolta nella storia dell’umanità”, mentre tu invece non “possiedi le competenze” per affrontare il tema.

Vista l’importanza che va giustamente attribuita al processo di sviluppo delle forze produttive, ovviamente mi sono dilungato sul centrale processo di genesi dell'”era del surplus”, creata via via dalla comparsa di agricoltura ed allevamento, oltre che dalla ceramica, protourbanesimo e fusione metallurgica di rame ed argento.

Ma proprio l’inizio dell’epoca del surplus ha determinato delle conseguenze socioproduttive e politico-sociali di portata planetaria su cui ti soffermi solo fugacemente, e solo per criticare un (presunto) metafisico “principio generale-eterno di “sdoppiamento” tra “collettivismo” e classismo, tra “linea rossa” e “linea nera”, angeli “e diavoli”…

Di sfuggita rilevo che se l’effetto di sdoppiamento si è sviluppato solo a partire dal 9000 a.C., esso non è certo eterno e non si riproduce sicuramente dai tempi del Big-Bang, mentre del resto a pag. 82 del libro “Logica…” avevo già sottolineato che tale teoria si applica solo ad “una sezione temporalmente limitata, anche se assai interessante” del processo di sviluppo del genere umano.

Il punto centrale, tuttavia, rimane l’assenza di analisi concreta nella tua esposizione rispetto agli splendidi cinque millenni compresi tra il 9000 ed il 3900 a.C.

Non parlo di “angeli e demoni” metafisici alla Dan Brown, infatti, ma di protocittà, culture e donne/uomini concreti e reali, che hanno creato via via la collettivistica. Descrivo la concretissima  Gerico “rossa” del 8400 a.C. e l’alternativa, protoclassista Nevali Cori, la collettivistica Ubaid e la classista società teocratica dei sumeri, e via elencando.

Processi concreti, Andrea: uomini e donne in carne ed ossa; alternativi rapporti (concreti e reali) di produzione e distribuzione. Fatti testardi (Lenin), in ultima analisi.

Il solo “fatto”che tu quasi non prenda in esame il luogo ed importante periodo neolitico-calcolitico non mi sembra dovuto al caso: la coesistenza plurimillenaria tra “linea rossa” e “linea nera”, durante il lunghissimo periodo neolitico e calcolitico ed a parità (come minimo) di sviluppo qualitativo delle forze produttive, costituisce infatti uno degli “enigmi della Sfinge” (pag. 81 della “logica…”) che mettono in crisi irreversibile la “vecchia concezione del materialismo storico” e portano a preferire una sua variante, la “nuova teoria dell’effetto di sdoppiamento”, per utilizzare la tua terminologia. Di fronte ai cinque millenni di storia in oggetto, non basta assolutamente criticare un (presunto) “principio generale-eterno” metafisico, senza affrontare le (reali) prove empiriche su cui si basa.

3) Sono assolutamente d’accordo quando tu affermi che “quella che noi stiamo vivendo è l’epoca storica dello scontro tra capitalismo e socialismo a livello mondiale”, del quale non è deciso “chi vincerà”. Ottimo…

“L’esito dello scontro non è assolutamente predeterminato e dipende da molti fattori, tra cui la direzione politica, l’organizzazione e la capacità di egemonia su larghe masse giocano un ruolo essenziale”. Eccellente, ben scritto ed elaborato…

“E non è affatto predeterminato che la fine del capitalismo… porti al socialismo/comunismo”. Niente da obbiettare, anzi….

Ma sorge subito un problema teorico, da queste tue (corrette) tesi.

Socialismo (linea rossa) contro capitalismo (linea nera)…

Lotta e coesistenza secolare tra capitalismo e socialismo…

Nessun esito predeterminato dello scontro mondiale…

Ruolo centrale della sfera politica, nel risultato (variabile e non scontato) della lotta planetaria…

Attenzione, Andrea: non ti può sfuggire come tali elementi socioproduttivi e sociopolitici rimandino anche alla mia teoria dell’effetto di sdoppiamento. Non è forse che, utilizzando la “categoria di transizione”, tu abbia scoperto in modo autonomo l’effetto di sdoppiamento almeno per quanto riguarda l’epoca contemporanea, successiva al 1917 (se non al 1770 ed alla rivoluzione industriale)? Dopo il neolitico-calcolitico, compare pertanto una nuova conferma dello schema esame, almeno a mio avviso, offerta involontariamente proprio dalle tue corrette osservazioni su questa importante materia.

4) Non sono invece d’accordo quando dimentichi una delle più importanti caratteristiche e lezioni della nostra epoca storica, “in cui lottano socialismo e capitalismo, con avanzate e ritirate, vittorie e sconfitte reciproche”, secondo la tua stessa descrizione: e cioè la potenziale, ma costante reversibilità dei rapporti di produzione classisti-capitalistici in alternative relazioni di produzione socialiste, e (purtroppo) viceversa, sempre in presenza di una trasformazione (rivoluzionaria o controrivoluzionaria, a seconda dei casi) della dinamica dei rapporti di forza politici (politico-militari, nel grado di consenso dei lavoratori, ecc.).

Un processo “a due sensi di marcia” ormai innegabile, almeno dopo l’infausta caduta del muro di Berlino e gli eventi del 1989/91: ma che determina pesanti ricadute teoriche.

L’esperienza multiforme dell’ultimo secolo ha mostrato come, in una o diverse nazioni, il capitalismo possa essere rovesciato e sostituito dal socialismo (Russia ed ex-impero zarista del 1917-22, ecc.).

Ma ha altresì dimostrato anche l’esistenza del processo socioproduttivo inverso ed opposto.

Non si è verificato solo il caso-limite di Baku nel 1917/20, che ho descritto a lungo esclusivamente per la sua eclatante chiarezza: purtroppo si è assistito ad un lungo elenco di controrivoluzioni, le quali hanno distrutto i rapporti di produzione socialisti e riportato all’egemonia del processo di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, partendo dall’Ungheria sovietica del 1919 fino ad arrivare al processo prolungato di restaurazione del capitalismo (selvaggio) di stato in tutti i paesi in precedenza membri del Patto di Varsavia, con la sua ossessiva “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti”.

“Avanzate e ritirate” inevitabili, sembri affermare, in un processo su scala mondiale che “occorre misurare in termini di più generazioni”.

D’accordo, ma in ogni caso ti sfugge il dato centrale per la discussione in corso, e cioè che proprio i processi controrivoluzionari distruggono (tra altre, e più importanti cose…) la concezione propria del Marx del 1859 sui rapporti di produzione “determinati, necessari, indipendenti” dalla volontà dell’uomo, “corrispondenti ad un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali”: distruggono e devastano ogni forma di determinismo storico.

Più concretamente e in modo provocatorio: nell’Unione Sovietica del 1990 i rapporti di produzione/distribuzione socialisti, ancora egemoni all’interno del processo di riproduzione della formazione economico-sociale sovietica, risultavano forse “rapporti determinati, necessari” (Marx 1859), corrispondendo in modo necessario ad obbligato all’allora esistente grado di sviluppo delle forze produttive sovietiche?

Se la risposta è positiva, non si riesce a capire come la presunta corrispondenza “necessaria” sia terminata solo dopo un anno, nel tragico biennio controrivoluzionario del 1991-92 e con il gigantesco processo di privatizzazione dei mezzi di produzione/ricchezze naturali avviato dal nucleo dirigente politico di Eltsin e Gaidar.

Se la risposta è negativa (e non può che essere negativa), si è costretti a dar ragione alla teoria dell’effetto di sdoppiamento quando sostiene che non sussistono dal 9000 a.C. dei rapporti di produzione “necessari” ed inevitabili, in virtù di un (presunto) dio delle forze produttive. Quando essa, in altri termini, ipotizza la riproduzione a livello potenziale sia di rapporti di produzione collettivistici che classisti, a parità di livello qualitativo di sviluppo delle forze produttive; potenzialità che si trasformano in realtà concreta ed egemonica per la “linea rossa”, o viceversa per l’alternativa ed opposta  “linea nera”, a seconda dei rapporti di forza politico-sociali via via prevalenti caso per caso.

Se la risposta risulta negativa, in altri termini, si devono abbandonare le tesi deterministiche alla Marx-1859 sulla relazione tra forze produttive e rapporti di produzione, anche e soprattutto all’interno di società prevalentemente socialiste, contraddistinte da rapporti di produzione collettivistici tra l’altro considerati, anche dalla corrente ortodossa del marxismo ed a ragione veduta, come più avanzati e progressivi rispetto a quelli capitalistici almeno a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.

Non ho alcun dubbio sul fatto che il crollo dell’URSS e l’ormai prolungato (due decenni!) processo di restaurazione del capitalismo nell’area dello scomparso Patto di Varsavia abbiano fatto crollare per sempre non certo il marxismo/comunismo, ma viceversa la loro componente deterministica.

5) A un certo punto tu affermi che “il modo di produzione socialista stesso, fondato sui produttori associati” (Marx) non sarebbe “pensabile senza il fondamentale salto di qualità prodotto dalla rivoluzione industriale borghese”.

Tralasciando piccoli particolari per cui il “modo di produzione socialista”, pre-industriale ed antecedente alla scoperta della macchina a vapore, si era riprodotto per milioni di anni tra i cacciatori-raccoglitori (anch’essi “produttori associati”) del paleolitico, oltre che per migliaia di anni tra le culture collettivistiche del neolitico e calcolitico (anch’esse, da Gerico in poi, formate da “produttori associati”), tu adotti e fai propria in modo implicito la “tesi dell’incapacità”: e cioè la presunta incapacità della tendenza collettivistica (“la linea rossa”), emersa durante il neolitico, nell’innescare e favorire, più o meno direttamente, dei salti di qualità in campo tecnologico-produttivo all’interno del processo di sviluppo delle forze produttive sociali.

In effetti, secondo Marx ed Engels, il comunismo primitivo e pre-industriale non era in grado di accrescere il grado di maturità degli strumenti di produzione oltre una certa soglia, per suoi (presunti) limiti strutturali interni, diventando pertanto obsoleto e superato sia sul piano storico generale che rispetto alla possibilità di costruire la forza motrice del processo di liberazione del genere umano, la base socioproduttiva per sviluppare il futuro “socialismo dell’abbondanza” ed il comunismo del “a ciascuno secondo i suoi bisogni “.

Marx ed Engels espressero ripetutamente tali opinioni e tesi, ma il vero problema è se la loro concezione relativa alla (presunta) incapacità del collettivismo pre-industriale nel compito fondamentale di sviluppare continuamente le forze produttive sia corretta, veritiera e corrisponda alla reale dinamica storica.

La risposta è negativa. Per effetto di dati di fatti empirici che non potevano essere assolutamente utilizzati da Marx ed Engels, perché conosciuti ed accumulati dai ricercatori storici e dagli archeologi dopo il 1883-1895 e dopo la morte dei due grandi scienziati rivoluzionari, la “tesi dell’incapacità” non può più essere sostenuta in alcun modo.

Primo fatto testardo ed inconfutabile. Nel 9000 a.C. e undici millenni or sono non esisteva ancora l’agricoltura, mentre nel 3900 a.C. essa si era ormai sviluppata e diffusa in Eurasia per lunghi millenni proprio grazie alla “linea rossa” socioproduttiva, da Gerico in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici e calcolitici.

La scoperta e utilizzo dell’agricoltura costituisce un momento assai importante nello sviluppo delle forze produttive sociali? Sicuramente sì. Essa è dovuta alla linea rossa socioproduttiva del neolitico? Sicuramente sì. Ed allora, primo colpo demolitorio alla “tesi dell’incapacità”.

Secondo fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esisteva ancora l’allevamento, mentre nel 3900 a.C. esso si era sviluppato e diffuso in Eurasia principalmente grazie alla “linea rossa” socioproduttiva, da Gerico in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture e civiltà egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici (con l’eccezione significativa dei bovini e cavalli).

La scoperta ed utilizzo dell’allevamento costituisce un momento importante nello sviluppo delle forze produttive sociali? Sicuramente sì. Essa è dovuta essenzialmente alla linea rossa socioproduttiva del neolitico? Sicuramente sì. Ed allora, secondo colpo alla “tesi dell’incapacità”.

Terzo fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esistevano ancora agglomerati consistenti di abitazioni/strade, mentre nel 3900 a.C. il protourbanesimo si era invece ben sviluppato in Eurasia (con centri urbani sempre più grandi) proprio grazie alla “linea rossa” socioproduttiva, da Gerico in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici.

La scoperta del protourbanesimo costituisce un momento importante dello sviluppo delle forze produttive sociali? Sicuramente sì. È dovuta essenzialmente alla linea rossa socioproduttiva del neolitico? Sicuramente sì, con le ricadute sopra esaminate.

Quarto fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esisteva ancora la ceramica (se non tra gli Yomon giapponesi, cultura collettivistica allora ancora di tipo paleolitico), mentre nel 3900 a.C. essa si era sviluppata e diffusa in Eurasia proprio grazie alla “linea rossa” socio produttiva, da Gerico e dall’area siro-palestinese in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici: con le ricadute sopra esaminate.

Quinto fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esisteva ancora la metallurgia, mentre nel 3900 essa (a partire dalla fusione del rame) si era da tempo sviluppata e diffusa in Eurasia proprio grazie alla “linea rossa” socioproduttiva, dalla collettivistica proto città di “Catal Huyuk” in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici: con le ricadute sopra esaminate.

Sesto fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esisteva ancora il sistema d’irrigazione a solco del “campo lungo” (Mario Liverani), con l’utilizzo dell’aratro-seminatore ad imbuto e del falcetto in terra cotta, elementi introdotti su vasta scala dalla civiltà collettivistica degli Ubaid tra il 4300 ed il 4000 a.C.: innovazioni tecnologico-produttive che, utilizzate in modo combinato e cooperativo, permisero almeno la quintuplicazione (Liverani) della produttività della forza-lavoro agricola grazie alla “linea rossa” socioproduttiva egemone tra gli Ubaid, proprio in presenza e perfetta compatibilità con una cultura egemonizzata dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici.

Si tratta della seconda grande rivoluzione produttiva del neolitico, dopo la genesi rivoluzionaria e progressiva dell’agricoltura/allevamento/protourbanesimo,  la quale non si accorda certo con la “tesi dell’incapacità”.

Settimo fatto testardo. Nel 9000 a.C. non esisteva ancora il processo di produzione di un surplus/plusprodotto costante ed accumulabile/conservabile con relativa facilità, mentre nel 3900 “l’era del surplus” si era invece ormai cristallizzata e consolidata in ampie zone dell’Eurasia proprio grazie alla “linea rossa” socio produttiva, da Gerico in poi, proprio in presenza e perfetta compatibilità con culture egemonizzate dai rapporti di produzione collettivistico-neolitici.

Sette fenomeni e processi socioproduttivi di grande portata storica, Andrea, che risultano in aperta contraddizione con la “tesi dell’incapacità” (presunta…) dei rapporti di produzione collettivisti rispetto al compito storico di sviluppare  il livello qualitativo delle forze produttive sociali, durante tutto il periodo neolitico e calcolitico. Su questa tematica, pertanto, Marx ed Engels avevano torto, anche se senza alcuna colpa significativa e solo a causa di processi reali (da Gerico in poi) scoperti dopo il 1883/1895 e la loro morte.

I due giganti pertanto non potevano assolutamente conoscerli, ma noi contemporaneamente invece ci troviamo di fronte ad un’alternativa radicale:

–  ignorare i nuovi “fatti testardi”, conservando pertanto la validità della “tesi dell’incapacità” (presunta) della linea rossa neolitica nel favorire il processo di sviluppo delle forze produttive sociali , oppure  prendere atto delle più recenti scoperte storiche ed archeologiche (dal 1883 in poi, per intenderci) ed abbandonare una tesi ormai insostenibile.

Se si sceglie la seconda strada, lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento può servire da cornice teorica entro la quale collocare un materiale empirico ormai consolidato, consistente e proteiforme, da Gerico fino ad Harappa, dagli Ubaid fino alla cultura collettivistica cinese degli Yangshao, ecc.

Si potrebbe obiettare (come tu fai in parte, in fondo a pagina 3 della tua lettera): “ma anche se la linea rossa socioproduttiva è riuscita ad ottenere notevoli risultati durante il periodo neolitico-calcolitico, niente ci assicura che essa sarebbe riuscita a permettere ed accompagnare la grande Rivoluzione Industriale o la susseguente era dell’elettricità, la nuova epoca dell’informatica e quella della robotica, ecc. Sono processi reali di sviluppo delle forze produttive che vanno accreditate a merito del modo di produzione capitalistico, seppur con tutti i suoi limiti, catastrofi ed orrori”.

Dopo il 3900 a.C. la “linea nera” ha effettivamente occupato gran parte del pianeta, precludendo a priori e preventivamente all’alternativa tendenza socio produttiva (e politico sociale) di matrice collettivistica la possibilità di mostrare ulteriormente la sua reale potenza propulsiva, rispetto ai nuovi processi di sviluppo delle forze produttive sociali.

Il collettivismo agricolo-protourbanistico del 3900 a.C., di Ubaid o Yangshao, sarebbe riuscito ad innescare una dinamica capace di portare alla macchina a vapore, oppure all’elettricità/motori elettrici? Non lo sapremo mai, visto che la “linea nera” l’ha spazzata via dall’arena storica come protagonista principale (ma non ha potuto impedire la sua riproduzione sotto forma delle solidissime comuni rurali del m.p. asiatico e feudale, delle quali Marx con la lettera a V. Zasulich ammirò la capacità plurimillenaria di tenuta, in condizioni difficilissime e sottoposte al feroce sfruttamento dei “padroni del vapore” di quel tempo).

Rimangono tuttavia sicuri ed innegabili gli eccezionali progressi ottenuti dal genere umano in campo produttivo e tecnologico, dal 9000 al 3900 a.C. e grazie alla “linea rossa”.

Rimane innegabile il fatto che l’era del surplus sia stata generata e determinata dalla tendenza collettivistica del neolitico, non certo da quella (opposta ed alternativa) proto classista.

Rimane innegabile il fatto che “doni prometeici” quali agricoltura, allevamento, protourbanesimo, ceramica, opere idrauliche, fusione dei metalli e protoscrittura (civiltà balcanica di Vinca e Varna) siano arrivati al genere umano grazie ed attraverso società collettivistiche, e non certo classiste: grazie ed attraverso la “linea rossa”, non certo per un (inesistente) merito dell’alternativa “linea nera”.

Rimane innegabile inoltre il fatto che le società classiste pre-industriali abbiano utilizzato in modo vergognoso, anzi non-utilizzato, delle scoperte fenomenali in campo scientifico e tecnologico: nel capitolo ottavo del mio libro del marzo 2009 “I rapporti di forza” (www.robertosidoli.net) ho parlato a questo proposito di un “complesso di Erone” che ha gravato su di loro per più di cinque millenni, almeno fino al 1690 d.C.

Per riportare un solo esempio, la macchina a vapore non è stata certo inventata da Papin, Newcomen e Watt, ma dal grande scienziato greco-alessandrino Erone almeno sedici secoli prima di loro: tuttavia gli elaborati strumenti meccanici ideati da quest’ultimo, alimentati perfettamente dalla forza motrice del vapore, servirono solo ad “alimentare” dei… teatrini, finalizzati a divertire gli annoiati proprietari di schiavi di quel periodo.

Dei teatrini per divertire i ricchi: che spreco gigantesco ed insensato, Andrea…

Uno spreco enorme, peggiorato (se possibile) dal fatto che fino al 1570 nessuno si ricordò più dell’incredibile, iperpotente e potenzialmente liberatoria scoperta di Erone. Considerazioni quasi analoghe valgono anche per altre “bombe atomiche” tecnologiche (poco utilizzate/dimenticate) pre-Watt, quali le batterie e pile elettriche di Bagadad (2000 a.C., quattro millenni or sono), il disco di Festo, la scoperta del magnetismo da parte degli antichi greci e della loro società schiavistica (mai utilizzato per fini produttivi, anche solo in embrione), ecc.

Mi permetto pertanto di avanzare un’ipotesi ucronica almeno per una volta, un’ipotesi sul “e se…” non confermabile empiricamente: società collettivistiche come Yangshao o Ubaid, capaci di realizzare opere idrauliche assai avanzate e non superate sul piano qualitativo per circa cinque millenni, avrebbero utilizzato in modo come minimo migliore e più efficace la combinazione tra gli strumenti meccanici e l’energia a vapore elaborata già da Erone, il disco di Festo o le pile di Bagdad, anche perché al loro interno non vigeva una rigida separazione tra attività produttiva e sperimentazione (più o meno casuale) tecnologica, come invece nelle società classiste pre-industriali, oltre al dominio dei bisogni materiali delle classi privilegiate desiderose ad esempio di… teatrini per passare il tempo.

Supporta e sostiene questa ipotesi anche un altro processo reale, concreto ed innegabile: con la parziale eccezione sumera, le società protoclassiste e classiste che in Europa o Cina, in India o in Egitto, in Corea o in Africa sostituirono (o coesistettero) le precedenti civiltà classiste, non innescarono infatti alcun salto di qualità tecnologico e produttivo rimanendo, nel migliore dei casi, per millenni allo stesso livello qualitativo di sviluppo delle forze produttive raggiunto in precedenza dalla tendenza collettivistica.

Le tribù nomadi-pastorizie, quali ad esempio i Kurgan, vinsero perché erano più forti sul piano militare e tecnologico-militare (domesticazione del cavallo, utilizzo di arco e frecce, una grande mobilità e capacità di concentrazione) la “guerra mondiale” del neolitico, ma non risultarono certo superiori nel campo dell’agricoltura e della ceramica, del protourbanesimo e della fusione dei metalli rispetto al loro antagonista, la “linea rossa” socioproduttiva (e sociopolitica) del periodo neolitico e calcolitico.

In estrema sintesi, non solo tra il 9000 a.C. ed il 3900 si svilupparono e coesistettero due alternative tendenze socioproduttive, ma quella più avanzata e progressista (anche, ma non solo) sul piano dello sviluppo delle forze produttive sociali risultò proprio quella “rossa” e collettivistica, gilanica e improntata dal culto matriarcale della Dea Madre.

Allora persero “i rossi”, certo, persero “i buoni”: che erano tuttavia anche i reali alfieri e le punte avanzate della dinamica di sviluppo della tecnologia e delle forze produttive.

La tesi dell’incapacità? Buttiamola alle ortiche, una volta per tutte.

Ritengo che quando  Marx aveva  dichiarato di “non essere marxista”, si riferisse principalmente al dogmatismo ed all’incapacità di utilizzare “il nuovo”, inteso sia come nuove esperienze rivoluzionarie (allora la splendida ed “immatura” Comune di Parigi del 1871, per fare un solo esempio) che come nuove scoperte storiche (allora le scoperte dello statunitense Morgan, o la riscoperta da parte di Marx della comune russa nel 1876/1881).

Il dogmatismo? Buttiamolo alle ortiche, una volta per tutte, oppure “il nuovo” verrà sempre utilizzato, deformato e strumentalizzato dai (proteiformi) Bertinotti di turno.

6) Per quanto riguarda invece la Cina contemporanea, mi sembra che tu sottovaluti enormemente le conseguenze teoriche che derivano (a favore della teoria dell’effetto di sdoppiamento) dalla simultanea coesistenza-lotta in Cina di (egemoni) rapporti di produzione collettivistici e di (secondari, seppur assai consistenti) relazioni di produzione capitalistiche: fatti testardi che fanno a pugni con il determinismo del Marx del 1859.

Per dirla chiaramente, Andrea, mentre la teoria dell’effetto di sdoppiamento si trova perfettamente a suo agio nel processo di analisi della NEP leninista e cinese, problemi insormontabili nascono invece rispetto a tali compiti per la teoria deterministica delle forze produttive: ad esempio quale settore, quello privato o quello pubblico, corrisponde in modo “determinato e necessario, (Marx 1859), al livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive nella Russia sovietica post-Kronstadt, e nella Cina dopo la morte di Mao? Quale dei due?

7)Tu chiedi: “è una “linea nera”, quella del Lenin della NEP”? Come ho cercato di spiegare a pag. 196 della “Logica della storia…”, la NEP leninista (e quella adottata dai comunisti cinesi, a partire dal 1977/78) “prevedeva ad ammettere apertamente uno “sdoppiamento” del tessuto produttivo sovietico” (e cinese…), ma simultaneamente Lenin (ed i dirigenti contemporanei del partito comunista cinese…) da buon comunista agiva ininterrottamente “per spostare via via i rapporti di forza nello sdoppiamento creatosi tra settore socialista e sfera capitalistica”, a favore della linea rossa.

Non è un particolare di poco conto, credo: nella Russia del 1921/28 come nel Cina del periodo compreso tra il 1978 e il 2010…

In conclusione le contraddizioni teoriche non mancano tra noi, ma (ed è il lato principale e decisivo) sento allo stesso tempo una comunanza profonda con le precise scelte di campo da te espresse, anche rispetto alla questione della natura sociale della Cina odierna.

Ricambiando la tua amicizia, ti saluto affettuosamente e ti ringrazio per il tuo lavoro di elaborazione e critica rispetto alla mia tesi dell’effetto di sdoppiamento.

Roberto Sidoli

29/08/2010

LETTERA DI ANDREA CATONE A ROBERTO SIDOLI

Caro Roberto

Il ritardo con cui rispondo alle tue sollecitazioni a scrivere sul libro scritto da te e Costanzo Preve, Logica della storia e comunismo novecentesco – l’effetto di sdoppiamento, non è dovuto a cattiva volontà, ma a difficoltà reali nel misurarsi seriamente con una proposta di costruzione di una nuova teoria che si presenta dichiaratamente in alternativa al «materialismo storico “ortodosso”» (p. 59).

Certo, la definizione di cosa sia quest’ultimo è problematica, come osserva Preve nel complesso capitolo/saggio su “materialismo storico, storia universale del genere umano, valutazione del comunismo novecentesco”, proponendo di superare la dicotomia ortodossia/eresia. Tuttavia, mi sembra, in linea di massima, che il vostro bersaglio sia il marxismo sovietico, il materialismo storico e dialettico fino alle sue ultime versioni degli anni ’80, come il libro I fondamenti di filosofia marxista-leninista di V. Afanas’ev. Bersaglio estremamente vulnerabile e facilissimo da colpire nel momento in cui afferma – a pochi anni dal rovescio del socialismo in URSS e dalla dissoluzione della stessa Unione sovietica – la “completa e definitiva” “vittoria del socialismo nell’URSS” (p. 63).

Nella critica al “Saggio popolare” di Bucharin Gramsci scrive nei Quaderni del carcere che occorre, nel confrontarsi con una teoria o una scuola di pensiero, far riferimento agli esponenti più eminenti della teoria, non alle figure di secondo piano, contro cui è più facile trovare punti deboli. Attaccare solo i minori consente “facili vittorie verbali”, ma illusorie vittorie reali; è poco utile se non dannoso nella lotta culturale, che richiede di “riferirsi solo ai grandi intellettuali avversari, e trascurare i secondari, i rimasticatori di frasi fatte”. Nell’esame dei testi sovietici andrebbe quantomeno tenuto presente – e distinto – ciò che è ideologia/propaganda e ciò che è effettivo apporto teorico e scientifico. Nessun manuale di teoria marxista, come di economia politica del socialismo degli anni 1970-80, avrebbe potuto mettere in dubbio il carattere di “socialismo sviluppato” o “maturo” della formazione economico-sociale sovietica, come affermato nei congressi del PCUS. Questa incapacità di critica – non soggettiva di singoli, ma dipendente da una determinata struttura del potere e dei rapporti politico-ideologici in URSS – è stata una delle cause, e certo non l’ultima, che hanno indebolito e minato il potere sovietico e la coscienza politica delle masse (con una situazione a doppio fondo, in cui la verità ufficiale era sempre più percepita come il suo contrario), fino alla caduta del 1989-91. Ma su questo, credo che concordiamo ampiamente.

Dell’URSS, della struttura economico-sociale, dei rapporti di produzione realmente esistenti, nonché delle cause della sua dissoluzione mi sono occupato per diversi anni in modo abbastanza sistematico. Ho ritenuto, e ritengo tuttora, che occorresse far ricorso, per definire l’URSS degli anni ’70-’80 alla categoria di transizione, non limitando il suo periodo agli anni che vanno dal 1917 al 1936 (quando, con la Costituzione viene dichiarato terminato il perechodnyj period, il periodo di transizione), ma dilatandolo ad un’intera epoca storica, caratterizzata dallo scontro tra socialismo e capitalismo, così come la transizione dal feudalesimo al capitalismo ha abbracciato secoli e non si conclude con la rivoluzione del 1789. Gramsci osserva che la Francia vive quasi un secolo di rivolgimenti prima di trovare la sua stabilità borghese dopo la sconfitta della Comune nel 1871. Quella che noi oggi stiamo vivendo è l’epoca storica – quanto lunga non possiamo prevedere – dello scontro tra capitalismo e socialismo a livello mondiale. E, col Lenin del 1922, dovremmo sapere che non è deciso kto pobedit, chi vincerà. L’esito dello scontro non è assolutamente predeterminato (e se guardassimo allo stato in cui versa il movimento comunista in Europa potremmo anche giungere a conclusioni poco confortanti…), e dipende da molti fattori, tra cui la direzione politica, l’organizzazione e la capacità di egemonia su larghe masse giocano un ruolo essenziale. E non è affatto predeterminato che la fine del capitalismo (non eterno, in quanto prodotto storico, formazione storica della società) porti al socialismo/comunismo. L’esito potrebbe essere anche la comune rovina delle classi in lotta, una nuova barbarie…

Credo che tutto questo sia ampiamente acquisito, e non da oggi. Il determinismo positivistico fu bersaglio di Lenin, di Gramsci (che ne spiegò anche materialisticamente il successo nel movimento operaio). La politica del movimento comunista nel ‘900 non è stata guidata da una visione deterministico-positivistica. Ha commesso piuttosto in alcune occasioni altri errori: di volontarismo, soggettivismo, scorretta valutazione del rapporto di forze…

Dunque, rispetto ad una lettura complessiva della storia comunista del ‘900, nonché dell’attuale fase post 1989, credo che concordiamo fondamentalmente nei contenuti, ma con la differenza che a me sembra più appropriato il ricorso alla categoria di transizione (come la definiscono Marx, Engels, e soprattutto Lenin nei suoi scritti dei primi anni ’20): un’epoca storica in cui lottano – a livello economico, politico, ideologico, di civiltà – capitalismo e socialismo, con avanzate e ritirate, vittorie e sconfitte reciproche, che vanno collocate tutte non su scenari locali o regionali, ma sulla scena mondiale. Un’intera epoca storica, che non si misura nel giro di qualche anno[1] o anche di qualche decennio, perché se pensiamo all’affermarsi di un nuovo modo di produzione in modo dominante e determinante[2], occorre misurare le cose in termini di più generazioni. Non basta – e Lenin lo enuncia chiaramente – un decreto di nazionalizzazione: per passare alla socializzazione effettiva dei mezzi di produzione, al modo di produzione socialista, in cui è superata effettivamente la proprietà privata capitalista e i cittadini/lavoratori (nel loro complesso e non solo come gruppi o collettivi di impresa) possano/sappiano gestire la produzione e l’economia nel suo complesso, siano effettivamente proprietari sociali, occorre anche un salto di civiltà: acquisire come abito, come seconda natura, la capacità di gestione complessiva dell’economia ponendosi obiettivi il meno particolaristici possibile, universali, di utilità sociale. (Oggi non siamo abituati neppure a gestire un piccolo condominio…).

Altra questione – che non può di per sé essere collocata nella critica del determinismo positivistico – è quella di una visione d’insieme, a grandi linee, molto grandi linee, della storia dell’umanità come successione di diversi modi di produzione che segnano il progresso dell’umanità. La cosa fu esposta tra l’altro in un testo celeberrimo di Marx, la Prefazione a Per la critica dell’economia politica, pubblicata nel 1859, in cui si anticipano alcuni temi di fondo del Capitale:

A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società. I rapporti di produzione borghese sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorga dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana.

Si potrebbe scrivere la storia delle interpretazioni e discussioni tra marxisti su questo quadro a grandissime linee della storia umana. In particolare sul “modo di produzione asiatico” con la correlata forma politica del “dispotismo orientale” (da Wittfogel a Tokei, ecc.). E si potrebbe anche contestare filologicamente che Marx pensi qui ad una successione “unilineare”, a “stadi”, per cui necessariamente al primo segue il secondo e poi il terzo, ecc. I diversi modi di produzione (ma intesi sempre come dominanti e determinanti in date aree e paesi) possono ben coesistere in diverse aree del mondo separate tra loro. Mi sembra però che questo quadro d’insieme abbozzato a grandissime linee da Marx costituisca un punto di riferimento ancora valido per misurarsi con una storia dell’umanità. Una storia fondata sul rapporto dialettico tra forze produttive e rapporti di produzione, rapporto che ritengo il nucleo centrale della concezione materialistica della storia. Su questo la citata Prefazione del 1859 è più che esplicita:

Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura [corsivi miei, AC].

Sul rapporto dialettico tra forze produttive e rapporti di produzione mi sembra vi sia – se ho ben compreso il vostro testo – una forte divergenza con l’impostazione del Marx della Prefazione del 1859.

Rapporto dialettico e non determinazione dei rapporti di produzione da parte delle forze produttive. Non vi è in Marx un determinismo tecnologico, e credo di poter dire che non vi sia, a parte qualche forzatura, neppure nel “marxismo ortodosso”. Anche questa questione è stata oggetto di ampi dibattiti tra marxisti (certo, in altri tempi, quando il centenario della morte di Marx era oggetto di numerosi convegni).

Vi è stata anche una tendenza a considerare economicismo persino il solo riferimento al ruolo delle forze produttive, a considerare la questione ininfluente, o peggio. Io credo invece che tale questione sia un aspetto fondamentale del materialismo storico, nella consapevolezza che le forze produttive non si riducono allo strumento di lavoro, alla macchina, ai mezzi di produzione, ma comprendono anche la preparazione tecnica, i saperi dei lavoratori, la scienza, la cultura, la civiltà. Negli ultimi intensissimi anni della sua vita Lenin è fortemente preoccupato non solo del grado di preparazione tecnica, dell’abitudine al lavoro dei lavoratori russi (“il russo è un cattivo lavoratore…”), ma anche del grado di “civiltà” dei russi (e nella polemica col Proletkult di Lunaciarskij e Bogdanov afferma che sarebbe già un grande passo avanti se i russi si impadronissero sufficientemente della cultura borghese…).

Insisto sul rapporto dialettico tra forze produttive e rapporti di produzione. Vi sono casi in cui determinati rapporti di produzione frenano lo sviluppo delle forze produttive (nel Capitale Marx fa diversi esempi; e anche oggi, se la forza lavoro immigrata costa meno dell’investimento in macchine agricole per la raccolta di pomodori o ortaggi, l’impresa agricola ne fa a meno) e altri in cui lo sviluppo delle forze produttive spinge a mutare i rapporti di produzione (spinge: occorre sempre un intervento politico consapevole che definisca il quadro di altri rapporti di proprietà).

Il modo di produzione socialista stesso, fondato sui “produttori associati” (Marx) non sarebbe pensabile senza il fondamentale salto di qualità prodotto dalla rivoluzione industriale borghese, che si fonda sul carattere sociale del processo produttivo, su forze produttive sociali, che entrano in contraddizione con la proprietà privata borghese dei mezzi di produzione (che significa non solo appropriazione, ma anche direzione, gestione, controllo privati). Senza questo salto qualitativo delle forze produttive – che interviene, come sappiamo, non simultaneamente nel mondo, ma a partire da alcune aree del pianeta per estendersi – è un processo ancora in corso ai nostri giorni – a tutto il pianeta – non sarebbero pensabili il socialismo e il comunismo moderni, il comunismo dello sviluppo onnilaterale di libere individualità, il comunismo della ricchezza (e non della povertà) dei bisogni. Questo mi pare basilare e non credo proprio che vada messo in soffitta o buttato come ferrovecchio tra gli attrezzi inservibili.

Se vogliamo indicare delle date essenziali di svolta nella storia dell’umanità, non possiamo non iscrivere, accanto a quella che tu indichi con il passaggio all’agricoltura e all’allevamento, anche quella della rivoluzione industriale borghese. Del resto, è il Manifesto del 1848 che segnala con forza la cesura rivoluzionaria operata dal modo di produzione capitalistico-borghese.

Questo è un aspetto essenziale, perché la concezione di Marx (che Engels definì come passaggio del socialismo dall’utopia alla scienza) ha basi sue proprie che la distinguono ampiamente dall’ideologia “comunitarista” (mentre Preve suggerisce la sinonimia tra comunismo e comunitarismo[3], p. 46, anzi concepisce il comunismo come la forma moderna di comunitarismo, p. 55).

Cosa che invece mi sembra si perda con la teoria dell’effetto di sdoppiamento come teoria generale di una logica della storia dell’umanità da 11000 anni a questa parte. Se infatti si teorizza che sempre, a partire dal momento in cui è stato disponibile un plusprodotto[4], si sono aperti all’umanità due (o almeno due) possibili antitetici rapporti di produzione – e sempre intercambiabili in ogni momento – indipendentemente dalle forze produttive, è chiaro che queste ultime risultano ininfluenti, residuali, secondarie anche per lo studio e la comprensione della storia dell’umanità (degli ultimi 11000 anni).

Determinante risulta invece il politico, che si autonomizza dalla struttura socio-economica e dallo stesso “modo di produzione” (ridotto anch’esso ad una categoria piuttosto generica), ed espressione della libera – assolutamente libera – volontà dei soggetti e delle soggettività umane, che si costituiscono esse stesse indipendentemente dall’oggettività “materiale” delle forze produttive.

Col che, mi sembra, siamo ben lontani dal marxismo, ortodosso o non ortodosso, e dal materialismo storico, e siamo molto più vicini all’idealismo fichtiano (oltre che ai teorici novecenteschi dell’autonomia del politico). Del resto Preve lo afferma abbastanza esplicitamente nel suo testo, in cui è piuttosto netto in merito alla espunzione del ruolo delle forze produttive come fattore di fondo nella dialettica storica.

Ma se rimuoviamo le forze produttive, anche la categoria marxiana di rapporti di produzione, rapporti sociali di produzione, perde la sua connotazione specifica, diviene piuttosto una generica categoria di rapporti sociali. Il che mi sembra un passo indietro nell’analisi storico-sociale.

L’essenza della concezione materialistica della storia è – come ho detto – nel cogliere il rapporto dialettico tra forze produttive e rapporti di produzione, in contrapposizione alle interpretazioni della storia come risultato esclusivo o prevalente delle idee, rappresentazioni, volontà degli esseri umani considerati indipendentemente dal modo in cui producono e riproducono la loro esistenza (modo di produzione). Del resto, non è forse intitolato “Ideologia tedesca” (critica dell’ideologia tedesca) il manoscritto del 1845-46 in cui i giovani Marx ed Engels abbozzano questa nuova concezione? Che non è deterministica, non esclude la prassi dei soggetti, ma la incardina nella “materialità” (intesa come condizione storicamente determinata) delle forze produttive e della dialettica forze produttive/rapporti di produzione.

L’innovazione teorica della teoria dell’effetto di sdoppiamento consiste dunque nel porre in secondo piano la questione delle forze produttive, nel considerarla di fatto irrilevante per lo sviluppo storico e per la prassi comunista trasformatrice, che può autonomamente dispiegarsi negli ultimi 11000 anni, seguendo una “linea rossa”, indipendentemente dalle condizioni di tempo e di luogo e dal modo materiale di produrre. Essa, a detta di Preve, dovrebbe sostituire la teoria dello sviluppo delle forze produttive (p. 54).

La teoria dell’effetto di sdoppiamento mi sembra abbia poco a che fare col materialismo storico (concezione materialistica della storia) di Marx, sia anzi antitetica ad esso, pur ricorrendo ad alcune categorie di Marx e pur schierandosi apertamente il suo autore in una prospettiva comunista.

Ma non può essere questo l’argomento principale per cui la ritengo inadeguata e fuorviante: sarebbe il ricorso all’ipse dixit, al principio di autorità (peraltro, chi è autorizzato ad interpretare correttamente l’autorità?), sarebbe, si parva licet, comportarsi da aristotelici deteriori rispetto alla teoria copernicana e a Galilei. La concezione materialistica della storia è stata elaborata un secolo e mezzo fa, quando, come giustamente osservi, a Marx ed Engels erano ignote molte acquisizioni successive della storia dell’umanità. Alle quali dedichi un lungo capitolo centrale (le orme lasciate dall’effetto di sdoppiamento, pp. 91-154) e su cui non ho competenze e conoscenze adeguate per poter formulare un qualsivoglia giudizio di merito.

Credo però di poter dire questo: il “vecchio” materialismo storico con la sua tanto aborrita visione di una successione storica di modi di produzione (risultanti dalla dialettica di forze produttive/rapporti di produzione) ci consente di pensare dialetticamente la storia dell’umanità, senza sovrapporre ad essa un principio generale-eterno di “sdoppiamento” tra “collettivismo” e “classismo”, “linea rossa” e “linea nera”, angeli e diavoli, bene e male, o Yng e Yang, o, crocianamente, tra libertà e illibertà. Il “vecchio” materialismo storico è molto più aperto alla comprensione delle diverse possibilità che si pongono all’umanità – sulla base di una materialità oggettiva e studiando i processi iuxta propria principia – di quanto non risulti la teoria dell’effetto di sdoppiamento, che sembra voler “mettere le brache” alla storia, rinchiuderla in uno schema di “eterno ritorno, sia pure a livelli tecnologici diversi, dello stesso sdoppiamento, quello prodotto dalla prassi comunitaria di ristabilimento egualitario contro la prassi classista di produzione di diseguaglianza nel potere, nella proprietà, nel consumo” (Preve, p. 46).

Non so davvero se si possa fondatamente affermare che tutta la storia umana qui presa in esame sia stata improntata dal principio della contraddizione tra collettivismo e classismo (o protoclassismo). Mi sembra che si compia qui un’operazione di trasferimento di una questione centrale nella nostra epoca (che è l’epoca della lotta tra capitalismo e socialismo, poiché il primo ha posto le basi materiali per la produzione sociale e l’unificazione del mondo) all’intera storia precedente dell’umanità. Con ciò compiendo un’operazione eminentemente “ideologica” (nel senso deteriore) di riscrittura “strumentale” della storia ai fini (certo nobilissimi) della lotta di classe del presente. Scacciata con clamore dalla porta, la metafisica rientra dalla finestra.

Con ciò non intendo dire affatto che non vi siano stati nelle società precapitalistiche movimenti di lotta ed elaborazioni teoriche anticipatori del moderno comunismo: Engels dedicò a questo non poche energie, lavorando non solo sulle lotte di classe dei contadini, ma anche sulla storia del primo cristianesimo. E sulla sua scia i ricercatori sovietici interrogarono altri momenti e società della storia universale. Ciò non rivestiva evidentemente solo un interesse storiografico, ma politico, dava legittimazione e forza morale alla lotta per il comunismo nell’epoca presente. Ma da qui a proporre un’interpretazione di tutta la storia umana degli ultimi 11000 anni sulla base dell’unico principio della contraddizione tra collettivismo e classismo, indipendentemente dalla questione delle forze produttive, ce ne corre.

Infine, mi sembra che la questione delle forze produttive, rimossa dalla teoria dell’effetto di sdoppiamento, ritorni con forza proprio nell’esame della storia e delle scelte del paese al quale dedichi meritoriamente la più grande attenzione: la Repubblica Popolare Cinese.

Dire che coesistono oggi nella RPC forme capitalistiche e forme socialiste, prevalenti nella proprietà pubblica (anche se questa forma, se non c’è un controllo effettivo sullo stato da parte dei cittadini/produttori, non è effettivamente socialista, è un socialismo potenziale, embrionale, che ha bisogno di svilupparsi nella piena democrazia socialista), è una giusta e corretta affermazione contro gli ultrasinistri che vedono la Cina d’oggi consegnata mani e piedi al capitalismo nelle sue forme peggiori.

Tutti gli elementi che tu riporti sono di grande utilità per comprendere la transizione cinese, il ruolo di indirizzo generale sull’economia che ha il settore statale, il ruolo di direzione del partito comunista più numeroso al mondo, con oltre 70 milioni di iscritti. I dirigenti del PCC spiegano (e lo fai ampiamente anche tu nel tuo libro) i processi in corso come una grande NEP. Il che ha comportato, proseguendo l’analogia con la storia sovietica, consistenti passi indietro rispetto al “comunismo di guerra”, ovvero, per la Cina, rispetto a rapporti di produzione che risultavano troppo egalitari ed avanzati nelle campagne (Comuni agricole) e nelle città di fronte alla situazione oggettiva data dallo sviluppo storicamente determinato delle forze produttive. Rapporti di produzione comunisti risultano una fuga in avanti rispetto alle condizioni oggettive. È necessaria una correzione per riadeguarli al livello di sviluppo reale. A meno che – ma questa è la lettura dell’estremismo di sinistra – non si voglia considerare la NEP come l’inizio della controrivoluzione borghese e il suo principale ispiratore Lenin come il restauratore del capitalismo a 4 anni dall’Ottobre. È una “linea nera” quella del Lenin della Nep? Secondo la teoria dell’effetto di sdoppiamento bisognerebbe dire di sì, poiché al settore statale Lenin affianca quello privato di una classe in formazione, i nepmany, destinata ad aprire forti contraddizioni nella società sovietica.

Se portiamo fino in fondo i presupposti della teoria generale dell’effetto di sdoppiamento, con la sua rimo< del problema del livello di sviluppo delle forze produttive e l’affermazione del primato della pura volontà politica, la NEP non andava varata e occorreva mantenere i rapporti del comunismo di guerra.

Stesso discorso, ma di gran lunga amplificato nella portata e negli effetti, vale per la RPC della seconda metà degli anni ’70, quando si afferma la linea di Deng – esplicitamente definita nel corso di un durissimo scontro politico nel PCC – “linea nera”, contrapposta alla “linea rossa” della Rivolu< culturale e del “gruppo di Shanghai”, sconfitta definitivamente, dopo alterne vicende, all’indomani della morte di Mao. Conosci molto meglio di me tutta la storia cinese degli ultimi 30 anni; gli straordinari sviluppi delle forze produttive in Cina sono oggi sulla bocca di tutti. Essi sono il risultato delle scelte imposte da Deng o si producono nonostante quelle scelte? Per quanto mi è dato di conoscere e nonostante le mie forti simpatie a suo tempo per le posizioni del gruppo di Shanghai, credo che non si possa non riconoscere che lo straordinario sviluppo cinese sia figlio della scelta di Deng, dell’apertura controllata al mercato e alla proprietà capitalistici, con tutte le contraddizioni, attuali e potenziali, tra capitalismo e socialismo, che la lunga fase di transizione comporta (che tu correttamente sottolinei, e di cui si dichiarano consapevoli i dirigenti del PCC).

Il “kto pobedit?“, “chi vincerà?” non è deciso, e credo, come te, che un ruolo fondamentale è giocato qui dalla direzione e organizzazione del PCC, dal carattere effettivo di questo partito. Ma tale direzione e organizzazione non possono essere arbitrarie, volontaristiche, soggettivistiche, non possono porsi come atto puro della prassi umana indipendentemente dalla dura materialità delle condizioni oggettive e soggettive della produzione (forze produttive). Rischiano altrimenti di condurre ad infrangersi rovinosamente sugli scogli la nave cinese.

Per le ragioni che ho cercato di esporre, preferisco mantenere la “vecchia” concezione del materialismo storico piuttosto che la nuova teoria dell’effetto di sdoppiamento.

Con stima e amicizia

Andrea Catone.                                 Bari, 19 agosto 2010


[1] Per questo mi sembra poco appropriato il riferimento che fai alla vicenda di Baku (pp. 70-71), in cui nel corso di pochissimi anni si avvicendano al potere forze rivoluzionarie e controrivouzionarie

[2] Nella concreta formazione storico-sociale, carica di tutte le eredità del passato, è raro che si dia un unico e assoluto modo di produzione: nella Russia del 1918 Lenin ne elenca ben 5. Ciò che ci fa definire ‘feudale’, ‘semifeudale’ o ‘capitalista’ la struttura economico-sociale di un paese è il modo di produzione dominante e determinante, che tende a sussumere sotto di sé gli altri.

[3] Osservo tra l’altro che Preve si esprime a proposito dell’effetto di sdoppiamento ricorrendo ai termini “comunitarismo”, “comunitario” e “classismo”, mentre Sidoli usa piuttosto il termine “collettivismo”, “collettivo”. Nell’introduzione a firma di entrambi si usa il termine “comunitario-collettivistico”. Le parole non sono innocenti, dal momento che il termine “comunitarismo” connota oggi un’ideologia e un movimento di formazione relativamente recente sorti in area anglosassone in opposizione al liberalismo, cui lo stesso Preve aderisce attivamente.

[4] Preferisco mantenere il termine marxiano originario e non vedo ragione per modificarlo in quello di “surplus”.

Un istruttivo viaggio in Cina Riflessioni di un filosofo

Tratto da: L’Ernesto

di Domenico Losurdo

Dal 3 al 16 luglio ho avuto il privilegio di

visitare alcune città e realtà della Cina,

nell’ambito di una delegazione invitata dal

Partito comunista cinese, della quale

facevano parte altresì esponenti dei partiti

comunisti del Portogallo, della Grecia e della

Francia e della Linke tedesca; per l’Italia,

oltre al sottoscritto, hanno partecipato al

viaggio Vladimiro Giacché e Francesco

Maringiò. Il testo che segue non è un diario o

una cronaca; si tratta di riflessioni stimolate

da un’esperienza straordinaria.

1. La prima cosa che colpisce nel corso del colloquio con gli esponenti del Partito

comunista cinese e con i dirigenti delle fabbriche, delle scuole e dei quartieri visitati è

l’accento autocritico, anzi la passione autocritica di cui danno prova i nostri interlocutori.

Su questo punto, netta è la rottura con la tradizione del socialismo reale. I comunisti cinesi

non si stancano di sottolineare che lungo è il cammino da percorrere e numerosi e

giganteschi sono i problemi da risolvere e le sfide da affrontare, e che comunque il loro

paese è ancora parte integrante del Terzo Mondo.

Per la verità, nel corso del nostro viaggio il Terzo Mondo non l’abbiamo mai incontrato.

Non certo a Pechino, che affascina già con il suo aeroporto modernissimo e luccicante, e

tanto meno a Qingdao, dove si sono svolte le regate delle Olimpiadi 2008 e che fa

pensare ad una città occidentale di particolare bellezza ed eleganza e con un elevato

tenore di vita. Il Terzo Mondo non l’abbiamo incontrato neppure allontanandoci di 1500

chilometri dalle regioni orientali e costiere, quelle più sviluppate, e atterrando a

Chongqing, l’enorme megalopoli che complessivamente conta 32 milioni di abitanti e che

sino a qualche anno fa sembrava inseguire faticosamente il miracolo economico. Non c’è

dubbio che il Terzo Mondo ancora esiste nell’immenso paese asiatico, ma il mancato

incontro con esso è il risultato non della volontà di nascondere i punti deboli della Cina di

oggi, ma del fatto che l’impetuosa crescita economica ormai in corso da oltre tre decenni

sta riducendo, assottigliando e spezzettando a ritmo accelerato l’area del sottosviluppo,

che sfuma così in una lontananza sempre più remota.

In Occidente non mancheranno certo coloro che a questo punto storceranno la bocca:

sviluppo, crescita, industrializzazione, urbanizzazione, miracolo economico di ampiezza e

durata senza precedenti nella storia, che volgarità! Questo snobismo da gran signore

sembra considerare irrilevante il fatto che centinaia di milioni di persone siano sfuggite ad

un destino che le condannava alla denutrizione, alla fame e persino alla morte per inedia.

Quanti poi ritengono che lo sviluppo delle forze produttive sia solo una questione di

benessere economico e di consumismo farebbero bene a rileggere (o a leggere) le pagine

del Manifesto del partito comunista che mettono in evidenza l’idiotismo di una vita rurale

circoscritta nella miseria anche culturale di confini ristretti e invalicabili. Visitando oggi le

meraviglie della Città imperiale a Pechino e, a pochi chilometri di distanza, la Grande

muraglia, ci si imbatte in un fenomeno assente non solo nel lontano 1973 ma anche nel

2000, negli anni cioè dei due miei precedenti viaggi in Cina. Ai giorni nostri balza subito

agli occhi la presenza massiccia di visitatori cinesi: sono turisti dalle caratteristiche

particolari; spesso vengono da un angolo remoto dell’immenso paese; forse è la prima

volta che ne visitano la capitale; sul piano culturale cominciano ad appropriarsi in qualche

modo della nazione di antichissima civiltà di cui fanno parte; cessano di essere dei

semplici contadini legati alla zolla da essi coltivata come ad una prigione e diventano

realmente cittadini di un paese sempre più aperto al mondo.

Ancora oltre l’orario previsto per la visita ai

monumenti e ai musei, piazza Tienanmen continua

a brulicare di gente: sono in molti ad attendere e

ad osservare con orgoglio l’alzabandiera della

Republica popolare cinese. No, non si tratta di

sciovinismo: i cinesi amano farsi fotografare

assieme ai visitatori occidentali (anche chi scrive

ha ricevuto e accolto con piacere richieste del

genere); è come se essi invitassero il resto del

mondo a festeggiare il ritorno di un’antichissima

civiltà a lungo oppressa e umiliata

dall’imperialismo. Non c’è dubbio: il prodigioso sviluppo delle forze produttive non si è

limitato a strappare dalla miseria e dagli stenti centinaia di milioni di uomini, ha assicurato

loro dignità individuale e nazionale, ha consentito loro di allargare enormemente il proprio

orizzonte guardando al grande paese di cui fanno parte e, al di là di esso, al mondo intero.

2. Ma lo sviluppo delle forze produttive non è sinonimo di degradazione e distruzione

della natura? Siamo in presenza di una preoccupazione, anzi di una certezza spesso

strombazzata in modo particolarmente stridente dalla sinistra occidentale. Affiora qui una

strana visione della natura, che risulta malata se le piante intristiscono e rinseccano ma

che, a quanto pare, è da considerare perfettamente sana, se a deperire e a morire in

massa sono le donne e gli uomini. Un certo ecologismo finisce con lo scavare ancora di

più il solco tra mondo umano e mondo naturale che pure dice di voler criticare. Ma

concentriamoci pure sulla natura intesa in senso stretto. Qualche tempo fa uno storico

assai famoso (Niall Ferguson) ha scritto un articolo, pubblicato anche sul «Corriere della

Sera», che a partire dal titolo denunciava «la guerra della Cina alla natura». In realtà, già

nel lungo tratto che dall’aeroporto di Pechino ci conduce alla Grande muraglia e nel lungo

tratto che, seguendo un percorso diverso, dal centro della città ci riconduce all’aeroporto,

notiamo una quantità impressionante di alberi chiaramente piantati di recente, nell’ambito

di un progetto assai ambizioso di rimboschimento e di estensione della superficie forestale

che investe l’intero paese. Qualche giorno prima della conclusione del nostro viaggio

abbiamo la possibilità di visitare un’area ecologica di 10 chilometri quadrati collocata nelle

vicinanze di Weifang, una città del Nord-Est in rapida espansione, impegnata nello

sviluppo dell’alta tecnologia ma che al tempo stesso vuole distinguersi per la sua vivibilità.

L’area ecologica, il cui accesso è libero e gratuito per tutti e che può essere visitata solo a

piedi o facendo ricorso a un minuscolo pulmino aperto e a trazione elettrica, è stata

ricavata recuperando un territorio sino a qualche tempo fa fortemente degradato e che ora

invece risplende nella sua incantevole bellezza e serenità. Lo sviluppo industriale e

economico non è in contraddizione con la tutela dell’ambiente. Certo, l’equilibrio tra queste

due esigenze risulta particolarmente difficile in un paese come la Cina, che deve nutrire un

quinto della popolazione mondiale pur avendo a disposizione solo un settimo della

superficie coltivabile: in questo quadro vanno collocati gli errori commessi e i danni gravi

inferti all’ambiente negli anni in cui la priorità assoluta era costituita da un decollo

economico chiamato a porre fine il più rapidamente possibile alla denutrizione e alla

miseria di massa. Ma questa fase è per fortuna superata: ora è possibile promuovere un

ecologismo che, assieme alla vita e alla salute delle piante e dei fiori, sappia garantire la

vita e la salute delle donne e degli uomini.

3. Ho già detto della passione autocritica che sembra caratterizzare i comunisti cinesi.

Sono a essi a insistere sull’intollerabilità in particolare del crescente divario tra città e

campagna, tra zone costiere da un lato e il centro e l’Ovest del paese dall’altro. Tali

fenomeni non sono la dimostrazione della deriva capitalistica della Cina? E’ una tesi che è

largamente diffusa nella sinistra occidentale e che sembra trovare un’eco in alcuni membri

della nostra delegazione multipartitica. Nel dibattito franco e vivace che si sviluppa

intervengo con una puntualizzazione per così dire «filosofica». E’ possibile procedere a

due confronti tra loro assai diversi. Possiamo paragonare il «socialismo di mercato» con il

socialismo da noi auspicato, con il socialismo in qualche modo maturo, e quindi mettere in

evidenza i limiti, le contraddizioni, le disarmonie, le diseguaglianze che caratterizzano il

primo: sono gli stessi comunisti cinesi a insistere sul fatto che il paese da loro da loro

diretto è soltanto nello «stadio primario del socialismo», uno stadio destinato a durare sino

alla metà di questo secolo, a conferma della lunghezza e complessità del processo di

transizione chiamato a sfociare nell’edificazione di una nuova società. Ma non per questo

è lecito confondere il «socialismo di mercato» con il capitalismo. A illustrazione della

radicale differenza che sussiste tra i due possiamo far ricorso a una metafora. In Cina

siamo in presenza di due treni che si allontanano dalla stazione chiamata «Sottosviluppo»

per avanzare in direzione della stazione chiamata «Sviluppo». Sì, uno dei due treni è

superveloce, l’altro è di velocità più ridotta: per questo la distanza tra i due aumenta

progressivamente, ma non bisogna dimenticare che entrambi avanzano verso il medesimo

traguardo e occorre altresì tener presente che non mancano certo gli sforzi per accrescere

la velocità del treno relativamente meno veloce e che comunque, in seguito al processo di

urbanizzazione, i passeggeri del treno superveloce diventano sempre più numerosi.

Nell’ambito del capitalismo, invece, i due treni in questione marciano in direzione

contrapposta. L’ultima crisi ha messo sotto gli occhi di tutti un processo in atto da alcuni

decenni: l’immiserimento delle masse popolari e lo smantellamento dello Stato sociale

vanno di pari passo con la concentrazione della ricchezza sociale nelle mani di una

ristretta oligarchia parissitaria.

4. E, tuttavia, tra i comunisti cinesi cresce l’insofferenza per

il divario tra zone costiere e aree centro-occidentali, tra città e

campagna e nell’ambito stesso della città. E’ un

atteggiamento recepito con sorpresa e con compiacimento

dall’intera delegazione dell’Europa occidentale. Questa

insofferenza si avverte in modo acuto a Chongqing, la

metropoli collocata a 1500 chilometri di distanza dalla costa.

La parola d’ordine (Go West!), che chiama a estendere al

centro e all’Ovest dell’immenso paese il prodigioso sviluppo

dell’Est, è stato lanciata già dieci anni fa. I primi risultati si

vedono: ad esempio, il Tibet e la Mongolia interiore vantano

negli ultimi anni un tasso di sviluppo superiore alla media nazionale. Non è il caso del

Xinjiang dove nel 2009 (l’anno della crisi), rispetto a una media nazionale dell’8, 7%, il Pil

è cresciuto «solo» dell’8, 1%. E proprio sul Xinjiang si è rovesciata nelle settimane e nei

mesi scorsi una nuova ondata di finanziamenti e di incentivi. Ma ora, al di là delle regioni

abitate da minoranze nazionali, alle quali il governo centrale riserva ovviamente

un’attenzione particolare, si tratta di imprimere a livello generale un’accelerazione decisiva

e un significato nuovo e più radicale alla politica del Go West!

Divenuta una municipalità autonoma alle dirette dipendenze del governo centrale (in

questa situazione si trovano anche Pechino, Shanghai e Tianjin) e potendo così usufruire

di incentivi e sostegni di ogni genere, Chongqing aspira a divenire la nuova Shanghai,

aspira cioè non solo a superare l’arretratezza ma a raggiungere il livello della Cina più

avanzata e a costituire un punto di riferimento anche sul piano mondiale. La megalopoli

collocata all’interno del grande paese asiatico si rivela ai nostri occhi come un enorme

cantiere: fervono i lavori per il potenziamento delle infrastrutture, per la costruzione di

fabbriche, di uffici, di civili abitazioni; balzano agli occhi le file di alberi piantati di recente e

gelosamente custoditi, le siepi verdi che fiancheggiano e tralvolta dividono anche strade e

autostrade. Sì, perché al di là del miracolo economico Chongqing insegue un obiettivo

ancora più ambizioso: intende proporsi all’intera nazione come «nuovo modello» di

sviluppo, regolando meglio e in modo più «armonico» i rapporti all’interno della città, tra

città e campagna e tra uomo e natura. In quella che

dovrebbe divenire la nuova Shanghai, costante è il

riferimento a Mao Zedong, e non si tratta solo del

doveroso omaggio al grande protagonista della lotta

di liberazione nazionale del popolo cinese, al padre

della patria che non a caso campeggia in piazza

Tienanmen così come nelle banconote; si tratta di

prendere sul serio il rinvio al «pensiero di Mao

Zedong», sancito nello Statuto del Partito

comunista cinese. A Chongqing si ha la netta

impressione che siano già iniziati il dibattito e,

presumibilmente, la lotta politica in preparazione del

Congresso previsto tra due anni.

A questo punto, occorre subito sgomberare il campo da un possibile equivoco: non è in

discussione la politica di riforma e di apertura sancita oltre trent’anni fa dalla Terza

sessione plenaria dell’XI Comitato centrale (18-22 dicembre 1978): nello Statuto del Pcc è

sancito anche il rinvio alla «teoria di Deng Xiaoping» e all’«importante idea delle tre

rappresentanze», anche se la categoria di «pensiero» vuole avere una rilevanza

strategica maggiore della categoria di «teoria» (che fa riferimento a una congiuntura e sia

pure a una congiuntura di lungo periodo) e della categoria di «idea»

(la quale ultima, per «importante» che sia, sta a designare un

contributo su un aspetto determinato). Soprattutto, nessuno vuole

ritornare alla situazione in cui in Cina c’era più «eguaglianza» solo

nel senso che i due treni della metafora da me più volte utilizzata

erano entrambi fermi alla stazione «Sottosviluppo» o da essa si

allontanavano con lentezza. No, ormai si può considerare

definitivamente acquisita la consapevolezza per cui il socialismo

non è la distribuzione eguale della miseria. Tanto più che tale

«eguaglianza» è del tutto illusoria e anzi può rovesciarsi nel suo

contrario. Allorché la miseria raggiunge un certo livello, essa può

comportare il pericolo della morte per inedia. In tal caso, il pezzo di pane che garantisce ai

più fortunati la sopravvivenza, per modesto e ridotto che esso sia, sancisce pur sempre

una diseguaglianza assoluta, la diseguaglianza assoluta che sussiste tra la vita e la morte.

E’ quello che, prima dell’introduzione della politica di riforma e di apertura, si è verificato

negli anni più tragici della Repubblica Popolare Cinese, in conseguenza sia del retaggio

catastrofico consegnato dal saccheggio e dall’oppressione imperialista, sia dell’impietoso

embargo imposto dall’Occidente, sia dei gravi errori commessi dalla nuova dirigenza

politica. Resta ferma dunque la centralità del compito dello sviluppo delle forze produttive,

ma tale centralità può essere interpretata in modo sensibilmente diverso…

5. A dirigere Chongqing è stato chiamato Bo Xilai, già brillante ministro del commercio

estero. E’ una circostanza che ci consente di riflettere sul processo di formazione del

gruppo dirigente in Cina. Un esponente del governo centrale, che nello svolgimento del

suo compito, si è distinto e ha acquisito prestigio anche sul piano internazionale, è inviato

in provincia per affrontare un compito di diversa natura e di proporzioni gigantesche.

Colpendo in modo capillare e radicale la corruzione, e proponendo nella teoria e nella

pratica reale di governo un «nuovo modello», impegnato a bruciare le tappe nella

liquidazione delle diseguaglianze divenute intollerabili e nella realizzazione della «società

armoniosa», Bo Xilai ha suscitato un dibattito nazionale: è facile

prevedere la sua presenza in posizione eminente nel gruppo

dirigente che scaturirà dal XVIII Congresso del Pcc, anche se

sarebbe un errore dare per scontato il risultato del dibattito (e della

lotta politica) in corso. E così: a conclusione di un periodo di

incertezze, conflitti e lacerazioni, alla prima generazione di

rivoluzionari con al centro Mao Zedong ha fatto seguito la seconda

generazione di rivoluzionari con al centro Deng Xiaoping. Hanno

fatto poi seguito la terza e la quarta generazione di rivoluzionari con

al centro rispettivamente Jiang Zemin e Hu Jintao. Dal prossimo

Congresso del Partito scaturirà la quinta generazione di

rivoluzionari. E’ un’impostazione data a suo tempo da Deng Xiaoping, che ha confermato

così la sua lungimiranza e la sua lucidità nella costruzione del Partito e dello Stato:

superati sono la personalizzazione del potere e il culto della personalità; si è posto fine

all’occupazione vita natural durante delle cariche politiche; si è affermato un processo di

formazione e selezione dei gruppi dirigenti che ha dato sinora ottimi risultati.

6. Ma sino a che punto si può considerare socialista il «socialismo di mercato»

teorizzato e praticato dal Partito comunista cinese? Nella variegata delegazione che arriva

dall’Occidente non mancano i dubbi, le perplessità, le critiche aperte. Si sviluppa un

dibattito aperto e vivace, ancora una volta incoraggiato dai nostri interlocutori e ospiti. Non

c’è dubbio che, con l’affermarsi della politica di riforma e di apertura, si è ristretta l’area

dell’economia statale e si è allargata l’area dell’economia privata: siamo in presenza di un

processo di restaurazione del capitalismo? I comunisti cinesi fanno notare che resta fermo

il ruolo centrale e dirigente dello Stato (e del Partito comunista): è così?

Il panorama economico e sociale della Cina di oggi è caratterizzato

dalla compresenza delle più diverse forme di proprietà: proprietà

statale; proprietà pubblica (in questo caso il proprietario è costituto

non dallo Stato centrale bensì, ad esempio, da una municipalità);

società per azioni nell’ambito delle quali la proprietà statale o la

proprietà pubblica detiene la maggioranza assoluta, ovvero la

maggioranza relativa o una quota significativa del pacchetto azionario;

proprietà cooperativa; proprietà privata. In tali condizioni, risulta ben

difficile calcolare con precisione la percentuale dell’economia statale e

pubblica. Di ritorno a casa, trovo un numero particolarmente

interessante dell’«International Herald Tribune»: vi leggo un calcolo

effettuato da un professore della prestigiosa università di Yale, per l’esattezza da Chen

Zhiwu (dunque un americano di origine cinese, in condizioni forse privilegiate per

orientarsi nella lettura dell’economia del grande paese asiatico), in base al quale «lo Stato

controlla tre quarti della ricchezza della Cina» (7 luglio 2010, p. 18). A ciò bisogna

aggiungere un dato generalmente trascurato: in Cina la proprietà del suolo è interamente

nelle mani dello Stato; della terra da essi coltivata i contadini detengono l’usufrutto, che

possono anche vendere, ma non la proprietà. Per quanto riguarda l’industria, altri calcoli

attribuiscono un peso più ridotto allo Stato. In ogni caso, chi pensasse ad un processo

graduale e irreversibile di ritiro dello Stato dall’economia sarebbe del tutto fuori strada. Su

«Newsweek» del 12 luglio un articolo di Isaac Stone Fish richiama l’attenzione sulle

«imprese di proprietà statale che dominano in modo crescente l’economia cinese». In ogni

caso – ribadisce il settimanale statunitense – nello sviluppo dell’Ovest (che ormai si

delinea in tutta la sua ampiezza e profondità) il ruolo dell’impresa privata sarà ben più

ridotto di quello a suo tempo svolto nello sviluppo dell’Est.

I compagni cinesi ci fanno notare che, introducendo forti elementi di concorrenza, l’area

economica privata ha contribuito in ultima analisi al rafforzamento dell’area statale e

pubblica, che è stata costretta a scuotersi di dosso il burocratismo, il disimpegno,

l’inefficienza, il clientelismo. In effetti, proprio grazie alle riforme di Deng Xiaoping, le

aziende statali o controllate dallo Stato godono ai giorni nostri di una solidità e di una

competitività internazionali senza precedenti nella storia del socialismo. E’ un punto che

può essere chiarito a partire da un numero dell’«Economist» (10-16 luglio 2010) che

acquisto e leggo nel confortevole aeroporto di Pechino, in attesa di ripartire per l’Italia:

l’articolo di fondo sottolinea che quattro tra le più importanti dieci banche mondiali sono

ora cinesi. Esse, al contrario delle banche occidentali, sono in ottima salute, «guadagnano

soldi», ma «lo Stato detiene il pacchetto di maggioranza e il Partito comunista nomina i

massimi dirigenti, la cui retribuzione è una frazione di quella dei loro omologhi

occidentali». Per di più, questi dirigenti «devono rispondere a un’autorità superiore a

quella della borsa», e cioè alle autorità di uno Stato diretto dal Partito comunista. Il

prestigioso settimanale finanziario inglese non riesce a capacitarsi di queste novità

inaudite; spera e scommette che le cose cambieranno in futuro. Resta per ora un fatto che

è sotto gli occhi tutti: l’economia statale e pubblica non è sinonimo di inefficienza, come

pretendono i paladini del neoliberismo, né le banche devono pagare i loro dirigenti come

nababbi per essere competitive sul mercato interno e internazionale.

7. E’ probabile che l’area economica

privata soddisfi ulteriori esigenze. Intanto

essa rende più agevole l’introduzione della

tecnologia più avanzata dei paesi

capitalistici: non dimentichiamo che su

questo punto gli Usa cercano ancora di

imporre un embargo ai danni della Cina. Ma

c’è un altro punto, di cui mi rendo conto

visitando l’avanzatissimo parco industriale di

Weifang. In alcuni casi a fondare le aziende

private sono stati cinesi d’oltremare: hanno

studiato all’estero (soprattutto negli Usa), conseguendo altissimi risultati e accumulando

talvolta un certo capitale. Ora ritornano in patria, con una decisione che suscita sgomento

nei paesi in cui si erano stabiliti: com’è possibile che intellettuali di primissimo piano

abbandonino la «democrazia» per ritornare alla «dittatura»? Oltre che dal richiamo

patriottico, che li invita a partecipare allo sforzo corale di tutto un popolo perché la Cina

raggiunga i livelli più avanzati di sviluppo, di tecnologia e di civiltà, questi cinesi

d’oltremare sono attratti anche dalla prospettiva di far valere il loro talento e la loro

esperienza nelle Università come anche nelle aziende private ad alta tecnologia che essi

aprono. In altre parole, siamo in presenza della continuazione della politica di fronte unito

teorizzata e praticata da Mao non solo nel corso della lotta rivoluzionaria ma anche per

diversi anni dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese.

Ma entriamo finalmente in queste aziende di proprietà privata. Con o senza cinesi

d’oltremare, esse ci riservano grandi sorprese. A venirci incontro sono in primo luogo

membri del Comitato di Partito, le cui foto sono bene in evidenza nei diversi reparti. Dal

loro racconto emergono quasi casualmente i condizionamenti che pesano sulla proprietà.

Essa è stimolata o pressata a reinvestire una parte consistente dei profitti (talvolta sino al

40%) nello sviluppo tecnologico dell’impresa; un’altra parte dei profitti, la cui percentuale è

difficile da calcolare, è utilizzata per interventi di carattere sociale (ad esempio la

costruzione di scuole professionali successivamente donate allo Stato o a una

municipalità, ovvero il soccorso alle vittime di una catastrofe naturale). Se si tiene presente

che queste aziende private dipendono largamente dal credito erogato da un sistema

bancario controllato dallo Stato e se si riflette altresì sulla presenza al loro interno di

Partito e sindacato, una conclusione s’impone: nelle stesse aziende private il potere della

proprietà privata è bilanciato e limitato da una sorta di contropotere.

Ma qual è il ruolo svolto dal Partito e dal sindacato? Le risposte che riceviamo non

soddisfano tutti i membri della nostra delegazione. Alcuni, riecheggiando una tendenza

assai diffusa nella sinistra occidentale, concentrano la loro attenzione esclusivamente sul

livello dei salari. Gli interlocutori cinesi, invece, fanno capire che, al di là del miglioramento

delle condizioni di vita e di lavoro delle maestranze, essi si preoccupano del contributo che

le loro aziende possono fornire allo sviluppo dell’economia e della tecnologia dell’intera

nazione. Da questo scambio di idee vediamo riemergere la contrapposizione tra le due

figure su cui insiste il Che fare? di Lenin. L’esponente della sinistra occidentale, che

chiama gli operai cinesi a respingere ogni compromesso col potere statale nella loro lotta

per più alti salari, crede di essere radicale e persino rivoluzionario. In realtà, egli si colloca

sulla scia del riformista o, peggio, del corporativo «segretario di una qualunque tradeunion

» al quale Lenin rimprovera di perdere di vista la lotta di emancipazione nei suoi

diversi aspetti nazionali e internazionali, divenendo così talvolta il puntello di «una nazione

che sfrutta tutto il mondo» (a quei tempi l’Inghilterra). Ben diversamente si atteggia il

rivoluzionario «tribuno popolare». Certo, rispetto al 1902 (l’anno di pubblicazione del Che

fare?), la situazione è radicalmente cambiata. Nel frattempo in Cina il «tribuno popolare»

può contare sul sostegno del potere politico; resta il fatto che, per essere rivouzionario,

egli, facendo tesoro dell’insegnamento di Lenin, deve saper guardare l’insieme dei rapporti

politici e sociali a livello nazionale e a

livello internazionale. Un consistente

aumento dei salari si impone ed è già in

atto, favorito o promosso dallo stesso

potere centrale (come riconosce la grande

stampa internazionale) ma esso, al di là

del miglioramento delle condizioni di vita e

di lavoro delle maestranze, mira ad

accrescere il contenuto tecnologico dei

prodotti industriali e quindi a consolidare

l’economia cinese nel suo complesso,

rendendola altresì meno dipendente dalle esportazioni. Le (giuste) rivendicazioni salariali

immediate non devono compromettere il conseguimento dell’obiettivo strategico del

rafforzamento di un paese che sempre più, già col suo sviluppo economico, imbriglia i

piani dell’imperialismo ovvero dell’«egemonismo», come più diplomaticamente

preferiscono dire gli interlocutori cinesi.

8. Infine, l’ultima pietra dello scandalo: da qualche anno, in omaggio all’«importante

idea delle tre rappresentanze», anche gli imprenditori sono ammessi nelle file del Partito

comunista cinese. E di nuovo emergono le preoccupazioni e le angosce di alcuni membri

della delegazione europea: è in atto l’imborghesimento del Partito che dovrebbe garantire

il senso di marcia socialista dell’economia di mercato? In via preliminare gli interlocutori

cinesi fanno notare che il numero degli imprenditori ammessi nelle file del Partito (a

conclusione di un processo rigoroso di verifica e selezione) è del tutto insignificante se

messo a confronto con una massa di militanti che ammonta a poco meno di 80 milioni; in

altre parole, si tratta di una presenza simbolica. Ma tale spiegazione è insufficiente.

Abbiamo visto che alcuni di questi imprenditori svolgono una funzione nazionale: in alcuni

settori dell’economia hanno cancellato o ridotto la dipendenza tecnologica della Cina

dall’estero; talvolta, non solo sul piano oggettivo ma in modo consapevole qualcuno tra di

loro si è collocato in prima fila nella lotta ingaggiata dal Partito comunista già nel 1949, la

lotta per dare scacco all’imperialismo passando dalla conquista dell’indipendenza sul

piano politico alla conquista dell’indipendenza anche sul piano economico e tecnologico.

In un mondo sempre più caratterizzato dalla knowledge economy, cioè da un’economia

basata sulla conoscenza, può accadere che lo stakhanovista eroe del lavoro dell’Urss di

Stalin assuma le sembianze del tutto nuove di un tecnico superspecializzato che, aprendo

un’azienda ad alto valore tecnologico, fornisce un importante contributo alla difesa e al

rafforzamento della patria socialista.

Si può fare un’ulteriore considerazione. Sull’onda del «socialismo di mercato» si è

venuto a costituire un nuovo strato borghese in rapida espansione. La cooptazione di

alcuni suoi membri nell’ambito del Partito comunista comporta una decapitazione politica

di questo nuovo strato, allo stesso modo in cui in una società borghese la cooptazione da

parte della classe dominante di alcuni personalità di estrazione operaia o popolare stimola

la decapitazione politica delle classi subalterne.

9. E’ venuto il momento di trarre le conclusioni. Nel mio inglese claudicante le espongo

in occasione di alcuni banchetti e, soprattutto, della cena che precede il viaggio di ritorno e

che vede la presenza fra gli altri di Huang Huaguang, Direttore generale dell’Ufficio per

l’Europa occidentale del Dipartimento internazionale del Comitato Centrale del Pcc. Tutti i

partecipanti al viaggio sono chiamati a esprimersi con grande franchezza. Nei miei

interventi cerco di interloquire anche con gli altri membri della delegazione dell’Europa

occidentale e forse soprattutto con loro.

Allorché dichiarano di trovarsi solo allo stadio primario del socialismo e prevedono che

questo stadio duri sino alla metà del XXI secolo, i comunisti cinesi riconoscono

indirettamente il peso che i rapporti capitalistici continuano a esercitare nel loro immenso e

variegato paese. D’altro canto, è sotto gli occhi di tutti il monopolio del potere politico

detenuto dal Partito comunista (e dagli 8 Partiti minori che riconoscono la sua direzione).

All’osservatore attento non dovrebbe neppure sfuggire il fatto che, collocate come sono in

una posizione di subalternità sul piano economico, politico e sociale, le stesse aziende

private, più che la logica del massimo profitto, sono stimolate, spinte e pressate a

rispettare una logica diversa e superiore: quella

dello sviluppo sempre più generalizzato e

sempre più capillarmente diffuso dell’economia

nonché del potenziamento della tecnologia

nazionale. In ultima analisi, attraverso una serie

di mediazioni, le stesse aziende private risultano

assoggettate o subordinate al «socialismo di

mercato». E, dunque, le prediche moraleggianti

che una certa sinistra occidentale non si stanca

di fare al Partito comunista cinese sono per un

verso ridondanti e superflue, per un altro verso

infondate e inconsistenti.

Ovviamente, è del tutto legittimo formulare dubbi e critiche sul «socialismo di mercato».

Ma almeno su un punto ritengo che a sinistra dovrebbe essere possibile pervenire a un

consenso. La politica di riforma e di apertura introdotta da Deng Xiaoping non ha

significato affatto l’omologazione della Cina all’Occidente capitalistico come se tutto il

mondo fosse ormai caratterizzato da una calma piatta. In realtà, proprio a partire dal 1979

si è sviluppata una lotta che è sfuggita agli osservatori più superficiali ma la cui importanza

si manifesta con sempre maggiore evidenza. Gli Usa e i loro alleati speravano di ribadire

una divisione internazionale del lavoro, in base alla quale la Cina avrebbe dovuto limitarsi

alla produzione, a basso prezzo, di merci prive di reale contenuto tecnologico. In altre

parole speravano di conservare e accentuare il monopolio occidentale della tecnologia: su

questo piano la Cina, come tutto il Terzo Mondo, avrebbe dovuto continuare a subire un

rapporto di dipendenza rispetto alla metropoli capitalistica. Ben si comprende che i

comunisti cinesi abbiano interpretato e vissuto la lotta per far fallire tale progetto

neocolonialista come la continuazione della lotta di liberazione nazionale: non c’è reale

indipendenza politica senza indipedenza economica; almeno coloro che si richiamano al

marxismo dovrebbero aver chiara tale verità! Graze all’agognato mantenimento del

monopolio della tecnologia, gli Usa e i loro alleati intendevano continuare a dettare i

termini delle relazioni internazionali. Col suo straordinario sviluppo economico e

tecnologico, la Cina ha aperto la strada alla democratizzazione dei rapporti internazionali.

Di questo risultato dovrebbero essere lieti non solo i comunisti ma anche ogni autentico

democratico: ci sono ora condizioni migliori per l’emancipazione politica e economica del

Terzo Mondo.

A questo punto conviene sgomberare il campo da un equivoco che rende difficile la

comunicazione tra Pcc e sinistra occidentale nel suo complesso. Sia pure tra oscillazioni e

contraddizioni di vario genere, sin dalla sua fondazione la Repubblica Popolare Cinese si

è impegnata a lottare contro non una ma due diseguaglianze, l’una di carattere interno,

l’altra di carattere internazionale. Nell’argomentare la necessità della politica di riforma e di

apertura da lui auspicata, in una conversazione del 10 ottobre 1978, Deng Xiaoping

richiamava l’attenzione sul fatto che si stava allargando il «gap» tecnologico rispetto ai

paesi più avanzati. Questi si stavano sviluppando «con una velocità tremenda», mentre la

Cina rischiava di restare sempre più indietro (Selected Works, vol. 3, p. 143). Ma se

avesse mancato l’appuntamento con la nuova rivoluzione tecnologica, essa si sarebbe

venuta a trovare in una situazione di debolezza simile a quella che l’aveva consegnata

inerme alle guerre dell’oppio e all’aggressione dell’imperialismo. Se avesse mancato

questo appuntamento, oltre che a se stessa, la Cina avrebbe arrecato un danno enorme

alla causa dell’emancipazione del Terzo mondo nel suo complesso. E’ da aggiungere

che, proprio per il fatto che ha saputo ridurre drasticamnente la diseguaglianza

(economica e tecnologica) sul piano internazionale, la Cina è oggi in condizioni migliori,

grazie alle risorse economiche e tecnologiche nel frattempo accumulate, per affrontare il

problema della lotta contro la diseguaglianze sul piano interno.

Il «secolo delle umiliazioni» della Cina (il periodo che va dal 1840 al 1949, e cioè dalla

prima guerra dell’oppio alla conquista del potere da parte del Pcc) ha coinciso

storicamente col secolo di più profonda depravazione morale dell’Occidente: guerre

dell’oppio con lo scempio inflitto a Pechino al Palazzo d’Estate e con la distruzione e il

saccheggio delle opere d’arte in esso contenute, espansionismo coloniale e ricorso a

pratiche schiavistiche o genocide a danno delle

«razze inferiori», guerre imperialiste, fascismo

e nazismo, con la barbarie capitalista,

colonialista e razzista che raggiunge il suo

apice. Dal modo in cui l’Occidente saprà

guardare alla rinascita e al ritorno della Cina, si

potrà valutare se esso è deciso a fare

realmente i conti col secolo della sua più

profonda depravazione morale. Che almeno la

sinistra sappia farsi interprete della cultura più

avanzata e più progressista dell’Occidente!