Archivi del mese: giugno 2012

Capitolo settimo La Cina e la “teoria del magnete” – parte prima-

Pubblichiamo il Capitolo 7 del nuovo libro che si può trovare interamente su http://www.robertosidoli.net/

Redazione La Cina Rossa

 

La politica estera della principale potenza economica a livello mondiale, sempre tenendo conto del criterio della parità del potere d’acquisto, si articola su quattro livelli diversi, seppur interconnessi tra loro da analisi, progettualità e pratica politica comune: la Cina (prevalentemente) socialista all’inizio del 2012 ha cristallizzato da lungo tempo, almeno a partire dal 2001/2003, una strategia di lungo termine per i prossimi decenni che ha per oggetto le relazioni interstatali su scala mondiale, ovviamente legata dialetticamente con l’orientamento e la dinamica generale di sviluppo del gigantesco paese asiatico.

Si tratta di una strategia innanzitutto di matrice pacifica, non-egemonica e cooperativa, determinata sia da sincere spinte ideali che da concomitanti e paralleli interessi geopolitici; ma che allo stesso tempo risulta assai ambiziosa e lungimirante, perché tende alla progressiva e pacifica costruzione sia di un nuovo ordine planetario che a facilitare l’avvio di un processo graduale e pacifica di transizione al socialismo su scala mondiale, in forme originali ed innovative rispetto alla precedente (e fallimentare, nell’ultimo periodo) esperienza sovietica, rielaborando creativamente la teoria e pratica politica prodotta via via sulle relazioni internazionali dal movimento comunista  fin dal 12 settembre del 1882, con la splendida lettera di Engels a Karl Kautsky sulla possibile/auspicabile dinamica di sviluppo del processo rivoluzionario mondiale (ancora vivo ed operante Marx…).

In ultima analisi, siamo in presenza di un grande disegno che ha per oggetto una sorta di “via economica/pacifica” al socialismo su scala mondiale, sorretta e proposta da una “superpotenza anomala”, in termini di progettualità profondamente diversa da quella sovietica: e soprattutto, per la materia oggetto del presente lavoro, di una strategia di lungo periodo che risulta a nostro avviso perfettamente compatibile  con l’“ipotesi Hong Kong” e che anzi non può che averla al suo centro, nel caso di una crisi disastrosa dell’economia e della finanza pubblica degli Stati Uniti.

Ma prima di entrare nel merito, risulta necessario una preventiva chiarificazione sulla natura socioproduttiva della Cina contemporanea, demolendo la tesi (ancora assai diffusa nella sinistra occidentale) che essa sia diventata invece una forma più o meno originale di capitalismo di stato: come si era già notato nel “Il ruggito del dragone”, serve sotto questo profilo uno shock salutare per molti onesti militanti anticapitalisti.

Va subito notato come siano state proprio le autorità politiche statunitensi a riconoscere nei fatti la diversità del sistema socioproduttivo (e sociopolitico) cinese, quando ad esempio il sottosegretario al Tesoro L. Brainard chiese a Pechino nell’estate del 2011 di “smantellare l’insieme di controlli finanziari che tendono a canalizzare credito a basso costo alle imprese statali” cinesi, ponendole a suo avviso in una situazione di vantaggio rispetto alle imprese private, autoctone o straniere; oppure quando il sottosegretario di Stato R. Hormats si lamentò pubblicamente sempre nello stesso periodo, delle “moltitudini di vantaggi” goduti dalle aziende pubbliche cinesi nella loro terra d’origine. ( D. Palmes, “Rise of China state-owned firms rattle U.S. companies”, 17 agosto 2011, in www. Reuters.com).

Inoltre una fonte anticomunista come il quotidiano inglese “The Guardian” ammetteva, il 27 aprile 2011, che non solo “l’economia cinese risulta in gran parte legata allo stato, con il governo che controlla l’insieme del sistema finanziario” e la proprietà (pubblica) delle principali imprese industriali, ma che tale profonda diversità con il reale e contemporaneo capitalismo di stato occidentale, operante dagli Usa all’Italia (= egemonia della finanza privata e dei monopoli privati sul processo produttivo, “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti”, “socialismo dei ricchi” in caso di loro crisi, profitti su ampia scala sia delle imprese private del complesso militare-industriale che di quelle collegate agli appalti pubblici, ecc) spiega simultaneamente perché “la Cina sia stata capace di superare” la recessione mondiale” (del 2008-2009) “con una crescita del suo prodotto interno lordo del 9,8” (nel 2010), “nonostante avesse perso circa il 3,7% del suo PIL a causa della caduta globale delle sue esportazioni” verso i disastrati paesi occidentali, espressione ormai chimicamente quasi pura del reale, concreto e non immaginario capitalismo di stato contemporaneo.[1]

Sono reperibili anche numerose altre testimonianze, di matrice quasi sempre apertamente anticomunista, che attestano la netta prevalenza dei rapporti di produzione collettivistici e della “linea rossa” nella composita e “sdoppiata” formazione economico-sociale cinese dell’inizio del terzo millennio.

In un rapporto relativo alle 500 principali imprese operanti in Cina nel 2010, rilasciato agli inizi di settembre del 2011, si notava che esse fatturavano nel 2010 più dell’83% del PIL cinese, ed emergeva soprattutto che le imprese di proprietà pubblica, in tutto o in larga parte statali, avevano un volume d’affari pari a ben l’82,84% del totale: più di quattro quinti del fatturato della “top 500” del 2010 in Cina derivava pertanto da aziende non-capitalistiche, in mano al settore pubblico in tutto o in buona parte.

Il 16 novembre del 2010 J. Dean scriveva sul Wall Street Journal, la “bibbia” dei capitalisti di tutto il mondo, rilevando con preoccupazione come il governo e lo stato cinese possiedano “tutte le maggiori banche in Cina, le tre maggiori compagnie del settore petrolifero e delle telecomunicazioni, le più grandi aziende nei mass media”. Sempre il Wall Street Journal ha notato che i beni di proprietà delle imprese statali nel 2008 equivalevano a ben 6.000  miliardi di dollari, il 133% del prodotto nazionale lordo cinese di quello stesso anno, e in percentuale più di cinque volte del valore accumulato dalle imprese pubbliche (ferrovie, ecc.) francesi, il paese a sua volta più “dirigista” del mondo occidentale.

Una seconda sorpresa è arrivata il 7 luglio del 2010. Un professore dell’università di Yale, Chen Zhiwu, ha rilevato sull’International Herald Tribune (pag. 18) che “lo stato cinese controlla tre quarti della ricchezza in Cina…”: il 75%, quindi, non lo 0,1% del processo produttivo del gigantesco paese asiatico.

A sua volta il giornalista Isaac Stone Fish, sulla rivista statunitense Newsweek del 12 luglio 2010, ha attirato l’attenzione sulle “imprese di proprietà statale, che dominano in modo crescente l’economia cinese…”:  pertanto negli ultimi anni si assiste a un processo di incremento del peso specifico del settore pubblico all’interno della Cina, non certo alla sua riduzione. [2]

Altro microshock. Il 28 settembre del 2009 il sito China Stakes rilevava che, tra l’aprile e il settembre di quell’anno, il governo e le autorità locali della provincia dello Shanxi, (la “capitale del carbone” della Cina) avevano nazionalizzato ben 2840 miniere appartenenti in precedenza a investitori privati, autoctoni o stranieri, con indennizzi di regola ritenuti da questi ultimi “insoddisfacenti”.

Tang Xiangyang, sulla rivista Economic Observer News del settembre 2009, ha preso in esame dal canto suo l’elenco che viene diffuso ogni anno in Cina sulle 500 principali aziende del paese, edito tra l’altro a partire dal 2002 da un organismo che comprende al suo interno anche tutte le principali imprese private, autoctone o multinazionali, che operano in esso.

Con tono sconsolato, Tang Xiangyang ha dovuto intitolare il suo articolo “I monopoli di stato dominano la top 500 della Cina”, notando subito che durante il 2008 tutte le prime 43 posizioni nell’elenco in oggetto erano occupate… da aziende, industrie e banche statali, completamente o a maggioranza in mano al settore pubblico. Le imprese private e i monopoli capitalistici, tanto decantati in occidente, svolgevano il ruolo di “cenerentola” nel processo produttivo cinese, tanto che Tang Xiangyang è stato costretto a rilevare con una certa angoscia come la più grande azienda privata cinese, la Huawei Tecnologies con base a Shenzen, occupasse solo il 44° posto nella lista; dato ancora peggiore per il povero Tang, solo un quinto e solo cento delle “top 500” in Cina erano aziende capitalistiche, la cui percentuale sull’importo globale delle vendite ottenute nel 2008 dalle prime cinquecento imprese risultava pari circa a un deludente… 10%, a un modesto decimo del reddito globale espresso da queste ultime nella Cina del 2008.[3]

Nella classifica relativa alle 500 imprese più grandi al mondo, pubblicata dalla rivista Fortune nel luglio del 2010, risultano a loro volta presenti 42 imprese della Cina continentale (con esclusione di Taiwan, Hong Kong e Macao): e su queste 42 (a partire dalla statale Sinopec, numero sette per dimensioni su scala planetaria) gigantesche aziende cinesi, risultano essere di proprietà pubblica, in tutto o in larga parte, addirittura  quarantuno società, banche e istituti finanziari compresi.

A sua volta Dick Morris, giornalista di sicura fede anticomunista, nel luglio del 2009 intitolava un suo articolo “Il socialismo non funziona nemmeno in Cina” lamentandosi (dal suo punto di vista) che in Cina ben l’80% di tutte le attività di investimento venisse finanziato  da banche statali, in tutto o in larga parte di proprietà pubblica, e che (orrore ancora maggiore) le imprese di stato cinesi esprimessero ben il 70% dell’insieme degli investimenti di capitali in Cina.

Percentuale tra l’altro in crescita progressiva, protestava con vigore l’indignato Dick Morris, e che ingiustamente favoriva la “triste storia del settore socialista in Cina”, sempre a giudizio del pubblicista occidentale.[4]

Quarantatré società statali ai primi quarantatré posti nella “top 500” del 2008, il 70% degli investimenti produttivi cinesi da imprese pubbliche: anche a prima vista, non si tratta certo di “residui” socioproduttivi di marca socialista dei (presunti) “bei tempi passati”.[5]

All’interno della Cina contemporanea risaltano ed operano congiuntamente quattro anelli principali, su cui si articola l’egemonia contrastata della “linea rossa” socioproduttiva, costituita dal ruolo determinante svolto dalle aziende/banche statali, dalla proprietà pubblica del suolo cinese, dall’enorme estensione assunta dal settore cooperativo (ivi compreso quello agricolo) e dal “tesorone” pubblico formato dall’enorme massa di monete e titoli esteri in mano all’apparato pubblico cinese.

Ma oltre ai “quattro anelli” sopra descritti, la supremazia (contrastata) del settore socialista nell’insieme dell’economia cinese viene garantita e rappresentata da numerosi altri strumenti, allo stesso tempo politici ed economici, quali:

–                 il possesso e controllo statale della stragrande maggioranza delle risorse naturali del paese, a partire da quelle idriche ed energetiche;

–                 il quasi totale monopolio statale del settore militar-industriale, spaziale e delle telecomunicazioni;

–                 la presenza di numerose imprese municipalizzate in quasi tutte le città cinesi, aziende possedute e controllate dagli organismi politici locali;

–                 la politica demografica del “figlio unico” (non applicata alle minoranze etniche del paese), con i suoi positivi riflessi sia sull’economia che sul processo complessivo di riproduzione della forza lavoro del gigantesco paese asiatico;

–                 il processo partigiano e unidirezionale di concessione dei prestiti bancari, denunciato non a caso  da Dick Morris; essi vengono destinati nella loro grande maggioranza a favore del settore statale e cooperativo, mentre solo per una porzione secondaria vanno alla sfera privata; [6]

–                 l’utilizzo del sistema finanziario principalmente al servizio dello stato, che se ne serve anche “per scopi come la lotta all’evasione fiscale” riconosciuti persino da studiosi anticomunisti;[7]

–                 il progressivo aumento, negli ultimi dieci anni, della quota del PIL cinese amministrata direttamente dallo stato: percentuale passata dall’11% circa del 1998 fino al 23% del 2007;[8]

–                 il processo, relativamente esteso da parte cinese, di riacquisto dell’intera proprietà di alcune delle joint venture formatesi tra imprese statali e multinazionali, come testimoniato anche da Luigi Vinci (Rifondazione Comunista) in un suo articolo sulla dinamica politico-sociale cinese; [9]

–                 molte delle principali multinazionali straniere che operano in Cina sono state costrette ad accettare di costruire joint venture alla pari  con le aziende statali, per poter operare in terra cinese fuori dalle “zone speciali” economiche: ad esempio la Volkswagen ha creato (fin dal 1984) una joint venture paritaria con l’azienda statale SAIC che durerà almeno fino al 2030, imitata in questo senso dalla General Motors, da Microsoft, ecc;

–                 l’intreccio spesso creatosi in Cina tra azionisti privati e proprietà pubblica, all’interno di imprese apparentemente solo capitalistiche, a volte può ingannare: basti pensare che se la Lenovo, una delle più importanti imprese al mondo nella produzione di computer, agli occhi occidentali rappresenta una compagnia privata, alla fine del febbraio 2008 almeno il 30% delle sue azioni risultava in mano statale;

–                 il potere reale di fissare “dall’alto” e per via politica i prezzi di alcuni beni e servizi, come è successo nei primi mesi del 2008 per benzina, grano, latte e uova, al fine di combattere l’allora crescente inflazione (misure analoghe vennero prese nel 1996 e 2003);

–                 il pieno controllo statale su decisive condizioni generali della produzione quali dighe, centrali elettriche, canali di irrigazione, porti, sistema ferroviario e stradale, rete di internet, ricerca scientifica e settore high-tech, ecc;

–                 il potere statale di aumentare per legge (e scelta politica) i salari minimi, potere applicato concretamente e più volte nel corso degli ultimi decenni. Ad esempio, l’insospettabile International Herald Tribune (28 dicembre 2010, pag 18) ha ammesso che “il salario minimo crescerà a Pechino del 21% a partire dal 1 gennaio del 2011, “dopo un 20% di incremento avuto appena sei mesi fa” a metà del 2010;

–                 il sistema fiscale cinese è basato su delle aliquote fortemente progressive, che vanno dallo zero per i redditi più bassi ad arrivare al 45% per le entrate superiori ai 100.000 yuan mensili, pari a circa 12.000 euro al mese.[10]

La differenza tra la formazione economico-sociale cinese attuale, prevalentemente, di matrice collettivistica, ed i reali, concreti capitalismi monopolistici di stato contemporanei (a partire da quello statunitense, britannico, italiano, ecc.) diventa inoltre ancora più evidente e vistosa se si prende in considerazione un altro importante elemento, economico e socioproduttivo: l’assenza clamorosa di un ruolo significativo dei derivati creditizi nel processo di riproduzione dell’economia cinese, l’assenza del “capitale fittizio” (Marx) investito nel processo di circolazione di opzioni e derivati finanziari in terra cinese. Come si vedrà meglio in seguito, nelle metropoli imperialistiche tale processo di interscambio finanziario fin dal 1990 ha raggiunto proporzioni abnormi, arrivando attualmente a superare per valore (fittizio…) circa dieci volte l’intero Pil mondiale: ma se questo fenomeno risulta da ormai due decenni un elemento chiave all’interno delle economie capitalistiche di stato, a partire da quella statunitense, esso viceversa non gioca praticamente alcun ruolo, non ha praticamente spazio e peso specifico reale in un economia gigantesca come quella cinese che, a partire dal 2009, ha ormai sorpassato quella americana utilizzando il criterio della parità del potere d’acquisto.

Un “fatto testardo” (Lenin), da tener ben in conto.

Per quanto riguarda invece la progettualità interna, a breve e medio termine, del partito comunista (PCC) e degli apparati statali cinesi, attraverso il 12° piano quinquennale (2011-2016) la direzione del partito ha utilizzato l’occasione/pericolo della grave depressione che dal 2008 colpisce il mondo capitalistico per progettare, e soprattutto mettere in campo un salto di qualità decisivo nel modello di sviluppo di lungo periodo della formazione economico-sociale cinese. Un balzo qualitativo di grande portata che, in estrema sintesi, si articola su tre elementi centrali:

–          maggiori consumi popolari, meno risorse destinate all’accumulazione;

–          più alta tecnologia, meno settori a bassa composizione organica del capitale;

–          più energia verde rinnovabile, meno fonti energetiche inquinanti e non rinnovabili.

È stata, infatti, elaborata la progettualità/praxis tesa a creare una nuova fase nella dinamica del socialismo in Cina, che coniughi l’aumento ancora più rapido del tenore di vita operaio e contadino con la tutela ambientale e la sostenibilità del processo di sviluppo interno, l’enorme accelerazione dell’utilizzo delle energie rinnovabili con l’innalzamento esponenziale del livello qualitativo della scienza e tecnica cinese, la riduzione progressiva della dipendenza (relativa) dalle esportazioni con la crescita della domanda endogena di beni di consumo accompagnata alla riduzione dell’elevatissimo tasso di risparmio dei lavoratori cinesi, sia urbani che rurali.

Il progetto di lungo periodo enucleato dopo il 2007, di portata epocale per la Cina e il mondo intero, ha trovato la sua principale forma di cristallizzazione pratica quando, a metà ottobre del 2010, il Comitato Centrale del PCC ha approvato le linee guida del 12° piano quinquennale, elaborato per il gigantesco paese asiatico ed in vigore dal 2011 al 2015.

Il primo elemento importante è che viene riconfermato il ruolo assai significativo svolto dalla pianificazione e dall’intervento politico (sia dal centro che dalle “periferie”, dalle diverse municipalità e regioni) all’interno del processo di riproduzione complessiva dell’economia cinese: il dominio del cosiddetto libero mercato, con le sue presunte “virtù”, i dirigenti del PCC preferiscono giustamente lasciarlo in esclusiva al declinante capitalismo occidentale con i suoi recenti fallimenti economici e crack finanziari generalizzati. In seconda battuta, l’obiettivo finale del dodicesimo piano quinquennale consiste nel raggiungimento di una crescita del 50% in cinque anni, a un ritmo annuale di quasi il 9%, in grado di consentire alla Cina di ottenere nel 2015 un prodotto nazionale lordo pari a 8000 miliardi di dollari, contro i circa 5000 del 2009: si tratta del mezzo indispensabile per avviare uno “sviluppo inclusivo” affinché, come evidenzia il documento del PCC “tutti i cittadini […] possano vivere in una condizione di benessere”. Anche il giornalista anticomunista A. Paglia ha ammesso che il dodicesimo piano “prevede, come d’incanto, lo stop all’inflazione, il taglio delle tasse ai ceti bassi e l’aumento generale degli stipendi. Nel 2011 i salari minimi aumenteranno di un altro 20%, come l’anno scorso, ma con punte del 75% nelle regioni interne. Un operaio passerà da 124 a 146 euro al mese. Nelle città la busta paga media sarà di 2000 euro all’anno, rispetto ai 600 guadagnati nelle zone rurali”.

Benessere diffuso e collettivo, dunque, con la centralità attribuita allo sviluppo e alla domanda interna rispetto al settore dell’esportazione collegata ad alcune priorità sociali:

–          estendere e migliorare notevolmente il sistema di protezione sociale ed il welfare state cinese, a partire dal settore sanitario e scolastico;

–          incrementare enormemente la produzione per mano pubblica di case a basso prezzo per le masse popolari urbane: è prevista la costruzione di ben 35 milioni di immobili a basso prezzo entro il 2015. Sotto questo profilo, il premier cinese Wen Jiabao ha affermato nell’aprile del 2011 nel rapporto di lavoro del governo che “quest’anno inizieremo la costruzione di dieci milioni di appartamenti derivati dalla ristrutturazione delle case popolari. Vogliamo concentrarci sugli appartamenti pubblici. Il bilancio delle forze centrali ha in programma di versare 10,3 miliardi di RMB come fondi di sovvenzione, incrementati di 26,5 miliardi di RMB rispetto all’anno scorso. I governi a tutti i livelli riceveranno i fondi in diverse forme e aumenteranno sostanzialmente gli investimenti. Dovranno costruire al più presto un sistema amministrativo d’utilizzo dei fondi, case popolari funzionali, aumentare la trasparenza e rafforzare il controllo sociale per garantire che le famiglie che hanno i giusti requisiti possano beneficiare di tutto questo;[11]

–          continuare nel ritmo di espansione accelerato dei salari, a partire da quelli minimi, che ha già contraddistinto la Cina negli ultimi tre anni: non a caso a Pechino, dal 1° gennaio del 2011, il salario minimo è stato aumentato del 20% in un sol colpo.

Il dodicesimo piano quinquennale è diventato ormai una realtà concreta, che produrrà a breve degli effetti giganteschi e benefici sia sulla Cina che nel resto del pianeta. Non è pertanto casuale che persino uno dei simboli del capitalismo finanziario statunitense, JP Morgan, abbia previsto un tasso annuale medio di crescita cinese pari all’8% anche nei prossimi cinque anni, mentre a sua volta il Fondo Monetario Internazionale ha ammesso che la Cina si trasformerà da un’economia basata sull’esportazione a una basata sulla domanda interna, tesi condivisa anche da Goldman Sachs.[12]

I processi d’analisi in via d’esposizione hanno evidenti ricadute anche sulla politica internazionale, in particolar modo escludendo a priori ed in modo inequivocabile che la Cina (prevalentemente) socialista sia diventata una potenza imperialistica.

Come si è già sottolineato nel “Ruggito del dragone”, infatti, la teoria che considera la Cina un polo imperialistico, più o meno originale, “si scontra con molti fatti testardi, che la “demoliscono” e falsificano alla radice.

Il principale problema che incontra la concezione in oggetto è che i rapporti sociali di produzione e distribuzione nella Cina contemporanea risultano ancora prevalentemente collettivistici, di natura statale o cooperativa, anche se affiancati simultaneamente dalla presenza di un robusto settore capitalistico, nazionale ed internazionale (multinazionali straniere).

Senza “dominio dei monopoli e del capitale finanziario” (Lenin), pertanto, sparisce l’imperialismo, o almeno l’imperialismo descritto da Lenin.

Senza una base economica e rapporti di produzione prevalentemente capitalistici, non si può certo parlare di imperialismo moderno, che si fonda – sempre Lenin – su una precisa “fase di sviluppo del capitalismo finanziario” (banche private in testa) e del suo processo di accumulazione.

E deve essere sottolineato come anche il ricercatore anticomunista Willy Lam, il 14 gennaio 2011, abbia ammesso che nel 2009 il solo giro d’affari delle imprese statali, controllate dallo stato a livello centrale (gli yangqi, in cinese) abbia pesato per ben il 61,7% sull’intero prodotto nazionale lordo cinese del 2009, percentuale equivalente a quasi due terzi della ricchezza prodotta nel gigantesco paese asiatico nell’anno preso in esame.

La seconda difficoltà che incontra la tesi della “Cina-polo imperialista” deriva dal fatto che il presunto imperialismo cinese viene invece sfruttato su larga scala (seppur in modo controllato, con precisi limiti e contropartite) e da quasi tre decenni, da parte delle multinazionali occidentali e giapponesi.

G. Gattei ha perfettamente ragione quando ha notato che, “come se la profezia di Smith si fosse avverata, aggiungendo finalmente al proprio mercato interno anche il mercato internazionale, la Cina si è trasformata in una vera propria officina del mondo, esportatrice privilegiata di manufatti per il centro imperialistico”.[13]

Ma il compagno Gattei, forse per motivi di spazio, ha dimenticato di analizzare unfatto testardo ” di notevole importanza, e cioè che quasi il 60% del totale delle esportazioni provenienti dalla Cina e destinate in larga parte ai mercati consumatori occidentali rimane sotto la proprietà ed il controllo delle multinazionali, occidentali e giapponesi, che operano nel paese asiatico: nel 2006 la quota in oggetto risultava pari al 58% del totale del commercio estero cinese.[14]

La Cina è diventata l’“officina del mondo”, ma più della metà dei “manufatti per il centro imperialistico” (Gattei) che essa esporta ogni anno risulta di proprietà proprio del capitalismo estero, in modo che più della metà dei “manufatti esportati annualmente dalla Cina” costituisce una preziosa fonte di profitti per le multinazionali occidentali, dalla Wal-Mart in giù; pertanto ogni anno una consistente massa di plusvalore/plusprodotto/profitti, creati e generati dagli operai assunti dalle multinazionali occidentali che operano nel gigantesco paese asiatico, entra nelle tasche degli azionisti e dei capitalisti occidentali e ne alimenta il processo di accumulazione.

Che strano imperialismo, quello cinese! Anzi, che misero imperialismo, che non sa neanche difendere a vantaggio del proprio “capitale” una buona parte della massa di plusvalore via via riprodotta a Pechino, Shanghai e nelle regioni costiere cinesi![15]

Rimandando al testo citato per trovare altri esempi che falsificano l’equazione Cina=polo imperialistico, si può a questo punto passare al processo di analisi dei quattro livelli interconnessi, di progettualità/praxis che costituiscono la globalità della politica internazionale della Cina contemporanea.

La prima “sfera” ha per suoi oggetti principali da un lato la difesa dell’integrità territoriale e sovranità cinese,  e dall’altro la ricerca della pace (e della pacifica risoluzione delle tensioni tra nazioni) sia nel continente asiatico che nell’intero pianeta: due elementi basilari ed apparentemente quasi scontati, che tuttavia assumono una visione assai meno banale alla luce dell’esperienza storica vissuta dalla Cina tra il 1840 ed il 2011, come correttamente è stato sottolineato dal “Libro Bianco” sullo sviluppo della Cina, pubblicato dalle autorità cinesi nel settembre del 2011, in un passo in cui si notava che “il popolo cinese ama la pace” anche per “le tremende sofferenze subite da guerra e povertà nei tempi moderni”.[16]

Sul tema dell’integrità e della piena sovranità, intese giustamente come precondizioni e bisogni “alfa”, “minimalisti” ma ipernecessari all’interno della politica cinese, sia internazionale che interna, è stata illuminante la dichiarazione effettuata (tra le tante utilizzabili in questo senso….) dal presidente Hu Jintao il 24 maggio del 2010 durante un vertice tra Cina e Stati Uniti, quando egli sottolinea che “la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale sono diritti fondamentali riconosciuti” su scala mondiale.[17]

La Cina ha subìto proprio negli ultimi due secoli una tragica esperienza storica di violazioni sistematiche e gravissime proprio della sua sovranità ed integrità territoriale, partendo dalla schifosa “guerra dell’oppio” e dalla vergognosa occupazione di porzioni del suolo cinese da parte dell’imperialismo anglofrancese fin dal 1839/42, in una spirale sanguinosa di colonialismo che è continuato (principalmente attraverso l’atroce aggressione giapponese, dal 1931 al 1945) senza soluzione di continuità, fino alla  liberatoria vittoria dei comunisti cinesi.

Una grande nazione occupata da altri stati per più di un secolo; che vedeva la presenza ingombrante dei marines statunitensi sul suo suolo, ancora nel 1945/47; che osserva alcune influenti lobby statunitensi alimentare ancora oggi le speranze delle forze indipendentiste dell’isola di Taiwan (parte integrante del  suolo cinese), non può non avere al centro della sua politica anche il tema – non scontato e fondamentale – della difesa dell’integrità territoriale cinese; esprimendo da un lato una più che legittima rigidità strategica su questo tema, ma allo stesso tempo utilizzando un’intelligente flessibilità tattica sul tema spinoso di Taiwan, accettando l’estesa autonomia de facto (ma escludendo a priori qualunque opzione separatista) che l’isola ha acquisito con il supporto delle navi/baionette di Washington, dopo il 1949.

Anche sul cruciale tema della pace il rigetto da parte cinese della guerra, della ricerca dell’egemonia politico-militare e di qualunque ipotesi di esportazione della rivoluzione, come aveva sottolineato l’autorevole Xi Jinping durante una sua visita in Messico di quattro anni fa, è sincero ed appassionato; non solo a causa delle evidenti e disastrose conseguenze di una guerra nucleare (anche “limitata”) su scala mondiale, ben chiare a quasi tutti gli esseri umani con l’eccezione dei più accesi “falchi” del Pentagono e di una parte minoritaria del disastrato movimento trotskista, ma anche perché lo scoppio di un conflitto bellico di dimensione estese, soprattutto se in grado di coinvolgere la Cina, rappresenta la più grande minaccia al lento, molecolare ma continuo processo di “sviluppo pacifico” del gigantesco paese asiatico.

Del resto i venti di guerra hanno sfiorato abbastanza da vicino e proprio di recente la pacifica Cina, quando nella primavera del 1999 le bombe “intelligenti” della NATO distrussero “per sbaglio” l’ambasciata cinese di Belgrado, oppure quando un aereo spia statunitense abbatté “per errore” un aereo militare di Pechino poco distante dalle coste cinesi, a fine marzo del 2001; per non parlare poi delle continue esercitazioni militari/navali che le forze armate statunitensi e sudcoreane tengono di frequente, in prossimità delle coste cinesi.

Per una serie di fattori combinati, seppur di diversa natura, i dirigenti ed il popolo cinese hanno pertanto come ulteriore “stella polare” della loro politica estera la ricerca della pace, su scala asiatica e globale, e della risoluzione pacifica delle controversie e contraddizioni interstatali.

Prova sicura e concreta di tale atteggiamento generale è che, andando via via indietro nel tempo, non è stata certo la Cina a far scoppiare, o anche solo partecipare:

–          alla guerra NATO contro la Libia, nel 2011;

–          alla guerra USA contro l’Iraq, nel 2003/2011;

–          alla guerra NATO contro l’Afghanistan, nel 2001/2011;

–          alla guerra Nato contro la Yugoslavia, nel 1999;

–          all’occupazione occidentale della Somalia (1994) e di Haiti, nel 1991;

–          alla guerra NATO contro l’Iraq, nel 1990/91;

–          all’occupazione statunitense di Panama, nel 1989.

Sempre sotto questo aspetto va sottolineata l’assenza totale, e non certo casuale, sia di basi militari che di truppe cinesi all’estero, operanti in modo autonomo. L’imperialismo contemporaneo, espressione organica del capitalismo finanziario e delle multinazionali private, è stato contraddistinto fin dal 1945/60 dall’occupazione militare dei paesi extra-europei da parte delle diverse potenze imperialistiche e, dopo il 1945, dalla “basing strategy” messa in campo via via dagli USA, con la progressiva creazione di una rete diversificata ed impressionante di basi militari, soldati e “consiglieri” militari statunitensi sparsi in circa cento paesi del globo, dalla Colombia all’Italia, dall’Arabia alle Azorre, dalla Georgia alla Corea del Sud: basi ed avamposti militari che servono anche a controllare il “territorio economico”, le fonti energetiche e di materie prime, le zone di passaggio degli oleodotti e del traffico internazionale di merci.

Ebbene, la Cina non possiede neanche una base militare all’estero, mentre i (pochi) soldati cinesi all’estero operano solo sotto l’egida delle Nazioni Unite: un fenomeno irrilevante?

Va anche notato riguardo alla tematica pace/guerra (e al rispetto/violazione della sovranità altrui) che “dopo il 1946 sia gli Stati Uniti che, in modo minore, la Francia e la Gran Bretagna, hanno inoltre spesso utilizzato i mezzi paramilitari e i loro servizi segreti per rovesciare i regimi a loro sgraditi, quasi sempre progressisti ed antimperialisti: si va dal Guatemala di Arbenz (1954) fino al colpo di stato promosso nel Venezuela di Chavez dalla CIA (aprile 2002), con l’appoggio delle forze reazionarie e della borghesia locale. La Cina non ha invece partecipato a questo “gioco sporco”, tipico del moderno Risiko mondiale e della politica neocoloniale espressa dalle potenze imperialistiche dopo il 1945: un altro elemento non irrilevante, specie se collegato all’assenza di basi militari/truppe cinesi all’estero ed alla mancata occupazione da parte di Pechino di nazioni straniere.”[18]

Ma soprattutto va evidenziata “la mancata partecipazione di Pechino alla pluridecennale corsa al riarmo nucleare ed il suo livello relativamente basso di spese militari, a dispetto delle periodiche campagne allarmistiche lanciate in questo campo dal Pentagono e dai mass media occidentali.

Oltre a non tenere delle esercitazioni militari provocatorie, come invece spesso effettuano gli USA vicino alle coste cinesi, in Corea e nel Mar Cinese meridionale; oltre a fare in modo che il numero totale dei membri delle forze armate cinesi diminuisse dai circa cinque milioni del 1980 ai 2.300.000 del 2011, la Cina si è dotata solo di un modesto arsenale nucleare, finora forte al massimo di 70 vettori intercontinentali e di 200 testate nucleari in grado di raggiungere il territorio statunitense.[19]

Tale potenziale bellico rimane enormemente inferiore a quello via via accumulato dal 1945 al 1999 sia dagli Stati Uniti, che dall’Unione Sovietica/Russia post-sovietica: l’obiettivo centrale, nella strategia nucleare adottata dalla Cina dopo il 1964, non era del resto quello (dissanguante, autodistruttivo) di raggiungere le due superpotenze militari del globo, ma viceversa di garantirsi un adeguato potere di dissuasione in grado di scoraggiare a priori qualunque possibile aggressore, (Stati Uniti in testa, dopo il 1980/88) e ogni minaccia alla sua sovranità, come affermò esplicitamente il Libro Bianco creato dal Ministero della Difesa cinese nel 2006.

Per dare un’idea del rapporto di forze nucleari attualmente esistenti sul nostro pianeta, agli inizi del terzo millennio le circa 200 testate costruite dalla Cina si confrontavano sia con le 4.545 in possesso degli USA, che con le 3.284 testate invece a disposizione della Russia, alla fine del 2006: si tratta di un’asimmetria particolarmente evidente e non priva di significati politici, che ha per oggetto la principale arma distruttiva nell’epoca post-Hiroshima ed un elemento molto importante al fine di distinguere le grandi dalle medie e piccole potenze, almeno sul piano politico-militare e militar-tecnologico.

Sul piano militare la Cina non è certo diventata una superpotenza di tipo classico ed il suo potenziale d’urto, seppur non trascurabile, è solo leggermente superiore a quello della Gran Bretagna e Francia: ma allora qualcosa non quadra, nelle opinioni di chi accusa Pechino di egemonismo, non tenendo conto che la Cina fin dal 1964 ha preso solennemente l’impegno – ribadito nell’ottobre del 2010 – a non usare mai per prima le armi nucleari.[20]

Fin dal 1955 e dalla conferenza afroasiatica di Bandung la dirigenza cinese, ben vivo ed operante Mao Zedong, aveva enucleato i cinque principi fondamentali della strategia della coesistenza pacifica tra nazioni con diverso sistema socioproduttivo e politico, e cioè il mutuo rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale, la non aggressione, la non interferenza negli affari interni degli Stati, l’eguaglianza, la pacifica coesistenza: principi applicati ancora adesso dalla direzione cinese all’inizio del terzo millennio. Una stella polare che guida  ancora oggi la politica estera cinese, tanto che anche analisti anticomunisti hanno notato che “le forze armate cinesi sono oggi del tutto volte al futuro e per loro ogni strategia di aggiramento dei conflitti tradizionali è la benvenuta. Poiché, come spiega Joshua Cooper Ramo, “l’obiettivo della Cina non è provocare un conflitto, ma evitarlo”.[21]

Sotto questo profilo aiuta molto anche la posizione geopolitica relativamente favorevole acquisita attualmente dalla Cina Popolare.

Lo spazio territoriale del gigante asiatico risulta infatti pari a 9.572.000 km2, il terzo al mondo dopo Russia e Canada ed il secondo per dimensioni terrestri; La Cina inoltre è posta al centro del continente asiatico e confina direttamente con ben quattordici paesi, dei quali due molto importanti come Russia ed India, mentre è separata da meno di cinquecento chilometri di distese marine dal Giappone e dalla Corea del Sud.

All’inizio del 2012 nessuno dei paesi confinanti/semiconfinanti (Giappone e Corea del Sud) dimostra un atteggiamento ostile  verso Pechino, anche se le relazioni cinesi con il Vietnam e l’India, seppur relativamente cooperative, non hanno ancora superato del tutto gli strascichi degli scontri del passato, tra il 1959 ed il 1979. In ogni caso la Cina confina direttamente con aree geopolitiche dotate di enormi risorse energetiche e di materie prime, quali la Siberia orientale ed il Kazhakistan, oltre ad avere un accesso assai agevole (privo di stretti controllati da potenze non-amiche, come invece succede alla Russia) all’oceano Pacifico, che mette facilmente in comunicazione Pechino con le coste dell’America occidentale, dall’Alaska fino al Cile.

Per quanto riguarda poi le risorse di materie prime e le fonti energetiche, la Cina risulta attualmente al primo posto al mondo per riserve accertate delle strategiche “terre rare”, oltre che per tungsteno, vanadio ed antimonio, mentre il gigante asiatico si trova tra i primi tre paesi al mondo in termini di riserve/produzione di ben 25 delle 40 più importanti materie prime,  circa alla pari della Russia in questo settore (carbone, bauxite, ecc).

Sul piano energetico risulta poco conosciuto che, a differenza del trend mondiale, le riserve accertate e la produzione cinese di petrolio e gas naturali si rivelino costantemente in aumento, dal 1991 fino all’anno scorso.

Per quanto riguarda invece il secondo livello di progettualità-praxis della politica estera cinese, essa si articola sull’utilizzo costante di tre “strumenti magici”, assai efficaci ed inserite in una “grande strategia” di ampio respiro e pluridecennale, e cioè:

–          la sopracitata ricerca della pace, su scala regionale e planetaria;

–          la strategia del “win-win”, della cooperazione reciprocamente vantaggiosa ed equilibrata sempre ricercata da Pechino con tutte le altre nazioni, senza alcune eccezioni;

–          la ricerca di un multipolarismo esteso su scala planetaria, con il simultaneo rifiuto di qualunque forma di egemonismo/imperialismo sia di livello regionale che mondiale.

Come la (geniale) strategia di guerriglia, elaborata da Mao Zedong, era ben conosciuta dalle forze reazionarie di Chiang Kai-shek, ma senza che tale informazione fosse loro utile per ragioni oggettive, anche le potenze occidentali hanno ben compreso l’importanza strategica, seppur nel medio periodo, delle sovraesposte “bacchette magiche”: senza tuttavia, a loro volta, poter imitare proprio per motivi strutturali tipici ed insiti nelle diverse reti imperialistiche mondiali (a partire da quella statunitense), senza poter mutare la loro stessa natura e trasformarsi da “lupi” in “agnelli”.

Si tratta in ogni caso di tre “strumenti magici” adottati su vasta scala dalla Cina fin dal 1978, ben sintetizzate dal geniale Deng Xiaoping nella cosiddetta “Strategia dei 24 Caratteri”.

“La prevalenza delle componenti soft su quelle hard risulta evidente nelle indicazioni di Deng Xiaoping sulla politica estera strategica cinese, contenute nella cosiddetta “Strategia dei 24 caratteri”: “osserva con calma; consolida in silenzio le tue posizioni; nascondi le tue capacità; non avere fretta, ma lascia che il tempo lavori a tuo favore; mantieni sempre un basso profilo e non pretendere mai la leadership; dimostra costantemente le tue intenzioni pacifiche; cerca la collaborazione, anziché il confronto con gli altri”.

Non si tratta di prescrizioni contingenti, legate ai rapporti di forza del momento. Derivano da una logica profondamente radicata nella cultura cinese. Esse ne spiegano il grande successo”.[22]

Visto che ci si è già soffermati a sufficienza sulla sua strategia pacifica (ma non imbelle né unilateralmente “disarmista”, in un mondo pieno di “lupi”), si può subito focalizzare l’attenzione teorica sulla seconda “bacchetta magica” creata ed utilizzata da Pechino con “grande successo”, come ha ammesso a denti stretti il generale (di sicura fede anticomunista) Carlo Jean: la strategia di cooperazione “win-win”, e cioè reciprocamente vantaggiosa, con tutte le nazioni del globo e particolarmente con il cosiddetto “terzo mondo”.

Senza regalie costose e controproducenti, come invece fece l’Unione Sovietica nei confronti di alcuni suoi paesi alleati (Cuba, Vietnam, ecc), la Cina Popolare fin dal 1989/91 ha avviato un processo multilaterale di interscambi commerciali e finanziari con i paesi in via di sviluppo, Africa sub-sahariana in testa. Essa era ed è tuttora imperniata sull’assoluta assenza di ingerenza politica negli affari interni altrui, sul vantaggio reciproco/assenza di sfruttamento in campo produttivo e sul (riuscito) tentativo di favorire in ogni modo un processo di crescita economica sicuro e stabile al loro interno, partendo innanzitutto dalla costruzione in loco delle indispensabili/ancora assenti infrastrutture (strade, ferrovie, telecomunicazioni, dighe, ecc) e servizi sociali (istruzione e sanità), oltre che attraverso  un flusso di finanziamenti a tasso quasi zero, con tempi assai lunghi di rimborso, che si collega al periodico, unilaterale annullamento dei crediti vantati da Pechino rispetto alle nazioni più in difficoltà.

Prendendo ad esempio l’area geopolitica africana, sul piano commerciale e finanziario, a partire dal novembre 2006, e dal summit cino-africano tenutosi a Pechino, la Cina ha garantito l’eliminazione delle tariffe e dazi doganali per ben 466 categorie di prodotti, esportati al suo interno da più di trenta paesi africani. In aggiunta a ciò, la Cina ha via via cancellato unilateralmente e senza contropartite, dal 2006, tutti i debiti pregressi che si erano accumulati nei suoi confronti da parte di più di trenta paesi del cosiddetto “Quarto Mondo”, in larga parte africani.[23]

Per il 2009, Pechino ha inoltre messo a disposizione dei paesi africani un fondo statale pari a cinque miliardi di dollari per i loro bisogni materiali, a dispetto della crisi finanziaria mondiale e con tassi d’interesse molto favorevoli: non è certo un caso che l’FMI e la Banca Mondiale abbiano visto simultaneamente crollare i loro “affari” in Africa nel corso degli ultimi anni, visto che alcuni paesi africani hanno utilizzato i (favorevoli) finanziamenti statali cinesi proprio al fine di estinguere i debiti accumulati in precedenza, a condizioni economiche molto svantaggiose, con i due “amorevoli” istituti finanziari occidentali.[24]

Tra il 2011 ed il 2013, un totale del 95% dei prodotti di esportazione di tutti i paesi africani meno sviluppati verso Pechino verrà gradualmente esentato dalle imposte, mentre finora le aziende cinesi hanno costruito circa 60.000 km di strade nel continente africano: un rapporto della Banca di Sviluppo dell’Africa ha indicato che, a settembre del 2010, gli investimenti cinesi sono aumentati annualmente ad una media del 46% durante l’ultima decade, in particolare nel settore idrico e dei trasporti, dell’elettricità e delle comunicazioni.[25]

Secondo la stessa Banca Mondiale, mentre a fine 2003 gli investimenti cinesi – in larga parte e fino all’80% statali – risultavano pari a circa 8 miliardi di dollari, essi sono saliti fino a quota trenta alla fine del 2007, con una punta di sette miliardi di dollari nel corso del 2006. Su questa massa totale di investimenti, circa un sesto del totale è andato a finanziare progetti relativi alle infrastrutture produttive (strade, ferrovie, dighe, ecc.) e sociali (scuole ed ospedali), coprendo un “buco” enorme lasciato dalle multinazionali occidentali: secondo i dati forniti dalla stessa Banca Mondiale, Pechino ha finanziato 35 paesi africani per un valore annuo pari ad un miliardo di dollari nei due campi d’azione sopracitati.[26]

A partire dal 2007, la Cina ha offerto inoltre programmi gratuiti di addestramento per 10.910 lavoratori provenienti da 49 nazioni africane, e manderà a sue spese nel solo 2009 cento esperti cinesi del settore agrotecnico in 35 stati africani (Quotidiano del Popolo, 20 gennaio 2009)”.

Questa strategia “win-win” ha funzionato assai bene nel passato, e sta operando ancora meglio nel presente, sia in campo economico che politico, creando saldi vincoli e simpatie reciproche tra Cina e paesi in via di sviluppo, tanto che persino un giornalista anticomunista come F. Rampini si è chiesto: “ma sono tutte fondate le accuse rivolte ai cinesi? E anche se lo sono, con quale credibilità l’Occidente si erge a difensore degli interessi dell’Africa?

Un test emblematico di queste contraddizioni è il Niger. Anche questo paese –15 milioni di abitanti e uno dei redditi più miseri del pianeta – ha improvvisamente scoperto la munificenza cinese. Grazie a una donazione del governo di Pechino perfino i leoni dello zoo Niamey, capitale del Niger, oggi stanno meglio: nel 2010 gli è stata recapitata da una nave portacontainer di Shanghai una nuova gabbia “cinque stelle”, made in China. Il rifacimento del giardino zoologico è poca cosa in confronto ad altri flussi di capitali cinesi che inondano il Niger. Per esempio, i 700 milioni di dollari per la costruzione della prima raffineria e della prima centrale idroelettrica del Paese. E altre centinaia di milioni di dollari di opere di pubblica utilità che porteranno, come sempre, l’etichetta made in China: strade, scuole, ospedali”.[27]

I risultati positivi di questa strategia sono ormai chiari, tanto che persino uno studioso anticomunista come B. Courmont ha dovuto riconoscere che “nelle opinioni pubbliche africane, la Cina è ben vista”.[28]

Due giornalisti svizzeri, S. Michel e M. Beuret, nel loro saggio “La Chinafrique, Pekin a la conquete du continent noir”, hanno descritto a loro volta efficacemente “le tappe del disastroso fallimento degli occidentali in Africa, specie della BM e dell’FMI, che negli anni ottanta hanno trascinato gli Stati africani in un debito colossale che ha devastato le loro deboli economie. Ci fanno poi capire, senza indugi ideologi e apologetici, il metodo seguito dalla leadership cinese per conquistarsi la fiducia delle élite politiche africane superando la loro atavica barriera di diffidenza: nel momento in cui l’Africa è stata abbandonata come una “zattera alla deriva”, la Cina popolare se n’è fatta carico. La differenza tra i due approcci, quello vetero coloniale e quello cinese, sono impietosamente messi a confronto: prima ancora di risultare sedotti dal modello di sviluppo di Pechino, gli africani si sentono trattati per la prima volta da partners con uguali diritti, e non da popoli barbari subalterni ai poteri forti delle cittadelle bianche d’Occidente.

L’ultimo grande balzo africano della Cina è stato quello compiuto nella Repubblica Democratica del Congo. I cinesi sono arrivati a Kinshasa con molta discrezione, senza fanfare e in punta di piedi, pronti ad iniziare subito il ciclopico lavoro di edificazione previsto dai contratti sottoscritti dal governo congolese con le imprese di stato cinesi che si sono impegnate a dotare il paese di strade, di ospedali, di scuole, di ferrovie, di telecomunicazioni, in cambio di materie prime (rame, cobalto, legno tropicale, ecc). Un accordo che prevede investimenti iniziali per 11 miliardi di euro che ha indignato solo gli antichi predatori di Bruxelles, sorpresi che l’ingrato Kabila abbia scelto i nipoti di Mao anziché quelli di Leopoldo I, per costruire una nazione progredita e moderna. I giochi tra il dragone cinese in ascesa e l’imperialismo declinante sono chiusi da tempo in Africa: in Angola, Namibia, Guinea, Sudan, Ciad e altrove i lavoratori cinesi sono al lavoro da parecchi anni. Sono operai e tecnici di prim’ordine, lavorano velocemente e bene, vivono in condizioni spartane desiderosi di inviare alle loro famiglie i loro salari, non miseri ma dieci volte inferiori al costo dei colonizzatori occidentali. Per descrivere l’entità di questa rivoluzione Serge Michel e Michel Beuret sono approdati, innanzitutto in Cina, poi in una quindicina di paesi africani, per tentare di capire quale sia la molla che spinge questa inedita specie di comunisti orientali a “invadere” l’Africa che, a differenza di quelle compiute con la forza dai colonizzatori bianchi, avviene con modalità assolutamente diverse.

Nel 2006 Michel e Beuret sono riusciti per il rotto della cuffia ad assistere a Pechino al vertice Cina-Africa, presenti 52 Stati africani, ma al quale non erano stati invitati giornalisti e diplomatici occidentali. Già in quell’occasione si sono resi conto di quanto grande fosse l’operazione di collaborazione Cina-Africa iniziata dai cinesi e condivisa dagli africani, testimoni ammirati di uno sviluppo impensabile fino a pochi anni prima e sempre più intenzionati a condividerne i modelli di sviluppo. In quel vertice Pechino ha presentato all’Africa le armi di cui dispone per sostenere lo sviluppo: sono le risorse valutarie della Bank of China, i tassi di interesse vicino allo zero, l’eccellente livello tecnologico della mano d’opera. Alle quali va aggiunto il dignitoso rispetto con cui sono stati trattati i governi africani, ben diverso dall’ottusa arroganza degli investitori di Wall Street e della City.”[29]

La terza costante ed “arma politica segreta” della strategia internazionale di lungo termine di Pechino ha per oggetto il rifiuto di qualunque forma di egemonismo e di imperialismo,  con la derivata scelta di priorità della direzione cinese a favore di un mondo multipolare e che finalmente si liberi, in tempi più o meno rapidi e pacificamente, della rete di sfruttamento imperialistico attualmente esistente nell’arena mondiale. Non è certo casuale che nel “Libro Bianco” sullo sviluppo pacifico della Cina, pubblicato dal governo cinese agli inizi di settembre del 2011, sia stato ribadito e sottolineato con forza che “la Cina non si impegnerà mai in aggressioni o espansioni territoriali, e non cercherà mai l’egemonia”.[30]

Essendo stata forzatamente posta nella (disastrosa) condizione di un paese semicoloniale, venendo sfruttato dalle potenze imperialistiche mondiali per più di un secolo, dal 1840 al 1949, e soprattutto non avendo mai partecipato, dal 1420 fino ai giorni nostri, al sistema di sfruttamento su scala planetaria che tanto ha favorito per lunghi secoli (ed agevola tuttora) il processo di accumulazione capitalistica realizzato dalle potenze occidentali ai danni delle aree geografiche extraeuropee, la Cina (prevalentemente) socialista ha le carte in regola e le necessarie “mani pulite” per richiedere una profonda trasformazione dell’ordine mondiale attualmente esistente, e già si sta muovendo concretamente in questa direzione.

Sul fronte pratico e dell’azione tesa concretamente a bloccare l’imperialismo su scala mondiale, il cui fulcro principale dal 1941/45 è costituito dalla potenza statunitense, la Cina, si è opposta in passato e contrasta tuttora la rete imperialistica mondiale innanzitutto sul proprio suolo e nello stesso subcontinente cinese, bloccando con successo dal 1986/89 da decenni le raffinate strategie/praxis degli Stati Uniti: tese sia a portare alla disgregazione della Cina attraverso il sostegno multiforme di Washington alle tendenze indipendentiste (ed anticomuniste) operanti a Taiwan, Hong Kong e soprattutto nel Tibet (Dalai Lama, ecc) e nello Xinjiang, che a rovesciare l’egemonia del partito comunista sul gigantesco paese asiatico (si pensi solo all’incredibile Nobel “per la pace” attribuito nell’inverno del 2010 al “dissidente” filocapitalista e filoimperialista Liu Xiaobo, che era arrivato fino al punto di difendere e legittimare il dominio semicoloniale esercitato dall’Occidente sulla Cina, tra il 1840 ed il 1949).[31]

Inoltre la Cina non è solo riuscita con abilità a scardinare la “politica di contenimento” adottata costantemente nei suoi confronti da Washington in Asia dopo il 1989, in primo luogo creando un solido asse strategico tra Pechino e Mosca (patto di Shanghai, ecc), ma ha anche costruito ed offerto a livello mondiale un forte e crescente “contrappeso” economico a tutti i paesi in via di sviluppo, dato che questi ultimi a partire dal 1998/2002 possono ormai contare sul notevole flusso di aiuti commerciali e di crediti finanziari di Pechino per liberarsi, o almeno diminuire in modo drastico, la loro precedente e disperata dipendenza dall’imperialismo occidentale e dai suoi strumenti operativi, a partire dal vampiresco Fondo Monetario Internazionale.

Fatti, non parole di cui è invece piena la bocca di gran parte della sinistra “antagonista” occidentale…

Ma anche a livello teorico “la terza arma politica” della Cina è stata presentata apertamente già alla fine di novembre del 2009, quando il compagno Hu Jintao – segretario generale del PCC – ha esposto un nuovo lavoro collettivo di approfondimento del partito, e cioè la teoria dei “profondi cambiamenti” in materia di politica internazionale contemporanea.

Innanzitutto Hu Jintao “ha premesso che il mondo contemporaneo sta affrontando cambiamenti storici senza precedenti” e che pertanto in modo dialettico “il nostro tempo è pieno sia di opportunità, che di sfide”, di pericoli: pertanto, a suo avviso, è necessario sviluppare il pensiero strategico dei comunisti cinesi con una serie di “punti fondamentali” che corrispondono alle tendenze/controtendenze fondamentali formatesi all’inizio del XXI secolo, rispondendo a tutti i problemi contemporanei e portando il PCC in posizione di testa nel nostro tempo.

Primo punto, la situazione internazionale, secondo Hu Jintao, sta continuando a cambiare in modo profondo ed omnicomprensivo con il declino delle tendenze unipolari ed egemoniche (si legga, a nostro avviso, imperialismo statunitense), in un quadro generale nel quale la prospettiva del multipolarismo su scala planetaria sta diventando sempre più reale.

In secondo luogo, l’ascesa di alcuni dei più grandi paesi del mondo in via di sviluppo, a partire dalla Cina e dall’India, sta diventando un trend molto importante all’interno dell’arena internazionale: analisi a nostro avviso corretta, che tra l’altro conferma una previsione contenuta nell’ultimo libro di Lenin (“Meglio meno, ma meglio” del marzo 1923) sull’Asia.

Ma, terzo nodo fondamentale, la posizione di superiorità detenuta dai paesi sviluppati (USA, Europa di Maastricht, Giappone) in termini di potenza globale e competenze/conoscenze non è ancora cambiata: questi ultimi stanno facendo del loro meglio, secondo il corretto giudizio del PCC, per mantenere ed espandere il “vecchio ordine mondiale” che è favorevole per loro, e cercano di tutelare i loro principali interessi politici ed economici “con ogni mezzo possibile”: in sintesi, essi svolgono ancora un ruolo molto importante nella politica internazionale, non certo positivo.

La parola e la categoria di imperialismo aleggia nell’aria, anche se non è pronunciata apertamente…

Quarto punto fondamentale: a giudizio di Hu Jintao, la scienza e la tecnologia stanno diventando il principale fattore e forza motrice nella promozione del progresso su scala mondiale.

Non solo la scienza e la tecnologia contemporanea stanno compiendo dei passi in avanti “stupefacenti” (ignorati da larga parte della sinistra antagonista) e producendo un aumento enorme della produttività mondiale, ma stanno anche determinando un impatto importante nel campo della politica, della cultura e dei rapporti di forza militare, sempre secondo il documento del PCC.

Sotto tutti questi aspetti e campi d’azione, oltre che naturalmente sotto quello economico, l’alta tecnologia di tipo strategico (supercomputer, nuove fonti energetiche, ricerca spaziale, telecomunicazioni, biotecnologie ed ingegneria genetica, nanotecnologie, ecc.) secondo il PCC sta diventando non solo il fattore determinante nello sviluppo economico e sociale, ma anche e soprattutto “il punto focale” nella competizione relativa alla potenza globale ed ai rapporti di forza su scala internazionale.

In forma creativa, si riprende la tesi di Lenin sull’importanza del successo nello sviluppo della produttività sociale per l’affermazione/sconfitta dei diversi sistemi socioeconomici, capitalismo e socialismo in testa (“la grande iniziativa”, giugno 1919).

Quinto nodo centrale: se la tendenza verso un mondo multipolare è irreversibile anche sul piano politico-internazionale, a giudizio del PCC anche “l’egemonismo” (si legga imperialismo statunitense)  e le “politiche di potenze vedono nuovi sviluppi e nuovi modi di manifestazione”. Un’allusione all’amministrazione Obama, neanche tanto velata? Crediamo che la risposta sia positiva.

Non a caso, aggiunge Hu Jintao rispetto al rapporto di forze globali su scala internazionale, un modello di base che descrive un “forte nord del pianeta ed un debole sud, un forte Ovest ed un debole Oriente” è presentato su vasta scala ed in tutto il mondo: pertanto la polarità dialettica tra tendenze multipolari  e controtendenze egemoniste viene indicata come uno degli assi della dinamica politico-sociale internazionale del Ventunesimo secolo.

Sesto punto: se da un lato il progresso tecnologico e scientifico, che riguarda anche e soprattutto il settore economico-cognitivo e quello delle informazioni, è inarrestabile, anche in questo settore gran parte del mondo in via di sviluppo è posta forzatamente in una “posizione sfavorevole”, con un grande handicap rispetto ai paesi del nord del pianeta.

Inoltre il rispetto reciproco tra le diverse culture e civiltà mondiali si sta affermando, “i paesi occidentali stanno intensificando l’esportazione delle loro ideologie, sistemi sociali e modelli di sviluppo”, oltre a istigare “tutti i generi possibili di rivoluzioni colorate”.

Un ulteriore problema è che se da un lato la tendenza alla pace ed allo sviluppo sta prendendo sempre più piede nelle relazioni internazionali, “i conflitti e le guerre locali non si fermano”, mentre certi “temi caldi”(allusione evidente a Palestina, Iraq/Afghanistan, ecc.) non possono “rimanere ancora irrisolti per lungo tempo”.[32]

Secondo il PCC, in altri termini,  permane in sostanza la popolarità dialettica tra pace e guerra anche all’inizio del terzo millennio.

In estrema sintesi, siamo in presenza di tre “bacchette magiche” che la Cina utilizza costantemente e con successo sull’arena internazionale da alcuni decenni, provocando l’invidia impotente degli stati imperialisti.

Pertanto B. Courmont è stato costretto a riconoscere che “oggi, mentre altre potenze sperano di prevalere nella lotta per la supremazia mondiale, con il rischio di subire dure critiche da parte dell’opinione pubblica, la Cina si accontenta di rimanere in secondo piano e restare saggiamente nell’ombra ad attendere il suo momento di riscossa. La chiave del successo della crescita cinese si troverebbe quindi, più che altro, nella sua capacità di non disperdere le proprie forze. La strategia adottata finora funziona a meraviglia e permette a Pechino di farsi spazio in maniera morbida. Alla luce dei fatti il rischio maggiore di fallimento della Cina e nel caso in cui i suoi dirigenti scegliessero d’adottare un altro profilo.

Il politologo americano Kenneth Waltz stimava, nel 2000, che “la Cina diverrà una grande Potenza senza l’uso della forza fintanto che essa resterà politicamente unita e forte”. Una profezia visibilmente assimilata da Pechino, fino ad oggi perlomeno.”[33]

Tuttavia sorprese ancora maggiori emergono dal processo di analisi di un livello più avanzato della politica estera cinese.



[1] M. Weisbrot, “2016: when china overtakes the US”, the Guardian, 27 aprile 2011

[2] D. Losurdo, “ Un istruttivo viaggio in Cina”, 28 luglio 2010, in www.lernesto.it

[3] Tang Xiangyang, “State monopolies dominate China’s Top 500”, in Economic Observer News, 9 settembre 2009, www. eco.com.cn

[4] Dick Morris, “Socialism doesn’t work-not even in China”, 27 luglio 2009, in www.dickmorris.com

[5] R. Sidoli, M. Leoni, “Il ruggito del dragone”, pp. 21-23, ed. Aurora, in www.robertosidoli.net

[6] Le Monde, 13 novembre 2002 “Dossier Cina”; F. Sisci, “Made in China”, pp. 113-114, ed. Carrocci

[7] F. Sisci, op. cit., p. 113

[8] www.resistenze.org/sito/de/po/ci/poci8

[9] L. Vinci, rivista L’Ernesto, ottobre 2002

[10] R. Sidoli, M. Leoni, op. cit., pp. 30-33

[11] 12° Piano quinquennale: il PIL della Cina deve aumentare assieme ai redditi”, in italian.cri.cn., 8/4/2011

[12] R. Sidoli, M. Leoni, “Il piano quinquennale cinese”, rivista Marx XXI, luglio 2011, in www.lacinarossa.net, luglio 2011

[13] G. Gattei, “L’imperialismo di oggi: China export”, in Contropiano n.4 del 2008, p. 2

[14] “Foreign Investment in China, in www.uschina.org.2007”, febbraio 2007

[15] R. Sidoli, M. Leoni, op. cit., pp. 98-99

[16] “China will never seek egemony: white paper”, 6/9/2011, in english.cntv.cn

[17] “Al via il vertice USA-Cina”, 24/5/2010, in www.rai.it

[18] R. Sidoli, M. Leoni, “Il ruggito del dragone”, op. cit., pp. 117- 118

[19] L. Tomba, “Storia della Repubblica Popolare Cinese”, p. 191,  ed. Mondadori

[20] Op. cit., pp. 118 -119; Stima del Sipri-2007, in www.archiviodisarmo.it

[21] B. Courmont, op. cit., p. 176

[22] B. Courmont, “Cina: la grande seduttrice”, pp. 6-7,  prefazione di Carlo Jean, ed. Fuoco

[23] english.peopledaily.com.cn. 22 dicembre 2008, op. cit.

[24] english.peopledaily.com.cn. “China not to reduce assistance to  Africa despite financial crisis”, 19 dicembre 2008

[25] Guo Quian ,“I dieci anni di cooperazione tra Africa e Cina spaventano l’occidente”, in www.contropiano.org dicembre 2010

[26] China Digital Times, luglio 2008, “China narrows Africa’s infrastructure deficit”

[27] F. Rampini, “Occidente estremo”, p. 67, ed. Rizzoli

[28] Courmont, op. cit., p. 99

[29] S. Ricaldone, “Il grande balzo della Cina in Africa”, in www.lernesto.it, 21/07/2011

[30] “China will never seek egemony”, 6/9/2011, in english.cntv.cn

[31] “Cosa difendono Liu Xiaobo e Carta 08”, 12/10/2010, in www.lacinarossa.net

[32] R. Sidoli e M. Leoni, “il partito comunista cinese e la teoria dei profondi cambiamenti”, gennaio 2010, in www.lacinarossa.net

[33] Courmont, op. cit., p. 37

Ipotesi Hong Kong o Armageddon?

Pubblichiamo la prefazione del  nuovo libro intitolato “Ipotesi Hong Kong o Armageddon?”: si può consultare/scaricare liberamente l’intero libro, con i suoi dieci capitoli, dal sito www.robertosidoli.net
Redazione La Cina Rossa

 

Il (possibile) compromesso  planetario o la (possibile) guerra civile/nucleare, 2012/2014

 

Prefazione

Il presupposto fondamentale, il nucleo delle previsioni da cui si sviluppa il nostro processo di analisi è che al massimo entro il 2014 il deficit pubblico degli USA risulterà insostenibile ed ingestibile, per la borghesia statunitense ed i suoi variegati mandatari politici.

Vi sono tre possibili/principali soluzioni alternative al default USA:

–          Guerra mondiale scatenata dagli USA.

–          Guerra civile negli USA.

–          Ipotesi Hong Kong, un compromesso planetario in cui gli USA accettino forzatamente una nuova configurazione dei rapporti di forza mondiale.

Una previsione (verificabile/falsificabile dalla futura pratica sociale) che, se corretta e veritiera, anticipa il dispiegarsi di conseguenze di portata planetaria e gigantesche per il genere umano.

La natura e la tendenza principale di tale sconvolgimento epocale dipenderanno infatti in ultima analisi solo dalla praxis collettiva, in primo luogo politico-sociale.

Fantapolitica, fantaeconomia? Forniamo innanzitutto alcuni dati, alcuni giudizi e alcune osservazioni in merito.

“Il debito pubblico americano è un porto sicuro proprio come lo fu Pearl Harbor nel 1941” (N. Ferguson, storico anticomunista, Financial Times, 13/02/2010).

Secondo S&P “le società avranno bisogno di 30 trilioni di dollari per rifinanziare i bond in scadenza e i prestiti erogati nel periodo pre-crisi (le società europee contano per il 30%), cui si aggiungeranno altri 13-16 trilioni di nuovi capitali che serviranno a finanziare la crescita. Un conto da 46 trilioni di dollari che rischia di sbilanciare ulteriormente gli equilibri economici mondiali.

Agli Stati Uniti, infatti, serviranno 8,6 trilioni di rifinanziamenti, mentre sulla crescita verranno investiti poco meno di tre trilioni, così come in Europa dove per la crescita verranno spesi meno di 2,3 trilioni. Ancora peggio il Giappone: 5,5 trilioni per i debiti in scadenza e neppure uno per l’economia.” (www.repubblica.it 10 maggio 2012)

“Gli USA dal luglio del 2011 a fine ottobre, in soli quattro mesi hanno aumentato il loro debito pubblico di 800 miliardi di dollari sfondando quota 15.000 miliardi. Di questo passo le previsioni di arrivare a 23.000 miliardi nel 2020 saranno abbondantemente superate. Obama si dice preoccupato per la situazione debitoria europea io gli consiglio di guardare in casa sua. Guardate il grafico: non serve un economista per capire che la situazione è fuori controllo e che sta peggiorando a vista d’occhio”. “Debito americano”, (17 novembre 2011, gasalasco.blogspot.com).

Il 12 gennaio 2012, il governo statunitense chiedeva l’innalzamento del tetto del debito pubblico da 15.194 a 16.394 miliardi di dollari, mentre al 12 gennaio il deficit USA era ormai arrivato a quota 15.090.

In un editoriale denuncia sul Wall Street Journal del 29 marzo 2012, Lawrence Goodman, un ex funzionario del Tesoro che al momento presiede il Centro di Stabilità Finanziaria, riferisce che la banca  centrale americana ha comprato sinora il 61% del debito degli Stati Uniti, avvertendo di tutti i pericoli di un tale comportamento.

“L’anno scorso la Fed ha comprato un impressionante somma, pari al 61% del debito emesso dal Tesoro, in rialzo anche rispetto ai livelli della crisi subprime nel 2008”, si legge nell’articolo.

La maggiore economia mondiale dei mercati “rischiano di subire una correzione improvvisa e decisa” se le cose non vengono riportate alla “normalità”.

“Questa situazione non fa che creare la falsa illusione di una domanda senza limiti per il debito USA, ma soprattutto nasconde l’urgenza di ridurre i deficit fiscali di dimensioni spropositate”. (www.finanzaonline.com)

N. Roubini, intervista del 19 agosto 2011 al Wall Street Journal: “Karl Marx aveva ragione. Ad un certo punto, il capitalismo può autodistruggersi”. (Karl Marx, “Il Capitale”, libro terzo, cap. 15, par. terza: “il vero limite della produzione capitalistica è proprio il capitale”.)

Ron Paul, senatore repubblicano del Texas e candidato alla presidenza degli Stati Uniti, 19 luglio del 2011: “quando una nazione è indebitata al livello in cui noi” (gli Stati Uniti) “ci siamo indebitati, la nazione fa sempre bancarotta. Noi andremo in default perché il debito è insostenibile”.

Il Manifesto, 13/9/2011: “il Financial Times ha rivelato che il ministro Tremonti ha chiesto a Lu Eiji, amministratore della China Investment Corp, di acquistare BOT e CCT” italiani.

Allan Sinai, economista statunitense, 27 giugno  del 2011: “se entro la fine del 2012 il debito pubblico degli USA continuerà a crescere a questo ritmo insostenibile, può scatenarsi una nuova crisi finanziaria: ad un certo punto gli investitori smetteranno di comprare prima i titoli di Stato e poi le azioni USA”.

Bill Gross, marzo 2011: “il debito complessivo degli USA” (ivi compreso famiglie e aziende) “è pari a 75 trilioni di dollari”, cinque volte il prodotto interno lordo americano.

Barack Obama, 16 luglio 2011: “intesa sul debito” (statale degli USA) “o sarà l’Armageddon”.

N. Roubini, 5/9/2010: “gli USA hanno finito le munizioni” per evitare un double-dip, una seconda recessione ravvicinata dopo quella del 2008/2009.

N. Roubini, 5 agosto 2011: “gli Stati Uniti hanno il 50% di probabilità di finire di nuovo in una recessione”.

D. Bianco, stratega azionario della Merrill Linch, agosto 2011: “il rischio di un’altra recessione” (dopo quella del 2008/2009) “è aumentata fino all’80%”.

K. Rogoff, economista, 5 agosto 2011: “la crisi? Chiamatela la Grande Contrazione… L’espressione “Grande Recessione” da l’impressione che l’“economia” (statunitense ed occidentale) “stia assumendo il profilo di una tipica recessione, anche se un po’ più severa – qualcosa come un influenza molto brutta… Tuttavia il vero problema è che l’economia mondiale si è eccessivamente indebitata, e non c’è alcuna via di scampo veloce senza un piano per trasferire ricchezza dai creditori ai debitori, tramite dei default (= bancarotte del debito statale, “sovrano”)” o delle depressioni finanziare, o utilizzando l’inflazione.

La prima “Grande Contrazione naturalmente fu la Grande Depressione” (degli anni Trenta) “come rilevato da Anna Schwarz e dall’ultimo Milton Friedman. La contrazione si manifesta colpendo non solo la produzione e l’occupazione, come in una normale recessione, ma anche debito e credito, e con il deleveraging” (processo di riduzione della leva finanziaria, a partire dal deficit di bilancio statale) “che tipicamente si completa in parecchi anni”.

Il presidente dell’agenzia di rating cinese Dagong, Guan Jianzhong, il 6 agosto del 2011 a sua volta ha rilevato che già dalla metà del 2011 gli Stati Uniti sarebbero ormai assai vicini al default. Gli USA “continuano a contare sul diritto di emettere dollari per mantenere una continuità nel rapporto fra debitore e creditore, ma alla fine – immagina il presidente Guan Jianzhong – il biglietto verde verrà abbandonato ed allora gli Stati Uniti non potranno più chiedere prestiti. E quel che è peggio, le banconote in circolazione diventeranno cartastraccia”. Uno scenario apocalittico: se le previsioni di questo signore fossero realistiche, la crisi del 1929 sarebbe Disneyland al confronto. Gli USA, infatti, sono un centro finanziario globale. “Un crollo del sistema americano – avverte ancora Guan – si trasmetterebbe istantaneamente a tutto il mondo”. (Liberazione, 07/08/2011).

J. Stieglitz, 8 agosto 2011: a suo avviso, con l’accordo teso ad evitare il default tecnico nell’agosto del 2011, “il presidente Barack Obama ha accettato una strategia squilibrata per la riduzione del debito, senza aumenti delle tasse, nemmeno per i milionari che tanto bene se la sono passata durante gli ultimi vent’anni, e nemmeno eliminando le regalìe fiscali alle compagnie petrolifere, che minano l’efficienza economica e contribuiscono al degrado ambientale.

Gli ottimisti affermano che l’impatto macroeconomico dell’accordo per innalzare il tetto all’indebitamento e impedire il default sarà limitato sul breve termine, all’incirca 25  miliardi di tagli alle spese per l’anno entrante. Ma la riduzione dell’imposta sul libro paga (che metteva oltre 100 miliardi di dollari nelle tasche dei cittadini americani) non è stata rinnovata e sicuramente le imprese, in previsione degli effetti contrattivi del mancato rinnovo di questa misura, saranno ancora più riluttanti a prestare.

La stessa fine delle misure di stimolo produce effetti contrattivi. E con il prezzo delle case che continua a calare, la crescita che arranca e la disoccupazione che rimane ostinatamente alta (un americano in cerca di lavoro su sei non riesce a trovare un impiego a tempo pieno), quello che serve – anche per riportare in ordine i conti pubblici – sono altri stimoli di bilancio, non l’austerity. Il fattore che può concorrere a far lievitare il deficit è il calo del gettito fiscale provocato dal cattivo andamento dell’economia: il rimedio migliore sarebbe tornare a far crescere l’occupazione. Il recente accordo sul debito è una mossa nella direzione sbagliata”.

N. Roubini,  25/09/2011: è diventato ancor più pessimista da quando tre settimane fa dava il 60% di probabilità per una nuova recessione degli USA entro il 2012. Business Day ha riportato che, nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Johannesburg il 20 di settembre, Roubini ora è convinto che: “gli Stati Uniti sono già in recessione anche se non l’ammetteranno mai”, e che il resto del mondo non sarà isolato dagli effetti di un altro collasso globale.

Ma c’è una ragione in più che ha fatto guadagnare a Roubini il soprannome di “Dr. Doom”, quando ha fatto una previsione ancora più clamorosa, affermando che ci saranno proteste anche nella più grande economia planetaria.

“C’è una  sempre maggiore disuguaglianza in tutto il mondo (…). Se si dovesse entrare in un’altra recessione, ci saranno rivolte negli Stati Uniti”.

In un’intervista rilasciata a CNBC, Soros crede che gli Stati Uniti sono già in una seconda recessione e che “alcune nazioni più piccole della zona euro potranno fare default e lasciare la moneta unica.”

Intervista a R. Petrini, 14 novembre 2011 “nel dicembre del 2009 il New York Times, citando un analista di Moody’s, avvertiva che nel 2012 sarebbe venuta a scadenza una valanga di titoli e aggiungeva una sua previsione: “ci travolgerà”. Infatti oltre ai debiti pubblici ci saranno da rinnovare una montagna di bond che sono stati emessi prima della crisi del 2007 quando la liquidità scorreva abbondante: di solito hanno 5-7 anni di scadenza, dunque eccoci al capolinea, con il rischio che al loro rinnovo, quei bond si rivelino nient’altro che junk bond. Poi ci sono le obbligazioni bancarie e quelle delle aziende private emesse per far fronte ad acquisizioni ed operazioni di salvataggio”.

Il Financial Times, citando fonti di mercato, ha lanciato una stima del controvalore nominale del portafoglio dei titoli a rischio detenuti dall’istituto. Se il calcolo risultasse esatto, JP Morgan avrebbe a bilancio titoli potenzialmente tossici per 100 miliardi di dollari. (Matteo Cavallitto, il Fatto Quotidiano, 22 maggio 2012)

Le alternative?

“Ipotesi default: modello Argentina? Islanda? O Grecia? Forse può essere ipotizzabile quello che è avvenuto in paesi disastrati come l’Argentina o assai piccoli come l’Islanda. Ma già il fallimento selettivo della Grecia, che fa parte dell’euro, sta presentando molti più problemi di quanto si pensasse: non è facile cancellarla con un tratto di penna. Basta sfogliare l’ultimo rapporto del CER (Centro Europeo Ricerche) per rendersene conto. L’unica ipotesi che resta è quella di far comprare i titoli pubblici alle banche centrali”.

Non lo farà mai nessuno.

“Ed invece lo stanno già facendo”.

 CONTINUA…

Assemblea pubblica su: “Cina, Politica estera e finanza mondiale”

 

Sabato 23 giugno alle ore 14.30

Presso la sede del P.d.C.I.

 via Montelungo n.2 Milano   (fermata Turro MM1 Linea rossa)

Assemblea pubblica su:

“Cina, Politica estera e finanza mondiale”.

Presiede:

Sergio Ricaldone – Comitato Centrale del P.d.C.I.

Interverranno:

Gianfranco Bellini – Portavoce Associazione Primo Ottobre

Diego Angelo Bertozzi –  Collaboratore di Marx21.it

Roberto Sidoli – Redazione “La Cina rossa”

 

Promuove:

l’Associazione Primo Ottobre di amicizia italo-cinese