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CAPITOLO SECONDO Undici pilastri della politica internazionale

Pubblichiamo una parte del capitolo secondo del libro “Ipotesi Hong Kong o Armageddon?”, intitolato “Undici pilastri della politica internazionale”: il libro ed il capitolo completo si possono trovare interamente nel sito www.robertosidoli.net

Redazione La Cina Rossa

 

 

[…] Per costruire l’ossatura della politica internazionale, servono inoltre, in via preliminare, due definizioni di base ed elementari.

In campo internazionale potere significa grado (variabile) di controllo ed influenza sulle altre nazioni, a partire dal loro processo decisionale, nel caso-limite riducendo un altro stato nella qualità di mero burattino, di vassallo senza alcun potere reale di decisione: potere di costringere, oppure a volte di convincere (con l’esempio e le “buone maniere”) un altro stato a “fare” qualcosa ed a decidere qualcos’altro, nell’interesse dello stato che costringe/convince.

Secondo alcuni studiosi anglosassoni, il potere “riguardo il  controllo o l’influenza su altri stati: equivale alla capacità che ha uno stato di costringere un altro a fare qualcosa. Robert Dahl, autorevole esponente di questo punto di vista, afferma che: A ha potere su B nella misura in cui è in grado di indurre B a fare qualcosa che diversamente non farebbe”.[1]

Per potenza e forza, invece, si deve intendere “niente di più che le specifiche risorse materiali di cui uno stato dispone”, oltre alle sue risorse di direzione e di influenza culturale, in una parola di “softpower”.[2]

Grado di potenza che molto spesso coincide con il grado di potere che uno stato esercita (non esercita) su scala internazionale, ma non sempre, come invece ritiene erroneamente John Mearsheimer nella sua interessante opera “La logica di potenza”, iperrealista e iperborghese allo stesso tempo.

Definito “l’abc” ed i concetti basilari dell’universo variegato della politica internazionale, si può passare ad un livello superiore nel suo processo di analisi teorico-concreta.

La centralità dei rapporti di forza e delle correlazioni di potenza, del loro calcolo e della loro dinamica, ossia il primato del cosiddetto “equilibrio di potenza” (molto spesso, invece, squilibrio ed asimmetria di potenza tra le diverse nazioni ed aree geopolitiche) costituisce il principale cardine della politica internazionale.

Tale centralità và intesa innanzitutto come primato dei rapporti di forza, ivi compresi quelli non-materiali (capacità di direzione strategico-tattica, raccolta di informazioni e segreti), nel determinare via via l’esito dei diversi conflitti bellici ed economici tra stati e la stessa gerarchia interstatale, ma anche come priorità del loro calcolo razionale (a volte sbagliato, in qualche caso clamorosamente errato) all’interno del processo di sviluppo  dei processi decisionali dei nuclei politici al potere nelle diverse nazioni.

Sotto quest’ultimo aspetto il lucido Mearsheimer ha notato subito tale concreto primato, anche se confondendo per “potere latente” la potenza economica, invece campo di forza reale ed a pieno titolo nell’arena internazionale. Di regola, ha sottolineato correttamente lo studioso americano, “nell’esaminare l’ambiente che lo circonda per determinare quali stati costituiscano una minaccia alla sua sopravvivenza, uno stato si sofferma soprattutto sulle capacità offensive dei potenziali rivali, e non sulle intenzioni dei propri rivali. Le capacità, però, non solo possono essere misurate, ma determinano anche se uno stato rivale rappresenti o meno una seria minaccia. In breve, le grandi potenze ricorrono al bilanciamento in relazione alle capacità, non alle intenzioni.

Le grandi potenze ovviamente bilanciano rispetto a stati con formidabili forze militari, perché la loro capacità militare offensiva costituisce minaccia tangibile alla loro sopravvivenza. Ma prestano anche grande attenzione a quanto potere latente gli stati rivali controllano, perché stati ricchi e popolosi possono organizzare, e di solito organizzano, potenti eserciti. Così, le grandi potenze tendono a temere stati con popolazioni numerose ed economie in rapida espansione, anche se questi non hanno ancora tradotto in potenza militare la loro ricchezza”.[3]

Sotto il primo aspetto, invece, Mearsheimer ha giustamente sottolineato come il processo di  formazione/sviluppo della gerarchia di potere tra stati dipenda dalla concreta correlazione di potenza formatasi volta per volta, a partire dalla particolare figura dello stato “egemone potenziale” su scala mondiale (si legga Stati Uniti, dal 1945 al 1949 ed al 1991 al 2007) e regionale.

“Per essere un egemone potenziale, non basta diventare il più potente stato del sistema. Potenziale egemone è la grande potenza dotata di capacità militari effettiva e di potere potenziale tali da avere una buona probabilità di dominare e controllare tutte le altre grandi potenze presenti nella sua parte di mondo. Un potenziale egemone può non disporre dei mezzi per combattere simultaneamente tutti i suoi rivali, ma deve avere eccellenti prospettive di sconfiggere ogni avversario in un confronto uno contro uno, e buone prospettive di sconfiggere alcuni di essi in tandem. La relazione chiave, però, è il gap di potenza esistente tra il potenziale egemone e il  secondo stato del sistema in ordine di potenza: ci deve essere un forte divario tra i due per parlare di potenziale egemonia. Per qualificarsi come potenziale egemone uno stato deve avere – con margine ragionevolmente ampio – l’esercito più formidabile oltre al più consistente potere latente su tutti gli stati situati nella  sua regione”.[4]

In terzo luogo, va sottolineato come anche molte delle proteiformi strategie/tattiche adottate dai diversi nell’arena internazionale risultino profondamente condizionate sia dai rapporti di forza che dal loro processo di calcolo, a volte errato, da parte dei loro nuclei politici di potere.

Di regola chi scatena una guerra, ad esempio, pensa di vincerla, o di avere almeno come minimo qualche possibilità di successo, oppure sceglie di non aspettare che le sue potenzialità di affermazione diminuiscano rapidamente nel tempo, per l’inevitabile ascesa di potere di uno stato-rivale o nemico: in altri termini, pensa di poter usufruire di una correlazione di potenza sufficientemente vantaggiosa, partendo dal punto estremo dell’assoluta sicurezza di affermazione (si vedano gli USA e l’invasione della piccola isola di Grenada, nel 1983) all’aspettativa di avere almeno discrete chance di vittoria.

Non risulta inoltre casuale che anche i concreti esiti dei conflitti bellici, oltre che delle crisi internazionali contraddistinte dalla minaccia di guerra (ad esempio la crisi di Cuba, nel settembre/ottobre del 1962), siano determinati essenzialmente dalla potenza globale accumulata ed utilizzata dai diversi contendenti, sebbene il complesso e la globalità delle rispettive forze in campo dipendano sempre in parte variabile da “fattori non materiali”, come ricorda giustamente Mearsheimer. Và rifiutata una concezione delle correlazioni di potenza (= l’“equilibrio di potenza”, nella terminologia utilizzata da Mearsheimer) puramente materiale e quantitativa (numero di soldati ed armi, ecc.), che deve essere invece sostituita con la concezione omnilaterale dei campi di forza operanti nell’arena internazionale, ivi compresi quelli non materiali (capacità di direzione e di accumulare informazioni come si vedrà tra poche pagine).

“Alcuni studiosi di politica internazionale sembrano ritenere che a vincere una guerra sarebbe quasi sempre lo stato dotato di maggiori risorse e che, quindi, l’equilibrio del potere sarebbe un eccellente strumento con cui prevedere a chi andrà la vittoria in caso di conflitto armato. Esistono numerosi studi quantitativi, per esempio, in cui vengono adottate differenti misure di potere per cercare di spiegare l’esito dei conflitti tra stati. Questa convinzione è alla base anche del famoso argomento di Geoffrey Blainey, secondo il quale le guerre di buona parte scoppiano perché gli stati non riescono a trovare un accordo sull’equilibrio di potenza, mentre poi il conseguente conflitto stabilisce “una ordinata gerarchia di potere tra vincitori e vinti”. Se gli stati rivali avessero riconosciuto a priori il vero equilibrio, afferma Blainey, non ci sarebbe stata alcuna guerra. Le due parti avrebbero previsto il risultato finale e questo le avrebbe indotte a negoziare una risoluzione pacifica basata sulla realtà di potere esistente, piuttosto che combattere una guerra cruenta che avrebbe comunque portato allo stesso esito.

Ma è impossibile combinare tra loro queste definizioni del potere, perché l’equilibrio di potenza non è un indicatore affidabile per pronosticare il successo militare. La ragione è che talvolta sono fattori non materiali a dare a un combattente un vantaggio decisivo sull’altro. Tali fattori comprendono tra gli altri la strategia, lo spionaggio, la determinazione, il clima, le malattie. Anche se  risorse materiali da sole non decidono l’esito di una guerra, è indiscutibile che le probabilità di successo sono condizionate in maniera sostanziale dall’equilibrio delle risorse, soprattutto nelle guerre di logoramento in cui le parti cercano di sfiancarsi a vicenda e di prevalere grazie alla superiorità materiale. Gli stati evidentemente aspirano a possedere una quantità di potere maggiore, non minore, rispetto ai rivali, perché più risorse uno stato ha a disposizione, maggiori saranno le sue probabilità di vittoria in guerra. Ovviamente è per questo che gli stati tendono a massimizzare la loro quota di potere mondiale. Ciononostante, aumentare la probabilità di successo non vuol dire che il successo sia praticamente certo. Anzi, ci sono state numerose guerre in cui il vincitore, pur essendo meno potente o quasi altrettanto potente del vinto, è riuscito a prevalere grazie a fattori non materiali.

Consideriamo per esempio la strategia, che è il modo in cui uno stato impiega le proprie forze contro quelle dell’avversario, e che costituisce probabilmente il più importante dei fattori non materiali. Un’accorta strategia permette di conseguire la vittoria a stati meno potenti degli avversari sul campo di battaglia. I tedeschi, per esempio, impiegarono una strategia di blitzkrieg nella primavera del 1940 per battere gli eserciti britannico e francese, che avevano più o meno la stessa dimensione e potenza della Wehrmacht. Il famoso Piano Schlieffen, però, non era riuscito a produrre una vittoria tedesca contro gli stessi avversari nel 1914, anche se si potrebbe sostenere che la sua versione originale, più audace di quella poi decisa, fornì il modello per sconfiggere la Francia e il Regno Unito. Talvolta la strategia conta moltissimo”.[5]

Mearsheimer non è altro che uno degli ultimi e più brillanti continuatori della scuola del “realismo” in politica internazionale, formata fin dal suo inizio da geniali pensatori.

Non è certo un caso che il geniale teorico cinese Sun Tzu, nella sua splendida opera “L’arte della guerra”,  avesse notato circa 2.400 anni fa che nel determinare “le condizioni dell’azione militare”, bisognava usare come “punti di riferimenti” il calcolo del consenso popolare nei diversi stati (= “l’armonia del Tao”), le capacità direzionali (= “quale dei due generali ha maggiore abilità”), la forza militare (“quale esercito è più forte”, e “da quale parte si trovano gli ufficiali e gli uomini meglio addestrati”), oltre alle condizioni geoclimatiche: in sintesi, il calcolo dei rapporti di forza. [6]

Oppure che il geniale Lenin avesse criticato, fin dal marzo del 1918, i comunisti che “non sanno pensare al rapporto di forze, calcolare il rapporto di forze. In questi invece è il nucleo del marxismo e della tattica” (= strategia/tattica) “marxista…”.[7]

Per Lenin il “nucleo” e l’elemento fondamentale del marxismo, nella sfera politico-sociale, si ritrova proprio nel processo di valutazione dei rapporti di forza, vero e proprio “arcano segreto” e precondizione di qualsiasi impostazione corretta della strategia/tattica/progettualità politica.

La pratica concreta delle relazioni internazionali sviluppatesi nel corso degli ultimi sei millenni, dal 3.700 a.C. e dalla formazione dei primi stati (apparato militare permanente, distinto dalla massa della popolazione, e burocrazia statale permanente), conferma attraverso una miriade di esempi la  centralità multilaterale via via assunta dai rapporti di forza e dal loro processo di calcolo (a volte errato) nell’arena interstatale: ma attesta in mille modi anche l’importanza della dinamica reale della correlazione di potenza tra stati/aree geopolitiche, e del loro parallelo processo di valutazione (a volte scorretto) da parte dei nuclei dirigenti al potere.

Sbagliare e calcolare in modo errato il processo di sviluppo della correlazione di potenza internazionale, su scala globale o regionale, può portare a gravi conseguenze per una formazione statale: segno inequivocabile dell’enorme posta in gioco, sottesa alla valutazione della dinamica delle forze su scala interstatale.

Un tale “peccato mortale” venne commesso ad esempio dal regime fascista (grandi industriali, esercito e corte reale) guidato da Mussolini quando, nel giugno del 1940, esso decise l’entrata in guerra a fianco della Germania nazista, saltando sul carro del (presunto) vincitore e ritenendo che il secondo conflitto mondiale sarebbe finito in poco tempo con la  sconfitta delle potenze alleate anglofrancesi: in base a tale valutazione della dinamica di potenza, il nucleo dirigente fascista ritenne con stupido cinismo di aver bisogno solo di “poche migliaia di morti” italiani da gettare sul tavolo delle future trattative di pace, come avido sciacallo e “socio minore” dell’imperialismo tedesco in una futura nuova spartizione delle aree d’influenza su tutto il pianeta, ivi compresi Balcani e Mediterraneo.

Un processo di calcolo apparentemente realistico, e che invece, in seguito alla dinamica (imprevista e contraria ai disegni ed appetiti dell’imperialismo fascista italiano) poi assunta dalla correlazione di potenza internazionale, si trasformò nella precondizione fondamentale per il collasso proprio del regime di Mussolini, nel giro di soli tre anni. [8]

Un errore abbastanza simile è quello commesso invece verso la Cina da uno dei principali e più abili teorici dell’imperialismo statunitense durante l’amministrazione Clinton, e cioè Z. Brzezinski, nel suo libro del 1998 “La grande scacchiera”.

Nel suo disegno globale, teso a consolidare e riaffermare nel medio-lungo periodo allora ancora innegabile supremazia planetaria degli stati Uniti, il teorico-politico americano valutò in termini errati la potenza crescente della Cina Popolare ed il suo imperioso processo di sviluppo economico, manifestando in proposito un “cauto scetticismo”, visto che a suo avviso il pronostico “sull’inevitabile resurrezione del “Regno di Mezzo” come potenza mondiale rischia di essere fallace se si basa soltanto su proiezioni statistiche. Lo stesso errore è già stato commesso, non molto tempo fa, da quanti profetizzavano che il Giappone avrebbe presto soppiantato gli Stati Uniti come prima potenza economica mondiale, destinata prima o poi a guidare anche il mondo. Questa previsione non teneva conto infatti della vulnerabilità economica del Giappone né del problema della discontinuità politica, così come non ne tengono conto coloro che oggi preannunciano – e temono – l’inevitabile ascesa della Cina al rango di potenza mondiale.

Innanzitutto, non è affatto certo che nei prossimi vent’anni la Cina riuscirà a mantenere questo eccezionale ritmo di crescita.  E un suo rallentamento già basterebbe a screditare questo pronostico. Tassi di sviluppo così elevati, per un lungo periodo di tempo, richiederebbero infatti un’insolita e felice combinazione di fattori positivi la cui durata è problematica: efficace leadership nazionale, tranquillità politica e sociale, alti tassi di risparmio, afflusso cospicuo e interrotto di capitali stranieri e stabilità regionale.

Il rapido sviluppo della Cina potrebbe inoltre produrre effetti politici collaterali suscettibili di limitarne la capacità d’azione. Il consumo di energia sta già crescendo a un ritmo che supera di molto la produzione interna: un divario che, pur se destinato in ogni caso ad aumentare, tanto più si amplierà se il tasso di crescita della Cina continuerà a essere così elevato. Lo stesso discorso vale per i consumi alimentari. Anche se si prevede un rallentamento della crescita demografica, la popolazione cinese sta ancora aumentando sensibilmente in valori assoluti, per cui le importazioni di prodotti alimentari saranno sempre più essenziali per il mantenimento dei livelli di vita e della stabilità politica. E questo non solo rappresenterà un costo pesante a causa dei prezzi più elevati delle importazioni, ma renderà il paese più vulnerabile di fronte alle pressioni esterne”[9].

L’errore di valutazione sulla Cina di una delle “eminenze grigie” dell’amministrazione Clinton, e di quella Obama in seguito, venne scontato e pagato ad un prezzo non insignificante dall’intera progettualità/praxis statunitense, la quale per alcuni anni non riuscì  infatti a ben individuare il suo vero e reale (anche se iperpacifico), avversario strategico, non sapendo decidersi tra Russia, fondamentalismo islamico e la vera (seppur pacifica) concorrente, la Cina Popolare.

Ancora nel 2000, Mearsheimer  previde assai più esattamente la dinamica dei rapporti di forza economici (e non solo) su scala planetaria, sottolineando invece che “nonostante il rapido sviluppo che l’ha trasformata nell’ultimo ventennio, la Cina è ancora uno stato semindustriale. Circa il  18 per cento della sua ricchezza continua a provenire dall’agricoltura. Giappone e Stati Uniti invece, sono stati altamente industrializzati: solo il 2 per cento della loro ricchezza deriva dall’agricoltura. La Cina, però, ha una popolazione che è quasi cinque volte quella degli Stati Uniti e circa dieci volte quella del Giappone. Quindi, se si prende come indicatore il Pnl, l’equilibrio di potere latente tra questi tre stati penderà a favore della Cina”.[10]

Lo stesso Brzezinski ammise in seguito implicitamente il suo grave errore di previsione rispetto alla dinamica di potenza della Cina, arrivando fino al punto nel gennaio del 2011 di riconoscere l’importanza speciale del rapporto tra Stati Uniti e Cina affermando che “si dovrebbe giungere ad una definizione delle relazioni tra i due paesi che renda giustizia alla promessa globale di una cooperazione costruttiva tra loro.

Egli riconobbe (con onestà) anche in precedenza che la Cina era diventata ormai una grande potenza mondiale, seconda solo agli Stati Uniti, prevedendo già nel 2005 che “mentre la sfera d’influenza cinese si espande”, il potere statunitense “potrebbe recedere gradualmente nei prossimi anni”.[11]

Gli errori di calcolo/previsione nella strategia e previsione politico-internazionale si pagano duramente, specie se toccano l’asse centrale dei rapporti di forza e della loro dinamica concreta.

Il secondo pilastro della politica internazionale è costituito dal continuo processo di riproduzione in campo internazionale di una scala elastica e plasmabile di bisogni materiali e politici, partendo dal livello minimale alfa (teso alla mera e stentata sopravvivenza, anche con gravi perdite di sovranità e di territori interni in caso di estremo bisogno) fino a quello omega (teso alla completa egemonia politico-materiale, su scala regionale o planetaria), con una serie di gradi tra i due estremi.

Quasi tutti i diversi “gradini” della scala elastica rimangono latenti, e solo uno di essi diventa centrale volta per volta, in base al calcolo (più o meno corretto) dei rapporti di forza eseguito via via dai diversi nuclei politici al potere, mentre ogni nazione otterrà volta per volta un particolare e ben determinato livello di soddisfazione/insoddisfazione dei suoi elastici bisogni politico-materiali, sempre in base alla correlazione di potenza globale formatasi in ogni momento ed agli esiti dei conflitti internazionali: guerre (anche solo minaccia di guerra), guerre economico-commerciale, guerre “per procura” avviate da alleati/nemici, ecc.

Esistono realmente i “bisogni alfa”, nell’arena internazionale? La risposta è positiva, dato che un’esperienza storica plurimillenaria indica e prova concretamente come una delle stelle polari della pratica espressa dai diversi nuclei dirigenti politici e dei loro referenti sociali, “in presenza di rapporti di forza internazionali da essi ritenuti sfavorevoli, a torto o a ragione, abbia per oggetto l’autoconservazione di almeno una parte della massa dei mezzi di produzione e del surplus in mano ai gruppi sociali dominanti nelle loro rispettive formazioni statali, e la difesa parallela di almeno un minimo di autonomia politica internazionale, intesa come la condizione materiale indispensabile proprio per una tutela efficace delle proprietà dei gruppi privilegiati autoctoni.

In campo interstatale, il bisogno materiale alfa esprime la tendenza comune a tutti i nuclei dirigenti politici ed ai loro mandanti sociali, tesa a salvaguardare almeno una parte del surplus e dei mezzi di produzione a disposizione in precedenza delle classi socialmente egemoni, contro i pericoli e le minacce reali/potenziali provenienti da altri stati ed attori politici internazionali, in presenza e sotto il peso di particolari correlazioni di potenza ritenute – a torto o a ragione – molto sfavorevoli: accettando a tale scopo anche delle perdite dei sacrifici politici e/o materiali, più o meno onerosi e per periodi di tempo più o meno prolungati.

Sul piano politico-internazionale, il bisogno alfa si traduce nella tendenza generale dei nuclei dirigenti delle formazioni statali classiste finalizzata a preservare – almeno parzialmente – l’autonomia politica e l’integrità territoriale dei propri rispettivi stati anche nelle situazioni concrete più difficili e svantaggiose, anche dovendo accettare a tale fine delle perdite e dei sacrifici considerevoli in termini di spazi di indipendenza e di prestigio internazionale, di de-accumulazione di forze produttive e tecnologico-militari, a vantaggio degli stati avversari loro nemici usciti vittoriosi dagli scontri interstatali; si tratta di un’autonomia minimale considerata – a ragione – come una base materiale fondamentale per la stessa riproduzione delle posizioni economiche e dei ruoli socioproduttivi delle classi egemoni in campo statale, dal 3700 a.C. fino ai nostri giorni, con un’evidente ricaduta a cascata anche in campo economico e nelle relazioni produttive di classe nazionali, interne, endogene.

Proprio l’esperienza storica internazionale degli ultimi millenni dimostra, con una miriade di esempi, la riproduzione in forma latente del bisogno alfa e la sua emersione in un ruolo dominante proprio durante gli scenari da “allarme rosso”, contraddistinti da minacce molto gravi – o reputate tali – provenienti dal campo internazionale all’autonomia di determinate formazioni statali. Infatti nel processo storico degli ultimi millenni sono emersi molti casi di guerre difensive, combattute da élite politiche e stati molto diversi tra loro, contro le invasioni predatorie attuate dai loro rispettivi nemici internazionali, e di scontri bellici effettuati dalla parte più debole essenzialmente a tutela dei propri interessi minimali di sopravvivenza; inoltre sono stati stipulati via via numerose “paci disonorevoli” e trattati internazionali svantaggiosi da parte delle nazioni risultate soccombenti negli scontri internazionali, al solo scopo di non farsi spazzare via completamente dagli stati vittoriosi e di guadagnare in tal modo un periodo di tregua per riaccumulare le forze e l’unità nella direzione politica.

In questo campo di esperienze storiche una delle più famose epifanie è rappresentata dal trattato di Tilsit, brillantemente citato da Lenin nel marzo del 1918 al fine di giustificare e legittimare a sua volta un’altra “pace disonorevole”, il trattato di Brest-Litovsk. Dopo che le armate prussiane furono sconfitte completamente dalle truppe napoleoniche nelle battaglie di Jena e di Auerstedt (1806), l’aristocrazia feudale prussiana ed i suoi mandatari politici furono infatti costretti ad accettare il diktat politico-militare ed economico imposto loro dalla trionfante borghesia francese: la pace di Tilsit (1807) privò la Prussia di circa metà del suo territorio e la rese praticamente un vassallo dell’imperialismo napoleonico, ma l’apparato statale prussiano non venne annientato e pertanto poté iniziare a preparare la propria rivincita. L’abolizione della servitù della gleba, la creazione di un esercito di massa composto da tutti gli uomini validi e l’avvio di una selezione efficiente di un nuovo corpo di ufficiali furono alcune delle abili mosse politico-sociali effettuate dall’aristocrazia fondiaria prussiana, che nel 1807-12 crearono le basi indispensabili per la partecipazione del paese alla coalizione europea antinapoleonica, capeggiata dalla Gran Bretagna ed alla fine risultata vincitrice rispetto all’imperialismo francese nel triennio 1812-1815.”[12]

Come è già stato notato nel libro “I rapporti di forza”, la plateale e ingombrante presenza del bisogno alfa in campo internazionale ha costretto anche l’approccio “realistico-difensivo” alla politica internazionale, di chiara matrice liberalborghese, ad accettare come un dato di fatto  indiscutibile l’esistenza più o meno latente di questo livello minimale della sfera dei bisogni materiali e politici nelle relazioni internazionali (“anarchiche”), oltre alla sua rapida riemersione in caso di gravi pericoli o sconfitte politico-militari, anche se viene spesso definita sotto il termine “ricerca della sicurezza” e senza capire che a volte in presenza di rapporti di forza estremamente sfavorevoli per i “vinti”,  essa si può tradurre nella ricerca/accettazione di serie violazioni “all’integrità territoriale e politica”.

«Innanzitutto, per la teoria realistica il fatto che gli Stati riconoscano che la forza potrebbe essere usata contro di loro li rende particolarmente attenti al problema della sicurezza, che rappresenta dunque il loro interesse principale. Waltz osserva, per esempio, che “nell’anarchia la sicurezza è il fine più alto. Solo se la sopravvivenza è assicurata, gli stati possono cercare in modo sicuro di raggiungere altri obiettivi come la tranquillità, il profitto e il potere” (Waltz, 1979; trad.it.1987, p. 238 e 183). Sulla stessa scia, Stephen Krasner osserva che “tutti gli Stati condividono i medesimi obiettivi minimi di preservare l’integrità territoriale e politica” (Krasner, 1985, p. 28).»[13]

Anche se attraverso l’utilizzo di altre categorie teoriche, l’esistenza e l’importanza storica del bisogno “minimale” di sicurezza in campo internazionale viene data per scontata anche dalla scuola del “realismo offensivo” capeggiata da Morghentau/Carr/Mearsheimer, nonostante che secondo quest’ultima l’esigenza fondamentale di autoconservazione vada interpretata come la forza motrice primaria proprio delle tendenze egemoniche espresse su scala internazionale: secondo la versione teorica più audace del “realismo politico”, elaborata nei paesi anglosassoni, una piena “sicurezza” sul piano internazionale viene infatti raggiunta solo attraverso il dominio di altri stati.

Dal fondo della piramide bisogna ora salire verso l’alto, constatando come sia stata sempre l’esperienza storica generale a far scoprire come sussista e si riproduca costantemente (molto spesso in forme latenti) un livello omega della scala elastica dei bisogni materiali espressi – e a volte soddisfatti – dalle classi privilegiate e dai loro mandatari politici in campo internazionale.

Infatti il livello omega-economico nello scenario internazionale si traduce nella tendenza espressa in questo campo dai gruppi sociali privilegiati delle diverse formazioni economico-sociali classiste, tesa all’appropriazione di tutto il surplus e dell’intero complesso dei mezzi di produzione esistente nelle aree geopolitiche da loro egemonizzate attraverso gli apparati statali nazionali, creando un imperialismo politico-economico portato fino alle estreme conseguenze, attraverso un processo di espropriazione totale sia delle classi privilegiate che delle masse popolari delle aree sottomesse, concretamente attuabile solo in presenza di rapporti di forza estremamente favorevoli allo stato-vampiro e alla “zona centrale” superpotente. Un caso limite della costante di Sargon, in sostanza, che si analizzerà tra poco.

Sul piano politico, il livello omega si concretizza invece nella tendenza iperegemonica espressa dai gruppi sociali privilegiati e dai loro apparati statali/mandatari politici, finalizzata ad inglobare completamente nella propria sfera di influenza politico-economica tutte le zone geopolitiche da loro conosciute e per loro accessibili sul piano materiale-militare (“zone” che nell’ultimo secolo sono arrivate a coprire l’intero pianeta), eliminando da queste ultime qualunque traccia di contropotere politico (e politico militare) ed autonomia sia degli antagonisti statali sconfitti che delle loro vecchie classi dominanti.

In presenza di rapporti di forza politici (e politico-militari) internazionali ritenuti molto favorevoli, il bisogno omega può uscire dal suo stato di latenza, e proprio nella realtà storica si sono verificati alcuni importanti casi di imperi di portata continentale, o semicontinentale, che sono andati abbastanza vicini ad una piena soddisfazione economica e politica del livello superiore dei bisogni politico-economici internazionali, espresso da determinate classi sfruttatrici attraverso la progettualità-pratica dei loro diretti mandatari politici.

Tra di essi si possono ricordare:

–               l’impero schiavistico fondato dal re sumero Sargon, che si estese dall’odierno Iraq fino alle coste del Libano ed alla Siria nel corso del XIV secolo a.C., introducendo delle forme feroci di sfruttamento dei popoli sottomessi;

–                la dominazione mongola della Cina del nord, nel periodo compreso tra il 1215 e l’inizio del XIV secolo. Mentre una parte delle terre demaniali venne requisita con la forza dall’aristocrazia nomade mongola, una sezione consistente della popolazione cinese venne allo stesso tempo ridotta in schiavitù/semischiavitù, come nel caso degli operai delle saline, mentre l’appropriazione delle imposte agrarie, delle corvée e dei tributi (kechai, yangma, etc.) venne destinata a totale vantaggio dell’apparato statale e dei feudatari mongoli, completamente esentati dal pagamento delle imposte;[14]

–               la dominazione spagnola dell’America Latina, tra il 1535 e la fine del XVII secolo. La vecchia oligarchia centrale degli Incas ed i notabili locali vennero quasi totalmente eliminati dallo spietato colonialismo spagnolo, che si appropriò completamente del surplus alimentare e dei metalli preziosi estratti dalla forza-lavoro indigena, riducendo in uno stato di miseria assoluta gli indios e gli schiavi africani importati nel nuovo continente;[15]

–                il dominio/saccheggio iperaccelerato compiuto dal Terzo Reich nei territori occupati    dell’Europa orientale e dell’Unione Sovietica, nel periodo compreso tra il 1938 ed il 1945: rispetto ai popoli slavi, i nazisti pianificarono ed attuarono uno sfruttamento economico illimitato, teso in ultima analisi a distruggere ogni tipo di resistenza ed a sterminare fisicamente buona parte delle popolazioni conquistate per soddisfare il livello più ambizioso di bisogni materiali della borghesia tedesca.

«Gli hitleriani avevano elaborato un programma dettagliato, in conformità della loro geopolitica, della struttura dell’“Europa tedesca” futura. Essa aveva carattere pronunciatamente antislavo. La maggior parte di cechi, polacchi ed altre nazionalità slave si prevedeva sarebbero state trasferite in Siberia. Cechia e Moravia dovevano entrare a far parte del nucleo del Terzo Reich, circondato dagli “stati-vassalli”: Polonia, Ucraina, regione del Volga ed altri, che sarebbero stati popolati da popoli “secondari”, come li definì Hitler, il numero dei quali avrebbe dovuto essere ridotto ad ogni costo»;[16]

–                il dominio/saccheggio economico iperaccelerato compiuto dall’imperialismo giapponese in Cina, tra il 1931 ed il 1945. Già nel 1927 il piano Tanaka, elaborato dall’allora primo ministro giapponese, auspicava apertamente la conquista della Manciuria e della Mongolia come preludio alla dominazione giapponese su tutta la Cina, e alle parole seguirono i fatti: nonostante l’eroica resistenza del popolo cinese, la borghesia nipponica ed i suoi apparati statali riuscirono ad impadronirsi di buona parte della Cina per quasi un decennio, e della Manciuria per 14 anni. In quest’ultima regione, i monopoli giapponesi si appropriarono completamente delle enormi risorse materiali del luogo (carbone e ferro, in primo luogo) ed esercitarono contemporaneamente uno sfruttamento quasi senza limiti della manodopera cinese, privata di qualunque diritto in tutto il periodo preso in esame; nelle zone rurali ed urbane occupate dall’imperialismo giapponese nel resto della Cina, dopo il 1937, il carico fiscale imposto dagli invasori, le requisizioni forzate su larga scala, le stragi e le distruzioni effettuate nei villaggi in funzione intimidatoria contro la guerriglia comunista ridussero allo stremo i contadini cinesi, garantendo allo stesso tempo un’enorme processo di estrazione coercitiva di surplus agricolo a vantaggio del capitalismo di stato nipponico e dei suoi apparati militari.[17]

Sempre nel libro “I rapporti di forza” è stato sottolineato che “un altro importante sostegno empirico all’esistenza – economica e politica – del bisogno omega è fornito dalla storia degli Stati Uniti nel corso del Diciannovesimo secolo: proprio il processo di sviluppo bisecolare della principale potenza planetaria, dal 1783 fino all’inizio del III millennio, dimostra infatti non solo l’esistenza e lo sviluppo di tutta una serie di piani/azioni di Washington tese a realizzare una piena egemonia, prima continentale e poi planetaria, ma anche come i bisogni economico-politici proiettati dalla borghesia statunitense in campo internazionale abbiano a volte raggiunto dei livelli nichilistici, rivolti in particolare contro il Messico e le popolazioni native americane.

Poco dopo la formazione degli stessi Stati Uniti, tra il 1795 ed il 1848 emerse scopertamente una prima ed ambiziosa linea direttrice dell’imperialismo nordamericano, tesa ad impossessarsi delle enormi zone geopolitiche del continente nordamericano ancora in possesso della Francia, della Spagna e del Messico. Dopo aver acquistato pacificamente la Louisiana dalla Francia napoleonica, troppo impegnata nella guerra contro la Gran Bretagna per poter conservare stabilmente il suo possedimento coloniale nel Nuovo Mondo, il Congresso di Washington nel 1811 approfittò della presenza delle truppe francesi in Spagna per votare una chiara e cinica risoluzione, in cui si dichiarava che gli USA avevano l’intenzione di occupare la Florida, allora territorio spagnolo, per rimanervi a tempo indefinito. Nel testo si affermava, senza quasi i consueti veli diplomatici, che «gli USA, nelle speciali circostanze della crisi attuale, vedono con grande preoccupazione che una parte di quei territori» (alias la Florida) «possa passare in mano a una potenza straniera. La loro stessa sicurezza li costringe a procedere a un’occupazione temporanea di quei territori, che rimarranno nelle nostre mani in vista di future trattative.»[18]

La conquista della Florida non fu certo “temporanea”, visto che nel 1818 il generale A. Jackson occupò definitivamente la regione, poi forzatamente “venduta” dalla Spagna l’anno dopo al neoimperialismo statunitense.

Oltre alla Florida, la “prima linea direttrice” ebbe come obiettivi anche la zona caraibica (Cuba in testa) e l’immensa area geopolitica che andava dall’Oceano Atlantico fino al Pacifico ed alla California, passando per il Texas. Con notevole lungimiranza Louis de Onis, ambasciatore spagnolo a Washington, mise in guardia fin dal 1812 il suo governo rispetto alle chiare e “deliranti” (de Onis) mire egemoniche già allora espresse dai nuclei dirigenti statunitensi di quel tempo.

«Questo governo si è proposto, né più né meno, di fissare i suoi confini a partire dalla foce del Rio Bravo in linea retta verso il Pacifico, includendo quindi le province del Texas, Nuevo Santander, Coahuila, e una parte di Nueva Vizcaya e Sonora. Può sembrare delirante, ma è un fatto che il progetto esiste e che hanno tracciato una carta che include Cuba come parte integrante di questa repubblica.»[19]

Non si trattava certo di un errore clamoroso di de Onis, visto che proprio l’ex presidente Jefferson confessò apertamente al nuovo presidente Monroe i piani “deliranti” di una classe dominante ormai in ascesa scrivendo nel 1822: «Dobbiamo porci la seguente domanda: desideriamo acquisire alla nostra Unione alcune province ispano-americane? Confesso sinceramente di essere stato sempre dell’opinione che Cuba è l’aggiunta più interessante che potremmo fare al nostro sistema di stato. Il dominio su quest’isola e sulla Florida ci darebbe il controllo del Golfo del Messico e degli stati dell’istmo».[20]

Ai piani ed ai progetti seguirono rapidamente le azioni imperialistiche “deliranti” di Washington, visto che la Florida cadde in mani statunitensi nel 1819, Cuba (come protettorato americano) nel 1898-1901, mentre già nel 1835-48 gli USA strapparono con la forza militare al Messico il Texas, il Nuovo Messico e la California, in modo tale che tutte le enormi ricchezze ed aree agricole dell’area caddero nelle mani del nascente capitalismo, dei piccoli agricoltori e degli schiavisti statunitensi: Louis de Onis aveva visto bene e molto lontano…

La seconda linea direttrice dell’egemonismo statunitense del XIX secolo e del suo livello omega di bisogni materiali e politici venne invece apertamente diretta contro le tribù dei nativi americani, stanziati da millenni nell’enorme regione compresa tra l’Atlantico e l’Oceano Pacifico. Fin dal 1610-1620, fin dalla comparsa sul suolo americano dei primi stanziamenti dei coloni europei, emerse chiaramente la volontà egemonica di questi ultimi, decisi ad appropriarsi completamente delle terre occupate da secoli dai clan di nativi americani liquidandone ogni resistenza: nel Connecticut la tribù dei Pequot venne sterminata completamente dalla ferocia dei puritani inglesi fin dal 1637, mentre secondo un censimento del 1669 in Virginia sopravvivevano solo duemila dei trentamila indiani ivi stanziati solo cinque decenni prima.[21]

Non era che l’inizio di un processo amplificatosi a dismisura subito dopo la conquista dell’indipendenza da parte delle ex-colonie britanniche, nel 1783, portato avanti di comune accordo dalla borghesia manifatturiera/industriale del paese e dai contadini immigrati.

Come ha scritto lucidamente lo storico statunitense F. Jennings, nel suo libro La creazione dell’America, «il primo obiettivo dell’impero americano fu il dominio delle popolazioni indiane e delle loro terre…

Gli indiani avevano un altro genere di proprietà che faceva gola agli europei: la terra. I coloni erano decisi a ottenerla con qualsiasi mezzo, a volte con la violenza, altre con il commercio. Non si accontentarono di trasformare le terre indiane in una proprietà coloniale generalizzata. Ciascun colono e ciascun governo coloniale entrarono in competizione con gli altri per accaparrarsi le terre delle tribù, e a volte la competizione sfociava nella violenza tra coloni o addirittura, come nella ribellione di Nathaniel Bacon in Virginia, nella violenza all’interno della colonia.

I territori indiani divennero il pomo della discordia anche tra coloni e impero britannico. Tutti concordavano sul fatto che la terra fosse fondamentale per il benessere, restava però da capire a chi spettasse quel benessere. I coloni volevano le terre per sé, ma essendo troppo lontani dalla corte di Inghilterra venivano scavalcati dai potenti aristocratici che gareggiavano per ottenere vaste proprietà in concessione. La questione non si esaurì mai. All’epoca della Rivoluzione americana le lobby londinesi seguitavano a contendersi i territori distribuiti dai governi coloniali.»[22]

Quando la Gran Bretagna dovette cedere al nuovo ed indipendente stato americano la sovranità sui territori posti tra i monti Appalachi ed il Mississippi, le autorità statunitensi via via costrinsero manu militari le sconfitte tribù di nativi americani a cedere tutti i loro territori in quell’area, nel periodo compreso tra il 1784 ed il 1800: le terre conquistate, con un’ordinanza del Congresso degli Stati Uniti del 13 luglio 1787, vennero apertamente annessi al nuovo stato per poi andare successivamente a formare degli stati federati all’interno dell’Unione nordamericana, una volta raggiunta la massa critica di 60.000 uomini liberi ormai residenti nel nuovo stato-membro.

Lo storico F. Jennings notò che in tal modo i 13 stati originari dell’Unione «proiettarono il loro impero, condividendolo, su tutto il continente nordamericano fino alla costa del Pacifico e oltre le isole Hawaii. Gli stati sono ormai 50, ma potrebbero ancora aumentare. Un esperimento del genere non era stato più tentato dai tempi dell’impero romano».[23]

L’esperimento si concluse con il quasi totale sterminio dei nativi americani e la quasi totale espropriazione delle terre prima in loro possesso, con un “successo” che quasi sicuramente avrebbe causato l’invidia di Gengiz Khan.[24]

Questi processi storici, oltre a molti altri “fatti testardi” non inseribili nel presente libro per evidenti ragioni di spazio, costituiscono una parte delle proteiformi prove dell’esistenza del processo di riproduzione, spesso allo stato latente e potenziale (quando non sussistono rapporti di forza adeguati/ritenuti adeguati alla loro “emersione” nel mondo reale) , dei livelli alfa ed omega, inseriti organicamente nelle diverse scale di bisogni politico-materiali all’interno dell’arena internazionale. Sarà poi il calcolo (corretto/errato) dei rapporti di forza a indicare la “priorità numero uno” ai diversi stati in un determinato momento storico, e cioè se il “bisogno numero uno” del momento sia ad esempio l’autoconservazione affannosa di un minimo di sovranità di fronte all’attacco di un nemico superpotente o, viceversa, il bisogno omega di una nazione dotata di eccezionale asimmetria di potenza rispetto a nemici quasi inermi (= Stati Uniti e tribù dei nativo-americani, i cosiddetti “pellerossa”).

La terza e quarta “colonna” della politica internazionale, alias la tendenza alla massimizzazione del possibile (tmp) e la sua “sorella”, tesa invece alla massima minimizzazione delle perdite in situazioni sfavorevoli, risultano essere i sottoprodotti inevitabili della combinazione dialettica  tra rapporti di forza e scala elastica dei bisogni.

“Correlazione di potenza iperfavorevole? Facciamo man bassa di tutto/quasi tutto il bottino possibile, del potere e il surplus materiale disponibile su scala internazionale”.

E viceversa, “abbiamo subito delle batoste durissime?” cerchiamo almeno di sopravvivere e di ridurre al massimo possibile, realisticamente raggiungibile, le perdite che subiremo a causa della nostra sconfitta…”

Sotto l’aspetto della tendenza alla massimizzazione del possibile, essa venne in larga parte già compresa (seppur attribuendola ad un eterna ed avida “natura umana”) dalla sopracitata scuola anglosassone del “realismo”, che ha segnato costantemente all’interno del mondo occidentale lo studio delle relazioni internazionali almeno “dalla fine degli anni Quaranta dello scorso secolo, secondo il corretto giudizio di Mearsheimer, e cioè da “quando gli scritti di Morgenthau cominciarono a richiamare l’attenzione di un vasto pubblico, fino ai primi anni Settanta. Esso si fonda sul semplice presupposto che gli stati sono guidati da esseri umani che hanno una innata “volontà di potenza”. Ossia, gli stati hanno un’insaziabile sete di potere (o, per usare le parole di Morgenthau, “un’illimitata brama di potere”), il che significa che sono alla costante ricerca di occasioni per assumere l’offensiva e dominare altri stati. Poiché tutti gli stati sono dotati di un animus dominandi, non c’è senso a discriminare tra stati più o meno aggressivi, e tanto meno dovrebbe esserci spazio nella teoria per potenze dedite allo status quo. i realisti della natura umana riconoscono che l’anarchia internazionale – l’assenza di un autorità che governi sulle grandi potenze – fa sì che gli stati si preoccupino dell’equilibrio di potenza. Ma questo vincolo strutturale è trattato come determinante di second’ordine del comportamento degli stati. La principale forza trainante nella politica internazionale è la volontà di potenza insita in ogni stato del sistema, che spinge ciascuno di essi a lottare per la supremazia.

Il realismo difensivo, che va anche sotto il nome di “realismo strutturale” è entrato in scena nei tardi anni Settanta con la pubblicazione di Theory of International Politics di Waltz. A differenza di Morgenthau, Waltz non presuppone che le grandi potenze siano intrinsecamente aggressive in quanto assetate di volontà di potenza, ma parte dall’assunto che gli stati puntino semplicemente a sopravvivere. Più di ogni altra cosa cercano la sicurezza. Ciononostante, sostiene che la struttura del sistema internazionale obbliga le grandi potenze a prestare la massima attenzione all’equilibrio del potere. In particolare l’anarchia costringe gli stati che perseguono la sicurezza a contendersi il potere, perché il potere è il miglior mezzo per sopravvivere. Mentre nella teoria di Morgenthau la natura umana è la causa profonda della competizione per la sicurezza, in quella di Waltz questo ruolo è attribuito all’anarchia.

Waltz però non sottolinea la circostanza che il sistema internazionale fornisce alle grandi potenze ottimi motivi per agire aggressivamente allo scopo di guadagnare potere. Egli sembra piuttosto sostenere il contrario:  che l’anarchia incoraggi gli stati a comportarsi in modo difensivo e a mantenere anziché alterare l’equilibrio di potenza. “Prima preoccupazione degli stati”, scrive, “è conservare la propria posizione nel sistema”. Si direbbe, come rileva il teorico delle relazioni internazionali Randall Schweller, che nella teoria di Waltz sia presente un “pregiudizio a favore dello status quo.

Waltz riconosce che gli stati hanno incentivo a guadagnare potere a spese dei loro rivali e che è cosa strategicamente sensata agire a tempo opportuno in base a questa motivazione. Ma non approfondisce i dettagli di questa linea di ragionamento”.[25]

Il processo di approfondimento invece venne sviluppato proprio da Mearsheimer, che rilevò non solo la tendenza generale alla massimizzazione (seppur non collegandola sul piano teorico al “possibile” ed al calcolo dei rapporti di forza, “convitato di pietra” formidabile e che a volte impone invece la minimizzazione delle perdite al massimo grado possibile), ma elaborò  anche un’interessante analisi delle diverse strategie/tattiche che assume via via il trend generale in oggetto all’interno dell’arena internazionale, a partire dalla “triade” principale costituita da guerra/bilanciamento/scaricabarile.

“E’ il momento di considerare come operano le grandi potenze per massimizzare la loro quota di potere mondiale. La prima cosa da fare è esporre gli obiettivi specifici  che gli stati perseguono nella loro competizione per il potere… Il passo successivo consiste nell’analizzare le varie strategie che gli stati usano per modificare l’equilibrio di potenza a proprio vantaggio o per impedire ad altri stati di alterarlo a loro danno. La guerra è la principale strategia che gli stati adottano per acquisire potere relativo. Il ricatto è un’alternativa più attraente per raggiungere determinati risultati, perché si basa sulla minaccia di ricorrere alla forza, e non sul suo uso effettivo. Il ricatto però di norma è difficile da realizzare, perché è probabile che una grande potenza preferisca combattere prima di sottostare alle minacce di un’altra grande potenza. Un’altra strategia per acquistare potere è quella dei bait and bleed, “falli scannare tra loro”, con cui uno stato cerca di indebolire i suoi rivali provocando una guerra lunga e costosa fra loro. Ma anche questo schema è di difficile attuazione. Una variante più promettente di questa strategia è quella del dissanguamento, in cui uno stato opera per far si che la guerra in cui è impegnato un avversario sia protratta e mortifera.

Bilanciamento e scaricabile sono le principali strategie cui ricorrono le grandi potenze per evitare che un aggressore alteri l’equilibrio delle forze. Con il bilanciamento, gli stati minacciati si impegnano seriamente a contenere in prima persona l’avversario pericoloso. In altre parole, sono pronti ad accollarsi l’onere di scoraggiare, e in caso di bisogno di combattere l’aggressore. Con lo scaricabarile, gli stati cercano di indurre un’altra grande potenza a bloccare l’aggressore mentre essi rimangono in posizione defilata. Gli stati minacciati di norma preferiscono lo scaricabile al bilanciamento, soprattutto perché nel primo caso evitano il costo di combattere l’aggressore nell’evenienza di una guerra.

Le strategie di appeasement e di bandwagoning sono particolarmente inefficaci nei confronti di un aggressore. Entrambe prevedono la concessione di potere a uno stato rivale, cosa che in un sistema anarchico è una ricetta sicura per provocarsi i danni. Con il bandwagoning, vale a dire “saltare sul carro del vincitore”, lo stato minacciato abbandona la speranza di impedire all’aggressore di guadagnare potere a sue spese e unisce le sue forze a quelle del suo pericoloso nemico, per ottenere almeno una piccola parte del bottino di  guerra. L’appeasement è una strategia più ambigua. Chi la pratica mira a modificare il comportamento dell’aggressore, facendogli blandizie e concessioni nella speranza che il gesto, rendendolo più sicuro, riduca o elimini l’incentivo dell’aggressione. Pur essendo queste due strategie inefficaci e pericolose, perché potrebbero far pendere l’equilibrio di potere a favore dello stato minacciato che le mette in atto, esporrò alcune circostanze speciali in cui potrebbe essere sensato per uno stato concedere potere a un altro.

E’ luogo comune nella lettura sulle relazioni internazionali considerare che il bilanciamento e saltare sul carro siano le strategie chiave a disposizione di una grande potenza minacciata, e che la grande potenza opti inevitabilmente per bilanciare contro un avversario pericoloso. Non credo ciò sia esatto. Saltare sul carro del vincitore potenziale, come ho detto, non è un’opzione produttiva in un mondo realista, perché anche se lo stato che vi ricorre può ottenere maggiore potere assoluto, l’aggressore ne guadagna di più. La vera scelta in un mondo realista è tra il bilanciamento e lo scaricabarile, e gli stati minacciati preferiscono, ogni volta che sia possibile, la seconda opzione alla prima”.[26]

Anche se Mearsheimer ha reso eterno ed assoluto il principio della “ricerca dell’egemonia regionale” (alias la massimizzazione dei vantaggi nell’arena internazionale), non tenendo conto dell’abile ed efficace eccezione cinese dal 1978/2012, che invece rifiuta il concetto di “egemonia planetaria” concretamente perseguito dall’imperialismo statunitense dal 1945 fino al 2012, il brillante studioso americano ha colto nel segno in un punto centrale: anche se a volte come semplice tentativo di “rosicchiare”, micro posizioni di potere/potenza detenute dagli altri stati, la mega tendenza alla massimizzazione del possibile costituisce una vera e propria “stella polare” della progettualità/praxis dei nuclei dirigenti politici su scala internazionale, trasformandosi in presenza di rapporti di forza sfavorevoli nella sub-tendenza alla minimizzazione delle perdite, come nei casi sopra citati (e moltiplicabili a piacere) dei durissimi trattati di pace stipulati a Tilsit ed a Brest-Litorsk, rispettivamente nel 1807 e nel 1918.[27]

Un altro corollario della tendenza alla massimizzazione del possibile consiste nel derivato impulso, costante seppur graduato a seconda del calcolo (corretto/errato) dei rapporti di forza concreti, di ciascuna potenza a danneggiare la potenza dagli stati nemici al massimo grado possibile. Ad esempio il presidente statunitense R. Nixon, ancora nel 1970 ed all’inizio della “distensione” con l’avversario strategico sovietico, in riferimento al conflitto israeliano espresse e diede quasi per scontata la “massima” secondo cui “gli Stati Uniti dovessero sempre perseguire il loro “interesse principale”, cioè “fare ciò che danneggia maggiormente i sovietici […] (ed) evitare che il conflitto arabo-israeliano offuschi questo interesse”. E’ in questo contesto che debbono essere valutate le polemiche che , durante tutta la primavera del 1970, accompagnarono il rifiuto di Nixon ed in particolare di aerei, per rimpiazzare le perdite subite e attrezzature atte a ridurre l’efficacia della contraerea sovietica. Se gli israeliani erano preoccupati soprattutto di mantenere comunque la superiorità militare, Nixon – ed in minor misura Kissinger, che mostrava impazienze filoisraeliane – era interessato soprattutto a logorare le posizioni sovietiche in Egitto, ritardando la ripresa dei territori perduti”.[28]

La “costante di Sargon” costituisce a sua volta un’altra colonna del processo di sviluppo della politica internazionale, avendo per oggetto la divisione delle nazioni/aree geopolitiche mondiali tra stati-sfruttatori e stati-aree geopolitiche sfruttate: faglia di divisione fondamentale, che lascia tuttavia (in alcuni casi, consentiti principalmente dalla “solita” correlazione di potenza concreta) la possibilità di esistenza di una “zona intermedia” di stati allo stesso tempo non-sfruttati e non-sfruttatori, come nei casi del Giappone dal 1610 al 1870 e della Cina Popolare, dal 1949 fino ad oggi.

Nel libro “I rapporti di forza” si era già sottolineato che “se Lenin nel luglio 1920 affermava correttamente che la divisione tra “popoli oppressi” e “popoli oppressori” risultava della massima importanza per la politica internazionale nell’epoca del moderno imperialismo, tutta una lunga sequenza di dinamiche concrete fornisce innumerevoli conferme sulla riproduzione plurimillenaria del dominio armato di “stati vampiri” e sfruttatori, fin dal 3700 a.C.: in sostanza da più di cinque millenni, all’interno delle formazioni economico-sociali classiste e su scala mondiale, si è formata via via una decisiva e strategica suddivisione tra le zone geopolitiche e gli stati dominanti, che si appropriano del surplus e dei mezzi di produzione prodotti in altre aree geoeconomiche (e formazioni statali) utilizzando principalmente la coercizione e gli strumenti politico-militari al fine di attuare un processo di trasferimento forzato di ricchezza, e le zone-formazioni statali sfruttate, che subiscono invece l’estorsione coercitiva di surplus e di mezzi di produzione da parte degli “stati-vampiro”. [29]

Infatti uno dei “cardini” che hanno contraddistinto “le relazioni internazionali negli ultimi sei millenni e fino ai nostri giorni è rappresentato dalla “costante di Sargon”, alias dalle tendenze egemoniche di carattere economico e politico espresse dagli stati classisti negli ultimi millenni. Da questi ultimi si è infatti generato e riprodotto un importante trend generale, finalizzato a conservare ed estendere al massimo grado possibile i propri rispettivi “territori economici” (Lenin), lo sfruttamento della forza-lavoro di altre nazioni e l’appropriazione di surplus nel campo delle relazioni interstatali, in presenza e con l’aiuto indispensabile di rapporti di forza politici e politico-militare ritenuti favorevoli a tale scopo: e tale tendenza allo sfruttamento di altre aree geopolitiche/formazioni statali ed all’imperialismo economico, i cui particolari target materiali sono variati a seconda dei diversi modi di produzione classisti interessanti, si è collegata organicamente ad una parallela spinta egemonica esercitata dai nuclei dirigenti statali – e dai loro mandanti sociali – nel campo delle relazioni politiche internazionali, finalizzata a conservare e/o ad estendere al massimo grado possibile le zone e le sfere di influenza da essi controllate in modo diretto (attraverso l’occupazione/conquista) o indiretto (con minacce credibili e/o apparati politici esteri eterodiretti), sempre in presenza e con l’aiuto indispensabile di rapporti di forza politici favorevoli agli stati-vampiro egemoni/aspiranti tali.

In altri termini, i mandatari politici di ogni formazione statale fondata su rapporti di produzione classisti hanno manifestato nello scacchiere internazionale un impulso costante a conservare/allargare le proprie rispettive aree geopolitiche-geoeconomiche d’influenza, più o meno limitrofe, sottoposte a processi di appropriazione di surplus/plusprodotto/mezzi di produzione/oggetti di lavoro a vantaggio degli stati egemoni, a patto di ritenere – a torto o a ragione – di possedere una superiorità globale di forze, tale da consentire loro il raggiungimento effettivo di queste finalità predatorie nel campo delle relazioni interstatali.

Un’esperienza storica plurimillenaria, che ha mostrato i suoi prodromi ancora con le invasioni protoclassiste dei Kurgan, dimostra come la costante principale endogena e la struttura fondamentale interna delle formazioni economico-sociali classiste, individuabile nella ricerca costante dell’appropriazione del massimo grado possibile di surplus, plusprodotto e mezzi di produzione da parte di una minoranza della popolazione, si trasformi inevitabilmente in campo internazionale nella tendenza espressa dai nuclei dirigenti statali (e dai loro mandanti sociali) tesa ad egemonizzare e sfruttare gli altri stati e le altre aree geopolitiche, sempre in presenza e con l’aiuto indispensabile di rapporti di forza ritenuti favorevoli: lo sfruttamento endogeno in campo nazionale, in altri termini, marcia di pari passo e produce inevitabilmente un parallelo processo di sfruttamento materiale tradotto su scala internazionale, laddove sussistano le indispensabili premesse materiali, politiche, militari e tecnologico-militari.

La tendenza ad “esportare” lo sfruttamento di forza-lavoro ed il dominio politico su scala internazionale controllando aree geopolitiche e sfere di influenza all’estero, comune a tutte le formazioni statali classiste sviluppatesi negli ultimi sei millenni, può essere denominata come la “costante di Sargon”, dal nome del leader del primo impero conosciuto nella storia e formatosi nell’area mediorientale quasi 2400 anni prima della nascita di Gesù di Nazareth.

Quando la correlazione di potenza politica (politico-militare) esistente tra stati e/o aree geopolitiche lo consente concretamente, si crea pertanto un rapporto asimmetrico tra le “zone centrali” (in cui generalmente domina un’etnia caratterizzata da una precisa identità razziale, linguistica e/o culturale-religioso) e le “aree periferiche” da esse controllate, relazione dialettica in cui queste ultime erogano gratuitamente verso gli stati-vampiro delle masse più o meno consistenti di surplus, pluslavoro e materie prime, mentre parallelamente le zone centrali si appropriano di quantità variabili – a seconda del periodo e delle situazioni storiche – dei mezzi di produzione, della forza-lavoro e delle condizioni della produzione creati nelle aree periferiche: in sostanza si forma e si riproduce una relazione economica squilibrata tra “imperi” e “colonie/semicolonie”, tra “zona centrale” e “zona periferica”, tra stati-vampiro ed aree vampirizzate, sempre rapporti di forza politici (e politico-militari) permettendo.[30]

Va subito notato che anche se la “costante di Sargon” rappresenta uno dei cardini della politica internazionale, la tendenza alla conservazione-espansione su scala internazionale delle sfere di influenza politiche ed economiche, coloniali e non coloniali, si scontra quasi sempre con delle potenti controtendenze che pesano in modo variabile sulla progettualità-praxis dei nuclei dirigenti classisti e dei loro mandanti sociali rispetto alla sfera interstatale.

Tra queste controtendenze emerge in modo particolare la contro-forza d’urto rappresentata dal potenziale direzionale, economico e militare via via accumulato dalle possibili prede dell’espansione degli stati-vampiri presenti nelle diverse aree geopolitiche o nell’intero scacchiere mondiale, dopo il 1820-1850, visto che proprio dalla contropotenza reale detenuta dai potenziali antagonisti dipendono le concrete possibilità di successo delle diverse operazioni di espansione egemonica, i rischi prevedibili ad esse collegati e i costi politici, economici e militari che queste ultime comportano, sempre secondo le stime soggettive – corrette/errate – degli aspiranti stati-egemoni. Tanto maggiore risulta l’equilibrio di potenza in campo, secondo la valutazione soggettiva (corretta-errata) del rapporto di forza effettuata dal potenziale “predatore”, tanto minori saranno le probabilità che le aspirazioni egemoniche e le tendenze espansionistiche politico-economiche si trasformino realmente in pratica concreta su scala internazionale attraverso guerre, diktat e minacce di guerra, rimanendo invece in uno stato latente.

Altri fattori secondari che spesso contrastano la “costante di Sargon” sono rappresentati dalle distanze spaziali e dalle barriere geonaturali, dalla fama di combattività dei possibili “target” dell’espansione, dalle contraddizioni interne che attanagliano la potenza tentata a procedere verso l’espansione politico-economica, oppure dall’intervento di terzi stati a fianco delle potenziali “prede”: in estrema sintesi,  la controforza accumulata dalle altre formazioni statali e l’eventuale ruolo giocato dalle controtendenze secondarie possono rendere latente ed inerte, per periodi di tempo più o meno prolungati, la tendenza all’espansione dei propri spazi ed aree d’influenza economiche e politiche in molti stati-vampiro, in tutta una serie di loro nuclei dirigenti politici diventati egemoni in diversi stati ed epoche storiche diverse.

Ma non solo: il gioco crudele creato in campo internazionale dalla costante di Sargon ha due sensi di marcia potenziali dato che la vittima potenziale/reale si può trasformare in uno stato-vampiro, o viceversa.

Infatti quando certe formazioni statali classiste o aree geopolitiche non possiedono una sufficiente massa critica in campo politico, economico, tecnologico e militare, esse non soltanto devono autocongelare e rendere latenti le proprie tendenze all’espansione economica-politica, ma possono anche diventare facilmente delle prede di tendenze egemoniche altrui, trovandosi nella scomoda posizione di “squali piccoli” minacciati da “squali” più grandi  superiori per il potenziale accumulato in precedenza in campo politico, organizzativo, militare, tecnologico, economico e direzionale. Il “cacciatore” di oggi, l’impero di oggi, può sempre trasformarsi nella “preda” e nell’area periferica sfruttata di domani; uno stato indipendente, con una propria sfera di influenza politico-economica, può essere travolto da formazioni statali ancora più potenti, ridimensionato o addirittura ridotto nella posizione di colonia-semicolonia, come dimostra – tra tanti casi – la sorte dell’impero Incas, distrutto in poco tempo dal colonialismo spagnolo.

In ogni caso il ruolo giocato dai rapporti di forza politici e politico-militari risulta così importante e rilevante da far sì che la pura e semplice conservazione di imperi e/o di proprie sfere d’influenza politico-economica costituisca una forma particolare della tendenza generale imperialista connaturata ai diversi stati ed ai diversi modi di produzione classisti, che si esprime quando si è in presenza di rapporti di forza non più favorevoli agli stati dominanti, quando cioè le circostanze  impongono ormai agli stati-vampiro la creazione di processi di “difesa e stabilizzazione dell’impero già esistente”, secondo l’espressione usata da H. Morgenthau.[31]

Sussistono sia elementi di continuità che di discontinuità, nelle varie tipologie di egemonismo politico-economico interstatale comparse dopo il 3700 a.C.

Ciascuno dei modi di produzione classista riprodottosi negli ultimi sei millenni possiede delle proprie importanti specificità imperialistiche, legate strettamente sia ai rispettivi rapporti di produzione endogeni che ai diversi livelli di sviluppo delle forze produttive. Infatti il rapporto concreto tra sfruttatori e sfruttati a livello interstatale, pur mantenendo negli ultimi sei millenni degli importanti elementi materiali di continuità, cambia anche notevolmente a seconda che esso si sviluppi all’interno del modo di produzione asiatico, schiavistico, feudale o capitalistico, mentre tra l’altro ciascuna delle sopramenzionate formazioni economico-sociali si trasforma via via nel corso del proprio particolare processo di sviluppo/decadenza, in modo tale che ogni fase storica della loro riproduzione materiale manifesta delle diversità socioproduttive rispetto a quello precedente. Pertanto sono risultate molto diversificate tra loro sia le “prede” economiche via via selezionate e ricercate, su scala internazionale, dagli involucri politici dei diversi modi di produzione classisti, sia le relazioni materiali createsi tra “centro” e “periferia” volta per volta, seppur all’interno di una cornice comune costantemente caratterizzata dal processo di trasferimento di lavoro non pagato, di surplus e mezzi di produzione dalla “periferia”-colonia all’impero centrale/zona dominante, grazie alla creazione di “territori economici” (Lenin) e politici sottoposte al controllo di questi ultimi.

L’oggetto economico principale delle tendenze egemoniche espresse dagli stati e società che rientrano nel m.p. asiatico è stato costituito dalla conservazione/allargamento delle imposte e rendite fondiarie (in lavoro o prodotti) erogate gratuitamente dalle comunità contadine delle zone conquistate agli apparati statali dell’area centrale, al nucleo politico dirigente e ai suoi strumenti di dominio: burocrazia civile, apparati repressivi militari e fiduciari politici operanti nelle zone periferiche sottomesse. I processi vittoriosi di conquista di nuovi “territori economici” permisero di estendere la proprietà fondiaria statale via via accumulata e controllata dall’élite politico-sociali dominanti, aumentando la massa di tasse di cui queste ultime si poterono appropriare gratuitamente sotto forma di rendita di lavoro o prodotti, oltre a consentire l’acquisizione parallela di fonti esogene di materie prime e metalli preziosi: Marx scrisse che se ai produttori diretti, «se a questi lavoratori non si contrappongono come proprietari delle terre e allo stesso tempo come sovrani i proprietari terrieri privati, ma, come avviene in Asia, lo Stato stesso, rendita e imposte coincidono, o piuttosto non vi è imposta che si allontani da questa forma della rendita fondiaria.»[32]

Il modo di produzione schiavistico a sua volta, si è fondato essenzialmente sulla costante riduzione di servitù della forza-lavoro sfruttate mediante la guerra e l’azione mercantile dei mercanti di schiavi, sostenuti sempre dai propri rispettivi apparati statali: pertanto nel modo di produzione schiavistico i principali “oggetti oscuri” del desiderio, su scala internazionale, vennero rappresentati dall’acquisizione di tributi sotto forma di prelievi fiscali, alimentari e monetari forniti gratuitamente dalle zone dominate e dai processi di appropriazione di schiavi innescati con la forza nelle zone periferiche conquistate, mentre altri dividendi materiali secondari provenienti dalle sfere di influenza via via annesse furono il flusso di materie prime e di metalli preziosi, assorbiti senza contropartite dalle zone centrali degli imperi, assieme al controllo sulle grandi proprietà fondiarie espropriate ai precedenti possessori autoctoni.

Ad esempio quando il primo impero sovranazionale della storia, creato dalle forze armate di Sargon, estese il suo dominio sul Medioriente, la “zona centrale” ottenne dalla “periferia” consistenti prelievi fiscali, la materia prima strategica dello stagno – essenziale per la produzione delle armi in bronzo – e manodopera servile in abbondanza; quando a sua volta la repubblica schiavistica romana distrusse lo stato macedone, nel 171-168 a.C., la metà delle tasse che i cittadini macedoni pagavano ai loro precedenti sovrani venne acquisita da Roma ed ai nuovi sudditi fu proibito sia di lavorare i metalli d’oro e d’argento, che di esportare il legno da costruzione; dal canto suo l’Epiro, alleato della Macedonia nella lotta contro l’imperialismo romano, venne completamente saccheggiato e ben 150.000 abitanti furono ridotti in schiavitù, tanto che il bottino portato a Roma permise che le imposte dirette di cui erano gravati i cittadini romani fossero abolite per molto tempo.[33]

Nel processo secolare che trasformò, tra il 202 ed il 31 a.C., tutto il bacino del Mediterraneo in una fonte globale di tributi, di terre e di schiavi per il nucleo centrale romano ed i suoi gruppi sociali dominanti, un ruolo secondario ma importante nelle conquiste effettuate dall’impero romano in Spagna, in Egitto ed in Sudan venne giocato anche dalla sete di metalli preziosi: le aree sopra citate erano infatti famose per i loro eccezionali giacimenti auriferi, subito sfruttati dall’avido egemonismo di Roma.[34]

Passando al modo di produzione feudale, il principale obiettivo economico della costante di Sargon al suo interno venne rappresentato dall’appropriazione diretta di possedimenti fondiari e di forza-lavoro servile (servi della gleba e contadini semiliberi) nelle aree periferiche sottomesse, anche se per l’aristocrazia fondiaria acquisì una certa importanza anche la razzia sistematica all’estero di metalli preziosi e di oggetti ad alto valore di scambio quali spezie, tessuti e schiavi.

Uno dei modelli sociopolitici più puri e cristallini di conquista feudale venne rappresentato dagli stati creati dai crociati europei nell’area siro-palestinese, dopo la temporanea conquista di Gerusalemme nel 1099 d.C., visto che in essi la natura delle prerogative reali e dei rapporti di servitù venne indicata con molta chiarezza da documenti storici quali il Libro dei Re e le Assise di Gerusalemme. L’aristocrazia feudale europea espropriò con la forza i possedimenti fondiari precedentemente in possesso delle classi dominanti musulmane in un’area che arrivò a comprendere circa 9.000 km2, incassando direttamente le rendite fondiarie e le imposte pubbliche del precedente regime islamico, la decima (zakat) e le imposte doganali, mentre tutti i villaggi della zona si trasformarono in feudi (casaux) dei conquistatori europei.[35]

La lunga fase manifatturiera del m.p. capitalistico, durata circa dal 1100 al 1770 d.C., vide impegnate le principali potenze europee in un processo di espansione coloniale ininterrotta, a partire dall’esperienza pilota veneziana: la creazione di imperi e di aree di influenza strettamente controllate dalle “zone centrali” ha accompagnato la società borghese quasi fin dal suo sorgere, partendo dal feroce dominio coloniale creato dalla repubblica veneziana in alcune zone ed isole del Mediterraneo orientale, dopo il 1204.

La politica egemonica attuata dalle borghesie manifatturiere europee è stata finalizzata principalmente all’acquisizione con la forza di mercati protetti, gestiti in modo monopolistico per favorire al massimo grado possibile la vendita delle loro merci, ottenendo aree geopolitiche allo stesso tempo in grado di fornire sia materie prime a basso costo (con l’utilizzo di schiavi/servi della gleba) che flussi monetari costanti verso il “centro”, sotto forma di tasse, dazi e mantenimento di superpagati funzionari civili-militari dell’impero a spese delle colonie: anche il controllo del traffico internazionale degli schiavi costituì un obiettivo secondario, ma rilevante, delle tendenze espansionistiche della borghesia manifatturiera, tanto che un filo rosso di sangue e sofferenze collettive collegò la storia dell’accumulazione originaria di capitali da parte dei mercanti di carne umana veneziani, olandesi ed inglesi.

Il processo di colonizzazione e di occupazione dei mercati ed aree geopolitiche all’estero continuò anche durante la fase industriale del m.p. capitalistico, venendo gestito principalmente dalla superpotenza britannica con il suo gigantesco impero planetario (1770-1880). La Gran Bretagna aveva utilizzato il mercato estero coloniale, ed in particolar modo quello indiano, come uno dei pilastri del suo processo di accumulazione industriale, visto che la “periferia” forniva materie prime a buon mercato e dazi doganali al “centro” e allo stesso tempo acquistava esclusivamente le merci prodotte dall’industria britannica, la quale grazie ai nuovi mercati protetti poté sviluppare a sua volta enormemente la varietà delle sfere produttive, il grado di specializzazione tecnica ed il progressivo aumento di dimensioni delle sue aziende.

«La Gran Bretagna ha sfruttato le sue colonie in molti modi differenti. Come al solito, le colonie portarono benefici al paese dominante e lo aiutarono a migliorare il suo tenore di vita. Nei territori coloniali la Gran Bretagna incoraggiava la politica del libero scambio, ma imponeva dazi sui prodotti finiti importati. In questo modo le colonie fornivano a basso costo le materie prime destinate alle produzioni britanniche protette, nelle quali l’Inghilterra primeggiava grazie alla sua rivoluzione industriale. Al contrario il paese scoraggiava l’importazione di manufatti dalle colonie, imponendo su di essi dazi doganali, mentre le materie prime ne erano esenti.

Naturalmente alle colonie non veniva permesso di imporre dazi sull’importazione di prodotti finiti. In questo modo le colonie fornivano materie prime competitive in mercati protetti all’industria britannica, che grazie a questi vantaggi poté progredire in molti campi. Settore tessile, metalmeccanico, navale crebbero rapidamente, mentre le industrie delle colonie vennero messe in ginocchio dai beni di produzione di massa provenienti dalla Gran Bretagna.

Le colonie spendevano il surplus della bilancia commerciale per pagare i servizi importati dalla Gran Bretagna a prezzi artificialmente gonfiati. I funzionari pubblici, il personale civile e gli ufficiali britannici lavoravano nelle colonie facendosi pagare profumatamente, con denaro proveniente dagli eccessi di riserva in valuta pregiata ottenuti dal surplus commerciale con l’Inghilterra. In questo modo la politica economica britannica era concepita a esclusivo vantaggio degli inglesi, e a tutto danno delle colonie.

Diversamente da Roma, la Gran Bretagna non ridusse in schiavitù gli abitanti delle colonie, ma riuscì comunque ad ottenere lavoro a basso costo in un altro modo. I territori d’oltremare venivano utilizzati anche come fonte di reclutamento dei soldati che, in cambio di salari di mera sussistenza, combatterono per la Gran Bretagna in difesa delle sue colonie nelle due guerre mondiali. Quindi anche l’esercito britannico trasse vantaggio dall’utilizzo di lavoro a basso costo e ciò contribuì a liberare le risorse necessarie allo sviluppo economico del paese.»[36]

Dopo il 1870-73, il modo di produzione capitalistico entrò progressivamente nella sua fase di sviluppo monopolistica, caratterizzata all’interno delle potenze imperialistiche da un crescente processo di concentrazione del capitale in giganteschi oligopoli e dalla progressiva, ma costante  fusione del capitale bancario e industriale in quello finanziario: Lenin notò in modo penetrante che l’epoca imperialistica del m.p. capitalistico era anche  contraddistinta sul piano economico-internazionale dall’esportazione di capitali sotto forma di prestiti internazionali, dalla presenza di multinazionali installatesi in paesi stranieri e  dall’appropriazione di fonti di energia e di materie prime collocate in altre aree geopolitiche o stati esteri, da parte dei diversi centri imperialistici.

«Per il vecchio capitalismo, sotto il pieno dominio della libera concorrenza, era caratteristica l’esportazione delle merci; per il più recente capitalismo, sotto il dominio dei monopoli, è diventato caratteristica l’esportazione di capitali.»[37]

Tra il 1870 ed il 2008, il principale obiettivo economico perseguito in campo internazionale dai diversi nuclei dirigenti statali delle potenze imperialistiche è stata la conservazione/allargamento al massimo grado possibile delle sfere di influenza geoeconomiche e geopolitiche controllate – in tutto o in parte – dalle proprie formazioni statali e mandanti sociali, per assicurare e garantire al massimo grado possibile il costante processo di riproduzione ed espansione:

–          della massa complessiva e del livello dei profitti ottenuti dalle multinazionali delle proprie     nazioni dei paesi esteri;

–          della massa complessiva delle rendite e degli interessi percepiti dal sistema finanziario “interno” e dagli apparati statali nazionali, grazie ai capitali prestati all’estero a privati e/o stati stranieri;

–          dell’appropriazione esclusiva-egemonica delle fonti di energia e delle materie prime internazionali, situate in altre aree geoeconomiche/stati;

–          dell’appropriazione esclusiva-egemonica delle condizioni materiali della moderna produzione capitalistica (terra, risorse idriche, ecc.), posizionate in altre nazioni;

–          della massa complessiva di affari e di commesse internazionali – civili o militari – di cui si appropriano concretamente le proprie multinazionali sul mercato mondiale.

«Ai numerosi “vecchi” moventi della politica coloniale, il capitalismo finanziario aggiunse ancora la lotta per le sorgenti di materie prime, quella per le esportazioni di capitali, quella per le “sfere di influenza”, cioè per le regioni che offrono vantaggiosi affari, concessioni, profitti monopolistici, ecc., ed infine la lotta per il territorio economico in generale.»[38]

La tendenza ad espandere le proprie sfere di influenza geopolitiche “territori” geoeconomici non era/è limitata alle aree “agricole” del globo, ma anzi in presenza di rapporti di forza politico-militari divenuti favorevoli poteva e può tuttora rivolgersi al “territorio economico” controllato da altre potenze industriali ed imperialistiche: la Germania, tra il 1919 ed il 1924, venne ad esempio ridotta al grado di semicolonia tributaria dell’imperialismo anglo-francese, il Terzo Reich nazifascista si appropriò direttamente di una parte delle risorse di Francia, Olanda e Belgio nel 1940-44, gli Stati Uniti nel 1945-60 posero una parte dell’Europa occidentale sotto la loro stretta tutela, politica ed economica,  poi indebolita principalmente dalla necessita di mantenere un fronte unito contro il blocco sovietico.

In  ultimo, ma non per importanza, l’allargamento delle sfere di influenza via via controllate dalle diverse formazioni imperialistiche permetteva – e permette tuttora – non solamente l’espansione della massa complessiva e del livello di profitto mondiale di cui si appropriano i diversi capitalismi nazionali, ma consente allo stesso tempo anche di indebolire le aziende, le multinazionali e gli stati imperialistici concorrenti riducendo la quota del plusvalore complessivo mondiale che questi ultimi controllano e diminuendo, sul piano politico, il grado di influenza esercitato dalle potenze rivali in campo internazionale: Lenin scrisse giustamente che «… in secondo luogo, per l’imperialismo è caratteristica la gara di alcune grandi potenze in lotta per l’egemonia, cioè per la conquista di terre, diretta non tanto al proprio beneficio quanto ad indebolire l’avversario e a minare la sua egemonia…»[39]

In ultima analisi l’esperienza storica complessiva degli ultimi cinque-sei millenni insegna che le forme principali (differenziate tra loro) di imperialismo politico ed economico che contraddistinguono le formazioni economico-sociali classiste sono sei, e che le modalità storiche attraverso le quali si è concretizzata la “costante di Sargon” sono:

–         l’imperialismo di tipo “asiatico”;

–         l’imperialismo schiavistico;

–         l’imperialismo feudale;

–         il colonialismo manifatturiero;

–         il colonialismo espresso dal capitalismo industriale;

–         l’imperialismo moderno creatosi nell’epoca del capitalismo monopolistico-finanziario.

Tutte queste tipologie di imperialismo risultano parzialmente unificate da un tratto economico-materiale comune, e cioè dal trasferimento di surplus dalle aree “periferiche” sottomesse al “centro” delle zone dominanti attraverso “territori economici” e politici controllati strettamente da quest’ultime, ma esse si differenziano tra loro sia per i rapporti di produzione egemoni (e per le loro fasi di sviluppo) sia per i principali “oggetti” materiali e produttivi delle tendenze espansionistiche in campo politico ed economico. Come notò Lenin, «politica coloniale e imperialismo esistevano anche prima del più recente stadio del capitalismo, anzi prima del capitalismo stesso. Roma, fondata sulla schiavitù, condusse una politica coloniale ed attuò l’imperialismo. Ma le considerazioni “generali” sull’imperialismo, che dimentichino le fondamentali differenze tra le formazioni economico-sociali o le releghino nel retroscena, degenera in vuote banalità o in rodomontate sul tipo del confronto tra la “grande Roma e la grande Bretagna”. Persino la politica coloniale dei precedenti stadi del capitalismo si differenzia essenzialmente dalla politica coloniale del capitalismo finanziario.»[40]

In ogni caso imperialismo significa soprattutto sfruttamento di certe nazioni/aree geopolitiche da parte di altri stati, anche se il prelievo reale di surplus-pluslavoro da parte delle “zone centrali” e nelle loro rispettive aree di influenza non esclude a priori che, in situazioni storiche particolari, i costi finanziari e militari della presenza egemone di determinati imperialismi in certi loro esclusivi “territori economici”  in certe loro colonie o aree d’influenza possano risultare nei fatti superiori ai vantaggi economici derivanti dallo sfruttamento di queste ultime: ad esempio un rapporto sfavorevole tra benefici e costi economici globali si creò concretamente nelle colonie italiane del Corno d’Africa e della Libia, a carico  dell’imperialismo statunitense nel Vietnam ed in Indocina nel periodo compreso tra il 1965 ed il 1974.[41]

La tesi esposta non costituisce una vuota astrazione: infatti risulta molto agevole dimostrare che la “costante di Sargon” e le tendenze egemoniche, di carattere politico ed economico, si siano realmente riprodotte ed abbiano realmente influenzato in modo assai significativo le relazioni internazionali degli ultimi sei millenni di storia del genere umano.

Sul piano politico numerosi e ben conosciuti “fatti testardi”, combinati tra loro, attestano in primo luogo la creazione reale e la riproduzione nel tempo di numerosi imperi nella storia della società di classe, caratterizzate dal controllo costante da loro esercitate, in forma diretta (occupazione coloniale) o indiretta (utilizzo di forme di pressione credibili e/o di personale politico di propria fiducia nella sfera di influenza), dalle “zone centrali” sulle loro aree periferiche, sfruttate economicamente ed abitate in molti casi da etnie diverse da quelle dominanti.”[42]

Per evidenti ragioni di spazio, rimandiamo proprio al libro “I rapporti di forza” per l’esame delle molte prove e dei numerosi fatti testardi che indicano la presenza della “costante di Sargon” nell’arena internazionale, assieme alla sopracitata riproduzione di imperi (a volte imperi neocoloniali, come nel caso della rete imperialistica planetaria via via costituita dagli Stati Uniti, tra il 1898 ed il 2012) e “microimperi”.

Assai più importante, per il momento, diventa un rapido e succinto esame sui campi di forza costanti e fondamentali che operano su scala internazionale, distinti dalle forze potenziali e dagli strumenti di produzione di potenza esistenti nelle relazioni internazionali: e cioè sul sesto “pilastro” del processo di sviluppo delle relazioni interstatali.

Primo campo di forza, quello militare: alias l’insieme della potenza d’urto detenuta dai diversi stati in campo bellico, l’insieme combinato dei loro soldati (marinai, aviatori, ecc.) e del loro grado medio di abilità/combattività, oltre alla massa di mezzi di distruzione a loro disposizione e al livello di tecnologia militare da essi accumulata, sia di carattere offensivo (dalle lance ai missili intercontinentali con più testate atomiche) che difensivo (dagli scudi in legno fino agli “scudi stellari”, di reaganiana memoria).

Secondo Mearsheimer “il potere militare si basa sostanzialmente sulle dimensioni e la forza dell’esercito di uno stato e delle forze aeree e navali che a quell’esercito fungono da appoggio.

Perfino in un mondo nucleare, gli eserciti sono il nocciolo della potenza militare. Una forza navale indipendente o una forza aerea strategica non sono idonee alla conquista di un  territorio, né sono da sole molto efficaci a imporre concessioni territoriali ad altri stati. Certamente possono contribuire al successo di una campagna militare, ma le guerre delle grandi potenze si vincono soprattutto sul terreno. Gli stati più potenti sono quindi quelli che possiedono le più formidabili forze di terra”.[43]

Come si vedrà meglio anche nel processo di confronto del potenziale accumulato dalla Cina Popolare e dagli Stati Uniti nel 2011, non sempre la  potenza militare costituisce il campo di forza “numero uno”, specie quando le forze belliche si bilanciano e si annullano, come è avvenuto su scala mondiale dopo il 1945/57 in conseguenza dell’acquisita capacità delle potenze nucleari di distruggersi reciprocamente; a differenza di Mearsheimer, riteniamo inoltre che proprio tale fenomeno epocale abbia dimostrato come, dopo il 1945/57, le armi atomiche ed i vettori nucleari (bombardieri e missili strategici) siano ormai diventati l’elemento principale dell’interno della fonte di potenza militare. Ma che quest’ultima rimanga in ogni caso uno dei campi di forza principali all’interno delle relazioni internazionali, rappresenta una verità elementare e difficile  da essere dimenticata.

Il potenziale economico (ivi compreso quello finanziario, la disponibilità di fonti di materie prime ed energia, di tecnologia, ecc.) rappresenta a sua volta un’altro campo di potenza reale su scala interstatale. Non costituisce una forza “latente”, come ritiene invece erroneamente Mearsheimer, ma concretissima perché l’utilizzo su larga scala di flussi monetari permette di influenzare/tentare di influenzare i comportamenti e la progettualità/praxis degli altri attori statali attraverso meccanismi ben conosciuti, quali la corruzione dei leader esteri, la concessione dei prestiti-usurai ed il derivato indebitamento (che produce soggezione e sudditanza) di altre nazioni, l’aiuto finanziario più o meno disinteressato che determina l’attrazione (più o meno ampia) di un altro stato nella sfera d’influenza del “Babbo Natale” di turno, ecc.

Denaro è potere reale  anche in campo internazionale ma, come ha notato giustamente Mearsheimer, la potenza economica e l’esistenza di concrete risorse finanziarie/surplus costituiscono la precondizione indispensabile per il processo di costruzione di serie e ben munite “forze armate”.

G. P. Motta ha notato che “il vecchio detto latino di Vegezio, pecunia nerbus belli, (il denaro è il nerbo della guerra), la cui origine è da ascriversi, probabilmente, a Tucidide (Rothemberg 1986) divenne sempre più attuale nel XVII secolo. In generale, la dottrina mercantilistica dell’epoca finalizzò la ricchezza ottenuta tramite l’avanzo della bilancia commerciale all’aumento del peso politico e strategico degli Stati che si realizzava con l’acquisizione e l’impiego di strumenti militari come i sistemi fortificati e le forze oceaniche… Ad esempio, il mercantilista inglese Thomas Mun, nel suo England’s Treasury by Foraign Trade del 1664, espresse la convinzione che la ricchezza dello Stato dovesse essere destinata al conseguimento di una maggior importanza strategica dell’Inghilterra, ottenibile con il potenziamento della flotta in funzione anti olandese o francese (Hinton 1955; Schumpeter 1959; Silberner 1957). Mun fu anche favorevole alla creazione di un “tesoro” di Stato dedicato esclusivamente al finanziamento delle spese belliche ed alimentato con l’avanzo della bilancia commerciale”.[44]

Secondo Mearsheimer “gli stati prestano grande attenzione anche al potere latente”, e cioè al campo di forza (reale, non latente) economico, “perché una forte ricchezza e una popolazione numerosa sono i prerequisiti per la costruzione di formidabili forze militari. Durante la guerra fredda, per esempio, i leader americani erano talmente preoccupati per lo sviluppo economico sovietico e allarmati dai traguardi scientifici raggiunti dai sovietici (come il lancio dello Sputnik nel 1957), che li vedevano come indicazione del fatto che le capacità latenti dell’Unione Sovietica potessero un giorno sorpassare quelle americane. Oggi gli Stati Uniti sono sempre più preoccupati per la Cina , non tanto per la sua macchina militare, ancora relativamente debole, ma perché la Cina ha una popolazione di oltre 1,2 miliardi di abitanti e un’economia in rapida modernizzazione. Qualora dovesse diventare particolarmente ricca, la Cina potrebbe trasformarsi in una superpotenza militare e sfidare gli Stati Uniti. Questi esempi mostrano che gli stati prestano grande attenzione all’equilibrio del potere latente oltre che all’equilibrio del potere militare”.[45]

Non a caso, ha indicato sempre Mearsheimer, “le grandi potenze mirano a massimizzare la quantità di ricchezza mondiale che controllano. Gli stati sono interessati alla ricchezza relativa,  perché la potenza economica sta alla base della potenza militare. In termini pratici, ciò vuol dire che le grandi potenze danno grande importanza alla prospettiva di avere un’economia potente e dinamica, non solo perché ciò migliora il benessere collettivo, ma anche perché è un modo affidabile per guadagnare vantaggio militare sui rivali. “Autoconservazione nazionale e crescita economica”, afferma Max Weber, “sono due facce della stessa medaglia”. La situazione ideale per uno stato consiste nel godere di forte economia, mentre le economie dei rivali crescono lentamente o quasi per nulla.

Per inciso, le grandi potenze tendono a vedere gli stati particolarmente prosperi, o che si muovono verso quella condizione, come serie minacce, indipendentemente dal fatto che possiedano o meno una formidabile capacità militare. Dopotutto, la ricchezza può essere sempre convertita abbastanza agevolmente in potenza bellica. Un esempio calzante è quello della Germania guglielmina tra la fine del XIX e l’inizio del XX. Il semplice fatto che la Germania avesse una grande popolazione e un economia dinamica bastò a spaventare le altre grandi potenze europee, anche se il comportamento della Germania ci mise del suo per alimentare quei timori”.[46]

Sempre in questo campo, diventa inoltre quasi impossibile negare l’importanza (variabile) via via assunta dalle fonti di materie prime, di energia e di metalli preziosi in campo internazionale, specie dopo il 1770.

Il potere cognitivo alias l’accumulazione/utilizzo (più o meno efficace e tempestivo) delle informazioni, intese sia come conoscenze (proteiformi, diversificate) che come segreti (delle altre nazioni, alleate o nemiche), rappresenta il terzo campo di forza che opera costantemente nel processo di sviluppo delle relazioni internazionali.

Il potere delle informazioni, con la derivata capacità di prevedere le masse altrui e di acquisire conoscenze non accessibili (in campo militare tecnologico, economico), costituisce una forte e reale costante di potenza su scala internazionale ben conosciuta in Cina, anche a livello teorico, ben 2400 anni orsono, come dimostra l’opera geniale di Sun Tzu. Nel suo celebre libro “L’arte della guerra”, egli rilevò che “la raccolta sistematica di informazioni, che consente una previsione al di fuori della portata della gente comune, permette al sovrano e al generale di combattere e vincere.

Questa previsione non può essere ricavata dagli spiriti, non può essere dedotta dall’esperienza né attraverso il solo ragionamento deduttivo.

La conoscenza delle intenzioni (e delle condizioni) del nemico può essere ottenuta solo da altri uomini.

Da questa deriva l’utilizzo delle spie di cui esistono cinque specie: spie locali, spie interne, spie convertite (= che hanno disertato), spie condannate (ad essere sacrificate per il bene dello stato), spie sopravvissute.

Quando tutte queste cinque specie di spie sono all’opera, e nessuna è al corrente del sistema con cui agiscono, formano ciò che si può definire sublime manipolazione della trama e costituiscono il bene più prezioso dello stato.

Avere spie locali, significa utilizzare i servizi degli abitanti del posto (= paese nemico).

Avere spie interne, significa fare uso dei funzionari del nemico”.[47]

Sempre Sun Tzu indicò almeno in parte, più di due millenni orsono, quale fosse il quarto campo di potenza operante costantemente all’interno dell’arena internazionale, e cioè il consenso goduto/non goduto dei nuclei dirigenti politici sia all’interno del proprio paese, che nelle altre nazioni: il “soft-power della “seduzione”, in altri termini, il saper attrarre simpatie alla propria nazione dalle èlite e/o masse popolari di altri stati.

Sun Tzu infatti rilevò che, nel processo di valutazione dei rapporti di forza tra stati, si dovesse considerare il “Tao”, fattore morale (Sun Tzu): esso “implica che il popolo sia in completa armonia con il sovrano, così da seguirlo senza riguardo per la vita e senza perdersi d’animo di fronte al pericolo.”[48]

Come ha notato A. Corneli, per Sun Tzu il “Tao” costituisce nel caso specifico armonia tra i governanti ed il popolo in una materia (guerra/politica estera) che li tocca entrambi. “E’ una decisione-azione che li riguarda entrambi. Per il pensiero cinese la giustizia, la legge, la ragione stanno sempre dalla parte del popolo, che ad esse si rivolge istintivamente. Quando il popolo si ribella al sovrano, vuol dire che il sovrano ha sbagliato e ha compiuto infamie e ingiustizie. E se il re sbaglia, viene privato del mandato del Cielo, si colloca fuori del Tao, è abbandonato a se stesso e inevitabilmente travolto. Poiché, invece, il Tao rimane sempre nel popolo e il popolo lo interpreta infallibilmente, il rapporto armonioso sovrano-popolo può essere rotto solo dal potere politico che viola il Tao. Allora la guerra decisa dal re è contro la volontà del Cielo e non potrà andare a buon fine. Per questo anche il generale deve sapere se la guerra è stata decisa in armonia con il Tao o se questo è dalla parte del suo avversario. Un re che agisca contro il Tao farà inutilmente ricorso ad un generale astuto”.[49]

Altro campo di potenza (non-materiale, di matrice spirituale-intellettuale) operante costantemente nell’arena internazionale, la capacità direzionale via via espressa sia in campo strategico (la “guerra”, l’insieme delle “battaglie”) che tattico (la singola “battaglia”) dai diversi nuclei dirigenti politici (e politico-militari) nelle relazioni internazionali, in altri termini la loro intelligenza, astuzia e capacità di previsione; al suo interno va ovviamente compresa la capacità/incapacità dei diversi stati, attraverso i mandatari politici al potere di autodirigersi e di avere/mantenere almeno un margine di autonomia dalle altre nazioni  nelle  loro rispettive progettualità/praxis all’interno dell’arena internazionale.

Il solito Sun Tzu aveva già notato a questo proposito come “perciò vale il detto: se conosci il nemico e conosci te stesso, non devi temere il risultato di cento battaglie. Se conosci te stesso ma non il nemico, per ogni vittoria ottenuta potrai subire anche una sconfitta. Se non conosci né il nemico né te stesso soccomberai in ogni battaglia”.[50]

La guerra e la politica internazionale costituivano per Sun Tzu anche, se non soprattutto, una “battaglia tra intelligenze” contrapposte, ancor più che uno scontro puramente materiale. In tali complesse “partite a scacchi” mentali, secondo Sun Tzu i principi “fondamentali che conducono alla vittoria sono cinque:

a)      vince chi sa quando è il momento di combattere e quando è il momento di non combattere;

b)      vince chi sa come guidare tanto un esercito immenso (più forte) quanto un piccolo esercito (più debole);

c)      vince chi ha un esercito che è animato dallo stesso spirito in tutte le sue parti;

d)      vince chi, essendo sempre pronto (alla battaglia), sa cogliere il nemico impreparato;

e)      vince chi dispone di generali competenti al riparo delle ingerenze del sovrano.

La vittoria riposa sulla conoscenza di questi cinque principi”.[51]

Più di due millenni orsono, l’importanza della capacità strategico-tattica era già ben conosciuta, anche a livello teorico.

Sesto campo di potenza, la demografia ed il numero di abitanti espresso volta per volta dalle diverse nazioni. Mearsheimer ha indicato correttamente che l’ampiezza della popolazione di uno stato e la sua asimmetria tra le nazioni generano inevitabilmente, anche se in base a proporzioni mutevoli e molto diverse a seconda dei singoli casi, quantità diverse tra paese e paese in termini di forza-lavoro e scienziati/tecnici disponibili, di soldati e burocrati, di spie e di informatori, ecc.

La demografia “conta e molto, perché grandi potenze richiedono grandi eserciti, che possono essere costituiti solo in paesi con ampie popolazioni. Stati con popolazioni esigue non potranno mai essere grandi potenze. Per esempio, né Israele, con i suoi 6 milioni di abitanti, né la Svezia, con le sue 9 milioni di persone, sono in grado di conseguire la status di grande potenza in un mondo in cui Russia, Stati Uniti e Cina hanno rispettivamente 147 milioni, 281 milioni e 1,24 miliardi  di abitanti. L’ampiezza della popolazione ha anche importanti conseguenze economiche, perché solo grandi popolazioni possono produrre grandi ricchezze, altro mattone indispensabile alla costruzione della potenza militare”.[52]

Va subito sottolineato come non sussistano delle “muraglie cinesi” tra i sei campi di forza in via d’esame, mentre anzi essi si trasformano a determinate condizioni l’uno nell’altro. Infatti il “denaro” diventa facilmente “arma”, militare, il consenso interno permette di produrre “armi e denaro” da utilizzare su scala internazionale, la demografia produce forza-lavoro produttiva e soldati disponibili, l’informazione può esaltare il potere militare ed economico con la conoscenza di “segreti” di alleati ed avversari, come del resto la capacità direzionale, se abile e ben focalizzata ( a sua volta capace di facilitare anche il processo di accumulazione di informazioni su scala internazionale).

Rinviamo invece al processo di valutazione di rapporti di forza (e della loro dinamica futura) esistente tra Cina ed USA per meglio cogliere l’importanza sia degli strumenti di produzione di potenza in campo internazionale (livello tecnologico civile-militare; complesso militar-produttivo; apparato di spionaggio; burocrazia civile; mass-media operanti su scala interna e/o internazionale; apparati di produzione del consenso interno, a partire da quelli ecclesiastici, ecc, che delle forze latenti e potenziali in campo internazionale. Esse sono le ideologie/religioni di uno stato, capaci eventualmente di influenzare altre nazioni a livello d’èlite e/o di masse popolari, il controllo eventualmente esercitato su materie prime e fonti d’energia di altri stati “sovrani” e la corruzione/controllo eventualmente esercitata sui “traditori”, su quadri dirigenti politici/militari/burocratici eterodiretti di altre nazioni, elementi che diventano in grado a volte di trasformarsi, a determinate condizioni, in reali segmenti dei sei campi di potenza operanti concretamente all’interno dell’arena internazionale.

Un’ulteriore architrave della politica internazionale è costituita invece dal criterio generale necessario per individuare il particolare campo di potenza risultato, volta per volta, “numero uno” e principale all’interno del sopra esaminato  “sestetto” di fonti di forza: esso viene semplicemente derivato dall’essenza profonda, dalla natura del confronto/scontro che si genera, volta per volta, su scala interstatale.

Se tale confronto/scontro risulta essere di matrice bellica, e comportante principalmente l’utilizzo e/o la minaccia di utilizzo della forza fisica, il campo di potenza principale diventerà inevitabilmente quello militare: in questa (ma solo in questa) diffusissima tipologia di situazione/conflitto internazionale ha pertanto ragione Mearsheimer, quando ha sottolineato che nelle relazioni interstatali “il potere effettivo di uno stato è in ultima analisi una funzione delle sue forze militari e della loro consistenza in relazione alle forze militari degli stati rivali. Durante la guerra fredda gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica erano gli stati più potenti del mondo perché a confronto delle loro strutture militari quelle degli altri stati scomparivano quasi. Il Giappone non è oggi una grande potenza, benché disponga di una grande e ricca economia, perché ha forze armate ridotte e relativamente deboli, e per la sua sicurezza dipende fortemente dagli Stati Uniti. Quindi, l’equilibrio di potenza è in larga misura sinonimo di equilibri del potere militare”.[53]

Ma proprio il realismo, giustamente caro a Mearsheimer, porta a concludere che quando il confronto/scontro tra stati non risulta essere di carattere bellico, per i motivi più svariati (alleanza pacifica o neutralità tra nazioni al cui interno nascono tensioni non ancora antagoniste, e soprattutto impossibilità oggettiva di utilizzare lo strumento militare, come nel caso della mutua distruzione reciproca di matrice nucleare, affermatasi dopo il 1945/57 su scala planetaria), cambia e si trasforma parallelamente anche il campo di potenza “numero uno”.

Ed almeno nel mondo atomico-iperdistruttivo creatosi dopo il 1945/57, tale fonte di forza principale risulta ormai essere quella economico-tecnologica, visto che l’esperienza di questi ultimi cinque decenni insegna, almeno su scala planetaria e nella correlazione di potenza tra le grandi potenze, che proprio nella superiorità ed asimmetria delle risorse finanziarie rispettivamente disponibili, nel prodotto nazionale lordo e nei saggi reali di accumulazione, nello sviluppo della tecnologia (civile e militare) e nel potere d’acquisto dei lavoratori, nei deficit/attivi di bilancio si trovano gli elementi che hanno determinato l’ascesa o il declino (a volte il crollo, come nell’eclatante caso dell’Unione Sovietica) delle principali potenze mondiali nel corso deli ultimi sette decenni.

Visto l’enorme, terrificante processo di accumulazioni di armi di sterminio avviatosi su scala mondiale dopo il luglio/agosto 1945 (bombe atomiche USA di Los Alamos e Hiroshima), e considerato il “pluralismo atomico” che si è via via diffuso nel globo (già nell’agosto del 1949 l’Unione Sovietica di Stalin spezzava il precedente monopolio nucleare degli USA), tale cambio di “numero uno” tra i sei campi di potenza operanti nella scena internazionale non sorprende più di tanto…

Un’altra categoria-chiave della politica internazionale risulta essere quella del nemico principale, derivata e riprodotta dalla combinazione dialettica tra il carattere anarchico delle relazioni internazionali, la reale/potenziale conflittualità insita nelle relazioni tra una pluralità di stati (da tre in su…) e alla presenza ingombrante dei rapporti di forza.

Visto che ciascuna formazione statale ha di fronte a sè una pleiade di stati, con cui tra l’altro non acquisisce mai rapporti generalizzati ed universali di cooperazione, essa deve individuare selezionare un particolare “avversario principale” tra le diverse nazioni con cui, volta per volta, non si trova in rapporti di alleanza o, come minimo, di benevola e (relativamente) salda neutralità.

Processo di valutazione assai utile sia per non disperdere le proprie forze contro una pluralità indistinta di potenziali avversari, considerati di uguale pericolosità (fu il grave errore commesso dall’imperialismo statunitense tra il 1997 ed il 2008, quando Russia, Cina, fondamentalismo islamico e “vecchia Europa” franco-tedesca concorrevano quasi a pari merito per la carica di nemico “numero uno” degli USA) che per un processo proficuo di costruzione di un proprio sistema di alleanza contro il nemico principale di fare, a volte utilizzando strane cooperazioni sul piano ideologico “contro natura”: si pensi all’alleanza formatosi tra Gran Bretagna/Stati Uniti e Unione Sovietica durante la seconda guerra mondiale, di fronte alla comune minaccia nazifascista.

A livello analitico i due criteri generali, utilizzabili volta per volta solo attraverso “l’analisi concreta della situazione concreta”, e necessari per individuare “il nemico principale” di fase, sono stati scoperti da Marx ed Engels (quasi di “sfuggita”), fin dal 1846/48, nella loro  valutazione del ruolo e delle relazioni dei comunisti durante la rivoluzione democratica ed antifeudale che si stava allora avvicinando nell’Europa continentale, e soprattutto in Germania: in particolar modo analizzando i rapporti diversi che gli operai dovevano creare da un lato con la classe semifeudale ed il loro potere statale (nemico principale) e dall’altro con la borghesia, in una prima fase di lotta invece considerata come il nemico secondario.

In tal modo, come sottoprodotto delle analisi di Marx ed Engels, emersero i due parametri teorico-storici combinati i quali è possibile individuare, volta per volta, il nemico principale del momento per i comunisti (e, mutatis mutandis, per ogni forza politica): a giudizio dei due rivoluzionari tedeschi, il principale criterio consiste nel grado di pericolosità e di potenza concreta detenuta dai diversi attori politici ostili operanti in ogni data formazione statale, mentre la seconda coordinata viene rappresentata dal potenziale di trasformazione della situazione concreta che verrebbe indotto e provocato dall’eventuale sconfitta di un attore politico, sempre paragonato a quella di altri avversari di cui dover tener conto.

In altre parole, nemico principale per Marx è volta per volta:

–         l’attore politico-sociale che ostacola e minaccia con maggiore forza d’urto complessiva, con maggior  potenza la lotta della classe operaia e dei comunisti;

–         il soggetto politico la cui sconfitta può meglio favorire ed aiutare l’azione del movimento rivoluzionario, i successi parziali e la vittoria finale di quest’ultimo.

La categoria del “nemico principale” rappresentò per quasi quattro decenni una costante importante nell’analisi (e pratica) politica del grande rivoluzionario tedesco: è sufficiente in questa sede ricordare il totale rifiuto di Marx (Critica al programma di Gotha) rispetto alla teoria della “massa unica reazionaria” avanzata da Lassalle, che escludeva l’esistenza di differenziazioni politiche e sociali significative tra borghesia tedesca ed aristocrazia terriera, oltre all’individuazione dello stato zarista e della sua politica estera come il nemico principale su scala internazionale della lotta di classe rivoluzionaria, con una scelta precisa che spiega tra l’altro la quasi ossessiva “russofobia” di Marx.”[54]

Come la stessa categoria di “nemico principale”, si tratta di criteri teorici certamente non riservati al monopolio intellettuale dei comunisti, ma (almeno nella pratica concreta) utilizzati invece già da molti secoli da molti nuclei dirigenti politici delle società classiste: a partire da quelli britannici, interessati fin dal Cinquecento a mantenere (a proprio vantaggio…) l’equilibrio di potenza nell’Europa continentale contro ogni aspirante “potenza egemonica”, che diventava subito il nemico principale di fase (più o meno lunga) dell’Inghilterra.

Da tale (proteiforme e differenziata) pratica politica, sono derivati assiomi tradizionali della politica internazionale quale la massima “il nemico del mio nemico” (principale) “è il mio amico”, oppure la cosiddetta “legge del beduino” secondo la  quale “l’amico del mio nemico” (principale) “è il mio nemico”.

Gli ultimi due cardini della politica internazionale risultano invece quelli dell’accumulazione di potenza e dello squilibrio relativo nei ritmi assunti dai diversi processi di acquisizione di forza da parte dei diversi stati, in periodi storici più o meno ravvicinati su scala temporale: processi e dinamiche anche intese come azioni dirette a favorire/agevolare, al massimo grado possibile, la diminuzione (assoluta e/o relativa) della potenza degli avversari e la loro de-accumulazione di potenza.

Vista l’importanza assunta nelle relazioni internazionali sia dai rapporti di forza che dalla tendenza alla massimizzazione del possibile, non sorprende che il processo di accumulazione di potenza sia stato allo stesso tempo perfettamente conosciuto e assai apprezzato da molti millenni da gran parte dei nostri politici dirigenti giunti via via al potere nelle società classisti: assumendo ad esempio in campo militare le forme inconfondibili della (plurimillenaria) ricerca della superiorità tecnologico-militare sugli avversari, fin dall’introduzione delle armi in bronzo, a volte legittimata dall’ipocrita detto romano “se vuoi la pace prepara la guerra”.

Non solo: come aveva compreso Sun Tzu fin da 2400 anni orsono, e tanti altri leader politici prima e dopo di lui sul piano pratico e della loro praxis politica, un aspetto importante del processo di accumulazione di potenza era quello di “tenere le forze concentrate e di obbligare il nemico a dividere le sue”, principio ripreso apertamente da Lenin nel suo geniale manuale di scienza politico intitolato “Estremismo, malattia infantile del comunismo”.[55]

Rimandando alla sezione successiva del libro dedicata al rapporto Cina/Usa per  una concreta dimostrazione dell’importanza assunta dalle diverse dinamiche di potenza nel mondo contemporaneo, va subito sottolineato come un’esperienza storica ormai plurimillenaria dimostri anche l’esistenza concreta del “fratello gemello” del processo di accumulazione di forza (nei suoi sei campi principali), e cioè l’importante fenomeno dello squilibrio e dell’asimmetria relativa nelle concrete dinamiche di acquisizione di potenza  via via espresse dai diversi stati, in fasi storiche più o meno ravvicinate.

La pratica generale del sistema internazionale mostra infatti, con una pleiade proteiforme di casi concreti, come il “nano” di un certo periodo storico si trasformi, grazie ad una superaccumulazione (relativa) di forze, più o meno rapidamente nel “gigante” e nella superpotenza regionale/planeta-ria di una successiva fase storica: l’esempio degli Stati Uniti e del suo ruolo crescente in campo internazionale, tra il 1776 ed il 2007, costituisce in questo senso solo uno dei casi più eclatanti, come del resto l’ascesa pacifica e cooperativa della Cina nei decenni compresi tra il 1997 ed il 2011.

E viceversa, un’altra sezione proteiforme di esempi concreti indica come il “gigante” di una certa fase storica si possa trasformare, principalmente per uno sfavorevole ritmo di accumulazione di potenza, in un “nano” geopolitico. Basti pensare alla Spagna “aurea” del Cinquecento rispetto a quella “miserabile” di due secoli dopo, alla Gran Bretagna del 1713/1913 ed a quella uscita dalla seconda guerra mondiale, oppure alla sorte della superpotenza cinese del 1390/1790, trasformatasi nel giro di pochi decenni, dopo il 1840 e la vergognosa “guerra dell’oppio” scatenata contro di lei dalla superpotenza navale britannica, in una debole semicolonia dell’imperialismo occidentale, almeno fino al 1949 ed alla vittoria dei comunisti guidati dal geniale leader comunista Mao Zedong.

Nel suo splendido saggio sull’imperialismo, fin dal 1916 Lenin aveva individuato per l’epoca contemporanea una costante della politica internazionale proprio nella tendenza allo sviluppo diseguale dai diversi  sistemi capitalistici nazionali, collegando dialetticamente tale processo sia alla trasformazione della gerarchia di potenza al loro interno che alla guerra imperialista, forma principale di risoluzione delle controversie nate dalla ricerca di una spartizione mondiale delle sfere d’influenza.

In uno dei tanti passi citabili, Lenin notò infatti che ”in regime capitalista non si può pensare a nessun’altra base per la ripartizione delle sfere d’interesse e d’influenza delle colonie, ecc. che non sia la valutazione della potenza dei partecipanti alla spartizione, della loro generale potenza economica, finanziaria, militare, ecc. Ma i rapporti di potenza si modificano, nei partecipanti alla spartizione. Mezzo secolo fa la Germania avrebbe fatto pietà se si fosse confrontata la sua potenza rispetto alla Russia. Si può “immaginare” che nel corso di 10-20 anni i rapporti di forza tra le potenze imperialiste rimangano immutati? Assolutamente no.”[56]

Non sorprende che la (corretta e valida) tesi di Lenin sullo sviluppo diseguale su scala internazionale possa essere applicata, almeno in parte, anche ad altri contesti storici e ai più remoti periodi della storia plurimillenaria delle società di classe, nelle loro reciproche relazioni internazionali.

Il grande storico greco Tucidide, ad esempio, sottolineò all’inizio della sua monumentale “Guerra del Peloponneso”, che la causa principale del pluridecennale scontro per l’egemonia nel mondo ellenico tra le potenze schiavistiche di Atene e Sparta, e la “vera ragione della guerra, ciò che la  rese… inevitabile,  fu il crescere della potenza di Atene” (alias la grande ed accelerata acquisizione di potenza delle città-stato antica) “ e la paura che ne nacque a Sparta”, rispetto all’asimmetria di forza/potere via via acquisita dal suo nemico principale tra il 460 ed il 430 a.C.[57]

Gli esempi di scontri bellici tra la vecchia (ma declinante) “potenza economica” e la nuova “potenza emergente” possono essere facilmente moltiplicati,  a partire da quello pluridecennale verificatosi tra Roma e Cartagine per il controllo del Mediterraneo orientale…

Ultima “rete” (Lenin, Quaderni Filosofici) di interpretazione della dinamica reale della politica internazionale, la categoria dell’“anello debole”. Come aveva ben compreso Lenin, e molto prima di lui Sun Tzu, non solo ogni stato (e partito, classe) ha dei propri particolari punti deboli, che possono essere colpiti e utilizzati dagli avversari, ma lo stesso vale anche per qualunque sistema di alleanze tra paesi diversi: per il grande leader rivoluzionario russo, ad esempio, la Russia del 1900/1917 costituiva proprio l’“anello debole” della catena imperialistica mondiale, e su di essa poteva far leva il movimento ed il partito rivoluzionario dell’impero zarista.

Sotto un aspetto più generale, il geniale Sun Tzu più di due millenni orsono aveva spiegato che per ottenere grandi successi su scala internazionale, come “un sasso che colpisce un uovo”, si deve acquisire in modo preventivo una conoscenza adeguata e realistica “dei punti deboli e dei punti forti” dell’avversario (oltre che di se stessi… ), “per conseguire la vittoria”.[58]

Si tratta di una verità  basilare della politica internazionale che, almeno a livello empirico, è ben conosciuta da millenni dai leader dei diversi stati e, a maggior ragione e con il supporto dei processi di analisi teorica assai sofisticati, dai nuclei dirigenti dell’epoca atomica.

Finito questo  rapido processo di analisi delle dinamiche più generali e delle strutture fondamen- tali della politica internazionale, dall’“antipasto” possiamo passare al menù principale, e cioè al processo di sviluppo delle relazioni all’inizio del Ventunesimo secolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Op. cit., p. 53

[2] Op. cit., p. 53

[3] Mearsheimer, op. cit., p. 42

[4] Op. cit., p. 41

[5] Op. cit., pp. 53-54

[6] Sun Tzu, “L’arte della guerra”, p. 68, cap. terzo, ed. Guida

[7] V. I. Lenin, “Sull’infantilismo di sinistra”, cap. I, maggio 1918

[8] P. Spriano, “Storia del partito comunista italiano”, vol. terzo, p. 336, Editori Riuniti

[9] Z. Brzezinski, “La grande scacchiera”, pp. 213-214, ed. Longanesi

[10] Mearsheimer, op. cit., p. 61

[11] Z. Brzezinski, “Make money, not war”, febbraio 2005, in mearsheimer.uchicago.edu

[12] R. Poidevin e S. Schirmann, “Storia della Germania”, p. 60, ed. Laterza; R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap. 18, in www.robertosidoli.net

[13] G. J. Ikenverri e V. E. Parsi, “Teorie e metodi delle relazioni internazionali”, p. 32, ed. Laterza: R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap. 18, in www.robertosidoli.net

[14] M. Sabbatini e P. Santangelo, “Storia della Cina”, pp. 458-464, ed. Laterza

[15] J. Hammings, “Gli incassi”, p. 386, ed. Rizzoli

[16] A. Vank, “Il nazismo  tedesco: politica e ideologia”, p. 49, ed. Novosti

[17] C. Andrew, “L’archivio Mitrokhin”, pp. 64-65, ed. Rizzoli; P. Corradini, “Cina”, pp. 355-359, ed. Giunti; G. Samarani, “La Cina del Novecento”, pp. 171-172, ed. Einaudi

[18] Autori vari, “Il libro nero del capitalismo”, op. cit., p. 323

[19] Op. cit., p. 324

[20] Op. cit., p. 325

[21] G. V. Pindall e D. E. Shi, “La grande storia dell’America”, p. 79, ed. Mondadori

[22] F. Jennings, “La creazione dell’America”, pp. 14-15, ed. Einaudi

[23] Op. cit., pp. 292-293 e 298

[24] R. Sidoli, “I rapporti di forza”, op. cit.

[25] Mearsheimer, op. cit., pp 17-18

[26] Op. cit. pp., 126-127

[27] R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap. 18

[28] C. Pinzani, “Da Roosevelt a Gorbaciov”, pp. 226-227,  ed. Ponte alle Grazie

[29] R. Sidoli, op. cit., cap. Dodicesimo, in www.robertosidoli.net

[30] C. Palloix, “L’economia mondiale capitalista e le multinazionali”, p. 338, vol. II, ed. Jaka Book

[31] H. J. Morgenthau, “Politica delle nazioni”, pp. 86-87, ed. Il Mulino

[32] K. Marx, “Il Capitale”, Libro III, cap. 47, par. II

[33] S. I. Kovaliov, op. cit., vol. I, pp. 286-483 e M. Rostovcev, “Storia economica e sociale dell’impero di Roma”, pp. 30-44, ed. La Nuova Italia

[34] T. L. Bernstein, “Oro”, pp. 22-23, ed. Longanesi

[35] R. Fosier, “Il risveglio dell’Europa. 950/1250”, pp. 495-496, ed. Einaudi

[36] R. Ravi Batra, “Il crack finanziario del 1998-99”, pp.5-6, ed. Sperling e Kupfler

[37] V. I. Lenin, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, cap. IV, ed. Editori Riuniti

[40] V. I. Lenin, op. cit., cap. IV

[41] L. Lablanca, “Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana”, pp. 286-294, ed. Il Mulino

[42] R. Sidoli, op. cit., cap. Dodicesimo

[43] Mearsheimer, op. cit., p. 52

[44] G. B. Motta, “Pecunia nerbus belli: una nota di contributo di Raimondo Montecuccoli al pensiero economico del XVII secolo”, in www.dse.unifi.it

[45] Op. cit., p. 52

[46] Op. cit., p. 132

[47] Sun Tzu, op. cit., pp. 135-136, cap. 13

[48] Sun Tzu, op. cit., cap. primo, p. 67

[49] Op. cit., p. 72

[50] Op. cit., cap. terzo, p. 83

[51] Sun Tzu, op. cit., p. 82

[52] Mearsheimer, op. cit., pag. 56

[53] Op. cit. pag. 51

[54] R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap. quarto

[55] Sun Tzu, op. cit., p. 96

[56] V. I. Lenin, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, cap. nono

[57] Tucidide, “La guerra del Peloponneso”, 1,23,6

[58] Sun Tzu, op. cit., cap. terzo, p. 91

Visita di Raul Castro in Cina e Vietnam

Il presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei ministri di Cuba Raul Castro, ha visitato in questi giorni la Cina socialista a cui seguiranno altri quattro giorni di visita in Vietnam. Nel grande paese asiatico ha incontrato tutti i più grandi leader cinesi a cominciare dal presidente Hu Jintao,

Gli incontri con l’entourage cinese può servire a testimoniare l’importanza, il rispetto e il riconoscimento che intercorre tra i due paesi. Dopo Hu Jintao, Raul Castro è stato a colloquio con il premier Wen Jiabao, dal futuro presidente cinese Xi Jinping, dal vice primo ministro Li Keqiang e infine dal presidente del Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo Wu Banggu.

L’invito di Hu Jintao rivolto al leader cubano, prevede importanti accordi economici  tra i due paesi, tra cui la concessione da parte di Pechino di un prestito a interessi zero. Da ricordare che lo scambio commerciale tra i due paesi è stato nel 2011 di circa due miliardi di dollari.

Tra i temi in discussione  il commercio, agricoltura, tecnologia, energia,  infrastrutture comprese la biotecnologia e l’educazione.

Raul Castro ha detto che “Cuba è a un importante fase di sviluppo, e si aspetta una sana collaborazione di lavoro con la Cina socialista per un lungo periodo applicando piani di rafforzamento bilaterale”.

Rafforzamento confermato anche dal vice presidente cinese Xi Jinping quando dice che “la volontà cinese è anche quella di una amichevole politica verso Cuba decisa a sostenere il popolo cubano  a mantenere la sovranità nazionale e ad esplorare un sano sviluppo basato su scambi in conformità con la particola situazione dell’isola caraibica”.

Le parole usate dal vice primo ministro Li Keqiang sono anch’esse quelle di “sostenere  Cuba per salvaguardare la nazione e la  sua sovranità, per il mantenimento di paese socialista in conformità con la sua attuale situazione”.

Pechino è da qualche anno il secondo partner commerciale per l’Avana, dopo il Venezuela di Hugo Chávez. Senza dimenticare gli altri paesi caraibici, il premier cinese Wen Jiabao riferendosi a Cuba, ha sottolineato “l’immenso coraggio e la determinazione del popolo cubano dimostrato nel corso di tutti questi anni”.

Un coraggio e una determinazione che verranno sostenuti senza nessuna interferenza da parte di Pechino – cosa che ha sempre saputo fare con qualsiasi paese con cui ha tenuto scambi commerciali –  attraverso scambi a livello internazionale.

Fonte:  www.englishpeopledaily.com

7 luglio 2012

CAPITOLO OTTAVO- Cina e politica internazionale: la teoria del magnete -parte seconda-

Pubblichiamo il Capitolo 8 del nuovo libro che si può trovare interamente su http://www.robertosidoli.net/

Redazione La Cina Rossa

 

La terza sfera della strategia internazionale di Pechino è segnato dalla teoria (engelsiana/leninista) “del magnete”, la quale a sua volta orienta la particolare (e pacifica) tendenza cinese alla massimizzazione del possibile ed all’accumulazione progressiva di potenza da parte cinese su scala  regionale e planetaria, il suo “sviluppo pacifico” (heping fazan) nell’arena internazionale.

Nel settembre del 1882, attraverso una lettera a Karl Kautsky, il grande comunista F. Engels delineò un possibile (ed auspicabile, desiderabile) esito del processo rivoluzionario mondiale notando che, a suo parere, dopo una rivoluzione europea le colonie “occupate da popolazione europea, Canada, il Capo” (Sudafrica) e “Australia diventeranno indipendenti; dall’altro lato le nazioni con popolazione nativa, che sono semplicemente soggiogate, India, Algeria, i possedimenti olandesi, portoghesi e spagnoli, devono essere controllate per qualche tempo  dal proletariato e condotti il più rapidamente possibile verso l’indipendenza. Come questo processo si svilupperà è difficile a dirsi. Forse l’India, veramente con tutta probabilità, produrrà una rivoluzione, e dato che il proletariato che sta emancipandosi non può condurre alcuna guerra coloniale, a ciò dovrebbe essere data piena libertà d’azione; tale processo non si svolgerà senza tutta una serie di distruzioni, ovviamente, ma questa sorte di avvenimenti sono indispensabili da tutte le rivoluzioni. Lo stesso potrebbe accadere anche in altri posti, ad esempio in Algeria ed Egitto, e tutto ciò sarebbe certamente la migliore cosa per noi” (per i rivoluzionari europei). “Noi avremo già abbastanza da fare a casa nostra. Una volta che l’Europa si sia riorganizzata, come il Nord America, tutto ciò fornirà un tale gigantesco potere e un tale esempio” (positivo) “che le nazioni semicivilizzate ci seguiranno sull’onda di un loro personale accordo… Una sola cosa è certa: il proletariato vittorioso non può costringere ad accettare doni di alcun genere rispetto a qualunque nazione straniera, senza minare la sua stessa vittoria nel far ciò. La qual cosa, ovviamente, in nessun caso esclude guerre difensive di vario genere”.[1]

Ipotizzando una rivoluzione socialista in Europa (opzione che purtroppo non si sarebbe verificata, almeno fino al 2011), Engels delineò un piano d’azione per i dirigenti dell’Europa socialista verso il resto del mondo, già allora sottoposto in gran parte al dominio coloniale/semicoloniale dell’occidente. I cardini della strategia planetaria engelsiana risultavano:

–          la concessione dell’indipendenza ai popoli coloniali, seppur auspicando (erroneamente) un periodo di transizione verso tale obiettivo;

–          la coesistenza tra Europa/USA socialisti e paesi ex-coloniali, arrivati all’indipendenza ma invece ancora legati a rapporti di produzione classisti (capitalistici e/o feudali, a secondo del loro grado di sviluppo socioproduttivo);

–          il rifiuto categorico dell’“esportazione della rivoluzione” da parte della “rossa” Europa rivoluzionaria verso le nazioni ex-coloniali, ancora di matrice classista (il proletariato vittorioso non potrebbe farlo “senza minare la sua stessa vittoria”, rilevò con decisione Engels);

–          soprattutto e principalmente, la previsione che la “riorganizzazione” collettivistica dell’Europa/Nord America avrebbe fornito dei risultati tanto positivi da costituire, in tempi rapidi, un gigantesco magnete per tutte le altre nazioni del pianeta, tanto forte da attrarre spontaneamente e senza alcuna costrizione verso il socialismo il resto del pianeta.

La lettera di Engels è assai importante, visto che siamo in presenza della prima (embrionale) riflessione teorica di alto livello su quello che verrà in seguito definito come “soft power” in campo internazionale. Ben conosciuta da Lenin, che commentò proprio tale lettera a Kautsky nel suo geniale lavoro sull’imperialismo del 1916, la “teoria del magnete” (= esempio attrattivo dei successi economici delle nazioni socialiste verso gli stati ancora di matrice capitalistica) ed il suo  derivato rigetto dell’esportazione della rivoluzione venne ripresa in modo creativo proprio dal geniale rivoluzionario russo, almeno a partire dal maggio del 1921.

A dispetto della disastrosa situazione economico-sociale in cui si trovava allora la Russia sovietica, dopo la vittoria dei bolscevichi sulle forze controrivoluzionarie interne ed internazionali, Lenin a partire dal marzo del 1921 e dalla sconfitta della sommossa anticomunista di Kronstad riuscì infatti non solo a lanciare con successo la NEP (Nuova Politica Economica, che introdusse la libertà d’impresa per i contadini) ed a stipulare il primo accordo commerciale-diplomatico del paese sovietico con la Gran Bretagna, ma iniziò ad elaborare la strategia del “socialismo in un solo paese”: abbandonando allo stesso tempo qualunque precedente opzione tesa all’esportazione della rivoluzione, su scala europea/mondiale, oltre a gran parte delle passate speranze bolsceviche  in un’ondata rivoluzionaria all’interno del mondo occidentale che scoppiasse nel medio-breve periodo (a differenza che per l’Asia, dove invece la “pentola” era in via di ebollizione).

Nel nuovo disegno globale elaborato da Lenin, proprio la competizione produttiva tra socialismo sovietico (deformato) ed imperialismo avrebbe svolto un ruolo centrale, vista la convinzione del grande rivoluzionario russo che il paese dei soviet sarebbe stato via via in grado, come un magnete attrattivo, di far vincere “su scala internazionale in modo certo e definitivo” (Lenin) il processo rivoluzionario mondiale, attraverso “la nostra politica economica” (sempre Lenin) e con la risoluzione del “problema” (sempre Lenin) dell’“edificazione economica”, attraverso una politica che doveva “durare molti anni” (Lenin).

Nel suo discorso del 28 maggio 1921, alla decima conferenza panrussa del partito bolscevico, Lenin lanciò pubblicamente la “teoria del magnete” (pacifico-economico) notando innanzi tutto che “certo, quando tracciamo una politica che deve durare per molti anni, non dimentichiamo neppure per un momento che la rivoluzione internazionale, il ritmo e le condizioni del suo sviluppo possono cambiare ogni cosa. Attualmente la situazione internazionale è tale che si è stabilito un certo equilibrio, che è temporaneo, instabile, ma è tuttavia un equilibrio, ed è un equilibrio di questo tipo: le potenze imperialistiche, nonostante tutto il loro odio e il loro desiderio di scagliarsi contro la Russia Sovietica, hanno rinunziato a questa idea perché la disgregazione del mondo capitalistico progredisce, la sua unità continua a diminuire, mentre la pressione esercitata dai popoli coloniali oppressi, che contano più di un miliardo di abitanti, diventa più forte di anno in anno, di mese in mese, di settimana in settimana. Ma non possiamo far congetture a questo proposito. Attualmente esercitiamo la nostra influenza sulla rivoluzione internazionale soprattutto con la nostra politica economica. Tutti guardano alla Repubblica sovietica russa, tutti i lavoratori in tutti i paesi del mondo, senza alcuna eccezione e senza alcuna esagerazione. Questo risultato è stato raggiunto. I capitalisti non possono tacere e nascondere nulla; perciò essi sfruttano soprattutto i nostri errori economici e la nostra debolezza. Su questo terreno la lotta è stata portata su scala mondiale. Risolviamo questo problema, e avremo vinto su scala internazionale in modo certo e definitivo. Perciò i problemi dell’edificazione economica assumono per noi un’importanza veramente eccezionale. Dobbiamo riportare la vittoria su questo fronte con un progresso e un’avanzata lenta, graduale (non può essere rapida), ma incessante. E mi sembra che, a conclusione dei lavori della nostra conferenza, abbiamo, in ogni caso, raggiunto certamente questo scopo”.[2]

Fin dal marzo/maggio del 1921, Lenin si era pertanto convinto che i comunisti russi avrebbero esercitato la loro “influenza sulla rivoluzione internazionale soprattutto con la nostra politica economica”, e che essa a sua volta avrebbe potuto “riportare la vittoria“ grazie a “un progresso e un’avanzata” lenta ma incessante, capace di attrarre ed entusiasmare “tutti i lavoratori in tutti i paesi del mondo”: un pacifico magnete, in estrema sintesi capace di produrre “soft power” su scala mai vista in precedenza rispettto al campo imperialista ed alle nazioni da esso sfruttate.

Teoria e pratica ripresa in modo creativo anche dal geniale Deng Xiaoping, che fin dal marzo del 1975 aveva previsto per la Cina che «la nostra economia dovrà espandersi in due fasi. Nella prima verranno creati entro il 1980 un sistema industriale e un’economia nazionale indipendenti e relativamente completi. Nella seconda, la Cina sarà trasformata, entro la fine del XX secolo, e cioè entro i prossimi venticinque anni, in una potenza socialista con una moderna agricoltura, industria, difesa nazionale, scienza e tecnologia. L’intero Partito e l’intero paese dovranno impegnarsi per raggiungere questo superbo obiettivo. È una questione di primaria importanza…»[3]

Deng sapeva benissimo che, in una nazione e con una popolazione superiore di più di quattro volte rispetto a quella statunitense, il raggiungimento di un veloce e costante tasso di crescita (attorno all’8% annuo) nell’economia del paese avrebbe portato inevitabilmente la Cina a raggiungere prima, e poi superare gli USA per massa globale di forze produttive e di ricchezza reale nel giro di alcuni decenni, anche rimanendo molto al di sotto rispetto al gigante americano in termini di reddito e produttività pro-capite: i numeri erano e sono tuttora dalla parte della Cina, seppur solo nel medio-lungo periodo e a patto di riuscire a conservare sia la stabilità politico-sociale interna che una continua riproduzione allargata del processo produttivo del paese.

Ancora nell’aprile del 1987, Deng sottolineò il valore attrattivo ed il fascino esercitabile sulle masse popolari di tutto il mondo da parte di un “socialismo che sia superiore al capitalismo”, rilevando che “durante la rivoluzione culturale la “banda dei quattro” lanciò slogan assurdi quali “meglio essere poveri sotto il socialismo e comunismo che essere ricchi sotto il capitalismo”.Ma come si può esigere di essere poveri sotto il socialismo ed il comunismo?… Così, per costruire il socialismo è necessario sviluppare le forze produttive. Povertà non è socialismo. Per sostenere il socialismo, un socialismo che sia superiore al capitalismo, rappresenta un imperativo in primo luogo e soprattutto eliminare la povertà”.[4]

Basandosi su questa prospettiva generale oltre che sui due livelli di articolazione della politica estera cinese sopra descritti, i nuclei dirigenti del partito comunista cinese a partire dal 2001/2002 hanno elaborato e messo in pratica una raffinata strategia di “sviluppo pacifico”, una particolare e brillante variante di quella tendenza alla massimizzazione del possibile che opera costantemente, seppur in modo proteiforme, all’interno dell’arena internazionale: siamo pertanto in presenza di un geniale e pacifico “approccio strategico che dà priorità al lungo termine rispetto al breve periodo, alla modifica progressiva e paziente del contesto, anziché all’attacco diretto per causare danni all’avversario, all’accumulazione di piccoli vantaggi competitivi, che modificano nel modo più economico e meno rischioso i rapporti di potenza fra due avversari”.[5]

Il terzo livello dell’attuale politica internazionale cinese viene costituito da un mosaico combinato di “pezzi” diversi di progettualità/praxis, tra cui emerge in primo luogo la promozione del pacifico processo di ascesa economica della Cina ed il simultaneo, cooperativo e non-violento utilizzo mirato/selettivo di tale dinamica di sviluppo all’interno delle relazioni internazionali.

I fatti testardi dimostrano come, a parità di potere d’acquisto, la Cina (prevalentemente) socialista sia ormai diventata dal 2009/2010 la prima potenza economica mondiale scavalcando gli Stati Uniti, e quasi allo stesso tempo il principale creditore del declinante imperialismo statunitense. E tali “jolly” costituiscono  infatti delle carte vincenti su scala internazionale, facendo in modo che i dirigenti di Pechino intendano sia aumentare il peso specifico cinese nel corso del decennio in corso (il Conference Board americano prevede che il Pil reale del gigante asiatico supererà di più del 50% quello americano, alla fine del 2010), che far valere la ricaduta politica dei nuovi rapporti di forza mondiali, al cui interno gioca un ruolo centrale dal 1945/57 proprio il campo di potenza produttivo, come si è ggià sottolineato in precedenza.

Lo sviluppo pacifico  della Cina sulla scena interstatale si basa proprio  sulla riproduzione allargata della sua potenza produttiva e sul derivato allargamento progressivo della sua superiorità economica sulla ex-superpotenza statunitense. Attraverso tale strategia di progressivo incremento del suo vantaggio relativo rispetto agli Stati Uniti ed al resto del mondo occidentale, in termini di massa globale di potenziale economico-finanziario (il “tesorone” statale cinese potrebbe facilmente raggiungere l’enorme massa di 4.000 miliardi di dollari già alla fine del 2013…), la Cina punta ad ottenere nel decennio in corso un triplice risultato positivo, e cioè:

–          l’aumento graduale del suo contropotere di pressione rispetto alla superpotenza militare degli Stati Uniti;

–          l’incremento graduale del suo potere relativo di condizionamento (oggettivo, prima ancora che soggettivo) sull’economia/finanza internazionale, e quindi almeno in parte sulla politica mondiale;

–          l’ascesa graduale del suo potere attrattivo e di “seduzione”, grazie alla combinazione di successi economici e del peso specifico in campo produttivo, sulle masse popolari e nuclei dirigenti politici del cosiddetto Terzo Mondo in una prima fase, ed in seguito dello stesso mondo occidentale in via di (più o meno rapido) declino.

Anche se in forma originale, si tratta del “magnete pacifico” immaginato e previsto da Engels, oltre che da Lenin del 1921 e da Deng Xiaoping fin dal 1975. Un “magnete” capace di attrarre simpatie mondiali al socialismo cinese sia in campo economico e politico, seppur per vie diverse e con un impatto diversificato nelle diverse aree geopolitiche del pianeta, sicuramente di livello più intenso e ravvicinato nel tempo nei paesi in via di sviluppo: non è certo un caso che l’importante teorico cinese Zheng Yongnian abbia notato, fin dal 2003/2005, che attualmente l’economia è il mezzo principale  per l’ascesa pacifica della Cina in campo internazionale.[6]

Sta maturando una vera e propria “rivoluzione” (pacifica) “per il resto del mondo”, come ha ammesso persino B. Courmont nel suo saggio, seppur sbagliando in modo assai grossolano sul raggio (gigantesco e planetario) d’azione e nei tempi di attuazione dell’“avvio per le relazioni internazionali di una nuova era”, secondo i termini usati dal politologo francese, mentre sta emergendo una strategia (pacifica e graduale) di massimizzazione del possibile che da tempo prende “in contropiede” l’imperialismo militarista degli Stati Uniti.

Persino l’anticomunista Courmont è stato infatti costretto infatti a riconoscere, seppur deformando in parte la progettualità/pratica dei comunisti cinesi, che “ i superlativi non mancano per qualificare il miracolo cinese, che la crisi asiatica del 1997 non ha rallentato e che la recessione economica attuale non sembra colpire così profondamente come accade invece alle Potenze occidentali.

La Cina stessa potrebbe approfittare di questa congiuntura per rinforzare il suo status sulla  scena internazionale e diventare ancora più grande.

Un numero sempre più crescente di osservatori cinesi, provenienti anche dagli ambienti militari, raccomanda di accordare la priorità allo sviluppo dell’economia e delle strategie d’influenza di Pechino, tenendo in particolare considerazione  la diaspora.

Così prendendo in contropiede lo sviluppo militare degli Stati Uniti, la Cina sembra orientarsi principalmente verso lo sviluppo di altri settori, senza tuttavia rinunciare alle sue ambizioni territoriali, che per ora sono soltanto regionali e si esprimono quasi esclusivamente privilegiando le questioni economiche e commerciali e oggi culturali”.[7]

Un “contropiede” che sta avendo un notevole successo e che si collega strettamente al secondo “pezzo” del mosaico della strategia di massimizzazione del possibile adottate dalla dirigenza cinese su scala internazionale (sempre con evidenti connessioni con la sfera d’azione interna del gigantesco paese asiatico), avente per oggetto  la progressiva acquisizione durante il decennio in corso anche della superiorità tecnologica-civile (ivi compreso il settore spaziale) rispetto all’attuale “numero uno” mondiale, gli Stati Uniti.

All’inizio del 2012 la Cina doveva registrare ancora un certo gap nello sviluppo tecnologico non-militare rispetto agli Stati Uniti, ma esso risultava da tempo in via di rapida diminuzione lasciando presagire un nuovo “sorpasso” di Pechino anche in questo settore ed in tempi relativamente rapidi, rispetto al vecchio primatista americano. Infatti “secondo uno studio dell’autorevole Royal Society britannica, pubblicato nel marzo del 2011 la Cina supererà gli Stati Uniti in campo scientifico verso il 2013.

Un analisi sulle ricerche pubblicate, una delle misure chiave per misurare il livello di progresso e di produzione scientifica delle diverse nazioni, ha mostrato infatti che nel 1996 gli USA avevano pubblicato 292513 ricerche scientifiche, ben dieci volte più della Cina Popolare ferma a 25474 studi pubblicati.

Ma già nel 2008 la situazione risultava profondamente cambiata. Se le ricerche pubblicate negli Stati Uniti avevano raggiunto in quell’anno 316317, quelle cinesi erano aumentate di ben sette volte raggiungendo quota 184080, permettendo già in quell’anno alla  Cina il sorpasso sulla Gran Bretagna e l’acquisizione della posizione di “numero due” su scala planetaria in un settore strategico per il processo produttivo globale: e la dinamica sta continuando in questi ultimi tre anni, tanto da far prevedere all’istituto britannico l’acquisizione del primato mondiale da parte della Cina ed il suo sorpasso sugli USA entro il 2013, in quello che essi reputano un importante “barometro della capacità di un paese di competere sulla scena mondiale”.

Non è un risultato che cade dal cielo, ma il sottoprodotto del fatto che la spesa totale cinese per la ricerca scientifica è cresciuta ogni anno di ben il 20% dal 1999 fino ad oggi, e che già nel solo 2006, si erano laureati nelle università cinesi addirittura un milione e mezzo di studenti in facoltà scientifiche e di ingegneria, più di tutti gli abitanti di Milano”.[8]

Dopo il fallimento sostanziale del progetto Shuttle, chiuso per i suoi costi eccessivi nel corso del 2011, la Cina ha già scavalcato gli Stati Uniti nel livello di sviluppo spaziale che, come ha tristemente ricordato lo stesso direttore della NASA, permetterà fino dal prossimo decennio a Pechino di raggiungere risultati (missioni automatizzate ed umane sulla Luna, sonde su Marte, ecc) attualmente fuori dalle capacità economiche della declinante potenza  americana.

Con il dodicesimo piano quinquennale 2011-2015, inoltre, la Cina  ha ben focalizzato l’attenzione sul progresso scientifico-tecnologico selezionando nove settori chiave al suo interno: energie alternative, nuovi materiali, tecnologie informatiche, biologia e medicina, protezione ambientale, aerospaziale, navale, industrie avanzate e servizi hi-tech, nei quali verrà iniettato un flusso di risorse di enormi dimensioni. In tal modo l’“economia verde” diventa il futuro prossimo della Cina (prevalentemente) socialista e non certo dello squallido, declinante ed antipopolare capitalismo di stato mondiale.[9]

L’impatto complessivo del processo di scavalcamento tecnologico della Cina sugli Stati Uniti, sia in termini produttivi che di acquisizione di consenso/fascino sul piano internazionale, non risulterà molto inferiore a quello già operato con il sorpasso avvenuto nel campo del prodotto interno lordo, sempre tenendo conto del criterio di parità del potere d’acquisto.

Terzo segmento del mosaico “massimizzante” della politica estera cinese, il processo di costruzione e continuo allargamento di una rete concentrica di alleanze internazionali le quali, seppur con diverso valore e peso specifico, servono sia per accrescere in modo pacifico l’influenza cinese nel mondo che ad isolare il suo avversario principale di fase, gli Stati Uniti.

In modo ipersintetico, si può osservare che il principale cerchio concentrico delle relazioni speciali internazionali intessute da Pechino negli ultimi quindici anni è costituito dall’alleanza strategica ormai consolidata con la Russia ed altre importanti nazioni dell’Asia centrale: essa trova la sua espressione più sensibile nel “Patto di Shanghai”, basato sia su ragioni geopolitiche che energetiche, visto il flusso enorme di petrolio e gas naturale che dalla Siberia e dall’Asia centrale si sta già ora riversando nell’area cinese,  creando una sorta di “geopolitica delle pipeline” fuori del controllo statunitense e che va dal Turkmenistan fino a Shanghai”.[10]

Il Patto di Shanghai, “stipulato nel 1996 tra Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan, ha dato vita ad un’organizzazione i cui scopi, allo stesso tempo limitati e difensivi, sono riconosciuti come pacifici dalla grande maggioranza degli studiosi di politica internazionale: non è stato certamente tale alleanza ad invadere l’Afghanistan 2001/2011 o l’Iraq nel 2003, mentre invece il carattere cooperativo, pacifico ed egualitario del Patto di Shanghai ha provocato l’adesione ad esso, a titolo di paesi osservatori, di nazioni come l’India, il Pakistan, l’Iran e la Mongolia”.[11]

Il secondo anello di alleanze internazionali di Pechino  ha per oggetto il resto del gigantesco continente asiatico, puntando ad avviare a relazioni armoniose e cooperative con tutti i paesi dell’area, partendo dal Giappone fino ad arrivare all’Iran e all’Arabia Saudita e passando per gli stretti rapporti di cooperazione già instaurati con le nazioni dell’ASEAN: con alcuni di essi, quali ad esempio Tailandia e Myanmar, Pechino ha sviluppato un alleanza strategica che ha fatto parlare di una strategia del “filo di perle” adottata da parte della Cina, con punti di appoggio per il suo commercio marittimo che vanno dal porto di Akyab in Myanmar fino a quello di Gwadar in Pakistan.[12]

Un altro “cerchio” è costituito dalla fitta rete di proficue relazioni via via intessute da Pechino con alcune potenze emergenti su scala mondiale e facenti parte del “club dei BRICS”, e cioè con Brasile, Russia, India e Sudafrica: un “club” che già ore inizia a pesare sensibilmente sulla politica mondiale e sulla sua dinamica futura.

Il quarto anello viene costituito dalla la summenzionata cooperazione, “win-win” ed egualitaria (di natura sia economica che politica), avviata dalla Cina con gran parte delle nazioni dell’Africa e dell’America Latina, del mondo arabo e (ultimamente) dell’Europa centro-meridionale, a partire dalla Grecia e dalla Bulgaria: l’obiettivo immediato di Pechino risulta diventare il loro partner economico “numero uno” sul piano quantitativo, oltre che un utile amico sia per il loro sviluppo che per il superamento delle loro crisi interne.

Come ha notato persino il Corriere della Sera, “in questi anni di crisi la Cina sembra fare da Fondo monetario e da Banca mondiale ombra. Mentre gli USA e la UE, ostaggi dei propri problemi, se ne tengono lontani, Pechino e le società cinesi investono, massicciamente, nei Paesi a rischio. Dal Perù all’Angola, costruiscono infrastrutture,  Aprono filiali e finanziano banche e Stati con un duplice obiettivo: ottenerne le risorse naturali e assicurarsi mezzi per la propria produzione ed esportazione. Tipico è il caso della Grecia, abbandonata o quasi dalle imprese americane ed europee. La Cina ha speso 700 milioni di dollari nella ristrutturazione del Pireo, il porto di Atene, e investirà ancora di più in centro di distribuzione e in una rete di alberghi e strade. Vuole fare delle città la Rotterdam del Sud e assieme il capolinea dell’antica strada della seta, il suo polo commerciale per l’Europa, il Medio oriente e l’Africa del Nord.[13]

Penultimo cerchio concentrico, i crescenti rapporti economici e finanziari formatisi tra Cina ed Europa e, con particolare intensità, tra Pechino e Berlino: già alla fine del 2011 il gigantesco paese asiatico aveva in suo possesso centinaia di miliardi dollari di titoli di stato dei paesi dell’area dell’euro, oltre ad essere diventato da tempo un loro importante partner commerciale.

Ed in ultimo, ma non certo per importanza, la strategia cinese punta ad acquisire ottime relazioni commerciali con i tradizionali e più stretti alleati dell’imperialismo statunitense, dal Giappone alla Gran Bretagna, da Israele fino ad arrivare ad Australia e Nuova Zelanda, al fine di cercare di neutralizzare in modo preventivo un loro eventuale sostegno alle tendenze più aggressive, militariste ed anticinesi che si annidano a Washington.

Il quarto elemento costitutivo della (particolare) tendenza alla massimizzazione del possibile, proiettata nell’arena interstatale da parte cinese, consiste nel tentativo di Pechino teso a modificare profondamente, seppur in modo prudente e graduale, l’attuale sistema monetario internazionale.

Innanzitutto la dirigenza cinese punta apertamente a creare via via la convertibilità dello yuan entro il 2015, rendendo internazionale e convertibile sui mercati internazionali la moneta nazionale (renminbi) al pari del dollaro, euro, yen, ecc, con una forte ricaduta positiva sia sull’immagine internazionale di Pechino che sui rapporti di forza economici a  livello planetario: anche a tal fine lo stato cinese da alcuni anni sta incrementando le sue riserve d’oro, prendendo “due piccioni con una fava” ed ottenendo un duplice risultato. Infatti, come ha riportato il 28 aprile del 2011 il quotidiano World News Journal (Shijie Xinwenbao), “secondo l’amministrazione nazionale degli scambi esteri della Cina, le riserve cinesi di oro sono recentemente aumentate. Ad oggi la maggior parte delle riserve auree cinesi sono custodite negli Usa e in Europa. Usa ed Europa hanno sempre soppresso il crescente prezzo dell’oro per indebolirne la funzione di moneta di riserva.  Non vogliono che altri paesi acquistino riserve auree al posto di dollari o euro pertanto la riduzione del prezzo dell’oro beneficia fortemente il ruolo di moneta internazionale di riserva del dollaro. La crescente riserva aurea cinese sarà da modello e guida per altre nazioni”.[14]

La Cina punta inoltre apertamente, dalla fine del 2009, a creare progressivamente e nel corso di circa un decennio una nuova moneta internazionale di riserva, formata da una sorta di paniere tra le principali monete del mondo (tra cui un futuro yuan convertibile…) e che sostituisca gradualmente il dollaro in tale importantissima funzione, come punto di riferimento per gli scambi finanziari e commerciali dell’intero pianeta; la posta in palio, sia sotto il profilo monetario-economico che politico, risulta enorme e di peso epocale, visto che Pechino punta a sostituire gradualmente il sistema monetario uscito da quegli incontri di Bretton Woods che, nel lontano 1944, incoronarono il dollaro come nuovo sovrano monetario del globo.

Quinto elemento, il processo crescente di integrazione economica-finanziaria della Cina con le nazioni dell’ASEAN (Indonesia, Tailandia, Singapore, ecc), con l’Europa e l’Africa, producendo la riduzione parallela del peso relativo del commercio con i declinanti Stati Uniti, in un processo avviato fina dal 2007/2008. Come ha notato Brandon Smith nel settembre del 2011, a quel tempo in terra americana “ancora abbondano le illusioni della dipendenza dei cinesi dal consumatore statunitense e quelli che suggeriscono unna vendita catastrofica di debito pubblico e di dollari Usa nel breve termine rischiano di sentire i soliti discorsi privi di senso che abbiamo udito così a lungo:

“I cinesi stanno meglio con noi che senza di noi”;

“La Cina ha bisogno dell’esportazione dagli Usa per sopravvivere…”;

“la Cina non è attrezzata per produrre merci senza le conoscenze tecnologiche degli Usa…”;

“l’America porterebbe semplicemente all’industria e alla produzione per dare ai cinesi una bella lezione…”;

“Gli Stati Uniti possono andare in default sul proprio debito detenuto dalla Cina come se niente fosse…”;

“E’ tutta colpa dei cinesi perché la loro svalutazione artificiale dello yuan nel corso dei decenni…”.

E si può ancora andare avanti. Anche se ho demolito questi argomenti più volte in passato, mi sento in dovere di occuparmene ancora una volta.

Il consumo statunitense di tutte le merci, non solo di quelle cinesi, è precipitato dal 2008 ed è improbabile che riesca a recuperare. La Cina se l’è passata abbastanza bene malgrado questo calo dell’esportazioni, considerando le circostanze. Con l’istituzione dell’ASEAN, potrebbero quasi fare a meno della nostra presenza.

La Cina è bene equipaggiata per produrre merci tecnologiche senza l’aiuto degli Stati Uniti e, se il Giappone farà ingresso nell’ASEAN (e io credo che avverrà presto), ne saranno ancora più capaci”.[15]

Un’ulteriore tassello del livello strategico più avanzato di Pechino consiste nel processo di pacifica neutralizzazione del principale avversario della Cina, la superpotenza militare statunitense.

Va subito notato come il rapporto sinoamericano risulta profondamente asimmetrico, almeno dal 1985/89, perché se da un lato i dirigenti cinesi non ritengono di avere contraddizioni antagoniste con l’imperialismo statunitense, quest’ultimo nel suo complesso e da più di un ventennio risulta convinto invece del contrario. Per tutti i mandatari politici della borghesia americana la Cina è infatti diventata il “nemico numero uno” fin dal 1991 e dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, mentre viceversa i leader del partito comunista cinese auspicano e ritengono possibile sul piano oggettivo una seria cooperazione, non priva certo di secondari elementi conflittuali, tra il loro paese e Washington: non vi sono frontiere in comune tra i due paesi, i loro rapporti politico-diplomatici sono ripresi dal 1972, gli interscambi commerciali tra le due nazioni sono incrementati in modo enorme dal 1978 fino ad oggi, tra il 1972 ed il 1982 le loro relazioni furono addirittura di alleanza tattica (contro l’Unione Sovietica, per un errato calcolo delle direzioni politiche cinesi di quel decennio), ecc.

Ma pur con questo atteggiamento generale, asimmetrico rispetto a quello statunitense, la direzione cinese fin dal 1989/91 ha dovuto realisticamente prendere via via atto di una serie combinata di innegabili fatti testardi, e cioè che:

–          per tutte le amministrazioni statunitensi, via via succedutesi dal 1988 ad oggi, il regime socialista cinese ha rappresentato un nemico da abbattere e la Cina dopo il 1991 è stata  considerata il principale avversario su scala internazionale, da “contenere” con tutti i mezzi disponibili e con tutte la forze possibili da impiegare;

–          le forniture di armi statunitensi a Taiwan sono continuate in modo sfacciato dal 1972 fino ai nostri giorni, come faceva giustamente notare il Quotidiano del Popolo di Pechino ancora a metà luglio del 2011[16];

–          I missili americani hanno bombardato “per errore” l’ambasciata cinese a Belgrado nel 1999, mentre nel marzo/aprile del 2001 si è verificata un’altra grave crisi militar-diplomatica tra i due paesi provocata da un aereo-spia degli USA;

–          tutte le amministrazioni statunitensi succedutesi dopo il 1988 hanno appoggiato, in modo più o meno velato/ipocrita, le forze separatiste (= Dalai Lama) che operano nel Tibet, parte integrante della Cina da molti secoli, e nello Xinjiang;

–          I circoli dirigenti statunitensi, dal 1988 fino ad oggi, hanno cercato con tutti i mezzi a loro disponibili di “contenere” l’espansione dell’influenza cinese nel pianeta, a partire dai paesi in via di sviluppo. Ad esempio Hillary Clinton, ancora nel giugno del 2011, è arrivata fino al punto di accusare Pechino di aver avviato in Africa “un nuovo colonialismo”, secondo le (incredibili e spudorate) dichiarazioni rese dal segretario di stato americano durante una sua visita in Zambia.[17] La Cina è vista, considerata, analizzata dai nuclei dirigenti statunitensi – sia democratici che repubblicani – come il nemico principale degli USA per motivi strutturali, almeno a partire dal 1991.

E’ il paese più popoloso al mondo.

La sua economia cresce e si sviluppa, almeno a partiree dal 1977, a ritmi di incremento medi del 9% all’anno, quasi quattro volte ddi più del capitalismo statunitense.

Si tratta di un paese con alla guida un partito comunista, che rivendica senza problemi la sua matrice ideologica marxista.

La Cina è una nazione assolutamente indipendente, fuori del controllo dell’imperialismo statunitense e di qualunque altra potenza egemonica.

Dal 2008/2009, ha superato gli USA come principale potenza economica mondiale.

Vuole e desidera un nuovo ordine economico-politico mondiale, multipolare e non soggetto ai diktat ed all’egemonismo occidentale.

Mettendosi facilmente nei panni e nella testa (collettiva) dell’elites politiche statunitensi, i dirigenti del PCC conoscono benissimo questa visione “antagonista” ed anticomunista delle loro controparti americane, sapendo altrettanto bene che potrà essere modificata solo da una profonda trasformazione (pacifica) dei rapporti di forza mondiali, collegata dialetticamente ad una politica cooperativa e non egemonica da parte di Pechino.

Di fronte concreta realtà, dell’ostilità americana, provata da una miriade di altri fatti testardi ed innegabili, la direzione comunista della Cina come contromossa principale ha innanzitutto elaborato a partire dal 1999/2002 la pacifica “strategia del primo creditore” verso gli USA: in altri termini, essenzialmente per motivi geopolitici ed extraeconomici la Cina ha via via acquisito una massa enorme di titoli di stato e di moneta statunitense, ottenendo in tal modo un formidabile contropotere di condizionamento rispetto all’imperialismo statunitense, che dalla sfera economica è facilmente tracimata in quella politica. Come ha ammesso la stessa Hillary Clinton nel’estate 2011, “dareste fastidio al vostro banchiere di riferimento” ed al vostro creditore principale, senza validi ed imperativi motivi?

Ma non solo. Le multinazionali statunitensi, con il consenso ed il controllo delle autorità statali cinesi, a partire dal 1979/82 hanno via via investito una massa gigantesca di risorse finanziarie al fine di creare proprie unità produttive e filiali nella Cina continentale, partendo da Wal-Mart e dalla General Motors. Finché la situazione generale dei rapporti sino-americani rimane buona non sorge alcun problema, ma in caso di contraddizioni e tensioni tra le due nazioni proprio le grandi imprese americane formano una lobby abbastanza compatta tesa ad evitare il peggio, per evidenti ragioni economiche e per paura di veder compromessi i loro ingenti (e lucrosi) investimenti nell’area cinese. Il fenomeno risulta così evidente che persino l’anticomunista Wall Street Journal lo ha notato a modo suo, nel settembre del 2010, sottolineando che sebbene tante aziende americane (e non solo) “stanno soffrendo le distorte ragioni di scambio che favoriscono i prodotti cinesi, ci sono altrettanto aziende politicamente potenti che vogliono mantenere questo status quo. Geithner (segretario al tesoro americano) l’ha detto apertamente constatando che le aziende americane hanno paura del confronto con la Cina, visto che la nazione asiatica ha una lieve impronta vendicativa”.[18]

Il sesto pezzo del “mosaico” cinese in via d’esposizione consiste nel pacifico processo di espansione del “soft power” cinese in campo internazionale, nel medio-breve periodo.

Per “soft power” si intende il grado di capacità di attrazione, persuasione e seduzione che esercita un determinato stato rispetto alle altre nazioni dello scacchiere mondiale (o di una determinata area geopolitica), lo charme ed il fascino che esso emana nell’area internazionale: in altri termini il “magnete” cultural-ideologico,  inteso nel senso più ampio del termine, in grado di attrarre simpatie e consenso tra le elites e/o le masse popolari delle altre nazioni, portandole all’imitazione/accettazione empatica del “modello di vita” socioeconomico e politico, culturale ed ideologico dello “stato-magnete”: risulta appena il caso di sottolineare come si tratti di un potere e di un (sotto) campo di forza che ha acquisito un peso  sempre crescente, dopo il 1917 e l’Ottobre Rosso, nell’arena internazionale.

Gli elementi che costituiscono il “soft power” sono numerosi e tra di essi si possono elencare:

–          la presenza di aiuti economici e scambi commerciali vantaggiosi per le altre nazioni (se viene in mente la cooperazione “win-win” impostata dalla direzione cinese non si è certo fuori strada), con la relativa ricaduta positiva nel campo della percezione-immagine nazionale in determinati paesi esteri;

–          l’esempio trascinante dei successi economici (si pensi alle ricadute dei primi piani quinquennali sovietici nel mondo occidentale sconvolto dalla depressione degli anni Trenta) e tecnologici (lo Sputnik e Gagarin) riportate via via da una determinata formazione statale, rispetto alla psicologia collettiva dell’elites/masse di altre nazioni.

–          l’esempio trascinante dei successi riportati nei campi dell’aumento del tenore di vita materiale (dal 1977 il potere d’acquisto reale degli operai cinesi è aumentato di almeno sei volte), dell’ecologia e dello sviluppo dello stato sociale da parte di una determinata nazione, sempre nei confronti degli altri stati;

–          l’adozione e/o elaborazione autonoma di una concezione del mondo allo stesso tempo umanistica e di valore universale (il marxismo, ad esempio, nato nel mondo occidentale  ma ben accolto fin dal 1918/49 nel sub-continente cinese), in grado di attirare simpatie anche al di fuori dei propri confini nazionali;

–          la ricerca costante della pace e della soluzione pacifico-diplomatica delle contraddizioni e dei focolai di crisi internazionali, legata all’assenza di propri interventi militari all’estero: almeno dall’estate del 1914, l’opinione pubblica mondiale di regola non ama i guerrafondai e gli invasori di altre nazioni (= la prima “bacchetta magica” cinese? Certo…);

–          le tradizioni cultural-artistiche di una nazione;

–          la presenza di comunità relativamente numerose di propri connazionali all’estero, purché legate almeno in parte da relazioni di affinità e vicinanza con la madrepatria;

–          il fascino esercitato dalla produzione intellettuale ed artistica recente/contemporanea di una nazione, ivi compresa quella espressa dal cinema (= Hollywood), dai fumetti e dai cartoni animati, rispetto alle elites e/o masse popolari degli altri stati;

–          la capacità di convincere sezioni più o meno consistenti dell’elites e/o delle masse popolari di altri stati della validità delle ragioni/diritti di un determinato stato, attraverso “l’offerta di argomenti” (J. S. Nye) razionali e/o di forte motivazioni ideologiche.

Nel settore (come minimo importante) del “soft-power”, la Cina risultava da molto tempo ben posizionata nei suoi tradizionali “presupposti” (Courmont), grazie a “una storia plurimillenaria, una cultura raffinata e capace di rivaleggiare con l’Occidente e una demografia attiva, che gli permette di disporre di intermediari ai quattro angoli della Terra”.[19]

Ma proprio la strategia globale del “magnete” adottata dalla Cina negli ultimi decenni, nelle sue diverse articolazioni descritte in precedenza,  ha consentito già ora al gigantesco paese asiatico dei notevoli successi nel campo della capacità “di seduzione” su scala internazionale, ammessi del resto a denti stretti e parzialmente anche da alcuni studiosi anticomunisti come B. Courmont.

“Se la Cina intende divenire una Potenza, essa deve essere percepita come un elemento di stabilizzazione all’interno delle relazioni internazionali. Per fare questo, essa cerca di curare la sua immagine ponendo in evidenza il suo modello di sviluppo per fornire delle possibili soluzioni a problemi quali la povertà e l’ambiente.

Ma è soprattutto il suo approccio Sud-Sud, nei confronti dei paesi in via di sviluppo, che assicura, attualmente, il successo di questo soft power cinese”.[20]

Un ruolo importante in questo processo è stato giocato anche dall’azione di “penetrazione culturale” (Mini) promossa con abilità dalle autorità cinesi, che in se stessa “non è una gran novità, perché anche l’Occidente utilizza la stessa strategia. I Confucius Institutes proliferano in tutti i Continenti. Il numero di studenti cinesi all’estero è degli studenti stranieri in Cina è in costante aumento. L’attenzione dedicata da Pechino alle public relations in occasione dei Giochi Olimpici e dell’Esposizione Mondiale di Shanghai magistralmente descritte da Barthélemy Courmont, darà un impulso notevole in questo senso. La penetrazione culturale è considerata dal governo cinese indipendente dalle relazioni politiche. In occasione delle grandi manifestazioni anti-giapponesi in Cina del 2005, è stato aperto in Giappone un secondo istituto Confucio.

La Cina è generalmente apprezzata dalle opinioni pubbliche e non solo da quelle del Terzo Mondo. E’ ritenuta meno pericolosa per l’ordine internazionale degli Stati Uniti”.[21]

Nel prossimo decennio, in ogni caso, la Cina (prevalentemente) socialista punta ad ottenere un salto di qualità nel processo di espansione del suo  “soft power”, soprattutto (ma non solo, anzi…) nei paesi in via di sviluppo. La probabile combinazione tra sviluppo continuo dell’economia cinese nel decennio 2012/2022 e parallela acutizzazione della crisi generale del capitalismo, tra processo di aumento del potere d’acquisto operaio in Cina e sua parallela diminuzione nel mondo occidentale in depressione, tra cooperazione “win-win” di Pechino con i paesi del Terzo Mondo   ed il loro sfruttamento feroce da parte dell’imperialismo occidentale, offre ovviamente enormi margini di manovra per la dinamica di sviluppo del potere attrattivo cinese in campo internazionale, trasformando via via i rapporti di forza mondiali e rendendo il “modello cinese” sempre più seducente ed attrattivo per le masse popolari del pianeta.

La Cina non vuole nè può “comandare il mondo”, come aveva erroneamente notato il giornalista inglese Martin Jacques, ma vuole invece influenzarlo in modo pacifico (con l’egemonia culturale e soprattutto l’esempio concreto, di gramsciana derivazione) per aiutarlo ad entrare nella fase di transizione al socialismo su scala globale ed in un’epoca di relazione internazionali cooperative, multipolari e pacifiche, senza la minaccia di “guerre senza fine” e di olocausti atomici.

Ma a questo punto stiamo entrando nel quarto livello della politica estera cinese, emerso con particolare evidenza dopo il 2007 e lo scoppio della disastrosa recessione capitalistica: e cioè nel settore della “gestione del disastro altrui” (statunitense, e più in generale, del mondo occidentale) da pate di  Pechino, nel campo della relazione progettuale e della pratica colettiva cinese di fronte alla (possibile) Armageddon capitalista del prossimo triennio.

La piena coscienza della gravità della crisi capitalistica sviluppatasi a partire dalla fine del 2007, con la “miccia d’innesco” dei mutui subprime, è apparsa con assoluta chiarezza all’interno della dirigenza del partito comunista cinese al più tardi nell’estate del 2008 e poco prima delle Olimpiadi di Pechino, quando un’ondata di chiusure di fabbriche private che esportavano nel mondo capitalistico sconvolse alcune zone costiere della Cina, specialmente nel Guandong: pertanto il nucleo dirigente di Pechino ha avuto finora quasi quattro anni di tempo per analizzare per conto/mezzi propri, oppure con la semplice lettura dell’elaborazione effettuata dagli esperti più abili dell’occidente, (a partire da N. Roubini), l’impatto di lungo periodo e le possibili varianti/conseguenze della  depressione che attanaglia dal 2008 il mondo occidentale.

Quattro lunghi anni rappresentano un tempo enorme per una dirigenza considerata da alcuni studiosi anticomunisti come una “delle più abili” ed esperte nella storia del genere umano, secondo la terminologia utilizzata dallo studioso indiano Swatan Singh.[22]

Oltre ad ottenere la garanzia diretta della Federal Reserve sui debiti accumulati da Fanni Mae e Freddy Mac, istituti finanziari nei quali la Cina aveva già investito centinaia di miliardi di dollari, la prima reazione di Pechino allo tsunami economico che stava devastando la finanza e l’economia occidentale si incentrò principalmente sulla sopracitata richiesta strategica dell’avvio (graduale, ma reale) di un nuovo ordine economico mondiale, che nel medio periodo e progressivamente ponesse fine all’egemonia del dollaro ed al “signoraggio” esercitato dal capitalismo statunitense. Come ha notato lucidamente A. Giannuli, “anche la crisi bancaria sortì effetti devastanti dello stesso tipo che oltrepassarono ampiamente l’ambito strettamente finanziario: svelò la debolezza economica degli Stati Uniti, indicò i limiti della loro potenza e, soprattutto, rese manifesto il peso del signoraggio sulla moneta di riferimento internazionale.

E, infatti, il 24 marzo 2009 il premier Wen Jiabao e il governatore della Banca centrale Zhou Xiaochuan lanciarono la proposta di accantonare il dollaro come moneta di riferimento per gli scambi internazionali, sostituendola con i diritti speciali di prelievo dell’FMI, basati su un paniere di monete formato da dollaro, sterlina, yen ed euro. Ma sottintendendo, ovviamente, che nel ristretto club sarebbe dovuto entrare lo yuan. Immediata la reazione di Bernanke, che respinse con tutte le sue forze la proposta…

Iniziava in questo modo una cauta manovra aggirante della Cina. Già dal gennaio 2009, Pechino stata progettando la nascita in America Latina di una borsa delle commodities (le materie prime) alternativa a quella di Chicago. Un primo effetto della trattativa si ebbe a fine marzo, con la stipula di un accordo tra le banche centrali di Cina e Argentina per uno scambio del valore di 70 milioni di yuan, relativo al commercio tra i due paesi (R 1.4.09). L’azione suonò come una adesione indiretta degli argentini alla posizione cinese sul dollaro. Un altro segnale ci fu a maggio, con l’acquisto di 450 tonnellate di oro da parte della Cina,  che ne chiedeva ulteriori 403 all’FMI (S24 17.5.09).

Il 16 giugno successivo, in un incontro a Yekaterinburg, i quattro paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) avanzarono congiuntamente la proposta di superare il dollaro come moneta di riserva in favore di diritti speciali di prelievo FMI. La richiesta era pesante poiché formulata da un blocco di paesi che rappresenta la metà della popolazione e un quarto del PIL mondiale; tuttavia, ancora una volta gli USA resistevano, sostenuti dal Giappone e dalla UE (ma la Francia mostrava qualche incertezza in proposito)”.[23]

Con il nuovo acutizzarsi della crisi economica e finanziaria mondiale, a partire dalla seconda metà del 2011, la dirigenza cinese alzò ulteriormente il livello di allarme giungendo ad ammonire l’amministrazione Obama ed i suoi mandanti sociali di porre finalmente una stretta al deficit statale, ormai quasi fuori di controllo, del “Titanic-USA”. All’inizio di agosto del 2011, il governo cinese emetteva infatti un durissimo comunicato nel quale si denunciava “il protrarsi dei problemi dell’enorme debito sovrano. “I giorni in cui lo zio Sam, piegato dai debiti, poteva facilmente dilapidare quantità infinite di prestiti stranieri sono ormai contati”, si legge nel comunicato di Nuova Cina. La cancellazione della tripla A per gli Stati Uniti è “un ammonimento”, scrive Nuova Cina nel suo severo giudizio sullo stato delle finanze americane. L’agenzia di rating cinese Dagong, che non ha la stessa credibilità delle sue concorrenti anglosassoni, ha anch’essa abbassato il suo giudizio da A+ ad A, con una prospettiva negativa”.[24]

Il processo intenso di intensificazione delle molteplici contraddizioni capitalistiche non poteva del resto risultare impensabile ed impossibile ad una direzione politica come quella cinese, il cui principio-guida era e rimane tuttora il marxismo: non a caso un dirigente comunista autorevole come Xi Jinping aveva sottolineato nel novembre del 2010 “la necessità di spingere attivamente la formazione del partito sul modello di studio marxista, rilevando simultaneamente che i dirigenti politici cinesi riconoscono “un valore autentico… allo studio dell’analisi marxista” e ai “valori centrali del socialismo”, proprio mentre Obama visitava Pechino”.[25]

Ciò che invece risultava assurdo ai leader cinesi, e da molto tempo erano affermazioni come quelle espresse nel 2003 dall’(allora) autorevole economista statunitense Robert Lucas, docente dell’università di Chicago (la roccaforte della famigerata scuola monetarista di Milton Friedman), quando assicurò che grazie agli sviluppi del pensiero economico, “il problema principale di prevenire la depressione è stato risolto, in tutte le sue implicazioni pratiche”.[26]

Come volevasi dimostrare…

In base alla combinazione dialettica tra la gravità plateale della crisi statunitense ed occidentale, (a partire dallo stato disastroso del debito sovrano statunitense ed europeo dopo il 2009), e le  innegabili conoscenze di Pechino sui meccanismi della finanza mondiale e sul debito statale di USA/Europa, di cui tra l’altro la Cina è uno dei principali detentori mondiali, fattori a cui si aggiunge la salda concezione del mondo marxista, del PCC, al cui interno è data per scontata (e a ragion veduta…) l’azione di potenti tendenze autodistruttive nel capitalismo, i dirigenti cinesi sono perfettamente coscienti della possibilità concreta di un futuro default del debito pubblico americano e di un aggravamento disastroso della crisi capitalistica.

Come è già emerso dalla reazione cinese alla crisi del debito USA durante l’estate del 2011, la dirigenza cinese è perfettamente cosciente che l’“Armageddon” (Tremonti) della bancarotta statale degli USA risulti ormai come minimo una delle possibili opzioni del prossimo triennio, con un alto livello di probabilità che essa si verifichi in assenza di eventi clamorosi, in grado di far da potente controtendenza a tale imminente disastro.

Ma soprattutto i dirigenti politici della Cina sono allo stesso tempo ben preparati alle possibili e diverse conseguenze di un (possibile/probabile) default statunitense nel 2012-2015, alle possibili e diverse opzioni che deriverebbero da una dichiarazione di bancarotta da parte di Washington.

Già alla fine del 1950, i loro predecessori dovettero infatti confrontarsi con una concreta minaccia di attacco nucleare al loro paese, sostenuta dal reazionario generale D. McArrur e da ampi settori della borghesia statunitense. Più di recente, l’ipotesi “Gingrich-Stranamore”, risultò  una strategia in parte già adottata dall’amministrazione Bush junior nel 2001 dopo l’11 settembre, sebbene con livelli di crisi economica interna ancora assai  inferiori a quelle attuali e con una reazione militare devastante, ma enormemente inferiore a quella che potrebbe derivare da una (devastante) bancarotta del debito sovrano americano. Che negli attentati “torri gemelle” di New York ed al Pentagono vi fossero molti elementi “strani”, risultava ben chiaro alla Cina ed a una parte significativa del mondo pochi giorni dopo l’11 settembre; che le amministrazioni statunitensi avessero già utilizzato in precedenza degli attacchi, presunti e reali, per giustificare l’escalation belliche del loro paese (“incidente” del Maine a Cuba nel 1898, “incidente” del golfo del Tonchino in Vietnam nel 1964, ecc) risulta un dato storico conosciuto dalla direzione, dagli storici e dagli analisti cinesi, da un partito che da molti decenni ha avviato un processo continuo di apprendimento dalle lezioni della storia, ivi compresi i suoi stessi errori (= apprendimento attraverso l’autocritica).

A sua volta la più probabile “ipotesi Gingrich”, che non prevede scatenamento di una guerra nucleare (più o meno limitata) contro Iran, Corea del Nord o Cina, rientra essa stessa (facilmente) nei possibili scenari (facilmente) immaginati e prevedibili dagli eccellenti e numerosi studi di Pechino, visti anche il recente precedente dell’Argentina nel 2000/2002 e le dichiarazioni esplicite in tal senso pronunciate da autorevoli esponenti della destra repubblicana.

L’ipotesi di una “rivoluzione socialista” negli Stati Uniti, per effetto di un devastante default del debito pubblico interno, non può invece che essere considerata, per tutta una serie di fattori, come estremamente improbabile dalla direzione cinese: anche perché l’amministrazione Obama, nella percezione collettiva delle masse popolari statunitensi (specie se afroamericane), risulta collocata ancora “a sinistra”, ed essa verrebbe considerato inevitabilmente come la diretta responsabile di un crack che avvenisse nel 2012 o nelle sue immediate vicinanze, almeno in assenza di una sua eventuale “svolta a sinistra” ed in senso populista.

A nostro avviso l’opzione che la direzione cinese ritiene allo stesso tempo possibile e desiderabile, nel caso di un (più che probabile) avvicinarsi del default americano, sarebbe proprio “l’ipotesi Hong Kong”.

Vanno in questa direzione tutta una serie di indizi combinati tra loro, tra cui emergono:

–          il rifiuto, allo stesso tempo sincero ed interessato, della guerra (specie se nucleare…) da parte del governo e del popolo cinese;

–          la convinzione sincera, sia da parte del partito comunista che di gran parte della popolazione cinese, che il tempo giochi a favore dell’ascesa pacifica del gigantesco paese asiatico sulla scena internazionale, a patto proprio di evitare conflitti bellici e/o guerre commerciali diffuse su scala planetaria;

–          il derivato rifiuto cinese della mentalità estremistica del “tanto peggio, tento meglio”, del resto già dimostratasi ai comunisti di tutto il mondo fallimentare e controproducente fin dai tempi della depressione degli anni Trenta: si pensi solo all’ascesa del potere di Hitler in Germania, favorita (certo in modo secondario e non essenziale) anche dall’assurda politica del “socialfascismo” adottata allora dall’Internazionale Comunista e dal partito comunista tedesco;

–          la lucida coscienza degli attuali rapporti di forza mondiali, ancora contraddistinti dall’apatia della classe operaia occidentale e dalla forza militar della “tigre nucleare” USA;

–          la lucida coscienza degli enormi arsenali in mano attualmente agli Stati Uniti, ed eventualmente ad un futuro “dottor Stranamore” che prendesse le redini del comando a Washington;

–          la forte ed ancora attuale presenza,  all’interno del pensiero politico cinese, della sua “matrice originaria” rappresentata dall’elaborazione geniale effettuata in questo campo da Sun Tzu, giù attorno al 400 a.C.

La sua opera, ancora oggi attentamente studiata sia in Cina/Asia che da molti teorici  della scienza politica nel mondo occidentale, ha al suo centro (oltre all’analisi rigorosa dei concreti rapporti di forza, e della loro dinamica futura) la piena comprensione che la vittoria più brillante e desiderabile a livello internazionale è quella che si ottiene proprio non combattendo, non utilizzando in alcun modo le armi, evitando di entrare in guerra con l’avversario/nemico: nel caso ottimale, addirittura convincendo quest’ultimo ad allearsi al vecchio avversario e ad adottare la massima, del resto ben conosciuta da molto tempo dai capitalisti più intelligenti, che recita “se non puoi batterli, unisciti a loro”. Sun Tzu infatti affermò esplicitamente che “combattere e vincere cento battaglie non è prova di suprema eccellenza: la suprema abilità consiste nel piegare la resistenza (volontà) del nemico senza combattere”, nell’ipotesi migliore convincendolo ad entrare in una nuova rete di alleanze[27];

–          anche in base a tale matrice di pensiero, la Cina a differenza del decadente mondo occidentale è ben predisposta all’uso della “via indiretta” e pacifica della lotta politica.

Come ha ammesso anche il generale (anticomunista) Fabio Mini, “la via indiretta (il c’i di                                    Sun Tzu) è da preferirsi all’azione diretta (il c’ieng), anche se le due vanno semprecombinate fra di loro, seppure in modo variabile a seconda delle circostanze. Più che alla distruzione dell’avversario, la strategia – secondo gli esperti cinesi –  deve tendere alla sua destrutturazione, con un azione progressiva e paziente, mirante più alla modifica del  contesto e all’acquisizione di vantaggi comparativi – anche indiretti a lungo termine –  che all’urto frontale risolutivo, volto alla distruzione dell’avversario[28]”;

–          il parziale “compromesso storico” che è stato avviato dal partito comunista cinese nella stessa Cina continentale rispetto alle tendenze capitalistiche, endogene e delle multinazionali straniere, a partire dal 1977 e dalla strategia elaborata da Deng Xiaoping, oltre che “esportato” in seguito con successo ad Hong Kong (egemonizzata dal vero, reale capitalismo di stato) rientrata sotto il controllo politico di Pechino dal luglio del 1997. La storia degli ultimi quattro decenni insegna pertanto che il partito comunista cinese  non ha certo avuto particolari “allergie” a stipulare compromessi di lunga durata ed accordi tattici con la rete capitalistica mondiale, a partire dalla prima visita effettuata da H. Kissinger in Cina nel lontano 1971, ancora ben vivo ed attivo Mao Zedong: detto in altri termini, quello che definiamo “ipotesi Hong Kong” (un compromesso dinamico su scala planetaria tra socialismo e capitalismo) è stata scoperta ed inventata proprio dai comunisti cinesi, sia in riferimento alla Cina continentale che ad Hong Kong/Macao, e pertanto l’allargamento eventuale del suo raggio d’azione a gran parte del mondo non può creare alcun problema di principio al nucleo dirigente di Pechino.

Tutti gli elementi di analisi attualmente disponibili indicano, in modo concorde ed univoco, la preferenza indiscutibile e sicura del partito comunista cinese per un processo di risoluzione pacifica e non catastrofica delle contraddizioni capitalistiche, a partire da quelle statunitensi, ma che avvii allo stesso tempo una  dinamica reale di cambiamenti epocali, sia dell’attuale ordine economico-finanziario globale che dei  rapporti di forza politico-sociali vigenti nel nostro pianeta.

Sembra una banalità, ma invece siamo in presenza di un fattore assai importante per il processo di analisi in via di esposizione. Infatti sussiste oggi concretamente una grande forza politica, a capo tra l’altro della principale potenza economica del pianeta (a parità di potere d’acquisto), che esprime sicuramente sul piano della sua progettualità/soggettività collettiva un ripudio delle soluzioni catastrofiche e una scelta preferenziale verso soluzioni e pratiche politico-economiche, allo stesso tempo pacifiche ed avanzate, da noi cristallizzate sotto il nome di “ipotesi Hong Kong”, in caso di imminenza del default del debito sovrano degli USA nei prossimi anni.

Si tratta di un punto fermo importante, nel caso il “Titanic-USA” incontri il suo personale (ed auto costruito) “supericeberg”: la (pacifica, costruttiva enorme) potenza economica accumulata dalla Cina socialista risulta la precondizione politico-materiale che rende “l’ipotesi Hong Kong” possibile, anche se certo assolutamente non-inevitabile, rappresenta la base politico-materiale indispensabile (anche se certo non sufficiente, in mancanza di altri fattori) per l’avvio concreto dell’opzione in oggetto.

Ma se si può prevedere con sicurezza la reazione possibile/desiderata della direzione del partito comunista cinese, di fronte alle avvisaglie del più che probabile default statunitense, il processo di previsione risulta molto più complesso sul versante della soggettività politico- sociale statunitense, sia a livello d’elite che delle masse popolari americane, sempre dando per sicuro l’avvicinarsi/avverarsi della situazione limite che costituisce il presupposto fondamentale del nostro scritto.

 



[1] F. Engels, lettera a K. Kautsky del 12 settembre 1882

[2] V. I. Lenin, “Discorso di chiusura della conferenza del P.C. (6) R”, 27 maggio 1921

[3] Deng Rong, “Deng Xiaoping e la rivoluzione culturale”, pp. 279-280, ed. Rizzoli

[4] Deng Xiaoping, “Selected Works”,  vol. III, 26 aprile 1987, “To uphold socialism we must eliminate povergy”

[5] B. Courmont, op. cit., p. 7

[6] Op. cit., pp. 13-14

[7] Op. cit., p. 16

[8] “La Cina sorpasserà gli USA nella scienza nel 2013”, maggio 2011, in www.lacinarossa

[9] “China’s 12th Five.Year Plane”, in cbi.typepad.com, dicembre 2010

[10] P. Escobar, “Geopolitiche delle pipeline”, 20/10/2010, in www.ariannaeditrice.it

[11] R. Sidoli, e M. Leoni, op. cit., p. 127

[12] “La strategia del filo di perle”, 5/7/2011, in www.ilcaffegeopolitico.net

[13] E. Carretto, “Si scrive Cina, si legge FMI ombra”, 2 luglio 2010, Corriere della Sera

[14] P. Durder, “Wikileaks espone le ragioni della mania nascosta della Cina per l’oro”, 6/9/2011, in www.comedonchisciotte.org

[15] B. Smith “la Cina è pronta a staccare la spina?”, 17/9/2011, in www.comedonchisciotte.org

[16] “To improve relations, US must respect China’s core interest”, Quotidiano del Popolo del 14/7/2011, in englishpeopledaily.com.cn

[17] “Clinton remarks aim to estrange Sino-African ties”, Quotidiano del Popolo, 15 giugno 2011

[18] “USA: “sempre più ostaggio della Cina”, 17 settembre 2010, in www.wallstreetitalia.com

[19] Courmont, op. cit., p.16

[20] Op. cit., p. 17

[21] Op. cit., p. 9

[22] “PCC: una delle più abili forze politiche della storia”, in www.lacinarossa.net, luglio 2011

[23] Giannuli, op. cit., pp. 70-71

[24] “S&P abbassa il rating, la Cina vuole garanzie”, 8 agosto 2011, in www.trend-online.com

[25] F. Scisci, “La Cina marxista saluta Obama”, 15 novembre 2010, in La Stampa

[26] A. Giannuli, op. cit., pp. 63-64

[27] Sun Tzu, op. cit., cap. terzo p. 81

[28] B. Courmont, op. cit., p. 8