Archivi del mese: maggio 2012

L’ascesa della Cina in campo spaziale

Secondo il giornalista L. Benacchio, (Il Sole24Ore, 10 gennaio 2012), il 2012 è  “un anno che si preannuncia di grandi cambiamenti anche in campo spaziale”, con la “Cina che consolida la sua posizione di leader…”.

A giudizio di Benacchio, “per la Cina, reduce da un 2011 di successi, l’anno nuovo si apre con i migliori auspici. Il razzo vettore “Lunga Marcia 4” ha portato in orbita lunedì scorso un sofisticato satellite per il telerilevamento ad alta definizione che sarà usato per studi civili di geodesia. È solo l’apertura di un nuovo anno che vede la Cina impegnata con successo nella costruzione della sua stazione spaziale Tiangong, il Palazzo Celeste, che nel 2012 riceverà la prima visita dei “tachionauti”, gli astronauti cinesi. Il Paese del Dragone è oramai un importante player dello spazio, assieme a USA, Europa e Russia”.

A conferma di tale giudizio, va sottolineato come nel corso del 2012 la Cina (prevalentemente) socialista preveda di lanciare 21 razzi e 30 satelliti nel cosmo, mentre esporterà in Venezuela il suo primo satellite.

La luna costituisce 0biettivo di medio periodo di Pechino in questo campo strategico da due decenni, avendo come quello di mandare in una prima fase una missione di ammaraggio sulla luna senza uomini, mentre in un secondo momento una navicella spaziale porterà proprio gli astronauti sul suolo del nostro satellite.

Per rendere realizzabile tale ambizioso progetto, le autorità cinesi alla fine di dicembre del 2011 hanno comunicato che entro i prossimi cinque anni intendono costruire un nuovo razzo capace di portare carichi pari a circa 100 tonnellate, contro le “sole” 25 tonnellate, che è i grado in orbita il vettore attualmente più potente in mano a Pechino, denominato “Lunga Marcia-5”.

Fonti: China to launch 21 rockets, 30 satellites in 2012”, 18/01/2012, in emglishpeopledaily.com.cn

Pubblichiamo la risposta/critica di Giulio Bonali alla prefazione del futuro libro “Microsoft o Linux” e l’ulteriore risposta di Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Daniele Burgio, sperando di creare un dibattito sull’argomento

 

“Ho letto con molto interesse la prefazione al nuovo libro che Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio stanno scrivendo su scienza, tecnica ed effetto di sdoppiamento, lodevolmente riproposta nel nostro sito.

Spero che sia l’occasione per noi per riprendere e sviluppare il dibattito su razionalità, scienza e rapporti sociali, nel quale già altre volte ci siamo cimentati, credo utilmente e con considerazioni interessanti anche se almeno in parte reciprocamente divergenti.

Per parte mia, come chiunque abbia letto gli altri miei interventi su questi argomenti può facilmente immaginare, sono convintamente d’accordo con gran parte delle considerazioni degli autori (qualche accenno particolarmente entusiastico di apprezzamento della conoscenza scientifica potrebbe forse essere frainteso in senso scientistico, specialmente da parte di chi propenda per l’irrazionalismo; se ciò accadrà nella discussione che auspico si riapra nel sito mi riservo di chiarire la mia interpretazione delle tesi di questi compagni in termini di corretta, razionale valutazione dell’oggettivo valore conoscitivo e pratico delle scienze, interpretazione che ritengo sia quella “giusta”, corrispondente al loro pensiero e alle loro intenzioni; se poi intervenissero essi stessi a chiarire e difendere le loro tesi da eventuali obiezioni -oltre naturalmente da quelle che sto personalmente per esporre- credo che ne avremmo tutti quanti da guadagnare in termini di arricchimento culturale e di comprensione del mondo che lottiamo per cambiare.

Ma intanto, evitando inutili e fastidiose ripetizioni di concetti e affermazioni già chiaramente esposti da loro, vorrei ignorare il tanto su cui concordo per muovere alcune obiezioni al poco su cui dissento, sperando così di fare qualcosa di utile e interessante.

Nell’undicesima tesi Sidoli, Leoni e Burgio affermano che “all’inizio del terzo millennio non si è in presenza di un “eccesso” di scienza e di tecnologia, ma invece di un “sottosviluppo” di esse e di un loro livello di sviluppo ancora insufficiente per permettere la creazione del comunismo sviluppato (distinto dal socialismo) su scala mondiale”.

Queste parole mi sembrano chiaramente alludere alla concezione del comunismo esposta da Marx nella critica del programma di Gotha e ribadita da Lenin in Stato e rivoluzione (la concezione del comunismo propria del materialismo storico “classico”, implicante due distinte fasi di sviluppo postrivoluzionario della nuova e superiore formazione sociale comunista; una concezione classica che gli autori mi sembra accolgano pienamente al contrario di altre ugualmente proprie dei fondatori del materialismo storico che invece criticano e propongono di superare dialetticamente, considerando giustamente il materialismo storico stesso un insieme di teorie scientifiche (per quanto del tipo delle scienze umane) e dunque in linea di principio sempre criticabile ed emendabile in seguito alla verifica osservativa-empirica e pratica).

Semplificando selvaggiamente, in una prima fase “socialista”, quale sorge sulla base della preesistente società capitalistica, pur in presenza di mezzi di produzione di proprietà sociale e della pianificazione del loro uso, persisterebbero diseguaglianze nel lavoro e nella relativa retribuzione, rapporti di scambio mercantili dei prodotti del lavoro -non riguardanti ovviamente la forza-lavoro-, privilegi sia pure non classisti, differenze fra dirigenti e diretti per dirla con Gramsci, e il principio della distribuzione del lavoro collettivo e dei suoi prodotti sarebbe “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro”; in una seconda fase propriamente comunista avanzata, quale si sviluppa sulla sua propria base, ogni differenza sociale verrebbe meno, così come lo stato, ormai progressivamente estintosi nel corso dello sviluppo della fase precedente, nonché la divisione sociale del lavoro, e il lavoro collettivo ed i suoi prodotti sarebbero distribuiti secondo il principio “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Vi è chi in ambito marxista (per esempio Domenico Losurdo) ha criticato questa concezione come espressione di una sorta di residuo utopismo anarchicheggiante dal quale, malgrado le loro intenzioni fortissimamente “scientifiche”, i classici del materialismo storico (o “socialismo scientifico”, come anche per l’appunto denominavano il complesso delle loro teorie) non si sarebbero mai completamente liberati.

E’ una convinzione su cui concordo principalmente per due motivi fondamentali.

Uno si sarebbe potuto in teoria obiettare a Marx ed Engels stessi, già nella seconda metà del XIX° secolo, mentre l’altro è divenuto evidente solo nel corso del ‘900, e soprattutto a partire dalla metà del secolo appena trascorso.

Il primo consiste nel fatto che a mio parere perché la produzione sociale “funzioni” correttamente allo scopo di soddisfare il più efficientemente possibile i bisogni individuali e collettivi della popolazione lavoratrice-proprietaria dei mezzi di produzione, un livello anche piuttosto elevato di specialismo è pur sempre necessario, e ciò non può non comportare differenze persistenti ed ineliminabili (anche nella fase “superiore” del comunismo, quale si sviluppa sulla sua propria base) nell’intensità quantitativa e qualitativa del lavoro dei singoli (gravosità e impegno diversi, oltre che necessità di praticare il proprio lavoro più o meno prolungatamente nel corso della giornata e della vita lavorativa per poterlo eseguire con la necessaria perizia e competenza); per esempio, se fossi un membro della società comunista avanzata (sarei fortunato, ma non “beato” in senso religioso: non si tratterebbe comunque certamente del paradiso!) e avessi bisogno di un intervento chirurgico non vorrei certo essere operato da uno che al mattino pratica sport, nel primo pomeriggio coltiva la filosofia, nel tardo pomeriggio fa per l’appunto il chirurgo, e dopo cena compone sinfonie; vorrei essere operato, magari di Domenica se necessario per l’urgenza della mia patologia, da uno che facesse il chirurgo trecentosessantacinque giorni all’anno, sia pure con adeguati riposi settimanali, adeguati “recuperi” per le festività perse, adeguate ferie, un orario di lavoro quanto più possibile ridotto compatibilmente con il mantenimento da parte sua di un’adeguata competenza teorica e abilità manuale.

Il secondo motivo è costituito dalla limitatezza delle risorse naturali, che all’epoca dei classici del materialismo storico poteva ancora essere ignorato: a causa della sproporzione esistente fra la loro entità e la potenza trasformatrice (cioè costruttrice ma anche distruttrice) delle forze produttive umane, le risorse naturali potevano essere considerate “con buona approssimazione” infinite pur non essendo effettivamente tali, bensì finite, esattamente come in ottica pratica (per esempio nella pratica della fotografia) i raggi di luce possono essere considerati “con buona approssimazione” paralleli qualora provenienti da una distanza maggiore di un certo limite, comunque finito (la loro origine può essere considerata essere a distanza infinita allorché supera un certo limite, che è pur sempre finito). Per “risorse naturali” intendo sia materiali e fonti di energia non rinnovabili in ”tempi storici”, sia le condizioni naturali (fisiche, chimiche, ecologiche) necessarie alla conservazione della materia vivente in generale e della vita umana in particolare, che produzioni e consumi umani, per la potenza trasformatrice che hanno ormai raggiunto e per il modo irresponsabile e sconsiderato (irrazionalistico) in cui inevitabilmente vengono sviluppati dai rapporti di produzione capitalistici, tendono ad alterare ed eliminare a velocità superiori a quelle con cui naturalmente si possono ripristinare, così da mettere sempre più a repentaglio la sopravvivenza dell’umanità: malgrado esse siano sempre state finite, e in particolare lo fossero già ai tempi di Marx ed Engels, credo che nessuno allora (nemmeno Malthus) avesse una chiara, corretta consapevolezza del problema, che di fatto non appariva ancora in tutta la sua drammatica evidenza, che “con buona approssimazione” poteva essere ignorato.

Nella tredicesima tesi di questa prefazione al libro che stanno preparando, i compagni Sidoli, Leoni e Burgio, affermando che “l’accumulo continuo, la crescita continua del “lavoro universale” di natura scientifico-tecnologica entra in contraddizione, come processo potenzialmente infinito ed illimitato, con i limiti e le barriere socioproduttive (e politico-sociali) imposte dal sistema capitalistico, come del resto dagli altri sistemi di matrice classista” mi sembrano ignorare questa limitatezza delle risorse naturali effettivamente, realisticamente (e non: fantascientificamente, cioè infondatamente, irrealisticamente) a disposizione dell’umanità.

La conoscenza scientifica, così come ogni altro aspetto teorico della cultura umana, dell’attività umana intellettuale (non solo scientifica ma anche per esempio artistica), cioè in ultima istanza del pensiero umano, può bensì crescere tendenzialmente all’infinito; ma invece non può affatto crescere all’infinito la pratica umana trasformatrice della natura materiale, stante la limitatezza quantitativa di quest’ultima, la finitezza di quella parte della natura materiale che realisticamente, effettivamente è a disposizione delle forze produttive umane.

La contraddizione veramente fondamentale, decisiva ai fini del destino dell’umanità, la contraddizione che sempre più drammaticamente si esaspera nel capitalismo e che richiede sempre più pressantemente il superamento rivoluzionario dei rapporti di produzione privatistici (ai fini della sopravvivenza umana) è, secondo me, quella che intercorre da una parte fra questi rapporti di produzione stessi che, implicando inevitabilmente la concorrenza “anarchica” fra singole imprese di proprietà privata attive individualmente e del tutto indipendentemente le une dalle altre, nella ricerca del massimo profitto possibile a breve termine temporale e a qualsiasi costo sociale ed ambientale, impongono inevitabilmente la crescita tendenzialmente illimitata di produzioni e consumi, e la limitatezza delle risorse naturali dall’altra parte.

Il problema non è costituito a mio parere dai limiti che i rapporti di produzione privatistici imporrebbero alla crescita delle conoscenze scientifiche e delle loro utilizzazioni tecniche, ma al contrario è rappresentato proprio dalla mancanza di limiti che questi rapporti sociali, in particolare nella loro attuale fase capitalistica avanzata, necessariamente impongono alla crescita tendenzialmente infinita di produzioni e consumi in un ambiente naturale finito: limiti che viceversa é oggettivamente indispensabile rispettare, pena l’estinzione “prematura” e “di sua propria mano” dell’umanità.

Per riprendere la tesi fondamentale della teoria dell’effetto di sdoppiamento, credo che oggi siamo ad un tornante della storia umana altrettanto fondamentale e decisivo di quello di undicimila anni fa, cioè dell’avvento del periodo neolitico e dell’era della realizzazione costante di un plusprodotto accumulabile che ha dato luogo all’effetto di sdoppiamento; e tale da chiudere definitivamente (in due ben diversi possibili modi reciprocamente escludentisi) questa lunga fase caratterizzata dalla possibilità di sviluppo alternativo (collettivistico o “rosso”, oppure privatistico o “nero”) dell’umanità: avendo raggiunto le forze produttive una potenza tale da poter determinare effetti dello stesso ordine di grandezza della natura umanamente praticabile, si pone oggettivamente un’alternativa: o la “linea rossa” collettivistica si impone per tempo e produzioni e i consumi umani vengono pianificati razionalmente tenendo conto dei limiti delle risorse naturali e mantenendosi a prudenziale distanza da essi, oppure in un tempo più o meno breve la specie umana si estinguerà insieme a molte altre, e l’ evoluzione biologica proseguirà senza di essa (come è successo altre volte nel corso della storia naturale biologica, da ultimo con la grande estinzione dei dinosauri).

E se questo è vero, come credo sia, allora una società dell’abbondanza materiale illimitata, nella quale a ciascuno verrà dato secondo i suoi (illimitati) bisogni non potrà mai realizzarsi (d’altra parte si tratterebbe di qualche cosa di molto simile al paradiso di molte religioni, certamente vagheggiabile ma mai realizzabile per lo meno in questo mondo che da ateo ritengo sia l’unico reale e che comunque per tutti -anche per chi crede in Dio- è l’unico in cui viviamo e in cui possiamo agire durante la nostra esistenza naturale-materiale o “terrena”).

E dunque contraddizioni e disuguaglianze interindividuali e fra gruppi sociali, e probabilmente anche fra popolazioni distinte su base geografica (sia pure non antagonismi propriamente di classe: “contraddizioni in seno al popolo”, se vogliamo) non verranno mai meno finché esisterà l’umanità, anche nell’ipotesi migliore possibile circa il suo futuro; e conseguentemente non verranno mai meno organi istituzionali atti a regolarle, per quanto assai diversi da quelli propriamente “statali”, cioè deputati a tutelare un potere e dei rapporti di produzione classisti: il paradiso su questa terra non si potrà mai realizzare, mentre potrà invece accadere la “infernale” distruzione dell’umanità, e certamente accadrà se non si supereranno per tempo i rapporti di produzione capitalistici.”

Giulio Bonali

 

 

 

 

“Una risposta al compagno Giulio Bonali”

 

Caro Giulio, ti ringraziamo innanzitutto per aver aperto il dibattito su scienza/tecnologia e marxismo, oltre che per il tuo apprezzamento su larga parte della nostra prefazione al futuro libro “Microsoft o Linux?”.

Ma ancora più stimolanti ci sembrano le tue osservazioni rispetto alla questione della limitatezza delle risorse naturali esistenti sul nostro pianeta e della loro scarsità, con le conseguenze a cascata sul futuro della nostra specie.

Tale tesi risulta parzialmente veritiera, ma allo stesso tempo non completa (ed il “vero è l’intero”, rilevava giustamente Hegel nella sua Fenomenologia dello Spirito): le risorse naturali, a partire da quelle energetiche, si rivelano attualmente limitate, ma allo stesso tempo in crescita costante proprio grazie ed attraverso il processo costante di sviluppo del “lavoro universale” e delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, creatosi specialmente dopo il 1770 e l’inizio della Rivoluzione Industriale.

Partiamo dalla premessa teorica, che tu sicuramente condividi, che il livello qualitativo di sviluppo del lavoro universale sia in costante progresso negli ultimi due secoli e soprattutto negli ultimi quattro decenni, come dimostra un banale ma incontestabile processo di comparazione storica.

Infatti nel 1770, poco più di due secoli fa, erano forse stati costruiti i computer? Esistevano forse la biogenetica e le nanotecnologie? I satelliti spaziali? L’elenco può essere ovviamente allungato a dismisura…

Inoltre va sottolineato che le conoscenze scientifico-tecnologiche non si logorano assolutamente attraverso il loro uso (a partire dal processo di apprendimento dei diversi segmenti in cui si divide il “lavoro universale”), ma viceversa esse si migliorano e si sviluppano proprio mediante il loro utilizzo creativo da parte della praxis sociale, a partire da quella dei ricercatori scientifici e dei produttori diretti: cognizioni ed informazioni che stavano dietro la macchina a vapore di J. Watt sono state più volte estese ed approfondite, mentre in seguito ad essa si è affiancato il motore elettrico, per limitarsi a due semplici esempi.

Il lavoro universale non possiede pertanto solo la “magia” di svilupparsi e di accumularsi via via nel tempo, ma anche quella di non deteriorarsi (anzi, il contrario) durante il suo processo sociale di utilizzo, mentale e pratico-produttivo.

In terzo luogo, il processo di sviluppo delle conoscenze umane si sta rivelando “a balzi” e di carattere esponenziale nel corso degli ultimi due secoli, anche se non sempre ed in ogni settore: fenomeno particolarmente evidente nell’informatica e nella produzione di computer-supercomputer, ma non certo limitato ad esso.

Siamo pertanto in presenza di una “magia” in crescita, non logorata dall’uso e con un processo di sviluppo a spirale contraddistinto da continui salti di qualità e dall’apparire di sempre nuovi “continenti” e settori, quali ad esempio robotica, nanotecnologie, fusione nucleare, settore spaziale, ecc.

Il vero “Eldorado” si rivela proprio il cervello umano, legato alla pratica produttiva e scientifico-tecnologico: un “tesoro” in continuo aumento, non deteriorabile e capace di autoalimentarsi con un processo di riproduzione allargata e costante.

Certo, la “magia” del lavoro universale si  trasforma a sua volta in “magia rossa” (tesa a fini cooperativi e collettivistici) o “magia nera” rivolta a stimolare il processo di accumulazione capitalistica; viene applicata per fini pacifici o bellici (= Hiroshima e dintorni, per capirci); viene usata anche come per privatizzare il genoma umano, “bene comune” per eccellenza, ma qui entriamo in un altro campo d’analisi, diverso dalla questione della limitatezza delle risorse naturali del nostro pianeta.

Il punto centrale, Giulio, è che l’Eldorado costituito dal lavoro universale ha già allargato enormemente i “limiti” ed i “confini”, l’estensione quantitativa delle risorse a nostra disposizione come specie, a partire dal decisivo campo energetico. Già con l’attuale sviluppo della tecnologia, infatti, l’utilizzo (reale, e soprattutto potenziale ma già ora attuabile, certo) delle fonti energetiche rinnovabili risulta incrementato in maniera esponenziale.

L’energia solare, la costante, inesauribile e gigantesca massa di energia che proviene dalla nostra stella è diventata già ora utilizzabile su scala gigantesca, a costi decrescenti e con rendimenti energetici crescenti, da parte della nostra specie proprio attraverso il “lavoro universale” e le sue applicazioni pratiche, a partire dagli (apparentemente banali) pannelli solari, entrati ormai in parte nell’uso quotidiano.

Anche se può sfuggire ad una prima osservazione, siamo di fronte ad un evento epocale: la principale fonte energetica, la luce solare, è diventata negli ultimi decenni una risorsa naturale utilizzabile concretamente dal genere umano per soddisfare i suoi bisogni collettivi, ampliando enormemente i limiti e le barriere esistenti in precedenza nel campo delle fonti di energia.

Anche se gli investimenti in questo campo su scala planetaria risultano ancora estremamente insufficienti rispetto alle necessità ed alle potenzialità insite in questa gigantesca sorgente di energia, pulita e rinnovabile, è stato distrutto per sempre un “muro” apparentemente invalicabile al progresso materiale umano ed un limite si è trasformato in un “limite superato” per sempre dalla nostra pratica collettiva di specie.

Considerazioni analoghe possono essere effettuate (sempre tenendo conto dell’assurda sproporzione esistente tra potenzialità ed investimenti concreti nei settori in oggetto) riguardano anche il campo dell’energia delle maree e di quella eolica: rispetto a quest’ultima fonte di energia, conosciuta ed utilizzata dal genere umano a partire dal settimo secolo dopo cristo, il progresso avvenuto nel “lavoro universale” ha permesso già ora un salto qualitativo gigantesco nell’utilizzo della risorsa-vento, spostando in avanti i “limiti naturali” (o presunti tali…) alla crescita della massa d’energia (rinnovabile e pulita) a disposizione della praxis umana, sia a livello concreto/attuale che potenziale (ma rinnovabile, con adeguati investimenti, senza eccessivi problemi tecnici).

Ma non solo.

Sempre rimanendo vicini al tema dell’energia solare, già ora il genere umano è capace di innescare e controllare per brevi istanti il processo di fusione nucleare, lo stesso che si sviluppa costantemente all’interno di tutte le stelle: a partire dal geniale Tokamak sovietico degli anni Sessanta dello scorso secolo, sono stati fatti progressi significativi in questo strategico settore, a dispetto dei quasi ridicoli investimenti effettuati nel campo della sintesi termonucleare.

Si tratta di una fonte energetica utilizzabile su scala gigantesca, quando raggiungerà la sua piena maturità tecnologica; una fonte quasi inesauribile, visto che i materiali necessari per la fusione (trizio e deuterio) possono essere procurati per molti milioni di anni, oltre che strutturalmente incapace di produrre catastrofi nucleari e relativamente pulita. Già ora la nostra specie ha prodotto per scopi pacifici la fusione termonucleare, anche se vi sono ancora grandi ostacoli da superare nel prolungare i tempi della sintesi atomica e soprattutto nell’ottenere una massa di energia superiore a quella impiegata per innestare la fusione: ma si stanno compiendo continui passi in avanti in questa grande impresa, anche di recente.

Ad esempio sulla rivista Nature, agli inizi del 2012, si riportava di “prove tecniche di Sole allo SLAC National Accelerator Laboratory di Stanford, negli Usa.

Non certo per prepararsi alla tintarella della prossima estate, ma per ricreare in laboratorio i processi di fusione nucleare che alimentano le stelle.

Con la speranza di arrivare, un giorno non troppo lontano, a poter contenere e sfruttare l’immane energia liberata da queste reazioni per produrre elettricità. Un nuovo importante passo verso questo epocale traguardo  è stato raggiunto grazie al Linac Coherent Light Source (LCLS), il più potente generatore di fasci laser nei raggi X al mondo.

Bombardando una sottile lamina di alluminio con impulsi rapidissimi di raggi X di altissima energia prodotti dall’LCLS, gli scienziati guidati da Sam Vinko, ricercatore presso la Oxford University sono riusciti a portare, seppure per un tempo brevissimo (circa un milionesimo di miliardesimo di secondo) una piccola frazione della materia di cui era composta a una temperatura di 2 milioni di kelvin.

“L’esperimento rappresenta un significativo passo avanti verso la comprensione dei processi fisici alla base sia della produzione e del comportamento di materia ad altissima densità (10Ù23 elettroni per centimetro cubo) e temperatura (2 milioni di kelvin) che delle sue interazioni  con radiazione ad alta energia” commenta Mauro Messerotti, dell’osservatorio Astronomico di Trieste dell’INAF ed esperto di fisica solare.  È stato infatti dimostrato come sia possibile generare materia ad altissima densità di energia, come quella che si trova nel nocciolo delle stelle ove avvengono i processi che mantengono l’astro in equilibrio termodinamico e meccanico grazie alla produzione di energia per fusione nucleare”.[1]

Sempre all’inizio del 2012 la rivista “Le Scienze” annunciava che “le prestazioni dei plasmi ottenuti con il sistema Tokamak sono progressivamente migliorate, tanto che ci si aspetta che ITER, la macchina di nuova generazione attualmente in costruzione a Cadarache, in Francia, sia in grado di generare una quantità da energia da fusione nucleare fino a dieci volte superiore a quella necessaria ad accendere e mantenere in funzione la macchina.

Queste prestazioni dipendono dalla possibilità di ottimizzare diverse operazioni, fra cui il confinamento del plasma e il controllo delle instabilità magnetofluidodinamiche (MHD).

In particolare, il mancato tempestivo controllo di queste perturbazioni può determinare lo sviluppo di turbolenze più grandi che, se si verificassero ai bordi del flusso di plasma, possono portare al danneggiamento delle pareti del vano di contenimento del plasma.

Quando però le turbolenze si verificano nella parte centrale del plasma, possono innescare i cosiddetti neoclassical tearing modes (NTM), ossia instabilità resistive che rompono le linee di campo magnetico per poi riconnetterle in modo anomalo, portando alla formazione di “isole” di campo magnetico, che incidono fortemente sulla possibilità di generazione di energia. Queste turbolenze sono innestate da ioni molto energetici, tra cui le particelle alfa (nuclei di elio-4) che si creano in seguito ai processi di fusione.

I metodi consolidati per il controllo di queste turbolenze magnetofluidodinamiche consentono un buon controllo dei tempi e dell’ampiezza delle oscillazioni delle MHD, ma sono fortemente “energivori” e riducono altrettanto significativamente l’efficienza del reattore.

Ora un gruppo di ricercatori dell’Ècole Polytechnique Fèdèrale di Losanna (EPFL) è riuscito a sviluppare un metodo alternativo di controllo delle MHD, descritto in un articolo pubblicato su “Nature Communications” che permette di poter migliorare significativamente la situazione”.[2]

Pertanto si stanno creando tutte le premesse tecniche, Giulio, perché nei prossimi decenni il progresso del “lavoro universale” faccia cadere un’altra barriera, un altro mito, un altro limite alla disponibilità di risorse naturali-energetiche da parte della nostra specie, attraverso il pieno controllo del processo di fusione termonucleare e creando un “sole in miniatura” sul nostro pianeta.

L’“Eldorado” costituito dal nostro cervello sociale di specie, dalle nostre (in sviluppo continuo) conoscenze tecnologiche e scientifiche si sta trasformando in un vero e proprio “Eldorado” di risorse naturali-energetico, con enormi conseguenze socioproduttive e politico-sociali.

Un enorme “tesoro” che ovviamente può e potrà essere utilizzato dal “modello Linux” (appropriazione collettiva ed egualitaria dei risultati del lavoro universale), ma anche dell’alternativo “modello Microsoft” (appropriazione classista dei risultati ottenuti via via dal lavoro universale), sempre che – come noti giustamente – catastrofi di varia natura provocati dal modo di produzione capitalistico sciaguratamente non spazzino via la nostra specie (e molte altre) dalla faccia della Terra, in assenza di una rivoluzione socialista vittoriosa.

Come sempre, almeno dal 9000 a.C. e dalla Gerico “rossa” del neolitico, tutto dipenderà dai rapporti di forza politico-sociali che si creeranno su scala planetaria, ed in ultima  analisi dalla coscienza/volontà di lotta collettiva (o… assenza di coscienza/volontà di lotta) delle masse popolari e dei produttori diretti.

Un caldo abbraccio, e a risentirci presto caro Giulio, anche per affrontare la discussione sul comunismo sviluppato del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

(Marx,  Critica al programma di Gotha)

Roberto Sidoli

Massimo Leoni

Daniele Burgio

9 maggio 2012

 


[1] “Due milioni di gradi in un lampo”, Marco Galliani, 27/01/2010, in www.media.inaf.it

[2] “Un nuovo modo per stabilizzare il plasma nei reattori a fusione”, 11 gennaio 2012, in www.lescienze.it

Pubblichiamo l’articolo di Diego Angelo Bertozzi

Prendo spunto per la presente riflessione dall’interessante lavoro di Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio “Ratzinger o Fra’ Dolcino. L’effetto di sdoppiamento nella religione occidentale”, edito dalla Editrice Aurora.  Nel capitolo dedicato a “Cristianesimo,  socialismo e marxismo”, sono riportare – a mio avviso opportunamente – alcune considerazioni sul fenomeno religioso provenienti dal Partito comunista cinese e risalenti al 2006: nella prima il segretario generale Hu Jintao dichiara che il partito deve “unire bene i credenti e le figure religiose presenti tra le masse intorno al partito e al governo, e lottare insieme a loro per costruire tutt’intorno una società prospera, mentre si affretta il passo verso la modernizzazione del socialismo”; nella seconda – un documento del Comitato centrale – il riconoscimento della realtà oggettiva dell’esistenza a lungo termine del fenomeno religioso anche nelle società socialiste è unito all’invito ad utilizzare la loro “forza vitale” al fine della costruzione del socialismo con caratteristiche cinesi. Difficile dare torto all’analisi degli autori: con queste prese di posizione ci troviamo di fronte ad un caso di quello che loro definiscono “ateismo fraterno”, vale a dire un atteggiamento di collaborazione – pur nel mantenimento del dissenso sulle concezioni del mondo – tra comunisti (e marxisti) e linea “rossa” (anticapitalista e collettivista) religiosa (il libro ne ripercorre puntualmente tutta la storia).

Ebbene queste prese di posizione non sono una novità nelle riflessioni del Partito comunista cinese, impegnato dal 1949 a governare un immenso Paese nel quale il fenomeno religioso è sempre stato ben presente ed ha costituito una delle tante contraddizioni sulle quali si è sviluppata la costruzione del socialismo cinese.

Come ricorda Lu Yunfeng (Dipartimento di Sociologia dell’Università di Pechino) la Cina, fin dal III secolo a.C., si è sempre considerata una “terra divina” o “terra degli spiriti” e le principali religioni sono sopravvissute a tutte le campagne anti-religiose sviluppatesi nelle immediate fasi post-rivoluzionarie come durante le mobilitazioni della Rivoluzione Culturale[1].  Oggi l’art. 36 della Costituzione cinese tutela la libertà religiosa e vieta qualsiasi pratica discriminatoria legata alla fede, con l’unico limite della tutela dell’ordine pubblico, della salute e del sistema educativo.

La base ideologica di quello che possiamo chiamare “l’ateismo fraterno cinese” – al quale l’attuale dirigenza si richiama e che spero possa essere spunto di ulteriori riflessioni per Sidoli, Leoni e Burgio – è la direttiva n.19 del Comitato centrale del PCC, nota come “The basic viewpoint an policy on the religious question during our country’s socialist period[2]. Direttiva, quindi, contemporanea alla svolta Denghista nella politica sociale e economica cinese. Per chi ha dimestichezza con la storia recente del Paese asiatico – questa non è l’occasione adatta per dilungarsi – tutto il documento risente delle riflessioni del gruppo dirigente sulla storia e l’azione del partito, in particolare sotto la direzione di Mao: il ristabilimento della pace interna, e di un fronte unito patriottico nella costruzione del socialismo,  prevede anche un riesame della questione religiosa.

Veniamo ora al documento, riportante quelle che, ad avviso di chi scrive, sono le riflessioni più interessanti e che convalidano le analisi e le conclusioni contenute nello studio  di Sidoli, Leoni e Burgio.

Innanzitutto, nel sistema prevalentemente socialista realizzato a partire dal 1949  la radice di classe del fenomeno religioso (religione come “oppio del popolo” e strumento di dominazione politica) è ritenuta in parte superata e quella religiosa è ormai una contraddizione in seno al popolo che può essere superata attraverso il dialogo e la prassi educativa, sempre sotto la direzione del Partito comunista:

Nella società socialista la radice di classe o l’esistenza della religione è praticamente superata in seguito alla eliminazione del sistema oppressivo e dell’oppressore di classe. Tuttavia, poiché la coscienza del popolo è in ritardo rispetto alla realtà sociale, il pensiero e le vecchie abitudini non possono essere completamente spazzate via in un breve periodo. Un lungo processo di lotta dovrà portare a grandi sviluppi delle forze produttive, grande abbondanza di ricchezza materiale e un elevato livello di democrazia socialista, insieme con alti livelli di sviluppo nei settori dell’istruzione, della cultura, della scienza e della tecnologia. Poiché non possiamo liberarci dai vari disagi causati dalle gravi calamità naturali e provocate dall’uomo durante un breve periodo di tempo; poiché la lotta di classe continua ad esistere entro certi limiti e dato il sistema internazionale nel suo complesso, l’influenza della religione tra una parte del popolo in una società socialista non può essere evitata per un lungo termine. La religione è destinata a scomparire dalla storia umana. Ma sparirà naturalmente solo attraverso lo sviluppo a lungo termine del socialismo e del comunismo, quando tutti gli obiettivi posti saranno soddisfatti. Tutti i membri del partito devo avere un sobrio riconoscimento del protrarsi naturale della questione religiosa pur in condizioni socialiste. Coloro che pensano che con l’istituzione del sistema socialista e con un certo grado di progresso economico e culturale, la religione si possa estinguere in un breve periodo non sono  realistici. Coloro che si aspettano di fare affidamento su misure coercitive, amministrative, decreti o altro (il riferimento è alle persecuzioni durante la Rivoluzione culturale nda) per cancellare con un colpo solo il pensiero e le pratiche religiose sono ancora di più lontani dal punto di vista marxista nella questione religiosa”.

Sono, quindi, irrimediabilmente alle spalle tanto la “vecchia Cina” semifeudale e vittima del colonialismo – nella quale “i leader buddisti, taoisti e islamici erano principalmente controllati dai proprietari terrieri feudali, signori feudali, signori della guerra, reazionari e dalla classe burocratica capitalista” e le forze imperialiste “controllavano principalmente la chiesa cattolico romana e le chiese protestanti”- quanto la Cina della Rivoluzione culturale – durante la quale si “proibirono con la forza le normali attività religiose delle masse dei credenti” e si “realizzarono una serie di torti e ingiustizie ai danni delle personalità religiose”.

Con alle spalle un secolo di aggressioni coloniali e imperialiste, e conseguenti umiliazioni (1844-1949), durante il quale spesso i simboli religiosi hanno accompagnato e giustificato la politica delle cannoniere e interventi punitivi (su tutti quello del 1901), e di fronte alla persistente volontà imperialista di indebolire – quando non frantumare – la Cina popolare attizzando e sfruttando le fratture etniche e religiose (Tibet su tutti), il gruppo dirigente del PCC di allora – ma con una continuità d’azione riscontrabile anche oggi – avvia una politica di sviluppo di fronte unito con i credenti in nome dello sviluppo del socialismo e dell’indipendenza nazionale che si manifesta, tra l’altro, con il sostegno alla formazione di organizzazioni religiose patriottiche e nazionali.

Ma torniamo al documento per comprendere quali sono le modalità di azione che il Comitato centrale indica ai comunisti cinesi:

Noi comunisti siamo atei e dobbiamo senza sosta propagare l’ateismo. Eppure, al contempo, dobbiamo capire che sarà inutile ed estremamente dannoso usare la semplice coercizione per trattare le questioni ideologiche e spirituali del popolo. E questo include le questioni religiose. Dobbiamo inoltre capire che nella fase storica attuale la differenza che esiste tra la massa dei credenti e quella dei non credenti in materia di ideologia e convinzioni è relativamente secondaria. […] il compito fondamentale del partito è quello di unire tutte le persone (credenti e non credenti) in modo che tutti si sforzino nella costruzione di un moderno e potente Stato socialista.  Comportarsi diversamente non farebbe che aggravare il distacco tra la massa dei credenti e quella dei non credenti, così come incitare e aggravare il fenomeno del fanatismo religioso, con gravi conseguenze per la nostra impresa socialista”.

Insomma, il compito del Partito comunista cinese nel campo religioso, nel periodo inaugurato dalle riforme economiche e dall’apertura all’estero, è quello di difendere la libertà di credo religioso al fine di “consolidare e ampliare l’alleanza patriottica politica in tutti i gruppi etnico-religiosi, per rafforzare l’educazione al patriottismo e al socialismo e di mettere in gioco gli elementi positivi in essi per la costruzione di uno Stato moderno potente e socialista e completare il grande compito dell’unificazione del Paese”.

 

Diego Angelo Bertozzi



[1]Le religioni in Cina”, E. Fardella e C. Radini, Orizzonte Cina, aprile 2012.

[2] Il documento integrale, in lingua inglese, su http://www.purdue.edu/crcs/itemResources/PRCDoc/pdf/Document_no._19_1982.pdf