Archivi del mese: dicembre 2012

La situazione delle donne in Cina

Partendo dai lati positivi che emergono sul fronte femminile e rispetto all’“altra metà del cielo” (Mao Zedong), le donne cinesi mediamente vivono più a lungo dei maschi del loro paese.

Secondo l’insospettabile CIA World Factbook, infatti, nel 2011 l’aspettativa media di vita alla nascita risultava in Cina pari a 74,84 anni, con i maschi a quota 72,82 anni e le donne che invece raggiungevano quota 77,11 anni.[1]

Ben 77 anni per le donne cinesi, come speranza media di vita alla nascita: un dato quasi confrontabile con quello dei paesi Occidentali più avanzati.

Donne che studiano, fra l’altro.

Infatti, nel 2010, le studentesse cinesi che avevano superato i test di accesso all’università erano state ben 330.000 in più dei loro colleghi maschi.[2]

Il tasso di scolarizzazione dei giovani cinesi sotto i 16 anni, inoltre, risultava nel 2010 equivalente tra i due sessi secondo i dati dell’UNICEF, 99 ragazzi e ragazze cinesi su 100 frequentavano le scuole primarie, con percentuali equivalenti a quelle dei paesi occidentali più evoluti.[3]

Già nel 2005 ben nove milioni di donne cinesi risultavano impiegate nel settore scientifico e tecnologico del gigantesco paese asiatico, circa un terzo del totale, mentre nei programmi di master post-universitari le donne cinesi diventavano il 50,3% del totale, più della metà e in crescita rispetto al 44,1% del 2004.[4]

Per quanto riguarda il tasso di partecipazione al processo produttivo globale, il giornale (anticomunista) Economist è stato costretto a riconoscere nel novembre del 2012 che se le donne risultano pari al 49% della popolazione cinese, esse contano per il  46% della sua forza-lavoro globale, “una percentuale più alta che in molti paesi occidentali”.[5]

E vanno in pensione almeno nel settore non-agricolo, a soli 55 anni di età: un dato ormai quasi strabiliante agli occhi occidentali, tanto da rimanere una sorta di “segreto di stato” celato dai mass-media borghesi…

Non solamente le donne cinesi lavorano e studiano, ma partecipano allo stesso tempo alla vita politica del paese, anche se con una percentuale sensibilmente inferiore ai maschi.

Nel partito comunista cinese (PCC) gli iscritti di sesso femminile risultano nel 2012 infatti pari a più di 19 milioni, il 23,3% del totale e in sensibile crescita rispetto agli anni precedenti: un lieve incremento si è registrato anche nella percentuale di donne che sono entrate a far parte del nuovo comitato centrale del PCC eletto di recente, raggiungendo il 7% del totale.[6]

Non  mancano tuttavia i lati negativi e le contraddizioni reali rispetto alla dinamica delle condizioni di vita materiali e culturali delle donne cinesi.

Anche se la legislazione cinese assicura dal 1949 sul piano giuridico omnilaterale parità di diritti tra uomini e donne, non mancano infatti dei segni significativi di discriminazioni di fatto sui posti di lavoro contro le donne, in particolar modo rispetto alla carriera e all’accesso ai posti di maggiore responsabilità, frutto di una mentalità patriarcale che ancora non è stata sradicata nel gigantesco paese asiatico.

In secondo luogo le donne che lavorano nel settore agricolo, pari a circa al 60% del totale, risultano svantaggiate rispetto alle donne che invece vivono/lavorano nelle zone urbane per tenore di vita, diritti pensionistici e servizi sociali, anche se dal 1978 nelle aree rurali la loro situazione complessiva è enormemente migliorata rispetto alla dura povertà “egualitaria” vigente fino alla morte di Mao.

Inoltre la (giusta, inevitabile e benefica, sul piano generale) politica del figlio unico adottata in Cina agli inizi degli anni Ottanta ha avuto anche delle serie ricadute negative, proprio rispetto “all’altra metà del cielo” infatti la possibilità di conoscere in anticipo il sesso del nascituro, combinatasi con la mentalità maschilista ancora diffusa nel gigantesco paese asiatico, ha provocato un balzo nel tasso generale di aborti delle nasciture-femmine e fatto si che la percentuale di donne sotto i 30 anni risulti ormai sensibilmente inferiore rispetto ai loro coetanei maschi.

Le autorità cinesi hanno reagito a tale serio problema sociale con una politica che sta già ottenendo i primi risultati concreti, imperniata sia sulla messa fuori legge dei test medici relativi al sesso dei nascituri che sulla creazione di agevolazioni “sessiste” a favore delle bambine cinesi, con l’introduzione di particolari e mirati sussidi economici per i loro genitori: ma la lotta contro il (negativo e pericoloso) trend in esame sarà ancora lunga.



[1] “Cina-Speranza di vita alla nascita”, in www.indexmundi.com

[2] “Cina: anche all’università si privilegiano gli uomini”, in www.campusrieti.it

[3] “Unicef-China-statistics”, in www.unicef.org

[4] “Female scientists face discrimination in China”, in www.scider.net ; “Women in China face rising University entry barriers”, in www.nytimes.com

[5] “The sky’s the limit”, 26 novembre 2012, in www.economist.com

[6] “Chinese Communist party, general information of CPC”, in www.chinatoday.com; “The sky’s…”, op. cit.

Capitolo Primo: Natura, lavoro sociale e LEU

Pubblichiamo una parte del capitolo primo del futuro libro “Le Leggi Economiche Universali”,per aprire una discussione sull’ importante tematica del “lavoro universale” (Marx).

Si può approfondire la lettura consultando il sito www.robertosidoli.net.

Redazione La Cina Rossa

 

La Natura, intesa sia in qualità di materia inorganica (dalle stelle ai quark) che come materia organica extraumana, tra le sue innumerevoli proprietà esprime anche quella di far parte a pieno titolo ed in qualità di co-protagonista del processo economico umano, anche se in modo totalmente incoscente.

La prima LEU riguardo infatti il rapporto dialettico, allo stesso tempo costante e necessario, che si riproduce da alcuni milioni di anni tra la specie umana, fin dai suoi albori, e la Natura: quest’ultima eroga continuamente quantità gigantesche di valori d’uso, di ricchezze materiali al genere umano (= causa) che li utilizza in forme assai variabili sia attraverso il suo lavoro sociale che con il semplice consumo fisiologico, come nel caso dell’aria (= effetto).

In altri termini, la materia ( a partire dal sole, dalle piante e dalla loro sintesi clorofilliana) non solo da milioni di anni assicura le precondizioni fondamentali per la stessa esistenza della specie umana, ma costituisce la causa unica della creazione delle ricchezze/valori d’uso utilizzati dall’uomo senza lavoro (aria, acqua, fotosintesi clorofilliana, terre vergini, ecc.), oltre che una concausa assai importante per lo stesso processo di creazione dei valori d’uso generati e “rimescolati” dall’uomo con la sua praxis produttiva, a partire dalla terra e dall’acqua. Anche solo adoperando le materie prime fornite dal mondo inorganico, il lavoro sociale umano non si svolge mai senza l’“assistenza” gratuita di Madre Natura, anche se ovviamente il genere umano paga il prezzo dell’erogazione di energie per le attività produttive in termini di fatica, attenzione, stress, ecc.

La prima LEU, pertanto, rileva l’erogazione costante e necessarie di valori d’uso produttivi da parte della natura del genere umano, usufruiti da quest’ultimo a volte senza lavoro (= VUGN, valori d’uso gratuiti/naturali) o viceversa attraverso il lavoro sociale (VUPU, valori d’uso prodotti dall’uomo).

La ricchezza globale umana, pertanto, risulta eguale a VUGN + VUPU, mentre a loro volta queste due categorie materiali entrano a far parte di una sorta di prodotto interno lordo “verde”, visto che il legame dialettico Uomo-Natura si rivela anche di carattere economico e produttivo, con la materia extra-umana che si presenta ininterrottamente nella veste di “madre della ricchezza”, collegata ovviamente in modo indissolubile con il “padre” l’esistenza bisociale e l’attività produttiva umana. La Natura crea costantemente e gratuitamente masse gigantesche di valori d’uso e di ricchezze naturali (causa), in una dinamica che influisce in modo necessario e determinante sul processo produttivo umano (= effetto), il quale a sua volta retroagisce sulla causa trasformando (nel paleolitico, in modo quasi impercettibile) la stessa materia extra-umana formando una sorta di effetto di retro-azione sulla causa.

Caro Moro, avevi compreso perfettamente (anche se purtroppo non elaborato sotto forme generali) l’esistenza e l’importanza della prima LEU, quando nella tua splendida “Critica del Programma di Gotha” del 1875 sottolineasti che “il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso (e in questo consiste la ricchezza effettiva!) altrettanto quanto il lavoro, che esso stesso, è soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza-lavoro umana. Quella frase si trova in tutti i sillabari, e intanto giusto in quanto è sottinteso che il lavoro si esplica con i mezzi e con gli oggetti che si convengono. Ma un programma socialista non deve indulgere a tali espressioni borghesi facendo le condizioni che solo danno loro un senso. E il lavoro dell’uomo diventa fonte di valori d’uso, e quindi anche di ricchezze, in quanto l’uomo entra preventivamente in rapporto, come proprietario, con la natura, fonte prima di tutti i mezzi e oggetti di lavoro,  e la tratta come cosa che gli appartiene. I borghesi hanno i loro buoni motivi per attribuire al lavoro una forza creatrice soprannaturale; perché dalle condizioni naturali del lavoro ne  consegue che l’uomo, il quale non ha altra proprietà all’infuori della sua forza-lavoro, deve essere, in tutte le condizioni di società e di civiltà, lo schiavo di quegli uomini che si sono resi proprietari delle condizioni materiali del lavoro. Egli può lavorare solo col loro permesso, e quindi può vivere solo col loro permesso”.[1]

La Natura risulta pertanto a tuo avviso “madre” della ricchezza almeno quanto il lavoro (che è del resto a sua volta espressione di una forza naturale) e la natura ci da valori d’uso, che assumono peraltro rilevanza solo in quanto essi si colleghino dialetticamente alla praxis sociale umana. Se la specie umana sparisse interamente, è ovvio che la Natura continuerebbe a riprodursi  ma senza produrre valori d’uso per il “caro estinto” umano; d’altro canto, ancora nel 1844 e nei tuoi Manoscritti economici-filosofici, caro Marx, sottolineavi che “l’operaio non può produrre nulla senza la natura, senza il mondo esterno sensibile”.

La tesi di Marx (e, a cascata, l’esistenza della prima LEU) corrisponde alla pratica sociale e risulta veritiera?

La risposta è sicuramente positiva, visto che la Natura produce costantemente valori d’uso gratuiti e preziosi per l’attività economica umana, oltre che indispensabili per assicurare le precondizioni dell’esistenza umana, a partire dalla (vitale) aria, indispensabile per le reazioni chimiche.

Il ricercatore S. Borso ha sottolineato ad esempio che “i servizi” (l’imput economico) “degli ecosistemi costituiscono quei benefici della specie umana riceve dal funzionamento stesso degli ecosistemi.

Si tratta di servizi che:

  1. Provvedono alla fornitura dei prodotti utilizzati dalla specie umana quale cibo, acqua, combustibile, fibre, sostanze biochimiche, medicine naturali, risorse ornamentali.
  2. Regolano i processi degli ecosistemi fornendo importanti benefici quali il mantenimento della qualità dell’aria, la regolazione del clima, il controllo dell’erosione, la regolazione delle malattie umane, la regolazione del ciclo idrico, la purificazione dell’acqua ed il trattamento degli scarti, il controllo biologico e l’impollinazione.
  3. Sono necessari per la produzione per gli altri servizi degli ecosistemi, e quindi svolgono un ruolo di supporto, quali la formazione del suolo, il ciclo dei nutrienti e la produzione primaria”.[2]

Ma non solo. I più infaticabili “produttori diretti” del nostro pianeta sono costituiti da quelle innumerevoli piante fotosintetiche, che compiono il più importante processo di riduzione biologica di energia sulla superficie terrestre, attraverso il quale da un lato assorbono l’energia luminosa (proveniente quasi sempre dal Sole) che convertendola in energia chimica potenziale, mentre simultaneamente e partendo da composti inorganici e semplici (anidride carbonica ed acqua) formano anche le sostanze organiche essenziali, a partire dai glucidi, che a loro volta costituiscono i “mattoni” e i composti basilari della materia vivente, sia vegetale che animale.

Si tratta del vitale processo naturale della fotosintesi clorofilliana, attraverso il quale le “piante verdi” garantiscono costantemente l’autoriproduzione continua del primo livello (essenziale e fondamentale) della vita nel nostro pianeta, compiendo un “lavoro” immane, costante e decisivo proprio per la riproduzione della vita, ivi compresa quella umana.

Proprio riferendosi a tale processo, il grande scienziato sovietico I. Vernodski sottolineò che se la vita terrestre/biosfera risulta una creazione della luce e polvere stellare (condensatasi ad alte temperature), a sua volta la materia vivente si manifesta principalmente attraverso l’accumulazione/trasporto di energia chimica derivata dai raggi solari da parte degli organismi terrestri, che operano (e trasformano) incessantemente nella biosfera.[3]

Inoltre l’energia solare che perviene giornalmente sul nostro pianeta non costituisce solo la condizione primaria di esistenza della vita sulla terra, ma anche (e di gran lunga) la principale fonte energetica esistente nel nostro pianeta, risultando pari – secondo i calcoli più prudenti – a circa 50 milioni di GW all’ora, massa a sua volta equivalente a circa 10.000 volte la potenza complessiva erogata in media ogni ora (5000 GW) dalle fonti energetiche riprodotte dall’uomo. Una sezione crescente, seppur ancora assolutamente insufficiente, di questa superenergia viene tra l’altro utilizzata da alcuni decenni in modo diretto dalla praxis umana attraverso gli impianti solari, come del resto avvenne per l’energia eolica e l’energia idrica, fin dal tempo dalla costruzione dei primi mulini ad acqua ed a vento.

Visto che il processo di erogazione di luce/energia da parte del Sole continuerà almeno per i prossimi due miliardi di anni, le discutibili tesi di N. Georgescu-Roegen sull’applicazione all’economia umana del secondo principio della termodinamica e la correlata previsione della tendenziale,  ma inevitabile diminuzione di energia nel futuro del genere umano risultano pertanto calcoli anticipati di appena… due miliardi di anni, senza poi tener conto del potente fenomeno derivante dal processo di fusione termonucleare, già ora realizzato in laboratorio dagli scienziati umani.[4]

A loro volta la terra e l’acqua sono state correttamente considerate da te, compagno Marx,  anche in qualità di “oggetti generali del lavoro umano” e spesso non “filtrati” da quest’ultimo, come il “pesce, che viene preso e separato dal suo elemento vitale, l’acqua, il legname che viene abbattuto nella foresta vergine, il minerale che viene strappato dalla sua vena”: oggetti di lavoro che forniscono assieme un valore d’uso enorme e gratuito al genere, a disposizione della sua (onerosa e costosa) praxis produttiva.[5]

Rientrano in questa categoria di “oggetti del lavoro umano”, almeno da alcuni secoli, anche i combustibili fossili, e cioè combustili derivanti dalla trasformazione sviluppatisi in milioni di anni di sostanza organica, spinta sotto terra nel corso di lontane ere geologiche (tali sostanze organiche rappresentano a loro volta l’accumulo di energia solare da parte delle piante attraverso il sopracitato processo di fotosintesi clorofilliana): in tale categoria rientrano beni e valori d’uso ben conosciuti, quali il carbone,  il gas naturale ed il petrolio.

Una triade a cui inoltre si uniscono le numerosissime materie prime (e valori d’uso) che la Natura mette gratuitamente a disposizione della praxis produttiva umana, partendo dalla selce e dalle pietre utilizzate fin da 2.200.000 anni fa dall’Homo Habilis, per costruire i suoi primi e rozzi chopper, fino ad arrivare all’uranio ed alle preziose “terre rare” (gallio, coltan, ecc.) che permettono di costruire cellulari e sistemi satellitari, nell’era contemporanea.

Anche se l’elenco potrebbe essere allungato in modo assai sensibile, comprendendo ad esempio gli animali domestici/selvatici, si può a questo punto passare alla prima delle domande della “Sfinge” economica, e cioè se la LEU in oggetto si sia manifestata concretamente anche nel comunismo primitivo del paleolitico e nelle (splendide) società collettivistiche del neolitico, a partire dalla protocittà “rossa” di Gerico dell’8500 a.C.

La risposta risulta fin troppo facile, se si prendono in esame:

–          la pietra, la selce, le ossa usate per costruire gli strumenti produttivi nel paleolitico;

–          la legna adoperata per creare bastoni e armi, oltre che per produrre fuoco;

–          gli animali selvatici via via cacciati dalla nostra specie;

–          le piante selvatiche rese sempre più commestibili per il consumo umano, a partire dalla rivoluzione neolitica e dai cereali;

–          gli animali divenuti oggetti del processo di domesticazione, a partire dal lupo/cane;

–          i pesci;

–          la terra ed acqua;

–          la frutta, tuberi, verdure, bacche, cereali selvatici, ecc.;

–          gli oceani, corsi d’acqua e maree usati come supporti per l’attività umana di trasporto.[6]

Anche nel paleolitico, inoltre, aria/vento e fotosintesi clorofilliana assicurarono sicuramente le precondizioni materiali indispensabili per la riproduzione sociobiologico dei nostri lontani antenati, al pari della preziosa acqua, dotata non a caso di un alto valore simbolico tra le popolazioni preistoriche.

“L’acqua è una risorsa dalla quale dipende la vita di tutti gli esseri viventi e del pianeta. Probabilmente è tale consapevolezza che ha portato numerosi popoli del passato come del presente a ritenerla sacra, a percepirla come dono divino e/o bene comune, da preservare e usare con rispetto. Tale visione riguardava tutti gli elementi della natura di cui l’essere umano si sentiva parte.  Fin dal paleolitico, le comunità umane svilupparono rispetto e profonda spiritualità nei confronti della natura e si presero cura del creato (Boff, 2002). In seguito le culture autoctone, sulla base di un senso di gratitudine verso la Terra, hanno creato saggezze millenarie su come vivere in armonia con la natura. La Terra è considerata la Madre con la quale l’essere umano come singolo e, soprattutto, come comunità instaura un legame profondo. Il sentimento di base è quello secondo cui è l’uomo ad appartenere alla Terra e non viceversa.

Nello specifico, l’acqua è uno degli elementi centrali e comuni alla maggior parte delle culture – dall’antico Egitto ai popoli nomadi del Maghreb e delle aree desertiche della penisola arabica, alle popolazioni animiste dell’Africa centro-meridionale, agli aborigeni australiani, agli indiani delle Americhe (dagli Irochesi ai maya, dagli inca ai quechua) – per le quali aveva e ha un alto valore simbolico, essendo un elemento essenziale non solo alla vita fisica ma anche a quella sociale e spirituale. Non a caso, fin dall’antichità le fonti erano luoghi privilegiati dove si credeva si manifestasse la divinità e l’acqua era elemento centrale di rituali e cerimonie.[7]

Superata facilmente la prima soglia di verifica sull’esistenza (preistorica) della LEU in via d’esposizione, si può passare alla previsione delle linee di sviluppo della futura società comunista-sviluppata, segnata dalla regola distribuita della gratuità e del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Anche in questo (piacevole) scenario futuro, la Natura continuerà sicuramente ad erogare al  genere umano come minimo oggetti di consumo in qualità di:

–          luce solare;

–          materie prime;

–          terra/acqua;

–          trizio e deuterio per la fusione termonucleare.

Inoltre anche la futura agricoltura comunista utilizzerà la condizione-base della catena alimentare fornita dalla fotosintesi clorofilliana, e cioè la germogliazione spontanea dei cereali e dei prodotti alimentari, la produzione di latte e uova da parte degli animali domesticati (salvo in caso di vittoria futura delle tesi vegane) e gli altri doni forniti dalla “Madre” delle ricchezze sociali per il diretto consumo fisiologico umano, come nel caso di aria/vento.

Per quanto riguarda il terzo quesito della “Sfinge”, riguardante la presenza della LEU in via d’esposizione all’interno delle società classiste, la risposta della praxis storica tra il 3700 a.C. (formazione della prima teocrazia sumera e del modo di produzione asiatico) e l’inizio del nostro terzo millennio è inequivocabile. Nei sei millenni presi in esame, le diverse classi dominanti sul piano socioproduttivo non solo hanno via via impiegato la forza-lavoro subordinata anche per adoperare (e spesso trasformare in valore di scambio) i valori d’uso forniti dalla materia extraumana, tanto che è continuato senza soste (con forme e quantità diverse d’uso socio-produttivo) il flusso costante e gratuito di valori d’uso di origine extraumana, lavorati dalla pratica sociale, ma sono anche aumentati rispetto al paleolitico i doni della Natura che sono passati da elementi potenziali a real, concreti valori d’uso nel processo produttivo umano.

Per rimanere al solo campo energetico, basta pensare all’impiego:

–          dell’acqua come forza motrice nei mulini ad acqua;

–          del vento e dei mulini a vento;

–          del carbone (per riscaldamento/fusione di metalli);

–          del vapore e della macchina a vapore;

–          dell’elettricità e del magnetismo (motore elettrico);

–          degli idrocarburi, partendo ovviamente dal petrolio;

–          dell’uranio e della fissione atomica, con le prime centrali nucleari.

Ma non solo: all’interno del tardo capitalismo la natura si è trasformata nell’oggetto di una nuova strategia di accumulazione del capitale mediante le cosiddette “merci ecologiche”, divenute negli ultimi tre decenni parte organica di un nuovo e lucroso settore di attività della borghesia.

“L’idea dei crediti per l’inquinamento è comparsa per la prima volta negli anni Settanta, ma solo negli anni Ottanta è emerso un primo modello per questi fiorenti mercati delle merci ecologiche sotto forma di scambi “debito-per-natura”. Questi mercati hanno visto la partecipazione di varie organizzazioni non governative,  banche, governi e agenzie internazionali come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, oltre che dei governi debitori. Una porzione del debito nazionale veniva condonata se i paesi debitori – quasi tutti del Sud del mondo – accettavano di preservare varie aree di terreno “naturale”. Essi sono stati presto surclassati per finalità e complessità, e il modello si è diffuso. Negli USA, il Clean Air Act  del 1990, una revisione della legge del 1972, è stato uno spartiacque nella regolamentazione della capitalizzazione della natura.

Oggi le merci ecologiche più note sono probabilmente quelle prodotte dai programmi di riduzione delle emissioni di carbonio. Il loro obiettivo dichiarato è rallentare o ridurre il riscaldamento globale, e funzionano in modo analogo ai crediti delle zone umide: per assorbire il biossido di carbonio dell’atmosfera i proprietari di terre forestale (generalmente nei paesi tropicali  più poveri) vengono pagati per non disboscarle, mentre i grandi inquinatori dei paesi industrializzati possono acquistare questi crediti per continuare a inquinare. Nella primavera del 2006, i crediti del biossido di carbonio in Europa sono stati venduti sul mercato a 30 euro la tonnellata, anche l’instabilità del prezzo di questa nuova merce ha rapidamente presentato il conto. I mercati basati sui crediti hanno fatto la loro comparsa anche per molte altre merci legate all’ecologia: crediti per la biodiversità, per la pesca, per l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, per gli uccelli rari, e così via. Una società della Georgia, l’International Paper, sta riproducendo in terreni di sua proprietà un picchio a rischio di estinzione, il red-chockaded, i cui crediti hanno un valore di mercato di 100.000 dollari. In questo modo l’International Paper per riguadagnare in futuro 250.000 dollari per ciascun credito.”[8]

In estrema sintesi, senza Natura… nessuna sopravvivenza possibile per il genere umano.

Senza Natura, impossibilità per la nostra specie di produrre e consumare.

Un’obiezione che si può muovere alla prima LEU è che essa sembra funzionare solo fino a quando il genere umano stazionerà sul suo pianeta d’origine, la Terra.

Ma anche se tutta la nostra specie, in un futuro estremamente remoto, si trasferisse integralmente su un altro pianeta, nella nostra nuova “casa” inizierebbe di nuovo ad operare a nostro favore il processo di erogazione costante/gratuito di valori d’uso da parte della nuova stella di riferimento (luce ed energia) e del nuovo pianeta occupato (terra, acqua, materia prime, ecc.), consentendo alla praxis umana un nuovo utilizzo produttivo nei loro confronti.

Solo se la totalità del genere umano, per scelta o forzatamente dovesse ripararsi su gigantesche stazioni spaziali autosufficienti (l’equivalente  dell’“Arca di Noè”) per sempre e senza via di fuga, cesserebbe in gran parte il legame e la polarità dialettica di matrice produttiva che contraddistingue Natura e Uomo da milioni di anni, mentre resterebbe solo la contemplazione (non-economica) delle stelle dell’Universo. Ma di solito il “viaggiatore” riesce a trovare una nuova “casa” avendo a disposizione sufficiente tempo, risorse materiali/tecnologiche e conoscenze/informazioni: ed anche nel caso ipotetico che questo fenomeno non si verificasse, la struttura delle future stazioni spaziali sarebbe in ogni caso fatta di metallo… di origine terrestre/di altri pianeti, non permettendo pertanto di spezzare del tutto il legame tra Uomo e Natura.

Per quanto riguarda il processo di calcolo della massa di valore d’uso fornita gratuitamente/costantemente dalla Natura al genere umano dopo, questa risulta in termini di costo-lavoro più che enorme, e prima del 1957 addirittura d’ordine infinito.

Si può infatti calcolare in modo approssimativo il valore d’uso della ricchezza fornita dalla Natura all’uomo, proprio valutando quanto lavoro umano costerebbe il processo di riproduzione delle condizioni di vita autosufficienti per tutti gli esseri umani, proprio calcolando quanto lavoro servirebbe per riprodurre i sottoprodotti della “coppia Sole/Terra” (aria, acqua, spazio/terra, energia e luce compresi, ovviamente) in modo artificiale e a favore di tutto il genere umano, come avviene attualmente sul nostro pianeta. In altri termini, quanto costerebbe in termini economici salvarci come specie se la Terra/Sole sparissero, quanto costerebbe creare una nuova “Arca di Noè” spaziale per tutti noi?

Con il livello di sviluppo scientifico-tecnologico esistente prima del 1957/71, prima della messa in orbita del primo Sputnik e soprattutto prima della geniale costruzione delle stazioni orbitali sovietiche Saljut (ed in seguito della Mir), tale valore-lavoro risultava di valore infinito, perché il genere umano non era ancora assolutamente in grado di compiere tale opera di “riproduzione” e di ricreazione artificiale delle condizioni di vita minimali neanche per un uomo, neanche per un giorno o un solo secondo.

Ma la situazione iniziò a cambiare con la costruzione da parte sovietica delle prime “case nelle stelle”, seguendo un indicazione del geniale scienziato sovietico K. Tsiolkovsky (1857-1935) per cui la Terra è la culla dell’umanità, ma non si può vivere nella culla per sempre.

Dopo i primi lanci in orbita delle stazioni spaziali Saljut (1971-82); dopo la costruzione della Mir (1985) e della nuova Stazione Spaziale Internazionale (SSI) a partire dal 1998, tale impresa titanica inizia a diventare (almeno in parte) quasi possibile, almeno nei prossimi decenni.

Supponiamo:

–          che l’attuale SSI diventi a breve totalmente autosufficiente, sul piano alimentare ed energetico (purtroppo non lo è ancora);

–          che l’attuale SSI possa contenere sette persone (attualmente la capienza massima risulta di sei astronauti);

–          che essa possa già ora riprodursi/ripararsi costantemente e senza intervento terrestre (la durata della SSI potrà arrivare invece al massimo fino la 2030);

–          che si possa concentrare il prodotto lordo mondiale solo per tale impresa;

–          che si abbia a disposizione tre decenni di tempo a tale scopo.[9]

Passando da questi dati ipotetici alla realtà attuale, risulta che il costo della SSI sia attorno ai 100 miliardi euro dal 1998 al 2030, circa 3,3 miliardi di euro all’anno. Dividendo tale somma per sette astronauti, otteniamo il costo monetario di 471 milioni di euro per ciascun cosmonauta (esborso astronomico, certo, ma sul lungo periodo utilissimo per l’umanità: è controproducente “,puntare tutto” su un unico pianeta che purtroppo può essere sempre coinvolto in catastrofi disastrose, a partire dall’impatto di meteoriti).

A questo punto moltiplichiamo 471 milioni di euro per sette miliardi, l’equivalente approssimativo della popolazione mondiale nel 2012: si ottiene pertanto la somma astronomica annua di 3,3 miliardi di miliardi di euro, circa sessantamila  (60.000) volte in più del Pil mondiale del 2012, stimato pari a 50.000 miliardi di euro, somma tra l’altro da impiegare per tre decenni a tale scopo.

In altri termini, servirebbe un Pil mondiale ben sessantamila volte più grande dell’attuale per creare un’“Arca di Noè” collettiva per tutti gli esseri umani: per di più sempre presupponendo una sua autosufficienza materiale a partire dal campo energetico ed alimentare, attualmente ancora inesistente, oltre all’impossibile concentrazione della ricchezza globale solo a tal fine, per ben tre decenni.

I progetti di grandi “case spaziali”, come quello ideato dal professore G. O’Neill dell’università di Princeton, prevedono del resto costi enormi. “Probabilmente per realizzare grandissimi insediamenti bisognerà attendere che lo sfruttamento delle risorse lunari permetta di disporre di materiali che possano essere portati nello spazio a costi molto bassi, ad esempio mediante lanciatori elettromagnetici, a meno che il costo di satellizzazione si riduca di ordini di grandezza rispetto all’attuale. Island 1 è un progetto per una sfera di 460 m. di diametro, in grado di ospitare circa 10.000 abitanti, con un vero ecosistema interno con i suoi parchi, fiumi, abitazioni private, centri sportivi e quanto altro può servire per rendere la vita simile a quella degli abitanti della Terra. Essa dovrebbe essere posizionata in uno dei punti di Lagrange stabili, posti sull’orbita della Luna”[10]

Tornando alla formula iniziale, si può concludere pertanto che attualmente che il valore d’uso dei VUGN (valori d’uso gratuiti e naturali, forniti dalla materia extra-umana) risulta enormemente superiore a VUPU, ai valori d’uso prodotti dall’uomo con la sua praxis produttiva collegata costantemente all’apporto della Natura, “limitato” (si fa per dire…) all’apporto gratuito e costante di materie prime e fonti energetiche, di “oggetti del lavoro”.

In un futuro ancora lontano, che interesserà lontani stadi di sviluppo della società comunista sviluppata, la situazione in questo campo cambierà radicalmente, quando e se la società umana riuscirà almeno ad arrivare tra un paio di secoli al livello 1° di civiltà previsto dalla “scala di Kardashev”, formulata dall’omonimo scienziato sovietico negli anni Sessanta dello scorso secolo.

“Le civiltà di tipo I sono quelle che hanno imparato a sfruttare le fonti di energia planetarie. Il loro consumo di energia può essere misurato con precisione: per definizione, esse sono in grado di utilizzare tutta l’energia solare che giunge sul loro pianeta, ossia 1016 watt. Con una tale quantità di energia, esse potrebbero controllare o modificare il clima, deviare gli uragani, o costruire città sull’oceano. Civiltà di questo tipo sono padrone assolute del loro pianeta.

Una civiltà di tipo II ha esaurito l’energia di un singolo pianeta, e ha imparato a sfruttare tutta la potenza di una stella (vale a dire più o meno 1026 Watt). Civiltà di questo tipo potrebbero anche essere capaci di controllare i brillamenti solari e di far accendere nuove stelle.

Un civiltà di tipo III ha esaurito la potenza disponibile in un singolo sistema solare, e ha colonizzato una vasta porzione della propria galassia. Una civiltà di questo tipo è in grado di utilizzare l’energia generata da 10 miliardi di stelle, ovvero all’incirca 1036 watt.

Ogni tipo di civiltà differisce dal tipo inferiore per un fattore 10 miliardi: in altre parole, una civiltà di tipo III, che è capace di sfruttare l’energia di miliardi di sistemi stellari, ha a disposizione un energia 10 miliardi di volte maggiore di quella a disposizione di una civiltà di tipo II; questa, a sua volta, utilizza energia 10 miliardi di volte superiore a quella di una civiltà di tipo I. per quanto possa sembrare astronomico il divario che separa i vari tipi di civiltà, è possibile stimare il tempo che servirebbe per dare vita a una civiltà di tipo III. Facciamo l’ipotesi chele emissioni energetiche di una civiltà crescano ogni anno di un modesto modesto 2 o 3 percento (è un ipotesi plausibile, dato che la crescita economica che può essere stimata in maniera ragionevole, è legata direttamente al consumo di energia: al crescere dell’economia cresce il suo fabbisogno energetico. Dal momento che la crescita del prodotto interno lordo, o PIL, di molte nazione è compresa tra l’uomo e il due per cento all’anno, possiamo attenderci che il loro consumo energetico cresca più o meno allo stesso modo).

Con un tasso di crescita così basso, possiamo stimare da 100 a 200 anni il tempo necessario alla nostra civiltà per raggiungere lo status di tipo I, ci vorranno approssimativamente da 1000 a 5000 anni per diventare una civiltà di tipo II e forse da 100.000 a 500.000 anni per arrivare al di tipo III. Su una scala simile, la nostra civiltà attuale può essere definita di tipo O, dato che l’energia viene ricavata da piante morte (petrolio e carburante). Persino il controllo di un uragano, il cui potenziale energetico è pari a quello di centinaia di bombe atomiche, va al di la delle nostre capacità tecnologiche”.[11]

Prospettive future di portata eccezionale, sempre se (se…) riusciremo ad evitare il rischio dell’autodistruzione nucleare avviando entro i prossimi decenni il processo di transizione al socialismo su scala mondiale.

Del resto la praxis produttiva via via trasforma i risultati impossibili di ieri nella realtà di oggi, domani o del futuro meno ravvicinato: basti pensare che ancora nel 1926 uno scienziato inglese, A. W. Bickerton, scriveva che “l’idea stupida di sparare verso la Luna è un esempio dell’assurdo a cui un eccessiva specializzazione porta gli scienziati”.

Visto lo Sputnik del 1957, Gagarin e le missioni Apollo, risulta assurda la previsione “azzardata” di Tsiolkovsky che l’uomo avrebbe prima o poi raggiunto lo spazio cosmico, o viceversa l’analisi “realista” di Bickerton nel 1926?[12]

La seconda LEU riguarda invece il carattere indispensabile (costantemente e necessariamente indispensabile) del lavoro sociale umano sia per il processo di riproduzione sociobiologica del genere umano, (oggetti di consumo) che per la creazione/conservazione dei mezzi di produzione fissi e delle condizioni della produzione non logorate da una sola forma di appropriazione, come avviene ad esempio per i mezzi di comunicazione, le dighe, ecc.

Causa=lavoro sociale, suo effetto=produzione degli oggetti di consumo umano (ivi compresi i mezzi di produzione) e derivata riproduzione sociobiologica del genere umano, oltre che delle sue opere di lunga durata: questo è il nesso dialettico immediato, la polarità di opposti della seconda LEU.

Sotto questo aspetto, caro Moro, avevi notato quasi all’inizio del primo libro del Capitale (cap. primo, par. secondo) che “quindi il lavoro, come formatore di valori d’uso, come lavoro utile, è una condizione d’esistenza dell’uomo, indipendente da tutte le forme di società, è una necessità eterna della natura, che ha la funzione di mediare il ricambio organico fra uomo e natura, cioè la vita degli uomini.”

Già in quell’occasione, pertanto, avevi fatto notare che, il lavoro è “una necessità eterna” (alias LEU) per l’uomo, e non diventa certo tua responsabilità il fatto che i tuoi seguaci non abbiano sviluppato la traccia ed il “sentiero” da te indicato.

Sempre nel primo libro del Capitale, avevi sottolineato come il lavoro costituisca in ogni caso un “processo che si svolge tra l’uomo e la natura”. Un processo costante e necessario “nel quale l’uomo per mezzo della propria azione produce, regola e controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita. Operando mediante tale moto sulla natura fuori di sè e cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria. Sviluppa la facoltà che in questa sono assopite e assoggetta il giuoco delle loro forze al proprio potere”.[13]

Nello stesso paragrafo avevi ancora sottolineato che “il processo lavorativo, come l’abbiamo esposto nei suoi movimenti semplici e astratti, è attività finalistica per la produzione di valori d’uso; appropriazione degli elementi naturali per i bisogni umani; condizione generale del ricambio organico fra uomo e natura; condizione naturale esterna della vita umana; quindi è indipendente da ogni forma di tale vita, e anzi è comune egualmente a tutte le forme di società della vita umana”.[14]

Il lavoro risulta pertanto “comune egualmente a tutte le forme di società della vita umana”, e cioè con i suoi proteiformi effetti crea una LEU, nella nostra terminologia. Nella tua celebre lettera e L. Kugelmann dell’11 luglio del 1868, inoltre, avevi ribadito con forza che “il cianciare sulla necessità di dimostrare il concetto di valore è fondato solo sulla più completa ignoranza, sia della cosa di cui si tratta, sia del metodo della scienza. Che sospendendo il  lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa. E ogni bambino sa pure che la quantità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono quantità diverse, e quantitativamente definite, del lavoro sociale complessivo. Che questa necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite, non è affatto dalla forma definita della produzione sociale, ma solo può cambiare il suo modo di apparire, è self-evident (di per se evidente). Le leggi di natura non possono mai essere annullate. Ciò che può mutare in condizioni storiche diverse non è che la forma in cui questa distribuzione proporzionale del lavoro si afferma, in una data situazione sociale nella quale la connessione del lavoro sociale si fa valere come scambio privato dei prodotti individuali del lavoro, è appunto il valore di scambio di questi prodotti”.

Come si dimostra concretamente la legge marxiana dell’indispensabilità del lavoro sociale ai fini della riproduzione sociobiologica di specie?

Il 17 marzo del 1883, proprio F. Engels pronunciò un discorso in ricordo di Karl Marx, in cui l’amico fraterno del “Moro” sottolineò che Marx aveva “scoperto la legge dello sviluppo della storia umana, cioè il fatto elementare, sinora nascosto sotto l’orpello ideologico, che gli uomini devono innanzitutto mangiare, bere, avere un tetto e vestirsi, prima di occuparsi di politica, di scienza, d’arte, di religione, ecc”.

Per vivere l’uomo deve inevitabilmente consumare e disporre di determinati oggetti d’uso quali cibo, vestiario, abitazioni, e tali oggetti non vengono sicuramente prodotti dal cielo né trasportati da Babbo Natale nel luogo di consumo dato volta per volta: consumate pertanto le riserve e le scorte di genere di consumo (ma anch’esse costituiscono sempre il frutto di lavoro umano precedente, accumulato e cristallizzato nelle scorte/riserve), senza processo lavorativo il genere umano semplicemente si estinguerebbe e commetterebbe un suicidio di massa. Restando solo sul fronte e della produzione di mezzi di consumo (settore B), immaginiamo un mondo ancora abitato da esseri umani che tuttavia decidano concordemente di non lavorare, creando una sorta di sciopero generale planetario, senza eccezioni né crumiraggio, per il periodo di almeno due anni.

Riusciremmo a mangiare, dopo un anno, tredici mesi, ecc.?

Le scorte alimentari del globo risultavano pari a circa 430 milioni di tonnellate nel 2011 rispetto ad un fabbisogno globale di circa 2 miliardi di tonnellate, risultando quindi sufficiente solo per tre/quattro mesi di impiego; finite le scorte, arriverebbe in ogni caso inevitabilmente la carestia assoluta e con i nuovi raccolti agricoli annientati dall’assenza totale di semina/cura/raccolta, sempre in presenza dello sciopero generale della forza lavoro del pianeta.[15]

Inoltre, dopo circa un anno, anche nelle nazioni più ricche del globo i mezzi di consumo durevoli inizierebbero a mancare, a partire dagli elettrodomestici, computer, cellulari e televisioni. Mezzi di consumo che, è appena il caso di sottolinearlo, in ogni caso non potrebbero funzionare per l’assenza di energia, come del resto le automobili per mancanza di benzina: anche il settore A, destinato alla produzione di mezzi di produzione, in assenza di forza-lavoro umana non potrebbe svolgere il suo compito produttivo indispensabile, di supporto e precondizione materiale (=energia, cemento, acciaio, legname, ecc.) per l’attività del “settore B” del processo produttivo.

Per quanto riguarda invece beni durevoli come le abitazioni e le condizioni generali della produzione, la situazione non sarebbe migliore. Immaginiamo infatti:

–          acquedotti non controllati…;

–          fognature lasciate andare in malora…;

–          abitazioni non curate, pulite e ristrutturate quotidianamente…;

–          sistemi di comunicazione non puliti/riparati…;

–          ospedali non operanti…;

–          dighe abbandonate al loro destino…

E via degradando a ritmo accelerato la qualità della vita con conseguenze devastanti, con la sola eccezione del settore scolastico: la disastrosa rivoluzione culturale cinese è servita almeno a dimostrare come una società possa sopravvivere per qualche anno, anche se con un declino progressivo nel settore scientifico-tecnologico, senza scuole e processo educativo di livello superiore.[16]

Trasferendo l’attenzione ai mezzi sociali di produzione, sono facili da prevedere le conseguenze rispetto agli altiforni a ciclo continuo di un blocco totale della produzione, che vanificherebbe per alcuni mesi qualunque tentativo di riprendere il processo produttivo. Più in generale, Marx con la solita acutezza hai notato che “una macchina che non serve nel processo lavorativo è inutile, e inoltre cade in preda alla forza distruttiva del ricambio organico naturale. Il ferro arrugginisce, il legno marcisce. Refe non tessuto o non usato in lavori a maglia, è cotone sciupato. Queste cose debbono essere afferrate dal lavoro vivo, che le evochi dal regno dei morti, le trasformi, da valori d’uso possibili soltanto, in valori d’uso reali e operanti”.[17]



[1] K. Marx, “Critica al Programma di Gotha”, cap. primo, Editori Riuniti

[2] S. Borso, “Indicatori termodinamici per un agricoltura sostenibile”

[3] S. A. Podolinskij, “Lavoro ed energia”, p. 338, ed. PanSinMor

[4] N. Georgescu-Roegen, “Energia e miti economici”, Bollati Boringhieri

[5] K. Marx, “Il Capitale”, libro primo, cap. quinto, par. primo

[6] C. D. Conner, “Storia popolare della scienza”, p. 59, ed. Tropea

[7] M. Ciervo, “Geopolitica dell’acqua”, p. 21, ed. Carocci

[8] N. Smith, “La natura come strategia di accumulazione di capitale”, 2007, in Socialistregister

[9] “Stazione Spaziale Internazionale”, in it.wikipedia.org; F. Valitutti, “Alla conquista dello spazio”, pp. 181-188, ed. Newton&Compton

[10] G. Genta, “La culla troppo stretta”, p. 77, ed. Mondadori

[11] M. Kaku, “Mondi paralleli”, pp. 336-337, ed. Codice

[12] G. Genta, op. cit., pp. 43 e 103, ed. Mondadori.

[13] K. Marx, “Il Capitale”, libro primo, cap. quinto, par. primo

[14] Op. cit., ibidem

[15] “In netto calo le riserve mondiali di cereali”, 19/06/2006, in www.fao.org

[16] L. Dittmer, “Liu Shaoqi and the chinese cultural revolution”, pp. 183-218-219

[17] K. Marx, op.cit., libro primo, cap. quinto, par. primo

 

CONTINUA …

 

Le leggi economiche universali. Alla ricerca di un continente perduto.

Dedicato a Karl Marx (soprannominato in famiglia “il Moro” per la sua carnagione scura).

 

Lettera di Karl Marx a L. Kugelmann, 11 luglio 1868. “Il cianciare sulla necessità di dimostrare il concetto di valore è fondato solo sulla più completa ignoranza, sia della cosa di cui si tratta, sia del metodo della scienza. Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa. E ogni bambino sa pure che la qualità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono qualità diverse, e qualitativamente definite, del lavoro sociale complessivo. Che questa necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite, non è affatto annullata dalla forma definita della produzione sociale, ma solo può cambiare  il suo modo di apparire, è self-evident. Le leggi di natura non possono mai essere annullate. Ciò che può mutare in condizioni storiche diverse non è che la forma in cui questa distribuzione proporzionale del lavoro si afferma, in una data situazione sociale nella quale la connessione del lavoro sociale si fa valere come scambio privato dei prodotti individuali del lavoro, è appunto il valore di scambio di questi prodotti.

La scienza consiste appunto in questo: svolgere come la legge del valore si impone.”

 

Karl. Marx, “Critica del Programma di Gotha”, cap. primo. “Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso (e in questi consiste la ricchezza effettiva) altrettanto quanto il lavoro, che esso stesso, è soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza-lavoro umana. E il lavoro dell’uomo diventa fonte d’uso, e quindi anche di ricchezze, in quanto l’uomo entra preventivamente in rapporto, come proprietario, con la natura, fonte prima di tutti i mezzi e oggetti di lavoro, e la tratta come cosa che gli appartiene”.

 

“Il processo lavorativo… è l’attività che ha per fine la produzione di valori d’uso, adattamento degli elementi della natura ai bisogni dell’uomo, condizione generale del ricambio organico tra uomo e natura, perenne condizione dell’umano esistere: perciò non dipende da una particolare forma di vita, ma al contrario è comune ugualmente a tutte le forme di società dell’umano esistere”. (K. Marx, Il Capitale, libro primo, cap. quinto, par. primo).

 

 

Solo alla fine di un indagine storica si “potrà stabilire le poche leggi assolutamente generali, valide per la produzione e lo scambio in genere” (F. Engels, “AntiDuhring”, pp. 157-158, Editori Riuniti).

 

F. Engels, “AntiDuhring”, p. 330. “Date le premesse sopracitate, la società non assegnerà neppure dei valori ai prodotti. Essa non esprimerà il fatto semplice che i cento metri quadrati di stoffa hanno richiesto per es. mille ore di lavoro per la loro produzione, dicendo in una maniera sciocca e assurda che essi hanno il valore di mille ore di lavoro. Certo anche allora la società dovrà sapere quanto lavoro richiede ogni oggetto di uso per la sua produzione. Essa dovrà organizzare il piano di produzione a seconda dei mezzi di produzione, ai quali appartengono, in modo particolare, anche le forze-lavoro. Il piano, in ultima analisi, sarà determinato dagli effetti utili dei diversi oggetti di uso considerati in rapporto tra di loro e in rapporto alla quantità di lavoro necessaria alla loro produzione. Gli uomini sbrigheranno ogni cosa in modo assai semplice senza l’intervento del famoso “valore””.

 Prefazione

“Il mistero delle LEU scomparse”

 

Caro Moro, esiste una sorta di “giallo” teorico nel marxismo che avrebbe potuto attirare l’attenzione anche di E. A. Poe: il mistero delle leggi economiche universali scomparse, sparite, smarrite.

Infatti nel suo AntiDuhring  proprio all’inizio della sezione dedicata all’economia politica, il tuo grande amico Engels scrisse che quest’ultima scienza risultava di natura prettamente “storica” e che doveva pertanto necessariamente partire dall’analisi delle “leggi particolari di ogni singola fase di sviluppo della produzione e dello scambio”.

Ma Engels affermò anche che, effettuato con successo tale cammino teorico, “alla fine di questa indagine” l’economia politica “potrà stabilire le poche leggi assolutamente generali valide per la produzione e lo scambio in genere”:  nella nostra terminologia, le leggi economiche universali.[1]

Quindi sussistono, a giudizio del tuo amico, delle “leggi” economiche “assolutamente generali”: il problema è che Engels non accennò quasi mai a quali fossero tali leggi economiche universali, “poche” o tante che fossero.

Engels scherzava, e ci voleva prendere in giro?

Non crediamo assolutamente a tale ipotesi anche perché, sempre nell’AntiDuhring, Engels indicò almeno in parte una di queste “leggi assolutamente generali” poche righe prima di quelle da noi già citate, sottolineando infatti che “produzione e scambio sono due funzioni diverse. Può esserci la produzione senza lo scambio, non lo scambio – che proprio per sua essenza è scambio di prodotti – senza la produzione.[2]

Se si sostituisce il termine “consumo” (ivi compreso il consumo di mezzi di produzione) a quello di “scambio”, otteniamo una delle più elementari (e tristi, negative…) leggi economiche universali, come si vedrà meglio in seguito.

Il problema e il “mistero”, caro Marx, consistono nel fatto che anche se il processo di analisi teorica sull’economia vanta circa ventiquattro secoli di storia e partì già da Aristotele, con la sua distinzione tra valore d’uso/valore di scambio e tra produzione per l’uso/produzione per il guadagno (il filosofo di Stagira riconobbe inoltre che tutte le merci sono frutto del lavoro umano, notando altresì che il denaro risulta la misura del valore), la sua messe di risultati si rivela ancora assai ridotta rispetto al processo di individuazione di leggi economiche di valore universale e che si manifestino concretamente in tutte le epoche storiche; nonostante che nella tua geniale opera “Il Capitale” esse fossero  contenute in larga parte, espresse a volte in forma assai chiara, i tuoi seguaci (più o meno degni…) si sono dimenticati di regola sia di estrapolarle che di  sviluppare almeno in parte il processo di analisi nei loro confronti, smarrendo e facendo pertanto svanire quasi completamente un “continente” ed un settore di ricerca teorico dotato anche di grande rilevanza concreta e pratica.[3]

In questo saggio cercheremo di iniziare a colmare tale gigantesca lacuna, che comprende anche le tendenze economiche, i “primati” ed i rapporti dialettici di valore universale del pensiero economico.

Per leggi economiche universali intendiamo quei nessi regolari e ripetuti di dipendenza tra fenomeni produttivi diversi,  posti in un costante rapporto dialettico di causa ed effetto e che si manifestino (anche se assumendo via via forme diverse) in tutte le formazioni economiche-sociali, del passato, presente e futuro. Partendo dal comunismo primitivo delle società paleolitiche, dall’Homo Habilis di circa 2.300.000 anni orsono, con la sua creazione dei primi utensili e della primordiale espressione della tecnologia umana, fino al (futuro) comunismo sviluppato del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”; passando via via per il modo di produzione asiatico ed i rapporti sociali di produzione schiavistici, per quello feudale e attraverso il modo di produzione capitalistico nelle sue varie fasi di sviluppo (manifatturiera, industriale, finanziario-imperialistica), oltre che per il socialismo, prima ed immatura fase di crescita del modo di produzione comunista.[4]

Tali leggi economiche universali, tra cui spicca per importanza quella del costo-lavoro, risultano essere:

–          la legge dell’erogazione gratuita e costante di valori d’uso economici da parte della Natura, che consente alla forza-lavoro umana di disporre delle condizioni materiali necessarie sia per riprodursi sul piano sociobiologico che al fine di creare valori d’uso con la praxis produttiva (=effetto): nel primo caso anche con valori d’uso “non ottenuti mediante il lavoro” (Capitale, libro primo, cap. primo, par. 1), quali ad esempio aria e fotosintesi clorofilliana, nel secondo caso fornendo materie prime ed energia, ecc;[5]

–          la legge dell’indispensabilità del lavoro umano, concausa e fattore determinante per il processo di riproduzione materiale del genere umano, dei suoi prodotti materiali di consumo e di  tutte le formazioni economico-sociali della storia passata, presente e futura della nostra specie.

–          la legge della trasformazione (necessaria e costante) di una parte del lavoro vivo in strumenti di produzione, con la derivata divisione (necessaria e costante) del  prodotto sociale complessivo tra mezzi di consumo e mezzi di produzione fin dal più remoto paleolitico (Homo Habilis e chopper);

–          la legge della dipendenza (costante e necessaria)  del consumo sia di mezzi di consumo, dal processo produttivo senza produzione, nessun consumo (produzione che può essere dovuta a terzi: creditori/produttori dei debitori/consumatori, lavoratori sfruttati, ecc.);

–          la legge del costo-lavoro, per cui il costo di qualunque bene/servizio già inventato viene  determinato dalla quantità/qualità di lavoro globale (immediato/mediato) socialmente necessario a riprodurlo/copiarlo (non a crearlo ex-novo), indipendentemente dalla presenza/assenza di rapporti di scambio rispetto ai beni e dalla presenza/assenza di plusprodotto: quantità di lavoro che “a sua volta si misura con la sua durata temporale”, come rilevavi giustamente nel Capitale, dipendendo a sua volta in ultima istanza dalla “forza produttiva del lavoro”;

–          la legge dell’innovazione-lavoro, per cui il costo di qualunque bene/servizio prodotto ex-novo (o migliorato sensibilmente) dalla creatività umana è determinato dal lavoro socialmente necessario a produrlo per la prima volta, in modo indipendente dalla presenza/assenza di rapporti di scambio dei beni e dalla presenza/assenza di plusprodotto;

–          la legge dell’ammortamento-lavoro, per cui il lavoro in precedenza accumulato nei mezzi di produzione e nelle materie prime/fonti energetiche si trasferiscono e cristallizza nel costo-lavoro globale dei beni prodotti, in base al suo logorio nel corso del processo di produzione;

–          la legge del costo della forza-lavoro, per cui serve una quantità determinata (variabile a seconda del periodo storico, dell’area geografica, ecc.) di mezzi di consumo per assicurare il processo di riproduzione di “buona qualità” (Marx) della forza-lavoro e della sua prole: sotto tale soglia, si assiste al deterioramento delle capacità fisico-intellettuali dei produttori diretti, più o meno intenso e veloce a seconda dei casi concreti;

–          la legge della riparazione-lavoro, per cui il tempo di lavoro socialmente necessario per la riparazione e pulizia degli oggetti di consumo e produzione si aggiunge costantemente al costo-lavoro globale di questi ultimi;

–          la legge del trasporto-lavoro, per cui al costo di produzione-lavoro immediata di un oggetto va aggiunto necessariamente il tempo di lavoro socialmente necessario per trasportare il bene dove viene utilizzato concretamente, (con l’ovvia eccezione del trasporto-zero);

–          la legge dell’asimmetria costante tra il costo-lavoro e l’innovazione-lavoro tra il tempo necessario socialmente per produrre ex-novo un bene e quello invece necessario per riprodurlo;

–          la legge del “Rasoio di Occam” dell’utilità, per cui qualunque bene-servizio non contiene alcun reale né costo-lavoro (indipendentemente dal tempo di lavoro necessario per riprodurlo/produrlo ex-novo) se non ha allo stesso tempo un utilità sociale, anche minimale;

–          la legge della “distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite” (Marx, lettera a Kugelmann del 1868),  date volta per volta, tra settore della produzione di mezzi di produzione e settore di produzione dei mezzi di consumo, tra  il fondo di lavoro accumulato negli strumenti di produzione ed il lavoro vivo;

–          la legge dell’aumento di bisogni materiali e culturali dell’uomo, in conseguenza dell’incremento del livello qualitativo di sviluppo del processo produttivo e delle conoscenze tecnico-scientifiche (protoscientifiche) applicate al processo produttivo;[6]

–          la legge dell’usura/logoramento determinato in modo costante dalla “forza distruttriva” (Marx) della Natura contro tutte le opere e forze produttive del genere umano, a partire dalla forza-lavoro e dalla sua longevità/efficienza;

–          la forza-lavoro ha “ la dote di natura” (Marx) di conservare costantemente il costo-lavoro del fondo dei diversi mezzi di produzione (fissi-circolanti) proprio trasformandoli ed utilizzandoli nel processo produttivo, impedendo il tal modo che il “logorio” inevitabile provocato dalla Natura distrugga via via il lavoro vivo in essi contenuto (libro primo del Capitale capitolo sesto);

–          la legge della dipendenza costante della (variabile) produttività sociale umana principalmente dal livello (variabile) di sviluppo della scienza (protoscienza) e tecnologia,  ivi compreso il Know-how espresso via via dalla forza-lavoro umana, a partire dai primi “chopper” creati dall’Homo Habilis più di due milioni di anni orsono;

–          la legge della dipendenza del costo-lavoro di ciascun oggetto d’uso, in qualunque epoca storica, dal grado variabile di produttività sociale via via raggiunto dalla forza-lavoro nelle diverse fasi storiche. Sussiste una proporzionalità inversa tra produttività generale del lavoro sociale e costo-lavoro: tanto maggiore risulterà tale produttività generale, tanto minore diventerà il costo-lavoro dei diversi oggetti d’uso;

–          la legge della dipendenza (costante e necessaria) della produzione di pluslavoro-surplus (plusvalore, nel modo di produzione capitalistico) da un livello qualitativo sufficientemente avanzato e da una “soglia critica” di sviluppo della produttività del lavoro sociale: senza disporre almeno di tale grado minimo/indispensabile (rivoluzione produttiva del neolitico, ecc.), il lavoro umano non può produrre pluslavoro ed un surplus costante, accumulabile con relativa facilità;[7]

–          la legge della trasformazione costante di una parte (variabile) del lavoro sociale in lavoro complesso e potenziato, capace di erogare nello stesso tempo di lavoro molte più energie psicofisiche del lavoro semplice e non-qualificato, secondo proporzioni stabilite da regole generali caratteristiche della formazione della forza-lavoro umana;[8]

–          a legge generale della ricchezza sociale: la quantità di valore d’uso, di ricchezza materiale a disposizione delle diverse società e formazioni economico-sociali rappresenta costantemente una variabile dipendente della quantità generale di lavoro in esse disponibili, moltiplicata per la produttività sociale di quest’ultima;

–          la legge del costo unitario nella produzione in serie, per cui il costo unitario di ogni singola unità prodotta è dato costantemente dalla divisione tra costo totale e quantità di beni prodotti; pertanto all’aumentare della produzione, se il costo totale non varia, il costo unitario diminuirà (e viceversa, in caso di diminuzione della produzione);

–          la legge del circolo virtuoso tecnologico, per cui una determinata massa critica di scoperte tecnologiche di grande portata innesca sempre la crescita del processo produttivo e degli scambi economici, aumento che a sua volta favorisce un ulteriore sviluppo della tecnologia;

–          la superiorità scientifica (protoscientifica) e tecnologica determina costantemente ed in modo necessario, fin dai tempi del confronto tra Homo sapiens e Neanderthal, un migliore processo di riproduzione economico (a partire dall’incremento della forza-lavoro) dei segmenti di società umane che godono di tale supremazia, più o meno prolungata nel tempo.;[9]

–          la legge della progettazione-lavoro: una delle forze motrici costanti e necessarie del processo produttivo consiste in un progetto cosciente per lo svolgimento delle attività produttive, o nella copiatura/riproduzione cosciente di un modello elaborato in precedenza (Marx, l’ape e l’architetto).

Oltre alle leggi economiche universali vanno sottolineati i megatrend, e cioè i processi economici di lungo periodo che non assumono tuttavia un carattere universale e necessario per la loro assenza in certe società, per la presenza carsica di controtendenze e periodi di stagnazione/regres-so in altre. Tali megatrend risultano essere:

–          la tendenza generale alla sostituzione crescente dell’impiego di forza-lavoro umana da parte dei mezzi di produzione sociali, dai chopper del lontano paleolitico fino ai robot e supercomputer che ci hanno permesso di diventare una specie iperpotente e l’unica, tra miliardi vissute finora sulla Terra, ad acquisire le capacità tecnologiche;

–          la tendenza generale allo sviluppo delle forze produttive e del derivato grado di controllo umano sulle dinamiche naturali, potenzialmente capaci nel futuro di esaltare le potenzialità umane in tutte le sfere (iperabbondanza di energia, modifica profonda del DNA di molte specie viventi e dello stesso uomo, viaggi iperstellari, terraformazioni di pianeti a partire da Marte, ecc.). Il megatrend in esame determina l’accrescimento progressivo del numeratore MP (mezzi di produzione) rispetto al denominatore L (lavoro umano) nella frazione MP/L, che esprime a sua volta il rapporto generale fra i due componenti socioproduttivi della polarità dialettica in via d’esame;[10]

–          la tendenza alla crescente sostituzione dell’energia muscolare umana con l’utilizzo delle forze motrici extra-umane (dal fuoco alla fusione nucleare) in campo produttivo;

–          il “rendimento crescente” e la tendenza all’aumento della produttività del lavoro sociale umano, a sua volta collegata al progressivo sviluppo qualitativo del “lavoro universale”;

–          l’incremento tendenziale del livello di sviluppo protoscientifico/scientifico della nostra specie, applicato via via al processo produttivo;

la tendenza generale del lavoro umano a creare un pluslavoro/surplus  costante ed accu-

mulabile, una volta superata una soglia minimale critica: rivoluzione neolitica e creazione                        dell’agricoltura/allevamento, come base materiale indispensabile;

–          la tendenza alla minimizzazione del costo-lavoro nel processo di produzione dei diversi beni/servizi, e cioè il massimo risparmio possibile della forza-lavoro necessaria per un dato obiettivo/processo produttivo;

–          la tendenza alla massimizzazione del risultato/output produttivo, a parità di erogazione di forza-lavoro e mezzi di produzione: alias l’impulso alla massimizzazione dell’efficienza produttiva;

–          la tendenza al progressivo riequilibrio tra cambiamento (a volte regresso) della popolazione da un lato, e cambiamento (a volte regresso) delle risorse naturali/produttive disponibile dall’altro;

–          la tendenza all’equilibrio nella distribuzione sociale del lavoro, alla sua divisione relativamente stabile tra produzione di mezzi di produzione e produzione di mezzi di consumo;[11]

–          la tendenza del genere umano a creare progressivamente una “praxisfera” di matrice produttivo-tecnologica, a fianco della geosfera/biosfera. Una “praxisfera” capace col tempo,  specialmente a partire dalla rivoluzione agricola del “rosso” collettivistico neolitico, di generare e riprodurre, come scrisse già nel 1924 il grande scienziato sovietico V. I. Vernadskij, “una nuova ed enorme forza geochimica sulla superficie del nostro pianeta. L’equilibrio nella migrazione degli elementi, che si era stabilito in lunghi  tempi geologici, è infranto dall’intelletto e dall’attività degli uomini. Adesso, con tale indirizzo ci troviamo in un periodo di mutamento delle condizioni di equilibrio termodinamico all’interno della biosfera”.  (“Lineamenti di geochimica”, 1924)

Per quanto riguarda invece i “primati” universali in campo economico, essi riguardano:

–          il primato attuale della Natura (Sole, Terra, ecc.) rispetto al lavoro umano nel processo sociale di produzione di ricchezza e valore d’uso: ad esempio, per fabbricare delle stazioni orbitali autosufficienti a disposizione dell’intero genere umano, servirebbe un Pil mondiale superiore di alcune decine di migliaia di volte all’attuale;

–          il primato della Natura (ivi compresa la fisiologia umana) sulla praxis umana nel processo logoramento/distruzione, sia dei mezzi di produzione che della forza-lavoro umana;

–          il primato della scienza (protoscienza) e tecnologia sulle altre fonti di produttività sociale (mezzi di produzione, organizzazione del lavoro, ecc.): alias la centralità delle informazioni scientifiche-protoscientifiche e tecnologiche, a partire da quelle nella produzione di mezzi di produzione (i primitivi chopper, sementi agricole, ecc.);

–          il primato della progettualità/praxis sulle abitudini e istinti di specie, come evidenziato proprio dal tuo parallelo tra l’ape e l’architetto nel  Capitale, caro Marx;

–          il primato della praxis produttiva umana (=la sovracitata praxisfera) nel determinare i processi di trasformazione della geosfera/biosfera terrestre, almeno a partire dal luglio del  1945.[12]

Rispetto invece agli inscindibili rapporti universali che emergono all’interno del processo di produzione umana, essi sono composti dalle seguenti coppie dialettiche formatesi tra:

–          mezzi di produzione/lavoro, alias polarità dialettica tra fondo di produzione accumulato/ lavoro vivo;

–          produzione/consumo;

–          fondo di consumo/fondo di produzione accumulato;

–          produzione di mezzi di produzione (settore A) e produzione di mezzi di consumo (settore B);

–          fondo di produzione fisso (strumenti di produzione utilizzabili ripetutamente) e fondo di produzione circolante (materie prime e mezzi di produzione utilizzabili una sola volta);

–          risorse produttive naturali (energetiche, materie prime, terra/acqua, ecc.) e bisogni sociali;

–          riproduzione semplice/allargata del processo produttivo;

–          condizioni sociali della produzione/forze sociali dalla produzione;

–          popolazione/risorse produttive naturali disponibili volta per volta;

–          aumento della popolazione/aumento delle risorse produttive e naturali disponibili volta per volta;

–          incremento della produzione/incremento dei bisogni materiali e culturali;

–          energie psico-fisiche erogate via via nel processo produttivo e output ottenuto da quest’ultimo, volta per volta;

–          energie psico-fisiche erogate nel processo produttivo/risparmio e riduzione di tale erogazione rispetto al passato.

 

Infine si possono individuare anche le leggi economiche che si applicano solo “all’era del surplus insufficiente”, e cioè non ancora in  grado di garantire al genere umano il salto nel “regno della libertà” del comunismo sviluppato, tra le quali emergono:

–          l’effetto di sdoppiamento (una tendenza di lunga durata, che ha tratto spunto proprio dalla tua lettera a Vera Zasulich del marzo 1881), relativa alla possibilità/realtà dell’affermazione sia di rapporti di produzione collettivistici che di quelli classisti, nelle società dell’epoca del surplus;

–          la legge della creazione di un’“equivalente generale” tra i diversi beni, quando si svilupparono contemporaneamente la produzione di surplus ed i rapporti di scambio tra gli uomini e le diverse comunità del neolitico: e cioè il denaro, prima sotto forma di conchiglie/ossidiana, in seguito di bestiame, poi di metalli preziosi, di moneta metallica, ecc;[13]

–          la legge della creazione di un fondo di riserva/tesaurizzazione nell’epoca del surplus, partendo dalla presenza (più o meno ampia) di un “equivalente generale”;

–          la legge del valore-lavoro, che Engels fece risalire a circa sei millenni prima della formazione del modo di produzione capitalistico;[14]

–          la legge della domanda/offerta tipica degli scambi mercantili, all’interno di ciascuna formazione economico-sociale segnata da processi di compravendita di merci, ripetute e costanti.

Caro “Moro”, prima di entrare nel merito è necessario individuare cosa si intenda per  legge economica, oltre ai criteri generali di verifica indispensabili per effettuare un processo di enucleazione delle leggi economiche generali.

In estrema sintesi l’economia è una pratica sociale che ha per oggetto principale i multiformi processi produzione, scambio e distribuzione/consumo di beni o servizi, intesi come rapporti tra uomini mediati da “cose” (beni e servizi produttivi), mentre la scienza economica  ha come suo compito principale il processo di individuazione dello sviluppo storico, legato alla praxis umana, delle leggi economiche.[15]

A sua volta la legge economica, come si è accennato in precedenza, risulta essere il nesso costante, il legame dialettico di omogeneità e regolarità di comportamento esistente tra due fenomeni/processi diversi all’interno del campo produttivo umano, unificato da un rapporto (dialettico) di causa ed effetto tra una forza motrice ei suoi effetti costanti, di natura generale e uniformi. La legge economica costituisce un nesso necessario, generale e stabile tra fenomeni produttivi diversi, che si riproducono nel tempo.[16]

Per quanto riguarda invece le leggi economiche universali (d’ora in poi definite quasi sempre con l’acronimo LEU), il primo processo di verifica e la  prima “domanda della Sfinge” economica sulla loro esistenza effettiva consiste nell’accertare la loro presenza attiva all’interno del comunismo primitivo del paleolitico, a partire dall’Homo Habilis e dal processo collettivo di creazione delle pietre scheggiate da un solo lato, i “chopper”.

Solo se si verifica concretamente tale azione concreta si può passare ad un secondo livello di conferma/falsificazione, inteso come la previsione (ragionevolmente sicura) dell’esistenza delle LEU anche nel futuro (non-inevitabile) comunismo sviluppato, segnato dalla regola gioiosa del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Solo dopo aver superato positivamente anche questo secondo scoglio, si può passare alla terza prova della “Sfinge” economica, e cioè il processo di verifica della presenza/assenza delle LEU (o presunte tali) all’interno del processo di riproduzione delle diverse società classiste, dal modo di produzione asiatico fino a quello capitalistico.

Sempre tenendo conto, in tutti e tre momenti di verifica, che solo la pratica sociale ed il derivato materiale empirico risultano in grado di verificare la validità di una tesi e di un ipotesi teorica, come del resto rilevasti nella seconda delle “Tesi su Feuerbach” sostenendo che “la questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teorica, ma pratica. E’ nell’attività pratica che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica”.[17]

A questo punto risulta anche necessario effettuare alcune precisazioni rispetto alle LEU, al fine di cercare di evitare preventivamente inutili fraintendimenti, nei limiti del possibile.

Queste ultime, intesi come “reti” (Lenin) e strumenti necessari per la comprensione della dinamica della realtà, valgono innanzitutto solo e fino a quando continuerà (speriamo per l’eternità) il processo di riproduzione del genere umano: a differenza delle leggi della natura, esse si realizzano e manifestano concretamente solo mediante l’attività e la praxis sociale dell’uomo, oppure di altre specie capaci di arrivare al livello tecnologico, inteso come processo di produzione di strumenti attraverso altri strumenti/utensili.[18]

Le LEU, inoltre, non possono essere annullate dal genere umano, ma altresì possono essere conosciute ed impiegate dalla praxis umana (entro certi limiti per latro variabili) a suo vantaggio per soddisfare i bisogni collettivi, sia di genere materiale che culturale. Ad esempio, la LEU dell’erogazione costante di valori d’uso da parte della Natura consente alla pratica umana di utilizzare questi ultimi in quantità crescente (e con modalità produttive e più avanzate) nell’eterno “ricambio organico” tra uomo e Natura, senza il quale in “un paio di settimane ogni nazione creperebbe”, come ogni “bambino marxista” dovrebbe sapere.

Ma non solo: le Leu si manifestano in forme diverse e incontrano controtendenze particolari nelle diverse formazioni economico-sociali. Ad esempio la legge dell’indispensabilità del lavoro umano per il processo di riproduzione umana non si applica, all’interno delle società classiste (di tipo asiatico o schiavistico, feudale o capitalistico), rispetto a quella minoranza privilegiata del genere umano venuta via via in possesso delle condizioni della produzione, dei mezzi sociali di produzione e del surplus sociale, resasi in grado di sfruttare i produttori diretti-non proprietari e di vivere/consumare anche senza partecipare in alcun modo, anche indiretto, al processo produttivo.

Quarto “codicillo”: il marxismo ha di regola confuso proprio le proteiformi manifestazioni assunte via via da ciascuna LEU all’interno delle diverse formazioni economico-sociali, con l’inesistenza (presunta…) dei nessi costanti ed universali tra fenomeni economici diversi.

Si è trattata di una grave confusione tra i diversi “volti” e manifestazioni concrete assunte dalle LEU negli specifici processi di riproduzione dei diversi rapporti di produzione/distribuzione sociali (a partire dal comunismo primitivo) da un lato, e la presunta inesistenza di nessi economici universali dall’altro.

Un abbaglio comunque rimediabile, visto che come notava Sartre il marxismo è ancora nella sua fase di giovinezza teorica, ma in tale periodo i tuoi seguaci sono riusciti a dimenticare che già nella tua lettera a Kugelmann del 1868 parlavi chiaramente di “leggi naturali” (alias LEU, a nostro avviso) in campo produttivo, quale ad esempio quella della dipendenza del genere umano dal lavoro e dall’eterno “ricambio organico” tra uomo e Natura, senza il quale in “un paio di settimane ogni nazione creperebbe”, come ogni “bambino marxista” dovrebbe sapere.

Quinta precisazione: le LEU si devono manifestare, per essere tali, sia nelle formazioni economico-sociali contraddistinte dalla presenza di un surplus/plusprodotto costante ed accumulabile, sia in quelle invece segnate proprio dall’assenza di un surplus/prodotto costante ed accumulabile, come nel caso di quel lunghissimo  periodo paleolitico che (per circa 2.300.000 anni) vide il processo di riproduzione di società collettivistiche prima della genesi/comparsa del pluslavoro e dell’eccedenza sul necessario per sopravvivere.

Sesta precisazione: le LEU si devono manifestare concretamente, per essere tali, sia nelle società basate anche sulla costante compravendita di prodotti (di quantità significativa) sia nelle società al cui interno il processo di scambio di prodotti non ha giocato (o non giocherà in futuro) un ruolo significativo e regolare, duraturo nel tempo; al cui interno non sussistono merci, in altri termini, intese come oggetti multiformi che vengono scambiati, venduti e acquistati tra proprietari autonomi di questi ultimi, non legati tra loro da rapporti di subordinazione formale (come ad esempio i servi della gleba e i loro signori).

Il secondo sotto-insieme comprende sul piano temporale:

–          Due milioni e più di storia umana, dell’Homo Habilis coi suoi chopper fino al mesolitico (11.000/9000 a.C.);

–          il futuro (e speriamo lunghissimo) “regno della libertà” del comunismo sviluppato, la cui regola fondamentale consisterà proprio nella gratuità dei beni e nell’assenza di scambio di merci, ormai finite nella pattumiera della storia.

Comprende al suo interno, pertanto, il periodo più lungo nel passato del genere umano e anche del suo (possibile) futuro, se supereremo le (pericolosissime) forche caudine del passaggio epocale dal capitalismo al socialismo/comunismo.

Va anche ribadito che il comunismo sviluppato di “a ciascuno secondo i suoi bisogni” non rappresenta purtroppo ancora (e per molti decenni futuri) una realtà, rischiando di non venire mai alla luce in caso di guerra nucleare (su scala mondiale e di lunga durata). Le previsioni sul suo futuro sviluppo, pertanto, rimangono solo prefigurazioni della nostra specie.

Si potrebbe subito obiettare, da parte borghese, che il comunismo sviluppato non c’è ancora e soprattutto “non ci sarà mai” anche nel futuro, risultando solo un parto della fantasia di Marx e dei socialisti, “utopici” loro malgrado. Tuttavia considerando:

–          il fatto sicuro che il comunismo primitivo “ci sia stato”, e per più di due milioni di anni;

–          il fatto sicuro che le società “rosse” e collettivistiche del neolitico/calcolitico “ci siano state”, e per ben cinque millenni (Gerico, Catal Huyuk, Ubaid, civiltà Yangshao in Cina, ecc.), tanto da essere presi come modelli utopici dal geniale pensatore taoista Lao-Tzu;[19]

–          Il fatto sicuro che il socialismo moderno “ci sia stato” in Unione Sovietica dal 1917 al 1990, e che “ci sia” tuttora a Cuba, Vietnam ed in Cina, seppur con seri problemi e contraddizioni;

–          il fatto sicuro che il progresso tecnologico-scientifico risulta ormai inarrestabile, se non in caso di guerra nucleare e di autodistruzione dell’umanità: fusione termonucleare, Intelligenza Artificiale, DNA sintetico, super computer quantici, ecc.

Tutti questi “fatti testardi” ci portano a pensare che anche il comunismo sviluppato “ci sarà” nei prossimi secoli, se (un grosso e minaccioso se) prima non si verificherà l’incubo della guerra termonucleare.

Ma anche se, per ipotesi, il comunismo sviluppato non ci dovesse “essere mai” nel futuro del genere umano, il solo prevedere sul piano astratto che se (se…) esso “ci sarà”, nella futura dinamica umana, non potrebbe non vedere l’azione al suo interno delle diverse LEU, tale conoscenza/anticipazione rappresenta un fattore che aumenta il grado di sicurezza proprio alla presenza costante e gratuita delle LEU.

Se nel comunismo-sviluppato di matrice marxiana risultasse ineliminabile la presenza attiva delle diverse LEU; se in aggiunta queste ultime si manifestassero concretamente anche all’interno degli altri modelli alternativi di comunismo (ad esempio in quello agognato da J. Zerzan e degli anarco-primitivisti, avente per oggetto il ritorno alla raccolta-caccia del paleolitico, oppure nell’altro estremo nel “comunismo della Porsche-caviale”), tali elementi di conoscenza/previsione costituirebbero come minimo delle ulteriori prove a favore della presenza ineliminabile e del raggio d’azione omnicomprensivo delle LEU in via d’esposizione, anche se nessuna forma di comunismo-sviluppato potesse mai venire alla luce; anche se il comunismo sviluppato rimanesse “solo” una (splendida) simulazione di scenario ed uno degli esperimenti mentali di immaginazione che tanto piacevano ad Einstein.[20]

Finite le “precisazioni”, va inoltre compiuto un processo preventivo di definizione/chiarimento rispetto ad alcune categorie economiche.

Per economia intendiamo, come si è già notato in precedenza, sia il processo di produzione che quello di distribuzione/consumo di beni/servizi di natura economica. Tra tali beni/servizi rientrano anche quei valori d’uso direttamente necessari ed indispensabili per la riproduzione della principale forza produttiva, e cioè l’uomo, con le sue conoscenze e Know-how tecnologiche-scientifico: pertanto l’aria, l’acqua e la terra/suolo rientrano a pieno titolo in questa categoria, anche se il primo oggetto economico è sempre un valore d’uso gratuito, fornito costantemente e gratuitamente dalla natura per la riproduzione sociobiologica e la praxis produttiva del genere umano.

Per forza-lavoro si intende l’insieme delle capacità fisiche ed intellettuali dell’uomo, ivi comprese le conoscenze/informazioni che vengono impiegate nel processo produttivo.

Per merce si intende un bene/servizio che viene scambiato tra il possessore dell’oggetto ed un diverso possessore di un altro oggetto (e/o di denaro), senza che tra di essi vi sia alcun vincolo extra economico (come nel caso del rapporto tra servo della gleba e feudatario) che abbia effetti significativi nel passaggio di beni/servizi tra i diversi attori economici.

La produttività del lavoro sociale, la “forza produttiva del lavoro” (Marx) viene determinata molteplici circostanze, e, tra le altre, dal grado medio di abilità dell’operaio, dal grado di sviluppo e di applicabilità tecnologica della scienza, dalla combinazione sociale del processo di produzione, dall’entità e dalla capacità operativa dei mezzi di produzione e da situazioni naturali.[21]

Per pluslavoro si intende invece il tempo di lavoro che la forza-lavoro fornisce, una volta esaurito il tempo di lavoro necessario per ottenere la quantità di mezzi di sussistenza destinati alla sua riproduzione dignitosa e di “buona qualità” (Marx): nei modi di produzione classisti (asiatico o schiavistico, feudale o capitalistico) il pluslavoro viene erogato gratuitamente a favore dei proprietari dei mezzi di produzione e delle condizioni della produzione, mentre nel socialismo/comunismo sviluppato esso viene redistribuito dalla società collettivistica (a sua volta il plusprodotto/surplus costituiscono la materializzazione del pluslavoro).

Per lavoro universale “si intende ogni lavoro scientifico, ogni scoperta, ogni invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione fra i vivi in parte dall’utilizzo del lavoro fra i morti”.[22]

Il “lavoro astratto”, che esisteva già nel paleolitico, è a sua volta il lavoro sotto forma generale e a cui sono tolte  le caratteristiche speciali che differenziano un genere di lavoro dall’altro, lasciando sotto il minimo comun denominatore: l’erogazione di tempo di lavoro da parte dei produttori diretti.

Per quanto riguarda la categoria teorica di concausa nelle leggi economiche,  basta notare che se una legge risulta un nesso generale e costante tra due fenomeni diversi e ripetuti nel tempo, tra i quali uno assume il ruolo di causa e l’altro di effetto, a volte in campo produttivo l’effetto viene provocato e determinato simultaneamente da due (o più) cause e forze diverse che contribuiscono entrambe, seppur con modalità e proporzioni diverse, allo stesso risultato e sottoprodotto, sempre in forme generali e con regolarità costante.

Ad esempio sia la Natura (=materia inorganica ed organica-extraumana) che il lavoro sociale costituiscono entrambe le concause, le “cause combinate” (costanti e generali) sia del processo di riproduzione sociobiologico del genere umano che della creazione di valori d’uso, di “oggetti utili” usati ed appropriati dalla nostra specie.

A loro volta anche le cicliche crisi da sovrapproduzione, tipiche del capitalismo, costituiscono la risultante di una molteplicità di fattori produttivi: asimmetria crescente tra aumento della produzione di mezzi di consumo e l’incremento del potere d’acquisto reale delle masse popolari, ma anche caduta tendenziale del saggio di profitto, carattere anarchico del processo di produzione nel modo di produzione capitalistico a livello generale, asimmetria di sviluppo tra diversi settori produttivi, ruolo di catalizzatore assunta dalla “speculazione”, ecc.

Per costo economico si intende invece il costo intrinseco/oggettivo dei diversi oggetti d’uso e servizi, che viene determinato dall’insieme di risorse (a partire dalla forza-lavoro) destinate via via alla produzione di questi ultimi: pertanto il costo economico di un oggetto/servizio risulta  oggettivo proprio perché distinto sia dalla valutazione soggettivo dell’utilità dei vari beni d’uso, che dai rapporti di scambio (valori di scambio, prezzi di mercato, ecc.) che si possono sviluppare nel tempo tra i diversi oggetti del consumo umano, ivi compresi i mezzi di produzione.

Per quanto riguarda invece la genesi del processo di sviluppo della nostra specie, la storia propriamente umana è iniziata solo quando i nostri predecessori riuscirono ad inventare degli strumenti di lavoro attraverso l’utilizzo di altri mezzi materiali (= i primi chopper, pietre scheggiate da  un solo lato), creando in tal modo la prima forma di (rozza e rudimentale) tecnologia in quello che  risulta “l’anno zero” della nostra specie.

Sicuramente l’Homo Habilis, che si distacca sensibilmente dai protominidi-australopitechi anche per alcune sue caratteristiche fisiche, riuscì a creare in modo continuato i chopper fin da circa 2.300.000 anni orsono, nelle grotte di Oldurai; altri studiosi hanno inoltre avanzato l’ipotesi che l’Australopithecus garhi, un protominide con una capacità cranica di circa 450 cm3, fosse riuscito a creare i primi strumenti in pietra lavorati circa 200.000 anni prima dell’Homo Habilis e 2.500.000 anni fa (sito di Bouri, Etiopia).

Se tale ipotesi dovesse essere confermata, si potrebbe retrodatare “l’anno zero” della nostra specie introducendo un altro nostro antenat precedente di centinaia di migliaia di anni all’Homo Habilis, e fare iniziare la storia – anche economica e tecnologica – umana con un certo anticipo rispetto ai dati conosciuti in precedenza, mediante la presenza dell’Australopithecus garhi: per il momento teniamo ancora come anno-zero il processo di creazione di utensili iniziato con l’Homo Habilis, circa 2.300.000 anni orsono.

E’ appena il caso di ribadire che nel paleolitico (ma anche in buona parte delle società del neolitico/calcolitico) vigeva un regima collettivistico ed egualitario. Come ha riconosciuto anche lo studioso C. B. Standford, “in molte popolazioni di cacciatori-raccoglitori la divisione del bottino è al cuore stesso della caccia. La condivisione della carne corrisponde a un modello in cui l’individuo dà a coloro che gli stanno intorno e che in altre società potrebbero essere considerati di status superiore. Questa generosità è stata spesso messa in relazione alla natura egualitaria delle società di cacciatori-raccoglitori, dove la modestia è il generale consenso hanno più valore della ricerca dello status:

Supponiamo che un uomo sia stato a caccia. Non è che deve tornare a casa e annunciare con fare da spaccone: “ho preso una cosa grossa nella boscaglia!” Prima si siederà in silenzio, finché io o qualcun altro non andremo vicino al suo focolare e chiederemo: “hai visto qualcosa oggi?” Al che lui replicherà senza scomporsi: “Mmm, non sono fatto per la caccia. Non ho visto proprio niente […] solo roba piccola, forse”. A questo punto rido dentro di me, perché so che ha abbattuto una grossa preda.

Fra i !Kung e gli Hadza, anche il migliore dei cacciatori deve essere modesto. L’umiltà è una forte tradizione culturale in quasi tutte le società di cacciatori-raccoglitori. Questa è un’estensione della natura egualitaria di tali culture. I tentativi di usare la propria abilità nella caccia come lasciapassare per soddisfare ambizioni sociali vengono solitamente accolti con una severa opposizione, sono messi in ridicolo e si scontrano con gli sforzi del gruppo tesi a far vergognare chi cerca di promuovere se stesso. Il tutto è preceduto da abbondante sarcasmo e numerose frecciate verbali da parte degli altri cacciatori. La condivisione della carne è un aspetto di questo egalitarismo. La carne non viene necessariamente distribuita nell’intento di migliorare il proprio status sociale. Invece, le persone con le quali si condivide sembrano essere, in una certa misura, in posizione di vantaggio poiché possono arringare chi condivide e, nel farlo, manipolare il comportamento. Nella società dei cacciatori-raccoglitori non esistono maschi alfa, in altre parole non c’è un maschio dominante di rango elevato che decida che cosa farà e dove andrà il gruppo”.[23]

Deve essere infine sottolineato che, almeno rispetto alla più importante LEU, la legge del costo-lavoro, l’accumulazione di materiale empirico a sostegno della sua presenza su scala universale si collegherà al processo di critica della teoria marginalista, con le sue (presunte) leggi eterne ed il (reale) ruolo di “dobermann teorico” utilizzato dalla borghesia in campo economico contro il marxismo, a partire dal 1871 e dopo la sconfitta dell’eroica Comune di Parigi, del primo “assalto al cielo” operaio da te difeso (non in modo acritico) con tanto vigore, caro Marx.

 

 

 



[1][1] F. Engels, “AntiDuhring”, pp. 157-158, Editori Riuniti

[2] Engels, op. cit., p. 158

[3] K. Polanyi, Lla grande trasformazione”, p. 70, ed. Einaudi; R. L. Meek, “Studi sulla teoria del valore-lavoro”, p. 274, ed. Feltrinelli; I. Robbins, “La misura del mondo”, p. 65, ed. Ponte alle Grazie; F. Engels, “AntiDuhring”, pp. 243-244, Editori Riuniti.

[4] Xu He, “Trattato di economia politica”, vol. primo, p. 14, ed. Mazzotta.

[5] K. Marx, “Critica al Programma di Gotha”, cap. primo, Editori Riuniti

[6][6] K. Marx, “Il Capitale”, op. cit., libro terzo, cap. 48

[7] K. Marx, op. cit., libro primo, cap. primo, par. secondo

[8] J. Eaton, “Economia politica”, pp. 42-43, ed. Einaudi

[9] V. I. Lenin, “La grande iniziativa”, luglio 1919

[10] H. Grossmann, “Il crollo del capitalismo”, p. 5, ed. Jaka Book

[11] S. Coehn, “Bucharin e la rivoluzione bolscevica”, p. 113, ed. Feltrinelli

[12] V. Vernadskij, “La biosfera”, pp. 18-21, ed. Red

[13] J. Eaton, op. cit., p. 37

[14] F. Engels, “Considerazioni supplementari”, dalla prefazione del terzo libro del Capitale del 1894

[15] F. Engels, “AntiDuhring”, p. 157, Editori Riuniti

[16] C. Supino, “Il carattere delle leggi economiche”, in Autori Vari – Rivista di scienze – vol. primo

[17] K. Marx, “Tesi su Feuerbach”, marzo 1845

[18] V. I. Lenin, “Quaderni filosofici”, p. 151, ed. Feltrinelli

[19]Needhan, “Scienza e civiltà in Cina”, vol. secondo, p. 104, ed. Einaudi; L. V. Arena, “La filosofia cinese”, p. 36, ed Rizzoli

[20] J. Zerzan, “Futuro primitivo”, p. 56, ed. Nautilus

[21] Karl Marx, op. cit., libro primo, cap. primo, par. primo

[22] Op. cit., libro terzo, cap. quinto, par. quarto

[23][23] C. B. Standford, “Scimmie cacciatrici”, pp.163-164, ed. Garzanti