Archivi del mese: marzo 2012

IL PACIFISMO IN TIBET

Secondo Stephanie Bridgen, direttrice di Free Tibet, associazione per la difesa dei diritti umani “di tutti i movimenti di liberazione del mondo”, quello tibetano è probabilmente il più conosciuto per il suo pacifismo”.[1]

A quale pacifismo si riferisce?

Probabilmente si riferisce al pacifismo del teocrate feudatario Dalai Lama, che deteneva il 90% dei tibetani in servitù della gleba vera e propria, senza alcun diritto politico-sociale, oltre che nell’analfabetismo, trattando inoltre le donne  come schiave che dovevano servire nella casa dei feudatari monaci, in completa balia dei loro abusi e capricci.

Nel pacifico  Tibet feudale del Dalai Lama non c’erano radio, macchine, aeroporti o ferrovie e l’area era diventata la regione più arretrata del mondo, oltre che una delle più povere.

La figura del Dalai Lama era da molti secoli a capo della struttura socioeconomica e politica tibetana, cosicché il Dalai Lama attuale rimase pienamente corresponsabile dei suoi orrori, a partire dalla servitù della gleba, fino al 1959.[2]

Il Tibet pre-rivoluzionario era una regione totalmente sottosviluppata: non possedeva alcun sistema viario, le sole piste erano quelle della preghiera. Era una teocrazia feudale basata su agricoltura, servitù e schiavitù, dove i figli dei servi erano registrati  fra le proprietà del loro Signore.
Non vi erano scuole, eccetto i monasteri in cui (pochi) giovani studiavano canti, mentre il totale degli studenti presenti in scuole private era di 600: l’educazione per le donne era totalmente sconosciuta e non vi era alcuna forma di assistenza sanitaria, non vi erano ospedali in tutto il Tibet.
Un centinaio di famiglie nobili e gli abati dei monasteri – anche essi membri di famiglie nobili – possedevano             invece             tutto.
Il Dalai Lama viveva nelle 1000 stanze del palazzo di Potala. Tradizionalmente scelto nella sua infanzia fra i giovani delle famiglie potenti, egli rimaneva poi come un pupazzo sotto il controllo del notabilato che lo seguiva.
Per il contadino medio la vita era breve e misera, il Tibet aveva il più alto tasso di tubercolosi e mortalità infantile nel mondo.[3]

Allora, veramente quello tibetano era il sistema più pacifico al mondo? Riportiamo un articolo scritto da Sara Flounders: “il Dalai Lama e’ veramente un uomo non-politico? Se così fosse, perché questo “santo” che si ritiene non ammazzerebbe un insetto, ha appoggiato i bombardamenti NATO sulla Jugoslavia? Le persone interessate alle questioni di carattere sociale dovrebbero sapere che, […] il Dalai Lama denuncia l’aborto, tutte le forme di controllo delle nascite e l’omosessualità. [4]

E’ uno strano movimento pacifico e pacifista, quello tibetano.

Ancora nel 2008, alcuni monaci sono stati trovati in possesso di armi e munizioni per commettere attività criminali, saccheggiare, distruggere proprietà, incendiare ed auto-immolarsi. Un’articolo dell’aprile del 2011 riporta notizie di monaci tibetani trovati a trasgredire le discipline buddiste, ubriachi e con armi che sarebbero servite per attività criminali. Cosa ancora più grave è la denuncia della polizia, fatta a dei monaci che hanno impedito le cure verso un altro monaco che si era auto immolato. Il monaco in questione è morto perché doveva servire alla causa![5]

E’ uno strano movimento pacifico e pacifista, quello dei monaci tibetani, che il 31 gennaio del 2012 avevano attaccato negozi, strutture bancarie, veicoli della polizia e dei pompieri presso una stazione di polizia con bombe molotov, coltelli e pietre, nella regione del Sichuan.  Almeno una persona è stata uccisa. Molti altri, poliziotti compresi, sono rimasti feriti.

Il ministro degli esteri cinese Hong Lei, ha accusato le potenze straniere di strumentalizzare la questione tibetana e di mettere in  cattiva luce il partito: “i tentativi di gruppi secessionisti con base all’estero è quello di usare il Tibet per distorcere la verità e gettare discredito sul governo”.[6]

Ecco invece quali sono i pacifici fatti concreti che ha dato e sta dando il governo cinese alla popolazione tibetana.

1)      Tutela del diritto alla libertà di credenza religiosa.

Il Tibet è una delle regioni etniche della Cina, e la maggior parte degli abitanti crede nel buddhismo tibetano. Dal momento della liberazione pacifica del Tibet nel 1951, e in particolare dopo l’introduzione della riforma e le politiche di apertura nel 1979, il diritto dei cittadini alla libertà di credo religioso è stato completamente effettuato in tutto il Tibet.

Con il forte sostegno del governo centrale, una serie di importanti siti religiosi sono stati riparati in Tibet. Dal 1980, le autorità centrali finanziarie hanno stanziato oltre 700 milioni di yuan per riparare e mantenere i templi del Tibet, pagode, palazzi, e altri siti religiosi tra cui il monastero Sera, monastero di Drepung, Monastero di Gandan, il Monastero di Tashilhunpo, il Monastero Sagya, il Monastero di Jokhang, il monastero di Samye, e Monastero Shalu a Lhasa, e molti templi di piccole e medie imprese. Dal 1989 al 1994, lo Stato ha assegnato più di 55 milioni di yuan di fondi speciali e grandi quantità di oro e argento per il mantenimento del Palazzo Potala – un evento senza precedenti nella storia della tutela dei beni nella nuova Cina.    Dall’inizio di giugno 2002, il paese ha aggiunto ulteriori 330 milioni di yuan per riparare le tre reliquie culturali più importanti         in Tibet: il Palazzo Potala, i monasteri Lingka, Norbu  e il  monastero Sagya. Questo è stato il più grande lavoro di manutenzione del patrimonio in Tibet dalla fondazione della Nuova Cina.[7]

Al momento ci sono in Tibet oltre 1700 posti per le attività buddhiste e un totale di 46000 tra monaci e monache residenti.

Nel 2011 a ben 223 monaci e monache del monastero Tsurphu, oggi viene garantito un’indennità pari a 360 yuan (57,20 dollari) al mese per poter migliorare le loro condizioni di vita.[8]

2)      Sono stati stanziati oltre 17 miliardi di yuan per migliorare le infrastrutture, le forniture dell’acqua, di alimentatori elettrici, per il traffico e le comunicazioni nelle zone rurali in Tibet per l’anno           2012.
Dice Tsewang: “Gli abitanti dei villaggi vivevano in tende, utilizzavano lampade a olio e viaggiavano a cavallo, non avevano nulla di costoso e i loro figli non potevano ricevere una buona           istruzione.”
Con la ricostruzione della nuova campagna, grandi cambiamenti hanno avuto luogo nel villaggio di Rongnado. “Tutto può essere attribuito alla realizzazione del progetto di edilizia abitativa”, ha detto Tsewang. “Il pastore può ricevere un sussidio di almeno 20.000 yuan al mese dal governo per costruirsi una casa.”
“Ora, vendendo i nostri prodotti viviamo una vita più agiata”[9]

Solo per la parte sud-occidentale della regione tibetana sono stati stanziati più di 8 miliardi di  yuan (1,3 miliardi di dollari) quest’anno: il fondo è il 68,4% più grande rispetto allo scorso anno, e saranno utilizzati per la costruzione di infrastrutture rurali e gli aiuti agricoli […]. Secondo i dati della regione, il reddito pro-capite dei contadini e pastori è salito del 13,6%.

Altri finanziamenti servono invece per la costruzione della nuova linea  ferroviaria che collegherà Lhasa alla sua seconda città più grande, Xigaze: La tratta è in pieno svolgimento e sarà completata entro il 2015. Già a partire dalla fine del 2011, 3,4 miliardi di yuan (pari a 538 milioni dollari), sono  stati versati nella Lhasa-Xigaze, cioè circa un quarto del budget totale del progetto.

La ferrovia, la prima in estensione del Qinghai-Tibet Railway, che a sua volta è stata inaugurata  nel luglio 2006, risultò uno dei progetti di costruzione più importanti della regione, durante il periodo che va dal 2011 al 2015. Il capo della commissione, Jin Shixun ha riferito che i lavoratori edili  hanno finito di costruire 14,8 milioni di metri cubi di massicciata, circa il 77 per cento del totale. Hanno inoltre costruito il 40 per cento delle gallerie lungo la strada. La costruzione, iniziata nel settembre 2010 con un badget di 13,3 miliardi di yuan ( 2,1 miliardi di dollari), attraverserà cinque province per un totale di 253 km di cui 90 nel gran canyon del Yarlung Zambo.  Jin ha anche detto che il nuovo collegamento ferroviario giocherà un ruolo vitale nel promuovere il turismo e accelerare il trasporto delle risorse naturali.

Xigaze, con più di 600 anni di storia, è la seconda città più grande del Tibet  e sede tradizionale del Panchem Lama, oltre ad essere il centro amministrativo della provincia tibetana, che con con i suoi 1.822.000 km quadrati confina con l’India, il Nepal e il Bhutan comprendendo il famoso monte Qomolangma (Monte Everest).
E’ in corso la costruzione di un’altra rete ferroviaria che va da Lhasa a Nyingchi, con un  progetto già partito nel 2011 che sarà realizzato entro il 2015.[10]
sono aumentati anche i turisti internazionali saliti a 270.000, più 18,6 per cento: i proventi del turismo della regione lo scorso anno hanno sfiorato i 9,7 miliardi di yuan (1,54miliardi di dollari Usa), in crescita del 35,8.[11]

3)      Cure gratuite a bambini affetti da cardiopatie congenite.

Dopo le cure ricevute gratuitamente, sei bambini tibetani affetti da cardiopatia congenita hanno lasciato la capitale cinese Pechino,  per la loro città  natale in Tibet, l’8 febbraio 2012.
In Cina il  General Hospital ha infatti avviato un programma per fornire cure gratuite per i bambini tibetani affetti da cardiopatia congenita e i  20 bambini fanno parte di altri gruppi di bambini  tibetani  affetti da malattie cardiache congenite che avevano già ricevuto cure gratuite. Entro la fine dell’anno, il programma sarà inoltre condotto nelle zone rurali del Tibet e più bambini avranno maggiori possibilità di vivere in buona salute.[12]

4)      Oltre il 40% dei quadri tibetani sono donne.

In Tibet, la Federazione delle donne tibetane, a nome della presidente della Tibetan Women Federation signora Tsamcho, riferisce che sono migliorati i diritti delle donne in tutti i settori della vita nella regione con l’aumento dello status politico e sociale. Allo stato attuale, un gran numero di donne, occupa posizioni di alto livello presso le istituzioni governative. Le donne, già “reggono l’altra metà del Cielo” nella vita sociale del processo decisionale e di gestione.
Ormai, le donne rappresentano oltre il 41,4 per cento di tutti i quadri in Tibet e circa il 34 per cento del personale delle istituzioni di governo “.
Dal 1959, le donne tibetane sono state testimoni dei progressi nella loro vita, specialmente nella loro lotta riguardo lo status sociale e del moderno sviluppo raggiunto dal Tibet stesso.
Sempre la signora Tsamcho, riferisce che all’interno del Congresso del Popolo in Tibet, oggi le donne costituiscono il 22 per cento dei deputati  e il 20,6 per cento dei membri del comitato regionale  della Conferenza consultiva politica del popolo cinese.
In passato, le donne tibetane sono state infatti oggetto ad abusi di potere politico, all’autoritarismo dei clan, dei funzionari religiosi e dei mariti.
21 febbraio 2012

Fonte Xinhua[13]

5)      Commercio on-line attraverso Internet.

Grazie alle infrastrutture legate ad internet e la crescente rete logistica, aumenta l’acquisto online a livello mondiale. Tsangyang Chodron,  proprietario di un negozio di alimentari a Xianzudao, giorni fa ha ordinato una stufa elettrica sempre online. “E’ così caldo adesso in casa”, dice ridendo, “ho solo bisogno di fare un clic col mouse e gli acquisti mi saranno consegnati davanti alla porta”.

In effetti, come Tsangyang Chodron, sempre più persone a Lhasa scelgono di acquistare merci attraverso Internet.

“Preferisco comprare libri online”, ha detto Lomu, uno studente giovane della Tibet University. “Le vendite online sono molto più economici rispetto a quelli nei negozi o mercati tradizionali, e noi siamo liberi di scegliere tra diverse varietà e modelli.”
Ma l’acquisto on-line non è fine a se stessa, e  Lomu ha insegnato questa cosa nuova ai suoi familiari  che vivono in Nyingchi nel sud-est del Tibet.

Solo un paio di anni fa, la maggior parte delle aziende online si rifiutava di consegnare le merci in aree remote perché il sistema logistico ritardava i trasporti nella regione tibetana.
Tuttavia, assistendo al rapido sviluppo dei commerci online, le principali aziende hanno creato un business-plan dettagliato per il loro funzionamento nella regione tibetana, espandendo sempre più la propria copertura delle attività commerciali.
I dati ufficiali indicano infine che entro la fine del 2011, la popolazione degli utenti di Internet in Tibet ha raggiunto quota 1.325.000, che indica un significativo tasso complessivo di copertura del 45,7%, che dovrebbe continuare a crescere  ulteriormente e favorire lo sviluppo del business online in tutta la regione.[14]

 

Fatti concreti, non parole…

In breve, il pacifismo non può esistere in Tibet solo con le sole (e presunte) buone intenzioni: come la direttrice di Free Tibet Stephanie Bridgen, così tanti altri nel corso del tempo hanno dipinto il Tibet dei vari Dalai Lama e l’operato dei Dalai Lama come il più pacifico al mondo![15]

I pacifisti come Stephanie Bridgen che tanto decantano la figura pacifica del Dalai Lama, dovrebbero anche avere il coraggio di dire perché la Cia già dal 1955 iniziò a costruire un esercito controrivoluzionario in Tibet, molto simile ai Contras in Nicaragua: dall’inizio del 1960, inoltre la comunità tibetana in esilio ha intascato segretamente 1,7 milioni di dollari all’anno dalla CIA, come accertato dalla documentazione rilasciata dal Ministero degli Affari Esteri USA nel 1998.

Quando  questo fatto è stato pubblicizzato, l’organizzazione del Dalai Lama ha emesso un comunicato ammettendo che aveva ricevuto alcuni milioni di dollari dalla CIA durante gli anni ’60, per inviare squadre armate di esiliati in Tibet per contrastare la rivoluzione maoista: il Dalai Lama riceveva per sé 186.000 dollari all’anno, rendendolo così di fatto un agente ufficiale pagato dalla CIA, mentre anche i servizi segreti indiani hanno finanziato altri esiliati tibetani.[16]

In seguito lo stesso ammontare è stato versato tramite la dotazione del NED, una organizzazione non governativa USA il cui budget è alimentato dal Congresso; il Dalai Lama dice che i suoi due fratelli gestiscono «gli affari», ed essi (Thubten Norbu, un lama di rango superiore e Gyalo Thondrup) erano stati arruolati già dalla CIA dal 1951, il primo per raccogliere fondi e dirigere la propaganda e il secondo per organizzare la resistenza armata.

Secondo noi il vero pacifismo è quello espresso e concretizzato con “fatti testardi” (Lenin) dal governo centrale e dal partito comunista cinese. Un pacifismo fatto di finanziamenti economici, libertà religiosa e diritti per tutti, che hanno consentito, – come i fatti e le testimonianze riportati dimostrano – e consentono tuttora, di creare continuamente benessere e progresso. Benessere e progresso anche per le donne signora Stephanie Bridgen! Un pacifismo, quello cinese, fatto di libertà religiosa, strade, ospedali, ferrovie, incremento del turismo, di diritti per le donne nella politica e negli affari sociali e negli acquisti on-line. Un pacifismo a cui noi occidentali -uomini e donne- dovremmo prestare più attenzione, non alle belle parole che escono dai bei visi di attori americani ed europei a quello che dicono e che Hollywood ci fa vedere. Ma ai veri cambiamenti che portano progresso e che migliorano la qualità della vita della popolazione in Tibet. La paura che il comunismo possa portare benessere in Tibet (e perché no anche nel resto del mondo) è tale… che forse è meglio chiudere gli occhi e credere che invece tutto il nostro profondo malessere, procurato invece dal capitalismo, sia solo una fase di passaggio.

Una strana fase di passaggio che, invece di progredire, ci sta riportando indietro all’epoca del feudalesimo tibetano (in Italia c’ha pensato il fascismo, in Sudamerica, Iraq, Afghanistan, ecc. invece le dittature e le democrazie  americane ed europee) e al potere del teocrate feudatario Dalai Lama. Potere di vita e di morte sulla povera gente, come potere di vita e di morte ce l’hanno ancor di più in questi ultimi anni i “nuovi” feudatari di Wall Street, della BCE, ecc.

Questi signori, che forse in cuor loro si credono un po’ dei “pacifici” Dalai Lama, hanno fatto diventare povera gente il popolo greco e porteranno noi lavoratori “benestanti” italiani ed europei, a vivere in un futuro non troppo lontano come viveva il popolo tibetano pre-1951. Oggi ci è concesso salire sulle torri e sulle gru, ma quando e se cesseremo di avere quel poco che ci resta in termini di forza contrattuale, di diritti civili e soprattutto di dignità umana (che a qualcuno tra gli italiani/europei licenziati ha già perso), diventeremo schiavi della gleba come il popolo tibetano degli anni ‘40 e ’50 e allora, e solo allora, capiremo l’importanza e la differenza che c’è tra le belle parole alla Stephanie Bridgen e le riforme praticate  concretamente  dai comunisti cinesi!

Tirando le somme possiamo tranquillamente dire che possiamo scegliere tra due diversi modi di applicare il pacifismo nel Tibet (e non solo). Quello appoggiato dai vari Stephanie Bridges, e cioè il pacifismo del Dalai Lama e della sua cricca che ancora oggi vuole riportare il Tibet agli anni ’40, fatta di povertà, miseria e schiavismo, che ben si inserisce in quella che noi definiamo “linea nera” classista, egemone e sfruttatrice; oppure il pacifismo fatto di benessere e prosperità alla cinese che ben si inserisce nella “linea rossa”, cooperativistica, collettivistica e comunitaria. Un pacifismo “comunista e rosso” che è quello che noi preferiamo.

Cari compagni, un effetto di sdoppiamento su cui riflettere.

 

Redazione La Cinarossa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Stephanie Bridgen, direttrice Free Tibet, associazione pro-Tibet

[2] www.lacinarossa.net

[3] Sara Flounders, www.workersword.org, 26 agosto 1999

[4] Sara Flounders, … 26 agosto 1999

[5] Fonte Xinhua, 26 aprile 2011

[6] Fonte Xinhua    6 febbraio 2012

[7] Quotidiano del Popolo on.line, 8 aprile 2008

[8] Fonte Xinhua  11 febbraio 2012

[9] Fonte Xinhua, 17 gennaio 2012

[10] Fonte China.org.cn, 20 gennaio 2012

[11] Fonte Xinhua, 14 febbraio 2012

[12] Fonte Xinhua, 10 febbraio 2012

[13] Fonte xinhua  21 febbraio 2012

[14] Fonte Cina Tibet online, 17 gennaio 2012

[15] Stephanie Bridges, direttrice dell’Associazione Free Tibet

[16] Michael Parenti, Feudalesimo bonario, il mito del Tibet

“Cristianesimo, socialismo e marxismo”

La Cooperativa Editrice Aurora pubblicherà verso la metà del mese di marzo il libro “Ratzinger o Fra Dolcino?” L’effetto di sdoppiamento nella religione occidentale di Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio, con l’intervento di Bruno Casati.

Dal profeta Amos a Chavez, da Marcione alla teologia della liberazione, da Dolcino fino a don Gallo, emerge il processo di sviluppo plurimillenario della “linea rossa” comunista in campo religioso all’interno del mondo occidentale, nella coesistenza/lotta di lunga durata con il suo avversario storico, la “linea nera” classista risultata finora in genere nella pratica e coscienza collettiva dei  credenti dell’area geopolitica occidentale.

Per prenotare il libro (prezzo euro 12,00), si può telefonare allo 02-29405405 presso il centro Culturale Concetto Marchesi (via Spallanzani 6 Milano), oppure Daniele Burgio 329 5932234

Grazie.

Pubblichiamo uno stimolante scritto di Angelo Ruggeri, intitolato “Cristianesimo, socialismo e marxismo” assieme ad una replica di R. Sidoli, M. Leoni e D. Burgio, nell’ambito del dibattito sorto riguardo sia al libro “Ratzinger o frà Dolcino” che all’effetto di sdoppiamento all’interno della religione, in primo luogo nell’area occidentale.

Angelo Ruggeri:

“La missione della Chiesa e il Regno di Dio è la reale liberazione degli uomini da ogni male. E fin quando il processo di liberazione dell’uomo è e resta incompiuto non si può ridurre Marx a un ideologo della prima rivoluzione industriale, in quanto il marxismo pensa all’uomo e al mondo concreto non con i piedi per aria, è filosofia della prassi, ortoprassia per la reale liberazione e critica di un processo storico a cui aderisce e si rinnova seguendo i processi storico in corso”.Giuseppe Pirola s.j (Epistolario con an.ru.)

(nessuno nella c.d. “sinistra” potrebbe dire meglio, neanche chi fa della filologia marxista, o fa l’esegeta delle parole di Marx e fa del marxismo letterario anziché il marxismo politico sociale, cadenzato sulla critica del processo storico – e dell’economia e del diritto dello stato – a cui aderisce e applicandolo ai processi storici che sono oggi in corso.)

“Ma dove sono ormai i marxisti meglio i marxiani, con cui ho lavorato una vita? Figure esemplari di uomini tanto onesti quanto poveri per sobrietà di vita…Sono diventati tutti.. cardinali.. Sedie e non idee proprie e critiche. Il programma di destra ve lo facciamo noi, i prodi di… Prodi. Che compagnia né di Gesù, né di Marx… Ma noi non molliamo, vero? Continua a tenere duro.

Ciao e buon lavoro e buon Anno. Giuseppe Pirola s.j. (Epistolario, idem)

Re: Eh, sì, caro Angelo è proprio vero e chiaro. Ci vuole la sinistra al potere perché la politica sia di destra in modo efficace cioè comandi la “destra rosa bolognese”.. Così gli operai filano ..Siamo tutti occidentalisti… specie dopo che papa Giovanni XXIII aveva posto fine all’Occidentalismo della Chiesa. Sempre in anticipo …inutilmente… Giuseppe Pirola

—– Original Message —– From: Angelo Ruggeri To:Giuseppe Pirola Sent: Wednesday, May 11, 2005 6:46 PM Subject: La destra sè desta. CGIL-DS rilanciamo il classismo e pure l’Occidentalismo (col segretario PD Fassino). Classismo reazionario e “occidentalismo”. La destra se desta, a “sinistra”. E Fassino impazza sulla stampa “libera” per chi la possiede.

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Ci è stato chiesta da parte dei tre autori Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Daniele Burgio (Caro Angelo,…ti chiediamo gentilmente di leggere lo scritto e se puoi di darci una tua
critica”)
 una valutazione critica del loro libro intitolato “Ratzinger o Fra Dolcino?” – di cui ci hanno fatto pervenire la prefazione e il capitolo intitolato “Cristianesimo, socialismo e marxismo”.

Alcuni titoli dei capitolati sono: “Gesù di Nazareth, il “primo socialista”. Le comunità politico-religiose degli esseni e di Qumran, basate entrambe su un modo di vita e produzione collettivistico. Amos e Isaia, profeti “rossi” dell’Antico Testamento. Fra Dolcino e T. Muntzer, rivoluzionari comunisti e cristiani. Le organizzazioni “eretiche” cristiane, dagli eroici marcioniti agli anabattisti rivoluzionari della Comune di Munster, con la loro scelta di campo allo stesso tempo comunista e religiosa. I cristiani per il socialismo, il cristiano-marxista Chavez, ecc.”

Come si può capire già da questi titolati, il libro compie una analisi storica e filologica identificando un perenne lotta einterconnessione interna al cristianesimo tra una “linea rossa collocata agli antipodi del processo di accumulazione di ricchezze portato avanti negli ultimi millenni dalle religioni dominanti nelle società classiste” e una linea nera filo classista  svolta dagli apparati e vertici ecclesiastici parallelamente alla forte “linea nera” che dall’interno del pensiero laicista-scettico e fino ad arrivare a Nietzsche ed ai suoi emuli, si è sviluppata anche una particolare forma di ateismo che, più o meno apertamente, ha sostenuto i rapporti di produzione e distribuzione basati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Una tale ricostruzione storica è indubbiamente utile per un altrettanto utile sviluppo di un dibattito in quanto offre i presupposti non astratti – pur sempre da sottoporre ad analisi secondo le incalzante dinamiche dei processi in corso – per leggere il ruolo della religione in particolare del cristianesimo e della chiesa cattolica, in relazione agli aspetti della vita (anche attuale e quotidiana) regolati nella vita economica, sociale e civile dagli ordinamenti politici e istituzionali dello stato (nazionale e delle sue proiezioni sovranazionali) che in quanto forma storica della “questione sociale” è “sovrastruttura” dei rapporti sociali e di produzione storicamente determinati, quindi della questione del rapporto tra struttura e sovrastruttura anticipata da Marx e sviluppata al massimo grado da A. Gramsci.

Noi che non siamo “NE TEISTI NE ATEISTI” (come ebbe a dire una volta anche E. Berlinguer), ne storici della religione ne filologi, ci compete di più, per quanto ci è possibile, di rapportare e riportare alla ricaduta politica e sociale che hanno avuto e mantengono la religioni e la chiesa cattolica, intesa come comunità e non solo ed anzi meno come istituzione, nella prospettiva storica dei fatti e degli avvenimenti e della incidenza che hanno avuto sugli sviluppi della cultura e la capacità di fornire una identità ai valori nell’evoluzione della civiltà e dei processi attualmente in corso.

In tal senso, volendo procedere per gradi e nei limiti del possibile e brevi, ripercorrere il nesso tra passato e futuro, già assunto a suo tempo da Novalis per stabilire un nesso tra continuità degli eventi biblici e storia moderna delle verità sia religiosa che storica; anziché dal passato all’oggi ci sembra, viceversa, utile procedere semmai, a ritroso, dall’oggi alla passato prossimo. Quanto meno a quello tuttora attuale, della definizione della base teorica marxiana a proposito della religione, di cui gli autori del libro sopra citati sono tra i pochi a dimostrare di aver capito e giustamente inteso ciò che ha veramente detto Marx a proposito della religione. E ciò che ha veramente detto è l’opposto di quello che invece viene generalmente citato, come se Marx avesse detto che la religione è l’oppio “per” il popolo (qualcosa cioè per cui il popolo viene narcotizzato dall’esterno); mentre viene del tutto silenziato e trascurato il passo che precede, in cui Marx dimostra di vedere più acutamente e più in profondità dei giovani hegeliani (che aspettavano dall’ateismo la liberazione dell’uomo) per cui concepisce la critica della religione “come la premessa di tutte le critiche”, capendo perfettamente che il problema era la liberazione dalla prigionia terrena, e non da quella celeste, ma vede nella religione tanto “l’espressione della vera miseria” quanto “la protesta contro la vera miseria”.

“La religione è il gemito della creatura oppressa, l’anima di un mondo senza cuore, di un mondo che è lo spirito di situazioni senza spirito”(…). Marx, (

Critica delle filosofia del diritto di Hegel).

“L’ateismo come negazione di questa mancanza di essenza (della natura e dell’uomo) non ha più senso, poiché l’ateismo è una negazione di Dio e pone con questa negazione l’esistenza dell’uomo…” Marx,

(Manoscritti economico-filosofici)

Per cominciare, ci sembra proficuo “approfittare” e introdurre – anche per coinvolgere almeno qualcuno dei diversi messaggi a cui non sempre riusciamo a dare risposta in tempo reale. se non anche, spesso, in tempi talvolta lunghi, verso i quali siamo debitori – uno scritto di Leonardo Boff (inviato ci da M. Tamborini che ringrazio), col quale, confrontarsi, implica riconoscere ancora l’attualità dell’analisi marxiana, seppur sia indispensabile superare la visione eurocentrica del marxismo “ortodosso”, a proposito del quale ci sembra di consentire con Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Daniele Burgio, la dove scrivono:

“risulta ormai necessario modificare una parte consistente dell’ormai consolidata analisi marxista sulla pratica religiosa, presa nella globalità…” pur ritenendo, certamente, “ancora valido il nucleo fondamentale della valutazione espressa dal marxismo “classico” sia rispetto alla genesi della religione, da intendersi come il prodotto dell’azione umana…”sia per l’uso che attribuendola a Marx, è stato fatto della definizione della religione come “oppio dei popoli” nella “sua particolare versione, quale quella fornita dagli apparati ecclesiastici collegati strettamente al potere politico e agli organi statali, a partire dalla teocrazia sumera”

In tal modo, per un verso, si è occultato, intanto, che “il cristianesimo nei duemila anni non è mai stato uguale a se stesso” (…) e che le vicende storiche hanno un peso rilevante sulle mutazioni dottrinali stesse (G. Pirola, Fenomenologia e società, 2003, n.2); nonché quella identificazione del proletariato con le comunità messianiche dell’Apocalisse richiamata, in tempi recenti, da Taubes (Escatologia occidentale, 1997) per – come ha osservato salvatore d’Albergo in Cristianesimo ed Europa, Fenomenologia e società – quella lettura di Marx sul salto dal regno della “necessità” al regno della “libertà” che culmina nella conclusione che l’uomo trova il suo centro in Dio quale misura del sacro inteso come “lo scandalo che scuote le strutture del mondo” (Taubes, idem)

Cito dall’Epistolario con Padre Giuseppe Pirola che mi scriveva:

NB: I primi capitoli (2-3) della Bibbia non narrano l’origine del mondo fisico, ma l’origine della condizione umana nella sua tragicità che diventa scandalo, impossibilità di credere che l’uomo vive in un mondo creato da Dio che ama l’uomo e non da un Dio geloso della libertà umana come suggerisce il serpenteQuanto dico – e i preti né lo dicono né lo sanno- è dottrina approvata dall’ex Sant’Uffizio quando Ratzinger lo presiedeva”.

Per l’altro verso, con tale definizione attribuita al marxismo, si è ostacolato il dialogo serio tra cattolici e marxisti che – per dirla ancora con un punto di vista cattolico – è stato reso possibile solo o soprattutto quando “ci si è chiariti sulla critica di Marx alla religione, troppo in fretta e confusamente battezzata ateismo” – borghese? No, vero?” (Pirola)

Il fatto ora, però, è che in una fase caratterizzata non solo dalla crisi politica dell’esperienza comunista , ma anche – e soprattutto – dalla caduta dell’egemonia del comunismo come conseguenza dell’abbandono (quando non anche del tradimento) della concezione marxiana della realtà per un comunista e un marxista “italiano” serve od occorre ormai ricorrere a scritti “stranieri”, come quello di Boff, per poter parlare liberamente e immediatamente andando in “esilio”, appunto, dopo che il PDS-DS-PD e la CGIL ( ma senza escludere neanche la maggior parte dei sinistri” cosiddetti “radicali”) hanno passato il confine del rapporto tra democrazia e capitalismo, in totale subalternità alle idee-forza della “linea nera” dei potentati dell’impresa nazionale e internazionale a cui sembrano parallelamente appaiarsi la “linea nera” dei finanzieri e i banchieri vaticani di cui in questi giorni si parla con lo “scandalo” sollevato da inchieste televisive e pubblicazioni di lettere (quel che a noi non sfugge è il riserbo e il silenzio del Papa che ben sa quanto è stato pericoloso per un suo predecessore e lo sarebbe anche per lui, intromettersi “troppo” nella rete del capitalismo finanziario italiano e vaticano, in presenza di una CEI che si affida e confida ad un governo espressivo dei centri di potere oscuri del capitalismo finanziarioeuroamericano e che Papa Ratzingher stesso ha denunciato come “capitalismi finanziari anonimi” (cioè delle società anonime per azione, n.d.r), che ha messo al primo posto tra” i sei pericoli che minacciano il mondo”.

Del resto Papa Ratzinger: con “L’ultima enciclica (Spe Salvi, nd.r.) fa passi avanti ma a mio parere, segnati ancora da.. freni e titubanze. In altre parole: c’è una teologia della liberazione ( Gutierrez) da filtrare e proseguire”(…) Solo che “ora i marxisti sono spariti, non sanno che l’opera di Marx è Critica del capitale, del diritto e dello stato (borghese) non è teoria generale di… perché è filosofia della prassi che libera il mondo, ortoprassia, perché libera la filosofia dall’ideologia e quindi pensa il mondo concreto non con i piedi per aria ( come quell’uomo astratto quindi ideologico che abbiamo rilevato essere oggi quello di Vendola come di tanti, e che è l’opposto dell’uomo concreto di Marx), cambiando i cieli della astrazione e la testa dell’uomo sulla terra dove né cammina ne cambia nulla. E non sanno che il marxismo è la critica di un processo storico che aderisce e si rinnova seguendo i processi storici in corso. Niente l’eterno Marx, ha detto tutto una volta per sempre; ma appunto con Gramsci, con Bloch, ecc. (il capitalismo trasforma l’organizzazione sociale del lavoro, con la trasformazione scientifico-tecnica, che non riguarda solo la conoscenza della natura o delle risorse sfruttabili e dei mezzi e modi di produzione, ma la scienza dell’organizzazione della società, del diritto, dello Stato ecc. per conservarsi cambiando: bisogna che tutto cambi affinché nulla cambi ) che il papa tedesco (che pure ha fatto una svolta e passi in avanti con la Spe Salvi) non conosce ancora a sufficienza; perché anche se fa una revisione critica della passata posizione assunta dalla Chiesa nei confronti di Marx e del marxismo, se e fino a quando il processo storico reale di liberazione dell’uomo sulla terra è incompiuto non si può ridurre Marx a un ideologo della prima rivoluzione industriale, e bisognerà pensare alla globalizzazione economica (finché c’è spazio mondiale di sfruttamento c’è spazio di sopravvivenza del capitalismo ecc..). Ma dove sono ormai i marxisti meglio i marxiani, con cui ho lavorato una vita? Figure esemplari di uomini tanto onesti quanto poveri per sobrietà di vita…Sono diventati tutti.. cardinali.. Sedie e non idee proprie e critiche. Il programma di destra ve lo facciamo noi, i prodi di… Prodi. Che compagnia né di Gesù, né di Marx… Ma noi non molliamo, vero? Continua a tenere duro. Ciao e buon lavoro e buon Anno”.        Giuseppe Pirola s.j.

Per tale “esilio” e via di confronto con testi “stranieri” quali quelli della Teologia della liberazione, occorre avere coscienza che si riapre un discorso interrotto a metà degli anni 70, durante i quali sono avvenuti fatti sconvolgenti per gli interessi dominanti del capitalismo, che potevano essere messi in disparte e poi in un dimenticatoio “organizzato”, solo mediante il rovesciamento di posizione dei gruppi “dirigenti” del PCI e della CGIL – per stare alla sede italiana di una esperienza avanzatissima e inconfondibile con quella dei Paesi e regimi dell’Est Europa -, che sono ormai interlocutori petulanti della Confindustria e “alleati” dei c.d. “poteri forti” del capitalismo bancario e industriale con cui non hanno esistato ad allearsi con i governi Prodi ed oggi con il governo della Trilateral di Napolitano-Monti e dei banchieri Passera, Fornero, Profumo (già marito della On. Barbara Pollastrini segretaria della federazione del PDS di Milano)ecc.; del figlio di papà Martone e così via passando per tutti i ministri e sottosegretari.

Una “sinistra” petulante e servizievole interlocutrice della borghesia capitalistica, dotata dello spirito parossistico del “neofita” che ha fretta di recuperare il tempo perduto. Nel terrore oltretutto di non fare in tempo ad accreditarsi ancor di più presso quelli che nel nuovo “ventennio” non hanno esitato e non esitano a chiamare i “vincitori”.

La Teologia delle liberazione come esperienza rivoluzionaria e scelta della fede come impegno per la trasformazione della realtà, richiama le “pratiche plurimillenarie e proteiformi, concrete ed innegabili, su cui il materialismo storico ‘classico’ si è confrontato e rapportato solo di sfuggita e con un certo imbarazzo, mentre invece richiedono sia un processo accurato di analisi che un criterio generale d’interpretazione e di comprensione, in grado di spiegare perché – a determinate condizioni – la religione si sia potuta e si possa tuttora trasformare in positiva, liberatoria e sovversiva “anfetamina dei popoli. Anche Engels, nella sua  notevole opera “La guerra dei contadini in Germania”, riconobbe che l’azione del religioso, credente  cristiano e rivoluzionario Thomas Muntzer era ispirato da principi- guida che come minimo si avvicinavano al comunismo, ma purtroppo da tale fatto innegabile, indiscutibile e testardo non derivò le necessarie conseguenze teoriche” (Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Daniele Burgio (idem)

Il che comporta riprendere un discorso interrotto a livello teorico e problemi di orientamento, di chiarezza e rinnovato rigore, ancora piu decisivi di quelli affrontati dai teorici del marxismo nelle fasi storiche successive al lancio del Manifesto del Partito comunista, poiché non era mai successo come ora, che si dovesse non solo affinare la teoria rispetto allo svolgersi della dialettica sociale, ma addirittura demistificare le posizioni di quanti – con il pretesto di bandire (come era per altro indispensabile) il marxismo “dogmatico” – hanno finito per nascondere dietro i cosiddetti “vari” marxisimi, la scelta di negare poi la validità stessa del marxismo. Come se, in definitiva, il marxismo non potesse coincidere altro che con quello dogmatico imposto dal “partito”, e da chi di volta in volta lo incarna.

Riprendere a discutere con Boff, allora, comporta anzitutto riconoscere che il marxismo era ed è vivo, perché esso costituisce un criterio idefettibile di analisi e di lotta per porre il proletariato europeo e i poveri di tutto il mondo, nella condizione di resistere e di contrattaccare contro il sistema di potere dello stato e delle imprese capitalistiche che inevitabilmente apre anche dentro le religioni e la Chiesa cattolica una rinnovata contraddizione tra quella che gli autori del libro di cui sopra hanno appunto definito “linea rossa” e linea nera” la quale ultima si riallaccia alla “linea nera” della “Teologia laica” dei chierici d’impresa e del laicismo borghese e capitalista.

Più che mai oggi che i processi di mondializzazione del capitalismo (che non significa affatto che allora è inattaccabile e irraggiungibile come pensa la “sinistra” sindacale e politica, perché la mondializzazione non avviene in cielo ma sempre su un territorio-sociale) rendono attuabile l’internazionalismo proletario, che in passato era una poco concreta aspirazione; in un mondo in cui la diffusione e la crescita delle povertà non ha quasi precedenti e per cui la “linea rossa” che percorre la storia della religione e del cristianesimo trova nuove possibilità di manifestazione in quanto la povertà è sempre conflittuale, come ben comprende la Teologia della liberazione e si può ben intendere anche per il suo tramite.

 

Cristianesimo, socialismo e marxismo

 

 

Una breve risposta al compagno Ruggeri.

Innanzitutto ringraziamo Angelo per la sua lucida elaborazione sul rapporto tra cristianesimo e marxismo, oltre che per gli apprezzamenti da lui rivolti al nostro libro.

Concordiamo in gran parte con le tesi esposte dal compagno Ruggeri, che tra l’altro hanno  l’ulteriore pregio di far conoscere alcune interessanti riflessioni di Giuseppe Pirola e di Leonard Boff: con un’unica eccezione di rilievo, tuttavia, che riguarda proprio la figura e la chiara scelta di campo socioproduttiva compiuta da Joseph Ratzinger, l’attuale pontefice, assieme ai vertici del Vaticano.

Innanzitutto Benedetto XVI non si è certo fatto pregare per equiparare in diverse occasioni comunismo e nazismo  considerati alla pari come i due grandi orrori del ventesimo secolo. Ancora il 24 settembre del 2011, Ratzinger ha paragonato infatti nazismo e comunismo a una “pioggia acida ancora da smaltire”, senza neanche accennare a qualche forma di differenziazione tra le (opposte, irreconciliabili) concezioni del mondo e pratiche politico-sociali espresse da un lato dalla dittatura aperta e reazionaria della borghesia, e dall’altro dalla frazione più avanzata dei lavoratori ed intellettuali del pianeta, impegnata invece ad eliminare sfruttamento di classe della borghesia e sfruttamento imperialistico da un pugno di nazioni sulla grande maggioranza dei popoli, fatto di miseria e disoccupazione, ecc.

Riguardo al processo di valutazione del modo di produzione capitalistico, giunto da più di un secolo alla sua fase imperialistica segnata dal dominio del capitale finanziario, in un suo discorso del 23 settembre 2007 papa Benedetto XVI ha sottolineato che la “logica del profitto “ (alias del capitalismo) e quella della “equa distribuzione dei beni” non sono “in contraddizione l’una con l’altra”, purché “il loro rapporto sia bene ordinato”. Al proposito, Ratzinger ha sottolineato che, per la dottrina sociale della Chiesa, “il profitto è naturalmente legittimo nella giusta misura, necessario allo sviluppo economico”.

“Il profitto” capitalistico, nella “giusta misura”, per Ratzinger risulta addirittura “naturalmente legittimo”, oltre che ovviamente “necessario allo sviluppo economico”: una chiara scelta di campo socio produttiva, ancora più plateale se collegata dialetticamente alla sua valutazione del comunismo, inteso come un orrore al (genocida e superimperialistico) fenomeno nazista.

Certo, nella “dottrina sociale” delle alte gerarchie vaticane si è sempre espressa, dal 1890 fino ad oggi, una moderata critica agli effetti sociali più devastanti del modo di produzione capitalistico, affermando simultaneamente la necessità di temperare la “logica del profitto” con la “logica della condivisione e della solidarietà” (sempre Ratzinger, il 23 settembre del 2007): ma, anche a livello teorico,  senza mai intaccare il processo continuo di  legittimazione (critico, ma indiscutibile ed evidente) delle strutture capitalistiche effettuato da parte della gerarchia ecclesiastica, a partire proprio dalla “legittimità” (per il Vaticano) del profitto e dalla dinamica di accumulazione capitalistica, seppur “bilanciata” attraverso il ricorso all’“etica cattolica.

Se poi si passa dalla sfera teorica a quella pratica, è proprio il compagno Ruggeri a sottolineare correttamente la presenza ingombrante ed egemonica della finanza vaticana (Opus dei, IOR, ecc.) nella chiesa cattolica, e cioè della “linea nera” rappresentata “dai finanzieri e banchieri vaticani, di cui in questi giorni  si parla con lo scandalo sollevato da inchieste televisive e pubblicazioni di lettere” (Ruggeri).

Anche al compagno Ruggeri, serio e ben preparato, non sfugge certo (e citiamo le sue stesse parole) “il riserbo e il silenzio del papa, che ben sa quanto sia stato pericoloso per un suo predecessore, e lo sarebbe anche per lui, intromettersi “troppo” nella rete del capitalismo finanziario italiano e vaticano, in presenza di una CEI che si affida (e confida) ad un governo espressivo dei centri di potere oscuri del capitalismo finanziario euroamericano”.

Siamo pienamente d’accordo con Ruggeri sulla potenza e pericolosità della “rete del capitalismo finanziario italiano e vaticano”, ben conosciuta da sempre dal lucido Ratzinger.

Siamo pienamente d’accordo con Ruggeri sull’“allineamento” (affidamento) dei vescovi italiani con il governo Monti, “espressivo di centri di potere oscuri del capitalismo finanziario euroamericano”, e più in generale con la “linea nera” socioproduttiva (e politico-sociale) rappresentata dal capitalismo finanziario attuale, dal capitalismo monopolistico di stato contemporaneo a partire dalle sue “sezioni statunitensi ed europee”.

Ci differenzia dal compagno Ruggeri un solo elemento, ma assai rilevante: a nostro giudizio il riserbo e il silenzio del Papa non è certo frutto di una sorta di “timidezza” o di “paura” di Ratzinger rispetto alla “linea nera dei finanzieri e banchieri vaticani”, ma invece il risultato inevitabile di una comune e condivisa scelta di campo  filo-collettivistica compiuta dall’attuale pontefice assieme, in accordo, in comunanza di idee con le alte gerarchie cattoliche ed i cosiddetti “banchieri di Dio” che operano nella chiesa cattolica ai tempi di Beniamino Nogara e del primo IOR fino ad arrivare ai nostri giorni.

Sussistono realmente serie tensioni e contraddizioni all’interno delle diverse frazioni in cui si divide attualmente l’alta gerarchia cattolica, ma certo il suo “affidarsi” saldamente e legarsi come casta e corpo aggiuntivo, con un certo grado di autonomia e criticità al capitalismo, a “Mammona” ed alla logica del profitto privato.

Sotto questo (decisivo) aspetto, Ratzinger non risulta certo diverso dai vescovi italiani che appoggiano il governo Monti e, più in generale, il processo di accumulazione capitalistico nelle sue linee fondamentali di sviluppo, anche se avanzando carsicamente la necessità di un suo “temperamento” solidaristico-cattolico.

In estrema sintesi, Ratzinger è parte integrante ed organica della “linea nera” all’interno della religione cattolica, distante anni-luce da figure come  L. Boff e don Gallo, tra i tanti citabili: in caso contrario, non avrebbe certo mantenuto tanto “riserbo e silenzio” sui banchieri e finanzieri di Dio.

Un “riserbo” tra l’altro molto relativo visto che, in un suo articolo del 2002 sul reazionario Opus Dei, l’allora cardinale Joseph Ratzinger (“Lasciare operare Dio”), che dall’analisi delle “virtù” di quest’ultimo “ho capito meglio la fisionomia dell’Opus Dei, questo collegamento sorprendente tra un’assoluta fedeltà alla grande tradizione della Chiesa, alla sua fede, con disarmante semplicità, e l’apertura incondizionata a tutte le sfide di questo mondo, sia nell’ambito accademico, sia nell’ambito del lavoro, sia nell’ambito dell’economia, ecc. Chi ha questo legame con Dio, chi ha questo colloquio ininterrotto può osare rispondere a questa fede, e non ha più paura: perché chi sta nelle mani di Dio cade sempre nelle mani di Dio. E’ così che scompare la paura e nasce, invece, il coraggio di rispondere al mondo di oggi”.

Questo passo illuminante ci può aiutare a “capire meglio la fisionomia” e la visione generale di Ratzinger “sia nell’ambito del lavoro, sia nell’ambito dell’economia”, ad intendere cioè a quale sia la sua reale scelta di campo rispetto ai rapporti sociali di produzione e di potere del nostro tempo, come minimo assai simile a quella espressa dall’Opus Dei.

A risentirci presto, Angelo, ed un caldo saluto da parte nostra.

Roberto Sidoli

Massimo Leoni

Daniele Burgio

 

 

 

Il PCC, il marxismo ed il socialismo

In occasione del novantesimo anniversario della fondazione del partito comunista cinese (PCC), il compagno Hu Jintao – segretario generale del partito comunista cinese – ha tenuto un importante discorso presso l’Assemblea Nazionale del Popolo a Pechino, il primo luglio del 2011.

Tale discorso ampiamente diffuso presso centinaia di milioni di cinesi dai mass-media locali, serve a demolire per l’ennesima volta sia la teoria secondo cui il PCC abbia abbandonato il marxismo e gli ideali comunisti dopo il 1976, che l’errata equazione Cina = capitalismo di stato.

Nel suo discorso il compagno Hu Jintao ha innanzitutto notato che “Oggi, noi siamo qui riuniti, con l’intero Partito e tutto il nostro popolo multietnico, per celebrare solennemente il 90° anniversario della fondazione del Partito comunista cinese, per passare in rassegna la traiettoria di sviluppo del nostro paese, così come per esaminare le belle prospettive di sviluppo della Cina.

In questo stesso giorno, 90 anni fa, è stato fondato il Partito comunista cinese, fatto che costituì un grande avvenimento e che fece epoca nella storia della nostra nazione. Da allora, il popolo cinese si è impegnato in una via radiosa di lotta per l’indipendenza nazionale e la liberazione del popolo, avviando un percorso magnifico verso la prosperità del paese e l’acceso della popolazione ad una vita agiata.

Dopo 90 anni, insieme al popolo multietnico della Cina, i membri del Partito comunista cinese hanno combattuto valorosamente, al prezzo di enormi sforzi di diverse generazioni, per ottenere successivamente grandi successi nella rivoluzione, la costruzione socialista e la riforma in Cina. Oggi, una Cina socialista traboccante di vitalità si erge in Oriente in tutta la sua fierezza, e  un miliardi e trecento milioni di cinesi avanzano, guidati dalla bandiera del socialismo alla cinese e pieni di fiducia, verso la grande primavera della nazione cinese.”

Inoltre il compagno Hu Jintao ha anche rilevato che “nel corso degli ultimi 90 anni” dal 1921 al 2011, la trasformazione della società socialista e il cambiamento del destino del popolo cinese, tanto per l’ampiezza e la profondità quanto per le loro ripercussioni politiche e sociali, costituiscono avvenimenti eccezionali nella storia dello sviluppo dell’uomo.

I fatti comprovano pienamente che tutto il lungo magnifico percorso dello sviluppo e del progresso della società cinese dopo l’epoca moderna, la storia e il popolo hanno scelto il Partito comunista cinese, il marxismo, la via socialista, la riforma e l’apertura.

I fatti provano senza dubbio che il Partito comunista cinese è degno di essere considerato un Partito marxista grande, glorioso e giusto e che è la forza centrale che dirige il popolo cinese nella creazione senza tregua di nuovi apporti in favore del socialismo.

Tutti i successi che abbiamo ottenuto nei 90 anni trascorsi sono i risultati degli sforzi ostinati e indefessi  impiegati dai comunisti e dal popolo cinese attraverso generazioni successive. Il gruppo dirigente della prima generazione riunita attorno al compagno Mao Zedong ha unito e condotto tutto il Partito e l’intero popolo multietnico per condurre la rivoluzione di nuova democrazia fino ad una grande vittoria. Ha fatto del socialismo il regime fondamentale della Cina, ponendo anche, sul piano politico che istituzionale, delle solide basi sulle quali poggiano lo sviluppo e il progresso della Cina contemporanea. Il gruppo dirigente della seconda generazione riunito attorno al compagno Deng Xiaoping ha unito e condotto il Partito e l’intero popolo multietnico per impegnarsi nella grande via della riforma e dell’apertura. Da allora, la Cina ha proclamato l’avvento di una nuova era: quella dell’edificazione del socialismo alla cinese, e inaugurato un nuovo periodo di sviluppo della causa socialista nel paese. Riunito intorno al compagno Jiang Zemin, il gruppo dirigente della terza generazione ha saputo unire e condurre il nostro Partito e il nostro popolo multietnico nella prosecuzione della riforma e dell’apertura restando del tutto in linea con il suo tempo. Ha pilotato attraverso venti e maree la riforma e l’apertura nella giusta direzione ed è riuscito a mantenere uno slancio formidabile nella causa grandiosa del socialismo alla cinese fino la XXI secolo. Dopo il XVI° congresso, il Comitato centrale del Partito, unendo il Partito stesso e l’insieme del nostro popolo multietnico, e prendendo come guide ideologiche la  teoria di Deng Xiaoping e l’importante pensiero della Tripla Rappresentatività, ha applicato in modo più completo il concetto di sviluppo scientifico, e si è promesso con instancabili sforzi alla promozione dello sviluppo scientifico e dell’armonia sociale, e continuato a spingere in avanti la ragguardevole costruzione del socialismo alla cinese nello sviluppo generale di una società di media agiatezza.

In occasione del 90° anniversario della fondazione del Partito comunista cinese, noi ci ricordiamo con profondo rispetto dei rivoluzionari proletari della vecchia generazione: Mao Zedong, Zhou Enlai, Liu Shaoqui, Zhou De, Deng Xiaoping e Chen Yun. Essi hanno apportato un grande contributo alla rivoluzione all’edificazione e alla riforma in Cina, alla fondazione, al rafforzamento e all’evoluzione del Partito comunista cinese. Noi ci ricordiamo con lo stesso rispetto dei martiri della rivoluzione che hanno dato la loro vita per stabilire, difendere e costruire la Cina nuova, e, allo stesso odo, di tutti i precursori dopo l’epoca moderna che hanno lottato con ostinazione per l’indipendenza e la liberazione della nazione cinese. Che i loro contributi alla patria e alla nazione brillino eternamente nella nostra storia.”

Sul piano teorico il compagno Hu Jintao ha inoltre evidenziato che “il sistema teorico del socialismo alla cinese è una dottrina corretta che guida il nostro Partito e il nostro popolo sulla via del socialismo alla cinese per realizzare il grande rinnovamento della nostra nazione. Il nostro Partito, che ha saputo sempre combinare i principi fondamentali del marxismo con la realtà cinese, ha creato due grandi teorie nel corso del processo di sinizzazione del marxismo. Una è quella di Mao Zedong, che, in quanto marxismo-leninismo applicato e sviluppato in Cina, ha dato in maniera sistematica una risposta alla questione relativa al modo di compiere tanto la rivoluzione di nuova democrazia quanto la rivoluzione socialista in un vasto paese orientale semi-coloniale e semi-feudale, e ha proceduto a delle ricerche laboriose per sapere quale tipo di socialismo noi dovevamo costruire e come dovevamo farlo. Formulando delle idee innovatrici, essa ha arricchito il tesoro marxista con un nuovo apporto. L’altra è costituita dal sistema teorico del socialismo alla cinese. Essa è nei fatti un sistema scientifico creato  a partire dalla teoria di Deng Xiaoping, dall’importante pensiero della Tripla rappresentatività e da una serie delle strategiche maggiori, tra le quali il concetto di sviluppo scientifico. In quanto prosecutore e sviluppo del pensiero di  Mao Zedong, essa ha egualmente dato in maniera sistematica una risposta ad una seri di questioni importanti, quali “che tipo di socialismo si deve costruire in un grande paese in via di sviluppo come la Cina che conta più di un miliardo di abitanti?”, “come edificare il socialismo?”, “che tipo di partito dobbiamo costruire e in che modo dobbiamo farlo?”.

In quanto garanzia fondamentale dello sviluppo della Cina contemporanea, il regime socialista alla cinese mette in evidenza le caratteristiche della superiorità del socialismo alla cinese. Grazie alle sue  capacità di auto-perfezionamento, è diventato nel corso del suo sviluppo un insieme completo ben coordinato che copre i campi economico, politico, culturale e sociale. Il regime politico fondamentale dell’assemblea popolare – completato dagli eventi essenziali che sono il sistema di cooperazione multipartitico e della consultazione politica sotto la direzione del Partito Comunista Cinese, l’autonomia delle regioni popolate da minoranze etniche e l’autogestione delle masse popolari alla base –, il sistema di legislazione socialista alla cinese, il sistema economico fondamentale caratterizzato dallo sviluppo comune dei diversi tipi di proprietà predominati dal settore pubblico, così come le regolamentazioni, economiche, politiche, culturali e sociali che sono basate su questo insieme e che sono più concrete, si adattano perfettamente alle realtà cinesi e alla tendenza generale nella nostra epoca, perché permettono di assicurare al nostro Partito e al nostro paese il loro dinamismo mobilitando l’entusiasmo, lo spirito di iniziativa e lo spirito creativo delle masse e di tutta la società, di stimolare uno sviluppo globale socio-economico liberando e sviluppando le forze produttive, di realizzare l’arricchimento comune di comune di tutta la popolazione preservando e promuovendo l’equità e la giustizia sociale, di affrontare efficacemente i diversi rischi e sfide della nostra marcia in avanti concentrando i nostri sforzi sull’esecuzione di progetti giganteschi, e infine, di preservare la solidarietà multietnica, la stabilità sociale e l’unità nazionale.

Marxismo come verità inconfutabile per il PCC, a patto che non si trasformi in un dogma vuoto. “Noi Comunisti Cinesi crediamo fermamente che i principi fondamentali del marxismo costituiscano una verità inconfutabile e che il marxismo deve essere costantemente arricchito e sviluppato in base ai cambiamenti nell’ambito della pratica, e non abbiamo mai concepito il marxismo come un dogma vuoto, rigido e stereotipato. Per il marxismo, la prassi è la fonte della teoria, la base per il suo sviluppo, e il criterio per testarne la verità. Tutte le azioni che si legano a un dogma, che ignorano la pratica, o che si astraggono e restano indietro rispetto alla vita reale non avranno successo. Abbiamo commesso degli errori e abbiamo subito persino gravi battute d’arresto in alcuni periodi storici, e la loro causa principale è risieduta nel fatto che i principi-guida del Partito a quel tempo erano separati dalle condizioni reali della Cina.”

Quasi rispondendo a coloro che accusano il PCC di aver abbandonato il marxismo ed il comunismo, il compagno Hu Jintao ha anche sottolineato che “ogni passo in avanti nell’innovazione teorica dovrebbe essere accompagnato dal progresso nell’abilità di dotarsi di tale innovazione da parte dei membri del Partito. È un esperienza importante che il Partito ha costruito per migliorare se stesso. Per costruire un partito marxista politico impegnato nello studio, sarà necessario non perdere tempo (e darsi da fare, ndt) nello studio delle informazioni scientifiche, delle nuove idee e delle nuove conoscenze nella società umana. Tutti i membri del Partito e i quadri dovrebbero interpretare l’apprendimento come una ricerca intellettuale, studiare in senso stretto e padroneggiare il Marxismo-Leninismo-Pensiero di Mao Zedong e le teorie del socialismo con caratteristiche cinesi, promuovere una visione del mondo e la metodologia del materialismo dialettico e del materialismo storico, e coltivare genuinamente le virtù, aumentare la conoscenza e migliorare le competenze attraverso l’apprendimento. Tutti i compagni del Partito, soprattutto i quadri dirigenti di Partito a tutti i livelli, devono costantemente migliorare se stessi sia ideologicamente che politicamente, rafforzare i nostri ideali e le nostre convinzioni, e rinvigorire il nostro desiderio e la nostra volontà di lavorare instancabilmente per la  causa del partito e del popolo. Dobbiamo essere pienamente impegnati affinché ci sia possibile garantire di restare fermi e fedeli nelle nostre azioni.”

I compagni che volessero leggere l’intero discorso sopracitato, possono trovarlo nell’interessante e ben documentato libro di Diego Angelo Bertozzi ed Andrea Fais intitolato “Il risveglio del dragone” (Edizioni all’insegna del Veltro).