Archivi del mese: maggio 2011

Capitolo II rapporti di distribuzione sdoppiati nella Cina contemporanea

Il 6 giugno del 2011 la Cooperativa Editrice Aurora (tel. 02 – 29405405) pubblicherà un libro sulla Cina  intitolato: “Il ruggito del Dragone”, pubblichiamo la seconda parte del capitolo elaborato da Roberto Sidoli e Massimo Leoni ritrovabile anche nel sito www.robertosidoli.net

In estrema sintesi, nel processo di distribuzione del prodotto sociale in Cina gli elementi positivi prevalgono su quelli negativi, ma questi ultimi risultano molto consistenti e diffusi.

La situazione concreta dei rapporti di distribuzione in Cina presenta infatti notevoli contraddizioni e dei seri lati oscuri secondo una prospettiva marxista, visto che la forte presenza  del settore statale e cooperativo, contraddistinto da livelli di disuguaglianza socioproduttivi relativamente

limitati, e la riproduzione socioproduttiva senza forme significative di sfruttamento di centinaia di milioni di piccoli contadini autonomi si confronta e coesistono sincronicamente con altri elementi antagonisti, alias lo sviluppo di una consistente borghesia autonoma ed il profondo grado di differenziazione nei redditi esistente tra città e campagna, ivi compresa la situazione precaria in cui si trovano ancora milioni di “lavoratori migranti”, che si trasferiscono ogni anno a lavorare nei centri urbani per un periodo determinato.

Ma siamo arrivati, a questo punto, solo a finire la prima parte del processo di focalizzazione teorica visto che, in ogni caso, va compiuta anche un’analisi della dinamica dei redditi reali e del potere d’acquisto dei produttori diretti. Come per qualunque altra nazione, le relazioni sociali di distribuzione via via sviluppatesi in Cina, nel corso degli ultimi tre decenni, comprendono al loro interno anche il reale mutamento dei livelli di consumo materiali degli operai/impiegati e dei contadini autonomi, visto che non conta solo “come” si ripartisce il prodotto sociale non destinato all’accumulazione produttiva, ma anche “quanto” viene destinato concretamente ai lavoratori, e cioè la massa reale di generi di consumo e di “torta” appropriata dei produttori diretti urbani e rurali, lo sviluppo della “torta” a loro concreta disposizione o la sua opposta stagnazione/regressione quantitativa.

Affermazione sempre valida in linea generale, ma ancora di più all’interno di qualunque formazione economico-sociale che si autodefinisca socialista, in tutto o in larga parte: e per socialismo non intendiamo il “socialismo della miseria” egualitaria, tanto caro – a parole, solo a parole – a buona parte degli intellettuali della sinistra antagonista occidentale, ma il socialismo dell’abbondanza crescente.

Ancor nel gennaio del 1934, Stalin spiegò correttamente come il socialismo non fosse sinonimo di povertà, ma viceversa un continuo processo di sviluppo del benessere materiale e culturale dei lavoratori della nuova società collettivistica.

“Socialismo non significa miseria e privazioni, ma distruzione della miseria e delle privazioni, organizzazione di una vita agiata e civile per tutti i membri della società…Il socialismo marxista non significa riduzione dei bisogni personali, ma estensione e incremento loro in tutti i sensi, non significa limitazione e rifiuto di soddisfare questi bisogni, ma soddisfacimento multiforme totale di tutti i bisogni della popolazione lavoratrice, in una civiltà sviluppata”. [1]

Un socialismo della miseria generalizzata, costante e senza via di scampo, privo di processi continui di miglioramento del tenore di vita materiale dei produttori diretti, rimane sicuramente una particolare forma di socialismo ma, sia a nostro avviso che a giudizio della stragrande maggioranza dei lavoratori del passato, presente e futuro, si rivela una ben misera forma di società collettivistica e di “sol dell’avvenire”: sotto questo profilo, qual è la situazione reale in Cina?

Per quanto riguarda la linea di tendenza assunta dopo il 1977 dal potere d’acquisto degli operai e degli impiegati cinesi, l’aumento del tenore di vita e dei livelli di consumo dei produttori diretti urbani è stato enorme, continuo ed indiscutibile. Alla fine del 2008 il reddito medio pro-capite degli operai ed impiegati cinesi, al netto dell’inflazione, risultava infatti aumentato almeno di sei volte rispetto a tre decenni prima; in altri termini,  proprio nei trent’anni nei quali le condizioni di vita materiali degli operai occidentali iniziavano a declinare sensibilmente, i loro colleghi cinesi sestuplicavano il loro potere d’acquisto, nella quasi totale indifferenza/ignoranza (a volte voluta) della sinistra antagonista occidentale.

Certo, va rilevato in primo luogo che i lavoratori cinesi partivano da una base di partenza (1976/77) estremamente bassa, di poco superiore al livello minimale di sopravvivenza anche nel campo basilare dei generi alimentari, come è emerso dalla testimonianza della figlia di Deng Xiaoping citata in precedenza.[2]

Si può aggiungere, a tale proposito, che  a fine anni settanta nelle grandi città le condizioni abitative risultavano addirittura peggiorate rispetto persino ai disastrosi standard cinesi del 1949 e dell’epoca pre-rivoluzionaria: una ricerca compiuta nel 1978 in riferimento a 192 città, di grande e medio livello, evidenziò infatti come la popolazione di queste ultime fosse aumentata del 83% tra il  1949 ed il 1977, ma che lo spazio residenziale fosse invece cresciuto solo del 46,7%, facendo si che la superficie abitativa utilizzabile da ciascun residenza risultasse pari solo a 3,6 mq, con una riduzione di 0,9 mq rispetto alla già durissima situazione del 1949.[3]

Il dato aumentò invece fino a 6,7 mq nel 1985, dopo solo otto anni di applicazione delle riforme politico-economiche introdotte da Deng Xiaoping.

La vita dei lavoratori urbani  negli anni Sessanta e Settanta era così difficile che l’ex-operaio Cao Yuyue, rammentando quel periodo della sua gioventù a Pechino, notò soprattutto che “ricordo ancora i tempi in cui potevamo mangiare ravioli ripieni di carne solo una volta all’anno, alla Festa della Primavera. Ora possiamo permetterci ravioli tutti i giorni. Non chiedo niente di più”.[4]

Bisogna sottolineare, in secondo luogo, come l’eccezionale aumento del potere d’acquisto degli operai e degli impiegati cinesi sia stato determinato anche dalla fortissima riduzione del numero medio dei componenti delle famiglie di lavoratori urbani, verificatasi tra il 1964 ed il 1988: mentre nel 1964 ciascun lavoratore doveva mantenere in media 2,4 persone, (figli/anziani), il numero delle persone dipendenti da essi crollò fino agli 0,7 del 1985 (dato rimasto sostanzialmente inalterato negli ultimi venticinque anni), facendo pertanto anche decollare ulteriormente gli standard di vita e di consumo  dei produttori urbani del gigantesco paese asiatico.[5]

Questo risultato non cadde dal cielo, costituendo principalmente il sottoprodotto di precise scelte effettuate dalla direzione del PCC in materia di politica demografica attraverso la famosa strategia del “figlio unico”, adottata tra il 1979 ed il 1982 dalle autorità governative comuniste e continuata tenacemente fino ad oggi, ma in ogni caso il trend demografico ha aiutato sensibilmente la dinamica di sviluppo del benessere, materiale e culturale, dei produttori diretti cinesi specialmente nelle città. [6]

Seppur con queste precisazioni, l’aumento del potere d’acquisto degli operai ed impiegati cinesi è risultato gigantesco e di natura esponenziale, durante tutti gli ultimi tre decenni.

Sotto il profilo nominale, il reddito pro-capite disponibile mediamente per i residenti urbani è aumentato dai 381 yuan del 1978 fino ai 15.973 yuan del 2004, con un aumento pari a più di 40 volte rispetto al (bassissimo) potere d’acquisto di tre decenni or sono.[7]

Facendo la tara sia del tasso d’inflazione che dell’emergere della borghesia urbana e dei nuovi ricchi, quasi tutti i (prudenti) ricercatori occidentali, a partire dalla Banca Mondiale, sono concordi nell’ammettere almeno una sestuplicazione del potere d’acquisto reale degli operai ed impiegati cinesi, mentre alcuni di loro si “lanciano” fino a riconoscere una settuplicazione del reddito reale della popolazione urbana del gigantesco paese asiatico, nel periodo compreso tra il 1978 ed il 2007. Secondo l’anticomunista F. Zakaria, infatti, dopo il 1978 “la Cina è cresciuta di oltre il 9 per cento l’anno per quasi trent’anni, che per una grande economia è il tasso di crescita più elevato che la storia ricordi. In questo stesso periodo, ha fatto uscire dalla povertà circa quattrocento milioni di persone, il più grande decremento che abbia mai avuto luogo in ogni tempo. Il reddito medio pro-capite dei cinesi è salito di circa sette volte”.[8]

Gli aridi e freddi numeri si trasformano in realtà concreta, in calda e pulsante materialità a vantaggio dei lavoratori urbani: ad esempio l’aspettativa media di vita dei residenti di Pechino è aumentata dai 52,8 anni dell’inizio degli anni Cinquanta fino ai 79,6 anni del 2003, raggiungendo gli standard ottenuti dai più avanzati paesi capitalistici.[9]

Ma non solo. Ancora nell’autunno del 2004 il tasso di frequenza dei giovani cinesi aveva raggiunto il 19%, mostrando come quasi un cinese su cinque nell’età compresa tra i 18 ed i 24 anni avesse  ormai accesso agli istituti universitari e parauniversitari: il livello era ormai diventato superiore a quello statunitense, in un sorpasso che sarebbe stato molto più vistoso prendendo in esame solamente i giovani residenti nelle città delle due nazioni prese in esame.[10]

Sempre nei centri urbani cinesi, il grado di frequenza degli adolescenti alla scuola dell’obbligo (7-14 anni) era pari praticamente al 100% già alla fine del Ventesimo secolo.

Sul fronte del potere d’acquisto reale, sono state effettuate alcune statistiche internazionali comparate da parte della banca UBS che mostravano quanto tempo dovessero lavorare, avendo il 2006 come anno di riferimento, gli operai delle diverse zone del globo per potersi permettere di comprare un Big Mac ed un chilo di riso.

L’operaio di Shanghai doveva lavorare 38 minuti per acquistare il Big Mac, e 23 minuti per comprare un chilo di riso: alias una giornata lavorativa di otto ore gli permetteva, all’inizio del 2006, di acquistare 21 chili di riso, o quasi 13 Big Mac, cifre da aumentare in seguito ancora almeno del 30%, visto la forte crescita del potere d’acquisto operaio in Cina avvenuta nel quinquennio 2006/2010.

L’operaio di Bratislava  (Slovacchia) impegnava invece nel 2006 ben 55 minuti per ottenere un Big Mac, mentre 20 minuti  servivano per un chilo di riso.

L’operaio di Sofia… 69 minuti e 38 minuti, rispettivamente.

L’operaio di Bucarest… 69 minuti e 25 minuti.

L’operaio indonesiano di Giakarta… 86 e 31 minuti.

L’operaio di Buenos Aires… 56 e 24.[11]

L’elenco potrebbe allungarsi notevolmente, estendendosi anche ad altre nazioni dell’America Latina (Mexico City, 82 e 22 minuti),  senza modificare la posizione relativamente favorevole dell’operaio cinese all’interno dei paesi in via di sviluppo, dei quali fa ancora parte il gigantesco paese asiatico.

Sotto questo profilo, un altro dato veramente sorprendente è quello fornito dall’onesto studioso F. Piccioni nell’ottobre del 2005, che fa giustizia una volta per tutte del mito occidentale sul “lavoratore cinese che fa la fame” e che si deve “accontentare di un pugno di riso”: il ricercatore italiano è stato costretto dall’evidenza dei fatti a rilevare già nel 2005 che il “mercato interno” (cinese), “in alcune zone e settori, del resto, vanta già performance discrete: il salario di un metalmeccanico “ufficiale”, ovvero della grande industria viaggia ormai sui 250 euro mensili, con un potere d’acquisto reale equivalente o superiore al suo corrispettivo, qui da noi, in FIAT”.[12]

Già nel 2005, pertanto i metalmeccanici cinesi di Shanghai e Pechino avevano raggiunto il potere d’acquisto (divenuto basso, certo) dei lavoratori italiani, greci e portoghesi, mentre negli ultimi cinque anni li hanno sicuramente scavalcati e superati, seppur di poco.

Potere d’acquisto, ma non solo.

A partire dal 1999, i lavoratori cinesi hanno diritto a 15 giorni di ferie annuali, di cui 11 vengono pagate, festività che di regola vengono concentrate in due settimane distinte, attorno al 1 maggio ed al 1 ottobre di ogni anno:  assai meno dei lavoratori italiani, ma come la media attuale dei lavoratori statunitensi e molto più dei lavoratori indonesiani, indiani, africani e di buona parte dell’America Latina. Nella Pechino del 2006, gli operai ed impiegati inoltre lavoravano in media 41 ore alla settimana e meno che a Seoul, come previsto del resto dalle leggi sul lavoro introdotte a partire dal 1995: non dappertutto e specialmente non all’interno delle zone speciali del Guandong, certo, ma in ogni caso la durata media dell’orario lavorativo nelle aree urbane cinesi non risulta superiore a quelle esistente negli Stati Uniti.[13]

Passando al settore abitativo, la superficie abitabile mediamente a disposizione dei residenti urbani è aumentata fino ai 22,8 metri quadri del 2002 ed ai 27 del 2006: anche tenendo conto delle disuguaglianze sociali all’interno delle città, siamo enormemente distanti dai miseri 3,6 metri quadri invece a disposizione degli operai ed impiegati cinesi nel 1977.[14]

Case, ma anche beni di consumo.

Un quotidiano anticomunista come il  Corriere della Sera era costretto a riconoscere, ancora nel luglio del 2001, che per ogni cento famiglie di Shanghai il numero delle biciclette era passato da 65 a 139 tra il 1978 ed il 1999; sempre negli stessi  anni, il numero delle televisioni a colori per ogni cento famiglie era passato da zero a 144; quello dei ventilatori, da 45 a 230; quello dei frigoriferi, da zero a 103; dei telefoni fissi, da zero a 79;  degli scaldabagno, da zero a 60; degli stereo, da zero a 28.

Dal 1999 alla fine del 2010, il potere d’acquisto dei lavoratori urbani cinesi si è ancora quasi raddoppiato, come anche i loro parametri di consumo: nel caso dei cellulari la crescita è stata esponenziale, facendo in modo che praticamente ogni abitante della città sopra i dodici anni ne possieda almeno uno, mentre ormai quasi ogni famiglia cittadina utilizza un computer e naviga almeno saltuariamente su Internet.[15]

Beni di consumo, ma anche pensioni: anche dopo la riforma dell’ottobre del 2010, i lavoratori pubblici vanno in pensione a 60 anni (per gli uomini) e 55 (per le donne), mentre i salariati del settore privato potranno scegliere di posticipare il pensionamento a 65 e 60 anni, rispettivamente per il sesso maschile e femminile.

Anche se il tasso globale di accumulazione è aumentato progressivamente dal 1978 fino ad oggi, raggiungendo nel 2005 un’altissima percentuale pari al 42,8% del prodotto nazionale lordo (ammortamenti equivalenti al 14,8% del PNL, investimenti netti pari a quasi il 28% di quest’ultimo), il potere d’acquisto reale dei produttori diretti urbani ha visto nell’ultimo trentennio un gigantesco processo di riproduzione allargata ed un salto di qualità epocale, senza precedenti nella storia per estensione quantitativa e ritmi di sviluppo.

Mai tanti sono stati meglio in così poco tempo, e con un tasso d’aumento tanto vistoso nel loro tenore di vita: ciò che  nella sinistra occidentale può sembrare una bestemmia, costituisce una sintesi realistica “del miracolo operaio”, verificatosi in Cina negli ultimi tre decenni rispetto al potere d’acquisto reale dei lavoratori urbani. Non è certo casuale che, nel febbraio del 2010, un sondaggio condotto sulla popolazione cinese dal quotidiano Guangmig Daily mostrò che più di sei cinesi su dieci si aspettassero nel corso dell’anno un significativo aumento dei loro stipendi, come non è sorprendente che l’aumento rapido e costante del potere d’acquisto reale  degli operai ed impiegati cinesi abbia già portato alla fuga di alcune multinazionali dal paese, spaventate dall’incremento dei salari reali dei loro dipendenti cinesi.

Come ha riportato il settimanale Panorama, nel 2008 e proprio a causa di “costi salariali troppo alti, la multinazionale tedesca Adidas, numero due mondiale nella produzione di articoli sportivi, ha deciso di delocalizzare una parte delle sue attività produttive della Cina verso altri paesi asiatici considerati più competitivi. Attratte da un mercato capace di proporre una manodopera locale con tariffe imbattibili, le imprese occidentali avevano fatto della Cina una terra di conquista per eccellenza. Purtroppo nemmeno Pechino può sfuggire alle logiche spietate della globalizzazione contemporanea. In un‘intervista rilasciata al settimanale Wirtchaftswoche, il presidente di Adidas, Herbert Hainer, ha giustificato la scelta del gruppo industriale tedesco “con i salari troppo alti fissati dal governo” cinese. La scelta di Hainer trova conferma in uno studio recente dell’Ufficio nazionale delle statistiche, secondo il quale i costi salariali nelle città cinesi sono aumentati in media di 18 punti percentuali nel primo semestre 2008. Il fatto che la crescita dei salari stia colpendo maggiormente il settore privato (+19,2%) che quello pubblico (+17%) ha probabilmente convinto Adidas di prendere in seria considerazione i paesi vicini del Sudest asiatico”.[16]

Con un tasso di inflazione pari a circa l’8% nel primo semestre del 2008, i salari nominali cinesi erano invece aumentati del 18%, un aumento reale ed al netto dell’inflazione pari a circa il 10%, valutato giustamente (dal suo punto di vista capitalistico) come un fenomeno negativo (“salari troppo alti fissati dal governo”…che vergogna!) dal superborghese Herbert Hainer.

Il fenomeno non ha certo riguardato solo il 2008, come ha notato sempre l’anticomunista Panorama riferendosi invece al 2007 ed all’”aumento esponenziale” dei salari cinesi verificatisi anche in quell’anno, sottolineando che “l’aumento esponenziale che ha colpito il costo dei salari nella Repubblica Popolare Cinese sembra aver iniziato ad erodere i vantaggi competitivi su cui la Cina ha nel tempo consolidato la sua condizione di “fabbrica del mondo”. Secondo l’Ufficio Nazionale di Statistica, solo nel 2007 il salario medio (comprensivo di paga base, bonus e sussidi ricevuti) sia della classe impiegatizia che di quella operaia è aumentato circa del 19%, toccando in valore assoluto, i 25 mila yuan (circa 2.200 euro). Si tratta dell’incremento più alto registrato negli ultimi sei anni.

Per il settimanale italiano “gli analisti cinesi vedono una connessione tra l’aumento dei salari e i profitti record realizzati dalle aziende. Secondo i dati delle statistiche ufficiali, le imprese statali più grandi hanno accumulato tra gennaio e novembre 2006 più di due miliardi di yuan (equivalenti a più di 200 milioni di euro), il 36,7% in più rispetto all’anno precedente, mentre i profitti delle aziende private sono cresciuti del 59,9%. Tuttavia, tra le cause dell’aumento dei salari non va trascurato il ruolo giocato dalla nuova legge del lavoro in vigore dal primo gennaio 2008, che avendo parificato i diritti dei lavoratori assunti tramite agenzie interinali a quelli impiegati direttamente dall’azienda e attribuito agli stessi una nuova serie di tutele, ha conseguentemente generato un aumento dei salari percepiti.

Nonostante le differenze salariali tra le varie zone del Paese si mantengono marcate (gli stipendi medi a Pechino sfiorano i 40.000 yuan, a Shanghai, Canton e Shenzhen i 30 mila, mentre nelle province più remote del paese i lavoratori spesso percepiscono anche il 60% in meno), qualche imprenditore potrebbe iniziare a tenere una progressiva perdita di competitività nel medio periodo e decidere di spostarsi altrove. Fino alla metà degli anni novanta sono stati i paesi del Sud-est asiatico ad attrarre la maggior parte degli incentivi stranieri, e solo successivamente le convenienze del mercato cinese hanno dirottato la maggior parte dei capitali all’interno della Repubblica Popolare lasciando che agli asiatici del sud rimanesse solo un misero 10% della torta da dividere.

Ma quanto è realistico aspettarsi nel breve periodo un nuovo cambio di direzione? E’ sicuramente significativo il fatto che la Repubblica Popolare stessa stia progressivamente spostando le proprie aziende nel Sud-est asiatico dove ammette di trovare condizioni più favorevoli per la produzione industriale. Tuttavia, resta il fatto che la Cina beneficia ancora di un marcato vantaggio comparato in termini di infrastrutture, servizi e disponibilità di forza lavoro specializzata che i Paesi dell’Asia del sud-est, nonostante gli investimenti in queste aree allocati sia dai governi nazionali che dai cinesi, non riusciranno a cancellare in pochi anni.” [17]

La tendenza all’aumento delle retribuzioni è inoltre continuata anche nel 2009, visto che in quel periodo il potere d’acquisto reale degli operai ed impiegati è aumentato di quasi l’otto per cento ed in presenza di un tasso d’inflazione negativo, proprio mentre il mondo capitalistico (colpito dalla grave crisi del 2007/2009) vedeva un ulteriore calo delle retribuzioni della forza lavoro; nel 2010, si è verificato a sua volta un nuovo balzo in avanti del potere d’acquisto operaio, che ha portato ad esempio i lavoratori della multinazionale taiwanese Foxconn a veder aumentati i loro stipendi del 60% in un solo mese, nella zona meridionale della Cina. Durante i primi nove mesi del 2010, il reddito medio dei contadini è cresciuto – al netto dell’inflazione – del 9,7%, mentre quello dei residenti nelle città (sempre depurato dal dato inflattivo) è aumentato del 7,5%.

Una legge che tutela “i diritti dei lavoratori interinali”? Orrore!

Salari medi che aumentano annualmente circa del 9%? Ma siamo matti, sono cose del passato comunismo…

Salari minimi in continuo aumento? Ma che vergogna!

Un istituto di ricerca giapponese aveva del resto notato, già all’inizio del gennaio 2007, come durante tutto il 2006 i salari minimi legali dei lavoratori cinesi fossero decollati. Il Jujitsu Research Institute sottolineò infatti che mentre la “Cina aveva introdotto il suo sistema per il salario minimo nel 1996”, con una tariffa differenziale da zona a zona, nel corso del 2006 il salario minimo fissato politico-economiche per legge nella provincia costiera del Guandong era aumentato al tasso medio del 17,8%, con punte che raggiungevano anche il 46%; a Pechino, nel luglio 2006 il precedente salario minimo mensile di 580 yuan era stato aumentato di colpo del 10,3% a 640 yuan, mentre ulteriori aumenti successivi provocarono un incremento finale per il 2006 pari al 15,5% nella capitale cinese. Anche nel 2010 tra l’altro, il salario minimo è aumentato mediamente nel paese del 25%, con punte del 33% nell’isola di Hainan.

Con una certa preoccupazione il centro di ricerca Jujitsu notò, ancora nel 2007, che “la crescita dei salari è una tendenza di lungo periodo nell’economia cinese: c’è una forte probabilità che ci sarà un aggressivo” (aggressivo, si noti bene, non…benefico) “aggressivo incremento di lungo termine negli standard salariali a causa della continua crescita economica”; ciò porterebbe ad un declino della capacità attrattiva della “fabbrica del mondo” per il capitalismo occidentale, chiosò l’amorevole istituto giapponese ancora all’inizio del 2007. [18]

Effettivamente la “crescita dei salari” dei lavoratori urbani ha rappresentato in Cina una “tendenza di lungo periodo e pluridecennale”, che ha interessato tutti gli anni compresi tra il 1977 ed il 2010: un vero e proprio “ miracolo socioproduttivo”, ottenuto dai lavoratori cinesi in quasi totale assenza di scioperi e di agitazioni sociali su vasta scala.

Del resto proprio nel novembre del 2010 Cai Feng, un ricercatore dell’Accademia delle Scienze cinese, ha rilevato dal 2004 il salario medio dei lavoratori migranti (che provengono dalle zone rurali) è passato da 700 yuan al mese a 1.220 yuan al mese, quasi raddoppiando in pochi anni, mentre quello medio dei laureati appena usciti dalle facoltà universitarie oscilla attorno ai 1.500 yuan al mese: le differenze di reddito tra i due strati sociali si sono assai ridotte, nel corso degli ultimi anni.

Certo, esistono anche dei lati negativi indiscutibili nel gigantesco processo di emancipazione rispetto ai consumi materiali e al tenore di vita, ottenuto dagli operai ed impiegati cinesi nel corso degli ultimi tre decenni.

Innanzitutto l’inevitabile processo di ristrutturazione delle imprese statali in perdita, compiuta tra il 1998 e il 2006, ha provocato progressivamente decine di milioni di licenziamenti: anche se i lavoratori coinvolti hanno spesso ottenuto subito un nuovo posto di lavoro, venendo privilegiati nelle assunzioni ed in ogni caso essendo sostenuti da una sorta di cassa integrazione di lungo periodo, il fenomeno è stato per essi in molti casi doloroso.

Anche il livello medio degli incidenti sul lavoro, inoltre, si è mantenuto per troppi anni su tassi troppo elevati ed  in larga parte evitabili, specialmente nel settore minerario: solo a partire dal 2003 è iniziata  un’efficace azione politica ed economica, che ha ridotto notevolmente le morti sui posti di lavoro del gigantesco paese asiatico chiudendo ad esempio migliaia di piccole miniere di carbone, non in regola con gli standard cinesi sulla sicurezza nei posti di lavoro. [19]

Infine, oltre che nelle “zone economiche speciali” di Shenzen e Zhuhai, nella provincia del Guandong, e di Xiamen (Fujian), anche in molti luoghi di lavoro delle piccole città e delle campagne sono state spesso violate le disposizioni legislative che limitavano gli orari di lavoro e vietavano l’utilizzo della manodopera minorile nelle fabbriche: fenomeni che continuano ancora ai nostri giorni, seppur in proporzioni via via decrescenti a causa sia dell’azione repressiva statale che del processo di sviluppo del benessere popolare. [20]

Pur con questo “lato oscuro”  innegabile, l’aumento costante del potere d’acquisto dei lavoratori urbani è risultato così evidente da spiegare i risultati sorprendenti di un sondaggio compiuto nel 2005 da un istituto demoscopico statunitense, assolutamente non controllato dal partito comunista cinese, che ha interessato principalmente gli abitanti delle grandi città del gigantesco paese asiatico. Un’interessante indagine compiuta nel 2005 dal Pew Research Center, un istituto demoscopico indipendente con base a Washington, “ha misurato i livelli di soddisfazione, di ottimismo personale e di fiducia nel futuro in 17 grandi paesi del mondo: nella ricerca erano inclusi gli Stati Uniti, diversi paesi europei e le più grandi fra le nazioni “emergenti”.

I cinesi si sono classificati primi assoluti, leader mondiali sia per la soddisfazione rispetto alla loro situazione attuale che per l’ottimismo e la fiducia nel futuro. Il 76% di loro si è dichiarato certo che entro i prossimi cinque anni la propria qualità di vita migliorerà ulteriormente; alla domanda sul passato, il 50% ha risposto di aver fatto progressi consistenti nel proprio tenore di vita individuale negli ultimi cinque anni, mentre il 72% si è detto soddisfatto della situazione del paese. Va sottolineato che quella descritta è stata una ricerca compiuta da un istituto americano, che ha usato tutti gli accorgimenti possibili per ottenere risposte sincere e affidabili”. [21]

Altrettanto sorprendente risulta il tasso medio di risparmio espresso dai cittadini cinesi, che nel quadriennio 2004/2008 ha raggiunto circa il 45% del reddito: nella città, ed ancora più nelle campagne, i  cosiddetti “poveri” lavoratori cinesi (e lavoratori migranti) riescono a mettere in banca quasi la metà dei loro guadagni, con un’incredibile asimmetria rispetto agli indebitatissimi salariati statunitensi ed alla forza-lavoro italiana, la quale in alcune sue (consistenti) sezioni fa ormai fatica a tirare la fine del mese.

Per quanto riguarda i contadini cinesi, divenuti in larga parte dopo il 1987 dei piccoli produttori autonomi, va notato come l’aumento del loro potere d’acquisto reale sia stato sicuramente inferiore a quello urbano, ma in ogni caso costante e molto consistente, visto che tra il 1978 ed il 2008 i produttori diretti rurali hanno visto come minimo quasi quintuplicare i loro redditi reali, al netto dell’inflazione: il mito, diffuso nella sinistra antagonista occidentale, sul cosiddetto processo di “impoverimento” dei contadini cinesi rappresenta solo una leggenda metropolitana, che distorce in modo assurdo la realtà rurale cinese e la sua dinamica concreta dal 1978 fino ai giorni nostri. [22]

Infatti proprio nel 1976/77, prima delle riforme e della NEP cinese introdotta ad Deng Xiaoping, buona parte dei contadini cinesi appartenenti alle cooperative di villaggio risultavano realmente dei produttori posti in condizioni di vita abbastanza vicine alla soglia di sussistenza, in seria difficoltà anche nel solo procurarsi cibo e vestiti in quantità sufficiente a sopravvivere stentatamente.

Non morivano di fame, come avveniva invece prima del 1949 e della rivoluzione maoista, ma si trovavano in uno stato di dura povertà, quasi come la maggioranza dei residenti nelle campagne dell’America Latina di quello stesso periodo. Una dura ed amara realtà, ma inoppugnabile.

Secondo una stima prudente fornita dalla Banca Mondiale, che prendeva in esame solamente i casi di disagio materiale più acuti, nel 1978 circa duecentocinquanta milioni di cinesi risultavano in uno stato di povertà quasi assoluta e si trovavano in gravi difficoltà anche solo nel procurarsi cibo e vestiti per una stentata sopravvivenza: 250 milioni (250.000.000!!) di cinesi potevano appena sfamarsi, anche se non morivano di fame come prima del 1949. [23]

Visto che nel 1978 la popolazione rurale risultava pari a circa 700 milioni di unità, almeno un contadino cinese su tre in quell’anno faceva molta fatica nel procurarsi cibo per sé e la sua famiglia.

Tre  ricercatori occidentali noti per le loro simpatie maoiste, E. Friedman, P. Pickowicz e M. Selden, nel corso di una inchiesta sulle condizioni materiali di vita dei contadini cinesi nel villaggio di Wugon, duecento chilometri a sud di Pechino, scoprirono nel 1978 una deludente e triste realtà: i contadini della cooperativa del villaggio erano impoveriti da un surplus eccessivo di imposte, tanto che ormai la produzione di grano e cotone nel villaggio era “crollata al di sotto dei livelli del 1950”, alla quantità esistente subito dopo la vittoria del processo rivoluzionario in Cina. [24]

Negli ultimi tre decenni la situazione è cambiata radicalmente, nella stragrande maggioranza dei casi.

Alla metà del 2008, il numero dei contadini indigenti ed ancora in uno stato di povertà quasi assoluta risultava infatti scesa a meno di 15 milioni di persone, ben 235 milioni in meno del 1978, a dispetto dell’aumento in termini assoluti registrato dalla popolazione rurale cinese durante gli ultimi tre decenni: la percentuale di diminuzione, rispetto al tremendo dato del 1978, risultava pari al 93%, in modo tale che più di nove contadini su dieci sono usciti finalmente da una durissima condizione di povertà (quasi assoluta) nel corso degli ultimi tre decenni. [25]

Per quanto riguarda il processo di aumento del reddito pro-capite dei contadini cinesi, negli ultimi tre decenni i loro introiti netti pro capite annuali sono aumentati via via dai 133,6 yuan del 1978 fino ai 4141,7 del 2007, con un aumento percentuale nominale pari a 31 volte rispetto all’infima base di partenza materiale del 1978: circa un quarto meno dell’aumento di quaranta volte invece riportato nelle città, ma in ogni caso un incremento sufficiente quasi a quintuplicare il potere d’acquisto della media dei contadini cinesi, anche secondo le stime più prudenti. [26]

Un dato eccezionale, seppur partendo da una base di partenza iniziale molto negativa, con ben 250 milioni di contadini costretti nel 1978 in uno stato di povertà quasi assoluta:  eppure, nella sinistra antagonista occidentale, molti ancora straparlano sull’impoverimento assoluto dei contadini cinesi in tempi recenti, mentre alcuni rimpiangono addirittura i “bei tempi” della rivoluzione culturale.

Nel 2007 il reddito medio reale nelle campagne, al netto dell’inflazione, è aumentato infatti del 9,5% e più che nei centri  urbani, mentre per il 2008  è avvenuta un ulteriore crescita del potere d’acquisto reale dei contadini equivalente ad almeno il 6% e senza inflazione, a dispetto della recessione provocatasi in tutto il mondo capitalistico: nel 2010 il “raccolto” contadino si è rivelato ancora migliore, superando quello urbano nei ritmi di sviluppo.

Si è già notato in precedenza come lo stato ed il partito comunista cinese, a partire specialmente dal 2003, abbiano favorito in ogni modo il processo di riproduzione allargata dei redditi reali dei contadini.

Alla fine del 2005, infatti, il governo guidato dal premier Wen Jiabao ha deciso di abolire la tassa sull’agricoltura, che anche all’epoca maoista pesava sensibilmente sulle campagne e la cui incidenza era “ancora sentita nelle regioni più arretrate” (F. Rampini) della Cina.

In ogni caso l’abolizione della tassa ha costituito anche “una svolta simbolica, perché con questa decisione è stata cancellata l’imposta più antica nella storia dell’umanità, che vanta un primato ineguagliabile: è l’unico prelievo fiscale a essere rimasto in vigore senza interruzione per 2500 anni. Nessuna civiltà al mondo ha raggiunto un simile record di longevità e continuità nella sua politica fiscale. Anche se l’importanza di questa entrata tributaria è andata declinando in coincidenza con la modernizzazione del paese, la tassa sui contadini si identifica con la nascita della Cina stessa. Il prelievo forzoso sui raccolti venne introdotto per la prima volta attorno al 500  a.C., nel periodo degli “Stati guerrieri” una lunga fase di combattimenti feroci tra sei dinastie rivali che si contendevano il controllo delle terre più fertili: le pianure circostanti il Fiume Giallo, che sono la culla della civiltà cinese. Quel periodo di terribile guerre fratricide si concluse, come detto, nel 221  a.C. con la vittoria di Ying Zheng, re dello Stato di Qin, considerato come il vero fondatore della nazione. Le sue imprese furono possibili grazie alla sicurezza di un gettito fiscale ricco e stabile, la tassa sui raccolti.

La storia della Cina non sarebbe stata la stessa senza la potenza economica generata da un amministrazione pubblica in grado di drenare risorse dall’agricoltura e metterle al servizio dei grandi progetti: guerre di conquista o canalizzazioni, ricerca scientifica o raffinata produzione artistica. Insieme al corpo dei funzionari “mandarini” – la più antica burocrazia del mondo – e alla filosofia di governo codificata nel pensiero confuciano, la tenuta dell’erario è stata una delle grandi forze della Cina. Salvo dar luogo, nei tempi di crisi e carestie, a periodiche jacqueries contadine, che hanno spesso segnato la fine di una dinastia imperiale e l’avvento di un nuovo regime. Il balzello, quasi sempre prelevato “in natura”, è sopravvissuto all’alternarsi nei secoli di numerose dinastie segnate da differenze etniche, religiose e politiche: dagli Han meridionali ai Khan mongoli, fino agli ultimi imperatori originari della Manciuria.

Quel che più conta sottolineare è che nemmeno la vittoria della rivoluzione comunista guidata da Mao Zedong interruppe la tradizione fiscale degli imperatori. Nel 1949, alla nascita della Repubblica popolare fondata da Mao, la tassa sui raccolti venne fissata a 28 chilogrammi di grano pro capite all’anno (o il valore equivalente di altre derrate agricole)”. [27]

Nel corso del 2006/2007, inoltre, è stato inoltre eliminato totalmente il prelievo fiscale nei distretti rurali più poveri del paese, migliorando di colpo le condizioni di vita di diverse decine di milioni di persone del paese, mentre anche la sopracitata crescita della fascia dei redditi esente dalle imposte ha contribuito nello stesso periodo ad innalzare sensibilmente il livello di vita di larga parte dei contadini, oltre che dello strato più povero dei lavoratori urbani.

I risultati materiali riportati nelle campagne dalla nuova linea politico sociale di Deng Xiaoping, dal 1978 al 2010, sono facilmente verificabili e tangibili.

All’inizio del 2004, la percentuale di villaggi rurali nelle aree più povere del paese che avevano accesso alle strade era pari al 71,7%: all’elettricità, il 92,1%; alla radio e televisione, l’82,7%. [28]

Dopo soli tre anni , la percentuale di piccoli villaggi rurali collegati a strade era aumentata fino all’81,2%; per la corrente elettrica il livello era salito al 95,8%, mentre per la televisione/radio il dato era ormai pari all’89, 1%. Quattro quinti dei villaggi aveva ottenuto l’accesso alle comunicazioni telefoniche alla fine del 2006, mentre il tasso di frequenza scolastica dei bambini dai 7 ai 15 anni ha raggiunto il 95,3%, riducendo a livelli quasi accettabili il livello di abbandono degli obblighi scolastici persino nelle zone agricole più depresse. [29]

Il vero lato negativo della NEP Cinese, rispetto alle campagne, è costituito dal fatto che i progressi materiali ottenuti dai contadini cinesi negli ultimi tre decenni non sono ancora sufficienti e risulta   ormai necessario un nuovo salto di qualità.

Quindici milioni di persone, alla fine del 2008, risultavano infatti ancora in uno stato di povertà assoluta: un numero fortunatamente in rapida diminuzione ma ancora molto consistente, sia come massa assoluta che in termini di sofferenza umana di tante donne/uomini del gigantesco paese asiatico.

Inoltre altri cinquanta milioni di cinesi, seppur usciti dallo stato di povertà, rientrano ancora nel secondo livello (inferiore) all’interno del processo di divisione del reddito in Cina e risultano in gran parte concentrati nelle campagne: decine di milioni di uomini dal reddito ancora molto basso, anche se sufficiente almeno a garantire un afflusso costante e consistente di cibo e vestiti, e che tra l’altro devono spesso confrontarsi con il problema dell’acqua, visto che l’approvvigionamento idrico di circa un quarto dei villaggi rurali cinesi rimane ancora molto carente (ed in alcuni casi inesistente).

Infine va sottolineato come il problema delle campagne cinesi sia diventato soprattutto una questione femminile, visto che circa il 65% della forza-lavoro nel processo produttivo agricolo era formato nel 2008 da donne, le quali costituiscono del resto il 45,4% e quasi la metà dell’intera popolazione cinese occupata. [30]

Il governo ed il PCC hanno compreso la necessità di un nuovo salto di qualità nel processo di crescita del potere d’acquisto dei ceti rurali e, proprio nell’ottobre del 2008, hanno preso tutta una serie di misure concrete per ottenere un ulteriore raddoppio del reddito medio dei contadini entro il 2020, anche grazie allo sviluppo della cooperazione socioproduttiva nelle attività del settore agricolo.

Vanno in questa direzione proprio le attività di formazione, cooperazione e addestramento professionale promosse e sostenute dalla Federazione Nazionale delle Donne Cinesi, che ha costituito negli ultimi cinque anni ben 260000 basi e centri di training al fine di fornire servizi e istruzione principalmente alle donne nelle campagne, favorendo in ogni modo le organizzazioni di cooperazione femminili. [31]

In estrema sintesi, l’analisi dello sviluppo del potere d’acquisto di operai e contadini presenta un quadro largamente positivo, anche se pieno di contraddizioni, tensioni e problemi sociali non ancora risolti: una situazione dinamica che, alla fine del 2008, è resa ancora migliore dalla presenza di altri tre importanti fenomeni di natura socioproduttiva, e cioè:

–          il processo di ricostruzione dello stato sociale capillare in Cina, a partire dal settore sanitario

–          il processo di ri-sindacalizzazione della forza-lavoro in Cina: gli iscritti al sindacato cinese sono passati ai circa 120 milioni del 2003 ai più di 200 milioni del 2008, quasi raddoppiando in pochi anni

–          il processo di ricostruzione di un ampio grado di garanzie sociolegali nei posti di lavoro all’interno del settore privato, a partire dall’importante legge (lo “Statuto dei lavoratori” cinese) entrata in vigore il primo gennaio 2008.


[1] I. V. Stalin, “Rapporto al xv congresso del partito”, 26 gennaio 1934

[2] Deng Rong, “Deng Xiaoping e la Rivoluzione Culturale”, pag. 65/66, ed. Rizzoli

[3] in Wikipedia, “Standard of living in the Peoople’s Republic of China Housing”

[4] F. Rampini, “L’ombra di Mao”, pag. 145, ed. Mondadori

[5] Wikipedia, “Standard … Income distribution”, op.cit.

[6] G. Samarani, “La Cina del Novecento”, pag. 318/319, ed. Einaudi.

[7] Quotidiano del Popolo,  28 agosto 2008, “A dramatic rise in qualità of live”.

[8] F. Zakaria,  pag.97, ed. Rizzoli.

[9] Quotidiano del Popolo, 19 settembre 2004, “Life expectancy improving dramatically in Beijing”.

[10] Quotidiano del Popolo, 29 ottobre 2004, “China’s scale of higher education surpasses the US”.

[11] Quotidiano del Popolo, 13 agosto 2006, “Global earning ranking: Shanghai e Beijing are 59th e 65th”.

[12] F. Piccioni, “La Cina cambia obiettivo: meno disparità” il Manifesto, 1 ottobre 2005

[13] www.ubs.com/research, wealth management research. prices and earnings

[14] Quotidiano del Popolo, “1.3 billion people sharing in happiness of better lives”, 11 ottobre 2007

[15] L. Vaccari, “La Cina vuole l’arma catastrofica, i frigoriferi”, Corriere della Sera del 9 luglio 2001

[16] Panorama, 1 agosto 2008, “Aziende globali: se anche la Cina non conviene più”, in panorama.it. economia/2008/08/01

[17] Panorama, “Cina: lo spettro della fuga dei capitali”, 1 maggio 2008 in blog.panorama.it/mondo/2008/05/01

[18] Fujitsu Research Institute, 11 gennaio 2007, “A substantial increase in China’s minumum wage”, in jp.fujitsu.com/group/frilen/column/economic

[19] F. Sisci, “Made in China”, pag. 108 ed. Carocci

[20] G. Samarani, op.cit., pag. 303/304

[21] F. Rampini, op. cit., pag. 215/216

[22] F. Mazzetti, “Da Mao a Deng”, pag. 98/99, ed. Corbaccio

[23] Quotidiano del Popolo, 18 ottobre 2004, “China’s achievements in poverty alleviation impress the world”.

[24] F. Rampini, op. cit., pag 129

[25] AGI China 24, “Notevoli risultati nella riduzione della povertà”, 26 ottobre 2008 in www.agichina24.it /home

[26] Radio Cina Internazionale, “Cina: 7,1% di crescita annuale procapite del reddito netto dei contadini sin dalla riforma e apertura”, in italian.cri.cn

[27] F. Rampini, op.cit., pag. 210/211

[28] Quotidiano del Popolo, “China’s achievements in poverty  alleviation impress the world”, 18 ottobre 2004

[29] CRI ondine, “Cina: oltre 220 milioni di uomini si sono liberati dalla povertà sin dalla riforma e apertura”, 29 maggio 2007, in italian.cri.cn

[30] Quotidiano del Popolo, 10 ottobre 2008, “Great progress achieved in the cause of women”

[31] CRI ondine, “Cina: grandi progressi compiuti nella causa a favore delle donne”, 11 ottobre 2008

“La Cina al primo posto nell’energia pulita”

Il WWF, celebre organizzazione ambientalista fondata nel settembre del 1961, è tutto meno che un’associazione di matrice comunista o marxista, anche solo in parte: ma proprio per questa ragione i dati principali forniti da un suo studio, pubblicati all’inizio di Maggio, risultano particolarmente interessanti ed incontestabili.

In primo luogo la Cina, nel corso del 2010 ha rappresentato il primo paese al mondo per valore globale nel processo di produzione di energia rinnovabile, pari a 44 miliardi di euro: solo in seconda posizione gli Stati  Uniti con il risultato di 31,5 miliardi di euro, senza in alcun modo tener conto del criterio (assai favorevole a pechino) della parità del potere d’acquisto.

Per quanto riguarda poi la percentuale rappresentata dal valore della produzione di energia rinnovabile rispetto al prodotto nazionale lordo, la ricerca del WWF ha accertato come la Cina sia al secondo posto su scala planetaria con una percentuale dell’1,4 %, superata (per il momento) in base a questo criterio di valutazione solo dalla Danimarca che ha raggiunto invece quota 3,1 %; gli Stati Uniti sotto questo profilo risultano solo al 17° posto mondiale con un relativamente modesto 0,3 %, mentre Germania e Brasile invece si collocano al terzo e quarto posto. Infine lo studio elaborato dagli esperti del WWF ha giustamente sottolineato come la Cina (prevalentemente socialista) abbia visto aumentare di ben il 77% rispetto all’anno precedente la massa globale di output prodotto dal suo settore energetico “verde”, pulito/rinnovabile: una percentuale di aumento esponenziale, una dinamica di sviluppo che ha di gran lunga superato quella raggiunta nello stesso periodo dai concorrenti internazionali di Pechino, a partire dalla potenza statunitense.

Fonte “Green energy production report puts China at no.2”, 09/05/2011, in www.chinapost.com.tw.

“La Cina sorpasserà gli USA nella scienza nel 2013”

Secondo uno studio dell’autorevole Royal Society britannica, pubblicato nel marzo del 2011, la Cina supererà gli stati Uniti in campo scientifico verso il 2013 (“China to overtake US scienze in two years”, in www.bbc.co.uk).

Un analisi sulle ricerche pubblicate, una delle misure chiave per misurare il livello di progresso e di produzione scientifica delle diverse nazioni ha mostrato infatti che nel 1996 gli USA avevano pubblicato 292513 ricerche scientifiche, ben dieci volte più della Cina Popolare ferma a 25474 studi pubblicati.

Ma già nel 2008 la situazione risultava profondamente cambiata. Se le ricerche pubblicate negli Stati Uniti avevano raggiunto in quell’anno quota 316317, quelle cinesi erano aumentate di ben sette volte raggiungendo quota 184080, permettendo già in quell’anno alla Cina il sorpasso sulla Gran Bretagna e l’acquisizione della posizione di “numero due” su scala planetaria in un settore strategico per il processo produttivo globale: e la dinamica sta continuando in questi ultimi tre anni, tanto da far prevedere all’istituto britannico l’ottenimento del primato mondiale da parte della Cina ed il suo sorpasso sugli Usa entro il 2013, in quello che essi reputano un importante “barometro della capacità di un paese di competere sulla scena mondiale”.

Non è un risultato che cade dal cielo, ma il sottoprodotto del fatto che la spesa totale cinese per la ricerca scientifica è cresciuta ogni anno di ben il 20% dal 1999 fino ad oggi e che già nel solo 2006, nel giro di un solo anno, si erano laureati nelle università cinesi addirittura un milione e mezzo di studenti in facoltà scientifiche e ingegneria, assai più di tutti gli abitanti di Milano, neonati e bambini inclusi.