Archivi del mese: aprile 2013

Cina 2012: potere d’acquisto reale + 9% rispetto al 2011

Secondo i dati forniti dall’Ufficio Nazionale di Statistica, i redditi reali e il potere d’’acquisto reale dei lavoratori urbani cinesi sono aumentati di ben il 9,6% nel 2012 rispetto all’anno precedente, dopo essere stati depurati dal tasso d’inflazione raggiunto in Cina sempre nel 2012 (circa il 3% annuo): in sostanza l’incremento del potere d’acquisto reale di operai e impiegati, al netto dell’inflazione, ha superato anche la crescita del Pil cinese nel 2012, a sua volta risultata pari al 7,8% (nell’anno scorso il Pil cinese ha raggiunto quota 8.200 miliardi di dollari).

A loro volta: redditi reali dei contadini cinesi, sempre, al netto dell’inflazione, sono aumentati nel corso del 2012 di più del 10% su base annua, incremento che ha lievemente superato quello invece raggiunto nelle aree urbane.

Altro dato interessante: seguendo un trend che continua ormai costantemente dal 2008, anche nel 2012 è calato leggermente il differenziale tra i redditi dei cinesi nella città, oltre alle divergenza di potere d’acquisto tra zone rurali e urbane.

Il tutto mentre nel reale capitalismo di stato italiano, anche nel corso del 2012, sono calati sensibilmente i salari reali di operai e impiegati, simultaneamente a un ulteriore incremento delle differenze paurose di reddito/proprietà tra i super-ricchi italiani e i lavoratori dipendenti/disoccupati…

Fonte: “Personal incomes growing faster than GDP”, 21 gennaio 2013, in english.peopledaily.com.cn

Relazione del libro Microsoft o Linux

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la relazione del libro “Microsoft o Linux? Scienza, tecnologia ed effetto di sdoppiamento, che è stato presentato presso il Centro culturale Concetto Marchesi a Milano.

Erano presenti Bruno Casati presidente del C.C.C.M, Marco Dal Toso, coord. Associazione Giuristi Democratici, Marco Brignoli ingegnere informatico del partito comunista del Canton Ticino (Svizzera) e Daniele Burgio autore del libro.

 

Marx affermò giustamente che «l’economia effettiva» – il risparmio – «consiste in un risparmio di tempo di lavoro».Cercherò,quindi, di far risparmiare tempo ed energie a tutti, sintetizzando in modo schematico il contenuto di questa mia relazione.

 

Prima di leggerla, un brevissimo riassunto sull’effetto di sdoppiamento, che è poi la base portante,nonché lo schema teorico che regge lo scritto che presentiamo stasera.A questo proposito prendo in prestito le parole di Bruno quando dice: Un concetto di sdoppiamento che innerva le ricche pagine (di Sidoli, Leoni e Burgio), che è perciò squadernato sotto gli occhi di tutti. Ovviamente se lo si vuole vederee se i popoli dell’occidente, a partire da quello italiano, non sono ancora oppiati del tutto.…

 

Per meglio capire cos’è e come si sviluppa l’effetto di sdoppiamento, vi rimando ai capitoli 6/7/8, del libro

“I rapporti di forza” di Roberto Sidoli. Intanto qualche osservazione preliminare:

 

Secondo la concezione tradizionale ed “ortodossa” del materialismo storico rispetto alla storia universale, quest’ultima può essere paragonata ad una grande e lunga strada a senso unico, anche se composta da alcune diramazioni secondarie che in seguito si ricollegano al sentiero principale, oltre che da una serie di vicoli ciechi che vengono abbandonati, più o meno rapidamente.

In questa prospettiva storica, la “grande strada” è formata nella sua essenza da vari segmenti interconnessi, seppur ben distinti tra loro: comunismo primitivo/comunitarismo del paleolitico, fase del modo di produzione asiatico; periodo schiavistico; fase feudale; epoca capitalistica e, infine, socialismo/comunismo.Ma essa era ed è considerata tuttora un tracciato  predeterminato, qualunque “viaggiatore” e società potevano/possono anche prendere delle “scorciatoie” ma alla fine, volenti o nolenti, erano/sono costretti a rientrare nel sentiero di marcia principale e nelle sue variegate, ma obbligate tappe di percorso.

In base ai dati storici allora a conoscenza di Marx ed Engels, fino al 1883-95, questa era probabilmente l’unica visione complessiva del processo di sviluppo della storia universale che poteva essere genialmente elaborata a quel tempo ma, proprio dopo il 1883-95, tutta una serie di nuove scoperte ed avvenimenti storici portano a preferire una diversa concezione generale della dinamica del genere umano.

 

Per quel che riguarda invece la teoria dell’effetto di sdoppiamento bisogna invece immaginare una “grande strada” che, dopo un lunghissimo segmento (fase paleolitica e mesolitica) di scorrimento, si trovi di fronte improvvisamente ad un “grande bivio” e ad una gigantesca biforcazione: da tale bivio partono e si diramano due diverse ed alternative strade, che conducono a mete assai dissimili, senza alcun obbligo a priori per i “viaggiatori” di scegliere l’una o l’altra.

Ma non basta. Non solo non vi è più una sola strada obbligata di percorso, ma – a determinate condizioni e pagando determinati “pedaggi” – qualunque  “viaggiatore” e qualunque società umana possono trasferirsi nell’altro tracciato, alternativo a quello selezionato in precedenza, cambiando pertanto radicalmente le proprie condizioni materiali di “viaggio”: la scelta iniziale di partenza “al bivio”, giusta o sbagliata, risulta sempre reversibile in tutte e due le direzioni di marcia, in meglio o anche in peggio.

Fuor di metafora, la concezione che proponiamo ritiene che subito dopo il 9000 a.C., ben undici millenni fa nell’Eurasia del periodo neolitico, con la scoperta dell’agricoltura, allevamento e artigianato specializzato, si sia creato e riprodotto costantemente fino ai nostri giorni un “grande bivio”, da cui si sono diramate due “strade”, due linee e due tendenze socioproduttive di matrice alternativa, l’una di tipo comunitario-collettivistico e l’altra di natura classista, fondata invece sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Pertanto dopo il 9000 a.C. e fino ai nostri giorni, nell’era del surplus, non sussiste alcun determinismo storico, ma altresì un campo di potenzialità oggettive su cui si possono innestare, e si innestano poi concretamente e realmente delle prassi sociali contrapposte, volte a condividere in modo fraterno mezzi di produzione/ricchezza/surplus o, viceversa, a fare in modo che essi vadano sotto il controllo e possesso di una minoranza del genere umano, in entrambi i casi con immediate ricadute anche sulla sfera politico-sociale delle diverse società.

Detto in altri termini, a parità di sviluppo qualitativo delle forze produttive e già formatisi elementi cardine quali agricoltura/allevamento/surplus costante, fin dal 9000 a.C. per arrivare ai nostri giorni era possibile che si sviluppasse sia l’egemonia di rapporti di produzione collettivistici, che quella alternativa di matrice classista: un effetto di sdoppiamento nel quale nulla era/è tuttora scritto a priori, nei libri mastri della Storia.

Una situazione di “sdoppiamento”, potenziale/reale, valida nel 9000 avanti Cristo ma anche nel 2013 della nostra era, valida nell’8999 a.C., ma anche nel prossimo anno e nei prossimi decenni: uno stato di sdoppiamento ed un’alternativa radicale nei rapporti di produzione possibili e praticabili sul piano storico, che da undici millenni esclude a priori qualunque forma di determinismo storico e di metafisica basata sul “progresso inevitabile” del genere umano.

 

La relazione di questa sera riguarda invece il movimento antagonista/economista rispetto alla scienza/tecnologia.

 

Fino al 1960/68, l’atteggiamento prevalente nei rivoluzionari era quello di una valutazione positiva della scienza/tecnologia, anche se collegati alla critica feroce (allo stesso tempo con un lato dialettico correlato) dell’utilizzo capitalistico della scienza/tecnologia, dell’uso delle macchine e del “lavoro universale”: il marxiano “lavoro universale”, inteso come sinonimo della combinazione scienza/tecnologia, delle conoscenze produttive e gnoseologiche via via accumulate dalla nostra specie da 2.300.000 anni orsono, con la comparsa dell’Homo Habilis e la produzione dei primi chopper, delle prime pietre scheggiate e della tecnologia.

Basti notare che un pensatore marxista geniale come G. Lukacs, il quale nel 1923 (nella sua celebre opera “Storia e coscienza di classe”) aveva confuso tra oggettivazione del lavoro umano e alienazione capitalistica, solo sette anni dopo e nel 1930 si autocriticò duramente per tale posizione, dopo aver letto i (prima inediti e non pubblicati) “manoscritti Economico-filosofici” di Marx, scritti nel 1844, e riabilitò di conseguenza anche le scienze della natura e la tecnologia, in precedenza giudicate in “Storia e coscienza di classe” come connaturate e collegate in modo indissolubile all’organizzazione e al modo di produzione capitalistico.

Nel 1930, e ancora nel 1967 in una sua introduzione a “Storia e coscienza di classe”, Lukacs rilevò che l’oggettivazione, il produrre cioè oggetti (e conoscenze) costituisce un carattere intrinseco all’attività sociale degli uomini, al lavoro, e come tale non potrebbero essere tolte senza togliere l’uomo, mentre è l’alienazione a costituire il segno negativo che l’oggettivazione assume quando, come nella società capitalistica, la praxis/pratica sia sottoposta alla servitù del capitale.

La lettura a Mosca nel 1930, dei Manoscritti economico-filosofici di Marx appena ritrovati offre a Lukacs l’occasione per la scoperta dell’errore in cui era incorso. Così rievoca nell’Introduzione del 1967: […] ricordo ancora oggi l’impressione sconvolgente che fecero su dime le parole di Marx sull’oggettività come proprietà materiale primaria di tutte le cose e di tutte le relazioni. A essa si ricollegava la comprensione del fatto che l’oggettivazione è un modo naturale – positivo o negativo – di dominio umano del mondo, mentre l’estraneazione è un tipo particolare di oggettivazione che si realizza in determinate condizioni sociali. Con ciò erano crollati definitivamente i fondamenti teorici di ciò che rappresentava il carattere particolare di Storia e coscienza di classe. Questo libro mi divenne completamente estraneo […] D’un colpo mi fu chiaro che se volevo realizzare quegli elementi teorici che mi si presentavano davanti, dovevo ancora una volta ricominciare dall’inizio.

Il recupero della distinzione tra oggettivazione e alienazione richiede prima di tutto la riabilitazione delle scienze della natura e della tecnologia, giudicate, nel testo del 1923, connaturate all’organizzazione capitalistica della società. Non dunque, per fare un solo esempio, la macchina in quanto tale dovrà esser messa in discussione, quale responsabile dell’alienazione operaia, quanto piuttosto e soltanto l’uso che il capitalismo ne fa.Torno a dire, in sintesi, che il concetto di sdoppiamento è, oggi più di ieri, leggibile in questa coppia di esempi.

Davvero Lukacs riparte dall’inizio: fin dai primi anni Trenta egli dà inizio a una severa autocritica che giunge a piena espressione in un articolo del 1934, L’importanza di “Materialismo ed empiriocriticismo” per la bolscevizzazione dei partiti comunisti. Da questo momento fa proprie le teorie fondamentali del marxismo-leninismo, dalla dialettica engelsiana della natura, alla gnoseologia del “rispecchiamento”, recuperando anche alcuni punti fondamentali dello stesso pensiero marxiano, come la fondazione economica della concezione della storia e la categoria del lavoro. Questo, riscoperto nella sua funzione di mediatore del ricambio organico della società con la natura, costringe a riconsiderare il complesso rapporto tra storia e natura che nel 1923 era rimasto  come soffocato da un concetto della praxis ancora idealistico e soggettivistico.

Il problema, care compagne/i, è che dopo il 1960/68, in buona parte della sinistra antagonista e del movimento comunista occidentale si sono riprese le (errate, sbagliate, autocriticate dallo stesso Lukacs) posizioni “tecnofobiche” di “Storia e coscienza di classe” già estremizzate da Adornoe Horkheimer nel 1947 con la loro “Dialettica dell’Illuminismo”.

Rinacque, in sostanza, la “tecnofobia di sinistra” che si collegò tra l’altro spesso a una critica dello stesso Marx, considerato viziato da un’“illuministica fiducia nella tecnologia e nella scienza”, oltre che del socialismo deformato di matrice sovietica.

Per fare un solo esempio tra i tanti possibili, prendiamo Horkheimer e l’ultimo esito del suo pensiero, consegnato e cristallizzato in scritti quali “La nostalgia del totalmente Altro” (1970), la società di transizione e Studi di filosofia della società (1972) e, infine, Taccuini (1950-1969). In essi Horkheimer procede a un rifacimento sostanziale della “teoria critica della società”, segnato dall’abbandono ormai dichiarato del punto di vista marxista. Il giudizio è senza appello:l’errore di Marx consiste nel supporre che all’allargarsi della razionalità nella società, cosa che egli identifica con il più efficace padroneggiamento della natura, siano legati la libertà vera e reale e lo sviluppo di tutti gli uomini.

Al contrario, per questa sua illuministica fiducia nella tecnologia e nella scienza, anche il socialismo congiura all’avanzata della “Burocrazia totalitaria”: l’URSS ne è l’evidente riprova.

E’ caduta per sempre, pensa Horkheimer, la fiducia che gli uomini possano realizzare la loro piena liberazione dalla barbarie dell’attuale civiltà, attraverso il rivoluzionamento dell’esistente; anzi, è da credere che la pur “dubbia democrazia” vigente nel mondo occidentale sia preferibile alla dittatura che conseguirebbe da un suo rovesciamento. Le ambizioni riformatrici si ridimensionano al punto che la prospettiva cui guarda la nuova teoria critica non sembra andare oltre i confini del vecchio liberalismo: “assicurare l’autonomia personale al maggior numero possibile di uomini”.

Proponiamo pertanto a questo punto a questa assemblea, come spunto di discussione attuale e “bruciante”, delle sue ragioni di esistenza (a partire dai reali insuccessi del socialismo deformato di matrice sovietica) le code davanti ai negozi in una nazione che mandava Gagarin nello spazio, ecc. e delle sue conseguenze disastrose per la stessa sinistra, per il movimento comunista occidentale.

Il terzo anello della nostra relazione riguarda, sempre come stimolo alla discussione, il ruolo importantissimo e quasi primordiale svolto dal processo di accumulazione di conoscenze (di varia natura, ivi comprese quelle scientifiche e tecnologiche) nel genere umano, svolto dal processo di accumulazione di informazioni/previsioni rispetto al futuro.

In un bel libro di David Linden (un neuroscienziato statunitense di fama internazionale), intitolato “La bussola del piacere”, si crea una connessione addirittura tra piacere e acquisizione di informazioni/conoscenze, partendo da esperimenti scientifici effettuati con i nostri “cugini” di specie, le scimmie.

Linden, a pag. 168 del suo lavoro, ha affermato infatti che “noi esseri umani ci nutriamo di informazioni. Adoriamo le notizie, il gossip, le dicerie e, cosa ancor più importante, ogni informazione che riguardi il nostro futuro. Inoltre, una serie di studi condotti da economisti e psicologi ha confermato quello che abbiamo già imparato dall’esperienza: vogliamo quelle informazioni subito, non un minuto più tardi.

Anche le scimmie hanno questo desiderio di sapere cosa riservi il loro futuro? E se è così, bisogna capire se queste informazioni attivino gli stessi neuroni dopaminergici che vengono eccitati da stimoli intrinsecamente piacevoli come il cibo e l’acqua. In altre parole, le informazioni riguardanti il futuro sono di per sé piacevoli?

Questioni che furono affrontate nel corso di una serie di esperimenti condotti da Ethan Bromberg-Martin e OkihideHikosaka, presso il National EyeInstitute di Bethesda, in Maryland. I ricercatori insegnarono a due scimmie assetate come eseguire un semplice compito decisionale: sul lato destro e sinistro di uno schermo comparivano due bersagli, la scimmia doveva sceglierne uno spostandoci sopra lo sguardo e poi, dopo un attesa di qualche secondo, riceveva un premio che corrispondeva a una grande o piccola ricompensa d’acqua. Non importava, però, quale bersaglio la scimmia scegliesse, le ricompense erano dispensate in modo casuale e con una frequenza complessivamente identica. L’elemento di svolta in questo esperimento consistette nel fatto che la scelta di uno dei due bersagli visivi portava alla successiva comparsa di un segnale visivo (un simbolo la cui forma era indicativa del calibro della ricompensa in arrivo), mentre alla scelta dell’altro bersaglio seguiva l’apparizione di un segnale casuale (che non aveva alcun significato o valore predittivo). Pertanto, in questo progetto sperimentale non importava che la scimmia scegliesse di ottenere informazioni in anticipo o un simbolo privo di significato, poiché avrebbe avuto comunque la stessa  possibilità di ottenere la ricompensa d’acqua più consistente, e dopo un identico periodo di attesa.

Proprio come gli uomini, quando veniva data loro la possibilità di scegliere, le scimmie decidevano di ricevere informazioni sul futuro. Nel corso di circa 10 test, entrambe le scimmie scelsero quasi sempre il bersaglio foriero di informazioni. Registrando nei soggetti l’attività dei singoli neuroni, si scoprì che il tasso di attivazione di questi neuroni aumentava brevemente quando le scimmie vedevano il simbolo che prediceva la somministrazione di una grande  quantità d’acqua; al contrario, in corrispondenza del simbolo che prediceva una piccola quantità d’acqua, si registrava una breve attenuazione del tasso d’attivazione. Fu interessante notare come, dopo alcuni giorni di test, questi stessi neuroni risultavano eccitati in quelle sessioni in cui alle scimmie veniva mostrato solo il bersaglio che indicava un informazione imminente, mentre venivano inibiti quando veniva mostrato loro il bersaglio che indicava l’arrivo di simboli casuali e non informativi. Insomma, gli stessi neuroni dopaminergici che segnalavano la prevista quantità di piacere derivante dall’acqua, segnalano la previsione di un informazione, pure quando quest’informazione non è di alcuna utilità. Le scimmie dunque (e presumibilmente  anche gli esseri umani) traggono piacere dall’informazione in sé.

Con questa relazione, speriamo di aver offerto  spunti utili alla discussione.

Grazie a tutti dell’attenzione.

 

Redazione La Cina Rossa.

 

Xi Jinping e la superiorità del socialismo cinese

“Il nostro sistema sarà migliorato e la superiorità del nostro sistema socialista risulterà pienamente dimostrata, attraverso un futuro luminoso”: parole chiare, quelle pronunciate dal compagno Xi Jinping a metà novembre del 2012, poco dopo essere stato eletto segretario del Partito Comunista Cinese (PCC).

Durante una visita al Museo Nazionale della Cina, Xi Jinping ha evidenziato anche la prospettiva generale del “China Dream” mostrando che “noi” (i comunisti e il popolo cinese) “sicuramente completeremo il processo di una costruzione di una società moderatamente prospera quando il PCC celebrerà il suo centenario” (nel luglio del 2021) “e trasformeremo la Cina in un moderno stato socialista che sia prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato” entro il 2021.

Sempre sotto questo aspetto il compagno Xi Jinping ha sottolineato che “credo fermamente che il grande sogno del rinnovamento della nazione cinese”, dopo l’aggressione colonialista iniziata nel 1840, “diventerà una realtà concreta”.

Ottimismo rispetto al futuro della Cina, e simultaneamente piena fiducia nel socialismo con caratteristiche cinesi. Il nuovo Presidente della Repubblica Popolare Cinese aveva infatti ribadito “dobbiamo avere una ferma sicurezza nella nostra via, nelle nostre teorie e nel nostro sistema… Dobbiamo sostenere senza alcuna deviazione il socialismo con caratteristiche cinesi”.[1]



[1] “Profile. Xi Jinping: pursuing dream for 1.3 billion chinese”, in english.peopledaily.com.cn