Archivi del mese: marzo 2011

Cina: un no profondo all’interventismo

Tratto da: L’Ernesto

Traduzione a cura del CeSPIn – Puntocritico

Il segretario generale della Lega Araba, Amro Mouassa, ha criticato gli Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia per i suoi attacchi aerei del20 marzo contro la Libia. Le operazioni della coalizione raccolgono una crescente opposizione tra l’opinione pubblica globale. E’ durata poco la maschera umanitaria di questo intervento militare.

In questo mondo complesso, le situazioni in questa regione sono molto più complesse di ciò che cercano di presentare i mezzi di informazione occidentali. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno cercato di creare una panoramica semplicistica della Libia, a beneficio dei valori occidentali, un qualcosa, che senza dubbio, non corrisponde alla realtà. Ciò implica che questa azione militare non potrà dirigersi con la stessa esattezza di un missile Tomahawk.

In un arco di 24 ore di attacchi aerei, l’Unione Africana (UA), Cina , Russia, India e molti altri paesi emergenti hanno manifestato la loro opposizione agli attacchi. Il malcontento tedesco anche si è mostrato palesemente. Le critiche di Moussa indicano l’insoddisfazione del mondo arabo.

E’ facile che Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia sconfiggano il potere militare di Gheddafi, però il risultato finale dell’azione militare nel mondo islamico non dipenderà dall’esito dela sola azione militare. L’invasione dell’Irak nel 2003 è stata relativamente semplice agli inizi, però molte migliaia di statunitensi sono deceduti dopo la caduta del regime di Saddam. La guerra in Afghanistan dura ormai dal doppio del tempo della Prima Guerra Mondiale.

Durante la guerra dell’Irak, si è incrementato il sentimento anti-statunitense nel mondo arabo, però i governi della regione si sono impegnati per zittirlo. Ora che si aprono nuovi canali nell’opinione pubblica, gli arabi presto comprenderanno che il proposito vero degli attacchi aerei occidentali contro la Libia non è così puro come si afferma.

La Cina deve sommarsi all’opposizione iternazionale contro gli attacchi aerei, considerando che gli Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia sono stati i primi a violare la risoluzione della zona di esclusione aerea, per cui ora la forza morale è al fianco di chi si rifiuta di adottare l’opzione militare.

Con la bandiera della morale issata, la Cina dovrà guadagnarsi il rispetto dell’Occidente.

-Quotidiano del Popolo (Cina)
22/03/2011

Capitolo II I rapporti di distribuzione sdoppiati nella Cina contemporanea

Ad aprile del 2011 la Cooperativa Editrice Aurora pubblicherà un libro sulla Cina contemporanea e il socialismo, diviso in più parti e scritto da Sergio Ricaldone, Bruno Casati, Roberto Sidoli, Massimo Leoni.

Pubblichiamo la prima parte di uno stalcio della sezione inviataci ed elaborata da Roberto Sidoli e Massimo Leoni, intitolata: I rapporti di distribuzione sdoppiati nella Cina contemporanea

In qualunque modo di produzione non si riproducono solamente le forze produttive, le condizioni della produzione (terra, acqua, ecc.) e i rapporti sociali di produzione, ma anche le relazioni sociali di distribuzione sia del prodotto sociale che del surplus produttivo, dell’eccedenza che rimane una volta tolto il minimo indispensabile per la riproduzione, più o meno stentata, della forza lavoro collettiva e dei mezzi di produzione sociali (usura/ammortamento di questi ultimi).

La Cina contemporanea non fa eccezioni a questa regola e, analizzando la sua realtà concreta  secondo una prospettiva marxista, il processo di distribuzione della ricchezza sociale nel gigantesco paese asiatico presenta sia elementi positivi (prevalenti) che negativi: positivi soprattutto sotto il profilo della dinamica assunta dopo il 1976 dal tenore di vita materiale e culturale degli operai e dei contadini cinesi, seppur partendo da una base materiale di partenza (1976 come “anno zero”) molto bassa ed ancora pericolosamente vicina alla soglia di sussistenza biologica.

Prima di addentrarci nella realtà della Cina, è tuttavia necessaria una premessa di natura teorica.

Secondo la concezione marxista del socialismo, prima e immatura fase della società comunista, in tale lunga fase storica regna il principio della distribuzione secondo il lavoro (e non secondo i bisogni…) e si affermano inevitabilmente alcune disuguaglianze di reddito, in base alla durata concreta della giornata lavorativa (chi lavora part-time non può certo guadagnare come chi produce per l’intera giornata media di lavoro), all’intensità del lavoro, al grado di qualificazione del lavoro (il lavoro complesso, decritto da Marx nel Capitale, è diverso e più produttivo del lavoro semplice) ed alla sua pericolosità (il lavoro di minatore è più rischioso di quello d’ufficio): nella sua Critica del programma di Gotha  del 1875,  questi concetti erano già chiarissimi e sviluppati senza falsi veli ipocriti.

Il problema che non è mai stato affrontato apertamente nel marxismo, dopo il 1875, risulta invece  quello della soglia massima di tolleranza nel processo di differenziazione dei redditi dei produttori diretti, all’interno delle società collettivistiche: in altri termini, non si è mai voluto/potuto quantificare quale livello concreto di disuguaglianza fosse accettabile nel socialismo, specie tra il lavoratore medio con retribuzione media e quelli invece più qualificati , o che devono svolgere i lavori più rischiosi , o quelli più produttivi e “stakanovisti”.

E’ accettabile solo un rapporto di 1:1,1 tra retribuzione del lavoratore medio e tenore di vita di quello più qualificato/più in pericolo? Si ritiene giustificato che il minatore guadagni solo il dieci per cento in più del lavoratore d’ufficio delle poste in una società socialista, sempre a parità di durata dell’orario lavorativo?

O, dall’altro estremo, si ritiene invece accettabile persino un rapporto di 1:100 tra la retribuzione del lavoratore medio ed il tenore di vita raggiunto invece da quello più qualificato/più in pericolo? In altri termini, si ritiene giustificato che il minatore o il manager guadagni ben cento volte in più del lavoratore delle poste, sempre all’interno di una società collettivistica?

La nostra risposta è che da un lato (principale, centrale) il tempo di lavoro costituisce sempre un processo di erogazione di … tempo di vita, di energie psico-fisiche e di fatica, determinando nel suo svolgimento anche l’impossibilità di svolgere altre attività, quasi sempre ritenute più piacevoli dal comune lavoratore ed essere umano: riposo, erotismo, relazione con amici, feste, hobbies, ricerche   individuali/collettive, cura dei figli, viaggi, mangiate e bevute, ecc. Otto ore rimangono sempre otto ore di lavoro e sacrificio, per l’impiegato postale come per il minatore, senza distinzione.

Dall’altro lato, l’esperienza quotidiana insegna che in otto ore si può “battere la fiacca” e impegnarsi molto meno degli altri colleghi di lavoro; dimostra che svolgere un lavoro rischioso (minatore) o molto qualificato (dirigente d’azienda, o leader politici, ingegneri, ecc) comporta livelli di pericolo o di stress superiori a quelli sopportati  dal lavoratore medio; insegna che il lavoro molto qualificato produce più valore (valore/lavoro) di quello svolto dalla forza-lavoro dequalificata, come rilevato da Marx nel primo libro del Capitale.

Collegando i due corni del dilemma, in cui il primo lato risulta a nostro avviso centrale, riteniamo che nel socialismo il rapporto accettabile (come punta massima) tra il potere d’acquisto di un comune lavoratore non qualificato e quello di un produttore impegnato in attività rischiose, oppure molto qualificate e/o stressanti, possa essere di 1: 2,50 e che il guadagno di questi ultimi possa al massimo superare di due volte e mezza quello dell’impiegato comune, impegnato in comodi lavori d’ufficio, sempre a parità di durata ed intensità della giornata lavorativa.

Se un lavoratore (qualificato/non qualificato, dirigente/esecutore, ecc) mostra inoltre dei livelli molto superiori alla media del suo settore in termini di intensità del lavoro e/o di abilità/rendimento, crediamo che sia giustificato che esso possa (al massimo, come punta estrema) guadagnare il 50% in più del suo collega, che esprime invece un livello medio di impegno nella sua attività produttiva: non premiare chi lavora meglio (e/o di più) porta, nella stragrande maggioranza dei casi, a deprimere gli “stacanovisti” reali, come ha dimostrato a sufficienza sette decenni di esperienza sovietica fin dal 1917/18,  lo sviluppo del socialismo cubano (come denunciato correttamente da Raoul Castro, in un suo discorso pubblico del luglio 2008) e la dinamica cinese e vietnamita tra il 1950 ed il 1984.

In base ai due tetti “proposti”, se si  supera il rapporto di 1:4 tra potere d’acquisto del lavoratore comune e quello della forza-lavoro più qualificata, oppure impegnata/molto stressanti, tra l’altro capace anche di esprimere dei livelli molto elevati di intensità del lavoro e di rendimento, si forma una tendenza allo scavalcamento della soglia massima di tolleranza nel grado di disuguaglianza sociale ammissibile all’interno di una società socialista, oppure nel settore socialista di una formazione economico-sociale prevalentemente collettivistica (vedi Cina, dal 1978 al 2011).

Un “tetto” troppo elevato, oppure troppo basso e disincentivante per gli aspiranti stakanovisti? Siamo abbastanza lontani dall’iper-egualitario rapporto di 1:1,1, ma estremamente distanti dall’asimmetrica relazione di 1:300 che si è creata nel terzo millennio tra l’operaio/impiegato medio statunitense ed il manager (non l’azionista principale e di “riferimento”, l’Agnelli di turno) delle grandi multinazionali, in termini di guadagni reali.

Del resto proprio Marx, basandosi sull’esperienza concreta – seppur molto breve – della Comune di Parigi del 1871, aveva approvato il provvedimento dei comunardi francesi con cui si stabiliva che la retribuzione dei dirigenti politici rivoluzionari non dovesse superare quella di un operaio qualificato di quel periodo: e, nella Francia del 1870, il salario di un operaio specializzato superava spesso più di due volte quello percepito dal manovale francese assunto nelle grandi città, per non parlare poi dei salari delle donne operaie. Tra l’altro, nell’Inghilterra del 1867 le punte più avanzate dell’aristocrazia operaia  del paese arrivavano a guadagnare 40 scellini alla settimana, mentre quasi il 60% della forza-lavoro (lavoratori non qualificati, braccianti, donne) ottenevano invece solo 10-12 scellini alla settimana. [1]

In base alle considerazioni sopra esposte, gli eventuali sforamenti  del “tetto” combinato/massimo di 1:4 devono essere valutati in base alla quantità reale di differenziazione, creatasi via via tra il potere d’acquisto dell’operaio comune (sempre di una società collettivistica) e quella dei lavoratori qualificati/impegnati in lavori rischiosi. Un eventuale livello di differenziazione di 1:5, tra i soggetti in esame, rappresenta solo un surplus irrisorio di retribuzione a favore dell’aristocrazia operaia/intellettuale, una proporzione di 1:10 rappresenta già una forma modesta, ma fastidiosa di ingiustizia sociale, un rapporto di 1:20 configura invece un inizio di dinamica di sfruttamento  (seppur limitato/parziale, basato solo su un lavoro reale, con una rendita non ereditaria e non collegata alla proprietà privata dei mezzi di produzione) del produttore interessato (e super-pagato), ai danni dell’intera collettività socialista.

Finita questa indispensabile premessa, si può avviare il processo di analisi dei rapporti di distribuzione attualmente esistenti in Cina e considerati sotto l’aspetto statico, prendendo in esame subito il settore produttivo statale e cooperativo dell’economia che (come si è già visto) controlla circa il 60% del prodotto nazionale lordo cinese; in seguito si esamineranno i livelli di differenziazione sociale esistente nella sfera del capitalismo privato – autoctono ed internazionale – cinese, ed infine si analizzerà la situazione dei produttori autonomi rurali, che hanno ottenuto in usufrutto pluridecennale dallo stato le terre da loro coltivate, in prevalenza sotto forma individuale.[2]

Una prima faglia di differenziazione sociale si apre proprio nella “linea rossa”, nell’egemone settore statale e cooperativo operante all’interno della variegata formazione economico-sociale cinese.

Non sono certo le retribuzioni reali degli alti dirigenti del partito comunista e degli apparati statali cinesi a costituire la pietra dello scandalo, visto che i loro stipendi – anche ai più alti livelli – non superano di molto la retribuzione media degli operai cinesi di Pechino e Shangai.

Hu Jintao, dall’autunno del 2002 leader del partito comunista cinese, nel 2006 ha percepito in qualità di capo dello stato l’enorme somma di… 274 euro mensili, quasi l’equivalente della paga ottenuta nello stesso anno da un metalmeccanico qualificato di Shangai o Pechino, come è stato costretto a riportare il giornale tedesco Bild nell’agosto del 2007; nello stesso anno, invece,  il presidente degli USA Bush junior percepiva circa 24.000 euro al mese, quasi cento volte più di Hu Jintao in termini assoluti.

Anche considerando i notevoli benefici diretti/indiretti derivanti a Hu Jintao dalla sua carica statale, oltre che dall’aggiunta ulteriore di altre fonti di reddito, quali ad esempio la retribuzione ottenuta come leader del PCC (partito comunista cinese), non si può certo parlare di sfruttamento del proletariato cinese per via burocratica. Bisogna anche tener conto che, grazie alle riforme politiche apportate da Deng Xiaoping alla costituzione materiale del partito comunista cinese, ogni alto dirigente (o nucleo dirigente) viene sostituito entro una dozzina di anni, dopo aver via via preparato e cooptato un nuovo nucleo dirigente in grado di prenderne il posto, in modo armonioso e consensuale: Hu Jintao e il gruppo di quadri venuti con lui a capo del partito, entro il 2014 diventeranno degli ex dirigenti del partito, anche se onorati e rispettati da un’organizzazione comunista composta già nel 2009 da quasi 78 milioni di iscritti.[3]

In ogni caso, dati alla mano, perfino per i più alti dirigenti del PCC il superamento del “tetto” proposto di 1:4 risulta assai contenuto, facendo in modo che anche i privilegi materiali goduti dallo strato più elevato dell’apparato politico cinese risultino relativamente ridotti.

Passando invece all’alta burocrazia del gigantesco paese asiatico, il quotidiano anticomunista Il Sole 24 Ore ha riportato nel marzo del 2007 la retribuzione mensile di Lou Jiwei, ex ministro delle Finanze cinesi, promosso a responsabile della nuova holding pubblica cinese destinata a gestire delle riserve valutarie equivalenti, già allora, a circa mille miliardi di dollari: essa risultava pari a soli 800 euro. A loro volta le tre donne che nel 2006 erano poste a capo della SAFE (State Administration of Foreign  Excharge), il super-ufficio dei cambi cinesi, sempre nel 2006 percepivano uno stipendio mensile equivalente a 650 euro, mentre i direttori generali del ministero delle Finanze e di tutti gli altri dicasteri cinesi superavano a stento i 400 euro mensili.

Anche contando i numerosi fringe benefits e un ipotetica quadruplicazione dei redditi dell’alta burocrazia di Pechino, si tratta mediamente di retribuzioni superiori di circa otto volte a quelle degli operai qualificati di Shangai e della capitale cinese.[4]

Il principale problema nella struttura retributiva delle aziende statali e delle cooperative (industriali-agricole) cinesi riguarda invece la differenziazione salariale tra le diverse aree geoeconomiche del paese, in particolar modo l’asimmetria retributiva formatasi tra la zona costiera e le regioni centro-occidentali del paese.

Ad esempio, nel 2005 il reddito medio pro-capite raggiunto dagli abitanti di Pechino equivaleva a 17.653 yuan,  mentre quello urbano della provincia occidentale del Qinghai risultava pari a soli 8.057 yuan, meno della metà di quello pechinese: anche tenendo conto del diverso livello dei prezzi nelle due zone,due operai dello stesso settore pubblico/cooperativo operanti a Pechino e nelle città della regione di Qinghai ottenevano un potere d’acquisto sensibilmente diverso, a parità di rendimento produttivo.[5]

Per quanto riguarda gli impiegati di medio-basso livello nella burocrazia statale, anche il loro reddito a parità di lavoro erogato varia di molto da regione a regione. In una ricerca del giornale Study Times, una pubblicazione del partito comunista cinese, si rivelava che nel 2004 vi era ancora una differenza massima di sette a uno tra i lavoratori pubblici meglio o peggio pagati nelle zone diverse della Cina, sebbene con una notevole flessione nel grado di disuguaglianza rispetto al rapporto di dieci a uno esistente due decenni prima, nel 1985: una legge approvata nel gennaio del 2006 sta lentamente favorendo il restringimento del gap esistente tra i salari di lavoratori pubblici dello stesso livello, ma operante in aree diverse del gigantesco paese asiatico.[6]

Il secondo fronte principale di differenziazione tra i lavoratori del settore statale e cooperativo proviene invece dagli stipendi percepiti dai manager delle imprese di proprietà pubblica, come è emerso da una ricerca pubblicata dal Los Angeles Times del giugno 2007: il dislivello tra  manager ed operai risulta infatti consistente, seppur molto lontano dalle asimmetrie createsi in questo settore di relazioni produttive all’interno del mondo occidentale.

Esaminando gli stipendi di 1400 dirigenti di aziende cinesi di alto e medio livello, in larga maggioranza di proprietà statale, il ricercatore Ma Fei impegnato in una società di Pechino interessata al settore delle “risorse umane” ha rilevato come il loro stipendio medio annuale per il 2006 risultasse pari a 45.000 dollari ed a circa 3800 dollari mensili, somme circa tredici volte superiori a quello ottenuto dagli operai ed impiegati qualificati, nelle zone costiere del paese e nello stesso anno.[7]

Asimmetria notevole, anche se per avere un termine di paragone si deve ricordare che  nel 2006 la retribuzione media annuale dei top-manager delle 500 più grandi imprese statunitensi risultava pari a 15,2 milioni di dollari (senza contare fringe benefits e le attribuzioni di azioni ai dirigenti), almeno trecento volte di più dello stipendio annuo dei loro dipendenti; oppure tenere a mente che nel 2009 S. Marchionne, amministratore delegato della FIAT, ha percepito per sua attività 4.782.000 euro, pari a 435 volte il reddito medio degli operai ed impiegati di Pomigliano d’Arco.[8]

In Cina, alla somma media riportata, vanno inoltre aggiunti i soliti “fringe benefits” (uso di macchine aziendali, gratifiche a fine anno, a volte offerta di azioni), che aumentano il divario tra manager pubblici ed i dipendenti delle aziende statali e cooperative: in uno dei casi estremi, il responsabile della Bank of China – una dei maggiori istituti finanziari pubblici del paese – ha ottenuto nel 2006 un reddito pre-tasse equivalente a più di 16.000 dollari mensili.[9]

Una recente ricerca pubblicata sul Quotidiano del Popolo, ha mostrato come nel 2008 gli stipendi dei più alti manager e leader delle 429 più grandi imprese statali – aziende, con come minimo, centinaia di migliaia di dipendenti – fosse pari a quasi 600.000 yuan all’anno (derivati e legati per circa due terzi ai risultati dell’aziende pubbliche da loro dirette), somma superiore di diciotto volte allo stipendio medio degli operai ed impiegati delle  aziende in via d’esame.[10]

Le autorità statali e il PCC hanno reagito a questa eccessiva asimmetria, creatasi all’interno del processo di distribuzione del reddito sociale, introducendo innanzitutto un livello di tassazione pari al 45% per i redditi elevati dei manager (privati e pubblici) e imponendo inoltre a questi ultimi una totale trasparenza nelle loro entrate, vietando loro di acquistare quote azionarie delle aziende da loro dirette e, soprattutto, di godere di un ritmo di aumento delle retribuzioni superiore a quello degli operai  delle imprese collettive.[11]

Ma non solo: a partire dall’aprile del 2009 è stato introdotta la regola generale, con valore retrospettivo, per cui nel 2008 gli stipendi dei livelli più elevati di manager delle principali banche pubbliche dovesse essere limitato al 90% di quello percepito nel 2007, includendo nella nuova norma anche i bonus e le assicurazioni stipulate a loro vantaggio.[12]

Presi nel loro insieme ed esaminando anche le “punte alte”, i livelli di disuguaglianza nel settore statale e cooperativo risultano pertanto di regola relativamente contenuti, molto distanti dai record raggiunti invece nel mondo occidentale nello stesso settore statale e parastatale, per non parlare poi di quello privato e degli enormi dividendi ottenuti dai principali “azionisti di riferimento” delle più grandi imprese capitalistiche: ad esempio il solo Silvio Berlusconi, nel 2009, ha guadagnato l’equivalente del monte-salari di ben 11.490 dipendenti FIAT.

Sempre all’interno dei rapporti sociali di distribuzione esistenti nelle città, la controtendenza ugualitaria si esprime anche attraverso la politica demografica “livellatrice” del figlio unico, applicata nei centri urbani con notevole rigore partendo dal 1982, oltre che mediante l’introduzione a partire dal 1996 di un sistema di salario minimo, variabile da regione a regione ma continuamente in aumento (nel 2006 è aumentato 15,5% a Pechino, fino ad arrivare al saggio di aumento del 30% nella regione speciale di Dalian). Pesa anche in questo senso il continuo e rapido aumento dei salari reali medi degli operai ed impiegati, in una dinamica molto importante che verrà esaminata diffusamente in seguito, oltre al processo di sindacalizzazione delle imprese private, cinesi o estere, che ad esempio ha portato il colosso statunitense Wal-Mart a dover accettare per la prima volta nella sua storia (USA inclusa…) il sindacato nelle sue aziende cinesi ed a stipulare un contratto collettivo nell’estate del 2008, con aumenti salariali equivalenti al 9% annuo per un biennio.[13]

In ogni caso il più diffuso e importante campo materiale di differenziazione sociale, all’interno della composita e variegata società cinese, viene costituita dalla notevole distanza formatasi tra i redditi urbani e quelli rurali, alias dalla profonda asimmetria (già esistente negli anni Cinquanta e Sessanta, ma ampliatasi notevolmente dopo il 1984/87) formatasi tra il tenore di vita materiale degli operai/impiegati delle città e quello dei contadini, in larga maggioranza ancora operanti come piccoli coltivatori autonomi, che hanno avuto in usufrutto pluridecennale dallo stato le terre da loro utilizzate. Va sottolineato come su di essi non gravi alcuna forma di sfruttamento e di rendita fondiaria intascata dai grandi proprietari privati, o di vendita su larga scala della loro forza lavoro ai monopoli agro-alimentari e/o allo strato dei contadini ricchi, mentre viceversa centocinquanta milioni di cinesi residenti nelle zone rurali si spostano ogni anno a lavorare nei centri urbani come operai, conservando in ogni caso il possesso della terra che lavorano le loro famiglie.

Un’inchiesta condotta nel 2006 dall’Istituto di Ricerca Economica dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali ha mostrato che, nel corso del 2005, il reddito medio pro-capite dei residenti urbani risultava pari a 10.493 yuan, superiore di circa 3,2 volte a quello medio delle famiglia contadine (3.255 yuan): una differenza notevole ed in aumento sensibile rispetto al rapporto asimmetrico di 2,8 a 1 esistente mediamente nel 1995 tra campagna e città, ed alla relazione 2,5:1 cristallizzatasi invece nel 1978.[14]

Nei casi limite, lo squilibrio risultava molto più accentuato e diventava pari a otto a uno nel confronto tra le più ricche aree urbane e le più povere provincie rurali: se il sovracitato reddito medio urbano della regione del Quinghai nel 2005 risultava infatti equivalente a 8.057 yuan, quello dei contadini della vasta zona in esame era invece pari a soli 2.165 yuan, da paragonarsi ai 17.653 yuan percepiti mediamente dagli abitanti di Pechino nello stesso anno di riferimento.[15]

Principalmente a causa di questo squilibrio e della sua dinamica, in via di sviluppo almeno fino al 2003, l’indice Gini – un coefficiente che misura la differenza tra ricchi e poveri, risultando pari a zero se tutti i redditi sono uguali – è  passato dallo 0,20 esistente nel 1978 fino a 0,44 del 2004, rilevando il progressivo sviluppo del divario tra aree avanzate ed arretrate del gigantesco paese asiatico.[16]

Anche in questo campo il PCC ha iniziato ad intervenire a partire dalla seconda metà del 2003, raggiungendo  alcuni risultati non privi di significato.

Infatti, nel 2006 il reddito reale dei contadini, al netto dell’inflazione, è aumentato di oltre il 10% rispetto all’anno precedente; nel 2007 il tasso percentuale di crescita reale è risultato pari al 9,5% in confronto al 2006 e nel 2008 si attesterà almeno attorno al 7%, superando il livello reale di aumento dei redditi urbani nel triennio preso in esame ed invertendo una tendenza pluridecennale, come ha notato l’Istat cinese in un suo rapporto dell’ottobre 2007.[17]

In termini assoluti, invece, il progresso delle campagne era già stato enorme tra il 1977 e il 2007, visto che il numero totale di contadini in uno stato di povertà assoluta – in gravi difficoltà anche nel procurarsi cibo e vestiti sufficienti per sopravvivere – era passato dalla paurosa e gigantesca cifra di 250 milioni del 1978 ai 15 milioni della prima metà del 2008: 15 milioni di troppo, certo, ma ben il 93% in meno di tre decenni prima, ed in presenza della crescita di circa un terzo della popolazione cinese durante il periodo preso in esame.[18]

Si tratta di eccezionali risultati, riconosciuti a denti stretti anche da accaniti anticomunisti, tanto che l’economista liberista Jeffrey Sachs ha dovuto ammettere che “la Cina rappresenta il più grande caso di successo nello sviluppo nella storia nel mondo”.[19]

Soprattutto va evidenziato come i risultati positivi ottenuti nelle campagne rispetto alla riduzione delle disuguaglianze non cadano dal cielo, ma siano invece il frutto soprattutto di precise scelte di politica economica prese dal partito comunista cinese, specialmente dopo il 2002: con fatti concreti e testardi, e non a parole.

Se fino al 2005 i cinesi con un reddito poco superiore ad 800 yuan mensili,  appartenenti alla fascia più bassa, dovevano pagare un’imposta relativa sulle persone fisiche, dal 1 gennaio 2006 la soglia del reddito tassabile è stata elevata a 1.600 yuan: riduzione mirata e selettiva delle imposte, che ha fatto si che circa il 40% dei contribuenti cinesi, principalmente contadini, non avrebbe più dovuto pagare alcuna imposta sulla persona.[20]

Dopo il 2006, inoltre, vennero abolite completamente le imposte dirette/indirette nelle zone e distretti più poveri delle regioni centro-occidentali del paese, mentre i sussidi statali destinati al settore agricolo sono parallelamente aumentati nel 2007 di ben il 62% rispetto all’anno precedente, raggiungendo una somma di 42,7% miliardi di yuan equivalente all’1,5% circa del prodotto nazionale lordo del paese.[21]

Anche se il numero degli agricoltori cinesi risulta in via di progressiva diminuzione, paradossalmente i  contadini del paese sono saliti molto sensibilmente nella scala di priorità socioeconomica del partito comunista cinese, rendendo concreto e tangibile l’imperativo enunciato da quest’ultimo ed avente per oggetto il “mettere il popolo al primo posto”, come richiesto dal segretario generale del PCC Hu Jintao a partire dal 2003.

La terza e grande “faglia” di differenziazione, che contraddistingue la riproduzione dei rapporti sociali di distribuzione in Cina, viene rappresentata dalla presenza ingombrante e dal rapido aumento della borghesia autoctona, che comprende al suo interno anche i quadri dirigenti ed i funzionari del PCC corrotti e/o divenuti in grado di impossessarsi illegalmente di mezzi di produzione (o di risorse) di proprietà collettiva: si tratta di quella “linea nera” che opera nei rapporti di produzione cinesi  controllando quasi un terzo del PIL cinese,  che non poteva che esprimersi anche nel processo di distribuzione della ricchezza nel gigantesco paese asiatico: detto in altri termini, l’effetto di sdoppiamento che interessa i rapporti di produzione sociali cinesi ricade e si riproduce con forza anche all’interno dei rapporti sociali di distribuzione  nel gigantesco paese asiatico.

Nel 2007, ad esempio, il numero complessivo delle persone che possedevano in Cina un patrimonio superiore al milione di dollari risultava pari a quasi 400000 unità: un “fortunato” ogni 3300 abitanti del gigantesco paese asiatico, mentre la sola provincia di Guandong (con l’area speciale di Shenzen) contava nel 2008 ben il 16% del totale dei milionari cinesi.[22]

La massa di privilegiati riprodottasi in Cina nel corso del 2007 mostrava  un aumento del 20% rispetto all’anno precedente, anche se risultava  in proporzione sia assoluta che relativa nettamente inferiore a quella formatasi nello stesso anno in Giappone (1,5 milioni di milionari, uno ogni 80 abitanti) e negli Stati Uniti con i suoi tre milioni di milionari, uno ogni cento americani.[23]

In ogni caso, nel 2008 il tasso di aumento dei ricchi cinesi era crollato al 6%  rispetto all’anno precedente, anche a causa della crisi economica del mondo occidentale e della parallela diminuzione delle esportazioni cinesi verso le metropoli imperialistiche.[24]

La nuova borghesia cinese costituisce la sommità e la fascia superiore di quel 20% della popolazione del paese, comprendente al suo interno una parte molto consistente della classe operaia e degli impiegati delle città, che nel 2001 si appropriava del 47% del reddito nazionale: si tratta di una classe sociale abbastanza potente sul piano economico, ma  poco influente, invece,su quello politico-sociale.

Secondo l’elenco fornito dalla rivista  Forbes, in riferimento all’anno 2006, la ricchezza accumulata dai 400 più ricchi capitalisti cinesi risultava pari complessivamente a 38 miliardi di dollari ed a circa l’1% del prodotto nazionale lordo del paese nell’anno preso in esame. Una massa di risorse consistente, ma estremamente inferiore, sia in termini relativi che assoluti, a quella controllata dallo strato più elevato della borghesia finanziaria occidentale (il solo Bill Gates nel 2006 contava su un patrimonio pari a 53 miliardi di dollari, quasi il doppio di quello di tutti  i 400 ricchi della lista cinese di Forbes), seppur in rapido aumento rispetto ai 26 miliardi di dollari del 2005, ed in ogni caso sufficiente a garantire la riproduzione di soli 15 cinesi con un patrimonio superiore al miliardo di dollari, in un paese con più di un miliardo e trecento milioni di abitanti.[25]

La “linea nera” socioproduttiva è diventata forte, certo: ad esempio nel 2006 il più ricco uomo d’affari del paese era Wong Kwong Yu, a lui la grande impresa elettronica da lui fondata (Gome Appliances) garantiva un patrimonio pari a 2,3 miliardi di dollari, mentre la capitalista più ricca del gigantesco paese asiatico, Yan Cheung, aveva accumulato una ricchezza pari a 1,5 miliardi di dollari, arrivando al quinto posto nella lista dei quattrocento più ricchi esponenti della borghesia cinese.[26]

Ma se la borghesia autoctona ha acquisito un notevole potere economico in Cina, essa rimane in ogni caso largamente vulnerabile alle pressioni ed alla forza d’urto esercitata via via, con relativa facilità, nei suoi confronti dal partito comunista cinese e dagli apparati statali.

Proprio lo scandalo scoppiato a Shanghai a partire dal 2006, una vera e propria Tangentopoli cinese, ha messo in luce – tra le altre cose – anche la fragile posizione in cui essa si trova, come ha mostrato con chiarezza l’arresto e la rovina economica di Zhang Bongkun, in precedenza sedicesimo uomo più ricco del paese, di altri importanti capitalisti locali e di tutta una serie di alti funzionari del partito corrotti, a partire dall’ex-segretario del partito comunista di Shanghai Chen Liangyu e di Qiu Xiashua, ex direttore dell’Ufficio nazionale di statistica. Agli inizi di gennaio del 2007 veniva arrestato nuovamente l’imprenditore Chau Ching-ngai, per corruzione e illeciti fiscali, l’11 gennaio era reso noto l’arresto di Li Songjian, ex presidente del Mingyuan Group e direttore non esecutivo della Shanhgai Electric, accusato dell’appropriazione di 50 milioni di yuan dei fondi pensionistici della Shanghai Electric, utilizzato per l’acquisto di quote di società, mentre all’inizio del mese veniva pure arrestato Tang Haigen, capo di due società, per avere stornato 200 milioni di yuan di fondi societari utilizzandoli per acquisti immobiliari.[27]

Anche delle fonti virulentemente anticomuniste, come  ad esempio Asia News, sono state costrette a riconoscere parzialmente la “spada di Damocle” che grava sulla ricca borghesia cinese e che a volte si fa ancora  più vicina alla sua testa: nell’autunno del 2008 proprio il sopracitato Wong Kwong Yu, il proprietario della Gome Appliances, è stato messo sotto indagine per crimini economici e, sempre nel novembre 2008, anche il suo fratello maggiore Huang Junpin ha subito la stessa sorte, accusato di aver manipolato il prezzo delle azioni di un’azienda farmaceutica di Shanghai.[28]

Ma la triste sorte di Wong non si fermò qui e,  nel febbraio 2010, il “Berlusconi/Bill Gates” cinese è stato arrestato dalle autorità statali cinesi, con  accuse di manipolazione di titoli quotati in Borsa e di diversi reati di corruzione: miliardari ma non certo intoccabili, i capitalisti autoctoni cinesi.[29]

Come è emerso dalla breve analisi dello scandalo di Shanghai, la seconda sotto-sezione in cui si articola la borghesia cinese è costituita dalla frazione – minoritaria, ma relativamente estesa – di funzionari e quadri dirigenti corrotti del partito comunista, affiancati dai manager di stato divenuti in grado di appropriarsi illegalmente di mezzi di produzione e risorse pubbliche.

Solo nel corso dell’azione politico-giudiziaria svolta contro la “cricca di Shanghai”, vi sono state durante il 2006 “oltre 200 indagini penali su funzionari pubblici per peculato e corruzione, che ha coinvolto 495 funzionari governativi e dirigenti di imprese statali, 81 dei quali sono stati arrestati. Zhang Weimin, ex capo dell’Amministrazione di Shanghai per il monopolio del tabacco del distretto di Jiading, è stato ad esempio condannato a 20 anni di carcere per avere ricevuto 3 milioni di yuan per corruzione e per la “sparizione” di 13 milioni di fondi societari”.[30]

Il nucleo dirigente attuale del PCC è perfettamente cosciente della gravità e dell’estensione del fenomeno della corruzione, che ha intaccato e demoralizzato un settore significativo del partito. Oltre all’introduzione della rotazione nelle cariche, con l’introduzione di un preciso limite temporale nell’esercizio dei posti ad alto livello nel partito, viene usato senza troppi riguardi il “bastone” per quadri politici corrotti,  che in molti casi vengono condannati (come previsto dall’art. 383 del codice penale cinese) alla pena di morte con il consenso della stragrande maggioranza dei lavoratori cinesi: è stato questo ad esempio il caso di Zhen Xiaoyu, ex capo dell’Authority cinese per la sicurezza degli alimenti e dei farmaci, condannato all’esecuzione nel luglio 2007 per avere ricevuto tangenti da alcune imprese farmaceutiche, al fine di certificare la “validità” di prodotti di scarsa qualità  e contraffatti.[31]

Nel novembre del 2008, altri due ex-dirigenti del partito comunista di Chenzhou sono stati condannati a morte per corruzione; alla fine di marzo del 2009 l’ex sindaco di Fuxin, nella provincia di Liaoning, è stato condannato a 7 anni di prigione, da aggiungersi ad una precedente condanna per corruzione pari a 8 anni di carcere, e la lista potrebbe essere facilmente allungata…

Ancora nell’ottobre del 2008, il segretario generale del PCC  Hu Jintao ha evidenziato i successi ottenuti dal partito nella lotta contro la corruzione ai diversi livelli, ma ha rilevato simultaneamente ed in modo autocritico l’importanza di migliorare ulteriormente lo stile di lavoro del partito, attraverso la creazione di un sistema di governo pulito, con meccanismi efficaci di prevenzione e punizione della collusione illegale (e paralegale) tra stato ed imprese private, cinesi o multinazionali; sulla stessa lunghezza d’onda vi sono numerose dichiarazioni di Xi Jinping, impegnato con successo a Shangai per alcuni anni proprio sul fronte della lotta alla corruzione.[32]


[1] E. Hobsbawm, “La rivoluzione industriale e l’impero”, pag 172, ed. Einaudi

[2] “Cresce a 19 mila euro lo stipendio di Sarkozy”, in www.deluxeblog.it /post/4364/

[3] N. Mastrolia, “Chi comanda a Pechino?”, pag.136/137 e 145, ed. Castelvecchi

[4] Il Sole 24 ORE”, Per la nomenklatura bassi salari, ricchi benefit” 17 marzo 2007

[5] bbschinadaily.com, “Does China faces windening incombe gap?”, 1 luglio 2007

[6] “China strives to narrow yawning income gap for social equality”, febbraio 2007, in eg.china-embassy.org /eng/2ggk

[7] Don Lee, “In China disparity take a great leap”, Los Angeles Times, 10 giugno 2007

[8] D. Rothkopf, “Superclass”, pag. 105, ed. Mondadori

[9] Don Lee, op. cit.

[10] Quotidiano del Popolo, “SOE profits show renowed growtn” 2009

[11] Don Lee, op. cit.

[12] Xinhuanet, “China caps pay for SOE financial bosses”, 4 aprile 2009

[13] S. Stafutti e G. Ajoni, “Colpirne uno per educarne cento”, pag. 76/77, ed. Einaudi; Jujitsu Research Institute, “A substantial increase in China’s minimum wage”, 11 gennaio 2007, in jp.fujitsu.com/group /fri/en/column; F. Rampini, “La Cina alza gli stipendi. A pagare è l’Occidente”,10 agosto 2006

[14] “China strives to narrow…”, op. cit.;P. Frassen, 1/1/2006, “La Cina corregge la sua politica socio-economica e inizia a colmare il divario tra ricchi e poveri”, in www.resistenze.org, popoli resistenti-Cina

[15] “Does China faces…”, op.cit.

[16] P. Frassen, op.cit.

[17] Radio Cina Internazionale, 6 aprile 2007, “Cina: diminuzione del divario tra ricchi e poveri…”,italian.cri.cn;”La Cina vira verso lo sviluppo sociale interno”, in Contropiano, n. 6 del 2007; Quotidiano del Popolo, 13/10/2008, “China aims to double incombe of rural residents in 12 years”.

[18] Quotidiano del popolo, 13 ottobre 2008, “China aims…”, op. cit.

[19] F. Zakaria, “L’era post-americana”, pag. 97 ed. Rizzoli

[20] P.Frassen, op. cit.

[21] “Cina socialismo o capitalismo?” wwwlacinarossa.net , nota n. 45

[22] “Annual World Weahll Report”, di Merrill Lynch, 2007, in iriospark.splinder.com

[23] “Annual World…”, op.cit.

[24] Quotidiano del Popolo, 1 aprile 2009, “Report: more get richer in China”

[25] “ONU: la povertà nelle campagne minaccia la stabilità sociale della Cina”, 19 dicembre 2005, in AsiaNews.it; “Forbes Rich List – The 400 richest people in 2006 “, in www.woopidoo.com

[26]“Forbes Rich…”, op. cit.

[27] “Piovono accuse e arresti per la cricca di Shanghai”, 25 gennaio 2007, in AsiaNews.it

[28] “China Gome Appliance tycoon under investigation”, 27 novembre 2005, in Quotidiano del Popolo,

[29] Il Sole 24 Ore, 16 febbraio 2010, “Il mistero di Guangyu al tribunale di Pechino”

[30] “Piovono accuse…”, op.cit.

[31] “Corruzione e contraffazione, la Cina si muove”, 10 luglio 2007, la Repubblica

[32] Quotidiano del Popolo, 27 ottobre 2008, “Chinese president urges implementation of anti-corruption responsability system”

Dove trovare il nuovo libro sulla Cina “Il ruggito del dragone”

Oltre che prenotando il libro dall’editore, i compagni interessati possono già ora consultare gratuitamente sul sito www.robertosidoli.net la parte scritta da Roberto Sidoli e Massimo Leoni “Cina, socialismo ed effetto di sdoppiamento”.

Il saggio intitolato “Il ruggito del dragone” si può anche prenotare presso la cooperativa Editrice Aurora (telefono n. 0229405405, costo volume Euro 10):

gli altri autori sono Domenico Losurdo, Sergio Ricaldone, Bruno Casati, Aldo Giannuli, e Gianfranco Bertolo.

Buona lettura