Archivi del mese: gennaio 2012

La macchina del tempo e Marcione

Pubblichiamo per intero l’interessante critica del compagno Giulio Bonali alla prefazione del libro in fase di pubblicazione “Ratzinger o Fra Dolcino?”, con la risposta dei compagni Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio.

La redazione La Cina Rossa

Roberto Sidoli, Daniele Burgio e Massimo Leoni, in un libro intitolato  “Ratzinger o fra Dolcino?”, di imminente pubblicazione del quale é già in circolazione in Internet una anticipazione, sviluppano ed applicano alla questione religiosa la  teoria dell’ “effetto di sdoppiamento”; teoria che si propone di sviluppare e in qualche misura correggere il materialismo storico (cosa che sarebbe del tutto ovvia e pacifica in ambito scientifico, se non fosse che sul marxismo si sono purtroppo di fatto depositate nel tempo dannose “incrostazioni dogmatiche” non poche e non di poco conto); e che credo non possa non essere considerata comunque per lo meno molto interessante anche da parte di chi (e non é il caso del sottoscritto) la ritenesse sostanzialmente estranea alla concezione scientifica della storia fondata da Marx ed Engels.

Gli autori innanzitutto affermano di ritenere ancora valida la concezione materialistica classica (innanzitutto feuerbachiana) della religione come prodotto dell’azione umana, e anche come “oppio dei popoli” (Marx) per lo meno nelle sua manifestazioni letteralmente clericali al servizio del potere “dalla gerarchia sumera all’attuale gerarchia vaticana”; ma anche “sospiro della creatura oppressa” (ancora Marx) e “protesta contro la miseria”.

Inoltre affermano di ritenere sostanzialmente superata e falsificata una certa concezione semplicistica della religione come mera sovrastruttura destinata a finire quasi automaticamente con il superamento della divisione della società in classi antagonistiche, concezione che in passato aveva avuto largo corso nel movimento operaio e socialista. Infatti la pratica religiosa risponde anche ad un esigenza umana effettiva e che non é realistico ritenere superabile per lo meno in tempi ragionevolmente prevedibili, come quella di  dare un senso alla vita e una rassicurazione di fronte alla morte (su questo punto da parte mia mi sentirei di enfatizzare maggiormente il fatto che esistono comunque pure alternative filosofiche ateistiche e materialistiche in grado di affrontare non meno validamente queste reali e ineliminabili problematiche umane, anche se non posso non concordare comunque sul fatto che l’esperienza concreta sembra dimostrare che é quantomeno  dubbio che le risposte religiose possano essere mai definitivamente superate anche a livello di massa).

Scendendo più in dettaglio nell’evoluzione storica delle religioni, gli autori evidenziano la loro stretta connessione con le strutture economiche della società, e conseguentemente il netto predominio di divinità femminili nelle più antiche civiltà, per lo meno nei casi di prevalere del collettivismo, mentre con il comparire di società divise in classi antagonistiche divennero preminenti divinità maschili e si verificò lo sdoppiamento della religione: da un parte strumento di potere, dall’altra motivo ispiratore di ideali, progetti, lotte per l’equità sociale e la socializzazione dei mezzi di produzione e delle ricchezze. Contraddizione fra una “linea rossa” e una “linea nera” che é direttamente constatabile nei testi sacri di diverse correnti religiose concrete, oltre ad essersi manifestata in varie esperienze di organizzazione ecclesiale alternative a quelle dominanti e anche di lotta, sia pure finora di fatto sostanzialmente minoritarie e perdenti, comunque più o meno decise, radicali e talora inevitabilmente violente a seconda dei casi  (anche come inevitabile risposta alla ferocia che ha caratterizzato molto spesso il potere classista, nelle sue istanze religiose non meno che in quelle “civili” o più o meno conseguentemente “laiche”).

Ma lo stesso “contraltare laico” delle religioni, variamente manifestatosi come deismo, panteismo, agnosticismo o franco ateismo ha presentato anch’ esso un evidente sdoppiamento: basti pensare che accanto al marxismo si sono avute parecchie correnti culturali e politiche atee in varia misura reazionarie, dal pensiero di Nietzsche a certe correnti influenzate dal positivismo, come la “biologia sociale”, fino agli attuali spregevoli esponenti del Partito Radicale, uno dei più organici al peggiore imperialismo nordamericano.

Un’analisi più dettagliata (e critica valutazione non solo degli elementi avanzati e di forza, ma anche dei limiti ed errori delle varie esperienze) di questa dialettica rivoluzione/reazione presente sia nella storia delle religioni sia in quella del pensiero filosofico in varia misura razionalistico, a-religioso o antireligioso verrà ovviamente svolta nel libro che sta per essere edito, e che per questo si preannuncia notevolmente interessante (anche se gli autori informano che la loro analisi sarà necessariamente limitata in larga prevalenza alle correnti cristiane “occidentali” cattoliche e protestanti) ed a quelle ebraiche, non essendo possibile per la mole degli argomenti implicati estenderla a contesti geopolitici esterni al “nostro” occidente in cui viviamo); le premesse generali esposte nell’anticipazione circolante in Internet mi sembrano decisamente convincenti e ben promettenti per quanto riguarda la loro applicazione allo studio dei fatti concreti.

Un unico appunto mi sentirei di muovere a quanto anticipato anche se puramente formale e non di sostanza. Gli autori usano, per indicare l’alternativa progressista e talora francamente rivoluzionaria alla religione come “oppio dei popoli”, l’espressione di “amfetamina dei popoli”, contrapponendo la metafora di una droga eccitante a quella di una droga assopente; non trovo felice l’espressione in quanto l’amfetamina é stata una delle prime sostanze dopanti usate fin dagli anni ’50 nello sport professionistico (di nome o comunque di fatto) ormai dominato dalla logica capitalistica della ricerca del massimo profitto ad ogni costo, e per questo, da sportivo praticante (come autentico amatore, e ovviamente in limitati ritagli di tempo) mi fa personalmente un effetto negativo; a meno che non abbiano scelto questa metafora proprio per sottolineare i limiti intrinsecamente insuperabili delle credenze religiose, anche intese in senso rivoluzionario, in quanto utili e importanti ai fini della lotta per il comunismo ma pur sempre (nelle convinzioni personali degli autori -?-) false, in qualche misura artificiose; nel qual caso la troverei decisamente calzante.

La macchina del tempo e Marcione

Innanzitutto ringraziamo il compagno Giulio Bonali per l’apprezzamento generoso (troppo generoso…) da lui rivolto alle tesi esposte nella nostra prefazione del libro “Ratzinger o Fra Dolcino?”

Rispetto alle osservazioni contenute nell’ultima parte della sua risposta, accogliamo in parte la critica effettuata da Giulio sulla metafora dell’“anfetamina” da noi utilizzata pere definire l’utilizzo positivo, liberatorio ed anticlassista della religione che è stato via via proposto e messo in pratica dalla plurimillenaria “linea rossa”, partendo dal gran profeta Amos fino ad arrivare via via a Chavez ed alla Teologia della Liberazione.

Dopo aver sottolineato che purtroppo non siamo finora riusciti ad immaginare a tale fine una metafora più efficace, approfittiamo del rilievo di Giulio per evidenziare il fatto testardo (Lenin) che proprio le appassionate credenze religiose e la sede ardente in Dio (un Dio “partigiano”, che stava dalla parte degli sfruttati e degli oppressi) hanno costituito una delle molle principali dell’azione continua, molto spesso eroica, delle donne e uomini in carne ed ossa che hanno incarnato la “linea rossa” religiosa in Occidente durante gli ultimi tre millenni; che in tale coscienza collettiva si trova una (positiva, liberatoria) delle forze principali che ha permesso loro di affrontare lo scontro impari, diseguale e tremendo, con gli apparati statali classisti e le alte gerarchie ecclesiastiche filo-classiste durante gli ultimi tre millenni.

Prendiamo ad esempio la splendida “eresia” cristiana del marcionismo, su cui ci dilunghiamo nel quinto e sesto capitolo del nostro  libro: un eresia comunista ed anticlassista, che aveva al suo centro la credenza nell’esistenza di un Dio buono affiancata simultaneamente dalla presenza (egemone) di un dio malvagio, che aveva creato invece proprio il nostro triste e spietato universo.

Il marcionismo riuscì a riprodursi per ben sette secoli, dal 144 d.C. fino alla fine del nono, a dispetto delle feroci e spietate repressioni a cui venne sottoposto dalle autorità pagano-romane prima, e cattoliche/ortodosse dopo il 391 d.C.

Riuscì a riprodursi come forza antagonista per ben sette secoli, a dispetto del fatto che le autorità “cristiane” prevedessero (ed applicassero senza esitazione) una sola pena per i cristiani marcioniti caduti nelle loro grinfie, e cioè… la morte sul rogo.

Riuscì a riprodursi per ben sette secoli a dispetto di una superiorità schiacciante dei seguaci del “dio-malvagio”, e cioè gli sfruttatori, le alte gerarchie ecclesiastiche e gli apparati statali da loro controllati, che riuscivano inoltre ad egemonizzare/neutralizzare le coscienze di gran parte degli sfruttati e delle masse popolari durante quei lunghi, interminabili sette secoli.

E resistettero anche perché credevano in un Dio buono, generoso, dalla “parte dei poveri”.

Ora, Giulio,  immaginiamoci per un attimo di avere magicamente a disposizione una “macchina del tempo”, capace magicamente di trasportarci indietro nel tempo e di metterci magicamente in contatto diretto il superclandestino gruppo eretico dei marcioniti, diciamo all’inizio del settimo secolo a Costantinopoli ed ai tempi dell’imperatore Maurizio.

Da atei quali siamo, cosa diremmo a quegli eroici perseguitati?

Forse “cari compagni/fratelli, vi ammiriamo per il vostro coraggio e siamo in piena sintonia con la vostra scelta di campo comunista ed anticlassista, fraterna e cooperativa.

Purtroppo dobbiamo darvi, anche se con grande dispiacere, una brutta notizia.

Non esiste il dio malvagio, ma neanche il Dio buono che avrebbe mandato Gesù per darci una speranza di liberazione dallo sfruttamento, dall’egemonismo e dalla violenza.

In estrema sintesi, siete soli ed isolati di fronte a nemici attualmente superpotenti, superarmati, superricchi e superorganizzati, almeno al vostro (nostro) confronto. Se sarete costretti a salire sul rogo, una volta caduti nella mani del nemico, non aspettatevi certo un aiuto divino e/o un esistenza ultraterrena”.

Lo faremmo questo “discorsetto” Giulio?

Oppure… entreremmo invece nelle loro fila, dando una piccola mano “militante” alla loro organizzazione comunista di matrice religiosa?

Oppure staremmo semplicemente in silenzio, ad ascoltare la narrazione della loro eroica plurisecolare storia di lotta e persecuzioni, animata e sostenuta principalmente dalla fede sicura, limpida ed incrollabile nell’esistenza di un Dio buono e salvifico?

È solo in questo senso, più che rispettoso, ch abbiamo utilizzato il termine e la metafora dell’“anfetamina” dei popoli per descrivere la pratica della “linea rossa” religiosa e la sua appassionata fiducia nell’esistenza di un Dio che “sta con gli oppressi”.

Per quanto riguarda invece i limiti intrinseci della prospettiva/azione di quest’ultima, ai nostri giorni ed all’inizio del terzo millennio, si tratta di una questione che a nostro avviso verrà risolta solo dalla pratica collettiva, del presente e del prossimo futuro.

Dalla pratica di Chavez,  Morales, Correa e soprattutto dalle masse popolari che li sostengono, ad esempio, ma anche dalla pratica dei comunisti-marxisti, atei e/o agnostici.

E su questo punto Giulio, siamo sicuri di avere il tuo consenso quando rileviamo auto criticamente che i marxisti del mondo occidentale (a partire dal nostro “trio”) si sono come minimo “addormentati” negli ultimi decenni. Ci serve tanta “caffeina” per risvegliarci e superare i nostri attuali, reali “limiti intrinseci”, le nostre reali debolezze ed errori.

Un saluto affettuoso ed a risentirci a presto.

Roberto Sidoli

Massimo Leoni

Daniele Burgio

20 gennaio 2012

Cina: la prima potenza economica del pianeta

Nel 2011 il prodotto interno lordo della Cina è aumentato del 9,2 per cento (circa 7500 miliardi di dollari) rispetto all’anno precedente, contro il modesto (ed “iperdrogato”) incremento del 2 per cento circa raggiunto dal PIL degli USA nell’anno passato.

La  crescente superiorità cinese sul piano economico è dimostrata dal dato relativo alla produzione industriale. Anche senza tener conto del decisivo criterio della parità del potere d’acquisto su scala internazionale e per il confronto Cina-USA, persino l’istituto occidentale IHS Global Insight ha dovuto riconoscere che ancora nel 2010 il gigante asiatico aveva superato Washington, producendo 2000 miliardi di dollari di output contro la quota di 1950 miliardi raggiunta dagli Stati Uniti, mettendo fine ad un egemonia che durava da ben 110 anni.[1]

Ma non solo. Anche rispetto alla  vendita di computer, è risultato che nel corso del secondo trimestre del 2011 si è assistito al sorpasso cinese sugli USA in una delle loro tradizionali roccaforti: infatti tra l’aprile ed il giugno del 2011 le aziende cinesi hanno venduto 18,5 milioni di personal computer, distanziando il dato statunitense rimasto fermo a 17,7 milioni di unità.[2]

Altro piccolo indizio della tendenza generale, durante il terzo quadrimestre del 2011 la Cina ha superato gli USA come consumatore di smartphone: 23,9 milioni di unità nel gigantesco paese asiatico, contro 23,3 milioni in terra americana.[3]

Ultimo “fatto testardo” (Lenin), la Cina ha superato gli USA nel corso del 2011 anche nel campo della produzione dell’energia eolica: “l’economia verde” si sta tingendo di rosso…[4]


[1] The Huffington Post, “China Edges ahead of US in manifacturing”, 14 marzo 2011; The Economist, 18 dicembre 2010 “America surrenders to China””

[2] New York Times, “China overtakes US in PC shipments”, 23 agosto 2011

[3] “China overtakes US as largest smartphone market”, 24/11/11, in www.smartgroup.org

[4] “China getting ready to overtake US as wind Energy leader”, in www.greenoilplantations.com

“Un confronto tra Cina e India”

Amartya Sen, studioso indiano divenuto premio Nobel per l’economia, risulta sicuramente di fede anticomunista oltre ad essere un critico severo del partito comunista cinese.

Tuttavia, dimostrando un’onestà intellettuale assai rara nel fronte anticomunista, ha invitato gli intellettuali e l’opinione pubblica occidentale “A smetterla con l’ossessione dei raffronti sulla crescita economica tra India e Cina”, per paragonare invece questi due paesi su altri fronti: istruzione, salute, longevità. E qui le sorprese sono amare: Sen snocciola dati tutt’altro che positivi per il suo paese. Usando le statistiche imparziali della Banca mondiale e delle Nazioni Unite, ci ricorda che “alla nascita un cinese ha un’aspettativa di vita media di 73 anni e mezzo, un indiano di 64 anni; la mortalità infantile è al 66 per mille in India e solo al 19 per mille in Cina; la mortalità delle madri al parto è 230 ogni 100.000 nascite in India, contro 38 in Cina”. Poi passa il paragone tra i sistemi scolastici: i bambini indiani in media vanno a scuola per soli quattro anni e mezzo, quelli cinesi per sette anni e mezzo; il 74 per cento della popolazione indiana sa leggere e scrivere, ma in Cina la percentuale raggiunge il 94 per cento. Nuova Delhi ha fatto sforzi considerevoli per migliorare l’istruzione delle bambine, e i risultati si vedono: nella generazione tra i 15 e i 24 anni di età il tasso di alfabetizzazione femminile è aumentato molto, raggiungendo l’80 per cento, ma in Cina è al 99 per cento”.

Sono dati di fatto innegabili citati anche in un libro di F. Rampini (“Alla mia Sinistra”, ed. Mondadori), e che dimostrano i risultati indiscutibili raggiunti in campo socioeconomico dalla Cina (prevalentemente) socialista nel corso degli ultimi decenni.