Archivi del mese: giugno 2013

Il dragone rosso in orbita

Partendo dal centro spaziale di Jiuquan l’11 giugno del 2013, l’astronave cinese Shenzhou-10 ha raggiunto con successo l’orbita spaziale portando a bordo tre cosmonauti tra i quali emerge la presenza di una donna, la compagne WangYaping.

Nello spazio lo Shenzhou-10 si è collegata con un aggancio automatico alla stazione orbitale cinese in via di progressivo allargamento denominata Tiangong-1, a bordo della quale i tre cosmonauti cinesi compiranno tutta una serie di esperimenti scientifici e di brevi fuori uscite nello spazio cosmico; per una missione della durata di quindici giorni.

Come hanno notato anche alcuni analisti occidentali, si tratta di un nuovo tassello della lungimirante strategia di Pechino tesa nei prossimi anni alla esplorazione umana della Luna, ponendo la Cina al primo posto mondiale in questo settore tecnologico-scientifico di grande importanza strategica.

Fonte: “Spazio: partita missione Shenzhou-10, la più lunga nella storia della Cina”, 11 giugno 2013, in it.euronews.com

L.E.U cap. 4 “Il costo-lavoro indiretto”

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la prima parte del capitolo quarto del nuovo libro “Le Leggi Economiche Universali” sperando di aprire un utile dibattito sugli importanti temi del marxismo.

Grazie a tutti e buona, lettura.

Redazione la Cina Rossa.

 

 

 

Le Leggi Economiche Universali

CAPITOLO QUARTO

“Il costo-lavoro indiretto”

 

 

Prima parte.

 

Caro Marx, nel tuo splendido opuscolo “Salario, prezzo e profitto”, avevi sottolineato come all’interno del processo di produzione/scambio di merci, in particolare nel sistema capitalistico, durante il “calcolo del valore di scambio di una merce, alla quantità di lavoro impiegato per i mezzi di lavoro, di strumenti, le macchine, i fabbricati, necessari per realizzare il lavoro. Per esempio, il valore di una certa quantità di filati di cotone è la cristallizzazione della quantità di lavoro che è stato aggiunto al cotone durante il processo di filatura, della quantità di lavoro già precedentemente realizzata nel cotone stesso, della quantità di lavoro incorporata nel carbone, negli oli e nelle altre sostanze ausiliarie impiegate, e della quantità di lavoro fissata nella macchina a vapore, nei fusi, nell’edificio della fabbrica, e così via. I mezzi di lavoro veri e propri, gli strumenti, le macchine, gli edifici sono sempre utilizzati di nuovo, per un tempo più o meno lungo, nel corso di parecchi processi produttivi. Se essi venissero consumati in una sola volta, come la materia prima, tutto il loro lavoro sarebbe trasmesso immediatamente alla merce che essi aiutano  a produrre. Ma poiché un fuso, per esempio, si logora soltanto poco a poco, si fa  un calcolo medio sulla base della sua durata media, o del suo consumo o logorio medio, o del suo logorio in tempo indeterminato, in un giorno, poniamo. In questo modo si calcola quanto del valore del fuso passa nel cotone filato in un giorno, e quindi, quanto della quantità totale di lavoro che è incorporato, per esempio, in una libbra di filo di cotone è dovuto alla quantità di lavoro precedentemente realizzata nel fuso. Per lo scopo che ci interessa non è necessario che ci soffermiamo più a lungo su questo punto.”[1]

Anche estrapolando dall’analisi della produzione di tipo mercantile sempre ed in ogni caso ciascun bene non esprime solo un suo costo-lavoro diretto ed immediato, determinato “da ultimo” (Marx) dal lavoro vivo impiegato nel processo produttivo immediato e diretto contatto con il prodotto “finito” (mezzi di consumo o mezzo di produzione, poco importa per questa materia), ma anche e simultaneamente un costo-lavoro indiretto, che influisce tuttavia sul costo-lavoro globale e che a sua volta è determinato dalla combinazione dialettica tra:

1)      il costo-lavoro formato sia dall’usura progressiva dei mezzi di produzione che dalle materie prime ed energie consumate integralmente nel corso del processo produttivo;

2)      il costo-lavoro determinato dalla pulizia/manutenzione e riparazione dei mezzi sociali di produzione;

3)      il costo-lavoro determinato dal tempo di lavoro socialmente necessario per trasportare un bene/servizio nel posto di utilizzo.

Pertanto la settima LEU prevede che l’usura subita dai mezzi fissi di produzione in termini di costo-lavoro (concausa) si trasferisca costantemente ed aumenta il costo-lavoro globale del bene attraverso di essi (=effetto) in base a precise regole di funzionamento, come del resto avviene per l’altra concausa, formata dal fondo di produzione circolante (materia prima/materiali ausiliari/energie) lavorato dalla praxis umana (escludendo pertanto “terra, vento, acqua, ferro nel filone legname nella foresta vergine, ecc.).

Caro Moro, tu rilevasti nel primo libro del Capitale rispetto ai mezzi di produzione ed alle materie prime che “il valore” (di scambio nel capitalismo, il costo-lavoro per la globalità dei modi di produzione) “trapassa” e si trasferisca costantemente dal mezzo di produzione al “prodotto” del processo produttivo, sia per i mezzi di produzione fissi che per quelli circolanti, (carbone, “oli col quale si unge l’asse della ruota”, ecc.) “il valore, astrazion fatta della sua rappresentazione puramente simbolica nei segni di valore, esiste soltanto in un valore d’uso, in una cosa. (L’uomo stesso, considerato come semplice esiste di forza lavorativa, è un oggetto naturale, una cosa, se anche cosa vivente e autocosciente, e il lavoro stesso è espressione in cose di quella forza). Quindi, se va perduto il valore d’uso, va perduto  anche il valore. I mezzi di produzione non perdono il loro valore simultaneamente alla perdita del valore di uso, perché, di fatto, attraverso il processo lavorativo essi perdono la forma originaria del valore d’uso soltanto per raggiungere nel prodotto la forma d’un altro valore d’uso. Ma se per  il valore è importante esistere in qualche valore d’uso, è altrettanto indifferente quale sia il valore d’uso nel quale esso esiste, come mostra la metamorfosi delle merci. Da ciò segue che nel processo lavorativo si ha trapasso di valore dal mezzo di produzione al prodotto solamente in quanto il mezzo di produzione perde, assieme al suo valore d’uso indipendentemente, anche  il suo valore di scambio; esso dà al prodotto solo il valore che perde come mezzo di produzione. Ma sotto questo riguardo i fattori oggettivi del processo lavorativo si comportano in maniera differente.

Il carbone col quale si riscalda la macchina scompare senza lasciar traccia, come pure l’olio col quale si unge l’asse della ruota, e così via. Il colore e altri materiali ausiliari scompaiono, ma si manifestano nella qualità del prodotto. La materia prima costituisce la sostanza del prodotto, ma ha mutato la propria forma. Dunque, la materia prima e i materiali ausiliari perdono la forma indipendente con la quale sono entrati, come valori d’uso, nel processo lavorativo. Altrimenti per i mezzi di lavori veri  e propri. Un attrezzo, una macchina, l’edificio d’una fabbrica, un recipiente ecc. servono nel processo lavorativo solo finché conservano la loro forma originaria e, domani, tornano nel processo lavorativo proprio nella forma che avevano ieri. Essi conservano la loro forma indipendente di fronte al prodotto così durante la loro vita, che è il processo lavorativo, come anche dopo la morte. I cadaveri delle macchine, degli attrezzi, degli edifici da lavoro ecc. continuano ad esistere separati dai prodotti che avevano contribuito a produrre. Ora, se consideriamo l’intero periodo durante il quale un mezzo di lavoro del genere presta servizio, dal giorno del suo ingresso nell’officina fino al giorno del suo esilio nel deposito dei rifiuti, durante questo periodo il valore d’uso è stato consumato completamente dal lavoro, quindi il suo valore di scambio è trapassato completamente nel prodotto. Per esempio, se una filatrice meccanica è vissuta dieci anni, il suo valore complessivo è trapassato durante il decennale processo lavorativo nel prodotto del decennio. Il periodo di vita d’un mezzo di produzione comprende dunque un numero grande o piccolo di processi lavorativi che si son continuamente tornati a ripetere con esso. E per i mezzi di lavoro succede come per gli uomini. Ogni uomo va morendo di ventiquattro ore al giorno. Ma a prima vista non si riconosce precisamente in nessun uomo di quanti giorni egli sia già avanzato verso la morte. Però questo non impedisce alla società d’assicurazione sulla vita di trarre dalla durata media della vita degli uomini conclusioni sicurissime e, quel che è molto più, assai profittevoli. Altrettanto vale per mezzi di lavoro. Si sa, per esperienza, quanto resiste in media un mezzo di lavoro, per es. una macchina d’un certo tipo. Posto che il suo valore d’uso nel processo lavorativo duri soltanto sei giorni, essa perde in media un sesto del suo valore d’uso ogni giornata lavorativa, e quindi cede un sesto del suo valore al prodotto giornaliero. A questo modo si calcola il logoramento di tutti i mezzi di lavoro, quindi la loro perdita, per es. giornaliera, il valore d’uso e la loro corrispondente cessione di valore al prodotto.

Così è chiaro e lampante che un mezzo di lavoro non cede mai al prodotto più valore di quanto ne perda nel processo lavorativo attraverso la distruzione del proprio valore d’uso. Se non avessimo valore da perdere, cioè se non fosse anche esso prodotto di lavoro umano, non cederebbe nessun valore al prodotto. Sarebbe servito a formare valore d’uso, senza servire a formare valore di scambio; questo dunque è  il caso di tutti i mezzi di produzione dati in natura, senza intervento umano: terra, vento, acqua, ferro nel filone, legname nella foresta vergine ecc.”[2]

Sempre nello stesso capitolo del Capitale, avevi, sottolineato che i “mezzi di produzione traferiscono valore” (costo-lavoro in essi accumulati, che si trasforma in valore-lavoro in ambito capitalistico).

“Nella nuova forma di prodotto solo in quanto durante il processo lavorativo perdono valore nella forma dei loro vecchi valore d’uso. Il massimo di perdita di valore che essi possono subire nel processo lavorativo è evidentemente limitato dalla grandezza del valore iniziale con la quale sono entrati nel processo lavorativo, ossia dal tempo di lavoro richiesto  per la loro propria produzione. Dunque i mezzi di produzione non possono mai aggiungere al prodotto più valore di quanto ne posseggano indipendentemente dal processo lavorativo al quale servono. Per quanto utile possa essere un materiale da lavoro, una macchina, un mezzo di produzione: se costa 150 sterline, dicansi cinquecento giornate lavorative, esso non aggiungerà mai più di 150 sterline al prodotto complessivo alla cui formazione esso serve. Il valore è determinato non mediante il processo lavorativo nel quale trapassa come mezzo di produzione, ma dal processo lavorativo dal quale proviene come prodotto. Nel processo lavorativo esso serve soltanto come valore d’uso, come cosa con proprietà utili, e quindi non darebbe nessun valore al prodotto, se non avesse posseduto valore prima della sua immissione nel processo.

Mentre il lavoro produttivo trasforma mezzi di produzione in elementi costitutivi di un nuovo prodotto, il loro valore subisce una metempsicosi: trasmigra dal corpo consumato nel corpo di nuova formazione. Ma questa metempsicosi avviene, per così dire, alle spalle del lavoro reale. L’operaio non può aggiungere nuovo lavoro, dunque non può creare nuovo valore, senza conservare valori vecchi, poiché deve aggiungere il lavoro sempre in forma utile determinata e non lo può aggiungere in forma utile senza fare dei prodotti mezzi di produzione di un nuovo prodotto, trasferendo così il loro valore nel nuovo prodotto. Dunque, conservare valore aggiungendo valore è una dote di natura della forza-lavoro in atto, del lavoro vivente; dote di natura che non costa niente all’operaio, ma frutta molto al capitalista: gli frutta la conservazione del capitale esistente. Finché gli affari van bene, il capitalista è troppo sprofondato nel far plusvalore per vedere questo dono gratuito del lavoro. Ma le interruzioni violente del processo lavorativo, le crisi, glie lo fanno notare in maniera tangibile.

Quel che si logora, in genere, nei mezzi di produzione è il valore di uso, consumando il quale il lavoro crea prodotti. Di fatto, il loro valore non viene consumato e quindi non può neppur esser riprodotto: viene conservato, ma non perché nel processo lavorativo si compia un operazione con esso, ma perché il valore d’uso nel quale esso inizialmente esiste, scompare, certo, ma scompare in un altro valore d’uso. Il valore dei mezzi di produzione torna quindi a presentarsi nel valore del prodotto, ma, parlando con esattezza, non viene riprodotto. Quel che viene prodotto è il valore d’uso, nel quale si ripresenta il vecchio valore di scambio.”[3]

La “dote di natura” della “forza lavoro in altro” è del “lavoro vivente” costituisce un’altra delle LEU e di quella “parte” di cui ci avevi fornito la chiave d’accesso, caro Moro: ma torniamo alla settima legge stabilendo la distinzione generale tra mezzi di produzione fissi e mezzi di produzione circolanti (materie prime, energia che contribuisce al processo produttivo, materiali ausiliari).

Per mezzi di produzioni fissi si intendono gli strumenti di produzione che non si consumano immediatamente ed in una sola volta nel processo produttivo, entrando pertanto a far parte subito dell’oggetto prodotto sotto forme “trasfigurate” (Marx), ma che invece conservano per un periodo di tempo più o meno lungo la loro “forma d’uso autonoma” in qualità di “fattori del processo lavorativo”.

Analizzando il capitale costante, notasti a proposito del processo produttivo capitalistico e del capitale costante che “una parte del capitale costante mantiene la determinata forma d’uso con la quale entra nel processo di produzione, di fronte ai prodotti alla cui  formazione contribuisce. Per un periodo più o meno lungo, dunque, in processi sempre ripetuti essa compie sempre di nuovo le stesse funzioni. Così ad esempio, stabilimenti, macchine ecc., in breve tutto ciò che riassumiamo sotto la denominazione di mezzi di lavoro.”[4]

Si tratta del “capitale fisso” intesa come quella “parte di capitale costante che assume” tale forma: e risulta subito facile ampliare tale definizione sotto la denominazione di mezzi di produzione fissi analizzando le sue concrete forme di manifestazione anche in un ambito non-capitalistico.

Ad esempio, rispetto al modo di produzione comunista-primitivo tale categoria comprende soprattutto:

–          i chopper in pietra/selce, fin dai tempi dell’Homo Habilis e circa 2.300.000 anni orsono;

–          le amigdale, utensili in pietra lavorate sui due lati;

–          minuscoli raschiatoi;

–          le asce di pietra e le mazze, come quelle usate ai nostri giorni di raccoglitori/cacciatori degli yanomamo;

–          i rami resi appuntiti e sfrondati per migliorare la raccolta di tuberi e radici;

–          i bastoncini utilizzati per produrre artificialmente il fuoco, a fini venatori o per affumicare la carne, come del resto le pietre di pirite di ferro adoperate a tali scopi;

–          le lance con punte di  pietra/osso usate per attività di caccia;

–          le fionde;

–          i bulini ed i grattatoi;[5]

–          gli aghi per cucire le vesti fatte di pelli di animale;

–          le pale e vanghe in legno;

–          il fuoco utilizzato per la lavorazione delle pietre, per riscaldare la selce o per appuntire gli oggetti in legno;[6]

–          i propulsori per le lance;

–          reti per la caccia e la pesca, armi per quest’ultima attività;

–          arco, corda e frecce usate per attività venatoria;

–          lampade ad olio per trasformare  il fuoco ove necessario;

–          ceste per il trasporto procurati per la raccolta/caccia;

–          traini in legno rudimentali, sempre a tale scopo;

–          zattere in legno per trasporto acqueo.[7]

L’elenco dei componenti della categoria dei mezzi di produzione fissi si è via via molto arricchito, passando dall’epoca primitiva al neolitico (agricoltura/allevamento) ed in seguito all’era delle società classiste…

Per quanto riguarda invece i mezzi di produzione circolante, caro Moro, proprio tu indicasti nel corso del minuzioso processo di analisi del modo di produzione capitalistico che al suo interno risultava “capitale circolante o fluido” tutto ciò non era invece compreso nel capitale fisso.

“Al contrario, tutte le altre parti costitutive materiali del capitale anticipato nel  processo  di produzione, in  opposizione ad essa costituiscono: capitale circolante o fluido.

Una parte dei mezzi di produzione – cioè quelle materie ausiliare che vengono consumate dai mezzi di lavoro stessi durante la loro funzione, come il carbone dalla macchina a vapore; o che semplicemente contribuiscono al processo, come il gas illuminante ecc. – non entrano materialmente nel prodotto. Soltanto il loro valore costituisce una parte del valore del prodotto. Nella sua prima circolazione il prodotto fa circolare il loro valore. Ciò essi hanno in comune con il capitale fisso. Ma in ogni processo lavorativo in cui entrano vengono consumati interamente e devono perciò essere interamente sostituiti, per ogni nuovo processo lavorativo, da nuovi esemplari della stessa specie. Nella loro funzione non conservano la loro forma d’uso autonoma. Durante la loro funzione neppure una parte del valore-capitale rimane fissata nella loro antica figura d’uso, nella loro forma naturale. La circostanza per cui questa parte delle materie ausiliarie non entra materialmente nel prodotto, ma entra soltanto, in  base al suo valore, come parte di valore nel valore del prodotto, e il fatto ad essa connesso che la funzione di queste materie è strettamente legata entro la sfera della produzione,  introdotto erroneamente e con economisti come Ramsay (che insieme scambiano capitale fisso e capitale costante) ad applicare ad esse le categorie del capitale fisso.”[8]

Passando dal capitalismo al “rosso” paleolitico, i principali mezzi di produzione circolanti risultavano essere all’interno di quest’ultimo:

–          la pietra utilizzata per produrre i chopper;

–          la selce (selezionata con cura) utilizzata per produrre i chopper;

–          le ossa di animali utilizzate per costruire gli strumenti di caccia e di raccolta (ossa di renna e di cavalli selvatici sono state ritrovate in grandi quantità già nella caverna di Zhoukudian, abitata dai clan del paleolitico fin da 470.000 anni orsono);

–          il fuoco utilizzato per cuocersi e conservare/essiccare le carni, che contribuiva direttamente al processo produttivo assieme al materiale combustibile;

–          il legno nei suoi multiformi utilizzi lavorativi, dalle ceste fino agli archi;

–          la resina e/o le ossa bollite degli animali, per creare colla per la punta delle lance;

–          il grasso animale per alimentare le lampade in pietra;[9]

–          l’ossidiana, il quarzo e la calcite;

–          i granuli di arenaria usati per ottenere un effetto abrasivo rispetto agli strumenti di caccia/raccolta.[10]

Solo dopo aver effettuato questa distinzione generale tra i prodotti del lavoro sociale del genere umano, fin dai suoi primordi del paleolitico, si può passare infine all’esame della settima LEU, che prevede innanzitutto che i mezzi di produzione fissi cedono/perdono costantemente una parte del costo-lavoro, del lavoro socialmente necessario per riprodurli ai prodotti base alla cui formazione essi contribuiscono, in base a precise e costanti regole.

Esse partano dal calcolo della durata media di un mezzo di produzione fisso e dal tempo di lavoro necessario per riprodurli ai prodotti base alla cui formazione essi contribuiscono a precise e costanti regole.

Esse partono dal calcolo della durata media di un mezzo di produzione fisso e dal tempo di lavoro necessario per produrlo in precedenza, oltre che della quantità di prodotti via vi creati con l’ausilio diretto del mezzo (dei mezzi) di produzione in oggetto nel suo tempo di “vita”.

L’usura relativa di quest’ultimo risulterà pari al tempo di lavoro necessario per produrlo, diviso la sua durata media temporale (poniamo 10 ore di lavoro per produrre un chopper, che duri dieci giorni: il chopper pertanto si logorerà di un ora-lavoro al giorno); il costo-lavoro creato dall’usura risulterà invece proporzionale alla perdita giornaliera di costo-lavoro del mezzo di produzione fissa (1 ora al giorno, abbiamo presupposto) divisa a sua volta per il numero di oggetti d’uso creati ogni giorno attraverso l’utilizzo del mezzo di produzione fisso. Se ad esempio il chopper lavorava un chilogrammo di carne al giorno, cederà di un ora di lavoro-usura a tale quantità, di oggetto di consumo; se ne avesse invece lavorate due, avrebbe ceduto al medesimo prodotto mezz’ora di lavoro-usura, e così via riducendo (o aumentando) il numero dei prodotti, e/o il tempo di usura e/o il tempo-lavoro necessario per la riproduzione del mezzo di produzione fisso.

L’azione oggettiva svolta dalla settima LEU all’interno del periodo paleolitico viene dimostrata sul piano soggettivo dall’attenzione costantemente rivolta dai clan raccoglitori-cacciatori ancora presenti nel mondo contemporaneo (San, aborigeni australiani) nel produrre mezzi di produzione fissi che si conservano e durino il più possibile nel tempo: l’esperienza quotidiana insegnerà infatti loro come un amigdala o un boomerang che si rompono subito e costantemente un modo irrecuperabile costituiscono dei pessimi “affari” come investimento di tempo-lavoro rispetto ai loro omologhi che durino invece un numero notevole di impieghi lavorativi.

Un ulteriore elemento di prova in questo senso viene fornito anche dall’attenzione costante manifestata dai clan di raccoglitori-cacciatori ancora operanti nel mondo contemporaneo rispetto alla preservazione preventiva dei mezzi di produzione fissi che sono costati una quantità non irrilevante di fatica/lavoro, attraverso le regole elementari di non lasciarli in balia di condizioni atmosferiche avverse (come la pioggia, e l’umidità notturna, ecc.) e di non lasciarli rovinare dal più o meno uso regolare.[11]

I paleontologi hanno tra l’altro notato che le savane africane in cui l’Homo Habilis costruì i suoi primi chopper risultavano spesso povere di materiali adatti a costruire strumenti in pietra: per tale motivo gli ominidi li consideravano probabilmente così utili che non li abbandonavano facilmente, ma preferivano portarli con se anche per lunghi tragitti. Questo avrebbe richiesto senza dubbio una discreta capacità di pianificazione, per quanto, dopo tutto non sia necessaria allo scopo un intelligenza molto superiore a quella dimostrata dagli attuali scimpanzé.[12]

Passando invece alle società classiste per la “seconda domanda della sfinge” economica, non sei stato certo solo tu, caro Moro, ad indicare che il capitale fisso “cede valore al prodotto nella proporzione in cui perde, assieme al proprio valore d’uso, il proprio valore di scambio. Questa cessione di valore o questo trasferirsi di tale mezzo di produzione nel prodotto alla cui formazione esso coopera, viene determinata mediante un calcolo di media, essa viene cioè misurata secondo  la durata media della sua funzione, dall’istante in cui il mezzo di produzione entra nel processo di produzione, fino all’istante in cui esso è interamente consumato, estinto, e deve essere sostituito o riprodotto un nuovo esemplare della stessa specie.”[13]

Infatti anche la normale e quotidiana contabilità capitalistica, aliena da qualunque simpatia per il pensiero economico (e non solo) di matrice comunista, ha costantemente riconosciuto – a  modo suo, certo – il fenomeno della cessione di valore dovuto al logorio del capitale costante attraverso il procedimento generale dell’ammortamento.

Secondo la definizione (comune e condivisa) di ammortamento e di quota di ammortamento, esso risulta un procedimento con il quale un costo pluriennale viene ripartito tra gli esercizi di vita utile del bene, facendolo partecipare per quote alla determinazione del reddito dei singoli esercizi. Infatti, quando un azienda acquista un bene destinato ad essere utilizzato per più anni, ad esempio un macchinario, il relativo costo sostenuto viene ripartito in funzione del numero di anni per l’acquisto in tante quote quanti sono gli esercizi nei quali il macchinario sarà presumibilmente impiegato. Se così non fosse il costo verrebbe imputato interamente nell’esercizio in cui viene acquistato, disattendendo il principio della competenza economica dei componenti.

Rispetto al  processo di calcolo delle quote di ammortamento, di solito il diritto economico di matrice capitalistica impone delle regole generali che quasi sempre comprendono:

–          il costo storico di acquisizione del bene, che comprende anche eventuali oneri accessori;

–          il valore presunto di realizzo al termine della durata utile del bene per l’azienda, che è spesso uguale a zero;

–          il valore da ammortizzare, dato dalla differenza fra il valore storico ed il presunto valore di realizzo;

–          la vita utile del bene, espressa in anni o in mesi e che viene ipotizzata sulla base della sua durata fisica e della sua utilità tecnico-economica;

–          il criterio di suddivisione del tempo delle quote da ammortizzare: matematici o quote costanti o decrescenti, elastici in base alle effettive esigenze aziendali, economici fissati di anno in anno in base alla residua possibilità di futuro utilizzo del bene, ecc.

Hanno imparato anche da Marx, si potrebbe dire in modo provocatorio, a calcolare le quote di ammortamento…

Se si prende in esame invece la futura società comunista-sviluppata (oltre ovviamente alla sua fase immatura, e cioè il socialismo), proprio nella tua Critica del programma di Gotha avevi sottolineato come dal prodotto sociale globale la struttura politico-economica collettivistica dovrà effettuare, in modo preventivo, una specifica “detrazione” che riguarda/riguarderà proprio il fondo di ammortamento.

Del resto se invece esso non considerasse  il costo-lavoro creato dall’usura e logorio progressivo dei mezzi di produzione fissi, la tremenda penitenza per tale “dimenticanza” ipotetica sarebbe proprio la distruzione progressiva  e la “naturale” comparsa finale di produzione fissa non reintegrati e non sostituiti, dopo un periodo di tempo più o meno lungo ma su scala “solo” decennale nel migliore dei casi, visto che in genere dopo una trentina di anni gran parte dei macchinari e mezzi di trasporto si trasforma in inutili ammassi di ferro, silicio, alluminio.

Finora il processo di analisi ha avuto per oggetto i mezzi di produzione fissi (capitale fisso, in ambito capitalistico): per quanto riguarda invece il consumo di mezzi di produzione circolanti (capitale circolante o fluido, sempre in ambito capitalistico) il loro costo-lavoro fluisce integralmente ed entra completamente all’interno del costo globale degli oggetti (mezzi di produzione e/o di consumo) che vengono via via prodotti attraverso il loro consumo, rientrando integralmente nel costo-lavoro degli oggetti per la cui produzione essi sono stati consumati e “sacrificati”.

Se per produrre carne essiccata, ad esempio, i clan paleolitici dovevano spendere un ora di tempo-lavoro al fine di raccogliere la legna e accendere/alimentare la fiamma che occorreva a tal fine, tale ora-lavoro si sommava alla rimanente massa di tempo necessaria per produrre (cacciare e lavorare) la carne animale; a sua volta al costo globale di produzione del prodotto finale (informazioni) dei supercomputer moderni deve essere aggiunto anche il costo-lavoro avente per oggetto l’energia necessaria per farlo funzionare e mantenere bassa e stabile la temperatura nei luoghi di produzione, che entra integralmente nella somma totale del dispendio di energia psico-fisica erogata dalla forza-lavoro in tale settore produttivo.

Sempre in relazione al tema in via di esposizione, va sottolineato come al costo lavoro diretto e immediatamente necessario per riprodurre i diversi strumenti di produzione vadano aggiunti anche i costi lavoro per la carsica riparazione e pulizia di questi ultimi, e cioè il tempo di lavoro socialmente per la carsica manutenzione dei mezzi di produzione fissi, a partire dai primitivi chopper fino ai supercomputer moderni: alias per riprodurli-riutilizzarli anche in caso di incidenti e guasti, secondo una media generale che viene astratta via via dall’esperienza concreta.

La combinazione tra la materialissima attività produttiva e la continuazione della “forza distruttiva” della Natura descritta in precedenza rende tale praxis di manutenzione non solo assolutamente necessaria per la riproduzione nel tempo del valore d’uso degli strumenti di produzione, ma anche contraddistinta da una sua regolarità media di applicazione, diversa ovviamente a secondo dei mezzi di produzione fissi interessati: ovviamente gli eventuali interventi rendono più frequente l’azione di riparazione degli strumenti di produzione.

Nel capitale avevi scritto giustamente che “il capitale fisso tuttavia richiede anche, per il suo mantenimento, un effettivo dispendio di lavoro. Ogni tanto le macchine vanno pulite.”[14]

Analizzando sempre il modo  di produzione capitalistico, caro Moro, avevi notato che la carsica attività di riparazione non ha per oggetto la normale ed inevitabile usura che colpisce costantemente i “mezzi di lavoro, come macchine, edifici, ecc. Una macchina in riparazione non funziona come mezzo di lavoro, ma come materiale di lavoro. Con essa non si fa lavoro, ma è essa che viene lavorata, per aggiustare il suo valore d’uso. Per il nostro scopo, questi lavori di riparazione si possono sempre pensare come inclusi nel lavoro richiesto per la produzione dei mezzi di lavoro. Pertanto del logoramento che non può esser curato da nessun datore e che porta a poco a poco alla morte, di quella specie di logoramento che non può essere riparato ogni tanto e che, nel caso di un coltello, lo ridurrebbe all’ultimo in quello stato che farebbe dire al coltellinaio: non merita una nuova lama.”[15]

In questo passo ipersintetico, caro Moro, eri riuscito a specificare che siamo in presenza di un settore di lavoro (quello di riparazione/pulizia) il cui dispendio di energie psico-fisiche va aggiunto via via nel tempo, in forma indiretta ma in ogni caso sempre necessaria (“sempre pensare come inclusa”) al costo-lavoro globale per la riproduzione dei mezzi di produzione dilatata nel tempo.

Si tratta pertanto di una nuova LEU, di un nesso generale e costante tra il costo-lavoro necessario per la manutenzione dei mezzi di produzione ed il costo globale di questi ultimi che non limiti certo il suo campo di applicazione alla formazione economico-sociale capitalista, ma si manifesta costantemente ed in modo universale in qualunque processo di formazione del costo-lavoro globale, a partire dal carsico processo di pulizia e riparazione dei più antichi chopper ed amigdale del primissimo paleolitico.

In ogni caso i lavoratori addetti a tali mansioni (ivi compresi quelli impiegati per le pulizie dei luoghi di produzione) nelle società industriali e post-industriali rientrano a pieno titolo nella categoria dei lavoratori produttivi, in senso marxiano.[16]

Anche la pratica produttiva del settore dei trasporti non solo contribuisce ad aumentare il costo-lavoro globale della riproduzione dei diversi oggetti d’uso, in proporzione dell’erogazione di lavoro vivo e di mezzi di trasporto usurati a tale scopo, ma determinata la formazione della nona LEU. Essa infatti prevede che il costo-lavoro necessario per trasportare un pezzo (o persona) nel suo posto di utilizzo produttivo (=causa) determini costantemente e necessariamente un aumento del costo globale necessario per riprodurre/utilizzare l’oggetto d’uso, a partire dal paleolitico fino alla futura società comunista-sviluppata.

Descrivendo le regole di funzionamento del settore dei trasporti (“l’industria dei trasporti”), sempre nel Capitale avevi subito notato che già in epoca precapitalistica ed in assenza di scambi generalizzati di merci “l’industria dei trasporti aveva una parte importante, ad es. nel regno degli Incas, sebbene il prodotto sociale non circolasse come merce e neppure fosse distribuito mediante il baratto.”[17]

 

Continua…


[1] K. Marx, “Salario, prezzo e profitto”, Editori Riuniti

[2] K. Marx, “Il Capitale”, op. cit., cap. sesto

[3]K.  Marx, op. cit.

[4] K. Marx, op. cit., libro secondo cap. ottavo, par. 1

[5] A. Broglio e J. Kozlowsky, “Il paleolitico”, p. 240, ed. Jakabook

[6] C. Perles, “Preistoria del fuoco”, p. 132, ed. Einaudi

[7] J. Keegan, “La grande storia della guerra”, pp. 95-97, ed. Rizzoli

[8] K. Marx, Il Capitale, libro secondo, cap. ottavo, par 1

[9] C. D. Conner, “Storia popolare della scienza”, p. 79, ed. Tropea

[10] Autori Vari, “L’origine della società umana”, p. 58, in “Storia universale, vol. primo, Edizioni del Calendario

[11] A. Broglio, op. cit., p. 265

[12] J. Arsuaga, “A cena dai Neanderthal”, p. 112, ed. Mondadori

[13] K. Marx, “Il Capitale”, op. cit., libro secondo cap. 8

[14] K. Marx, op. cit., libro secondo, capitolo ottavo, par. 2

[15] K. Marx, op. cit., capitolo sesto, nota due

[16] U. Huws, “La nascita del cibertariato?” 2001, in SocialistRegister

[17] K. Marx, “Il Capitale”, vol. secondo, cap. sesto, par. terzo