Archivi del mese: settembre 2011

Pubblichiamo l’iniziativa del 30 Settembre 2011 ore 18.00 presso il Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano

Centro Culturale “Concetto Marchesi”

Via Spallanzani 6 – 20129 Milano

Tel./Fax 02 29405405 – email: [email protected]

Nel momento in cui i Paesi capitalistici, scossi da una profonda crisi strutturale, si rivolgono in cerca d’aiuto alla Cina Popolare e nella ricorrenza del 90° anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese

VENERDÌ 30 SETTEMBRE

ALLE ORE 18.00

Presso il Centro Culturale “Concetto Marchesi”

Milano in Via Spallanzani 6 (MM1 Rossa P.ta Venezia)

Conferenza sulla CINA

XU LIYUAN Primo segretario dell’Ambasciata Cinese In Italia

Introduce SERGIO RICALDONE

Presiede BRUNO CASATI Presidente C.C.C.M.

Nel corso della serata verrà messo a disposizione dei presenti il libro di Roberto Sidoli e Massimo Leoni “Il Ruggito del Dragone” EDIZIONI AURORA con prefazione di Domenico Losurdo

Conferenza sulla CINA

Recensione del compagno Vladimiro Giacché

Pubblichiamo la recente recensione del compagno Vladimiro Giacché a Radio Popolare di Milano.

Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Il ruggito del dragone. Cina: la lunga marcia verso la prosperità, con prefazione di Domenico Losurdo e interventi di Bruno Casati, Aldo Giannuli, Sergio Ricaldone, Milano, Editrice Aurora, 2011, pp. 222, euro 10.

“Contributo per la rettifica dei giudizi del pubblico sulla rivoluzione francese”: così il filosofo tedesco Fichte intitolò una delle sue prime opere. Il libro di cui parliamo oggi potrebbe ben intitolarsi “contributo per la rettifica dei giudizi del pubblico sulla situazione cinese”. Non si tratta però di un pamphlet polemico, né di uno scritto di acritica apologia. Al contrario: Il ruggito del dragone, pubblicato dalla Editrice Aurora di Milano, è un testo molto ben  documentato e sorretto da pacate e robuste argomentazioni. Per questo motivo rappresenta il miglior antidoto agli articoli, spesso ottusamente denigratori, quasi sempre assai imprecisi, che sui nostri quotidiani trattano della situazione e dei problemi della Cina. Il rumore di questo vero e proprio martellamento propagandistico è così forte che rende molti dati resi disponibili dal volume di Sidoli e Leoni – provenienti quasi sempre da fonte occidentale, di regola indipendente, spesso ostile alla Cina – assolutamente inattesi: delle vere e proprie scoperte. Da questo libro apprendiamo ad esempio che in uno Stato che ci viene presentato come l’emblema del turbocapitalismo, i manager guadagnano al massimo 18 volte quanto un operaio (e non 1000 come Marchionne) e lo Stato controlla i tre quarti della ricchezza ei settori strategici dell’economia nazionale. Che delle 100 più grandi imprese quotate ben 99 sono a controllo o a maggioranza pubblica: tra esse la Lenovo, che anni fa ha comprato la divisione personal computer dall’IBM; o la Haier, che dal 2009 è il principale produttore mondiale di elettrodomestici bianchi, superando anche la Whirlpool. Che inoltre il settore cooperativo impiega il 20% della manodopera complessiva. Proprio al rilievo delle imprese pubbliche e cooperative nell’insieme dell’economia cinese gli autori riconducono l’assenza di crisi da sovrapproduzione negli ultimi tre decenni, tassi di crescita spettacolari (9-10% annuo) e la resilienza alla crisi che ha massacrato l’Asia nel 1997-8 e, 10 anni dopo, a quella che ha massacrato i Paesi occidentali. Di fatto, sino ad oggi la sviluppo di un forte settore privato dell’economia non ha impedito che le scelte strategiche di investimento e il controllo delle direzioni dello sviluppo restassero saldamente in mano pubblica.

Apprendiamo che in termini reali (cioè depurati dall’inflazione) negli ultimi 30 anni i redditi sono aumentati di 7 volte nelle città e di 5 volte nelle campagne. E che dalla metà del 2010 all’inizio del 2011, in meno di un anno, il salario minimo a Pechino è cresciuto di oltre il 40%. Ma soprattutto che il numero delle persone che si trovano in stato di povertà, su 1,4 miliardi di abitanti, è passato da 250 milioni del 1978 ai 15 milioni di 30 anni dopo.

Non stupisce quindi che i livelli di soddisfazione, di ottimismo personale e fiducia nel futuro in Cina secondo una ricerca statunitense si collochino al primo posto nel mondo.  Un quadro ben diverso dal panorama di miseria, bestiale sfruttamento e oppressione totalitaria che secondo i cliché diffusi a piene mani dalla nostra stampa connotano la Cina contemporanea.

Cliché che fanno il paio col mito secondo cui i cinesi sarebbero competitivi soltanto in produzioni relativamente povere (tessile). Peccato che l’anno scorso il nostro deficit commerciale nei confronti della Cina sia stato causato dalle importazioni di pannelli fotovoltaici.

Vladimiro Giacché

[Recensione andata in onda su Radio Popolare, il 3 e 7 settembre]

Aumentano i salari in Asia, ma non dappertutto

Tratto da: OltreConfine e l’Ernesto.

Uno studio del prestigioso The Economist, come ci mostra questo grafico a lato, descrive l’aumento dei salari nei paesi asiatici. Negli ultimi dieci anni la media dei salari è aumentata costantemente e questo anche grazie alla crescita della produttività. La maggior parte dei paesi, infatti, ha registrato un aumento della produttività annuale del 2-4%.

Ma non si può non notare che in India, Sri Lanka e Filippine, l’aumento dei salari è stato minore di quello della produttività. Particolarmente interessanti, invece, sono le performance di Cina e Vietnam che, oltre a registrare un aumento della produttività (ben maggiore di altre economie capitalistiche sviluppate come Giappone e Sud Corea), segnano un positivo trend di aumento nella crescita dei salari. In Cina questo fenomeno è stato particolarmente esplosivo.

Allo studio dell’Economist va aggiunta un’altra considerazione. E cioè che i governi di Pechino ed Hanoi, negli ultimi decenni, hanno dato un contributo decisivo alla lotta a povertà, portando fuori da una condizione di indigenza larghi strati della popolazione dei rispettivi paesi. Se oggi il bilancio della lotta alla povertà è in attivo, lo si deve proprio ai milioni di cittadini cinesi e vietnamiti che, grazie alle riforme dei propri governi ed ai piani di lotta alla fame, oggi sono fuori dalla povertà.

Non sono quindi i bassi salari o le larghe sacche di indigenza (che fungono da “esercito industriale di riserva”, quando non di sfruttamento), come vorrebbe la pubblicistica nostrana, la chiave per comprendere lo sviluppo dell’economia cinese e vietnamita. Quanto un diverso sistema economico e sociale che, non solo raggiunge livelli economici record, ma permette un effettivo progresso ed una diversa socializzazione della ricchezza prodotta.