Archivi del mese: novembre 2010

“CINA CONTEMPORANEA E SOCIALISMO”

A marzo del 2011 la Cooperativa Editrice Aurora pubblicherà un libro sulla Cina contemporanea ed il socialismo, diviso in più parti e scritto da Sergio Ricaldone, Bruno Casati, Roberto Sidoli, Massimo Leoni.

Pubblichiamo uno stralcio della sezione inviataci ed elaborata da Roberto Sidoli e Massimo Leoni, intitolata “Cina: socialismo o capitalismo”.

Ritrovabile anche in www.lacinarossa.net

Di Roberto Sidoli.

Di Massimo Leoni.

Capitolo I

Cina: socialismo o capitalismo?

Il processo di analisi della natura socioproduttiva della Cina contemporanea e della strategia politico- economica adottata negli ultimi decenni dal PCC (partito comunista cinese), dopo il 1976 e la morte di Mao Zedong, pone delle questioni teoriche e politiche di enorme rilievo, visto che nel gigantesco paese asiatico vive circa un quinto della popolazione mondiale e che proprio nel 2009 si è assistito ad un evento di portata eccezionale, il sorpasso della nuova superpotenza economica cinese rispetto al vecchio detentore del primato produttivo su scala mondiale, gli Stati Uniti (sorpasso in termini di parità nel potere d’acquisto dei rispettivi prodotti nazionali lordi).[1]

Per comprendere la matrice (contraddittoria, sdoppiata) socioproduttiva della Cina odierna, si deve partire dall’indagine sui suoi aspetti sociali di produzione, tenendo tra l’altro a mente che il “modello cinese” post-maoista è stato riprodotto largamente anche in Vietnam e Laos (paesi con circa 90 milioni di abitanti) a partire dal 1986, in base a decisioni prese in assoluta autonomia dai due partiti comunisti asiatici al potere.[2]

Contrariamente alle tesi diffuse in alcuni settori del movimento anticapitalistico occidentale, secondo i quali dopo la svolta del 1976/78 si sarebbe attuata una sorta di restaurazione borghese nel gigantesco paese asiatico, la “linea rossa” e le relazioni sociali di produzione/distribuzione collettivistiche risultano ancora oggi egemoni e centrali all’interno della variegata, composita e “sdoppiata” formazione economico-sociale cinese del 2000-2010.

Come punto di partenza riprendiamo alcuni recenti articoli sulla Cina di orientamento apertamente anticomunista, che forse possono servire a provocare uno shock salutare in alcuni lettori e compagni.

Il 16 novembre del 2010 J. Dean scriveva sul Wall Street Journal, la “bibbia” dei capitalisti di tutto il mondo, rilevando con preoccupazione come il governo e lo stato cinese possiedono “tutte le maggiori banche in Cina, le tre maggiori compagnie del settore petrolifero e delle telecomunicazioni, le più grandi aziende nei mass-media”. Sempre il Wall Street Journal ha notato che i beni di proprietà delle imprese statali nel 2008 equivalevano a ben 6000 miliardi di dollari, il 133% del prodotto nazionale lordo cinese di quello stesso anno ed in percentuale più di cinque volte del valore accumulato dalle imprese pubbliche (ferrovie, ecc.) francesi, il paese a sua volta più “dirigista” del mondo occidentale.

Una seconda sorpresa è arrivata il 7 luglio del 2010: un professore dell’università di Yale, Chen Zhiwu, ha rilevato sull’International Herald Tribune (pag. 18) che “lo stato cinese controlla tre quarti della ricchezza in Cina…”: il 75%, quindi, non lo 0,1% del processo produttivo del gigantesco paese asiatico.

A sua volta il giornalista Isaac Stone Fish, sulla rivista statunitense Newsweek del 12 luglio 2010, ha attirato l’attenzione sulle “imprese di proprietà statale, che dominano in modo crescente l’economia cinese…”  pertanto negli ultimi anni si assiste ad un processo di incremento del peso specifico del settore pubblico all’interno della Cina, non alla sua riduzione.. [3]

Altro microshock. Il 28 settembre del 2009 il sito China Stakes rilevava che, tra l’aprile ed il settembre di quell’anno, il governo o le autorità locali della provincia dello Shanx, (la “capitale del carbone” della Cina) avevano nazionalizzato ben 2840 miniere appartenenti in precedenza ad investitori privati, autoctono o stranieri, con indennizzi di regola ritenuti da questi ultimi “insoddisfacenti”.

Tang Xiangyang, sulla rivista Economic Observer News del settembre 2009, ha preso in esame l’elenco che viene diffuso ogni anno in Cina sulle 500 principali aziende del paese, edito tra l’altro a partire dal 2002 da un organismo che comprende al suo interno anche tutte le principali imprese private, autoctone o multinazionali, che operano in esso.

Con tono sconsolato, Tang Xiangyang ha dovuto intitolare il suo articolo “I monopoli di stato dominano la top 500 della Cina”, notando subito che durante il 2008 tutte le prime 43 posizioni nell’elenco in oggetto erano occupate… da aziende, industrie e banche statali, completamente o a maggioranza in mano al settore pubblico. Le imprese private e i monopoli capitalistici, tanto decantati in occidente, svolgevano il ruolo di “cenerentola” nel processo produttivo cinese, tanto che Tang Xiangyang è stato costretto a rilevare con una certa angoscia come la più grande azienda privata cinese, la Huawei Tecnologies con base a Shenzen, occupasse solo il 44° posto nella lista; dato ancora peggiore per il povero Tang, solo un quinto e solo cento delle “top 500” in Cina erano aziende capitalistiche, la cui percentuale sull’importo globale delle vendite ottenute nel 2008 dalle prime cinquecento imprese risultava pari a un deludente … 10%, ad un modesto decimo del reddito globale espresso da queste ultime nella Cina del 2008.[4]

Nella classifica sulle 500 imprese più grandi al mondo, inoltre, pubblicato dalla rivista Fortune nel luglio del 2010, risultano presenti 42 imprese della Cina continentale (con esclusione di Taiwan, Hong Kong e Macao): e su queste 42 (a partire dalla statale Sinopec, numero sette su scala planetaria), gigantesche aziende cinesi, risultano essere di proprietà pubblica, in tutto o in larga parte,  beh…41: quarantuno società su quarantadue.

A sua volta Dick Morris, giornalista di sicura fede anticomunista, nel luglio del 2009 intitolava un suo articolo “Il socialismo non funziona nemmeno in Cina”, lamentandosi (dal suo punto di vista) che in Cina ben l’80% di tutte le attività di investimento venisse finanziata da banche statali, in tutto o in larga parte di proprietà pubblica, e che (orrore ancora maggiore) le imprese di stato cinesi esprimessero ben il 70% dell’insieme degli investimenti di capitali in Cina

Percentuale tra l’altro in crescita progressiva, protestava con vigore l’indignato Dick Morris, e che ingiustamente favoriva la “triste storia del settore socialista in Cina” sempre a giudizio del pubblicista occidentale.[5]

Quarantatre società statali ai primi quarantatre posti nella “top 500”, il 70% degli investimenti produttivi cinesi da imprese pubbliche: anche a prima vista, non si tratta certo di “residui” socioproduttivi di marca socialista dei (presunti) “bei tempi passati”.

Servono altri dati? Bene, ne troveremo altri facilmente.

Secondo l’autorevole economista statunitense Christopher Mcnally, nel 2009 le imprese statali (in tutto oppure in larga parte di proprietà pubblica) producevano circa il 60% del prodotto nazionale lordo cinese: senza tener conto del settore cooperativo, in una nazione spesso definita a torto come capitalista.[6]

Sul New Jork Times del 29 agosto 2010, Michael Wines notava infine con preoccupazione come la Cina negli ultimi anni avesse rafforzato il settore statale, tanto che delle 100 più grandi imprese cinesi quotate in borsa, affermava sconsolato il giornalista statunitense, ben 99 erano in maggioranza (quasi totale/egemoni) di proprietà statale, ed una sola invece privata e capitalista.[7]

L’egemonia contrastata della “linea rossa”, all’interno della proteiforme formazione economico-sociale cinese del 2000-2010, si compone e viene costituita innanzitutto da quattro “grandi anelli” materiali, strettamente interconnessi tra loro.

Il primo tassello socioproduttivo della “linea rossa”, nella Cina contemporanea, viene rappresentato dall’enorme ruolo e peso specifico mantenuto tutt’oggi dalle grandi imprese statali, in tutto o in larga parte di proprietà pubblica, che operano nel settore industriale e bancario, estrattivo e commerciale della grande nazione asiatica.

Il 3 settembre del 2007 il Quotidiano del Popolo di Pechino, l’organo di stampa più prestigioso del Partito Comunista Cinese (PCC), ha riportato che nel 2006 le 500 principali imprese della Cina (ivi comprese banche, settore petrolifero, ecc.) controllavano e possedevano l’83,3% del PNL cinese, in netto aumento rispetto al 78% del 2005 ed al solo 55,3% del 2001: tra questi 500 grandi colossi, 349 e quasi il 70% del totale erano di proprietà statale, in modo completo o con una quota di maggioranza appartenenti alla sfera pubblica.

Il trend generale è continuato anche nel 2009. Secondo i dati forniti il 4 settembre del 2010, l’anno precedente le prime 500 imprese cinesi avevano raggiunto un reddito operativo pari a più di quattromila miliardi di dollari, quasi il doppio del PNL italiano: di questi 4005 miliardi di dollari meno di un quinto era stato prodotto dalle imprese private, dimostrando ancora una volta l’egemonia (contrastata) del settore statale all’interno dell’economia cinese.

Sempre nel 2006 il giro di affari e le vendite delle imprese statali (completamente o in maggioranza statali) risultò di 14,9 migliaia di miliardi di yuan, su un totale di 17,5 migliaia di miliardi di yuan di vendita globale collezionati dalle prime 500 imprese, pari a circa l’85% dell’insieme del giro d’affari della ricchezza prodotta da queste ultime; visto che la quota dei “500 big”sul prodotto nazionale lordo cinese era pari al sopraccitato 83,3%, la quota percentuale delle 349 imprese statali sul PNL cinese ufficiale risultava pari al 70% ed a quasi tre quarti della ricchezza globale cinese.[8]

Nel 2008 il giro d’affari delle SOE (imprese statali cinesi, in tutto o a maggioranza) era ancora aumentato fin a quasi raggiungere i 18 migliaia di miliardi di yuan e per una quota sempre pari a circa il 70% del PNL interno, equivalente a 24,66 migliaia di miliardi di yuan nell’anno preso in esame, mentre il numero di impiegati in esse era pari a circa 35 milioni.[9]

Nel 2009 il giro d’affari della SOE superava a sua volta i 20 migliaia di miliardi di yuan, con un ulteriore e netto incremento rispetto all’anno precedente.

Anche se una parte nettamente minoritaria delle imprese statali risulta in mano ai privati, autoctoni o stranieri, come soci di minoranza, mentre una quota “sommersa” del PIL cinese non emerge dalle statistiche ufficiali, si tratta di dati assolutamente sconosciuti al reale capitalismo monopolistico di stato egemone nell’area occidentale e giapponese, segnata tra il 1979 ed il 2005 da processi giganteschi di privatizzazione delle imprese produttive statali, che hanno invece solo sfiorato in misura modesta l’economia cinese.

La principale debolezza del settore statale cinese consiste nel suo minor tasso medio di profitto rispetto alla sfera privata, autoctona o straniera. La massa di profitto ottenuta dalla SOE è passata dai 90 miliardi di yuan del 1995 fino ai 221 del 2002, balzando poi nel 2007 alla cifra di 1620 miliardi di yuan (221,9 miliardi di dollari): un incremento eccezionale, dovuto anche al doloroso processo di ristrutturazione delle imprese statali sviluppatosi tra il 1998 ed il 2006, ma che non è ancora sufficiente a far raggiungere alle SOE i margini di redditività ottenuti negli stessi anni dal settore privato, che tra il gennaio e il novembre del 2007 avevano raggiunto una massa di profitto di 400 miliardi di yuan solo nel segmento delle grandi imprese private, trascurando le medie, piccole e piccolissime imprese.[10]

Il secondo anello principale che garantisce tuttora l’egemonia contrastata della “linea rossa”, all’interno della variegata formazione economico-sociale cinese, viene rappresentato dalla proprietà pubblica del suolo cinese, che può essere concesso legalmente in usufrutto a privati solo in determinate condizioni e con l’approvazione preventiva dello stato. Ancora recentemente l’assemblea legislativa cinese ha rifiutato qualunque proposta di privatizzazione della terra in Cina: il 30 gennaio del 2007 Chen Xiwen, direttore dell’ufficio agricolo del governo centrale, dopo aver ribadito un secco diniego alle ipotesi di privatizzazione, ha notato che la terra veniva data in usufrutto ai contadini per trent’anni e che ogni ipotesi di subaffitto del suolo da parte dei contadini alle imprese industriali era pertanto da considerarsi come assolutamente illegale.[11]

Anche secondo le nuove leggi entrate in vigore dal primo ottobre 2007, la proprietà della terra in Cina si divide in due tipi fondamentali: quella statale per le aree urbane, e quella invece posseduta collettivamente dai singoli villaggi rurali nelle campagne del gigantesco paese asiatico, villaggi ed agglomerati riconosciuti come Organizzazioni Economiche Collettive (OEC), che distribuiscono l’usufrutto della terra alle famiglie contadine e/o alle cooperative di produzione agricola nei loro villaggi.

Proprio nell’ottobre del 2008, le autorità centrali hanno presentato un progetto di legge che tutelerà gli OEC dall’espropriazione di terre per i bisogni produttivi delle imprese, per nuove strade, ferrovie, ecc., consentendo allo stesso tempo alle famiglie contadine già usufruttuarie della terra un maggiore livello di protezione socioproduttiva e politica.

Il terzo segmento socioproduttivo che costituisce il mosaico della “linea rossa” in Cina è costituito dal settore cooperativo, in particolar modo dalle imprese cooperative (industriali ed artigianali) di villaggio, di proprietà di tutti gli abitanti dei villaggi o municipi interessati secondo una pratica produttiva regolarizzata da una legge del 1990.

Il Fondo Monetario internazionale (2004) ha stimato che se già nel 1980 le cooperative non agricole di villaggio impiegavano circa 30 milioni di lavoratori, nel 2003 la cifra era salita a più di 130 milioni di unità lavorative, rimanendo quasi invariata negli ultimi cinque anni e coprendo circa il 20% dell’attuale forza lavorativa cinese, anche se alcune di queste cooperative hanno perso il loro carattere originario ed hanno subito un processo mascherato di privatizzazione.

Come ha notato G. Arrighi, il momento fondamentale per il processo di sviluppo delle cooperative rurali non agricole è stato paradossalmente «l’introduzione, nel 1978/1983, del sistema di responsabilizzazione familiare, che faceva tornare il potere decisionale e il controllo sul sovrappiù agricolo alle famiglie, togliendoli alle comuni. Inoltre nel 1979, e poi ancora nel 1983, i prezzi pagati per gli approvvigionamenti di prodotti agricoli sono stati aumentati in misura significativa. Il risultato è stato un aumento importante della produttività delle fattorie e dei redditi agricoli, che a sua volta ha ringiovanito “l’antica” propensione delle comunità e delle brigate agricole a cimentarsi anche nella produzione non agricola. Tramite una serie di barriere istituzionali alla mobilità personale, il governo incoraggiava il lavoratore agricolo a “lasciare la terra senza abbandonare il villaggio”. Nel 1983, tuttavia, venne permesso ai residenti nelle aree rurali di intraprendere attività di trasporto e di commercio anche a grande distanza, alla scopo di trovare sbocchi di mercato ai loro prodotti. Era la prima volta nel corso di quella generazione che ai contadini cinesi veniva consentito di condurre affari fuori dai confini del proprio villaggio. Nel 1984 i regolamenti vennero ulteriormente addolciti, consentendo ai contadini di andare a lavorare nelle città vicine per presentare la loro opera in organismi collettivi noti come “imprese di municipalità e villaggio”.

Il risultato fu la crescita esplosiva della massa di forza-lavoro rurale impiegata in attività non agricole, dai 28 milioni del 1978 ai 136 milioni del 2003, con gran parte dell’aumento localizzato nelle imprese di municipalità e villaggio. Fra il 1980 e il 2004 le imprese di municipalità e villaggio hanno creato un numero di posti di lavoro quadruplo di quelli persi nello stesso periodo nelle città delle imprese statali o collettive. Nonostante fra il 1995 e il 2004 il tasso di crescita dell’occupazione nelle imprese di municipalità e villaggio sia stato inferiore al tasso di disoccupazione degli impieghi urbani statali e collettivi, il bilancio dell’intero periodo mostra che alla fine le imprese di municipalità e villaggio occupano ancora più del doppio dei lavoratori impiegati complessivamente nelle imprese urbane a proprietà straniera, a proprietà privata e a proprietà mista.

Il dinamismo delle imprese rurali ha colto di sorpresa i dirigenti cinesi. Come riconobbe Deng Xiaoping nel 1993, lo sviluppo delle imprese di municipalità e villaggio “fu del tutto inatteso”. Da allora il governo è intervenuto per regolare e dare una normativa alle imprese rurali e nel 1990 la proprietà delle imprese di municipalità e villaggio è stata conferita collettivamente a tutti gli abitanti del municipio o del villaggio interessato. Il potere di assumere o licenziare i direttori delle imprese fu però conferito alle autorità locali, con la possibilità di demandare tale scelta a una struttura governativa. Anche la distribuzione dei profitti è stata sottoposta a normativa, introducendo l’obbligo del reinvestimento nell’impresa di più del 50% dei profitti per modernizzare e ingrandire gli impianti e per finanziare servizi e grafiche per i lavoratori, mentre la quasi totalità di quel che resta deve essere impiegata per infrastrutture agricole, miglioramenti tecnologici, servizi pubblici e investimenti di nuove imprese».[12]

A fianco delle cooperative rurali (non agricole) di villaggio, tutt’ora esiste una grande e variegata rete di cooperative agricole ed edilizie, di consumo e/o urbane, che fanno parte della Federazione delle Cooperative cinesi, interessando in forme diverse buona parte della popolazione cinese a partire dei 10 milioni di persone che lavoravano direttamente al loro interno  nel 2003.

Nel 2002 ammontavano invece a circa 100 milioni gli associati delle cooperative cinesi facenti parte dell’ Alleanza Internazionale delle Cooperative, mentre nel 2003 le 94.711 cooperative cinesi (di tutti i generi e tipologie) contavano al loro interno la “modica” cifra di 1.193.000.000 di uomini e donne, associati a vario titolo.[13]

Secondo una tesi assai diffusa nella sinistra occidentale, non sono esistite quasi più cooperative rurali in Cina dopo la morte di Mao.

Il Quotidiano del Popolo del 21 agosto 2010 (“China rural cooperatives Relp boost farmers’income”) a riportato invece che a marzo del 2010 esistevano ormai più di 270000 cooperative agricole in Cina, quasi il triplo di quelle operanti alla fine del 2008: coinvolgendo già ora decine di milioni di contadini associati alla “linea rossa”, e godendo del forte sostegno politico-economico da parte dello stato cinese.

Nel completo silenzio dei mass-media occidentali, dal 2007 nelle campagne cinesi stà ormai crescendo una gigantesca ondata cooperativa, assolutamente volontaria, la quale ha fatto in modo che all’inizio del 2010 più di un villaggio cinese su tre abbia al suo interno una cooperativa di produzione agricola: non a caso il Global Times (28 giugno 2010, “Small farrners are harvesting the big market”) ha sottolineato come sia la seconda volta, dopo il 1953/58, che i contadini cinesi su larga scala “si stiano “organizzando per lavorare assieme” e per produrre in modo cooperativo, creando un fenomeno assai importante sia su scala cinese che mondiale.

Un ulteriore tassello della “linea rossa” cinese viene costituito dal “tesorone” di proprietà statale che è stato accumulato progressivamente dopo il 1977, e cioè dalla massa enorme di valuta straniera e da titoli del tesoro esteri via via rastrellati negli ultimi tre decenni dall’apparato statale cinese.

Mentre nel 1978 le riserve valutarie statali risultavano pari solo a tre miliardi di dollari (M. Bergere), a fine giugno 2008 il “tesorone” di proprietà pubblica della Cina ha raggiunto la cifra astronomica di 1810 miliardi di dollari ed un valore pari a circa il 50% del prodotto nazionale lordo (nominale) del paese: detta in altri termini, al PNL cinese controllato dalle imprese statali va aggiunta un’altra massa enorme di denaro e risorse di proprietà pubblica convertibili in ogni momento con facilità, un’altra enorme quota di ricchezza saldamente in mano all’apparato statale ed a disposizione dei bisogni dello stato e del popolo cinese.[14]

Un “tesorone” in via di progressivo aumento che nel settembre 2010 ha raggiunto quota 2650 miliardi di dollari, risultando equivalente già ora a quasi il triplo delle riserve valutarie statali a disposizione del Giappone e superando nettamente l’intero PNL dell’Italia.

Oltre che dai “quattro anelli” principali sopra descritti,la supremazia (contrastata) del settore socialista sull’insieme dell’economia cinese viene garantita e rappresentata da numerosi altri strumenti, allo stesso tempo politici ed economici, quali:

–                 il possesso e controllo statale della stragrande maggioranza delle risorse naturali del paese, a partire da quelle idriche ed energetiche.

–                 il quasi totale monopolio statale del settore militar-industriale, spaziale e delle telecomunicazioni.

–                 la presenza di numerose imprese municipalizzate in quasi tutte le città cinesi, aziende possedute e controllate dagli organismi politici locali.

–                 la politica demografica del “figlio unico” (non applicata alle minoranze etniche del paese), con i suoi positivi riflessi sia sull’economia che sul processo complessivo di riproduzione della forza lavoro del gigantesco paese asiatico.

–                 il processo partigiano ed unidirezionale di concessione dei prestiti bancari, denunciato da Dick Morris: ancora nel primo decennio del ventunesimo secolo essi vengono destinati nella loro grande maggioranza a favore del settore statale e cooperativo, mentre solo per una porzione secondaria vanno alla sfera privata.[15]

–                 l’utilizzo del sistema finanziario principalmente al servizio dello stato, che se ne serve anche “per scopi come la lotta all’evasione fiscale”, riconosciuti persino da studiosi anticomunisti.[16]

–                 il progressivo aumento, negli ultimi dieci anni, della quota del PIL cinese amministrata direttamente dallo stato: percentuale passata dal 11% circa del 1998 fino al 23% del 2007.[17]

–                 il processo relativamente esteso di riacquisto dell’intera proprietà di alcune delle joint-ventures formatesi tra stato e multinazionali statali da parte del contraente pubblico cinese, come testimoniato da Luigi Vinci (Rifondazione Comunista) in un suo articolo sulla dinamica politico-sociale cinese.[18]

–                 molte delle principali multinazionali straniere che operano in Cina sono state costrette ad accettare di costruire joint-ventures alla pari (50 e 50 per cento) con aziende statali per poter operare in terra cinese, fuori dalle zone speciali: ad esempio la Volkswagen ha creato (fin dal 1984) una joint-venture paritaria con l’azienda statale SAIC che durerà almeno fino al 2030, imitata in questo senso dalla General Motors, da Microsoft, ecc

–                 l’intreccio spesso creatosi in Cina tra azionisti privati e proprietà pubblica/statale, all’interno di imprese apparentemente capitalistiche, a volte può ingannare. Basti pensare che se la Lenovo, una delle più importanti imprese al mondo nella produzione di computer, agli occhi occidentali rappresenta una compagnia privata, alla fine del febbraio 2008 almeno il 30% della Lenovo risultava in mano statale.

–                 il potere reale di fissare” dall’alto” e per via politica i prezzi di alcuni beni e servizi, come è successo nei primi mesi del 2008 per benzina , grano, latte e uova, al fine di combattere l’allora crescente inflazione (misure analoghe vennero prese nel 1996 e 2003)

–                 il pieno controllo statale su decisive condizioni generali della produzione quali dighe, centrali elettriche, canali di irrigazione, sistema ferroviario e stradale, ponti e sistema di internet, la ricerca scientifica ed il settore high-tech, ecc.

–                 il processo di creazione e riproduzione di nuovi settori produttivi attraverso l’azione statale, come sta avvenendo per la fusione termonucleare (progetto East, già in funzione), i supercomputer made in China ed il nuovo polo aeronautico civile autoctono (gestito e finanziato direttamente dalla sfera pubblica con l’erogazione della notevole somma di 19 miliardi di yuan, a partire dall’estate del 2008), le nanotecnologie e le infrastrutture per telecomunicazioni, ecc.[19]

–                 dal giugno 2010, il totale controllo della sfera pubblica cinese sui metalli rari, di cui il gigantesco paese asiatico è di gran lunga il maggior produttore. Nel 2009 ben il 94% del consumo mondiale degli essenziali metalli rari (antimonio,gallio, tungsteno, ecc.) proveniva dalle miniere statali cinesi, mentre già l’acuto Deng Xiaoping aveva notato verso la metà degli anni Novanta che “il Medioriente ha il petrolio, la Cina i metalli rari”

–                 il settore dei mass-media (dalla televisione fino agli studi cinematografici) risulta da sempre sotto il pieno controllo e di proprietà della sfera pubblica, egemonizzata dal partito comunista cinese: non esiste un Berlusconi cinese, un Murdoch cinese, ecc.

–                 l’economia “verde” in Cina risulta in realtà assai “rossa”: proprio recentemente è stato pubblicizzato un gigantesco piano statale, che prevede l’impiego dei fondi pubblici per cento miliardi di dollari al fine di sviluppare ulteriormente le fonti energetiche pulite, progetto definito negli USA come uno “Sputnik verde”.


[1] R. Sidoli, “Cina e Stati Uniti: il sorpasso”, in www.lacinarossa.net, febbraio 2010

[2] Quotidiano del Popolo, 18 settembre 2009, “Can Chinese model be replicated? ”

[3] D. Losurdo, ” Un istruttivo viaggio in Cina”, 28 luglio 2010, in www.lernesto.it

[4] Tang Xiangyang, “State monopolies dominate China’s Top 500”, in Economic Observer News, 9 settembre 2009, www. eco.com.cn

[5] Dick Morris, “Socialism doesn’t work-not even in China”, 27 luglio 2009, in www.dickmorris.com

[6] L. E. Eskildson, “China: SOEs produce 60% of  its GDP” luglio 2010, in www.tradereform.org

[7] M. Wines, “China fortifies state business to fuel growth”, 29 agosto 2010, in www.nytimes.com

[8] Quotidiano del Popolo, 3 settembre 2007 “Top 500 Enterprises 2006” e 3 settembre 2006 “Top 500 Enterprises 2005”

[9] Quotidiano del Popolo, 24 gennaio 2008 “China’s state owned enterprises”; R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap.settimo, aprile 2009 (in www.robertosidoli.net)

[10] Quotidiano del Popolo, 24 gennaio 2008, articolo citato e 3 febbraio 2008 “Private economy develops rapidly”

[11] Quotidiano del Popolo, 30 gennaio 2007 “China says no to land privatization”

[12] G. Arrighi, “Adam  Smitha Pechino”, pp. 398-399, ed. Feltrinelli

[13] www.ernac.net-coperatives, “China”; Statistiche FMI, 2004-Cina, in www.imf.org

[14] la Repubblica, Affari e Finanza, 14 febbraio 2008, p. 3

[15] Le Monde, 13 novembre 2002 “Dossier Cina”; F. Sisci, “Made in China”, pp. 113-114, ed. Carrocci

[16] F. Sisci, op. cit., p. 113

[17] www.resistenze.org/sito/de/po/ci/poci8

[18] L. Vinci, rivista L’Ernesto, ottobre 2002

[19] la Repubblica, Affari e Finanza, 14 febbraio 2008, p. 40

Cina: alla ricerca di nuovi diritti per il lavoro

www.resistenze.org – popoli resistenti – cina – 01-11-10 – n. 338

da giulemanidallacina.files.wordpress.com/2010/10/dirittilavoro_cina_sisa_corr.pdf

Documento politico del Dipartimento Internazionale del Sindacato Indipendente Studenti e Apprendisti (SISA) Solidarietà con il processo di sviluppo della democrazia socialista e di miglioramento dei diritti del lavoro nella Repubblica Popolare Cinese 1 – Introduzione Dal 1° gennaio 2008 è entrata in vigore nella Repubblica Popolare Cinese una nuova Legge sul Lavoro, che nel corso del 2010 riuscirà a coinvolgere quasi 800 milioni di lavoratori e lavoratrici: un passo decisivo verso lo “sviluppo armonico” del grande paese socialista asiatico, a cui hanno partecipato ampiamente le cellule comuniste, i collettivi operai e i sindacati cinesi, raccogliendo quasi 200’000 proposte di modifica della prima bozza e – dato rilevante – tali emendamenti erano perlopiù orientati verso una impostazione “più di sinistra”. La classe politica di Pechino non ha dimenticato l’insegnamento di Mao Tse-Tung: “Concentrare le opinioni attinte dalle masse, quindi riportarle in mezzo a loro perché ci si attenga fermamente, così da formarsi opinioni corrette sulla direzione: questo è il fondamentale metodo di direzione”. Questo documento politico-sindacale intende quindi concentrarsi sui nuovi diritti del lavoro nella Cina odierna: non è dunque questa la sede adatta per proporre un’analisi approfondita delle scelte politiche del paese socialista, ciò nonostante è di fondamentale importanza, per capire il contesto storico di questa riforma, fare un passo indietro nella storia cinese, al fine di meglio capirne le dinamiche e uscendo dallo schematismo manicheo tipico della propaganda anti-cinese e anti-comunista occidentale. 2 – Dalla rivoluzione maoista alle riforme economiche Anzitutto occorre tenere conto del fatto che la Cina è un paese multietnico enorme e molto diversificato con quasi 1.350.000.000 abitanti, il quale fino al 1949 era di una arretratezza economica e di una povertà spaventose. Non è dunque possibile paragonarla ad un paese occidentale. Conscio di ciò il presidente Mao Tse-Tung nel 1947 diceva: “Data l’arretratezza economica della Cina, anche dopo la vittoria della rivoluzione, in tutto il paese sarà ancora necessario consentire per un lungo periodo l’esistenza di un settore capitalista dell’economia (…) Questo settore capitalista sarà ancora un elemento indispensabile all’economia nazionale presa nel suo complesso.” Mao Tse-Tung sbagliava però le sue stime sulla durata di questo periodo, e il famoso “Grande Balzo in Avanti” che auspicava, sta avvenendo proprio adesso, all’ora in cui si è deciso di riaprire parzialmente il paese a metodi produttivi tipici del capitalismo e al mercato internazionale. Nulla di contraddittorio rispetto al pensiero marxista: lo stesso Karl Marx teorizzava infatti l’avvento del socialismo solo in paesi a capitalismo avanzato in cui si riscontrasse un forte sviluppo delle forze produttive. Nel 1952, dato 100 il totale del reddito nazionale, le imprese statali partecipavano per un 19,1%, le imprese pubbliche per lʻ1,5%, le miste per un modesto 0,7%, le industrie capitaliste per il 6,9% e quelle private per ben il 71,8%. Da qua la necessità di una sorta di armistizio con il capitale e l’industria privata, protrattosi fino al 1955, utile per organizzare una prima base economica socialista e tentare di migliorare l’efficienza del sistema produttivo nel suo complesso. Nel 1950, ai tempi di quello che abbiamo chiamato “armistizio con il capitale”, venne creata la Federazione Nazionale dei Sindacati di tutta la Cina (ACFTU), nacquero pure i “comitati lavoro-capitale” trasformatosi presto in “comitati di gestione” delle imprese, composti di rappresentanti della proprietà, della dirigenza dell’industria, e dei lavoratori, mentre i consigli operai, cioè l’insieme dei lavoratori, avevano soltanto una funzione consultiva, senza perciò poter influire direttamente sulla gestione delle imprese. I lavoratori, scontenti, scesero presto nelle piazze e scioperarono chiedendo maggiori diritti nella gestione e incentivi salariali di fronte ad un aumento dei ritmi di lavoro e di produttività. Lo scontro raggiunse un tale livello che si rimosse dalla propria carica il dirigente della ACFTU, accusato di anteporre gli interessi materiali ed economici immediati dei singoli operai alle prospettive del socialismo. In questa prima fase di armistizio con il capitale, i sindacati dovettero quindi fare i conti, come pure dopo il 1978, con la contraddizione tra gli interessi immediati dei lavoratori, e quelli del futuro dello Stato operaio (cioè della nazione socialista) nella sua globalità. Il quadro di convivenza capitale-lavoro subì una drastica modifica a partire dalla fine del 1955, vista l’accelerazione delle nazionalizzazioni, dando ai lavoratori un ruolo più centrale nella gestione dell’economia nazionale. Fu allora che nelle città presero piede le “unità di lavoro”, chiamate in cinese danwei, e nelle campagne le “comuni popolari”, dal funzionamento simile. Le danwei erano unità chiuse finanziate dal governo centrale, con le funzioni di organizzare e fornire il lavoro all’interno del proprio ambito, di gestire le retribuzioni, di razionalizzare il sistema dei consumi, e di soddisfare le esigenze dei propri lavoratori e delle rispettive famiglie (accesso ai servizi sociali, ai beni di consumo e alla casa). Le danwei erano quindi una sorta di “piccola società” all’interno della società. I salari erano tenuti volutamente bassi ed egualitari, e l’accesso gratuito generalizzato ai servizi (migliori nelle città rispetto alle campagne), era considerato come un “salario aggiunto”. Il surplus così prodotto veniva reinvestito nell’industria pesante e nelle infrastrutture. Questo sistema ha però rischiato il collasso a causa della crisi alimentare nelle campagne durante il “Grande Balzo in Avanti” portando ad un vastissimo movimento migratorio dalle campagne alle città. Nel 1978 il governo cinese si trovava in una situazione tragica: la povertà dilagava nel paese, gli altri stati socialisti stavano ormai da tempo andando verso un lento collasso, le potenze capitaliste dominavano il mondo e continuavano a svilupparsi con rapidità (alle spalle dei lavoratori), l’industria nazionale non era ancora abbastanza sviluppata ed era quasi esclusivamente centrata su quella pesante, e la popolazione, scontenta, chiedeva a gran voce un cambio. Si decise quindi di rilanciare fortemente l’industria leggera garantendo così maggiori livelli occupazionali e maggiore produttività. Il Partito Comunista Cinese (PCC) tornò sui propri passi e decise di sviluppare una politica simile a quella degli anni ’50 ai tempi dell’armistizio con il capitale, senza però abbandonare progressivamente la visione globale socialista come era accaduto in URSS. Venne gradualmente introdotto un sistema salariale basato sul concetto di “distribuzione secondo il lavoro”, con incentivi non indifferenti a chi produceva di più e una sorta di “cottimo” per la parte di produzione eccedente quella fissata, con una forbice di massimo il 20% tra i livelli salariali nella stessa azienda, ponendo così fine al sistema di salari egualitari dell’epoca maoista. L’esperimento risultò però solo in parte positivo, in alcuni casi gli incentivi venivano dati a tutti, in altri in modo casuale, ed in altri ancora ad amici o familiari, non veniva così valorizzata la qualità del lavoro, e i costi di produzione aumentarono ben più della produttività. Era quindi giunto il momento, se si voleva rendere più forte e dinamico il sistema economico nazionale, di approfondire le riforme delle aziende di stato, rendendole più autonome e in grado di ottenere profitti, potenziandone gli elementi di competitività e di concorrenza tanto rispetto al settore pubblico quanto a quello privato, sempre più liberalizzato e in via di consolidamento. Il movimento sindacale era però ancora debole e le condizioni di lavoro, ovviamente, peggiorarono progressivamente, dando vita a sempre maggiori disparità economiche tra i cittadini, anche se il paese cominciava lentamente a rialzare la testa di fronte al mondo. Nel 1984 cominciò una nuova fase di riforme, la fase dell'”economia pianificata di mercato”, quando lo stato cominciò a limitarsi alla supervisione sulla circolazione della manodopera e la ridistribuzione dei redditi. Tutto il processo di riforme rimaneva comunque “protetto” da una pianificazione statale che consentiva in parte di sfuggire alle normali logiche antisociali dell’economia liberale di mercato grazie a forti interventi regolatori da parte del governo, e a un parziale reinvestimento dei surplus nel sociale e nell’ulteriore sviluppo dell’industria. Un mercato del lavoro che si consolida fortemente e si diversifica, dunque, ma uno Stato che cerca di non arretrare e che pone freni allo sviluppo “anarchico” dell’economia privata per mantenere il suo carattere socialista. Verso la fine degli anni ’80, per la prima volta da quando le riforme hanno avuto inizio, si presenta il problema dell’occupazione e nelle città vi è manodopera in eccesso, questo perché l’incredibile sviluppo dei centri urbani, grazie specialmente alla crescita esponenziale dei settori del tessile e delle costruzioni, spingeva molti contadini che avevano vissuto meno tale sviluppo, a migrare lasciando le campagne. Tra il 1977 e il 1988, 134 milioni di contadini hanno lasciato i campi, e solo il 21% ha trovato un lavoro ben tutelato nelle aziende statali, mentre il rimanente 79% ha mantenuto una condizione di lavoratore temporaneo o stagionale. Sono stati questi settori meno tutelati della Cina a dar vita al movimento di protesta del 1989 (Tien An Men), che vennero però manipolate e strumentalizzato dalle forze occidentali e dagli opportunisti interni al PCC che volevano liquidare il socialismo e instaurare rapidamente il capitalismo convertendo il paese al neoliberismo scavalcando i sindacati che, finalmente, avevano cominciato a riorganizzarsi e a prendere forza. L’allora segretario comunista Jiang Zemin nella sua relazione al XIV Congresso del PCC nel 1992 disse: “Il sistema socialista di economia di mercato che noi vogliamo creare si propone di far giocare al mercato, sotto il controllo macroeconomico dello stato socialista, un ruolo fondamentale nella ripartizione delle risorse, in modo che le attività economiche corrispondano alle esigenze della legge del valore e si adattino alle fluttuazioni dell’offerta e della domanda. (…) Il mercato ha i suoi aspetti positivi e negativi, è quindi necessario rafforzare e perfezionare conseguentemente il macro-controllo che lo stato deve esercitare sull’economia.” Questo avvicinamento a un sistema sempre più pericolosamente simile a quelli occidentali rese ancora più acute le disparità all’interno della popolazione e permise sfruttamenti vari, nonostante la nuova legge sulla rappresentanza sindacale del 1992 e la nuova legislazione sul lavoro nel 1994, e spinse così a un cambio di rotta, più “socialista”, visti i problemi sociali diventati ormai strutturali. Questo cambio di rotta cominciò con il XVI Congresso del PCC nel 2003 e si consolidò nel 2007 con il XVII Congresso, quando la direzione del partito passò nelle mani di Hu Jintao, l’attuale presidente cinese. Si introdusse il concetto di “sviluppo armonico” della società socialista. Armonia tra sviluppo economico e bisogni/diritti dei lavoratori, armonia tra uomo e uomo, armonia tra natura e industria, armonia tra sviluppo attuale e sviluppo delle future generazioni. 3 – I diritti dei lavoratori in un “socialismo di mercato” più armonico La Cina, facendo una dura autocritica senza nascondere i problemi attuali e passati del paese, ha così lanciato nuove campagne prendendo posizioni sempre più ecologiste, espellendo dal paese industrie straniere, controllando maggiormente il mercato, limitando le industrie private a favore di quelle statali o miste, sviluppando le regioni dell’ovest, storicamente più povere, nonché introducendo nel 2008 una nuova fondamentale legge sul lavoro, che tutela fortemente i lavoratori. Una legge più progressista di qualsiasi legge sul lavoro in vigore nei paesi occidentali, che proprio ora hanno inasprito le critiche nei confronti della Cina che, purtroppo per loro, non è diventata “un paese capitalista arretrato” nel quale poter investire fortemente sfruttando la popolazione locale in accordo con i poteri forti del paese stesso, come potrebbe essere la Colombia di Uribe, bensì una potenza socialista con ormai troppi diritti per poter delocalizzare facilmente industrie traendone solo forti benefici, e un concorrente internazionale che comincia conquistare i mercati del sud del mondo, che la prediligono perché applica una politica internazionalista e non imperialista, contribuendo, finalmente, ad una vera liberazione delle ex-colonie. Secondo il consulente del lavoro italiano Amedeo Tea, del “Centro Ricerche Documentazione Economica e Finanziaria”, l’innovazione della normativa cinee del lavoro porterà a varie conseguenze per il mercato della Repubblica Popolare, come un incremento del costo del lavoro, l’aumento dei salari, l’aumento del potere sindacale, la perdita dell’autonomia da parte del mangement delle aziende, la diminuzione della flessibilità del sistema produttivo e la riduzione degli investimenti occidentali in Cina” Questa nuova legge si basa su di un sistema contrattuale che vincola al mutuo rispetto le due parti contendenti. Una legge “per proteggere i legittimi diritti e interessi dei lavoratori, e per costruire e sviluppare rapporti di lavoro armoniosi e duraturi” (art.1), basandosi su “legalità, equità, eguaglianza, libera volontà, mutuo consenso e buona fede” (art.2). La legge riconosce poi il coordinamento delle relazioni di lavoro a tre entità: rappresentanti del governo socialista ai diversi livelli, rappresentanti delle imprese e esponenti dei sindacati. Impedendo così abusi da parte dei manager, grazie al dovere di “istituire un meccanismo di contrattazione collettiva con il datore di lavoro al fine di tutelare i diritti dei lavoratori” (art.6). In tal senso nell’elaborazione della contrattazione collettiva, la bozza finale del contratto deve essere accettata dall’assemblea dei rappresentanti dei dipendenti, o da parte di tutti quanti i salariati – un esempio di democrazia diretta sempre meno presente in Europa. In vari settori fino a qualche anno fa poco tutelati, come quelli dell’edilizia, della ristorazione o dell’estrazione mineraria, si può procedere a contratti di lavoro allargati “settoriali” o “territoriali”, che anche qui devono venire accettati da tutti i lavoratori, amplificando così il fattore democratico (art. 51-56). E ciò quanto, ancora oggi, in Svizzera la contrattazione collettiva di lavoro non è né obbligatoria né tantomeno diffusa a tutti i settori dell’economia nazionale. I contratti possono ancora essere a tempo indeterminato, determinato, o a progetto. Per i contratti a tempo determinato esiste l’articolo 14 che interviene qui di tutelare i lavoratori più anziani obbligando a rinnovare loro almeno tre volte consecutivamente i contratti a tempo determinato. “È vietato inserire clausole contrattuali che comportino una responsabilità per danni a carico del lavoratore” cita l’articolo 25. Invece il lavoro straordinario deve essere assolutamente volontario e proporzionalmente retribuito, mentre in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro la legge, oltre a tutelare il diritto degli operai a denunciare delle mancanze, impedisce al datore di lavoro di retrocedere dal contratto nei casi di contrazione di malattie professionali o infortuni; principio che per le lavoratrici si allarga alle fasi di gravidanza, puerperio e allattamento, impedendo così che possano perdere il lavoro a causa di una nascita (art. 32 e 42). Nel caso di un licenziamento il datore di lavoro deve poi interpellare obbligatoriamente i sindacati e le competenti autorità territoriali, e non può licenziare, se non in casi estremi, i lavoratori con contratto determinato dal termine lungo, lavoratori con contratto a tempo indeterminato e – aspetto sconosciuto nei paesi occidentali – lavoratori che siano la sola fonte di reddito della propria famiglia all’interno della quale ci siano anziani o minori (art. 41). La legge regola pure gli obblighi delle agenzie di lavoro (simili alla “Adecco” in Svizzera), che non possono stipulare contratti della durata inferiore ai 2 anni, e che devono dare al lavoratore, mentre attende che gli venga assegnato un lavoro, il salario minimo mensile applicato in quella regione (sì, addirittura nella “retrograda” Cina hanno un salario minimo obbligatorio, considerato invece incostituzionale in Ticino nel 2009!). Per quanto riguarda il lavoro a tempo parziale, la retribuzione viene calcolata principalmente su base oraria, ma il dipendente non può lavorare per la stessa impresa per più di 4 ore giornaliere e 24 settimanali, e naturalmente anche qui è in vigore un salario minimo orario stabilito dal governo socialista (art. 72). L’ultima parte della legge disciplina le diverse autorità di controllo (amministrative, sanitarie, edilizie) a partire dalla consapevolezza che il successo o l’insuccesso dell’intero percorso si giocherà proprio sul terreno della corretta applicazione della nuova legge. 4 – Conclusione La nuova legge, che si inserisce in un contesto di rivalorizzazione dell’uomo e del lavoratore come soggetto principale della società socialista, è ovviamente una legge provvisoria e ancora piuttosto moderata rispetto a quella che si potrà pretendere in uno stato socialista sviluppato – cosa che la Cina, a detta dei suoi stessi dirigenti non è ancora – ciononostante fa invidia ai lavoratori occidentali: mentre la Cina stabilizza il lavoro, l’Unione Europa incrementa il livello di flessibilità e di precarietà dei contratti e taglia regolarmente sulle assicurazioni sociali, fomentando inoltre una “guerra fra poveri” aprofittando dell’esercito industriale di riserva composto dai lavoratori immigrati meno tutelati. La Cina vive in una prima fase di socialismo che sarà caratterizzata ancora a lungo da logiche di mercato (ma non di “libero” mercato), con un’egemonia però delle aziende pubbliche e mantenendo una pianificazione macroeconomica. Una lotta ideologica è in corso al fine di mantenere la rotta socialista del Paese: la legge è dunque una mediazione tra rapida crescita economica (necessaria anche come freno all’imperialismo guerrafondaio degli USA e dei suoi alleati europei), e la tutela dei lavoratori, e dovrà presto subire nuove riforme per rafforzare ulteriormente i diritti partecipativi della popolazione. Intanto, la dirigenza cinese porta avanti una dura lotta contro la corruzione e il lavoro nero, unici possibili antagonisti di questa legge. Compito di un sindacato di classe come il SISA è quello di sostenere la “linea rossa” che guida la ACFTU e che intende incrementare la democrazia socialista e operaia in Cina, difendendo inoltre la sovranità nazionale, l’unità e l’indipendenza della Repubblica Popolare quando essa è attaccata dall’imperialismo delle potenze capitaliste. (elaborato da: Amedeo Sartorio – Brione s/M., marzo-agosto 2010)

Intervista a Huang Hua Guang, Partito Comunista Cinese – SECONDA PARTE

di Walter Ceccotti

su l’Ernesto Online del 04/11/2010

Il sistema politico cinese

L’intervista è stata concessa in esclusiva alla rivista de l’Ernesto – Settembre/Ottobre 2009

I: L’Occidente critica il sistema politico cinese accusandolo di essere autoritario anziché democratico.

D: Come funziona il sistema politico multipartitico cinese? Che funzioni hanno l’Assemblea Popolare Nazionale e la Conferenza Consultiva del Popolo cinese?

IL SISTEMA POLITICO CINESE

Huang: In questi sessant’anni in Cina si è andato formando un sistema democratico con caratteristiche cinesi.

Questo sistema cinese si poggia soprattutto su tre pilastri:
– L’assemblea popolare.
– La conferenza consultiva politica.
-Il sistema delle autonomie delle aree abitate da minoranze etniche.

Il primo pilastro, il sistema della rappresentanza popolare, consiste nello scegliere, attraverso le elezioni, i rappresentanti del popolo a tutti il livelli.

I vari livelli dell’assemblea popolare sono strutture decisionali con pieni poteri nel loro ambito di competenza. Quest’assemblea ha il compito di discutere e di fissare delle linee guida dello sviluppo economico e sociale, e i governi di ogni livello sono responsabili di fronte all’assemblea popolare del corrispondente livello, cui debbono anche presentare relazioni periodiche e rapporti sul lavoro svolto.

I membri dell’Assemblea Popolare hanno il diritto dovere di controllo e di supervisione dell’attività di governo.

Invece il potere legislativo nazionale appartiene solo all’Assemblea Popolare Nazionale. L’Apn ha il potere di redigere, approvare e modificare leggi, e apportare modifiche alla Costituzione. La funzione dell’Assemblea Popolare con la politica di Apertura si è rafforzata, sia a livello dibattimentale sia a livello decisionale. E’ più evidente rispetto a prima. Ogni volta che c’è la sessione plenaria ci sono discussioni tra i delegati, la presentazione di mozioni, proposte, ma spesso anche le bozze delle leggi vengono sottoposte all’attenzione dei comuni cittadini, e anche loro possono avanzare le proprie proposte e partecipare alla discussione.

Per introdurre una nuova legge o una qualche decisione importante, già durante la scrittura della bozza si deve sentire il parere del settore competente o degli esperti. Poi va già presentata al pubblico e vanno ascoltate le valutazioni delle persone comuni.

Per esempio la legge sul contratto di lavoro ha seguito un iter in cui prima sono state sentite le proposte degli esperti, il parere dei sindacati e degli imprenditori cinesi e stranieri. E dopo è stata pubblicata la bozza di legge per vedere come sarebbe stata accolta dai cittadini e dalle persone comuni.

Infatti c’è voluto molto tempo per l’approvazione di questa legge, perché si è dovuto sentire il parere di tutte le parti e della gente comune.

L’Apn ha svolto un ruolo essenziale nell’edificazione del sistema legislativo cinese.

Il secondo pilastro è la Conferenza Consultiva Politica. Essa ha un ruolo importante nello sviluppo economico e sociale in Cina.

La CCPC è composta da membri che rappresentano i vari settori o organizzazioni della società, i quali inviano i loro rappresentanti ufficiali o quelli più noti, ecc…

Non ha una funzione legislativa ma ha il diritto di partecipare alla discussione e ha un ruolo di revisione consultiva di legge.

Questi membri provengono dai vari settori, dalle varie fasce e settori della società, ecc…e quindi possono riportare i punti di vista delle loro organizzazioni, settori e fasce di competenza.

Presentano anche mozioni, proposte, consigli, ai governi a tutti i livelli.

Possono controllare le attività del governo, avanzare le loro proposte e critiche.

Nel quadro della CCPC si applica il cosiddetto “sistema di cooperazione multipartitica sotto la guida del partito comunista cinese”.

Infatti questa è una forma della tradizione politica cinese tipica degli ultimi sessant’anni.

Durante gli anni 40 del secolo scorso, quando la rivoluzione era ancora in corso, anche gli altri partiti democratici hanno partecipato alla lotta contro i Giapponesi e contro il Guomindang (Partito Nazionalista guidato da Jiang Kai Shek) e alla costruzione della Repubblica. E dunque questo rapporto di cooperazione multipartitica è durato fino ad oggi.

Quindi non è corretto dire che la Cina è un sistema a partito unico. Ci sono in tutto 9 partiti.

Questi partiti o forze democratiche si sono formate negli anni 30 e 40, e anche dopo la fondazione della Repubblica hanno avuto un ruolo di partecipazione alle attività di governo. In questo senso sono partiti che partecipano al governo, non sono all’opposizione.

Il partito e il governo prima di prendere delle decisioni importanti devono consultarsi con questi partiti democratici e sentire le loro proposte, valutazioni e consigli. La loro consultazione all’interno della Conferenza Consultiva Politica è un elemento fondamentale dell’equilibrio di tutto il sistema .

In questo modo la politica del Partito Comunista e il governo centrale possono avere una base di appoggio popolare più ampia e in caso di difetti ed errori possono sentire le loro valutazioni.

In questi anni si è avuta una partecipazione sempre più attiva alla vita economico sociale di questi partiti e dei membri della conferenza consultiva politica.

Noi consideriamo questo sistema di consultazione politica come un canale importante della decisione democratica e della partecipazione popolare.

Con lo sviluppo economico e sociale e lo sviluppo dell’istruzione la gente ha una volontà di partecipazione sempre più forte e quindi noi abbiamo la necessità di migliorare questo sistema di partecipazione alle decisioni.

Con il cambiamento della composizione economico sociale della Cina ci sono sempre più diversità, gruppi di interesse, ecc…quindi dobbiamo migliorare questo sistema della partecipazione popolare e democratica. Infatti già durante il diciassettesimo congresso del Pcc si è deciso il consolidamento dell’edificazione della democrazia politica come uno dei compiti più importanti del Partito, da attuare attraverso un’esplorazione dei modi della partecipazione e della decisione democratica e la costituzione di un sistema che possa rappresentare in modo migliore la volontà e i desideri delle persone.

Il terzo pilastro del sistema politico cinese è costituito dall’autonomia delle minoranze etniche costituito dopo la fondazione della Repubblica.

Le ragioni di questa politica sono che nelle zone di concentrazione delle minoranze etniche le condizioni economiche, politiche e sociali e i livelli di sviluppo sono molto diversi dalle zone di concentrazione Han.

Questo sistema è stato introdotto per consentire a queste zone di avere uno sviluppo più stabile ma anche con delle caratteristiche proprie particolari legate all’etnia.

Le regioni autonome hanno il potere di creare leggi o regolamenti con potestà legislativa sulla base dei bisogni che queste regioni hanno, in modo da adattarsi alla realtà specifica locale. Ovviamente queste leggi non possono essere in contrasto con i principi costituzionali. Un esempio evidente è che nelle zone abitate dalle minoranze etniche non si applica la politica di pianificazione familiare, per cui nello Xinjiang e in Tibet, per esempio, le coppie possono avere più figli.

Questo per preservare le minoranze etniche e consentire una maggiore integrazione.