Archivi del mese: dicembre 2011

IL RUOLO DEL MARXISMO NELLA CINA CONTEMPORANEA

La studiosa Zhengxiang Wei, docente di marxismo presso la prestigiosa Università Tsinghua di Pechino, in un rapporto rilasciato ad un sito occidentale nell’aprile 2010, ha rilevato che già nella Cina dei primi anni del Novecento si era notato negli ambienti intellettuali come “il marxismo avesse alcune somiglianze significative con le tradizionali filosofie della Cina. In primo luogo, il marxismo aveva al suo centro un ideale sociale simile al concetto confuciano della società “datong”, o società della grande condivisione. In secondo luogo, la logica dialettica di matrice hegeliana che attraversa il marxismo può essere facilmente tradotta in quella familiare al taoismo. Infine il materialismo storico di Marx, la sua convinzione che le cause fello sviluppo e del cambiamento nella società umana siano legate strettamente ai mezzi con i quali gli esseri umani producono collettivamente ciò che è necessario alla loro vita, è stato subito considerato compatibile con la presenza tradizionale cinese della circolarità della storia umana”.

Focalizzando il discorso sulle tre caratteristiche fondamentali del marxismo cinese, la professoressa Wei ne ha individuate due particolarmente importanti:

–           il modello sociale da realizzare nel futuro, il socialismo/comunismo

–           la volontà di imparare dai paesi capitalistici avanzati.

La ricercatrice cinese ha “sottolineato che sebbene la Cina ancora sia convinta dell’ideale sociale comunista, crede anche che esso verrà realizzato solo in un lontano futuro, ma allo stesso tempo è contenta di praticare il socialismo, che Marx ha valutato come la prima tappa verso il comunismo”. La professoressa Wei ha attirato l’attenzione sul fatto che è stato importante per il popolo cinese “avere un simile obbiettivo da perseguire” mentre si confrontava con gli attuali sociali, citando (senza neppur nominarlo, e non casualmente) il celeberrimo racconto di Mao Zedong su Yu Kung, i suoi figli e la loro “magica” capacità di vincere con il lavoro collettivo prolungato degli ostacoli apparentemente insuperabili.

Con una certa dose di ironia, la professoressa Wei ha comunicato ai suoi intervistatori occidentali che tale  idea-guida “sintetizza la visione generale del popolo cinese verso la società ideale”, sottolineando tuttavia allo stesso tempo che “la Cina è veramente interessata ad imparare dai paesi capitalisti e che le imprese private capitalistiche saranno protette ed incoraggiate a svilupparsi per un lungo periodo”.

Un particolare effetto di sdoppiamento apertamente riconosciuto sul piano pratico e concreto dagli attuali “Yu Kung” cinesi, anche quando la Wei ha sottolineato che ”la Cina sta cooptando il capitalismo per il presente, ma che il reale obiettivo della società cinese è il socialismo”.

Rispondendo ad una domanda specifica sulla situazione attuale del marxismo cinese, la professoressa Wei ha rivelato di aver appena passato con una delegazione “dieci giorni nelle principali università statunitensi”. Quando molti professori americani con cui discuteva affermavano che a loro avviso “il marxismo era una filosofia marginale nel mondo contemporaneo”, lei replicava che essa invece “aveva una grande rilevanza” riaffermando che “ il marxismo è ancora il nucleo essenziale” (the core) del processo politico cinese, visto che a suo avviso “in Cina, prima che la gente faccia qualunque cosa, si elabora prima un piano, e questo progetto viene giustificato proprio usando la filosofia marxista”.

La professoressa Wei ha detto “che lei fermamente crede che la gran parte degli iscritti al partito” (al partito comunista cinese) “sottoscriva questo modo di pensare, sebbene ammetta che vi sia una ristretta minoranza che abbia aderito al partito solo per ricevere dei benefici”; in ogni caso la Wei ha sottolineato come sia stato importante che “questa filosofia” (il marxismo, nella sua tradizione

cinese) “si sia tramandato nel passaggio di generazione, e questo spiega perché a tutti gli studenti cinesi sia richiesto di passare un corso di marxismo prima che si diplomino” (non certo come da noi in Italia, insomma, oppure negli Stati Uniti, o in Germania, ecc).

Entrando sul tema della libertà di parola, la professoressa Wei ha spiegato che “la prima priorità del governo cinese è che la popolazione viva: per ottenere tale fine la Cina ha bisogno di rimanere un paese stabile, ed a tale scopo il governo deve controllare determinati generi di “discorsi politici”. Quando la Cina diventerà più sicura nella sua stabilità e ben sviluppata economicamente, “le discussioni diventeranno sempre più libere”, non mancando infine di ricordare ai suoi interlocutori occidentali che “gli Stati Uniti nell’ultima parte degli anni Quaranta e negli anni Cinquanta aveva applicato la censura ai comunisti, sia reali che presunti tali”, con un’efficace rimando al maccartismo ed alla “caccia ai rossi” avvenuto nei liberi Stati Uniti di quel periodo, accanimento continuato anche nei decenni successivi (piano cointe pro, ecc).

Fonte: United Nations University, “The place of chinese marxism in domestic and foreign policy”,

15 aprile 2010, discussion on line con Zhengxiang Wei, docente di marxismo all’Università Tsinghua di Pechino

Una prima discussione su “Ratzinger o Fra Dolcino?”

Riceviamo e pubblichiamo una lettera inviata da alcuni compagni che fanno parte della redazione La Cina Rossa, in risposta ad uno scritto inviato loro gentilmente da Luca Grecchi, sperando che in questo modo possa aprirsi una discussione anche sull’effetto di sdoppiamento.

Redazione La Cina Rossa

Luca Grecchi, autore di creative e stimolanti opere di filosofia quali “Carl Marx nel sentiero della verità” e “L’umanesimo dell’antica filosofia greca”, tra le tante da lui elaborate (e su cui dissentiamo “solo” rispetto alla valutazione dell’idealismo in campo filosofico), ci ha gentilmente inviato una lettera nella quale afferma che:

“non riesco a recuperare l’esatto commento, ma dovrei avere scritto qualcosa di simile a questo:
“Roberto Sidoli mi ha richiesto, con la consueta gentilezza, un commento “critico” al suo libro. Dico subito che per me è difficile  criticare una persona come lui che, da diversi anni, si occupa di
ricostruire la storia ed il pensiero dall’antichità ad oggi, e per di più con intento solidaristico e comunitario. Inoltre, una critica competente richiederebbe competenze sulla storia antichissima che personalmente non possiedo, oltre che una lettura ben più attenta di quella che il mio poco tempo mi ha consentito di fare. In ogni caso, per un commento generale che voglia essere costruttivo, mi pare di dover dire che condivido la lettura generale della storia umana come
“effetto di sdoppiamento”; nel mio libro Occidente: radici, essenza, futuro, del 2008, l’ho addirittura scritto, parlando di un “doppio fiume”, umanistico ed antiumanistico (qualcosa di simile a quella che Sidoli ed i co-autori chiamano linea rossa e linea nera), che caratterizza l’intero pensiero occidentale (e non solo). Tuttavia, mi pare che talvolta, per una non ben chiara fondazione filosofica della interpretazione storico-sociale posta in essere, il posizionamento di
alcuni autori sia un po’ forzato; poiché non si può fare storia sensata senza un chiaro fondamento filosofico (e gli autori vogliono fare questo), forse porre più consapevolmente la natura razionale e morale dell’uomo, e dunque la armonica comunità sociale, come principio e fine della interpretazione della storia, aiuterebbe a problematizzare ed a chiarire meglio alcune interpretazioni. Detto questo, resta aperto il problema più importante: perché la crematistica anticomunitaria, ossia il mercato, il denaro, ecc., abbiano così spesso prevalso nei secoli.
Qualora Sidoli e compagni riuscissero a meglio indagare questo problema, compirebbero davvero un importante coronamento dei loro studi, che mi pare vadano in questa direzione. Scusandomi per la sintesi e per la generalizzazione, ringrazio ancora Roberto per le ottime occasioni di riflessione che mi ha fornito”.

Luca Grecchi

Ringraziamo subito di cuore Luca, sia per i suoi elogi (eccessivi…) che per avere permesso l’inizio di un dibattito sulla teoria dell’effetto di sdoppiamento applicata (e  verificata sul campo…) dalla pratica religiosa occidentale degli ultimi tre millenni.

Uno dei suggerimenti critici forniti da Luca riguarda proprio la “dissociazione” ed individuazione esatta, precisa, dei protagonisti della “linea nera”, filo-classista e tesa alla difesa dei rapporti di produzione basati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’interno della chiesa Cattolica/Vaticano e degli altri rami in cui si è via via diviso il “neo-cristianesimo”, dopo l’imperatore Costantino ed il 311/313.

Per rispondere a Luca, almeno riguardo agli ultimi cinque secoli, lasciamo volentieri la parola ad una “talpa” d’eccezione ben inserita da più di cinque decenni proprio nella chiesa cattolica, e cioè al lucido ed appassionato Don Gallo.

Nell’eccellente libro-intervista che ha scritto con Loris Mazzetti (“Sono venuto per servire”, editrice Aliberti), Don Gallo afferma che “la Chiesa è diventata come i politici: una casta. Il fatto più grave è la mancanza di coraggio dei vescovi. Scrive Pietro: “Voi avete la dignità sacerdotale, con il battesimo appartenete all’unico sacerdote, Cristo, che è altare e vittima”. Nell’antica tradizione della Chiesa non ci sono cariche, ci sono degli ordini designati dalla comunità: episcopo, diacono, eccetera. Questo significa che dobbiamo esser al servizio della comunità, nella testimonianza, nella preghiera, nella verifica della croce, insieme, in comunione, in fratellanza.

Quando la religione diventa civile perde la sua funzione profetica: il popolo di Dio in cammino annuncia l’unico  Dio. L’unica battaglia pacifica e d’amore, è quella contro gli idioti: potere, denaro, egoismo, indifferenza.

Il profeta va davanti al potente e gli dice: non licet, non si può. Il cristiano si sporca le mani, non ha nulla da insegnare, ha da testimoniare. Bisogna arrivare alla costituzione dogmatica del concilio Vaticano II: Lumen gentium, lume delle genti, che inizia con queste parole: “Cristo è la luce delle genti. Questo santo concilio, adunato nello spirito santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo a ogni creatura, illuminare tutti gli uomini con la voce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa”.

Fino a quel momento tutte le volte che il mondo ha cercato di annunciare i diritti per tutti, la Chiesa è sempre stata contro. Arriva la Rivoluzione francese, Libertè, Egalitè, Fraternitè, la Chiesa: contro. Leone XIII verso la fine dell’Ottocento fa la prima enciclica sociale, rerum novarum, la dottrina sociale della Chiesa.

A chi spara addosso? Al socialismo nascente. Il 10 dicembre 1948 viene firmata la Dichiarazione universale dei diritti umani, Pio XII nel messaggio natalizio la ignora completamente. Prima ancora c’erano stati papi che avevano donato terre: l’Africa al re del Portogallo; il nuovo mondo, scoperto da Marco Polo, al re di Spagna”. (op. cit., pag 46/47)

Sono fatti reali, “fatti testardi” (Lenin) quelli che Don Gallo elenca a proposito dell’atteggiamento generale del Vaticano rispetto alla rivoluzione francese, al socialismo, al colonialismo (Africa e America “regalate” generosamente dai papi ai feroci conquistadores iberici, ecc).

Ma forse la situazione risulta radicalmente cambiata in Vaticano, dopo il 1963/78?

Lasciamo ancora parlare la nostra coraggiosa e ben documentata fonte di informazione. Don Gallo ha infatti sottolineato, unendo il senso dell’umorismo ad una vibrante passione civile-religiosa, che “al ventesimo anno di pontificato di Wojtyla, era il 1998, mi inviarono in Rai, per una trasmissione in diretta tv, c’erano tanti collegamenti con varie personalità. Tutti prodighi ad incensare papa Giovanni Paolo II. Il conduttore, David Sassoli, oggi europarlamentare, mi chiese: “allora don Gallo ha sentito? Lei cosa dice?” risposi: “Di fronte al vescovo di Roma, che è il mio Pietro, presidente di tutta la carità universale, gioisco anch’io. Tutte queste felicitazioni, tutti questi complimenti… Visto che siamo qui vorrei fare una preghiera, una supplica al Papa: “Santo Padre come mai ha ucciso i miei maestri della Teologia della liberazione?” Li ho citati: il padre francescano Leonard Boff, il domenicano Frei Betto e il mio maestro di filosofia ai salesiani Giulio Girardi, che avevano lottato in America Latina contro le dittature, avevano aiutato i rifugiati politici, stavano dalla parte dei deboli, a rischio e pericolo della propria vita. Finita la trasmissione puoi immaginare cosa è successo…

Nel 1979 il papa va a Puebla, a dieci anni dal primo Consiglio episcopale latinoamericano che si era tenuto nel 1968 a Medellin. I vescovi non sono a contatto con la gente, vengono ospitati nei grandi alberghi. Il concilio Vaticano II, che si era concluso il 7 dicembre 1965, si era posto la seguente domanda: “Chiesa di Cristo, che cosa dici di te stessa al mondo? Che cosa dici  al mondo di Cristo, figlio di Dio morto e risorto, con il tuo modo di essere e di presentarti? Come potresti annunciare meglio, in qualunque parte della terra e in tutte le circostanze storiche, il Dio padre e madre, così come la madre di nostro Signore Gesù Cristo e il suo progetto d’amore?” La teologia della liberazione aveva preso posizione contro le dittature militari e i regimi repressivi in favore delle popolazioni più diseredate seguendo Pacem in terris che aveva messo in evidenza i valori dell’emancipazione sociale. Invece Wojtyla, dieci anni dopo a Puebla, dichiara: “La concessione di Cristo come figura politica, rivoluzionaria non è compatibile con gli insegnamenti della Chiesa”.

Padre Boff diceva che “la missione della Chiesa è quella di aiutare i poveri a prendere il loro destino in mano. La povertà non è uno stato naturale, e la lotta contro questo stato dovrebbe essere parte integrante del ministero della Chiesa”.

Il papa incaricò il cardinale Ratzinger, che presiedeva la Congregazione per la dottrina della fede, sotto la pressione dell’Opus Dei, sempre più potente, di convocare in Vaticano padre Boff accusando il movimento di mettere in discussione le “sane dottrine della Chiesa”. Successivamente fu negato anche l’appoggio della Santa Sede richiesto da monsignor Romero. Padre Girardi lo ha distrutto, fino al punto di essere costretto ad andare in psicanalisi (op. cit. pag 68/70)

Altri “fatti testardi”, impossibili da negare…

Sui rapporti di forza esistenti concretamente in Vaticano, dopo il settembre del 1978 e fino ai nostri giorni, Don Gallo riporta che “ho domandato al grande maestro monaco Arturo Paoli cosa pensa della Chiesa. Candidamente mi ha risposto: “Caro Andrea, è sede vacante”. Gli ho fatto una seconda domanda: “Se la Chiesa è sede vacante allora chi governa?” “Governa l’Opus Dei”. (pag. 71)

L’egemonia (contrastata) che è stata esercitata dall’Opus Dei in Vaticano dal 1978 fino ad oggi costituisce un altro fatto innegabile e testardo, denso di profonde conseguenze…

Ovviamente non siamo d’accordo in tutto e per tutto con Don Gallo, a partire dalla “piccola” questione di un esistenza di una divinità. Ma ti consigliamo di leggere il suo libro perché conferma, assai meglio di quanto ha cercato di fare il nostro “trio” di lavoro, proprio la riproduzione concreta di una (purtroppo egemone, fino ad ora) “linea nera” all’interno della chiesa cattolica e la sua coesistenza/lotta, spesso assai aspra, con l’opposta “linea rossa” religioso-cristiana.

Quest’ultima ben incarnata e difesa, a nostro avviso,  da preti coraggiosi come Don Gallo (tra gli altri…): degni eredi di una tradizione plurimillenaria che risale al profeta Amos, alla tradizione e alle tendenze migliori della chiesa paleocristiana, antecedente alla “grande catastrofe” introdotta all’interno del cristianesimo da Costantino, fino ad arrivare via via alla teologia della liberazione,  a Hugo Chavez ed Evo Morales. Don Gallo, ad un certo punto del suo appassionato libro, ha sottolineato con forza che “se non c’è un incontro tra marxismo umanista e cristianesimo liberatore, l’uomo non si salva”: siamo d’accordo su questo punto, Luca?

Un abbraccio ed a risentirci presto.

P.s: manda al più presto in stampa la tua nuova opera “La necessità del comunismo (e la sua presenza nell’antichità)”: come puoi ben immaginare, siamo molto interessati a leggerlo ed a confrontarci con essa.

Roberto Sidoli

Massimo Leoni

Daniele Burgio