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“MICROSOFT O LINUX?”

Vi spediamo la prefazione del nuovo libro “Microsoft o Linux”, l’effetto di sdoppiamento nella scienza e tecnologia, che verrà pubblicato agli inizi del 2013, per aprire una discussione sull’importante tematica del “lavoro universale” (Marx).

 

Buona lettura, compagni.

Roberto Sidoli

Massimo Leoni

Daniele Burgio

PREFAZIONE

Semplificando al massimo, la tesi fondamentale di questo libro è che la famosa formula di Einstein E=MC2 ha un carattere gnoseologico oggettivo ed universale, valido sia per la classe operaia che per la borghesia, sia nel socialismo che nel capitalismo, ma che il suo utilizzo socioproduttivo può e realmente risulta diverso, a seconda dei rapporti di produzione dominanti nelle variegate formazioni economico-sociali che in essa viene adoperata.

Più in generale sosteniamo che la conoscenza via via accumulata dalla scienza naturale e dalla tecnologia costituiscono processi di valore universale oggettivo nei loro risultati gnoseologici, ma da 11.000 anni esse si dimostrano elastiche e plasmabili nelle loro diverse utilizzazioni socioproduttive concrete, a partire dal 5.000 a.C. e dall’inizio in Eurasia dell’epoca neolitica (Gerico, ecc).

Detto in altri termini, la pratica generale dimostra che è stato possibile dal 9.000 a.C. e fino ai nostri giorni, a livello reale/concreto oltre che potenziale, sia un utilizzo comunitario, cooperativo e collettivistico delle conquiste scientifico-tecnologiche che un loro uso classista, teso nella loro applicazione sociale a favorire esclusivamente/principalmente i gruppi minoritari e privilegiati venuti via via in possesso delle condizioni e dei mezzi sociali della produzione.

Non esiste una scienza/tecnica classista, ma invece un uso classista (o collettivistica) di esse.

Dal 9.000 a.C., la combinazione scienza/tecnologia si è sdoppiata, si è biforcata nelle sue forme concrete di applicazione socioproduttiva in due strade alternative.

Questi (possibili/reali) utilizzi “sdoppiati” del complesso di risultati, via via ottenuti dal lunghissimo processo di sviluppo scientifico-tecnologico, rimandano a loro volta allo schema teorico generale dell’effetto di sdoppiamento, formatosi proprio a partire dal 9.000 a.C. in seguito al salto qualitativo rivoluzionario raggiunto dalle forze produttive ed alla comparsa dell’“era del surplus”. In tale epoca di sviluppo del genere umano, diventava possibile, a livello potenziale oltre che reale, sia la riproduzione/affermazione di rapporti di produzione collettivisti che la riproduzione/affermazione di relazioni di produzione classiste, nelle loro diverse varianti storiche (modo di produzione asiatico e schiavistico, feudale e capitalistico).

Secondo punto di elaborazione: proprio la progressiva accumulazione di conoscenze/competenze in campo scientifico-tecnologico ha permesso al genere umano, all’inizio del neolitico, ed attorno al 9.000 a.C., di produrre in modo costante ed accumulabile un surplus attraverso il lavoro collettivo umano e di entrare nell’era del surplus. Dal 9.000 a.C., pertanto, la combinazione tra la protoscienza e tecnologia è diventata la principale forza produttiva umana, suscettibile di un utilizzo sdoppiato.

La terza tesi riguarda il fenomeno dell’utilizzo “sdoppiato” ed alternativo dei risultati più felici e realistici prodotti dalle scienze sociali, in senso classista o invece con un impronta comunista.

Ad esempio la teoria del valore di Smith/Ricardo è stata adoperata e sviluppata sia per sostenere posizioni filo capitalistiche (a partire dagli stessi A. Smith e D. Ricardo) che per scelte di campo collettivistiche rispetto ai rapporti di produzione, che del socialismo ricordiamo (Grey, Hodgskins, ecc) che di Marx del marxismo, mentre le scoperte di Darwin sono state utilizzate a loro volta sul piano sociopolitico da Engels per aiutare a dimostrare il processo di auto creazione del genere umano attraverso il lavoro, ma anche dal social darwinismo ipercapitalista e razzista.

Quarto punto di snodo: anche in base allo sdoppiamento (potenziale/reale) dell’utilizzo socioproduttivo del “lavoro universale” (Marx) emerge come la combinazione tra scienza e tecnologia non appartenga alla “sovrastruttura” delle società umane, ma viceversa fin dall’inizio sia parte integrante delle forze produttive sociali della nostra specie e della sua plurimillenaria praxis e la scienza/tecnologia pertanto risultano parte della “struttura” produttiva a differenza che il loro utilizzo concreto nelle diverse formazioni economico-sociali.

Quinta tesi: la protoscienza (scienza non ancora elaborata compiutamente) ha iniziato a svilupparsi assieme alla tecnologia più di due milioni di anni fa, come (proto) scienza meccanica dell’Homo habilis, ed è via via progredita già durante le epoche paleolitiche e neolitiche/calcolitiche, contraddistinte dall’egemonia (quasi completa, nel primo caso) dei rapporti di produzione e distribuzione collettivistici.

In altre parole, la protoscienza nasce “rossa” ed in ambiente comunista (primitivo e neolitico), facendo saltare subito in aria qualunque processo di identificazione tra scienza e società classiste, oltre che tra scienza e capitalismo.

Sesto elemento di elaborazione: la tecnologia, le diverse tecnologie e l’intelligenza tecnica, alias la capacità di manipolare, costruire ed usare oggetti attraverso e mediante altri oggetti fa parte da più di due milioni di anni del bagaglio e patrimonio mentale e socio produttivo della nostra specie, e come la protoscienza – ad essa strettamente collegata, fin dagli albori – e sorta e si è via via sviluppata simultaneamente e grazie ai rapporti di produzione collettivistici del paleolitico e neolitico (nel secondo periodo con l’importante eccezione della domesticazione del cavallo, effettuata attorno al 4.000 a.C. dalle popolazioni proto-classiste dei Kurgan). Salta pertanto subito in aria e viene demolita qualunque teoria sul collegamento inevitabile e diretto tra tecnologia e società classiste, tra tecnologia e formazione economico-sociale capitalista.

Settimo punto di snodo: l’esperienza accumulata via via nell’ultimo secolo, dal 1917 e, dopo l’epocale Ottobre Rosso nell’ex-impero zarista, continuata fino ai nostri giorni dalle società socialiste-deformate (Cina, Vietnam, Cuba ecc.) mostra a sua volta la possibilità di utilizzi cooperativi (e non-classisti) delle scoperte e pratiche scientifico-tecnologiche, come del resto alcune esperienze alternative nello stesso mondo capitalistico: il “modello Linux” nel campo della programmazione informatica, per fare un solo esempio.

Ottavo snodo: le tesi relative allo “sdoppiamento” nell’utilizzo della combinazione tra scienza naturale e tecnologia e dall’appartenenza di quest’ultima alle forze produttive sociali sono state anticipate da Marx 150 anni orsono, seppur in forma non sistematica, specie con il suo discorso londinese del 1856.

Nono contributo teorico: l’atteggiamento generale dei “classici” del marxismo (Marx, Engels e Lenin) nei confronti dei risultati – distinti dal loro utilizzo classista e capitalistico – della scienza/tecnologia è stato di forte apprezzamento, seppur non acritico, collegato poi ad una concezione generale della scienza/tecnologia basata in via preliminare sul realismo epistemologico: e cioè sul pieno riconoscimento dell’esistenza degli oggetti e delle realtà naturali (dalle galassie fino ai quark) in modo indipendente ed assolutamente autonomo rispetto alla riproduzione del genere umano, alla sua pratica e sensazioni/conoscenze di tipo collettivistico ed individuale.

Con un ovvia ma importante eccezione, l’esistenza (naturale biologica, in un primo momento), dello stesso genere umano, la Natura non costituisce una “categoria sociale” (come affermava invece il giovane Lukacs di “Storia e coscienza di classe”) ma una realtà oggettiva e dinamica la cui riproduzione è indipendente dalla presenza del genere umano nell’Universo, anche se quest’ultimo può trasformare via via sempre più profondamente le forme concrete della sua riproduzione concreta (ad esempio mandando satelliti nello spazio, arrivando sulla Luna, ecc.).

Il nostro Sole, la Via Lattea, la galassia di Andromeda, (e le altro cento miliardi di galassie esistenti nel nostro continuum spazio-temporale) esistevano e si muovevano nello spazio prima ed indipendentemente dall’Uomo e continueranno ad esistere anche dopo una nostra possibile estinzione; i quark esistevano prima ed indipendentemente dall’Uomo e continueranno anche dopo una nostra possibile estinzione. L’elenco può allungarsi a dismisura,  come dimostra proprio la praxis umana, in primo luogo la nostra pratica scientifico-tecnologica.

Decimo elemento di elaborazione: le pratiche tecnologiche e scientifiche riflettono la dinamica di sviluppo del mondo esterno, ma costituiscono anche la base e la condizione preliminare per la trasformazione di quest’ultimo da parte della nostra specie, la conoscenza del reale.

Le conoscenze accumulate via via dalla protoscienza/scienza e dalla tecnologia pertanto hanno un valore universale e oggettivo (anche se sempre suscettibile di approfondimenti, miglioramenti, correzioni e soprattutto inserimenti in un quadro generale più ampio), trasversale a tutti i modi  collettivistici o classisti e validi/applicabili da tutte le classi, sfruttate o sfruttatrici: quello che varia enormemente è proprio il modo di utilizzo di tali scoperte/invenzioni, cooperativo o classista, bellico o pacifico. “Modello Linux” o “modello Microsoft”, per usare una facile distinzione.

Undicesima tesi: all’inizio del terzo millennio non si è in presenza di un “eccesso” di scienza e di tecnologia, ma invece di un “sottosviluppo” di esse e di un loro livello di sviluppo ancora insufficiente per permettere la creazione del comunismo sviluppato (distinto dal socialismo) su scala mondiale.

Dodicesimo contributo: la praxis e la coscienza scientifico-tecnologica, alias “il pensiero” umano tradotto in attività di coscienza e trasformazione della natura stanno via via esercitando un influenza crescente, da due milioni di anni a questa parte, sulla “materia”, e cioè sui  processi di riproduzione dei fenomeni naturali.

Tredicesima tesi:  il carattere potenzialmente rivoluzionario ed anticlassista/anticapitalistico del processo di sviluppo della scienza e tecnologia. I loro risultati sono sempre potenzialmente producibili da tutti gli esseri umani, oltre che basati sempre sul “lavoro dei morti” e sulla “cooperazione dei vivi”, quindi con una forte carica collettivistica; inoltre l’accumulo continuo, la crescita continua del “lavoro universale” di natura scientifico-tecnologica, entra in contraddizione, come processo potenzialmente infinito ed illimitato, con i  limiti e le barriere socioproduttive (e politico-sociali) imposte dal sistema capitalistico,  come del resto dagli altri sistemi di matrice classista.

La scienza intesa come “sapere pubblico e controllabile”, almeno a livello potenziale, entra in contraddizione con le forme di appropriazione private ed elitarie dei suoi risultati.[1]

Penultimo spunto, il prometeismo insito e connaturato alla pratica tecnica e scientifica. Infatti anche la tecnologia più rudimentale del paleolitico permette all’uomo di utilizzare l’“elemento naturale” (Marx) come “organo” artificiale che la nostra specie “aggiunge agli organi del corpo, prolungando la propria statura” (e potenza) “naturale, nonostante la Bibbia” ed i suoi divieti antiprometeici, come rilevò Marx nel primo libro del Capitale analizzando terre e mezzi di produzione e lavoro.

Quattordicesima tesi: nella concezione marxiana sono considerate forze produttive: primo 1. La forza lavorativa degli uomini; 2. I mezzi di produzione; 3. Le ricchezze naturali e le forze naturali utilizzate dall’uomo; 4. La scienza 5. Le forme e i metodi dell’organizzazione del lavoro e della produzione.  Si distingue le forze produttive, da un lato in materiali e spirituali (uomo e scienza), dall’altro in naturali e create dall’uomo. Ora, Marx vide proprio nell’uomo con le  sue conoscenze, le sue esperienze di lavoro e le sue abilità, la componente più importante delle forze produttive:  l’uomo mette al servizio le altre componenti delle forze produttive e crea preliminarmente gran parte di esse.

Le conoscenze tecnico-scientifiche degli uomini sono pertanto la “gemma” più preziosa del “tesoro” costituito dalle forze produttive sociali, entrando a far parte della produzione per il tramite di macchine, apparecchiature e impianti, e dell’organizzazione scientifica della produzione, ma soprattutto grazie agli uomini, che detengono il sapere e sono preposti alle operazioni produttive.

Il libro in via d’esposizione si fonda sulla teoria generale dell’effetto di sdoppiamento. In base ad  essa si può constatare che, a partire dal 9.000 a.C. nell’area euroasiatica, lo sviluppo qualitativo delle forze produttive e della scienza/tecnologia ha raggiunto un salto di qualità tale da permettere da un lato al genere umano la produzione per la prima volta di un surplus costante ed accumulabile (uguale era del surplus, che dura fino ai nostri giorni), e dall’altro la riproduzione simultanea – a livello potenziale oltre che reale, in presenza di una parità approssimativa nel grado di maturità qualitativo delle forze produttive –  sia di rapporti sociali di produzione collettivistici che di relazioni di produzione classisti, fondato invece sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

 

 

 

 



[1] G. Giorello, in L. Geymonat e G. Giorello, “Le ragioni della scienza”, edizioni  Laterza, p. 53

La Cina e l’alta tecnologia.

Il governo ed il partito comunista cinese hanno elaborato, per il dodicesimo piano quinquennale (2011-2015), un progetto ambizioso teso ad innescare un decisivo salto di qualità del gigante asiatico in campo tecnologico-scientifico, passando dal “made in China” al “designed in China”.

Pechino non ha certo badato a spese ed ha deciso di investire nel settore circa 800 miliardi di dollari durante il piano quinquennale in corso, individuando inoltre settori prioritari e centrali nell’Hi-tech: energia, protezione dell’ambiente, biotecnologie, nuovi materiali, produzione di dispositivi aerospaziali, veicoli puliti a basso consumo energetico e informatico.

Il primo risultato concreto è che negli ultimi due anni sono state costruite o sviluppate enormemente ben 52 zone ad alta tecnologia, divise per segmenti di ricerca specializzati, oltre a creare interi “parchi” scientifici come poli tematici per l’innovazione cinese.[1]

In secondo luogo, grazie al gigantesco flusso di investimenti pubblici, “citando gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione della Proprietà intellettuale, l’edizione del 20 marzo del “Quotidiano del Popolo” afferma che a partire dal 2009 il numero delle richieste di brevetti internazionali da parte della Cina è aumentato velocemente, mantenendosi al primo posto nel mondo per tre anni consecutivi.

Secondo i dati, nel 2011 le richieste di brevetti cinesi sono aumentate del 33%, 12 punti percentuali in più rispetto al Giappone, che si piazza al secondo posto”.[2]

Altre novità sono venute dall’esposizione del Mobile world congress, tenutasi a Barcellona alla fine di febbraio di quest’anno: “proprio dai padiglioni dell’esposizione catalana è arrivata la rivoluzione di Huwawei e Zte. Se fino a poco tempo fa erano sconosciute alla maggior parte dei consumatori, ora le due aziende cinesi sono considerate dei leader nel settore delle telecomunicazioni ad alta tecnologia. Anche perché capaci di costruire un intero ecosistema intorno agli operatori mobili: dai data center ai telefoni, dai servizi ai software. A Barcellona poi sono stati presentati diversi prodotti innovativi che evidenziano come ci sia un cambio di tendenza: ormai le società cinesi non si occupano più solo di riproporre prodotti a costi più bassi ma cercano di sviluppare nuove tecnologie, superando così quel limite che le portava ad essere viste dagli occidentali solo come un popolo capace di copiare e contraffare.”[3]

Quarta sorpresa sul fronte dei supercomputer. Alla fine del 2011 la Cina ha creato un nuovo supercervello dalla potenza di calcolo di “1 Petaflop, fatto con microprocessori interamente progettati e costruiti in Cina.

Per l’esattezza il  nuovo  mostro, battezzato Sunway BlueLight MPP e iniziato a installare a settembre scorso, impiega 8704 microprocessori. In totale la potenza di calcolo di cui dispone lo colloca al quindicesimo posto nel mondo.

Lati estremamente interessanti di questo nuovo mostro sono il basso assorbimento (consuma in tutto un Megawatt, circa la metà della media e un settimo dei più grandi supercomputer a stelle e strisce) e il fatto di non comprendere assolutamente alcun componente né Intel, né AMD. A buoni intenditori, poche parole.”[4]

I “buoni intenditori” occidentali sono sicuramente preoccupati dei “fatti testardi” (Lenin) che vengono da Pechino. Del resto, la borghesia mondiale ha preso nota con attenzione che, nel 2012, l’aumento delle spese cinesi per la ricerca e lo sviluppo sarà pari a ben il 26% rispetto all’anno precedente, risultando equivalente a 5,16 miliardi di dollari ed elevando ancora maggiormente le cifre di un trend che ha visto crescere del tasso del 22% all’anno, tra il 1996 ed il 2007.

 

 



[1] “Cina, rinascita hi-tech”, 22 marzo 2012, in www.lettera43.it

[2] “Cina: al primo posto nel mondo per le richieste di brevetti internazionali”, 20 marzo 2012, in italian.cri.cn

[3] “Cina, rinascita…”, op. cit.

[4] M. V. Principato, “Cina, 1 Petaflop. Tutto fatto in casa, CPU comprese, 3/11/2011, in nbtimes.it