Archivi del mese: giugno 2011

“PCC: UNA DELLE PIU’ ABILI FORZE POLITICHE DELLA STORIA UMANA”

Secondo il professore Swaran Singh, docente di studi internazionali all’università J. Nehru di Nuova Delhi, il partito comunista cinese (PCC) “rappresenta uno dei pochi partiti comunisti nel mondo che sono riusciti a sopravvivere a parecchie sfide interne ed internazionali… Il PCC rappresenta il più grande partito comunista nel mondo. E, con l’ascesa della Cina, il partito comunista cinese è stato ormai riconosciuto come una delle più capaci forze politiche nella storia umana” (“CPC at 90°: innovation still key to success”, 16/6/2011, in english.peopledaily.com.cn).

Questa abile e capace forza politica, oltre che il più grande patito comunista del mondo, compie il 1 luglio del 1921 il suo 90° anno di vita politica.

Infatti il 1 luglio del 1921 si aprì a Shanghai il congresso fondativo del partito comunista cinese in presenza di dodici delegati (tra cui Mao Zedong), in rappresentanza di soli 57 iscritti riuniti in alcuni circoli marxisti sparsi nel gigantesco paese asiatico.

Dopo novant’anni il bilancio complessivo del PCC risulta largamente positivo, seppur segnato a volte da gravi errori di direzione (il “Grande Balzo in avanti”, la disastrosa “Rivoluzione Culturale”, ecc) e da limiti/contraddizioni attuali non ancora superate completamente.

Sotto il lato positivo, risulta chiara innanzitutto la linea di continuità espressa dal partito comunista cinese sia in campo organizzativo che dell’identità politica, a partire dall’orgogliosa difesa e rivendicazione della sua denominazione comunista, durante tutti questi lunghi nove decenni: dei numerosi partiti comunisti sorti e sviluppatisi dopo l’Ottobre Rosso e nel 1917/21, ben pochi (a partire purtroppo da quello russo-sovietico, fondato da Lenin) sono stati capaci di  tessere un “filo rosso” di ininterrotta tenuta ed autoriproduzione politico-organizzativa nel corso di quest’ultimo secolo, senza soluzione di continuità e/o abiure, come sono riusciti ad effettuare invece i comunisti cinesi. Che si tratti di un fenomeno importante dovrebbe essere subito evidente per tutti i comunisti italiani, a partire almeno da quella Bolognina di Occhetto che portò alla liquidazione del PCI…

In seconda battuta il PCC è riuscito ad esprimere una pluridecennale ed ininterrotta linea di continuità anche rispetto all’orgogliosa adesione di principi al marxismo rivoluzionario e al leninismo. Mentre buona parte dei partiti comunisti europei ha abbandonato ogni riferimento al marxismo-leninismo, spesso considerato nel migliore dei casi come una “roba del passato”, la direzione del PCC invece sottolinea continuamente e pubblicamente l’importanza dello studio (creativo, non meccanico) del marxismo per la progettualità/praxis dei comunisti del gigantesco paese asiatico.

Ad esempio un leader autorevole del (PCC) come Xi Jinping ha ribadito il 13 maggio del 2011 la necessità per “i dirigenti ed i quadri del partito di dare grande importanza allo studio  delle teorie marxiste e di applicarle creativamente nell’analizzare e risolvere i problemi pratici del paese”; sempre secondo Xi Jinping, “i quadri politici non possono agire senza la guida della filosofia marxista e degli strumenti del materialismo dialettico e del materialismo storico nell’effettuare giudizi adeguati sulle diverse situazioni, nel mantenere la mente fredda nelle situazioni più complesse…”.

Materialismo dialettico, materialismo storico, filosofia marxista: ma come sono (per fortuna…) “vetero” ed antiquati, questi comunisti cinesi…

Terzo elemento positivo: il PCC  è riuscito a portare al successo una gigantesca ed epocale rivoluzione nella più popolosa nazione del pianeta, attraverso un’eroica lotta rivoluzionaria durata ininterrottamente dal 1926 al 1949, sia contro l’imperialismo (occidentale e giapponese) che contro la borghesia monopolistica  e i grandi proprietari fondiari autuctoni.

Si tratta di una tradizione rivoluzionaria fortemente sentita, difesa ed alimentata dal PCC attuale. Prova ne è anche il gigantesco fenomeno del “turismo rosso”, delle visite di massa di lavoratori, giovani e donne cinesi nei luoghi storici della grande rivoluzione cinese: ad esempio Yenan è stata visitata nel solo 2010 da ben… 14 milioni di cinesi, mentre la cittadina di Xibaipo, dove la direzione del PCC si riunì per dieci mesi a partire dal maggio del 1948, poco prima della vittoria dei contadini poveri/operai del gigantesco paese asiatico, vedrà l’arrivo nel 2011 di “soli” quattro milioni di “turisti rossi”, contro i 640.000 del 2006.

Quarto aspetto positivo, la capacità del PCC di mantenere l’egemonia politica sul gigantesco paese asiatico per 62 anni ed a partire dal 1949, soprattutto attraverso tutta una serie di eccezionali risultati positivi ottenuti in campo socioeconomico e politico-sociale.

Due soli dati, tra i tanti utilizzabili. A partire dal 1977 il potere d’acquisto reale degli operai cinesi è aumentato di almeno sei volte anche stando alle analisi di studiosi anticomunisti (F. Zakaria), mentre Gillian Mellsop, rappresentante dell’UNICEF in Cina, ha dichiarato nel maggio del 2011 che “il tasso di mortalità dei bambini in Cina è calato del 67% negli ultimi due decenni ed è stata realizzata una completa educazione di base in tutto il paese”, campagne incluse (“Alleviation strategy gives priority to reducing cycle of child poverty”, in english.peopledaily.com, 27/5/2011).

Anche se rimangono  ancora da risolvere notevoli problemi socioeconomici, a partire dai 9 milioni di minorenni che nel 2010 vivevano ancora in povertà nelle zone rurali cinesi, i passi in avanti rispetto alla situazione esistente nel 1948 (o anche nel 1976…) sono stati ciclopici e di portata epocale.

Ulteriore elemento favorevole, il PCC  è passato dai 57 iscritti (cinquantasette) del luglio 1921 fino agli 80 milioni di aderenti esistenti all’inizio del 2011.

Una crescita di più di un milione di volte sviluppatasi nel giro di nove decenni, che risulta ancora più sbalorditiva considerati i rigidissimi criteri di ammissioni al PCC: nel 2009, infatti, sui circa 20 milioni di persone che si erano impegnate ad aderire al partito ne vennero accettate solo un decimo del totale, alias “soli” due milioni di nuovi militanti (la Lega della Gioventù Comunista cinese conta circa altri ottanta milioni di iscritti).

Ultimo aspetto positivo di grande rilievo, la notevole capacità di autocritica sviluppata dal PCC nel corso degli ultimi decenni a tutti i livelli dell’organizzazione. Giustamente D. Losurdo, nel suo ottimo resoconto di una visita effettuata in Cina nel luglio del 2010, aveva sottolineato che:

“la prima cosa che colpisce nel corso del colloquio con gli esponenti del Partito comunista cinese e con i dirigenti delle fabbriche, delle scuole e dei quartieri visitati è l’accento autocritico, anzi la passione autocritica di cui danno prova i nostri interlocutori. Su questo punto, netta è la rottura con la tradizione del socialismo reale. I comunisti cinesi non si stancano di sottolineare che lungo è il cammino da percorrere e numerosi e giganteschi sono i problemi da risolvere e le sfide da affrontare, e che comunque il loro paese è ancora parte integrante del Terzo Mondo.

Per la verità, nel corso del nostro viaggio il Terzo Mondo non l’abbiamo mai incontrato…” (Domenico Losurdo, “Un istruttivo viaggio di un filosofo”, 24/7/2010).

Tutto bene quindi all’interno del PCC?

No, ed anzi sono propri i nuovi dirigenti del partito ed i mass-media del gigantesco paese asiatico a denunciare la corruzione che alligna in una parte non irrilevante dei quadri comunisti, i fenomeni abbastanza diffusi di burocratismo e di distacco dalle esigenze popolari  emersi in una sezione di funzionari di medio-alto livello, il cattivo uso delle risorse pubbliche che a volte contraddistingue la vita politico-sociale cinese, ecc.

Sono reali, concreti, seri elementi negativi che vengono tuttavia ammessi, denunciati ed auto criticati con forza e notevole rigore dal PCC, e soprattutto devono essere inquadrati ed inseriti in un contesto globale (“il vero è l’intero”, sottolineava già Hegel) che vede da più di tre decenni una continua e rapidissima ascesa economico-sociale della Cina Popolare: persino l’arciborghese istituto americano Conference Board ha previsto nel novembre del 2010 che il PNL cinese supererà quello statunitense entro la fine del 2012, utilizzando il criterio della parità del potere d’acquisto.

Niente male, per un partito che nel luglio del 1921 contava solo 57 militanti; niente male, per un partito attualmente con più di ottanta milioni di iscritti che a fine giugno del 2011 ritiene giustamente che “il marxismo è la più avanzata e scientifica concezione del mondo nella storia umana, e che esso è l’ideologia guida del Partito Comunista Cinese” (“Comunist Party of China as earned right to lead”, 23 giugno 2011, in english.peopledaily.com.cn).

Cina, Stati Uniti: il sorpasso

Il 6 giugno del 2011 la cooperativa Editrice Aurora (tel.02-29405405) ha pubblicato un libro intitolato “Il ruggito del dragone” sulla Cina contemporanea e il socialismo, pubblichiamo l’allegato che conclude la parte finale scritta da Roberto Sidoli e Massimo Leoni.

Nel novembre del 2010, i mezzi di comunicazione annunciavano che “la Cina si appresta al grande sorpasso e, in due anni, potrebbe battere gli Stati Uniti, affermandosi nel 2012 come prima economia al mondo. La previsione del Conference Board arriva a poche ore dall’avvio dei lavori del G20… Nel 2020 l’economia cinese dovrebbe rappresentare un quarto di quella globale, a fronte del 15% degli Stati Uniti e del 13% dell’Europa occidentale. L’India rappresenterà l’8% dell’economia mondiale nei prossimi 10 anni.”[1]

Non nel 2012; ma prima: nel corso del 2009 la Cina Popolare è già diventata la più grande potenza economica mondiale e il suo prodotto nazionale lordo (PNL) reale ha superato quello degli Stati Uniti. C’è ormai un nuovo “numero uno” a livello mondiale, in altri termini, dato che la Cina socialista ha scavalcato senza alcun dubbio gli USA per massa di ricchezze reali prodotte, anche se rimane ancora molto indietro nel livello di produttività pro-capite: i mass media occidentali che straparlano di un futuro sorpasso economico della Cina sugli USA nel 2025, 2035 o 2050, semplicemente (e strumentalmente)… straparlano.

Passiamo ai dati di fatto: nel 2008 il PNL degli Stati Uniti era pari, a valori nominali e di mercato, a 14.204 miliardi di dollari secondo la Banca Mondiale, mentre anche i dati della Cia e del FMI su questo tema variano di pochissimo.

Sempre nel 2008 l’ufficio Nazionale di statistica della Cina ha rilevato che il PNL della Cina risultava invece pari a 4.590 miliardi di dollari  in base ai valori nominali e di mercato.[2]

Dal lato USA ben 14.200 miliardi di dollari, dal lato cinese circa 4.600 miliardi: sembra a prima vista che non ci sia storia nel confronto tra i due stati  con gli USA che superano la Cina  di quasi tre volte, tenendo conto inoltre che la popolazione americana è inferiore di più di quattro volte  quella cinese.

Nel 2009 c’è stata una certa variazione, visto che nel 2009 il PNL degli USA nel migliore dei casi vedrà una caduta dell’1,5%: PNL USA, pari quindi a 14.000 miliardi di dollari a fine anno.

Sempre nel 2009 il PNL della Cina è aumentato dell’8,7%: il PNL è  pari quindi a circa 5.000 miliardi di dollari (4.560 miliardi + 8,7%).

E allora, si potrebbe subito replicare? 14.000 miliardi di dollari sono sempre quasi tre volte  più di 5.000 ed il dislivello tra i due stati in esame rimane ancora enorme, seppur in diminuzione: bel segreto, che ci avete propinato!

Tenete a mente 14.000 e 5.000 miliardi di dollari, come PNL a valori nominali delle due nazioni per il 2009, ed abbiate ancora pazienza.

Fino ad ora abbiamo parlato di prodotti nazionali lordi ai valori nominali, ma il punto essenziale è che tutti gli economisti, ivi compresi quelli occidentali e statunitensi, sono d’accordo già da alcuni  decenni sul fatto che il processo di comparazione della potenza economica reale/PNL  reale tra due o più stati deve sempre tener conto del criterio della parità di potere d’acquisto (PPA), con il suo effetto moltiplicatore/divisore sul PNL delle nazioni che vengono esaminate in modo combinato.

Il criterio della parità di potere d’acquisto riequilibra infatti il valore reale del PNL dei vari stati rispetto al valori nominali dei loro PNL, in base appunto all’eventuale diversità dei prezzi nominali (e dei rispettivi poteri d’acquisto nominali) degli stessi beni/servizi prodotti dalle diverse nazioni: se un bene X costa ad esempio un dollaro nel paese A, e lo stesso bene X costa quattro dollari nel paese B, si deve riequilibrare lo scarto fasullo e fittizio di 4:1 tra la ricchezza prodotta dalle nazioni A e B.

Astraendo da mille fattori, supponiamo per assurdo che sia gli Stati Uniti che la Cina producano entrambi nello stesso anno solo ed esclusivamente un chilo di riso della stessa qualità, ma che negli Stati Uniti l’isolato chilo di riso venga venduto al prezzo nominale di 3,9 dollari, ed in Cina invece a un dollaro. Ai valori nominali, il PNL degli USA (che in tutto l’anno, nel caso assurdo ed esemplificativo proposto, è composto da un solo chilo di riso) risulterebbe maggiore di 3,9 volte rispetto a quello cinese, ma ai valori reali ( anche la Cina produce, nello stesso anno, 1 chilo di riso della stessa qualità) tale superiorità nominale risulta fittizia e dovrebbe essere annullata appunto con il criterio della parità del potere d’acquisto reale.

Rimanendo al confronto tra il PNL degli USA e quello della Cina Popolare, il coefficiente di riequilibrio utilizzato dalla CIA (sì, proprio dalla CIA di Langley nel suo World Factbook) e dal FMI/Banca Mondiale, per misurare il potenziale economico globale cinese (a parità di potere d’acquisto) rispetto agli USA, risultava pari a 4,1 fino al 2002, e poi a 3,94 fino al 2005. Con quest’ultimo moltiplicatore, ad esempio, il PNL nominale cinese del 2005 veniva moltiplicato x 3,94: visto che a livello nominale  il PNL cinese di quell’anno risultava pari a 2.680 miliardi di dollari, quest’ultima cifra moltiplicata per 3,94 portava il PNL reale di Pechino, calcolato dalla CIA in termini di parità  di potere d’acquisto è  diventato l’equivalente di circa 10.500 miliardi di dollari.[3]

Torniamo ora al dato empirico del PNL cinese per il 2009, calcolato ai valori nominali, ed a quello degli USA nello stesso anno.

5.000 miliardi  di dollari, il PNL cinese nel 2009.

14.000 miliardi di dollari, il PNL USA nel 2009.

Prendendo una calcolatrice si verifica facilmente che, se moltiplichiamo i 5000 miliardi di dollari del PNL cinese 2009 (nominale) per il coefficiente di 3,94 (utilizzato dalla CIA, dal FMI e dalla Banca Mondiale fino al 2005, per il PNL cinese), otteniamo inevitabilmente la notevole cifra di 19.700 miliardi di dollari nel 2009: e 19.700 miliardi di dollari sono sicuramente una cifra molto più alta  di quei 14.000 miliardi di dollari, che esprimono la ricchezza globale ed il PNL statunitense nel corso del 2009.

19.700 miliardi (Cina Popolare) contro 14.000 (Stati Uniti): nel 2009 il sorpasso su scala mondiale è avvenuto senza alcun ombra di dubbio, utilizzando proprio il coefficiente di moltiplicazione – targato CIA, lo ripetiamo volutamente – pari a 3,94 ed utilizzato nel processo di ricalibrazione.

Non solo: la Cina avrebbe scavalcato nel 2009 gli Stati Uniti, per quanto riguarda il PNL a parità di potere d’acquisto, anche utilizzando un moltiplicatore pari a 2,81 (5.000 x 2,81  = 14.050).

Certo, si potrà obiettare, i calcoli numerici sembrano inequivocabili: ma allora perché nessuno parla di questo “supersegreto” in giro per il mondo?

Per una semplice ragione: a partire dal 2006, CIA, FMI e Banca Mondiale hanno fatto crollare senza alcuna spiegazione ragionevole il coefficiente usato per il PNL cinese, per il suo calcolo a PPA, dal 3,94 sopracitato fino a …1,85,  dimezzandolo senza alcun motivo plausibile.

Con il nuovo coefficiente creato dalla CIA dopo il 2006, il PNL cinese del 2009 risulta pertanto pari a “soli” 9.250 miliardi di dollari, cifra ancora sensibilmente inferiore ai 14000 del PNL USA.

Secondo il coefficiente 3,94 utilizzato dalla CIA, FMI e Banca Mondiale fino al 2006, pertanto, lo storico sorpasso cinese si sarebbe verificato sicuramente nel 2009 (ed anche nel 2008…); invece, secondo il nuovo coefficiente di 1,85, nessun sorpasso  di Pechino su Washington nel 2009 e per quasi un altro decennio, con tutta probabilità .

“D’accordo: ma perché ritenere valido il criterio della Cia del 2004/2006, e non invece il nuovo criterio adottato  da Langley nel 2007/2009?”

Per molti e validi motivi.

–            Nel 2006/2007 non è successo niente di sconvolgente, sia nell’economia cinese sia in quella statunitense: nessun nuovo (e grave) fenomeno oggettivo che spiegasse l’enorme riduzione del coefficiente da 3,94 a 1,85.

–            La CIA, il FMI e la Banca Mondiale non hanno inoltre fornito alcun elemento concreto per giustificare la legittimità del passaggio del coefficiente da 3,94 a 1’85.

–            Passare da 3,94 a 1,85 non costituisce certo una lieve modifica, come quella invece effettuata dalla CIA e dal FMI nel 2003, già riducendo il coefficiente usato per il PNL cinese da 4,5 a 3,94: si tratta di un vero e proprio dimezzamento e di un enorme salto di qualità in negativo.

–            Un chilo di riso, una macchina, un elettrodomestico non costano in Cina solo due volte meno che negli Stati Uniti, anche a Shanghai o Pechino. E il riso  cinese equivale di regola a quello statunitense, gli elettrodomestici di Pechino sono di regola come quelli di New York (e spesso vengono esportati a New York , Los Angeles, ecc.): pertanto il coefficiente di 3,94, anche a prima vista, risulta più credibile del “nuovo” equivalente a 1,85. Ancora nel 2005 T. Fishman notava che secondo gli stessi esperti statunitensi “in Cina, con un dollaro si compra all’incirca quello che a Indianapolis si acquista con 4,70 dollari”.[4]

–            Nel 2005 in Cina venivano prodotti solo sei milioni di veicoli, contro i circa 12 milioni degli Stati Uniti. Nel 2009 gli USA hanno prodotto 9 milioni di veicoli, la Cina invece ha superato quota 13 milioni di veicoli usciti dalle sue fabbriche.

–            Ogni anno in Cina vengono costruiti due miliardi di metri quadrati di nuove abitazioni, metà circa dell’intera produzione mondiale e molto più che negli Stati Uniti anche in termini di indotto, di impianti elettrici ed idraulici, piastrellature, ecc.[5]

–            Già nel 2003 la Cina deteneva il primato mondiale nella produzione mondiale di acciaio, cemento, articoli di abbigliamento, cotone, carbone, oro e zinco.

–            Nel 2008 la Cina Popolare aveva prodotto 528,5 milioni di tonnellate di cereali, mentre gli USA erano rimasti a circa tre quarti di tale cifra.

–            Nel 2009 la capacità energetica globale installata in Cina toccava 860 GW e si avvicinava al dato degli USA, a dispetto del pauroso spreco di benzina/energia  che avviene in America ogni anno per il trasporto su autoveicoli.

–            Già nel 2004 la Cina era leader mondiale nella produzione di TV, computer, lettori CD e DVD, condizionatori, piccoli elettrodomestici e cellulari.[6]

–            Secondo le proiezioni contenute nel rapporto del 2007 del World Energy Outlook, era già previsto il sorpasso della Cina sugli USA entro il 2010 in termini di consumi di energia primaria.[7]

–            Già nel 2004, secondo Lester Brown vi erano in Cina una volta e mezza più televisori che nel “concorrente” americano e quasi tre volte più cellulari.[8]

–            Nel giugno 2009 gli utenti di Internet in Cina erano pari a 338 milioni, molto più dei circa 240 milioni di internauti statunitensi, mentre nelle aree rurali più di 155 milioni di contadini cinesi ormai usano Internet grazie al telefonino. Alla fine del 2009 gli internauti cinesi erano saliti fino a quota 384 milioni.[9]

–            Nel 2009 la Cina è diventata il leader delle esportazioni mondiali, scavalcando (di poco) la Germania e di molto gli USA.

Lo storico sorpasso della Cina (prevalentemente) socialista rispetto al capitalismo (di stato) degli USA costituisce ormai una realtà attuale e molto sgradevole  per la borghesia mondiale, mentre diversa risulta invece la situazione rispetto alla produttività pro-capite della forza-lavoro cinese, ancora globalmente inferiore di circa quattro volte a quella statunitense anche a causa della gigantesca popolazione rurale tuttora esistente in Cina.

In ogni caso, il fenomeno più clamoroso sta nel fatto che il sorpasso non avverrà tra due o tre decenni, come prevedono con spudorata falsa coscienza i mass media occidentali e la CIA, ma che esso si è invece trasformato in un pesante dato di fatto  dei nostri giorni, con evidenti ricadute sui rapporti di forza mondiali sia a livello economico che politico. Proprio in tale sottoprodotto politico-economico, del resto, sta la ragione del cambiamento radicale nel coefficiente di riequilibrio, operato nel 2006: anche a Langley sanno contare (e modificare i calcoli…), sanno prevedere le dinamiche economiche almeno nel breve termine, sanno da sempre come “cambiare le carte in tavola” quando fa loro comodo.

Comodo anche perché il processo di trasformazione dei rapporti di forza economici su scale planetaria è continuato anche nel 2010, come tra l’altro dimostra concretamente:

–          Il fatto che in Cina, proprio nel 2010, si sono venduti 18 milioni di autoveicoli (e quasi 14 milioni di auto per passeggeri) contro i circa 12 milioni degli Stati Uniti

–          Il fatto che nell’ottobre del 2010, gli esperti americani hanno ammesso che in quel momento il più veloce supercomputer al mondo era diventato il cinese Tianhe-1 A

–          Il fatto per cui, sempre nel 2010, la Cina abbia raggiunto ormai gli Stati Uniti anche nel campo dell’energia rinnovabile già installata.

–          La domanda di cellulari  in Cina ha superato nel 2010 la richiesta globale di tutte le altre nazioni del pianeta.

–          Il fenomeno concreto della riforestazione: persino lo statunitense Al Gore ha riconosciuto che, da alcuni anni, la Cina da sola pianta due volte e mezza la quantità di alberi istallati dall’uomo in tutto il resto del globo.

–          Il numero di internauti in Cina, saliti nel novembre 2010 fino all’astronomica quota di 450 milioni di utenti e pari a quasi il doppio di quelli statunitensi.

Ma forse basta notare che, sempre nel 2010, il PNL cinese è aumentato del 10%, mentre quello statunitense invece è cresciuto solo attorno al 3%: cifre inequivocabili, che parlano da sole…


[1] ANSA, 10 novembre 2010, “Cina sorpassa gli USA nel 2012”

[2] “China GDP growth revised upwards “, 26 dicembre 2009, in nextbigfuture.com

[3] List of countries by GDP (nominal), “2006 in en.wikipedia.org; John Tkacik junior”, Questioning the CIA’s claim of a drop in China’s military spending”, 31 agosto 2007, in www.heritage.org;

[4] “Cina primo produttore mondiale di auto”, 8 gennaio 2010, in www.agichina24.it; “Automobile industry in China”. in en.wikipedia.org

[5] “E’ il terremoto edilizio cinese”, 3 marzo 2007, in eddyburg.it

[6] A. Blua, “Report says China overtakes U. S. as world’s leading consumer”, 18 febbraio 2005, in wwwvferl.org

[7] A. Pasculli, “La lunga marcia della Cina. I. La politica energetica”, 19 novembre 2008, in www.cartogeafareilpresente.org

[8] A. Blua, “Report says China overtakes U.S”.

[9] C. Buckley, “China Internet population hits 384 million”, 15 gennaio 2010, in www.reuters.com