Archivi del mese: febbraio 2011

Capitolo III Taiwan, Macao, Hong Kong: l’altra faccia della Cina

Dal processo di analisi sviluppato in precedenza, risulta chiaro come nell’attuale Cina continentale rimangano ancora centrali i rapporti sociali di produzione collettivistici, grazie all’egemonia  (contrastata) del settore produttivo di matrice statale e cooperativa rispetto al (forte) settore privato, autoctono o delle multinazionali straniere operanti in Cina.

Un fatto testardo (Lenin), che emerge con ancora più evidenza se si prende in esame “l’altra Cina”,  sviluppatasi tra il 1949 ed il 2011 ad Hong Kong, Macao e Taiwan: il complesso della nazione-Cina si è infatti diviso e sdoppiato dopo il 1949 in due diverse zone socioproduttive, in una parte (estremamente) minoritaria della quale si è affermata invece come dominante proprio la “linea nera” capitalistica. [1]

Se vogliono esaminare degli esempi concreti di (avanzate) strutture capitalistiche di stato, all’interno  della composita nazione-Cina? Basta analizzare la dinamica di sviluppo socioproduttiva presa da alcuni  segmenti del “mosaico han”, apparsi dopo il 1949 e riprodottisi fino al secondo decennio del terzo millennio, con la precisa e dichiarata scelta di campo capitalistica adottata da Hong Kong, Taiwan e Macao anche dopo la rivoluzione maoista, fino ai nostri giorni e senza soluzione di continuità.

Hong Kong, Taiwan e Macao costituiscono infatti la “visione alternativa” e fantapolitica dello sviluppo cinese, e cioè  come sarebbe potuta diventare la Cina urbana in caso di una (ipotetica) sconfitta del movimento comunista negli anni Quaranta: rappresentano una divaricazione concreta della storia cinese post-1949, oltre che una delle  incarnazioni  attuali in Cina di quell’ “effetto di sdoppiamento” che ha iniziato ad agire su scala planetaria dopo il 9000  a.C., in seguito alla creazione dell’agricoltura/allevamento/artigianato ed alla comparsa/riproduzione dell’ “era del surplus”.

Hong Kong, ultimo avamposto del colonialismo britannico in Cina fino alla prima metà del 1997, ha costituito un esempio classico di capitalismo di stato egemonizzato da grandi imprese e trust privati quotati in borsa, da grandi monopolisti e finanzieri in grado di indirizzare e dirigere in ultima istanza le azioni/pensieri di una numerosa e famelica piccola borghesia, oltre che di un proletariato composto in buona parte da timidi e passivi “profughi del comunismo maoista”.

Anche dopo il 1997,in ogni caso, l’isola ha mantenuto una quasi completa autonomia rispetto a Pechino sul piano socioproduttivo, attraverso la formula (“sdoppiante”) di Deng Xiaoping su “una nazione, due sistemi”: una politica (ed una politica economica) predisposta con grande lucidità da Deng rispetto ad Hong Kong (e Macao/Taiwan) fin dal giugno del 1984, continuata senza sosta fino ad oggi e che accetta per un lungo periodo l’egemonia dei rapporti di produzione capitalistici a Hong Kong (e Macao), contrapposta alla centralità delle relazioni di produzione collettivistiche nella Cina continentale.

L’apparato statale di Hong Kong, fino al 1997 controllato dall’imperialismo inglese, ha favorito in ogni modo (livello estremamente basso delle aliquote fiscali, commesse pubbliche alle imprese private, dazi quasi inesistenti sulle esportazioni, ecc.) il processo di accumulazione del capitalismo privato, senza creare un  esteso settore produttivo statale. [2]

Come ha registrato la rivista Forbes nel gennaio 2008, l’anno precedente la zona di Hong Kong (che contava in quell’anno solo 6,9 milioni di abitanti) ha espresso ben quaranta magnati e famiglie iperfacoltose, con patrimoni superiori al miliardo di dollari e capaci di accumulare assieme ricchezze (mobiliari ed immobiliari) superiori ai cento miliardi di dollari: il doppio della Cina continentale nello stesso periodo, e con duecento volte meno abitanti. [3]

Non è un caso, pertanto, che il territorio di Hong Kong si collochi da molti anni al primo posto nella lista creata dall’arci-liberista istituto di ricerca Heritage Foundation, che misura il grado di “libertà economica” a suo giudizio creatasi nelle diverse nazioni del mondo: sempre facendo riferimento al 2007, secondo gli analisti dell’Heritage l’economia di Hong Kong risultava “libera” sul piano produttivo in una percentuale pari al 90,3%, mentre la Cina Popolare nello stesso anno era considerata “libera” solo al 52,8%, ottenendo un “pessimo” 126° posto nella graduatoria mondiale dell’istituto. [4]

Fermo restando i limiti enormi del “libero mercato” nell’epoca del capitalismo monopolistico di stato, i livelli di tassazione di Hong Kong risultano realmente tra i più bassi del mondo e la tassa sui profitti delle aziende si mantiene pari solo al 16,5%, come  notò con soddisfazione l’Heritage; non esistono limiti o vincoli concreti agli investimenti del capitale internazionale nell’area e le tariffe doganali risultano pari a zero (con l’eccezione di liquori, tabacchi e idrocarburi), mentre circa duecento istituti finanziari privati, di varie dimensioni e specializzazioni, formano l’osso duro del capitalismo finanziario, autoctono e straniero, all’interno della città cinese. [5]

L’Heritage ammise a denti stretti che, in situazioni di crisi come quella creatasi nel 1998, le autorità governative di Hong Kong avevano iniettato ben 15,2 miliardi di dollari a sostegno del mercato azionario e dei capitalisti locali, attraverso il solito processo di “socializzazione delle perdite,  privatizzazione dei profitti” ben conosciuto da qualunque forma di capitalismo di stato contemporaneo: ma si tratta di un elemento secondario che, a giudizio dell’Heritage, non aveva inficiato il valore del modello di capitalismo “liberista” via via  sviluppatosi ad Hong Kong, specialmente dopo il 1949.

Sia le compagnie private cinesi di Hong Kong che quelle straniere possiedono e controllano integralmente il settore delle telecomunicazioni e la rete aeroportuale, in regime di semimonopolio (dopo il 1995); la percentuale della spesa pubblica sul prodotto nominale lordo di Hong Kong risultava inoltre inferiore al 14% ancora agli inizi del nuovo secolo, seppur compensata indirettamente dalla proprietà statale del suolo riservata al governo locale, ma da esso subito affittata agli speculatori ed ai grandi imprenditori del settore edilizio locale.

L’alta borghesia finanziaria di Hong Kong deteneva verso la metà degli anni Novanta un tale potere economico-sociale, concentrato tra l’altro in poche mani, da poter esprimere i nomi più autorevoli sia del “Comitato Preparatorio”, un organismo politico creato per preparare il ritorno di Hong Kong alla Cina Popolare (luglio 1997) e dotato di ampi poteri, che del più esteso “Comitato di Selezione”. [6]

Saranno proprio i quattrocento membri del Comitato di Selezione,  non certo per caso, ad eleggere all’inizio del 1997 Tung Chee-hwa (un armatore salvato dalla bancarotta proprio da Pechino, negli anni  Ottanta) come primo capo del nuovo potere esecutivo di Hong Kong.

“Al Comitato siedono i dirigenti dei gruppi più introdotti a Pechino, rappresentanti il 36% dei capitali quotati in Borsa: Li Ka-shing, alias Superman, ex commerciante d’oro e di metalli preziosi divenuto miliardario nel campo immobiliare; Lee shau-kee; il ricchissimo imprenditore edile Chen Yu Tung; l’ambiguo Robert Kuok, magnate della stampa. O ancora: Run Run Shaw, mandarino del cinema e della televisione cinese; Henry Fok e T.T. Sui”. [7]

Il processo di accumulazione capitalistico ha raggiunto livelli tali che, secondo la rivista Forbes , il solo multimiliardario Li Ka-shing aveva accumulato nel 2008 una fortuna personale pari a più di 13 miliardi di dollari, mentre dopo il 1949 anche particolari gruppi affaristici criminali (le triadi) hanno acquisito un notevole peso economico nella città.[8]

Il processo accelerato di concentrazione delle ricchezze, nelle mani di una ristretta oligarchia finanziaria, rende abbastanza simile la dinamica di sviluppo della struttura economico-sociale di Macao a quella di Hong Kong.

Macao, colonia portoghese dal 1557 fino al dicembre 1999 e piccola zona abitata da circa cinquecentomila abitanti, nel 2007 è riuscita ad esprimere due magnati del calibro di Stanley Ho (patrimonio valutato pari a 9 miliardi di dollari nel 2006) e di  Lui Che Woo (“solo” 2,7 miliardi di dollari, nello stesso anno), mentre il grande capitalista del settore immobiliare Or Wai Sheun aveva accumulato a sua volta 2,4 miliardi di dollari di patrimonio.

Le principali aziende dell’isola cinese sono riusciti a superare, ancora nell’anno di grazia 2006, le entrate da gioco d’azzardo di una città-colosso (nel genere) come Las Vegas: sei grandi oligopoli privati ormai si dividono il mercato locale del gioco d’azzardo, che nel 2006 aveva raggiunto le dimensioni di circa 7 miliardi di dollari con livelli molto alti di profitto. [9]

Sia Hong Kong che Macao, pur con le loro specificità locali, esprimono ed allo stesso tempo estremizzano le caratteristiche fondamentali del capitalismo monopolistico di stato e della moderna finanza privata, mostrando come la Cina  – nelle sue grandi città costiere, almeno – sarebbe potuta diventare dopo il 1949, nel caso ipotetico di una sconfitta della rivoluzione maoista.

Per quanto riguarda poi l’isola di Taiwan, dopo il 1949 e la sconfitta delle forze anticomuniste del Kuomintang (rifugiatesi nell’isola, sotto la protezione dei soliti Stati Uniti), la quota raggiunta dal settore capitalistico sull’intero prodotto nazionale lordo di Taiwan è passato dal 28% del 1949 fino all’ 84% del 1984, anche se si è trattato di un capitalismo di stato protetto, foraggiato ed orientato dagli apparati pubblici, diretti fino al 2000 dal Kuomintang. [10]

Grazie agli enormi aiuti economici statunitensi, determinati essenzialmente da ragioni ideologiche e geopolitiche, tra il 1949 e il 1981 il capitalismo di stato di Taiwan conobbe un notevole decollo.

“Uno sforzo particolare fu compiuto al fine di favorire le esportazioni, grazie ad un sistema intrecciato di esenzioni fiscali e di sostegni governativi: privilegiati furono i settori ad alta intensità di lavoro (tessili, plastica e gomme, carta). La riforma del sistema bancario e finanziario favorì ulteriormente lo sforzo di espansione industriale.

Furono inoltre avviati e sviluppati progetti innovativi, quali quello delle “zone economiche per l’esportazione” (export processing zones), al fine di incoraggiare le esportazioni e attrarre gli investimenti esteri (facilitazioni e agevolazioni per la costruzione di impianti industriali, trattamenti tariffari privilegiati, costo del lavoro a basso prezzo, garanzie contro ogni espropriazione). Presto, l’elettronica e i macchinari divennero le voci trainanti dell’export taiwanese, alimentando uno straordinario boom (il valore dell’export crebbe da circa 180 milioni a oltre un miliardo di dollari USA tra il 1960 e il 1970)”. [11]

Dopo il 1985 vennero via via abolite  una serie di restrizioni alle importazioni, mentre un forte processo di privatizzazione (e deregolamentazione) fu avviato anche in settori in precedenza  contraddistinti dalla proprietà statale, quali “le telecomunicazioni, il sistema bancario e assicurativo”. [12]

Taiwan=capitalismo di stato reale, contraddistinto dall’egemonia della sfera privata nel processo produttivo dell’isola (84% sul PIL, nel 1984) e dal solito processo di collaborazione  multilaterale tra monopoli privati ed apparati statali,  tra multinazioni private e nuclei dirigenti al potere nell’isola cinese.

La diversità riscontrabile nelle esperienze di Hong Kong, Macao e Taiwan, rispetto alla dinamica espressa dalla Cina contemporanea sotto il pieno controllo politico-sociale del partito comunista cinese, risultano enormi ed innegabili, visto che persino uno studioso anticomunista come W. Hutton è stato costretto a riconoscere che, ancora nel 2005, lo stato cinese controllava ben l’81% delle società quotate in borsa a Shangai.

Partendo dalla base materiale di un PNL cinese che,  nel 2000, risultava allora pari a circa 2.000 miliardi di dollari, egli ha ammesso che “secondo gli economisti Guy Liu e Pei Sun – gli autori dello studio riportato dalla Banca Mondiale – in oltre un decennio di mercato finanziario questa economia da duemila miliardi di dollari è riuscita a creare meno di duecento società realmente private. Qualsiasi cosa questo possa significare, siamo ben lontani da un trionfo della privatizzazione”. [13]

Fino ad ora il partito comunista cinese è riuscito a mantenere e riprodurre l’egemonia della “linea rossa” e del settore statale-cooperativo all’interno della composita formazione economico-sociale cinese, ha in sostanza riconosciuto (usando la solita fraseologia anticomunista) lo stesso W. Hutton.

Secondo lo studioso, “l’attitudine cinese verso la proprietà privata rende un’impresa disperata il tentativo di stabilire quanto è pubblico e quanto è privato nel sistema economico del paese, poiché una simile impostazione non riesce a rendere l’idea di come il partito stia agendo per sviluppare questa corporatisation leninista. Il partito-Stato costituisce il cuore di una vera tela di ragno del controllo.

La direzione politica si accompagna al diretto controllo di quei settori dell’economia  che il partito considera strategici: telecomunicazioni, energia, trasporti, ferro, acciaio e metalli in genere, automobili e altro ancora. Per affermare una presenza internazionale sta promuovendo la creazione di cinquantasette “raggruppamenti di imprese”, intesi come “pilastri” strategici dell’economia -una versione cinese del chaebol sudcoreano o del keiretsu giapponese. Ciascun gruppo ha una propria banca di riferimento. I due gruppi più rilevanti sono attivi nel comparto petrolchimico (Donglian e Qilu Petrochemical Groups), il terzo nell’acciaio (Baosteel). Il partito detiene una diretta sorveglianza sui gruppi strategici: meno un settore, o un’impresa, sono considerati strategici, più esso è disposto ad allentare la presa; ma la struttura azionaria e contabile è tale che in qualsiasi momento il controllo può essere pienamente ripristinato, ove considerato necessario. Il settore integralmente privato è in crescita e, con la sua maggiore produttività, costituisce la parte più dinamica dell’economia: tuttavia nella tela del partito-Stato ogni società privata resta, nel migliore dei casi, una presenza malsopportata “. [14]

Presenza invece dominante e ben gradita ad Hong Kong, Macao e Taiwan…e non a caso

In campo socioproduttivo, la lotta tra “linea rossa” e “linea nera” in Cina non solo continua senza sosta, ma l’esito finale dello scontro socioproduttivo non è per niente scontato. Fino a quando l’egemonia nella sfera politica (“espressione concentrata dell’economia “, secondo la definizione fornita da Lenin nel gennaio del 1921) continuerà ad essere detenuta dal partito comunista all’interno della Cina continentale, la  “linea rossa” rimarrà dominante, creando pertanto nel lungo periodo alcune precondizioni per una (possibile, non scontata) futura  egemonia mondiale della “linea rossa”, nelle aree geopolitiche decisive del pianeta.

Possibilità e potenzialità, assolutamente non inevitabili o irreversibili: proprio l’esperienza internazionale dell’ultimo secolo invita del resto la sinistra antagonista ad abbandonare qualunque forma di determinismo storico, partendo soprattutto dal rapido crollo del “socialismo reale” di matrice sovietica verificatosi nel disastroso triennio 1989/91.


[1] R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap. settimo, in www.robertosidoli.net

[2] G. Samarani, op. cit., pag.383/384

[3] “Forbes publishes Hong Kong’s 40 richest list”, 18 gennaio 2008, in www.forbes.com

[4] Heritage Foundation, “Index of economic freedom 2008-Hong Kong”, www.heritage.org /Index

[5] Heritage Fondation, “Index …”, op. cit.

[6] Heritage Fondation, “Index …”, op. cit.; D. Hiault “Hong Kong. Appuntamento con la Cina”, pag.74/75 ed. Electra/Gallimard

[7] D. Hiault, op. cit., pag. 75

[8] “Forbes publishes…”, op. cit.

[9] International Political Economy Zone, “How Macau is beating Las Vegas”, 5 luglio 2007, in ipezone.blogspot.com/2007

[10] Jean Luc Domenech, “Dove va la Cina”,pag. 206, ed. Carocci

[11] G. Samarani, “La Cina del Novecento”, pag. 370, ed. Einaudi

[12] op. cit. pag. 373

[13] W. Hutton, “Il drago dai piedi di argilla”, pag. 124, ed. Fazi

[14] W. Hutton, op. cit. pag. 125

Seconda parte Capitolo IV Cina: imperialismo, oppure nazione sovrana di matrice prevalentemente socialista?

Sesta contraddizione reale: la totale assenza di stati ed aree geopolitiche controllate e dominate dal presunto “polo imperialistico” cinese, sia sotto l’aspetto politico/politico militare che in campo economico.

Nel 1916 Lenin notò giustamente che due delle caratteristiche fondamentali dell’imperialismo contemporaneo consistevano nel “sorgere di associazioni  monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo” (multinazionali e banche private) e “la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche”: nascevano varie sfere d’influenza, controllate dai più grandi paesi capitalistici.[1]

In un’altra sezione del suo splendido lavoro, Lenin rilevò anche che “ai vecchi momenti della politica coloniale, il capitalismo finanziario aggiunse ancora la lotta per le sorgenti di materie prime, quella per l’esportazione di capitale, quella per le “sfere di influenza”, cioè per le regioni che offrono vantaggiosi affari, concessioni, profitti monopolistici, ecc., e infine la lotta per il territorio economico in generale”.[2]

Pertanto imperialismo significa anche un processo di controllo politico (più o meno diretto) e  di sfruttamento economico dei “territori economici” (Lenin), composti da altri stati ed aree geopolitiche, da parte delle “zone centrali” e delle potenze dominanti sul piano mondiale.

Imperialismo significa anche controllo politico e sfruttamento economico delle nazioni estere, sotto forme coloniali o neocoloniali.

Imperialismo significa anche ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche, processo attraverso il quale i diversi poli imperialistici si ritagliano e dominano una “propria” ed esclusiva sfera d’influenza, sfruttandola sotto molteplici forme a vantaggio e mediante le “proprie” multinazionali e capitalismi finanziari, attraverso le proprie “associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti”(Lenin).

Tutto chiaro: ma qual è allora l’area d’influenza della Cina e dove si trovano i “territori economici” sottoposti allo sfruttamento economico  di Pechino, le zone d’influenza egemonizzate e controllate dalla Cina, in tutto o in buona parte, sempre prendendo un attimo per buona la tesi della “Cina-polo imperialista”?

Andiamo per esclusione.

Stati Uniti? Crediamo di no, anche se alcuni esponenti della destra repubblicana avevano parlato di  “pesanti influenze” cinesi sull’amministrazione Clinton…

Europa di Maastricht? Crediamo di no, vista anche l’isterica campagna anticinese sviluppatasi nel marzo-aprile 2008, dopo il pogrom anticinese di Lhasa…

Gran Bretagna? Come sopra…

Giappone? Le basi militari collocate in Giappone non sono certo cinesi, ma a stelle e strisce…

Corea del sud? Come sopra…

Canada e Messico? Crediamo che i due stati costituiscano sicuramente delle aree d’influenza e “territori economici” altrui, ma di un paese a loro molto più vicino (e confinante, tra l’altro) della Cina, con capitale Washington.

Il Vaticano? Non ha neppure rapporti diplomatici con Pechino, all’inizio del 2011…

Europa centro-orientale, ivi compresi paesi baltici e Georgia? Sono sicuramente semi-colonie, ma non certo di Pechino…

Norvegia e Danimarca? Sono da sempre nella Nato, fedeli amici degli americani che attualmente (tra le altre cose) mandano le loro truppe in Afghanistan…

Vietnam? Immaginiamo le (giuste e sacrosante) urla di protesta dei comunisti vietnamiti, anche solo a proporre loro per un istante questa ipotesi assurda e totalmente sballata…

Laos? Come sopra…

Cuba? Come sopra…

Venezuela e Bolivia? Come sopra…

D’accordo, passiamo ai paesi confinanti (o vicini) con la Cina, e forse la musica cambierà…oppure no?

La Russia, una sfera d’influenza ed un territorio economico sottoposto all’egemonia cinese? La Russia di Eltsin era diventata sicuramente una semi-colonia, ma non certo dominata dalla Cina…

L’India? Ma non è una potenza emergente che ha instaurato ottime relazioni con gli USA e la Russia, dotata tra l’altro di una discreta dose di diffidenza verso il vicino cinese?

L’Afghanistan? Semi-colonia, ma non certo di Pechino…

Le altre nazioni dell’Asia centrale, partendo dal Kazakistan? Se sono ” territori economici cinesi”, si tratta sicuramente di un segreto custodito molto bene.

Forse la Mongolia, confinante con la Cina per migliaia di chilometri, è il “territorio economico” e l’area geopolitica controllata da Pechino? La risposta risulta ancora una volta negativa, vista la significativa influenza russa (contrastata dagli Stati Uniti) sul paese in oggetto.

L’Iran? Un oscuro e diabolico lavaggio del cervello ha forse convertito il clero sciita in un gruppo di criptocomunisti filocinesi, con tendenze tardo-maoiste?

Thailandia, Filippine, Indonesia e Singapore? Gli Stati Uniti in questi paesi pesano sicuramente molto più della Cina e sotto tutti gli aspetti, nel caso indonesiano proprio a causa dell’atroce massacro dei comunisti (filocinesi) indonesiani avvenuto nel 1965/66…

Nepal? Si fa già gli affari suoi, senza alcun condizionamento da parte del presunto (e confinante) imperialismo cinese…

Pakistan? Vi sono droni, truppe e consiglieri  stranieri nel paese, nel 2001/2011, ma ci risulta che parlino inglese e con una forte pronuncia yankee…

L’Iraq? E’ stato forse il presunto polo imperialistico cinese ad invaderlo e occuparlo, a partire dall’inizio del 2003?

Cambiamo continente ed aree geopolitiche.

Australia? Opera la CIA ad Alice Springs, non certo i militari o l’Echelon cinese.

Le aree della Polinesia e Melanesia? Esse sono dominate in larga parte dagli USA (Haway, Samoa, Marianne, Isole Marshall, Federazione della Micronesia, Guam e Midway, ecc), in parte minore dall’imperialismo francese e dall’Australia.

Il mondo arabo, soggetto all’imperialismo cinese? Non oserebbe sostenerlo neanche il filoamericano sionismo israeliano, mentre da decenni Egitto, Arabia Saudita, Tunisia, Giordania e i petrostati (Kuwait, ecc) rientrano nella  sfera di influenza degli USA.

L’Antartide? Con i suoi (gelatissimi…)13.117.000 kmq, è stata divisa dal trattato del 1959 in zone d’influenza tra Gran Bretagna, Norvegia, Australia, Francia e Nuova Zelanda: manca la Cina, come del resto manca anche la forza lavoro e lo sfruttamento delle risorse minerarie del continente.

Artico, Groenlandia e Islanda? Zone geopolitiche economiche già controllate, ma non certo dai cinesi…

America Latina? Astraendo dai sopracitati esempi di Cuba, Venezuela e Bolivia, una sezione importante del continente rimane ancora oggi sotto l’egemonia statunitense, partendo dal Messico fino ad arrivare a Cile e Perù; la parte restante, Brasile di Lula in testa, come minimo non è sottoposta ad alcun significativo e duraturo controllo, sia di natura politica che economica, da parte di Pechino.

L’Africa? Si è già notato come alcuni studiosi, ipercritici con Pechino, ammettano che la “politica della non-interferenza” costituisce uno dei costanti capisaldi della strategia cinese rispetto al continente africano, dato che la “Cina si limita a fare buoni affari senza immischiarsi nelle vicende nazionali”: il Sudan islamico, ad esempio, non è certo sul punto di diventare comunista o (ancora peggio, orrore) di entrare stabilmente nella presunta zona di influenza egemonizzata dai cinesi. Di sfuggita, si può invece notare come sia la Francia ad avere (sin dal 1958/62, e fino ad oggi) una sfera d’influenza esclusiva nell’Africa occidentale…

Abbiamo voluto lasciare in ultimo tre stati: Malaysia, Corea del Nord e Myanmar.

Per ragioni geografiche ed economiche, la Malaysia mantiene da lungo tempo degli ottimi rapporti con la Cina senza tuttavia rinunciare in alcun modo alla sua piena autodeterminazione, al suo sistema capitalistico(con un certo grado di intervento statale, in ogni caso) ed al suo dichiarato anticomunismo.

Come nella Malaysia, non vi sono truppe e/o basi militari cinesi neanche in Myanmar, ma solo buone relazioni (geopolitiche e commerciali) ormai consolidate con Pechino: fin dal 1988/89, del resto, il regime militare birmano ha scelto una propria autonoma “via al capitalismo selvaggio”, che esclude a priori una scelta strategica unilaterale a favore della Cina, con ondate di privatizzazioni che continueranno nel paese anche durante il 2011.

Per quanto riguarda infine la Corea del Nord, gli osservatori  occidentali meno prevenuti hanno subito notato l’importanza del continuo richiamo al patriottismo ed all’autonomia, non privo di alcune spinte e tendenze autarchiche, all’interno della formazione politica della Corea del Nord.[3]

Il suo partito comunista sceglie autonomamente, a volte compiendo errori, la propria linea politica ed i suoi dirigenti, senza aspettare alcun avvallo da parte di Pechino; non ospita truppe e/o basi militari cinesi sul suo suolo, mentre la sua alleanza strategica con la Cina non comporta alcuna forma di sfruttamento economico da parte di quest’ultima, obbligata anzi a fornire un consistente e continuo flusso di aiuti energetici ed alimentari al suo “socio alla pari” di Pyongyang.

Finita questa panoramica mondiale, si può concludere con sicurezza che Pechino non ha assunto il controllo di una propria zona d’influenza, di un proprio”territorio economico”, di una propria”area imperiale”dominata e sfruttata, in esclusiva o almeno in condominio: ma allora, di che “polo imperialistico” stiamo parlando?

Tra l’altro molti, anche a sinistra, dimenticano che proprio la Cina è stata trasformata in una semi-colonia dell’imperialismo occidentale per più di un secolo, dal 1842 al 1949, diventando una riserva di caccia per i sofisticati “pusher” di oppio del colonialismo britannico: anche la storia di una nazione conta e pesa, seppur come elemento secondario.

Settimo scoglio per la tesi della “Cina-polo imperialistico”: l’assenza totale di basi militari e di truppe cinesi all’estero, oltre che di interventi militari di Pechino nel resto del mondo a partire dal 1979, dalla breve e controproducente spedizione punitiva in Vietnam avvenuta nel febbraio/marzo di quell’anno.

Storicamente l’imperialismo contemporaneo, espressione organica del capitalismo finanziario e delle multinazionali private, è stato contraddistinto fino al 1945/60 dall’occupazione manu militari dei paesi extra-europei da parte delle diverse potenze imperialistiche, e dopo il 1945 dalla “basing strategy” messa in campo via via dagli USA, con la progressiva creazione di una rete diversificata ed impressionante di basi militari, soldati e “consiglieri” militari statunitensi sparsi in circa cento paesi del globo: dalla Colombia all’Italia, dall’Arabia alle Azorre, dalla Georgia alla Corea del Sud.

Basi ed avamposti militari che servono anche a controllare il “territorio economico”, le fonti energetiche e di materie prime, le zone di passaggio degli oleodotti e del traffico internazionale di merci.

Ebbene, la Cina non possiede neanche una base militare all’estero, mentre i (pochi) soldati cinesi all’estero operano solo sotto l’egida delle Nazioni Unite: un fenomeno irrilevante?

Gli interventi militari all’estero delle potenze imperialistiche, con l’occupazione prolungata del territorio altrui, quasi non si contano più dopo il 1945 e fino ai nostri giorni. A parte il caso estremo dell’imperialismo nordamericano, la Francia ha compiuto numerosi interventi militari dopo il 1962 nella sua particolare zona d’influenza neocoloniale, l’Africa occidentale; la stessa Italia ha partecipato come socio minore (o protagonista) alle occupazioni occidentali del Libano (1982/83), della Somalia (1992/94), dell’Iraq (2003/2006) e dell’Afghanistan, dal 2002 fino ad oggi.

A “carico” della Cina, dopo il 1979, non emerge invece alcun dato accusatorio in questo settore. Risalendo inoltre indietro nel tempo, emerge che la partecipazione cinese alla guerra di Corea  del 1950/53 non le procurò alcuna base militare nella Corea del Nord, mentre le due rapide (anche se disastrose, dal punto di vista politico) guerre contro l’India (1962) ed il Vietnam (1979) finirono in breve tempo, e proprio con il ritiro unilaterale e senza condizioni delle truppe cinesi.[4]

Dopo il 1946 sia gli Stati Uniti che, in modo minore, la Francia e la Gran Bretagna, hanno inoltre spesso utilizzato i mezzi paramilitari e i loro servizi segreti per rovesciare i regimi a loro sgraditi, quasi sempre progressisti ed antimperialisti: si va dal Guatemala di Arbenz (1954) fino al colpo di stato promosso nel Venezuela di Chavez dalla CIA (aprile 2002), con l’appoggio delle forze reazionarie e della borghesia locale. La Cina non ha invece partecipato a questo “gioco sporco”, tipico del moderno risiko mondiale e della politica neocoloniale espressa dalle potenze imperialistiche dopo il 1945: un altro elemento non irrilevante, specie se collegato all’assenza di basi militari/truppe cinesi all’estero ed alla mancata occupazione da parte di Pechino di nazioni straniere.

Penultima difficoltà per la teoria della “Cina-polo imperialistico”: la mancata partecipazione di Pechino alla pluridecennale corsa al riarmo nucleare ed il suo livello relativamente basso di spese militari, a dispetto delle periodiche campagne allarmistiche lanciate in questo campo dal Pentagono e dai mass media occidentali.

Oltre a non tenere delle esercitazioni militari provocatorie, come invece spesso effettuano gli USA vicino alle coste cinesi, in Corea e nel Mar Cinese meridionale; oltre a fare in modo che il numero totale dei membri delle forze armate cinesi diminuisse dai circa cinque milioni del 1980 ai 2.300.000 del 2011, la Cina si è dotata solo di un modesto arsenale nucleare, finora forte al massimo di 70 vettori intercontinentali e di 200 testate nucleari in grado di raggiungere il territorio statunitense.[5]

Tale potenziale bellico rimane enormemente inferiore a quello via via accumulato dal 1945 al 1999 sia dagli Stati Uniti, che dall’Unione Sovietica/Russia post-sovietica: l’obiettivo centrale, nella strategia nucleare adottata dalla Cina dopo il 1964, non era del resto quello (dissanguante, autodistruttivo) di raggiungere le due superpotenze militari del globo, ma viceversa di garantirsi un adeguato potere di dissuasione in grado di scoraggiare a priori qualunque possibile aggressore, (Stati Uniti in testa, dopo il 1980/88) e ogni minaccia alla sua sovranità, come affermò esplicitamente il Libro Bianco creato dal Ministero della Difesa cinese nel 2006.

Per dare un’idea del rapporto di forze nucleare attualmente esistente sul nostro pianeta, agli inizi del terzo millennio le circa 200 testate costruite dalla Cina si confrontavano sia con le 4.545 in possesso degli USA, che con le 3.284 testate invece a disposizione della Russia, alla fine del 2006: si tratta di un’asimmetria particolarmente evidente e non priva di significati politici, che ha per oggetto la principale arma distruttiva nell’epoca post-Hiroshima ed un elemento molto importante al fine di distinguere le grandi dalle medie e piccole potenze, almeno sul piano politico-militare e militar-tecnologico.[6]

Sul piano militare la Cina non è certo diventata una superpotenza ed il suo potenziale d’urto, seppur non trascurabile, è solo leggermente superiore a quello della Gran Bretagna e Francia: ma allora qualcosa non quadra, nelle opinioni di chi accusa Pechino di egemonismo, non tenendo conto che la Cina fin dal 1964 ha preso solennemente l’impegno – ribadito nell’ottobre del 2010 – a non usare mai per prima le armi nucleari.

Ultimo scoglio: “dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei”. Ora, il reale (e non presunto…) imperialismo mondiale ha i suoi principali target e “stati canaglia”: Cuba, Palestina, Iran, Venezuela, Bolivia di Morales, Corea del Nord, Siria, Sudan e Bielorussia. Guarda caso, tutte queste nazioni hanno eccellenti/ottimi rapporti con Pechino: è solo un caso?

Nove buone ragioni, per respingere tesi bizzarre ancora in voga nella sinistra occidentale.

L’insieme degli argomenti sopra elencati risulta infatti incompatibile con il modello teorico della “Cina-polo imperialistico”, specie se essi vengono analizzati nella loro interconnessione dialettica, mentre viceversa la loro combinazione supporta la tesi alternativa di una formazione economico-sociale prevalentemente collettivistica, che se da un lato regala molto poco al resto del globo in termini materiali (si pensi, a titolo di paragone, al rapporto economico invece formatosi tra URSS e Cuba dal 1965 fino al 1990), dall’altro non partecipa sicuramente allo sfruttamento imperialistico del terzo mondo ed adotta una politica estera pacifica e cooperativa.

Riteniamo che solo tale seconda ipotesi sia valida, proprio perché la Cina:

–          non ha quasi multinazionali e banche private in giro per il mondo

–          non si è creata “territori economici” e delle riserve di caccia esclusive per l’esportazione dei suoi capitali, per sfruttare altre nazioni ed aree geopolitiche

–          non possiede basi militari e forze d’occupazione all’estero

–          finanzia il debito statale degli USA, ma permette allo stesso tempo alle multinazionali straniere di controllare quasi il 60% dei suoi scambi con il mondo occidentale ed il Giappone

–          è interessata principalmente ad assicurarsi forniture sicure di petrolio e materie prime, partendo da Russia e Kazakistan, senza basi militari e “riserve di caccia” esclusive.

Cina come “terzo imperialismo”? I fatti testardi parlano invece di uno stato socialista indipendente e pacifico, le cui relazioni concrete con il mondo esterno non diventano certo riconducibili alla categoria di imperialismo, che non ricerca l’egemonia (né planetaria né regionale), sia per scelta strategica autonoma che per i rapporti di forza cristallizzatisi negli ultimi decenni; invece la Cina ha adottato una lungimirante politica internazionale, caratterizzata da una cooperazione egualitaria a 360° (senza, di regola, fornire donazioni eccessive e/o ” sussidi imperiali” alle altre nazioni) con tutti gli stati e le aree geopolitiche del globo, strategia a lungo termine che sta già dando buoni risultati in molti paesi di quel Terzo Mondo, ipersfruttato e sottomesso da secoli dall’imperialismo occidentale.

Certo, si possono legittimamente avanzare numerose critiche alla politica internazionale della Cina, a partire dallo spazio eccessivo concesso alle multinazionali occidentali sul suo territorio, al debole sostegno materiale fornito dopo il 1991 a Cuba, ecc: ma si tratta di un  altro livello e terreno di discussione, di confronto tra compagni che sentono di far parte di un medesimo campo e fronte di lotta, seppur con tutte le differenze possibili ed immaginabili.

Prima possibile obiezione: “Pechino non si è appropriata di una propria sfera di influenza esclusiva solo perché non possiede le forze per farlo con successo, almeno per ora”.

In primo luogo rimane il fatto che tali zone e “territori economici”, al momento attuale, non sussistano. In secondo luogo, almeno il rapporto di forza creatosi tra la Cina e la Corea del Nord dopo il 1989/91 avrebbe sicuramente consentito l’emergere di tendenze egemoniche della prima rispetto a Pyongyang, ma non è invece accaduto nulla di simile e proprio a giudizio dei comunisti nordcoreani: durante una recente visita a Pechino di Pak Ui Chun, ministro degli esteri della Repubblica Democratica Popolare di Corea (13 gennaio 2009), la Corea del Nord e la Cina hanno espresso “soddisfazione per lo sviluppo dei loro rapporti bilaterali” e lanciato una serie di iniziative comuni per celebrare il 60° anniversario della creazione dei rapporti diplomatici tra i due paesi.[7]

Seconda possibile obiezione: “e i fondi sovrani cinesi, e gli investimenti cinesi nel mondo occidentale”?

La Cina ha creato, con risorse pubbliche, un fondo d’investimento di proprietà statale sottoposto allo stretto controllo degli apparati governativi: si chiama China Investment Corporation (CIC), fondato nel settembre 2007 con una dotazione iniziale di 207 miliardi di dollari.

A dispetto della grande massa di capitali a sua disposizione, dal 2007 fino ad ora il fondo statale cinese ha effettuato finora solo limitate acquisizioni di quote minoritarie in alcune società finanziarie occidentali, comprando una consistente partecipazione azionaria del 10% nel gruppo finanziario Blackstone, per un valore pari a 3 miliardi di dollari, oltre al 9,9% di Morgan Stanley  (spendendo 5 miliardi di dollari a tale fine).

Fondi statali, dunque; utilizzati solo in proporzioni modeste e (soprattutto) impiegati non per fini di profitto, ma geopolitici: influenzare e  condizionare, almeno in parte, i “salotti buoni” del capitalismo e della finanza occidentale. Con molta grazia ed il solito sciovinismo occidentale, F. Galletti e G. Vagnone hanno rilevato che nei fondi sovrani “il vero pericolo arriva dalla Cina”, visto che “nel caso dei fondi cinesi, che non a caso preoccupano gli statisti occidentali molto più di quelli arabi o russi, tutto da intendere che si tratti di vere e proprie forme di espansionismo geopolitico per entrare in settori strategici: banche, assicurazioni, infrastrutture”.[8]

Fondi statali, per scopi geopolitici: siamo molto lontani dal capitalismo monopolistico e dalle sue logiche di funzionamento basate sul profitto (privato, ai privati, per l’accumulazione dei privati) .

In questo campo, una delle rare acquisizioni di società occidentali lanciata da un’impresa privata cinese è stato l’acquisto nel 2004 della divisione personal computer, dell’IBM (per 1,25 miliardi di dollari) da parte della Lenoro, ma anche quest’ultima è posseduta per quasi un terzo dallo stato cinese.

Se è vero che la compagnia cinese Minmetals ha acquistato la maggiore compagnia mineraria canadese, che la Shanghai Automotive Industries ha comprato la sudcoreana Sangyong e la Shenyang Machine invece il gruppo tedesco Schiess, nel 2005 l’azienda statale cinese CNOOC non ha potuto a sua volta acquisire la multinazionale californiana Unocal proprio per il veto del governo “liberista” di Bush junior, preoccupato dalle ricadute geopolitiche del possibile take-over da parte di Pechino.

Per fornire un termine di paragone asiatico, il capitalismo finanziario ed i grandi monopoli privati dell’India hanno dimostrato tutto un altro ritmo di marcia nel processo di esportazione  di capitali verso le metropoli imperialistiche.

Come ha notato F. Rampini nell’aprile del 2007, in soli tre mesi le multinazionali indiane hanno “dato la scalata con successo” a ben 34 gruppi stranieri, per un valore di 11 miliardi di dollari e nei soli primi tre mesi del 2007.

“Altre dinastie del capitalismo indiano ormai molti occidentali le conoscono bene perché le hanno in casa. Il gruppo Mittal di Lakshmi e Adita, padre e figlio, controlla la maggior parte della siderurgia europea dopo aver acquistato il colosso Arcelor (francobelgospagnolo). Kumar Mangalam Birla, presidente del gruppo Birla, con la sua filiale dell’alluminio Hindalco ha comprato quest’anno il rivale americano Novelis e si è issato al primo posto mondiale nel settore. L’impresa farmaceutica Ranbaxy di Malvinder Singh è reduce da otto acquisizioni in America, Italia, Romania e Sudafrica. Dall’inizio del 2007 le multinazionali indiane hanno dato la scalata con successo a 34 gruppi stranieri, per un valore di 11 miliardi di dollari. The Economist prevede: “Un giorno saranno loro a insegnarci le nuove regole del mestiere d’impresa, proprio come nell’ascesa del Giappone la Toyota divenne l’azienda pilota mondiale, che rivoluzionò il modo di fare le automobili”.[9]

Di sfuggita, va notato come nel 2006 il grande gruppo privato della Tata da solo fatturasse 22 miliardi di dollari, pari a circa il 3,7% del prodotto nazionale lordo indiano, mentre il conglomerato Reliance Industries (che vede come suo maggiore azionista Mukesh Ambani) a sua volta contasse da solo il 3,5% sul PNL dell’India, con i suoi 20 miliardi di dollari di vendite annuali. Con i sopracitati monopoli privati dei Birla, Rambaxi e Mittal (ben 58 miliardi di dollari di fatturato nel 2007, dopo l’acquisizione dell’ARCELOR), le cinque principali aziende private-familiari controllavano e possedevano circa il 15% della ricchezza globale prodotta in India agli inizi del 2007, facendo si che circa un settimo del PNL ( in un paese composto da più di un miliardo di persone) cadesse nelle mani e proprietà di cinque sole “grandi” famiglie dell’India.[10]

Pertanto non sorprende che Laksmhi Mittal e Mukesh Ambani risultassero già nel 2006 tra le persone più ricche del globo, quasi alla pari con Bill Gates ed il messicano Carlos Slim secondo la rivista Newsweek (12 novembre 2007); oppure che in India si sia consolidato un “crony capitalism”, un “capitalismo dei compari” contraddistinto da relazioni di alleanza, particolarmente sfacciate e lucrose, tra grandi monopoli privati e apparati statali, tra alta finanza e nuclei dirigenti politici al potere.

Il quadro cinese è estremamente diverso, senza alcun dubbio…

Terza possibile obiezione: “la Cina  sta acquistando terreni agricoli in mezzo mondo, con una forma particolare di colonialismo agrario che rimanda addirittura all’Ottocento”.

Teniamo innanzitutto a mente che la Cina ha una superficie pari a 95729000 kmq, la terza  al mondo dopo Russia e Canada e superiore a quella statunitense.

In base a patti tra stati assolutamente autonomi, non procura pertanto scandalo che nel 2003 Cina e Kazakistan abbiano firmato un accordo con cui la Cina ha preso in affitto circa 20 kmq di terreno kazako, che circa 3000 agricoltori cinesi già ora coltivano a soia e con capitali cinesi: area prima non sfruttata e confinante con la Cina, pari a soli 20 kmq rispetto ad una superficie totale del Kazakistan equivalente invece a circa 2.717.000 kmq, nove volte l’Italia.

Nel maggio del 2008 Cina e Russia si sono accordate a loro volta affinché 800 chilometri quadrati di terreno siberiano, non coltivato e confinante con la Cina, fossero utilizzati come una sorta di joint venture tra società cinesi, i contadini e le autorità russe per produrre riso e soia: l’investimento di 21,4 milioni di dollari è a carico della parte cinese, mentre 4.500 contadini cinesi svolgeranno gran parte dell’attività produttiva in loco. Sempre per permettere di stabilire delle proporzioni, la sola Regione Autonoma Ebraica (fondata sotto Stalin, nel lontano 1934) ha una superficie totale pari a 36000 kmq, la sola Siberia si estende per più di 13 milioni di chilometri quadrati, l’intera Russia per più di 17 milioni di chilometri quadrati.

800 kmq contro 17.000.000 kmq, in Russia.

20 kmq contro 2.700.000 kmq, in Kazakistan.

Non c’è che dire, i cinesi hanno oramai colonizzato e schiavizzato gran parte di questi due stati…

Quarta possibile critica: “la Cina ed il PCC esprimono una politica internazionale sempre tesa alla coesistenza pacifica con l’imperialismo occidentale: essi in tal modo diventano corresponsabili, complici del sistema imperialistico mondiale”.

Lenin e il partito bolscevico firmarono nel marzo 1918 il trattato di Brest-Litovsk con l’imperialismo tedesco; nell’aprile 1922, sempre vivo ed operante Lenin, venne  stipulato con la Germania il trattato di Rapallo sancendo il riconoscimento reciproco tra le due nazioni, e cioè creando una vera e propria coesistenza pacifica tra potere sovietico e capitalismo finanziario tedesco, almeno sotto il profilo delle relazioni internazionali; nel 1921 proprio la Russia sovietica, sempre vivo ed operante Lenin, aveva inoltre firmato accordi politico-diplomatici con la Turchia e l’Iran, entrambi paesi nei quali avvenivano proprio  in quel periodo dei massacri sanguinosi dei comunisti e delle forze di sinistra.[11]

Delle due l’una: o Lenin e il suo partito bolscevico erano diventati complici dell’imperialismo occidentale (almeno di una sua frazione), oppure qualcosa non quadra, nella critica iper-antagonista della strategia della coesistenza pacifica…

Viceversa il PCC risulta realmente “complice” e corresponsabile, perché partecipante a pieno titolo, della risoluzione che ha firmato quando si è concluso il decimo incontro internazionale dei partiti comunisti e dei lavoratori, tenutosi a San Paolo (Brasile) dal 21 al 23 novembre 2008.

Nel testo di questa risoluzione, firmato da 65 organizzazioni comuniste, si afferma che i partiti comunisti “accolgono le lotte popolari emergenti in tutto il mondo contro lo sfruttamento e l’oppressione imperialista, contro i crescenti attacchi alle conquiste storiche del movimento operaio, contro l’offensiva militarista e antidemocratica dell’imperialismo.

Sottolineando che la bancarotta del neo-liberalismo rappresenta non solo il fallimento della gestione del capitalismo, ma la sconfitta del capitalismo stesso, fiducioso della superiorità degli ideali e del progetto comunista, noi affermiamo che la risposta alle aspirazioni di emancipazione dei lavoratori e dei popoli si può trovare soltanto nella rottura con il potere del grande capitale e con i blocchi e le alleanze imperialiste, attraverso profonde trasformazioni di liberazione e di carattere antimonopolista”.

Nella risoluzione di San Paolo, inoltre, si è rilevato che “il mondo si trova davanti una grave crisi economica e finanziaria di grandi proporzioni. Una crisi capitalista, indissolubilmente legata alla sua stessa natura e alle sue indissolubili contraddizioni, probabilmente la più grave crisi dalla Grande Depressione iniziata con il crollo del 1929. Come sempre i lavoratori e il popolo ne sono le principali vittime.

La crisi attuale è espressione di una più profonda crisi intrinseca al sistema capitalista, che dimostra i limiti storici del capitalismo e la necessità del suo rovesciamento rivoluzionario. L’attuale crisi costituisce, inoltre, un enorme minaccia di regressione democratico e sociale e pone le basi, come la storia ha dimostrato, per una deriva autoritaria e militarista che chiede più vigilanza da parte dei partiti comunisti e di tutte le forze democratiche e antimperialiste.

Mentre vengono impegnati miliardi di risorse pubbliche per salvare i responsabili di questa crisi – il grande capitale, l’alta finanza e gli speculatori – i lavoratori, i piccoli agricoltori, i ceti medi e tutti coloro che vivono del proprio lavoro sono schiacciati dal peso dei monopoli e soffriranno maggior sfruttamento, disoccupazione, erosioni salariali e pensionistiche, insicurezza, fame e povertà”.[12]

Il PCC ha firmato in prima persona la risoluzione di San Paolo, e pertanto ne porta la piena e positiva responsabilità.

Un ulteriore osservazione: “si è spesso parlato, anche nella sinistra antagonista occidentale, delle presunte tendenze imperialistiche ed egemoniche espresse dalla Cina verso Taiwan e le isole Spratly”.

Per quanto riguarda le isole Spratly, nel marzo del 2005 è stato concluso un accordo alla pari tra Cina, Vietnam e Filippine al fine di sondare per tre anni il loro sottosuolo, che si crede possa diventare nei prossimi decenni il prossimo Golfo Persico sul piano delle risorse energetiche.

La Cina Popolare ha sempre ribadito correttamente che Taiwan è parte integrante della Cina: ma, allo stesso tempo, ha sempre aggiunto di accettare l’attuale status-quo, che vede l’isola sostanzialmente (anche se non formalmente, punto centrale e decisivo per Pechino) sovrana, avviando dopo il marzo del 2008 un deciso miglioramento nelle relazioni con Taipei sotto tutti i profili, grazie alla vittoria del Kuomintang nelle elezioni presidenziali della primavera del 2008. Da notare, inoltre, che finora il vero “grande fratello” di Taiwan è stato il solito imperialismo statunitense: grande fornitore di armi all’isola, tra l’altro, e sostenitore “coperto” dalle forze politiche che a Taiwan cercavano – fino alla sconfitta subita nel marzo 2008 – di rendere indipendente l’isola anche sul piano formale, senza paura di “incendiare la prateria” con il loro “cerino” separatista.

Penultima obiezione: “perché la Cina non ha appoggiato a sufficienza Cuba socialista, specialmente nel durissimo quinquennio 1991/1995 ?”

Crediamo sia per una reale scarsità di forze materiali che, soprattutto, a causa di un eccesso di prudenza della direzione comunista cinese nei confronti dell’imperialismo statunitense, all’apice della sua potenza internazionale (assoluta e relativa) proprio nei cinque anni presi in esame.

Dopo il 2002, tuttavia, la situazione è nettamente migliorata proprio sotto il profilo economico e commerciale nelle (già buone) relazioni tra i due stati socialisti, tanto che alla fine di dicembre del 2008 Carlos Miguel Pereira, ambasciatore cubano in Cina, ha notato come le relazioni cubane con la Cina abbiano raggiunto il miglior livello nella loro storia: il commercio cino-cubano è passato dai 578 miliardi di dollari del 2003 ai 2,6 miliardi del 2007, più che quadruplicandolo nel giro di soli quattro anni.[13]

“La Cina è un sicuro e stabile importatore del nickel e dello zucchero cubano”, ha inoltre sottolineato l’ambasciatore cubano in Cina, mentre “la Cina sta iniziando a diventare un grande paese investitore a Cuba” a dispetto del blocco economico statunitense: non a caso Carlos Pereira ha auspicato un ulteriore rafforzamento della cooperazione tra i due paesi, evidentemente noncurante della (ipotetica, inesistente) trasformazione della Cina in un (presunto) “polo imperialistico”.

Un’ultima obiezione: “ma la Cina non fa forse parte, fin dal suo inizio, del cosiddetto Patto di Shanghai?”.

Il Patto di Shanghai, stipulato nel 1996 tra Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan, ha dato vita ad un’organizzazione i cui scopi, allo stesso tempo limitati e difensivi, sono riconosciuti come pacifici dalla grande maggioranza degli studiosi di politica internazionale: non è stato certamente tale alleanza ad invadere l’Afghanistan 2001/2011 o l’Iraq nel 2003, mentre invece il carattere cooperativo, pacifico ed egualitario del Patto di Shanghai ha provocato l’adesione ad esso, a titolo di paesi osservatori, di nazioni come l’India, il Pakistan, l’Iran e la Mongolia.

Ma la rete di alleanze intessuta via via dalla Cina, comprende ormai al suo interno partendo dal 2008 anche le “relazioni speciali” (pacifiche e cooperative) con paesi importanti quali il Brasile ed il Sudafrica, membri a pieno titolo del gruppo del “BRICS”.


[1] V. I. Lenin, “L’imperialismo”, op. cit., cap.VII

[2] V.I.Lenin, op. cit., cap. X

[3] Autori Vari, “L’adorato Kim Chang-il”, prefazione di G. Riotta, pag. 3, ed.Obarra

[4] M.Bergere, “La Repubblica Popolare Cinese”, pag. 348, ed. Mulino

[5] L. Tomba, “Storia della Repubblica Popolare Cinese”, pag. 191,  ed. Mondadori

[6] Stime del Sipri-2007, in www.archiviodisarmo.it  Camilla Reali

[7] english.peopledaily.com.cn “DPRK FM meets visiting senior Chinese diplomat”, 13 gennaio 2009

[8] F. Galletti e G. Vagnone, “Fondi sovrani: il vero pericolo arriva dalla Cina”, 15 gennaio 2008, in www.loccidentale.it

[9] F. Rampini, 16 aprile 2007, “Tata traccia la via indiana al capitalismo delle famiglie”, in ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio

[10] F. Rampini, 16 aprile 2007, op. cit.

[11] A. B. Ulam, “Storia della politica estera sovietica (1917-60)”, pag. 108, 131, 217-218, ed. Rizzoli

[12] M. Gemma e F. Giannini, “I comunisti di tutto il mondo ripartono da San Paolo”, 30/11/2008, in www.lernesto.it

[13] english.people.com.cn , 29 dicembre 2008, “Cuban ambassador hopes for more bilateral co-op with Cina”

Capitolo IV Cina: imperialismo, oppure nazione sovrana di matrice prevalentemente socialista?

Ad aprile del 2011 la Cooperativa Editrice Aurora pubblicherà un libro sulla Cina contemporanea e il socialismo, diviso in più parti e scritto da Sergio Ricaldone , Bruno Casati, Roberto Sidoli, Massimo Leoni.

Pubblichiamo la prima parte di uno stralcio della sezione inviataci ed elaborata da Roberto Sidoli e Massimo Leoni, intitolata Cina: imperialismo, oppure nazione sovrana di matrice prevalentemente socialista?

“Pechino ha dunque ormai creato un ponte con l’Africa, rivoluzionando i rapporti di forza mondiali, nello sbalordimento generale. Quando il Congo ha bisogno di una nuova diga i cinesi gliela costruiscono in un batter d’occhio e si fanno pagare in petrolio. La Banca mondiale invece impone condizioni spesso irrealizzabili. Spiega Serge Michel:

La risposta tipica delle organizzazioni internazionali alle richieste di finanziamenti dei Paesi africani è: no, dovete vivere nel buio perché avete debiti e siete nazioni instabili. I cinesi invece rispondono: ma certo, non solo vi finanziamo ciò che volete, una diga, una centrale idroelettrica, ve la costruiamo noi e ci pagate in petrolio o in materie prime.

Ecco, questa è un situazione che si può definire di vantaggio reciproco.”

La frase riportata nel libro di L. Napoleoni va in controtendenza all’interno della sinistra “radicale”, visto che secondo molti esponenti ed organizzazioni della sinistra occidentale la Cina contemporanea rappresenta una potenza imperialistica, basata su rapporti sociali di produzione di tipo capitalistico (di stato).

Verso la fine del 2008, tra l’altro, anche un intellettuale marxista preparato ed intelligente come G. Gattei ha purtroppo lasciato intendere come la Cina sia ormai diventata un “terzo imperialismo”, seppur di tipo originale e particolare, “in cui la periferia, oltre a produrre materie prime per l’esportazione (Marx) e ad attrarre capitali dal centro per produrre manufatti per il mercato interno (Lenin), ha preso ad esportare i propri manufatti anche sui mercati del centro imperialistico, Stati Uniti ed Europa occidentale in testa”.

Ma la Repubblica Popolare Cinese costituisce davvero una potenza imperialistica? Intendendo con Lenin per imperialismo (moderno), “il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione del capitale ha acquisito grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici”, siamo in presenza di una nuova potenza egemonica

Crediamo che la risposta sia negativa, perché la teoria della “Cina-polo imperialistico” si scontra con molti fatti testardi, che la demoliscono e falsificano alla radice.

Il principale problema che incontra la concezione in oggetto è che i rapporti sociali di produzione e distribuzione nella Cina contemporanea risultano ancora prevalentemente collettivistici, di natura statale o cooperativa, anche se affiancati simultaneamente dalla presenza di un robusto settore capitalistico, nazionale ed internazionale (multinazionali straniere).

Senza”dominio dei monopoli e del capitale finanziario” (Lenin), pertanto, sparisce l’imperialismo, o almeno l’imperialismo descritto da Lenin.

Senza una base economica e rapporti di produzione prevalentemente capitalistici, non si può certo parlare di imperialismo moderno, che si fonda – sempre Lenin – su una precisa “fase di sviluppo del capitalismo finanziario” (banche private in testa) e del suo processo di accumulazione.

Sotto il profilo della natura degli attuali rapporti di produzione esistenti in Cina, rimandiamo al capitolo su “Cina: socialismo o capitalismo”, limitandoci a ricordare che, nel 2008, tra le 500 imprese che operano in Cina  rappresentando circa l’84% del suo intero prodotto nazionale lordo, ben 349 (quasi tre quarti del totale), vengono controllate e possedute integralmente/prevalentemente dallo stato cinese; oppure che in Cina vige la proprietà collettiva del suolo e che, il settore cooperativo, rurale ed urbano, rimane fortemente radicato e diffuso all’interno della variegata formazione economico-sociale cinese.

Deve essere sottolineato come anche il ricercatore anticomunista Willy Lam il 14 gennaio 2011, abbia ammesso che nel 2009 il solo giro d’affari delle imprese statali, controllate dallo stato a livello centrale (gli yangqi, in cinese) abbia pesato per ben il 61,7% sull’intero prodotto nazionale lordo cinese del 2009, percentuale equivalente a quasi due terzi della ricchezza prodotta nel gigantesco paese asiatico nell’anno preso in esame.

La seconda difficoltà che incontra la tesi della “Cina-polo imperialista” deriva dal fatto che il presunto imperialismo cinese viene invece sfruttato, su larga scala (seppur in modo controllato, con precisi limiti e contropartite) e da quasi tre decenni, da parte delle multinazionali occidentali e giapponesi.

G. Gattei ha perfettamente ragione quando ha notato che, “come se la profezia di Smith si fosse avverata, aggiungendo finalmente al proprio mercato interno anche il mercato internazionale, la Cina si è trasformata in una vera propria officina del mondo, esportatrice privilegiata di manufatti per il centro imperialistico”.

Ma il compagno Gattei, forse per motivi di spazio, ha dimenticato di analizzare unfatto testardo ” di notevole importanza, e cioè che quasi il 60% del totale delle esportazioni provenienti dalla Cina e destinate in larga parte ai mercati consumatori occidentali rimane sotto la proprietà ed il controllo delle multinazionali, occidentali e giapponesi, che operano nel paese asiatico: nel 2006 la quota in oggetto risultava pari al 58% del totale del commercio estero cinese.

La Cina è diventata “l’officina del mondo”, ma più della metà dei “manufatti per il centro imperialistico” (Gattei) che essa esporta ogni anno risulta di proprietà proprio del capitalismo estero, in modo che più della metà dei “manufatti esportati annualmente dalla Cina” costituisce una preziosa fonte di profitti per le multinazionali occidentali, dalla Wal-Mart in giù; pertanto ogni anno una consistente massa di plusvalore/plusprodotto/profitti, creati e generati dagli operai assunti dalle multinazionali occidentali che operano nel gigantesco paese asiatico, entra nelle tasche degli azionisti e dei capitalisti occidentali e ne alimenta il processo di accumulazione.

Che strano imperialismo, quello cinese! Anzi, che misero imperialismo, che non sa neanche difendere a vantaggio del proprio “capitale” una buona parte della massa di plusvalore via via riprodotta a Pechino, Shangai e nelle regioni costiere cinesi !

Le dimensioni assunte dal capitalismo privato in Cina, nella sua sezione “multinazionale”, risultano sicuramente consistenti ed innegabili, come si è già evidenziato in precedenza.

Ancora alla fine del 2006, avevano investito parte dei loro capitali in Cina circa 590000 multinazionali piccole o grandi e partendo da colossi come Wal-Mart e General Motors, destinando all’utilizzo produttivo della forza-lavoro cinese una somma complessiva ormai equivalente a circa 800 miliardi di dollari, via via accumulatasi nel periodo compreso tra il 1979 ed il 2007: sempre nel 2007, le imprese straniere davano lavoro a 15.830.000 salariati cinesi ed avevano contribuito al 20,2% delle entrate fiscali della nazione asiatica.

Il processo è via via aumentato a partire dagli inizi degli anni 80, almeno fino al 2008: mentre dal 1979 al 1983 gli investimenti annui del capitalismo straniero risultarono ancora pari alla modesta somma di 600 milioni di dollari annui, dal 2004 al 2007 la cifra annua era salita ad una media pari a circa 80 miliardi di dollari, arrivando fino alla quota totale di 82,7 miliardi di dollari nel solo 2007.

Il partito comunista, introducendo la “NEP cinese” attraverso le riforme elaborate da Deng Xiaoping nel 1975/78, ha accettato di subire i lati negativi creati dalla presenza massiccia delle multinazionali occidentali e giapponesi in Cina (loro potere di pressione economica; esportazione di larga parte di profitti ottenuti nelle metropoli imperialistiche; sfruttamento della manodopera cinese, ecc.), perché li ha considerati sensibilmente inferiori ai vantaggi ottenuti simultaneamente dal processo produttivo cinese: accumulazione su larga scala di valuta straniera (visto il monopolio statale sui flussi di capitale monetario dall’estero), acquisizione a ritmi accelerati di alta tecnologia, entrate fiscali derivanti dalla tassazione dei profitti delle multinazionali estere (aliquota del 25% su questi ultimi, dal 2007) e parziale protezione per le esportazioni cinesi dalle possibili misure protezionistiche dei paesi occidentali (che ricadrebbero, per più della metà, sulle “loro” imprese e monopoli privati).

In ogni caso, anche tenendo conto dei contributi fiscali pagati dalle multinazionali occidentali e della parte consistente di esportazioni autoctone provenienti dalla Cina, pari nel 2006 a circa il 42% del totale, il flusso costante di plusvalore e profitti diretto dalla Cina alle metropoli imperialistiche (tramite le multinazionali occidentali) rappresenta un processo materiale innegabile, che fa a pugni con la teoria dell’imperialismo di matrice cinese. Non sono certo le aziende cinesi a sfruttare la manodopera salariata occidentale (se non in misura irrisoria, come si vedrà più avanti), ma è vero invece il contrario: “la cicala” occidentale è anche un “vampiro“, che assorbe annualmente delle masse consistenti di plusvalore e profitti prodotti in Cina dalla forza lavoro cinese, ottenendo tra l’altro il vantaggio ulteriore di acquisire beni di consumo a basso prezzo che, comprati su larga scala dagli operai occidentali, diminuiscono il valore della loro forza-lavoro, aumentando parallelamente il saggio di plusvalore estorto nel suo insieme dalla borghesia ai salariati europei, giapponesi e nordamericani.

Solo nel 2005, secondo il grande istituto finanziario UBS le multinazionali presenti in Cina avevano rimpatriato oppure reinvestito una massa di profitti pari a 27 miliardi di dollari: una discreta sommetta, non c’è dubbio.

Sotto questo profilo va tuttavia sottolineato come non sussista alcun legame obbligato e costante tra produzione interna cinese e mercati occidentali, almeno in termini di livelli di profitto per le multinazionali europee e statunitensi. Secondo i consulenti aziendali della Alix Partners, già nel 2009 il Messico aveva superato la Cina, diventando la nazione più economica e vantaggiosa al mondo per le società private intenzionate a produrre per il mercato statunitense ed esportare negli USA, mentre al secondo posto della graduatoria della Alix Partners si trova l’India ed al terzo il Brasile, appaiato con la Cina: pertanto i discorsi famosi sulla cosiddetta “Cinamerica”, assai diffusi nel 2004/2007, hanno perso definitivamente ogni senso e risultano staccati da una realtà che vede invece sempre più spesso il governo statunitense, soprattutto  per ragioni geopolitiche ed ideologiche, mettere dazi e balzelli su alcune delle merci esportate dalla Cina in terra americana.

Terza difficoltà, teorica e pratica, sempre collegata e generata dal ruolo oggettivo svolto dalla Cina all’interno del processo produttivo mondiale: è la manodopera cinese ad emigrare, seppur in termini percentuali molto bassi, nel mondo occidentale ed a creare/riprodurre quote di profitto consistenti per il capitalismo dei paesi più avanzati, tanto che solo la comunità cinese in Italia conta ormai più di 100.000 residenti regolarizzati, in larga parte impegnati nella produzione di beni e servizi.

Quarto scoglio per la tesi della “Cina polo imperialistico”: il livello estremamente modesto, sia in termini assoluti che percentuali, dei capitali cinesi esportati/investiti nel settore produttivo del resto del pianeta, unito alla loro matrice prevalentemente statale.

Alla fine del 2007, l’insieme degli investimenti produttivi via via accumulati dai cinesi all’estero risultava pari a soli 73,3 miliardi di dollari, di cui circa 80% proveniente dalle imprese statali e destinato principalmente ai settori delle materie prime, delle fonti energetiche e di infrastrutture produttive quali strade, ferrovie, dighe e telecomunicazioni.

Alla fine del 2008 la quota annuale era salita fino a diventare pari a circa 28 miliardi di dollari,  ma a titolo di paragone va ricordato che l’insieme mondiale degli investimenti diretti effettuati (sempre nel 2008) risultava comunque pari a 1.883 miliardi di dollari, somma globale in cui il flusso di investimenti cinesi pesava per poco più dell’1% del totale.

1883 miliardi contro 28 miliardi di dollari, questi ultimi per di più in larga parte di matrice pubblica e provenienti dalle principali aziende statali cinesi: i dati rivelano un ben debole “imperialismo”, tra l’altro contraddistinto dall’egemonia schiacciante del settore pubblico rispetto al capitalismo autoctono cinese anche nelle operazioni all’estero.

Sempre secondo l’Unctad, nel 2007 lo stock di investimenti diretti all’estero accumulati via via  da parte delle multinazionali non finanziarie aveva superato nel 2007 i 15.000 miliardi di dollari, somma circa 150 volte superiore a quella espressa globalmente dalla Cina nell’anno in oggetto: il peso specifico di Pechino sul flusso di investimenti mondiali risultava pertanto pari al misero 0,75% circa del totale, quota minima  nella quale  in cui in ogni caso giocano un ruolo centrale le imprese statali.

E proprio secondo il Quotidiano del Popolo del primo novembre 2010 (“Assets of China’s overseas”), alla fine del 2009 la Cina raggiungeva solo il quindicesimo posto nella classifica mondiale sugli investimenti all’estero, superata persino dalla zona economica di Hong Kong e dalla disastrata Russia postsovietica: un’asimmetria impressionante, quella creatasi tra sviluppo del prodotto nazionale lordo di Pechino e la sua (non) proiezione nel flusso mondiale di investimenti di capitali all’estero, nonostante che nel 2009/2010 la massa di investimenti all’estero della Cina fosse aumentata rapidamente rispetto a quella esistente nel 2000/2002.

Quinta difficoltà per la teoria in oggetto: l’acquisto su  vasta scala da parte dello stato cinese dei titoli di stato degli USA, oltre che della compartecipazione in istituti parastatali come Fannie Mae e Freddie Mac.

Sorpresa, sorpresa!

Mentre la massa degli investimenti produttivi cinesi all’estero risulta assai modesta, almeno in termini percentuali, in un campo particolare la Cina Popolare vanta invece già da alcuni anni un primato indiscutibile, che ha per oggetto il possesso (da una parte dello stato cinese, degli apparati pubblici cinesi) di titoli pubblici di Washington e di prodotti finanziari parastatali, relativamente simili: le dimensioni quantitative di questo fenomeno, allo stesso tempo politico ed economico, si rivelano gigantesche e frutto di un processo – voluto e diretto dal partito comunista cinese – di durata oramai pluridecennale, ormai ammesso dai politici statunitensi. Come ha riconosciuto lo stesso Barack Obama,  durante la sua vittoriosa campagna elettorale ed ancora nell’ottobre 2008, “Pechino detiene la quota maggiore del debito estero americano (circa mille miliardi di dollari) e, secondo alcuni esperti cinesi, obbligazioni di Fannie Mae e Freddie Mac (i due istituti finanziari che garantiscono i fondi per il mercato immobiliare americano, da poco salvati dal Tesoro degli Stati Uniti) per un valore di 400 miliardi di dollari”.

Prendiamo il dato ormai sicuro di milletrecento miliardi di dollari: si tratta del vero, essenziale e centrale “investimento diretto” della Cina all’estero, ma bisogna interrogarsi sulla natura e sulle cause di questo gigantesco processo economico.

I fondi statunitensi via via acquisiti dalla Cina negli USA rappresentano principalmente titoli e bond statali del Tesoro, costituiscono dei titoli pubblici emessi dal governo statunitense.

Non solo: la massa monetaria cinese che li ha acquistati è parallelamente di proprietà pubblica e statale, controllata esclusivamente dal governo cinese.

Non solo: il rendimento dei buoni del tesoro e delle obbligazioni statali degli USA, acquisiti dallo stato cinese, risulta mediamente molto basso ed appena sufficiente a superare il tasso di inflazione statunitense (ed il carico fiscale che li grava). Tra il maggio 2006 ed il maggio 2007, ad esempio, i titoli di stato statunitense a dieci anni – tra quelli che garantiscono i tassi di profitto maggiori – hanno espresso un rendimento annuo che oscillava tra il 5,10 ed il 4,80%, mentre nello stesso periodo il tasso di inflazione degli USA oscillava attorno al 3%: rendimento quasi zero, insomma, se depurato del dato inflattivo e del carico fiscale a vantaggio dell’esauste casse statali di Washington.

Risulta abbastanza chiaro che il flusso di acquisti dei titoli USA da parte della Cina viene determinato principalmente da ragioni politiche e geopolitiche, extraeconomiche e lontane da fini di lucro. Finanziando il deficit degli Stati Uniti, la Cina mantiene infatti nei confronti di Washington un forte potere contrattuale, che prima o poi al nucleo dirigente cinese verrà utile e che già ora svolge un ruolo importante di deterrente (potenziale) contro le tendenze più aggressive espresse dall’imperialismo statunitense rispetto a Pechino, alla sua ascesa pacifica e multilaterale nell’arena mondiale.

Ragionando in termini strettamente economici, chi sfrutta chi, nel gigantesco processo di finanziamento cinese verso il debito statunitense?

Forse gli indebitati cittadini e l’apparato statale americano arricchiscono i risparmiatori e lo stato cinese?

O viceversa, sono gli operai e contadini cinesi che alimentano in modo masochistico sia i processi produttivi del capitalismo statunitense, che il flusso di acquisti dei cittadini /salariati degli USA?

Chi sfrutta chi?

Sotto il profilo strettamente produttivo si tratta di un gioco sostanzialmente a somma zero, nel quale il rapporto tra costi/benefici economici per le due parti rimane per ora relativamente simmetrico, anche se è la parte cinese che contribuisce maggiormente fornendo grandi risorse con un basso ritorno materiale: non a caso, l’agenzia di credito Finch ha previsto per il 2009 una diminuzione assoluta degli acquisti cinesi del debito USA, vista sia la sua aleatorietà/bassa redditività che il  costoso piano statale di sviluppo economico, lanciato all’inizio di novembre del 2008 dal PCC.

In ogni caso, uno degli elementi centrali e dei cardini all’interno dei rapporti produttivi sviluppatosi negli ultimi tre decenni tra la Cina Popolare ed il resto del mondo sfugge completamente alla logica imperialistica, sia per la relazione tra stato (Cina) e stato (USA) che la contraddistingue alla radice che per l’assenza di sfruttamento di un soggetto sull’altro: un ragionamento analogo va applicato anche per la considerevole massa di titoli di stato europei via via venuti in possesso dello stato cinese, nel corso dell’ultimo decennio.

Ulteriore scoglio per la tesi della “Cina-polo imperialistico”: le relazioni paritarie formatesi sul piano politico ed economico tra la Cina ed i paesi in via di sviluppo, a partire da quelli africani.

Ai sostenitori della teoria in via di critica, si deve innanzitutto ricordare che il fabbisogno energetico totale della Cina viene coperto per  circa due terzi dal carbone, mentre sul fronte petrolifero la dipendenza della Cina dalle importazioni di petrolio nel 2008 è stata pari al 45% circa, facendo si che la Cina riesca a soddisfare circa il 90% del suo fabbisogno energetico globale con risorse interne.

Partendo poi dal continente africano, subito emerge come l’interscambio commerciale tra Cina ed Africa abbia superato i 100 miliardi di dollari nel 2008, aumentando più del 30% rispetto all’anno precedente: sempre nel 2008, la Cina ha avuto un deficit con la controparte in oggetto pari a più di cinque miliardi di dollari.

Sul piano commerciale e finanziario, inoltre, a partire dal novembre 2006 e dal summit cino-africano tenutosi a Pechino, la Cina ha garantito l’eliminazione delle tariffe e dazi doganali per ben 466 categorie di prodotti, esportati al suo interno da più di trenta paesi africani.

In aggiunta a ciò, la Cina ha via via cancellato unilateralmente e senza contropartite, dal 2006, tutti i debiti pregressi che si erano accumulati nei suoi confronti da parte di più di trenta paesi del cosiddetto”Quarto Mondo”, in larga parte africani.

Per il 2009, Pechino ha inoltre messo a disposizione dei paesi africani un fondo statale pari a cinque miliardi di dollari per i loro bisogni materiali, a dispetto della crisi finanziaria mondiale e con tassi d’interesse molto favorevoli: non è certo un caso che il FMI e la Banca Mondiale abbiano visto simultaneamente crollare i loro “affari” in Africa nel corso degli ultimi anni, visto che alcuni paesi africani hanno utilizzato i (favorevoli) finanziamenti statali cinesi proprio al fine di estinguere i debiti accumulati in precedenza, a condizioni economiche molto svantaggiose, con i due amorevoli istituti finanziari occidentali.

Tra il 2011 ed il 2013, un totale del 95% dei prodotti di esportazione di tutti i paesi africani meno sviluppati verso Pechino verrà gradualmente esentato dalle imposte, mentre finora le aziende cinesi hanno costruito circa 60000 km di strade nel continente africano: un rapporto della Banca di Sviluppo dell’Africa ha indicato che, a settembre del 2010, gli investimenti cinesi sono aumentati annualmente ad una media del 46% durante l’ultima decade, in particolare nel settore idrico e dei trasporti, dell’elettricità e delle comunicazioni.

Secondo la stessa Banca Mondiale, mentre a fine 2003 gli investimenti cinesi – in larga parte e fino all’80% statali – risultavano pari a circa 8 miliardi di dollari, essi sono saliti fino a quota trenta alla fine del 2007, con una punta di sette miliardi di dollari nel corso del 2006. Su questa massa totale di investimenti, circa un sesto del totale è andato a finanziare progetti relativi alle infrastrutture produttive (strade, ferrovie, dighe, ecc.) e sociali (scuole ed ospedali), coprendo un “buco”enorme lasciato dalle multinazionali occidentali: secondo i dati forniti dalla stessa Banca Mondiale, Pechino ha finanziato 35 paesi africani per un valore annuo pari ad un miliardo di dollari nei due campi d’azione sopracitati.

A partire dal 2007, la Cina ha offerto programmi gratuiti di addestramento per 10910 lavoratori provenienti da 49 nazioni africane, e manderà a sue spese nel solo 2009 cento esperti cinesi del settore agrotecnico in 35 stati africani (Quotidiano del Popolo, 20 gennaio 2009).

Anche un giornalista anticomunista come F. Rampini si è chiesto: “ma sono tutte fondate le accuse rivolte ai cinesi? E anche se lo sono, con quale credibilità l’Occidente si erge a difensore degli interessi dell’Africa?

Un test emblematico di queste contraddizioni è il Niger. Anche questo paese -15 milioni di abitanti e uno dei redditi più miseri del pianeta – ha improvvisamente scoperto la munificenza cinese. Grazie a una donazione del governo di Pechino perfino i leoni dello zoo Niamey, capitale del Niger, oggi stanno meglio: nel 2010 gli è stata recapitata da una nave portacontainer di Shanghai una nuova gabbia “cinque stelle”, made in China. Il rifacimento del giardino zoologico è poca cosa in confronto ad altri flussi di capitali cinesi che inondano il Niger. Per esempio, i 700 milioni di dollari per la costruzione della prima raffineria e della prima centrale idroelettrica del Paese. E altre centinaia di milioni di dollari di opere di pubblica utilità che porteranno, come sempre, l’etichetta made in China: strade, scuole, ospedali”.

Per quanto riguarda invece il flusso di investimenti cinesi nei diversi settori produttivi africani, essi risultano concentrati in buona parte nel settore energetico e minerario e provengono quasi esclusivamente da aziende statali e società pubbliche cinesi, lasciando ovviamente la proprietà del suolo, delle ricchezze naturali e/o risorse energetiche ai paesi ospiti africani e contribuendo in larga parte/completamente agli investimenti in loco: gli enti statali cinesi pagano le materie prime ottenute in Africa a prezzi di mercato, oppure in alternativa lasciano una quota maggioritaria dei profitti ottenuti al paese ospite, nelle joint venture che si formano a tale scopo.

La forza-lavoro impiegata in Africa dalle società pubbliche cinesi in parte proviene dalla Cina, mentre anche grazie all’importazione cinese di materie prime/energia (ed alla sua crescita impetuosa) i rapporti di scambio delle materie prime e dell’energia, a partire dal 1999, si sono modificati profondamente a favore delle nazioni africane: se nel 1998 un barile di petrolio costava 10 dollari, nell’estate del 2008 il suo prezzo era salito fino a circa 140 dollari ed aumentando di dodici volte nel giro di meno di un decennio, prima di calare solo per la recessione planetaria che ha colpito il mondo capitalistico.

Sul piano politico-sociale, infine, anche alcuni osservatori ipercritici rispetto alla multiforme attività cinese in Africa (definita addirittura un ” mostro partorito dalla globalizzazione”) sono stati costretti ad ammettere controvoglia, agli inizi di novembre del 2006, che la Cina “non è interessata, ad esempio, a generare profitti spingendo per la privatizzazione di servizi anche essenziali (come invece la “globalizzazione di stampo occidentale”); invece “al contrario si può permettere di investire un minimo anche nel sociale, visto che per ora l’unico interesse è rivolto alle risorse … Nella gestione del debito, che i paesi africani stanno accumulando, la Cina è poi decisamente più flessibile ed arriva, anzi, ad aiutare con prestiti vantaggiosi gli strati a pagare gli onerosi interessi, se non a saldare le pendenze nei confronti degli stati e delle usuraie istituzioni occidentali. Molto importante anche la politica della non-interferenza: se l’occidente continua ad usare il ricatto per imporre la ricetta neo-liberista, la Cina si limita a fare buoni affari senza immischiarsi nelle vicende nazionali”.

Si può esaminare un caso specifico, per verificare il quadro generale sopra esposto: subito dopo  l’Angola, il Sudan rappresenta uno dei principali partner commerciali di Pechino nel continente africano.

E proprio focalizzando l’attenzione sulle relazioni, politico-economiche progressivamente sviluppatesi tra Cina e Sudan, sotto il mirino dei soliti critici “umanitari” occidentali, si può subito notare come un accordo del 1997 avesse attribuito il 40% del controllo della futura estrazione del petrolio, in un’ampia fascia del territorio sudanese, alla compagnia statale cinese CNPC, il 30% ad un’impresa malese, il 25% all’India ed il 5% allo stato sudanese.

Se gli investimenti nei campi petroliferi erano e sono a carico delle imprese straniere, la proprietà delle riserve petrolifere rimaneva e rimane tuttora al Sudan: le royalties pagate dalle compagnie petrolifere interessate all’erario sudanese hanno dal canto loro assunto un notevole peso, sia in termini assoluti che relativi, visto che già nel 2006 il 48% e quasi la metà dell’insieme delle entrate fiscali sudanesi risultava costituito dalle tasse e vendite erogate dalle aziende petrolifere estere, in primo luogo (ma non solo) di nazionalità cinese.

Sul piano politico, la principale accusa rivolta alla Cina ha per oggetto la sua ostentata non-ingerenza negli affari interni dei paesi africani: senza entrare nel merito, si tratta di una critica molto diffusa anche a sinistra ma che certo non depone a favore della teoria del polo imperialista, categoria sempre collegata storicamente a forme più o meno dirette di egemonismo e ricatto politico, militare e/o economico esercitato dallo “stato-guida” sulle nazioni ed aree geopolitiche “vassalle” e subordinate, anche se formalmente indipendenti (il fenomeno del neo-colonialismo, in estrema sintesi).

Processi neocoloniali che risultano invece assenti, all’interno delle relazioni cino-africane. Lo studioso francese Serge Michel ha ammesso, a denti stretti, che “cinque sono i punti di forza della Cina nella sua avventura terzomondista africana:

Primo, la Cina non possiede un passato di colonizzatore; secondo, ha un approccio pan-africano, a differenza degli europei che lavorano solo nei territori delle loro ex colonie. Terzo, non subordina la cooperazione a parametri politici quali democrazia e trasparenza. L’unica condizione è l’assenza di rapporti con Taiwan. Quarto, la Cina finanzia tutte le infrastrutture necessarie: dalle dighe alle strade alle ferrovie e le costruisce efficientemente con la propria manodopera. Quinto, la Cina è l’ultimo sistema centralizzato al mondo in grado di offrire un “pacchetto di modernizzazione” completo.”

L. Napoleoni ha notato  a sua volta che “il modello descritto da Michel si ritrova dovunque in Africa, dove si scontra con quello tradizionale occidentale. In Guinea la Exim Bank of China finanzia dalle miniere di bauxite alle dighe per le centrali idroelettriche necessarie per far funzionare le raffinerie, alle ferrovie per trasportare il prodotto finito. Ai concorrenti americani nello stesso Paese interessa invece solo la bauxite, non hanno nessuna voglia di finanziare le raffinerie perché sostengono che non c’è abbastanza  elettricità per farle funzionare, e questo nonostante i siti ideali per erigere dighe e centrali idroelettriche siano almeno 122. Dateci la materia prima, al resto pensiamo noi: questo l’approccio predatore dei Paesi ricchi, i cinesi invece costruiscono l’infrastruttura necessaria. E poi ci domandiamo perché  i contratti più appetitosi vadano a loro.

L’atteggiamento degli occidentali non è molto cambiato dai tempi delle colonie, Pechino invece, anche a causa della ferita ancora aperta della propria colonizzazione, fa molta attenzione a comportarsi da pari”.

Sempre sotto questo aspetto, un recente libro scritto dall’anticomunista D. Brautigam (“The Dragon’s gift”) ha ammesso l’esistenza delle reali opportunità offerte dal nuovo impegno multilaterale di Pechino, certo non immune da limiti ed errori, in Africa. Ad esempio l’autrice ha riconosciuto che gli aiuti cinesi al continente non si limitano certo alle nazioni più ricche di risorse, ma che il flusso riguarda invece l’intera zona, dall’Algeria fino ad arrivare allo Zimbabwe, mentre molto spesso i crediti forniti dalla Cina ai diversi paesi africani prevedono un vantaggioso rimborso dilazionato in molti anni, attuato proprio con le esportazioni effettuate verso Pechino dalle nazioni del cosiddetto “continente nero”: come ad esempio farà il Ghana, con i 10,4 miliardi di dollari di finanziamento decennale che ha iniziato a ricevere (e riceverà nei prossimi anni) a partire dalla stipulazione di un grande accordo con la Cina, firmato il 25  settembre del 2010.

Persino secondo un editoriale contenuto nell’iperborghese Financial Times del 25 agosto 2010, gli investimenti cinesi in Africa ormai offrono al continente “nuova speranza” ed un modo alternativo di progresso, mentre invece la strategia occidentale “non ha spezzato il circolo vizioso del sottosviluppo in Africa”. Parole chiare, tra l’altro  per una volta basate su fatti concreti: non a caso il presidente del Sud Africa Jacob Zuma, in visita a Pechino sempre a fine agosto 2010, ha dichiarato come non corrispondono assolutamente al vero le teorie occidentali sul presunto “neocolonialismo cinese” nel continente, firmando simultaneamente e non a caso proprio con la Cina ben sedici accordi economici assai vantaggiosi (prestiti a tasso zero, investimenti cinesi nel settore educativo e sanitario, nelle infrastrutture del Sud Africa, ecc.) per il paese africano.

Per quanto riguarda le relazioni commerciali e l’interscambio politico-economico formatosi tra Cina e America Latina/Asia, non sono state ancora rivolte accuse di imperialismo e neocolonialismo a Pechino; i governi delle aree geopolitiche in esame hanno anzi espresso, di regola, del sincero rispetto nei confronti della politica (politica economica) svolta dalla Cina Popolare nei loro confronti, mentre il Venezuela, Cuba socialista ed il nuovo Nepal – dopo la primavera del 2008 – hanno manifestato sicuramente un sincero apprezzamento nei confronti delle loro relazioni multilaterali con il gigantesco paese asiatico, a partire dal lato economico, commerciale e finanziario, ma non limitandosi ad esso.

Non è certo un fenomeno casuale, dato che la Cina non ha mai cercato di strangolare e ricattare economicamente le nazioni dell’ipersfruttato Terzo Mondo. Per utilizzare due soli esempi, il feroce blocco economico e finanziario (oltre che politico) contro Cuba non è stato certo esercitato da Pechino, ma da un’altra nazione molto vicina alle coste cubane; a sua volta il boicottaggio commerciale e le sanzioni economiche contro l’Iran non provengono certo dalla Cina Popolare, che proprio nel gennaio 2009 ha invece firmato con Teheran un nuovo importante accordo in campo energetico, di durata pluridecennale.


L. Napoleoni, “Maonomics”, pag. 289, ed. Rizzoli

G. Gattei, “L’imperialismo di oggi: China export”, in Contropiano nr. 4  del 2008, pag.2

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