Archivi del mese: novembre 2011

Lenin o Isuv?

Ancora sulla natura socioproduttiva della Cina contemporanea

Il sito Resistenze ha pubblicato il 20 ottobre 2011, sinora purtroppo senza alcuna obiezione in merito da parte della sua redazione, un intervento dell’anonimo L. B. in cui si sostiene che la Cina contemporanea sia  una forma di capitalismo di stato. L.B. ha infatti affermato tra l’altro che:

“…quanto al fatto che il carattere non capitalista della Cina sarebbe rintracciabile nel controllo da parte dello stato di gran parte dell’economia e nel fatto che esisterebbe una pianificazione centralizzata, la proprietà statale non è sufficiente a definire tale società come socialista, anziché come capitalismo di stato (vorrei ricordare che fino a vent’anni fa in Italia le imprese controllate dallo stato incidevano sul PIL per una quota superiore al 50% e che le banche erano quasi interamente pubbliche, senza per questo che l’Italia potesse essere considerata un paese socialista). Anche una certa misura di pianificazione non è incompatibile con il capitalismo (si veda, pur senza voler fare accostamenti con la Cina attuale, la politica economica della Germania nazista). Il modo di produzione capitalista non è qualificabile sulla base della proprietà privata dei mezzi di produzione, ma sulla base dell’esistenza di una forza lavoro che, formalmente libera, si vende come merce. Il criterio di giudizio è dunque dato non dalla forma giuridica della proprietà, ma dall’esistenza di un mercato della forza lavoro e dalla separazione dei lavoratori dal prodotto del proprio lavoro…

Si dice che la natura non capitalistica della Cina di oggi sarebbe provata dal fatto che questa non è investita dalla crisi attuale dei paesi capitalisti (ma questo non è spiegabile anche con il fatto che il capitalismo si sviluppa a balzi? e con il fatto rappresentato dalla competitività, di tipo capitalistico, con i paesi occidentali dovuta sia ai bassi salari che alla diffusione di massa delle competenze tecnico-scientifiche di cui erano state poste le premesse nel periodo maoista? ), che comunque la Cina sarebbe in uno stadio dello sviluppo delle forze produttive insufficiente per creare una società compiutamente socialista e che lo sviluppo attuale, con la presenza della proprietà privata sarebbe necessario per passare (quando, quale sarebbe il limite?) al benessere necessario per passare ad uno stadio superiore. Ma, allora,  sbagliava Stalin quando nel 1936, in un paese con forze produttive molto inferiori a quelle della Cina odierna, definiva l’URSS come socialista? E Cuba non è socialista?

Infine, non sono neanche convinto che la politica seguita dall’attuale dirigenza cinese fosse l’unica possibile. Anche nell’epoca maoista la Cina aveva conosciuto un notevole sviluppo economico, partendo da una condizione, nel 1949, di povertà assoluta (e questo spiegherebbe il culto di Mao che ancora sopravvive, secondo tutte le testimonianze, perlomeno nella generazione più anziana). E il proseguimento di quella politica non avrebbe forse portato ad uno sviluppo meno squilibrato tra città e campagna, tra zone costiere e regioni interne?”[1]

Visto che l’equazione Cina contemporanea = capitalismo di stato (in tutto o in gran parte) risulta ancora prevalente nella  debole e frammentata estrema sinistra italiana, torniamo ancora una volta sulla questione della matrice prevalente e della natura socioproduttiva della Cina contemporanea.

1)      Cos’è il capitalismo di stato, innanzitutto?

Il compagno L.B., che pontifica sulla Cina, non ha saputo neanche articolare un abbozzo di definizione su questo tema centrale, proprio perché tale processo rivelerebbe la sua ignoranza in materia e/o l’assurdità della sua posizione “teorica” sul gigante asiatico.

Gli Stati Uniti del 1929/2011 incarnano le linee-guida del capitalismo di stato, compagno  L.B.

L’Italia del 1929/2011, la Gran Bretagna del 1929/2011, la Germania del 1929/2011, la Francia del 1929/2011, il Giappone del 1929/2011, i principali paesi del mondo occidentale incarnano le linee-guida del capitalismo di stato, compagno L.B.

E tali linee-guida sono molto chiare ed evidenti, almeno per chi non è troppo distratto.

La prima linea-guida consiste nel processo continuo  di “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti” (Ernesto Rossi) a favore dei monopoli privati, delle multinazionali e grandi banche private, con i fondi e soldi pubblici. Si tratta del “socialismo dei ricchi”, secondo l’azzeccata definizione di Paul Krugman, che si è espresso con particolare evidenza proprio dal 2007 ad oggi, con le migliaia (molte migliaia…) di dollari, yen ed euro regalati generosamente da “mamma-Stato” ai suoi amati “figli-monopoli privati”:  L.B. ne ha mai sentito parlare, almeno di sfuggita?

Sa almeno che i soldoni erogati/regalati dalle diverse “mamme-Stato”, dal 2007 ad oggi, sono andati a favore essenzialmente di banche private, di  multinazionali private, di monopoli privati?

Seconda linea-guida del reale (e non immaginario) capitalismo di stato,  il flusso di lucrosi appalti pubblici, statali degli enti amministrativi parastatali/locali  a favore delle imprese private: solo a titolo di esempio estremo, basta esaminare il Texas “iperliberista” (a parole, solo a livello ideologico-propagandistico” del 1929/2011, visto che anche in tale regione che si considera – a parole – antistatalista, per quasi un secolo si è creato uno strettissimo connubio tra mondo degli affari, sfera politica e processi economici.

«Tuttavia, il Lone Star è debitore nei confronti di Washington tanto quanto ogni altro Stato del paese. La generosità del governo federale ha contribuito a trasformare un desolato territorio rurale in un Leviatano hi-tech, a cominciare dall’energia idroelettrica negli anni Trenta, passando per il programma spaziale negli anni Sessanta e finendo con l’odierna industria militare. Se la prima parola pronunciata sulla Luna è stata “Houston”, la ragione sta nell’abilità con cui il Texas sa esercitare il proprio potere politico.

Sam Rayburn, cresciuto in una povera famiglia texana accanto a un fiume non navigabile, ha tenuto la presidenza del Congresso degli Stati Uniti per vent’anni (più a lungo di chiunque altro) e ha promulgato buona parte delle leggi del New Deal. Lyndon Johnson, originario dell’arretrata Hill Country, è stato uno dei senatori più potenti della storia americana. Tra il 1964 e il 2000 questo Stato, che si dichiara antigovernativo, ha prodotto tre presidenti (Johnson e i due Bush), due candidati vicepresidenziali (George H. W. Bush e Lloyd Bentsen) e il candidato indipendente di maggior successo dai tempi di Teddy Roosevelt (Ross Perot). Ben lungi dall’essere puristi del libero mercato, i politici repubblicani del Texas hanno dimostrato un eccezionale talento nel portare l’acqua al proprio mulino. Phiil Gramm, un conservatore fiscale che ha occupato il vecchio seggio senatoriale di Lyndon Johnson fino al 2003, amava ripetere: “Sono così imbottito di porcherie amministrative che sto per ammalarmi di trichinosi”. Diceva che non avrebbe certo votato a favore di un disegno di legge per produrre formaggio sulla luna, ma che, qualora il Congresso avesse deciso di approvare una simile proposta, avrebbe fatto di tutto perché il latte fosse quello delle mucche texane e che il “sistema di navigazione celeste fosse elaborato in un’università del Texas”.[2]

Terza linea-guida, il processo di riproduzione allargata del complesso militar-industriale tipico del reale capitalismo di stato: la simbiosi tra governo, alte gerarchie militari e grandi imprese private aventi per oggetto soprattutto il processo di produzione di armamenti, e i lucrosissimi superprofitti che derivano dai grandi monopoli privati (Lockeed, Augusta, ecc) ed ai loro azionisti, ai loro proprietari privati.

Compagno L. B., forse non ne hai sentito parlare?

Quarta linea-guida, la privatizzazione/svendita dei mezzi di produzione statali (ivi compreso banche, fonti energetiche, ecc) in attivo e capaci di produrre profitto… ai soliti noti, e cioè ai monopoli privati, in presenza di rapporti di forza favorevoli per il grande capitale e la borghesia.

Forse persino L.B. avrà sentito che, dal 1979 fino ad oggi, l’intero mondo capitalistico  ha assistito ad una gigantesca privatizzazione/svendita ai “poteri forti” privati di gran parte dei beni pubblici (in Italia persino… le autostrade, ora in mano a Benetton e soci): non è stato certo un “errore” o un caso, ma la combinazione dialettica tra una correlazione di potenza diventa una via sempre più favorevole alla borghesia e la volontà collettiva di accumulazione/ricerca di profitti dei “privati”, alias dei capitalisti operanti nel reale capitalismo di stato contemporaneo.

Sotto questo aspetto basta ricordare che, come notava giustamente Daniel Guerin, già il nazismo aveva privatizzato a man bassa, anticipando la Thatcher di quattro decenni.[3]

Quinta linea-guida, il parziale controllo ed indirizzo del processo di produzione capitalistico da parte dello stato e degli enti parastatali (= le banche centrali, innanzitutto) a favore dei soliti “privati” e dei “soliti” monopoli/banche private, attraverso lo strumento monetario e fiscale, le misure politico-economiche anticicliche, ecc.

Dal 1929/33 ad oggi, da Hitler e Roosevelt fino ad oggi, la “stella polare” e l’obiettivo principale di tale (variegato, diverso a seconda delle fasi storiche e delle diverse nazioni) consisteva e consiste tuttora nell’agevolare e sostenere al massimo grado possibile il processo di accumulazione privato (privato) dei capitalisti, a partire dalla grande borghesia e dall’alta finanza.

Ad esempio Roosevelt, appena giunto al potere nel marzo del 1933, come suo primo e fondamentale provvedimento… salvò le banche private, o meglio le grandi banche private degli Stati Uniti che erano chiuse “per vacanza” (evidentemente seguendo il grande marxista P. Lafargue del “Diritto all’ozio”…) da quasi due settimane. Ad esempio Hitler regalò al magnate Thyssen le principali acciaierie di proprietà statale della Germania, anche per ringraziarlo dei generosi finanziamenti di quest’ultimo (con la I.G. Farben, Siemens, Bosch, Krupp, Kirdorf, ecc) aveva elargito ai nazisti assai prima del potere dei fascisti tedeschi, nel gennaio/marzo del 1933.

In estrema sintesi, il reale e concreto capitalismo di stato consiste sul piano della sfera nazionale principalmente:

–          nel processo di “socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti” con fondi pubblici ed a vantaggio dell’alta borghesia, dei “privati” e dei “poteri forti”;

–          nel processo di erogazione su vasta scala di lucrosi appalti/servizi pubblici al “soliti noti”, alla borghesia ed ai “privati”, ai “poteri forti”;

–          nel processo di erogazione su vasta scala di lucrosi appalti/servizi pubblici di tipo militare ai “soliti noti”, alla borghesia ed ai “privati”;

–          nel processo di privatizzazioni di mezzi di produzione, banche e beni pubblici ai “soliti noti” ed ai “poteri forti”, in presenza di rapporti di forza politico-sociali favorevoli/divenuti favorevoli alla borghesia ed ai suoi variegati mandatari politici (Thatcher, Prodi, Berlusconi, Monti, ecc);

–          nel controllo/orientamento parziale del processo di produzione sociale a favore principalmente/e spesso interamente) dagli interessi generali della borghesia, dei monopoli privati, dell’alta finanza privata, ecc.;

–          capitalismo monopolistico di stato, cioè interdipendenza ( a volte con contraddizioni, scontri, tensioni) e processo di cooperazione continua tra apparati statali e monopoli privati, multinazionali private, grandi banche private;

–          capitalismo monopolistico di stato, cioè un complesso di misure statali, tese ad influenzare l’economia capitalistica nell’interesse dei monopoli a partire dal finanziamento pubblico della produzione capitalistica e dalla “privatizzazione dei profitti”, socializzazione delle perdite;

–          capitalismo di stato, cioè simbiosi parziale e scambio di personale tra apparato statale/politico e monopoli privati, con un flusso ed un passaggio carsico di capitalisti (Berlusconi, Bush, ecc) o tecnocrati (Ciampi, Monti, ecc) dalla sfera economica a quella politica ed i gangli fondamentali del potere statale;

–          capitalismo di stato, cioè interconnessione dialettica, aiuto reciproco e cooperazione tra potere politico e multinazionali, grandi monopoli e banche private, sostegno reciproco tra apparato statale e finanza privata/monopoli privati;

–          il neo governo Monti in Italia rappresenta, ad esempio, uno dei casi più evidenti di tale processo di interconnessione e cooperazione tra nuclei dirigenti politici al governo e alta finanza privata, tra quadri politici dirigenti e grande borghesia capitalistica, a partire dalla Fiat di Marchionne, dalla Confindustria di Emma Marcegaglia, di Passera/Bazoli e  della potente Unione Banche Italiane.

“Fatti testardi” (Lenin): e in base a questi fatti testardi ed al correlato processo di definizione, come si può fare rientrare la Cina (prevalentemente) collettivistica dei nostri giorni nella categoria di capitalismo di stato?

Per limitarsi solo al primo elemento strutturale del capitalismo di stato, e cioè la “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti”, L. B.  almeno sa che nella Cina del 2008/2011 lo stato ha aiutato in maniera spettacolare le imprese pubbliche e le cooperative, senza (senza…) salvare invece le centinaia di migliaia di imprese private, autoctone o straniere, che hanno chiuso i battenti in terra cinese? Che cioè ha fatto proprio l’inverso del meccanismo del “socialismo dei ricchi” tipico del reale capitalismo di stato, con le sue varie declinazioni (“too big to fail”, ecc)?

Oppure, dove sono le imprese belliche private in Cina, con i loro superprofitti privati ed  i loro lucrosi dividendi ai privati ed agli azionisti?

2)      Ma sussiste più o meno apertamente, all’interno dell’estrema sinistra italiana ed occidentale,, un’altra ed alternativa definizione di capitalismo di stato: e per dimostrare il carattere assurdo  dobbiamo perdere ancora qualche minuto.

Secondo tale “focalizzazione alternativa”, il capitalismo di stato equivale invece allo sviluppo della produzione, alla riproduzione allargata del processo produttivo, all’aumento continuo della produzione di mezzi di produzione e di mezzi di consumo.

Il “demonio” capitalista si incarna essenzialmente non nella proprietà privata dei mezzi e delle condizioni della produzione, il “diavolo” capitalista (di stato) non si incarna nella “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti” ecc, ma invece, si rivela attraverso l’aumento della produzione e…  l’orrendo, “antisocialista” aumento dei consumi, nel consumismo e nell’aumento dei consumi, nello sviluppo della tecnologia, ecc.

“Ma non è possibile, potrebbero obiettare larga parte dei lettori. Nessuno può essere così confuso da identificare il  capitalismo con lo sviluppo della produzione, della produzione di generi di consumo, o ancora peggio nello sviluppo di scienza e tecnologia”.

Invece esistono proprio tali “pensatori”, anche se può sembrare incredibile.

Alla loro estrema sinistra, il teorico “primitivista” John Zerzan. A suo parere, per assicurare uguaglianza e solidarietà tra gli uomini bisogna necessariamente tornare al… paleolitico e ad un modo di produzione basato solo su caccia/pesca e raccolta di cibo, abbandonando agricoltura, allevamento e proto urbanesimo, assieme ad altri “piccoli” elementi “alienanti” quali le pratiche artistiche, il linguaggio articolato, il senso del tempo e la progettualità.[4]

Grazie a tale processo di “eliminazione”, avremmo sicuramente una società collettivistica e nella quale sarebbe impossibile a priori la produzione costante di surplus accumulabile, il derivato effetto di sdoppiamento ed il possibile sviluppo di società protoclassiste/classiste, ecc.

Risulta inoltre addirittura possibile scavalcare “a sinistra” il provocatorio Zerzan, chiedendo invece una scocietà nella quale, a differenza degli Homo Habilis (di 2.200.000 anni fa) ancora difesi in parte dal teorico primitivista, venga eliminata anche la capacità di produrre strumenti attraverso altri strumenti (i primi chopper) e la tecnologia umana, assicurandosi ancora di più contro il “progresso” e l’aumento di beni di consumo: l’iperzerzanismo da questo momento diventa una nuova teoria, che vive/lotta in mezzo a noi.[5]

Come dite? Che non ci sarebbe differenza tra questo collettivismo “umano” e a quello degli scimpanzé?

Certo, avete ragione, ma non si può sicuramente confrontare questo insignificante problemino “di regresso” con il vantaggio di aver avuto finalmente ragione, una volta per tutte, del “capitalismo di stato cinese”, ed ancora prima di quello sovietico… niente accumulazione, viva Zerzan ed abbasso la Cina Popolare!!!

Viva la “fattoria degli animali”, non a caso  ideata da quel G. Orwell che nel 1948/49 faceva opera di spionaggio (si, il “Piccolo fratello”) sugli intellettuali comunisti per conto dei servizi segreti britannici, secondo le (tardive) rivelazioni fornite anche dal Corriere della Sera del 12 luglio del 1996, e non a caso ignorate quasi sempre dagli intellettuali “antagonisti” del mondo occidentale.

Al “centro-sinistra” dello schieramento “antisviluppista” appartiene invece Amedeo Bordiga.

Il brillante ed acutissimo teorico della desiderabilità della vittoria hitleriana nella seconda guerra mondiale, perché (“tanto peggio, tanto meglio”) essa avrebbe permesso il crollo simultaneo del più forte anello della catena imperialistica del tempo, il capitalismo colonialista inglese (leggere la biografia di Bordiga scritta da Livorsi, a pag 372/375), riuscì anche ad elaborare il primo schema della sottoriproduzione e della decrescita a nostra conoscenza.

Ancora nel 1952, con un mondo (eccettuato gli Stati Uniti) di regola ancora profondamente impoverito dalla tremenda seconda guerra mondiale, Bordiga infatti sostenne che una futura società socialista (il socialismo della miseria, ma questo è un altro discorso…) avrebbe dovuto avere al suo centro i seguenti punti programmatici.

a) “Disinvestimento dei capitali”, ossia destinazione di una parte assai minore del prodotto a beni strumentali e non di consumo.

b)  “Elevamento dei costi di produzione” per poter dare, fino a che vi è salario mercato e moneta, più alte paghe per meno tempo di lavoro.

c) “Drastica riduzione della giornata di lavoro” almeno alla metà delle ore attuali, assorbendo disoccupazione e attività antisociali.

d) Ridotto volume della produzione con un paio di “sottoproduzione” che la concentri nei campi più necessari, “controllo autoritario dei consumi”, combattendo la moda pubblicitaria di quelli inutili, dannosi e voluttuari, e abolendo di forza le attività volte alla propaganda di una psicologia contro-rivoluzionaria.

e) Rapida “rottura dei limiti di azienda” con trasferimento di autorità non del personale ma delle materie di lavoro, andando verso il nuovo piano di consumo.

f) “Rapida abolizione della previdenza” a tipo mercantile per sostituirla  con l’alimentazione sociale dei non lavoratori fino ad un minimo iniziale.

g) “Arresto delle costruzioni” di case e luoghi di lavoro intorno alle grandi città ed anche alle piccole, come avvio della distribuzione uniforme della popolazione sulla campagna. Riduzione dell’ingorgo, velocità e volume del traffico vietando quello inutile.

h) “Decisa lotta” con l’abolizione di carriere e titoli “contro la specializzazione” professionale e la divisione sociale del lavoro.

i) Ovvie misure immediate, più vicine a quelle politiche, per sottoporre allo Stato comunista la scuola, la stampa, tutti i mezzi di diffusione, di informazione, e la rete dello spettacolo e del divertimento”.[6]

Quindi per Bordiga il socialismo equivale alla sottoproduzione di mezzi di consumo e di produzione.

Socialismo = decrescita della produzione, a partire dai generi di consumo “voluttuosi” e non-indispensabili, con il “controllo autoritario dei consumi”.

Socialismo = miseria generalizzata e per tutti, austerità “pre-berlingueriana” o permanente.

Alla destra del fronte antisviluppista, Latouche ed i  suoi seguaci: per i quali risulta indifferente la questione della proprietà privata dei mezzi di produzione, mentre diventa invece centrale (e non impraticabile in termini assoluti, almeno a loro giudizio) la possibilità di ridurre gradualmente i livelli di consumo nelle “opulente” società occidentali e capitalistiche.

In ogni caso, se si adotta questo parametro principale al fine di definire l’essenza del modo di produzione capitalistico, se viene impiegato tale criterio principale per il processo di finalizzazione della formazione economico-sociale capitalista e del capitalismo di stato, ne discendono alcune  conseguenze inevitabili:

–          il miglior socialismo possibile risulta quello “iper-Zerzan”, in termini di capacità di ridurre a zero le possibilità di riaprire il tanto demonizzato processo di accumulazione di beni di consumo e di mezzi materiali: nel “socialismo degli scimpanzé” mancano anche le mani necessarie per produrre strumenti di produzione e, a catena, gli odiati generi di consumo, tanto che la “decrescita” diventa permanente ed assicurata per sempre…

–          il modello di “contro-sviluppo” paleolitico, elaborato da Zerzan, si conquista in ogni caso un onorevole ed indiscussa seconda posizione: con solo caccia/pesca e raccolta di oggetti naturali, tra l’altro, la popolazione umana non potrebbe che calare dai sette miliardi di unità attuali a circa cento milioni, eliminando sia l’inquinamento che la sovrappopolazione (e gli altri 6.900.000.000 di esseri umani? Piccoli prezzi da pagare, sull’altare della decrescita…)

–          la Cina contemporanea diventa realmente il capitalismo di stato “numero uno”, visto che il potere d’acquisto reale ed i consumi reali degli operai, impiegati  e contadini cinesi stanno fortunatamente aumentando costantemente ed a notevole velocità fin dal 1977/78, dato che (orrore) gli operai cinesi hanno già quasi tutti il computer ed il telefonino e che (doppio orrore) molti di loro hanno già acquistato una loro autovettura…

–          ma soprattutto il reale, concreto capitalismo di stato (“socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti”, ecc) delle metropoli imperialiste invece diventa un “capitalismo” solo a metà, e quindi assai preferibile al (presunto) “capitalismo di stato” cinese.

Per quale ragione?

Perché fin dal 1978 (negli USA) e dalla fine degli anni Ottanta nella altre sue sezioni nazionali (reali), il capitalismo di stato ha realmente attuato con successo una reale decrescita: una diminuzione reale del potere d’acquisto  reale degli operai e dei lavoratori salariati occidentali, una decrescita reale dei loro salari reali, al netto dell’inflazione.

“Ma sono interessati solo i salariati!” D’accordo, ma essi almeno sono circa l’80% della popolazione occidentale: niente male, quindi, come risultato “positivo” di decrescita…

“Ma la decrescita è un processo di ben più ampio respiro e portata!” Non preoccupatevi, cari sostenitori della decrescita: se il reale capitalismo di stato continuerà (purtroppo) a non incontrare una resistenza del tipo “Tunisia-2011”, la decrescita del potere d’acquisto reale degli operai e salariati occidentali diventerà sicuramente molto più veloce, come del resto è già avvenuto per i proletari greci nel 2010/2011: pane e cipolle per (quasi) tutti, e tanta nuova felicità anticomunista sparsa per il mondo occidentale da “Babbo Natale-Capitale”.

“Ma manca una prospettiva generale!”

Anche su ciò non preoccupatevi!

A questi livelli (crescenti) di contraddizioni, il modo di produzione capitalistico-di stato (reale, non presunto) nel prossimo quadriennio attuerà una decrescita (alias depressione anni Trenta) davvero generale, davvero completa, davvero totalizzante! Sempre più felicità anticonsumista in giro per il mondo, e questa volta anche per sezioni importanti di molte borghesie nazionali, a partire da quella statunitense…

Una volta si diceva “liberi tutti”, tra poco esulteremo per lo slogan “poveri (quasi) tutti”, meno che nell’odiato (e presunto) capitalismo di stato cinese.

Conseguenze assurde? Certo, ma logiche ed inevitabili partendo da premesse assurde: non tanto la teoria della decrescita, errata a nostro avviso ma contraddistinta da alcuni elementi di positività, ma invece a causa dell’assurda pretesa di dare/negare la “patente di socialismo” in base alla presenza/assenza della decrescita.

L’operazione di definire il “socialismo della crescita” e del benessere crescente come capitalismo di stato non si basa infatti sull’analisi dei rapporti di produzione e distribuzione, ma solo su un cosiddetto “ragionamento a monte”: visto che sussiste sicuramente la riproduzione allargata della produzione anche in Cina, e si ritiene (a torto) che il processo di riproduzione allargata sia tipico solo del modo di produzione capitalistico, ne deriva che la Cina contemporanea sia un  capitalismo di stato particolare.

Il piccolo errore del sillogismo risulta ovviamente la considerazione per cui il processo di riproduzione allargato sia tipica e caratteristica solo del modo di produzione capitalistico.

Non si riesce infatti a capire perché i “produttori associati” (Marx, Critica del programma di Gotha) non dovrebbe desiderare/ottenere un continuo aumento della disponibilità di generi di consumo, un incremento del resto pienamente possibile sul piano tecnico-produttivo (a meno di ritenere che solo il capitalismo possa sviluppare le forze produttive). Un aumento che risulta sicuramente desiderabile/auspicabile almeno dal 95% dei lavoratori del passato, presente e prossimo futuro, e pertanto non si riesce  a capire in base a quale “decreto divino” tale scelta di massa debba essere considerata “capitalista”, se non per esaltare i desideri soggettivi di una minoranza di intellettuali a parole (ma solo a parole) pronti all’austerità della decrescita, a rinunciare alle loro auto e case grandi/ben riscaldate, ecc.

Per quello che può valere, anche Marx (e Lenin) detestava il “comunismo rozzo” e ascetico, tanto che proprio nella sua splendida “Critica del programma di Gotha” (1875) rese ben chiaro che il processo di  accumulazione risultava fondamentale nella prima fase della società comunista (di regola denominata socialismo), anche e soprattutto per poter in seguito effettuare il salto di qualità nel comunismo sviluppato del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Tutto il contrario dell’ascetismo della decrescita…

3)      Un secondo criterio alternativo di valutazione dei rapporti di produzione sociale risulta invece quello “antistatalista”, di provenienza/matrice anarchica e ripreso da molti intellettuali dopo il 1965.

Per citare solo un caso tra tanti, a giudizio dello yugoslavo Svetozar Stojanovic lo “statalismo” introdotto con successo da Stalin in Unione Sovietica dalla fine degli anni Venti rappresentava una “nuova forma di società di classe, dominata da una classe i cui privilegi economici dipendono dal potere politico, più che da ogni altra cosa. L’elemento di fondo dei rapporti di produzione è una forma di proprietà collettiva di classe, distinta tanto dalla proprietà privata, quanto dall’appropriazione autenticamente sociale dei mezzi di produzione. L’apparato dello Stato ha esteso il suo potere a tutte le sfere della vita sociale e per questa via si è trasformato in una nuova classe dominante. Al tempo stesso, l’eredità ideologica della rivoluzione socialista è stata adattata a un nuovo ruolo di legittimazione. Le nuove forme di oppressione e di sfruttamento sono state occultate dal “mito statalista del socialismo”; mentre in realtà lo statalismo è una forma post-capitalistica e antisocialista di organizzazione sociale, nella sua autopresentazione ideologica, esso appare il solo modello legittimo di socialismo”.[7]

Secondo la teoria antistatalista, la proprietà statale (spesso ritenuta il frutto del “diabolico” Stalin) non è certo l’espressione più avanzata di rapporti di produzione socialisti e collettivistici, ma viceversa una nuova forma di relazioni sociali di sfruttamento: “pubblico/statale è molto brutto”, in estrema sintesi.

Tuttavia la teoria antistatalista dimentica innanzitutto che era stato il “diabolico” Lenin, molto prima del 1928/29 e dell’avvio del primo piano quinquennale, a fare approvare subito la (sacrosanta) nazionalizzazione/statalizzazione della terra rossa, dei boschi ed acque nell’area controllata dal potere sovietico; che sempre i bolscevichi avevano giustamente nazionalizzato/statalizzato le banche russe fin dal dicembre del 1917; che sempre Lenin aveva fatto nazionalizzare/statalizzare gran parte dell’industria e delle miniere russe, fin dal giugno/luglio del 1918.

Inoltre la teoria antistatalista non fornisce (e non può fornire…) alcuna soluzione al “problemino” sui soggetti concreti a cui affidare la proprietà/controllo/usufrutto reale, oltre che giuridico, di “beni comuni” di primaria importanza quali:

–          la terra. Alias dare la proprietà giuridica/reale della terra alle cooperative agricole, fornendo loro la possibilità giuridica/reale di venderle e dare in affitto il principale “bene comune” del genere umano?

–          le risorse naturali ed energetiche. E cioè concedere la proprietà e profitti, derivanti ad esempio dalle miniere d’oro e dal loro iper redditizio output aurifero, solo ai minatori che lavorano al loro interno e non all’intera collettività?

–          le banche. Alias attribuire la proprietà ed i profitti derivanti dalle attività finanziarie alle “cooperative di bancari” che lavorino in esse, seguendo in modo creativo la vecchia pubblicità dei “ti amo, bancario”?

–          le risorse idriche: concedere l’usufrutto dell’acqua alle comunità in cui sono situate le sorgenti, sempre per evitare “lo statalismo”?

–          le ferrovie, autostrade, compagnie aeree, porti, ecc: “le ferrovie ai ferrovieri” risulta forse la politica economica che incarna il “solo il modello legittimo di socialismo”, per usare la terminologia del semianarchico Stojanovic?

–          scuola e sanità: “gli ospedali ai primari/chirurghi”?

–          “il lavoro universale” descritto da Marx nel Capitale (libro terzo, cap. quinto): “qualunque lavoro scientifico, qualunque scoperta o invenzione” infatti “dipende in parte dalla cooperazione dei vivi e in parte dall’impiego del lavoro dei morti”, appartenendo pertanto all’intero genere umano nel loro processo/utilizzo, senza distinzione alcuna tra i diversi gruppi di lavoratori e produttori associati.

Tra le contraddizioni all’interno dei popoli, vi rientra in altri termini a pieno titolo quella tra interessi generali, interessi corporativi dei lavoratori nel socialismo.

In terza battuta, la teoria antistatalista dimentica come l’ostilità  ideologica verso la proprietà statale costituisca l’orientamento politico-sociale generale proprio della borghesia negli ultimi decenni, sempre desiderosa sia di ridurre il peso “statalista” delle imposte pubbliche sui redditi e sui profitti che di veder penalizzate le aziende pubbliche ed i “carrozzoni statali” in attivo, seguendo gli slogan liberisti quali “privato è bello, lo stato è il problema” resi celebri dalla Thatcher, da Ronald Reagan e dai loro mandanti sociali.

Un antistatalismo che ovviamente finisce carsicamente per rifugiarsi tra le braccia amorevoli  degli apparati statali borghesi e di “mamma-stato” in caso di recessioni economiche e bancarotte di grandi aziende, in nome del criterio della “privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite”.

4)      Quarto punto, la definizione di socialismo.

Il socialismo delineato da Marx nella sua Critica del programma di Gotha; la prima ed immatura (“a ciascuno secondo il suo lavoro”) fase della futura società comunista-sviluppata (“a ciascuno secondo i suoi bisogni”) può esser paragonata ad una casa, ad un abitazione.

Le “fondamenta, i muri ed il tetto” (alias la proprietà collettiva della maggioranza dei mezzi di produzione, più la pianificazione almeno di una parte importante del processo produttivo) non costituiscono certo tutta la “casa” socialista, visto che sono necessari i “servizi ed i mobili”, e cioè l’aumento progressivo del livello di vita materiale/culturale dei produttori diretti e lo sviluppo delle forme di democrazia/autogestione: ma, d’altro canto, senza “fondamenta, muri e tetto” non si può neanche parlare per un attimo di “casa”, alias di socialismo, dell’esistenza/riproduzione concreta della prima ed immatura fase della società comunista.

Dimenticare questa semplice e banale verità, dimenticare l’importanza centrale della proprietà collettiva per l’esistenza stessa del socialismo, significa non solo oscurare il ruolo centrale e basilare di quell’“abolizione della proprietà privata” dei mezzi di produzione che, fin dal 1848, era stata indicata da Marx ed Engels, nel “Manifesto”, come la sintesi del programma comunista: significa soprattutto correre il serio rischio di diventare degli “utili idioti” della borghesia, al di là delle proprie buone e rivoluzionarie intenzioni soggettivo-antagoniste.

E purtroppo sussistono realmente alcuni “utili idioti” (in perfetta buona fede, quasi sempre) della borghesia internazionale, autodefinitisi intellettuali comunisti, e che da molti  decenni ritengono che la proprietà privata/possesso privato dei mezzi di produzione costituisca una questione poco importante, come del resto la sua ardua trasformazione in proprietà pubblica, di matrice cooperativa e/o (orrore!) statale. Ma hanno dimenticato, forse per pura stupidità:

–          il gigantesco processo di privatizzazione e svendita dei mezzi di produzione e delle risorse naturali avvenuto, dopo il tragico triennio 1989/91, nei paesi dell’ex patto di Varsavia, a partire dalla Russia di Eltsin e dalla Polonia di Solidarnosc;

–          il gigantesco processo di privatizzazione e svendita, sia dei mezzi di produzione che delle risorse naturali, avvenuto in tutto il mondo occidentale, a partire dalla Thatcher (dalla British Aerospace alle società dell’acqua regionali) e dall’orrendo laboratorio cileno di Pinochet;

–          i giganteschi processi di “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite” che si verificano puntualmente nel mondo capitalistico, in caso di crisi economiche (la lezione del 2008/2010 è sotto questo aspetto indimenticabile. AIG, Northern Rock, General Motors, ecc.);

–          il gigantesco tentativo di privatizzare l’utilizzo di tutte le risorse naturali, a partire dalla stessa… acqua, come dimostra anche l’esperienza italiana del 2009/2011;

–          la progressiva riduzione delle imposte sui profitti in tutto il mondo occidentale, a partire dal 1973/79;

–          la tendenza alla progressiva riduzione delle tasse di successione sui grandi patrimoni all’interno delle principali metropoli imperialistiche: ad esempio, negli USA le imposte di successione sulle ricchezze superiori a 3,5 miliardi di dollari risultavano equivalenti al 55% nel 2000, diventarono in seguito pari al 45% con Bush dopo il 2001 e arrivarono a …zero, a zero dollari per l’anno di grazia 2010, grazie all’inerzia colpevole dell’amministrazione di Obama. E proprio nel dicembre del 2010, d’accordo con i repubblicani, sempre Obama ha prolungato di altri due anni gli sgravi fiscali già concessi da Bush figlio, essenzialmente a favore dei ricchi miliardari statunitensi.

Domanda semplice semplice: ma se la proprietà privata dei mezzi di produzione non risulta importante per definire e “qualificare” il capitalismo, come afferma L. B., perché la borghesia di tutto il mondo capitalistico ha invece privatizzato mezzi di produzione, banche e beni pubblici a tutto spiano dopo il 1978, quando finalmente (finalmente per la borghesia…) poteva avviare tale processo grazie ai nuovi e favorevoli rapporti di forza politico-sociali?

5)      L. B. cerca di superare la difficoltà creata dall’egemonia della proprietà collettiva nella Cina attuale affermando che “vorrei ricordare che fino a vent’anni fa in Italia le imprese controllate dallo stato incidevano sul PIL per una quota superiore al 50% e che le banche erano quasi interamente pubbliche, senza per questo che l’Italia potesse essere considerata un paese socialista”.

Vorremmo invece ricordare a L. B. che le “imprese controllate dallo stato” non incidevano assolutamente sul PIL italiano per una quota superiore al 50%. Tenendo conto del processo di produzione e circolazione di beni e servizi nell’Italia 1960/80 (intesi in senso ampio), oltre che dei redditi (ivi compresi gli stipendi di tutti i dipendenti pubblici), risulta chiaro come nell’Italia del 1960/80 la quota della proprietà pubblica (e cooperativa) sul PIL fosse molto inferiore al 50%, molto inferiore del prodotto interno lordo.

L. B. “dimentica” come anche nel 1960/80 i monopoli privati italiani fossero sostanzialmente dominanti nel processo di produzione industriale attraverso FIAT, Pirelli, e le numerosissime aziende private, medie e grandi, unite a Confindustria e sostenute da Mediobanca: un polo capitalistico che, persino nel 1968/78, possedeva e controllava gran parte della produzione industriale del paese, mentre tra le 300 maggiori imprese italiane di quegli anni solo 35 risultavano aziende pubbliche, seppur di grandi dimensioni.

Ci risulta inoltre che il settore commerciale fosse allora dominato dalla piccola borghesia, dai piccoli produttori autonomi e dal grande capitalismo commerciale, mentre la cooperazione aveva conservato in questi settori un peso specifico marginale, con la parziale eccezione delle “regioni rosse” dell’Italia centrale…

Ci risulta che in Italia allora (come ora) esistesse la proprietà privata del suolo, l’attività edilizia controllata quasi completamente dalle grandi/piccole aziende private di costruzione, la speculazione immobiliare su vasta scala, ecc.

Ci risulta anche che lo stato abbia finanziato prevalentemente e costantemente il settore privato, FIAT in testa, in forme dirette o indirette.

A L. B. forse potrà sembrare incredibile, ma ci risulta inoltre che IRI, ENI, ENEL, e le banche statali siano state privatizzate e svendute dopo il 1980/92, a partire dall’Alfa Romeo.

Ci risulta che anche nell’Italia del 1960/80 come ha notato l’economista Andrea Colli, vi era una presenza massiccia di imprese famigliari (con la loro proprietà privata) da quella di nome Agnelli fino ad arrivare ai sciur Brambilla, piccoli imprenditori della Brianza. Essi incidevano sulla produzione dell’Italia degli ultimi decenni, in una proporzione variabile tra il 75 ed il 95% del totale, intorno al 75% in Inghilterra, tra il 70 e l’80% in Spagna, oltre l’80% in Germania, più del 90% in Svezia ecc. Anche all’estero permangono forme gestionali famigliari in società enormi come Ford, Samsung, Wal-Mart, LG, Carrefour, Peugeot, BMW, Motorola, Hyundai e molte altre, ma in Italia questo fenomeno era ed è tanto forte che possiamo in pratica affrontare la storia di settori e grandi gruppi attraverso avventure imprenditoriali di famiglie.

L. B. non ha forse mai sentito parlare di grandi aziende petrolifere italiane in mano, fin dal 1930 in mano a famiglie di capitalisti come la Saras dei Moratti e l’Erg dei Garrone?

A  L. B. non era nota la forte presenza di multinazionali private straniere in Italia in gran parte dei settori industriali, con l’eccezione  del settore automobilistico, o la presenza egemone nel settore elettronico fin dalla seconda metà degli anni Sessanta? Il nome IBM, e la sua pluridecennale presenza in Italia non gli suggeriscono niente?

6)      Ad un certo punto L. B. rileva che “il modo di produzione capitalista non è qualificabile sulla base della proprietà privata dei mezzi di produzione, ma sulla base dell’esistenza di una forza lavoro che, formalmente libera, si vende come merce. Il criterio di giudizio è dunque dato non dalla forma giuridica della proprietà, ma dall’esistenza di un mercato della forza lavoro e dalla separazione dei lavoratori dal prodotto del proprio lavoro”.[8]

Ancora una volta L.B. fa come per magia sparire il parametro della proprietà privata dei mezzi di produzione, nella sua funzione di indicatore centrale per il processo di definizione del modo di produzione capitalistico e, non contento del suo “capolavoro” teorico, lo sostituisce con l’esistenza di un “mercato della forza lavoro e della separazione dei lavoratori dal prodotto del proprio lavoro”.

Ora, la “separazione dei lavoratori dal prodotto del proprio lavoro” presuppone proprio l’esistenza della proprietà capitalistica dei mezzi di produzione, ma questa banale verità per L. B. rimane un arcano segreto, impossibile da comprendere.

Per quanto riguarda invece il “mercato della forza lavoro”, Marx nella sua “Critica del programma di Gotha” indicava che “all’interno della società collettivistica”, nella sua prima e immatura fase socialista, “il produttore singolo riceve – dopo le detrazioni – esattamente ciò che da. Ciò che egli ha dato alla società è la sua quantità individuale di lavoro. Per esempio: la giornata di lavoro sociale consta della somma delle ore di lavoro individuale; il tempo di lavoro individuale del singolo produttore è la parte della giornata di lavoro sociale conferita da lui, la sua partecipazione alla giornata di lavoro sociale. Egli riceve dalla società uno scontrino da cui risulta che egli ha prestato tanto lavoro (dopo la detrazione del suo lavoro per i fondi comuni), e con questo scontrino egli ritira dal fondo sociale mezzi di consumo quanto equivale a un lavoro corrispondente. La stessa quantità di lavoro che egli ha dato alla società in forma, la riceve in un’altra”.[9]

Immaginiamoci la reazione di L. B., se per assurdo gli capitasse di leggere questo splendido passo di Marx. “Il produttore singolo che “ritira dal fondo sociale”, in mano “alla società”, un totale di “mezzi di consumo”?”

Ma allora “il produttore singolo è “separato” (L.B.) dalla “società” e “dal prodotto del proprio lavoro”! Vergogna Marx, questo è capitalismo di stato, visto che lo “scontrino” che riceve il “produttore diretto” non è altro che un salario travestito!

Marx inoltre aggiunse che in questo interscambio tra “produttore e singolo” nella “società collettivistica domina qui evidentemente lo stesso principio che regola lo scambio delle merci in quanto è scambio di valori uguali. Contenuto e forma sono mutati, perché nella nuova situazione nessuno può dare niente all’infuori del suo lavoro, e perché d’altra parte niente può diventare proprietà dell’individuo all’infuori dei mezzi di consumo individuali. Ma per ciò che riguarda la ripartizione di questi ultimi tra i singoli produttori, domina lo stesso principio che nello scambio di merci equivalenti: si scambia una quantità di lavoro in una forma contro una uguale quantità in un’altra.

L’uguale diritto è qui perciò sempre, secondo il principio, diritto borghese, benché principio e pratica non si accapiglino più, mentre l’equivalenza delle cose scambiate nello scambio di merci esiste solo nella media, non per il caso singolo”.

Immaginiamoci la reazione di L. B.: “ma com’è possibile, nel presunto socialismo domina il principio della legge del valore, il vero nome per il principio che  regola lo scambio delle merci in quanto è scambio di valori uguali?” Vergogna, Marx! Tu descrivi e fai passare per socialismo proprio il capitalismo di stato, visto che parli apertamente di legge del valore, e non hai alcun pudore nell’affermare che “qui” (socialismo) “si scambia una quantità di lavoro in una forma contro un uguale quantità in un’altra”.

Ma non solo, Marx: non ti vergogni nell’affermare che “qui” (nella società collettivistica) vige “il diritto borghese dell’equivalenza delle cose scambiate nello scambio  di merci? Orrore, Marx, sei proprio un teorico-fautore del capitalismo di stato che spacci ad arte per socialismo”, continuerebbe sicuramente l’allibito L. B.

Ma la sua indignazione sicuramente crescerebbe ancora se conoscesse (nessuna glie lo riferisca, per favore…) che Marx rilevava che “nonostante questo processo”, nella fase socialista “questo ugual diritto è  ancor sempre contenuto entro un limite borghese. Il diritto dei produttori è proporzionale alle loro prestazioni di lavoro, l’uguaglianza consiste nel fatto che esso viene misurato con una misura uguale, il lavoro.

Ma l’uno è fisicamente o moralmente superiore all’altro, e fornisce quindi nello steso tempo più lavoro, oppure può lavorare durante un tempo più lungo; è il lavoro, per servire come misura, deve essere determinato secondo la durata o l’intensità, altrimenti cessa di essere misura. Questo diritto uguale è un diritto disuguale, per lavoro disuguale. Esso non riconosce nessuna distinzione di classe, perché ognuno è soltanto operaio come tutti gli altri, ma riconosce tacitamente l’ineguale attitudine individuale e quindi la capacità di rendimento come privilegi naturali. Esso è perciò, pel suo contenuto, un diritto della disuguaglianza, come ogni diritto. Il diritto può consistere soltanto, per sua natura, nell’applicazione di un uguale misura; ma gli individui disuguali (e non sarebbero individui diversi se non fossero disuguali) sono misurabili con uguale misura solo in quanto vengono sottomessi a un uguale punto di vista, in quanto vengono considerati soltanto secondo un lato determinato: per esempio in questo caso, soltanto come operai, e si vede in loro soltanto questo, prescindendo ogni altra cosa. Inoltre: un operaio è ammogliato, l’atro no; uno ha più figli dell’altro, ecc, ecc. Supposti uguali il rendimento e quindi la partecipazione al fondo di consumo sociale, l’uno riceve dunque più dell’altro, l’uno è più ricco dell’altro e così via. Per evitare tutti questi inconvenienti, il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere diseguale”.

“Uno è più ricco di un altro?” E’ proprio capitalismo di stato, rileverebbe con sicurezza L. B. se potesse avere notizia di questo passo di Marx…

Passando dal mondo teorico a quello pratico, è possibile che L. B. non conosca almeno il sistema di retribuzione degli operai sovietici sotto Stalin, dal 1929 al 1953? Non sa forse che essi spesso cambiavano continuamente posto di lavoro, si facevano assumere senza problemi ai cancelli delle fabbriche statali sovietiche e ricevevano un tot variabile di fondo di consumo in denaro in rubli, alias “il salario?”

Rientrava nella categoria di capitalismo di stato, la società sovietica sotto Stalin?

Se non lo era, anche se in essa i “salari” sicuramente esistevano, (informiamo L. B. che addirittura esistevano anche gli stacanovisti, i “salari” a cottimo e le differenze salariali), perché dovrebbe essere invece compresa nel capitalismo di stato il settore (egemone) statale e cooperativo nella Cina contemporanea?

“Due pesi e due misure”, a seconda delle simpatie politiche di L. B.? L. B. non sa forse che anche con Mao Zedong nelle fabbriche statali cinesi esistevano i “salariati”? Sempre “due pesi e due misure”, o forse anche la Cina di Mao era un capitalismo di stato?

7)      L. B. ad un certo punto rileva che “si dice che la natura non capitalistica della Cina di oggi sarebbe provata dal fatto che questa non è investita dalla crisi attuale dei paesi capitalisti, ma questo non è spiegabile anche con il fatto che il capitalismo si sviluppa a balzi?”

Appunto, compagno L. B.! A balzi, balzi in avanti ma anche balzi “all’indietro”: questi ultimi di regola definiti come… recessioni e, nei casi più gravi, depressioni capitalistiche. Dove sono i “balzi all’indietro”, le recessioni economiche nella Cina contemporanea del 1978/2011? Non si possono trovare per il semplice fatto che non si sono verificate, compagno L. B.! Ma L. B. ha anche il coraggio di affermare che l’assenza di recessioni nella Cina contemporanea, dal 1978 ad oggi, sia principalmente dovuta alla “competitività di tipo capitalistico” della Cina ed ai suoi “bassi salari”.

Ovviamente L. B. non è ancora venuto a conoscenza che le cicliche crisi capitalistiche sono determinate essenzialmente da sovrapproduzione e dall’eccesso di “offerta” di capitali e merci, non certo dal sottoconsumo delle masse popolari, che rimane costante anche nei tempi di “boom” economico ed anche nelle metropoli imperialistiche.

Del resto non si capisce per quale motivo l’Africa settentrionale ed il mondo arabo, dove i salari reali risultano sicuramente molto inferiori a quelli cinesi, siano delle zone geopolitiche sconvolte da più di tre anni da una gravissima crisi economica (con le relative ricadute politico-sociali), a dispetto del bassissimo (e decrescente) potere d’acquisto reale dei lavoratori salariati dell’area in oggetto: mentre invece, almeno secondo L. B., dovrebbero essere in una fase di boom proprio per effetto dei “bassissimi salari” dei loro operai.

8)      In estrema sintesi, L.B. non può neanche definire la natura e tendenza fondamentale del reale capitalismo di stato, a partire dalla socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti.

L. B. invece cita con la puzza sotto il naso il fatto evidente, che non può in alcun modo negare, per cui, nella Cina contemporanea il settore statale e cooperativo ha una chiara egemonia all’interno dell’economia e dei rapporti sociali di produzione del gigantesco paese asiatico.

Non considera assolutamente l’importanza decisiva della questione della “proprietà” e della socializzazione/privatizzazione dei mezzi di produzione  per caratterizzare la natura socio produttiva delle formazioni economico-sociali moderne, a partire ovviamente dalla Cina contemporanea.

L. B., non riesce neanche ad immaginare la differenza  reale (profonda e significativa) tra socialismo e comunismo sviluppato, del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”: tra “purgatorio” socialista e “paradiso” del comunismo sviluppato.

Tralasciando i numerosi errori di minore importanza contenuti nel suo scritto, siamo in presenza dell’ennesima incarnazione concreta del “complesso di Isuv”, che cova all’interno di una parte significativa della sinistra anticapitalista europea e specialmente nel suo settore intellettuale.

Chi era I. A. Isuv?

Menscevico e “marxista-ortodosso”, nell’aprile del 1918 egli espose per primo l’equazione Russia sovietica = capitalismo di stato, dopo soli sei mesi dallo scoppio della grande Rivoluzione d’Ottobre.

Isuv sostenne sul giornale menscevico Vperiod (25 aprile del 1918) che “priva fin dall’inizio di un carattere veramente proletario, la politica del potere dei Soviet si inoltra sempre più apertamente, negli ultimi tempi, sulla via della conciliazione con la borghesia e assume un carattere antioperaio. Sotto la bandiera della nazionalizzazione dell’industria si persegue una politica di impianto di trust industriali, con il pretesto di ricostruire le forze produttive del paese si cerca di abolire la giornata di otto ore, di introdurre il lavoro a cottimo e il sistema Taylor, le liste nere e i fogli di via. Questa politica minaccia di togliere al proletariato le sue principali conquiste nel campo economico e di farne la vittima di uno sfruttamento illimitato da parte della borghesia”.[10]

Già nella primavera del 1918, i “discorsi provocatori della borghesia” (Lenin, sempre “Sull’infantilismo di sinistra”) alla Isuv venivano ripresi in buona fede dalle tendenze dei “comunisti di sinistra” (Bukharin, Osinsky, ecc), i quali scrivevano in polemica con Lenin sulla loro rivista Kommunist che l’introduzione da parte del potere sovietico “della disciplina del lavoro legata alla reintegrazione di capitalisti alla direzione della produzione, mentre non può aumentare sostanzialmente la produttività del lavoro, diminuirà l’iniziativa di classe, l’attività e la capacità organizzativa del proletariato. Essa minaccia di asservire la classe operaia, susciterà il malcontento sia degli strati arretrati che dell’avanguardia del proletariato. Per attuare questo sistema, dato l’odio che regna nei ceti proletari verso i “capitalisti sabotatori”, il partito comunista dovrebbe appoggiarsi sulla piccola borghesia contro gli operai e così suicidarsi come partito del proletariato”.[11]

Fin dall’aprile del 1918, solo sei mesi dopo l’inizio della rivoluzione bolscevica, intellettuali marxisti in buona fede come Bukharin, o in mala fede come Isuv, parlavano della Russia sovietica come di un “capitalismo di stato” contraddistinto da uno “sfruttamento illimitato da parte della borghesia” (Isuv).

La ragione politica che stava dietro alle tesi di Isuv risultava fin troppo evidente e chiara: “perché avete fatto la rivoluzione, operai russi, perché ancora sostenete i bolscevichi, se il potere sovietico vi offre solo un capitalismo di stato ancora peggiore di quello pre-rivoluzionario, oltre alle privazioni tipiche di ogni processo rivoluzionario?”.

Più in generale, se si convincono i lavoratori che fanno realmente le rivoluzioni che la loro azione collettiva porta solo a casa il vecchio capitalismo, si toglie almeno una parte del loro sostegno al nuovo regime politico e socioproduttivo. Ma se si convincono i lavoratori dei paesi che non hanno ancora fatto le rivoluzioni che “il sol dell’avvenire” risulta fin dall’inizio, o si è trasformato più o meno rapidamente nel vecchio capitalismo, seppur di stato e parzialmente modificato (si pensi solo alla “morale” che stava dietro l’abile ed astuta Fattoria degli animali di Orwell), si toglie non solo gran parte del loro sostegno e simpatia alle nuove formazioni statali rivoluzionarie e post-rivoluzionarie, ma soprattutto gran parte della loro volontà rivoluzionaria. “Perché far pensare di fare la rivoluzione, se tanto i padroni ci saranno sempre anche se sotto la maschera dello stato, come insegna l’esempio russo del 1917/22 e poi quello sovietico, l’esperienza cinese, cubana e vietnamita, ecc?”

Questa è la vera e gigantesca posta politica dietro le discussioni (apparentemente astratte, astruse e noiose) sulla natura socioproduttiva degli stati e delle formazioni economico-sociali sorte via via dai processi rivoluzionari sviluppatisi  dopo l’Ottobre Rosso del 1917, ivi compresa ovviamente l’esperienza cinese del 1925/2011.

Lenin o Isuv?

Kautsky aveva fatto la sua scelta, quando notò nel 1931 che la Russia di Lenin e Stalin, anche se aveva “Sottratto i mezzi di produzione ai capitalisti”, aveva tuttavia creato “ Al posto dei capitalisti, padroni ancora più potenti e duri”: si stava meglio quando regnavano i capitalisti-doc, per Kautsky!

A ciascun comunista, a ciascun anticapitalista la sua scelta, oltre alle responsabilità di tale processo di selezione…

Roberto Sidoli       Massimo Leoni     Daniele Burgio    La redazione La Cina Rossa

29/11/2011


[1] Sito Resistenze, lettera “Perplessità sull’attuale politica cinese”, 20/10/2011.

[2] J. Micklethwait e A. Wooldridge, “La destra giusta”, pag. 150, ed. Mondadori; R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap 14, in www.robertosidoli.net

[3] D. Guerin, “Fascismo e grande capitale”, pag. 30, ed. Bertani

[4] “John Zerzan e la confusione primitivista”, pag. 4, ed. Kinesis

[5] “John Zerzan e la confusione primitivista”, pag. 5, ed. Kinesis

[6] F. Livorsi, “Amadeo Bordiga”, pag. 448/449, Editori Riuniti

[7] J. P. Arnason, “Il marxismo nell’Est Europeo”, in Storia del marxismo, vol. quarto, pag. 183-184, ed. Einaudi

[8] www.resistenze.org…, op. cit., 20/10/11

[9] Marx “Critica del programma di Gotha”, pag. 5

[10] V. Lenin, “Sull’infantilismo di sinistra”, cap. V, 12 maggio 1918

[11] Ibidem

LA CINA E IL RIFIUTO DELL’EGEMONIA

Tratto da Marx21-Autore Diego Bertozzi

Nell’ottobre di quest’anno il governo della Repubblica popolare cinese ha reso pubblico il Libro Bianco “La Cina e il suo sviluppo pacifico[1] con il quale viene ribadito che l’ascesa della potenza cinese sul piano internazionale ha carattere pacifico e che lo sviluppo economico ha come obiettivi l’uscita completa dal sottosviluppo – anche in questo documento viene specificato che “per un lungo periodo storico, la Cina resterà ancora un paese in via di sviluppo” – e la garanzia di benessere crescente per una popolazione di 1 miliardo e trecento milioni di persone. Un ambiente internazionale caratterizzato  da cooperazione multilaterale e relazioni pacifiche è ritenuto, come lo era al momento della politica di riforma avviata  negli anni ’80, fondamentale per la prosecuzione dello sviluppo economico e per la crescente prosperità del popolo cinese.

Questo mentre a Washington, complice l’ormai avviata campagna elettorale per le presidenziali del 2012, si alza la voce contro la minaccia economica e militare cinese nel momento stesso in cui vengono messe al voto nuove forniture militari a Taiwan[2] e si pone all’ordine del giorno l’avvio di una guerra commerciale. La potenza statunitense che dal 1950, anno dello scoppio della guerra di Corea, minaccia le coste cinesi con le portaerei della VII Flotta grida scandalizzata al pericolo quando la Cina vara la sua prima portaerei.

Nei giorni scorsi il professor Aaron Friedberg, già uomo vicino al vicepresidente Dick Cheney e ora consigliere del candidato repubblicano alla presidenza Mitt Romney,  ha accusato i cinesi di “essere manipolatori della valuta” e di “rubare proprietà intellettuale, brevetti e know how americani” e ha espresso chiaramente che “bisogna capire che siamo nel bel mezzo di una rivalità geopolitica seria e in una competizioni militare cinese” e che “dobbiamo capire a fondo questa rivalità se non vogliamo essere sopraffatti”. La politica degli Stati Uniti nei confronti della Cina, rivale militare e al contempo partner commerciale, è quella di “contrastarla sia sul piano diplomatico sia su quello commerciale” perché in breve tempo il gigante asiatico “sarà in grado di minacciare seriamente non soltanto la posizione americana nella regione, ma anche la sicurezza stessa dei paesi vicini”. Inoltre alla Cina deve essere fatto ben presente che “non può separare Europa, Stati Uniti e le democrazie asiatiche, deve sentire lo stesso messaggio da tutte le democrazie del mondo[3]. Insomma, in funzione anticinese gli Usa devono chiamare ad una sorta di crociata generalizzata. Una minaccia che ricorda la missione di civiltà compiuta all’inizio del secolo dalle potenze imperialiste coalizzate per schiacciare la rivolta dei Boxer e imporre la più tremenda delle umiliazioni.

A confermare la centralità del Pacifico nella strategia Usa è anche il capo del Pentagono Leon Panetta. Durante il suo primo tour in Estremo Oriente ha dichiarato che Pechino sta “rapidamente modernizzando le sue forze armate con una preoccupante carenza di trasparenza” e per questo “gli Usa non ridurranno la presenza nella regione[4]. Presenza che ad oggi è costituita da 85 mila uomini, di cui 47 mila in Giappone e 20 mila in Corea del Sud.

Prima di passare all’analisi del documento dobbiamo specificare cosa tradizionalmente intende la dirigenza comunista cinese per egemonia. Per Deng Xiaoping il perseguimento dell’egemonia è il tratto distintivo di una superpotenza. E una superpotenza è “un paese imperialista che, ovunque, fa subire agli altri paesi le sue aggressioni, i suoi interventi, il suo controllo, le sue imprese di sovversione e di saccheggio”. Dunque un paese egemone porta avanti un dominio basato esclusivamente sulla forza e si mostra irresponsabile nei confronti dell’interesse collettivo. Ebbene se teniamo buona questa definizione, allora potremmo facilmente indicare quale paese – con i suoi vassalli regionali – porta avanti da tempo un generale piano di sovversione il cui ultimo tassello, in ordine di tempo, è stato l’aggressione alla Libia e il rovesciamento del governo di Gheddafi. Sempre Deng Xiaoping, agli inizi della politica di riforma e apertura, aveva esplicitato a chiare lettere il rifiuto cinese ad ogni pretesa egemonica: “Molti amici chiedono che la Cina sia leader del Terzo Mondo. Ma noi diciamo che la Cina non può essere leader, altrimenti si farà dei nemici. Coloro che praticano l’egemonismo sono screditati. Agire da leader del Terzo Mondo ci procurerà una cattiva reputazione. Questa non è falsa modestia, ma una considerazione di ordine schiettamente politico”.

Nel Libro Bianco si legge che la Cina “non cerca di praticare né l’egemonia regionale, né a stabilire delle sfere di influenza, né di spodestare i paesi” e che il suo sviluppo pacifico “ha rotto il modello tradizionale della crescita in potenza adottato nella storia moderna da alcuni grandi paesi che diventando potenti hanno preteso l’egemonia […] hanno stabilito un sistema coloniale, si sono disputati le sfere di influenza e hanno messo in pratica una politica di espansione basata sulle armi”.

Il Libro bianco è in piena continuità con i Cinque principi della coesistenza pacifica che sono il lasciato della Conferenza di Bandung (1955) che diede il battesimo al movimento del Paesi non allineati e segnò, al contempo, il rientro sulla scena internazionale della Cina comunista: rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale, non aggressione, non ingerenza degli affari interni, parità e reciproco vantaggio negli scambi commerciali.

Il principio del pieno diritto di ogni paese di essere unico arbitro del proprio destino, esplicitato allora da Zhou Enlai, apriva alla possibilità di un fronte comune tra differenti regimi sociali contro il colonialismo e l’egemonia.

La difesa del sistema sociale e della via di sviluppo cinese contro ogni intervento esterno è collegata ad una precisa scelta di una politica estera di non interferenza negli affari interni. Siamo di fronte, quindi, ad una netta presa di distanza dell’esportazione della democrazia che, con l’aggressione alla Libia, ha compiuto un ulteriore salto di qualità configurando un nuovo modello di intervento della Nato aspramente criticato da Pechino[5]. Riaffermata la fedeltà ai Cinque principi della coesistenza pacifica, la Cina “rifiuta di gestire le relazioni con gli altri paesi sulla base dei regimi sociali o dei fattori ideologici. Essa rispetta il diritto degli altri popoli alla scelta del loro sistema sociale e della loro via di sviluppo, non interviene negli affari interni degli altri paesi, si oppone a che un grande paese maltratti un piccolo paese e che un paese forte maltratti uno debole, e lotta contro l’egemonismo e la politica del più forte”.

Di fronte alla minaccia delle forze secessioniste e terroriste, la Cina rivendica come necessaria, quanto comprensibilmente legittima, la promozione di una politica di modernizzazione della difesa nazionale. Politica che ha fini esclusivamente interni e che vuole spezzare la trappola della guerra fredda con la sua corsa al riarmo che tanto costò all’Unione Sovietica: “La modernizzazione dell’esercito cinese ha come scopo essenziale la difesa della sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale della nazione, e di proteggere gli interessi dello sviluppo del paese. Le spese della difesa nazionale cinese, ragionevoli e moderate, corrispondono ai bisogni della difesa della sicurezza nazionale. La Cina non può ne vuole lanciarsi in una corsa agli armamenti con qualsiasi altro paese, e rifiuta di costituire una minaccia militare per qualsiasi altra nazione. Essa persiste nell’applicazione del principio consistente nel “non versare sangue se non quello del suo corpo in difesa”, e si impegna a regolare in maniera pacifica i conflitti sociali e i problemi di una attualità in ebollizione”.

Come affermato nel Libro Bianco del Ministero della Difesa cinese del 2006, la strategia cinese post 1964 si pone come obiettivo quello di creare un adeguato potere di dissuasione in grado di scoraggiare qualsiasi aggressione[6]. Nonostante il sensibile incremento delle spese militari – un aumento del 320% dal 1998 al 2008 – il budget militare di Pechino, secondo alcune ricerche, sarà di quasi 92 miliardi di dollari per la fine del 2011. Un netto distacco, quindi, rispetto al budget di 663 miliardi di dollari del 2008 degli Stati Uniti[7]. Pare superfluo ricordare che la Cina non ha basi militari all’estero, non ha truppe di occupazione in nessun paese straniero e, soprattutto, non ha partecipato in alcun modo alle recenti e meno recenti aggressioni militari.

Il Libro Bianco ribadisce, invece,  la scelta del multilateralismo, della cooperazione internazionale e della risoluzione pacifica delle controversie. Linee guida che possiamo verificare con la netta contrarietà di Pechino a qualsiasi ipotesi di aggressione economica e militare nei confronti della Siria di Assad, anche con l’esercizio del diritto di veto in sede di Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

L’impegno cinese nei confronti dei paesi in via di sviluppo e di quelli ancora intrappolati nella povertà è rivendicato alla luce dei fatti: “La Cina ha dato concretezza all’OMD (Obbiettivo del millennio per lo sviluppo dell’Onu: è il solo paese al mondo ad aver realizzato anzitempo dimezzato la popolazione povera. Ha aiutato i paesi stranieri in base alle sue capacità. Alla fine del 2009, la Cina ha fornito un aiuto totale di 256, 3 miliardi di yuan a 161 paesi e ad una trentina di organizzazioni internazionali e regionali; ha annullato i 380 debiti dei 50 paesi poveri più indebitati e meno avanzati, ha formato 120mila tecnici nei paesi in via di sviluppo, e ha inviato 21mila membri di equipe mediche e quasi 10mila insegnanti all’estero. La Cina ha promosso attivamente l’aumento delle esportazioni dei paesi meno avanzati verso la Cina e ha promesso una tariffa doganale a zero al 95% dei prodotti di tutti i paesi meno avanzati che trattengono con essa relazioni diplomatiche”. Oltre a questo c’è da ricordare che Pechino è il membro permanente del Consiglio di Sicurezza a vantare il numero maggiore di persone impegnate nelle operazioni di mantenimento della pace (21mila nelle 30 operazioni di mantenimento della pace lanciate dall’Onu).

Diego Angelo Bertozzi

Pubblicata su www.marx21.it


[1] Il Libro Bianco è consultabile nella traduzione in inglese sul sito del governo della Repubblica popolare cinese all’indirizzo http://www.gov.cn/english/.

[2] Si veda Diego A. Bertozzi, Taiwan: la provincia “ribelle” e il confronto cino-americano, Marx21.it.

[3] Amy Rosenthal, Due parole con l’uomo che sussurra a Romney la strategia con la Cina, Il Foglio, 20 ottobre 2011.

[4] Maurizio Molinari, Washington sfida la Cina, “Il pacifico è una priorità”, La Stampa, 25 ottobre 2011.

[5] Si veda, a titolo di esempio, La Siria non è una nuova Libia, www.marx21.it (traduzione dell’articolo di Wang Jinglie, ricercatore dell’Accademia Cinese di Scienze Sociali apparso sul Quotidiano del Popolo online, 21 ottobre 2011).

[6] Per una esaustiva risposta alle accuse di imperialismo rivolte alla Repubblica popolare cinese si veda R. Sidoli e M. Leoni, Il ruggito del Dragone, Editrice Aurora, Milano 2011, pp. 97-128.

[7] B. Courmont,  Cina, la grande seduttrice. Saggio sulla strategia cinese di conquista del Mondo, Fuoco Edizioni, Rende 2011, pag. 144.