Archivi del mese: luglio 2013

CAPITOLO QUINTO: Beni creativi, scienza/tecnologia e comunismo

Non è casuale che l’immaginazione operosa, la fantasia ed il sogno ad occhi aperti trasformatisi in praxis concreta, risultino almeno altrettanto importanti della conoscienza per personalità geniali quali Lenin, Lennon e Einstein.[1]

Non sussistono infatti nella storia produttiva dell’uomo solo gli oggetti già scoperti ed inventati dalla creatività e progettualità umana, che vengono pertanto prodotti e copiati dalla pratica lavorativa successiva; in base sia alla logica più elementare che all’esperienza concreta, emergono anche gli oggetti d’uso (mezzi di consumo, materie prime lavorate e mezzi di produzione) che valgono come prototipi e primi prodotti, diventando il modello-base per le (innumerevoli) copie e riproduzioni successive, oltre agli oggetti che si differenziano sensibilmente per valore d’uso e qualità intrinseca rispetto al modello-base (ad esempio i chopper lavorati su due facce rispetto a quelli monofacciali).

Entrambi i sotto-insiemi formano la categoria dei beni creativi e sono generati via via dal processo di produzione originale (ex-novo o migliorativo) di nuovi oggetti di consumo e mezzi di produzione, per la quale si applica innanzitutto una legge del costo-lavoro parzialmente diversa da quella invece regola invece il processo di riproduzione e copiatura sostanzialmente invariata dei valori d’uso già scoperti e pronti per il processo di consumo umano.

Infatti la undicesima Leu prevede rispetto ai beni creativi che il tempo di lavoro globalmente necessario per produrre ex-novo il progetto e la concretizzazione materiale del prototipo originario, oppure per migliorare sensibilmente il modello-base, rappresenti la causa costante del costo globale di tutti gli oggetti d’uso che rientrano in tale categoria, siano essi mezzi di produzione o mezzi di consumo.

A sua volta il tempo di lavoro globale socialmente necessario al fine di produrre i “beni creativi” originari viene formato dalla combinazione dialettica tra:

–          il lavoro vivo impegnato per la scienza/scoperta del progetto creativo relativa agli oggetti d’uso in via d’esame;

–          il lavoro vivo necessario “per tradurre in realtà invenzioni già fatte” (Marx, terzo libro del Capitale), per creare prototipi e renderli operativi, per acquisire esperienza e know-how su di essi;

–           il logorio dei mezzi di produzione fissi utilizzati nel processo di ricerca/scoperta dei diversi beni creativi, delle invenzioni/miglioramenti significativi dei modelli-base.

Diventa interessante rilevare come il lavoro protoscientifico-scientifico e tecnologico del passato costituisca sempre la condizione preliminare di tipo gnoseologica per i processi di produzione di “beni creativi”, ma che di regola esso è gratuito per gli “inventori”, anche se era costato una quantità variabile di tempo-lavoro di ricerca nel passato più o meno remoto, influendo pertanto sul costo-globale solo se esso rientra nei brevetti di matrice capitalistica di proprietà di persone diverse dagli “inventori”.

Ma non  aiuta solo il lavoro scientifico del passato o la creatività, in questo campo. Infatti l’esperienza produttiva e scientifica mostra con una miriade di esempi che, per creare un nuovo bene (o migliorare sensibilmente uno già in funzione), serve anche e simultaneamente molto “olio di gomito”, tempo di lavoro e mezzi materiali impiegati per costruire un prototipo e per superare le inevitabili difficoltà di impiego produttivo del prototipo: queste sono le “forche caudine” sotto cui passano tutte le invenzioni/scoperte tecnologiche, dai chopper fino alla fusione nucleare.

In ogni caso, caro Moro, proprio in un tuo passo geniale sull’“economia dovuta ad invenzioni”, contenuto nel terzo libro del Capitale avevi tra l’altro anche sottolineato “la notevole differenza di costo tra la prima costruzione di una macchina e le sue successive riproduzioni (in materia confrontare Ure e Babbagge)”. Tale necessaria e costante “notevole differenza” tra il costo-lavoro necessario per la “prima costruzione” dei diversi strumenti di produzione mezzi di consumo da un lato, e il costo-lavoro invece necessario per clonarli e riprodurli in modo invariato dall’altro, costituisce a sua volta la dodicesima LEU, secondo la quale proprio il costo-lavoro già cristallizzato e speso in precedenza per produrre il nuovo “bene creativo” (=causa) determina inevitabilmente e costantemente, nel processo di riproduzione fedele di quest’ultimo, un erogazione di tempo-lavoro sensibilmente inferiore (=effetto) alla fase precedente, mediante il meccanismo produttivo della “clonazione produttiva” e copiatura non-creativa.

Ma non solo: in presenza di una crescente produttività sociale del lavoro, qualunque oggetto (sia bene di consumo che mezzo d produzione) può essere riprodotto/copiato con un tempo di lavoro ancora minore di quello necessario in precedenza sempre per la riproduzione/copiatura. In riferimento al capitale costante nel modo di riproduzione capitalistico avevi del resto già evidenziato che “in seguito alla crescente produttività del lavoro, una parte del capitale costante esistente viene costantemente svalorizzata, conformandosi il suo valore non al tempo di lavoro che originariamente è costato, ma al tempo di lavoro con cui può essere riprodotto, e questo diminuisce costantemente con la crescente produttività del lavoro.”

Ovviamente le proporzioni concrete via via assunte dalla “notevole differenza” (Marx) tra produzione ex-novo e riproduzione invariata dei diversi beni cambiano da caso a caso, ma il nesso generale in esame risulta costante e di valore generale per tutto il processo di sviluppo della produzione sociale, a partire proprio dalla fase del paleolitico.

Risalendo infatti alla produzione creativa dei primissimi chopper da parte dell’Homo Habilis, circa 2.300.000 anni orsono, emerge subito come sussista infatti un gap di diverse migliaia di anni tra l’apparizione biogenetica dell’Homo Habilis (con il suo pollice opponibile, statura eretta) e la costruzione da parte sua dei primi chopper.[2]

Per alcune migliaia di anni, pertanto, si può presumere con ragionevole sicurezza che i nostri antenati primordiali tentarono, più o meno casualmente e occasionalmente, di creare “qualcosa di nuovo” nel e per il loro rudimentale processo produttivo, al cui interno sussisteva già (come per bonobo e scimpanzé) la manipolazione degli oggetti (le scimmie superiori usavano bastoni, lanciavano legni e sassi contro i predatori ecc.), ma non ancora la produzione di oggetti attraverso altri oggetti (=strumenti di produzione) e quindi la tecnica, patrimonio esclusivo dell’uomo.

Si può ragionevolmente immaginare almeno una quantità notevole (e frustrante) di insuccessi e tentativi falliti che espresse via via l’Homo Habilis, prima di riuscire finalmente a lavorare la pietra con successo, ottenendo con una certa sicurezza ed in modo ripetuto il primo strumento di produzione, per l’appunto il chopper.

Inoltre un enorme massa di tempo e di tentativi senza successo divise la prima fase dell’utilizzo del fuoco in modo continuo, che iniziò sicuramente in Cina attorno a 500.000 anni orsono, e la successiva produzione “artificiale” di fuoco ottenuta con successo (ripetuto…) attraverso l’accensione della fiamma mediante frizione: una pratica assai difficile da acquisire, a differenza della sua “copiatura”.[3]

Basti pensare solo al fatto illuminante per cui ancora fino a poco tempo fa uno dei popoli di cultura paleolitica arrivato ai nostri giorni, gli Andamani, non conosceva le tecniche della produzione artificiale del fuoco.[4]

Con sicurezza si può anche dedurre la differenza tra il tempo di lavoro (enorme) risultato necessario per creare la prima amigdala ed il tempo di lavoro (quasi insignificante al contrario) necessario in seguito al fine di riprodurre in modo invariato tale strumento di produzione, una volta scoperto ed inventato ex-novo.

Se infatti l’Homo Habilis usava il chopper almeno da 2.300.000 anni orsono, l’amigdala – un chopper bifacciale generalmente in selce, scheggiato e lavorato in tutti i bordi, per renderlo tagliente – venne prodotta solo da un altro ramo dell’evoluzione umana, l’Homo erectus (o ergaster) e non prima di 1.500.000 anni orsono: ben 800.000 anni di tempo, e soprattutto decine di migliaia di tentativi falliti di una nuova creazione (secondo una stima assai riduttiva) dividono i chopper dall’amigdala, la quale costituisce tra l’altro “solo” un perfezionamento (seppur assai significativo) del primo arnese da lavoro. Negli strumenti bifacciali, infatti “si riconosce la ricerca deliberata, vale a dire consapevole, di strumenti con una forma predeterminata, che in precedenza esistevano soltanto nella mente dell’autore. Marcel Otte considera un bifacciale una scultura a tutti gli effetti, senza escludere che oltre ad essere funzionale (cioè utile) corrispondesse anche a un gusto per la bellezza (a un’estetica). Questi uomini primitivi sapevano bene ciò  che tenevano in mano.

Data l’epoca cui risalgono, si ritiene che i bifacciali fossero fabbricati da Homo ergaster; inoltre, nel giacimento di Konso, Etiopia, risalente a 1,4 milioni di anni fa, si trovano associate l’Acheuleano e una mandibola di Homo ergaster.”[5]

Processi di descrizione quasi analoghi possono essere effettuati anche per gli altri strumenti di produzione creati dall’uomo nel periodo paleolitico, durante il comunismo primitivo. La “notevole differenza” tra costo-lavoro necessario per la “prima costruzione” e costo-lavoro impiegato invece per le “sue successive riproduzioni” si presentò anche e dopo il paleolitico e in modo inevitabile, viste le “cinque forme di difficoltà oggettive insite necessariamente e costantemente nel processo di creazione ex-novo di un nuovo “bene creativo”, o anche solo in una modifica significativa di un bene creativo già scoperto. Tali ostacoli hanno per oggetto:

–          Il tempo inevitabilmente necessario per acquisire nuove conoscenze originali e avere “l’idea”, per preparare il progetto del nuovo prodotto e del nuov/creativo “valor d’uso”;

–          Il tempo di lavoro inevitabilmente necessario per escogitare i mezzi e le modalità idonee per l’attuazione del  progetto, dell’idea produttiva-tecnologica di tipo innovativo;

–          Il tempo di lavoro necessario per mettere in atto i primi tentativi di utilizzo del “prototipo”;

–          Il tempo di lavoro necessario per superare le difficoltà e gli inconvenienti che insorgono quasi sempre nel processo di produzione ex-novo;

–           Il tempo di lavoro necessario per fare esperienza ed acquisire il know-how indispensabile per le modalità di utilizzo del nuovo prototipo, modifica sensibile di un modello preesistente.

Immaginare nuove dinamiche è splendido, come insegnava anche John Lennon, ma richiede tempo come del resto anche il processo di traduzione dei “sogni ad occhi aperti” (Lenin) in pratica concreta, a partire ovviamente dal settore scientifico-tecnologico e dalla praxis lavorativa.

Nel processo creativo di produzione di un nuovo bene, si producono allo stesso tempo più o meno  faticosamente anche le informazioni e conoscenze necessarie a tale scopo, il “DNA” del nuovo oggetto (mezzo di produzione o mezzo di consumo), erogando per tale fine un dato tempo di lavoro e energie che non serviranno invece in seguito per la clonazione del prototipo, creando un asimmetria inevitabile tra i due diversi processi produttivi.

La pratica e l’esperienza socioproduttiva delle società classiste, soprattutto del modo di produzione capitalistico, mostrano numerose prove a sostegno sia dell’undicesima che della dodicesima LEU.

Ad esempio N. Babbage ideò ed avviò la costruzione del primo e geniale modello sperimentale di “macchina analitica” e di protocomputer fin dal 1822, dedicando a tale scopo sia diversi anni di lavoro personale che risorse finanziarie ingenti, prevalentemente di provenienza statale: si trattò di un costo complessivo di circa 17.000 sterline, mentre per la (importantissima) inversione della locomotiva il costo era risultato pari a “solo” 784 sterline del tempo.

“Nel 1822, Babbage costruì un modello sperimentale che avrebbe dovuto avvicinarlo al suo obiettivo. Lo chiamò macchina alle differenze perché si basava sul metodo delle differenze finite, una procedura matematica che consente di determinare valori successivi di funzioni polinomiali impiegando solo l’addizione: la moltiplicazione e la divisione (operazioni notevolmente più difficili da automatizzare) non sono necessarie. Dato che, a ogni fase, il valore della funzione è calcolato sul suo predecessore, un risultato finale corretto da un elevato livello di confidenza anche sui precedenti valori…

I più ambizioso sforzi di Babbage per costruire un dispositivo da calcolo furono dedicati alla prima macchina alle differenze. Lo sfortunato progetto fu abbandonato nel 1833, dopo un decennio di ideazione, sviluppo e fabbricazione di componenti che aveva comportato spese considerevoli. Sembra che, a precipitare la decisione, sia stato un litigio fra Babbage e il suo capo tecnico. Secondo i  disegni, le dimensioni e la complessità del dispositivo risultavano monumentali: il progetto richiedeva circa 25.000 parti. La macchina montata avrebbe dovuto misurare circa due metri e mezzo di altezza, 2 di lunghezza e 1 di profondità, per un peso di diverse tonnellate. Il progetto, finanziato dal Governo britannico, risultò anche estremamente dispendioso; con l’ultimo pagamento fatto nel 1834, il costo ammontò a 17.470 sterline. In confronto, la locomotiva a vapore John Bull, costruita nel 1831, era costata in tutto 784 sterline.

Il Governo si ritirò definitivamente dal progetto nel 1842, anche in seguito al consiglio di George Bildell Airy, astronomo reale, che aveva definito “del tutto inutile” il dispositivo di Babbage. Il mancato completamento della macchina alle differenze fu il trauma più grande della carriera scientifica di Babbage che tornò a parlarne più volte nei suoi scritti, come se fosse incapace di accettare un esito così deludente.

Gli anni di lavoro dedicati alla prima macchina alle differenze produssero tuttavia un risultato valido e tangibile. Nel 1832, il capo tecnico montò una piccola parte del dispositivo, consistente in circa 2000 componenti, a scopo dimostrativo. Questa sezione della macchina incompiuta è uno degli esempi più belli di meccanica di precisione dell’epoca e funziona tuttora in modo impeccabile. Costituisce la prima macchina da calcolo automatico che si conosca. Al contrario delle calcolatrici da tavole dell’epoca, la macchina alle differenze – una volta avviata – non richiedeva  l’intervento di un operatore competente e si potevano ottenere risultati precisi senza capirne i principi logici e meccanici. Babbage e i suoi contemporanei colsero immediatamente l’opportunità di speculare sull’intelligenza delle macchine, tanto che qualcuno commentò che la straordinaria materia e le fibre del cervello erano state sostituite da ottone e ferro: aveva insegnato agli ingranaggi a pensare!”[6]

Tutto lavoro inutile? Non proprio, visto che grazie al lavoro precedente di Babbage e dei suoi aiutanti, gli ingegneri svedesi E. Scheutz e Per Georg Scheutz avevano costruito un modello funzionante della macchina differenziale nel 1853, ma su diversa scala: le dimensioni di un tavolo anziché le dimensioni di una stanza.

Inoltre molti decenni dopo “i lavori di Babbage ispirarono profondamente i lavori di George Stibitz, dei Bell Laboratories di New York prima della seconda guerra mondiale, e Howard Aiken di Harvard durante e dopo la seconda guerra mondiale: entrambi costruirono dei calcolatori elettromeccanici con un disegno simile al progetto di Babbage, sebbene fossero concettualmente molto diversi da un moderno computer programmabile. La macchina di Aiken fu fortemente finanziata dall’IBM e fu chiamata Harvard Mark I.”[7]

Per comprendere le difficoltà incontrate da Babbage, basta ricordare che a un certo punto “il progetto per costruire il Difference Engine è approvato e finanziato dal governo.

Era una macchina ad ingranaggi. Ma i  materiali non erano abbastanza buoni per resistere all’attrito. La macchina vibrava paurosamente. I meccanici non comprendevano lo scopo del lavoro. E Babbage, mente fertile, modificava continuamente, in corso d’opera, il disegno. Passano così dieci lunghi anni. 17.000 sterline sono spese senza arrivare ad un prototipo funzionante. Il governo sospende il finanziamento. (Oggi sappiamo che il progetto era buono, e che la macchina, costruita con altri materiali, avrebbe potuto funzionare).[8]

Purtroppo Babbage, attraverso la sua esperienza diretta e l’osservazione dei costi d’introduzione di nuovi macchinari, in un suo scritto del 1835 individuò con precisione la legge dell’asimmetria tra produzione ex-novo e processo di riproduzione/copiatura.

Anche il tuo amico Engels caro Moro, si era accorto dell’asimmetria in via d’esposizione quando notò che “un solo frutto della scienza, come la macchina a vapore di James Watt, ha dato al mondo in soli cinquant’anni di esistenza più di quanto il mondo abbia speso sin dall’inizio per lo sviluppo della scienza.”

La differenza tra il costo-lavoro di produzione dei “beni creativi” e il costo-lavoro della loro riproduzione fedele viene confermata sempre in ambito capitalistico, dal continuo spionaggio economico che esercitano l’uno verso l’altro rispettivamente molte grandi imprese multinazionali,

dimostrando l’importanza di carpire le novità produttive altrui senza sobbarcarsi gli oneri materiali  di progettazione/perfezionamento, collegati sempre ai “beni creativi”.

In seconda battuta, nela la pratica plurisecolare della “guerra economica” su scala internazionale rientrano sicuramente attività quali lo spionaggio industriale e finanziario, a cui in tempi più recenti si sono aggiunte le praxis concrete aventi per oggetto la clonazione di merci e la violazione di brevetti. [9]

 

L’asimmetria tra produzione ex-novo e riproduzione invariata dei “beni creativi” è stata inoltre dimostrata anche dai risultati di altre gigantesche imprese tecnologiche, quali ad esempio il “progetto Manhattan” diretto alla costruzione della bomba atomica.

Al progetto Manhattan avevano partecipato infatti per circa tre anni seimila scienziati di altissimo (Oppenheimer), R. Feynman, E. Fermi, ecc.) ed alto livello, assieme a un team di quasi mezzo milione di tecnici ed operai: il costo del programma a quel tempo risultò pari a circa tre miliardi di dollari, moltiplicabili approssimativamente per cento secondo gli standard di valore attuali.[10]

Se questo fu il costo economico gigantesco necessario al fine produrre la prima bomba atomica per carpire per la prima volta i segreti della fissione nucleare e controllarla/dirigerla, le spese successive per la riproduzione sostanzialmente invariata degli ordigni nucleari risultarono enormemente inferiori; processi analoghi si verificarono del resto per la costruzione della prima centrale atomica civile (rispetto ai costi delle successive riproduzioni), per il prototipo di aerei supersonici e per le prime navicelle/stazioni orbitali spaziali rispetto ai loro successivi, sempre con standard tecnologici invariati/quasi invariati.[11]

Nel corso degli ultimi decenni sono stati costruiti altri strumenti, estremamente sofisticati e quasi fantascientifici. Tra di essi si possono ricordare i superconduttori ad alta temperatura (a partire dal 1986), i metamateriali capaci di rendere un oggetto praticamente invisibile (dal 2006) ed il Brian Gate, che permette ad un uomo paralizzato di effettuare un numero impressionante di operazioni fisiche servendosi solo del proprio pensiero: apparecchi costati ciascuno un’enorme massa di forza-lavoro e di risorse materiali nella loro creazione, ma ormai riproducibili attraverso un processo di erogazione di una quantità molto inferiore di energie umane.[12]

Processi analoghi ed asimmetrie analoghe, tra costi di produzione ex-novo e riproduzione/copiatura dei “beni creativi”, si verificheranno sicuramente anche nella futura società comunista-sviluppata vista l’inevitabile autoriformazione al suo interno delle “cinque difficoltà” sopracitate, anche se le  modalità concrete di manifestazione della undicesima e dodicesima LEU assumeranno forme assai diverse e utilizzeranno strumenti al momento attuale prevedibili solo in parte: futuro iperimpiego dei supercalcolatori e di robot, supersofisticate Intelligenze Artificiali (progettate fin dall’inizio per aiutare gli esseri umani), creazioni su vasta scala della “realtà aumentata”, un cybermondo pienamente funzionante e nel quale il mondo reale si mescolerà agli occhi umani con le immagini concrete con i computer (già ora a Pechino è stato ricreato nel cyberspazio l’antico e favoloso Palazzo d’Estate, distrutto dall’imperialismo anglo-francese durante la seconda guerra dell’oppio), ecc.[13]

In ogni caso quando nei prossimi decenni, oltre a numerose altre meraviglie, si riuscirà finalmente a creare un (economicamente competitivo) reattore a fusione nucleare, magari inaugurato proprio all’interno di un pianeta finalmente avviato sulla strada del socialismo, il costo di riproduzione e copiatura degli impianti muniti di “sole artificiale” risulterà enormemente inferiore a quello invece necessario per “rompere il ghiaccio”, prima con il reattore sperimentale e poi in seguito con la prima centrale elettrica a fusione termonucleare.

È sufficiente ricordare che solo per la costruzione e la messa in funzione del reattore sperimentale, i cui edifici dovrebbero essere completati a Cadarache (Francia) nel corso del 2013, viene prevista già ora una spesa pari a dieci miliardi di euro, cui seguiranno quelli previsti per ottenere una reazione di fusione stabile (per circa sessanta minuti) e soprattutto per creare la prima centrale capace di produrre, in modo continuativo energia elettrica a costi via via decrescenti.

Sia la società socialista che a maggior ragione, quella comunista-sviluppata potranno sicuramente utilizzate nei prossimi decenni e millenni sia i (futuri) superconduttori a temperatura ambiente, capaci di creare

campi magnetici costanti di enorme potenza, che il futuro “sole artificiale”, ideato dal genio collettivo dell’uomo, con costi-lavoro enormemente inferiori a quelli necessari invece per creare i primi prototipi funzionanti; spese tra l’altro via via decrescenti, con il passare dei decenni e dei secoli.[14]

Nei prossimi decenni le modificazioni genetiche e gli inserimenti di appendici elettroniche nei corpi umani potenzieranno via via enormemente le nostre capacità (collettive e individuali) di specie: saranno necessarie precauzioni, tempi di sperimentazioni e costi-lavori enormi ma, superata una difficile fase iniziale, il processo di riproduzione nei secoli delle nuove migliorie al nostro corpo-cervello diventerà via via quasi scontato e poco dispendioso, in termini di flusso di energie destinate a tale scopo.[15]

È sicuro che la praxis scientifico-produttiva sarà tesa a scoprire, grazie alla genialità collettiva ed alla pratica cooperativa di specie, sempre nuovi “beni creativi” anche nel futuro più lontano della nostra specie, costituendo un eccellente dimostrazione di quel processo dialettico di “trasformazione della materia in spirito, e trasformazione dello spirito in materia” (spirito inteso come progetto creativo e nuova visione di una data sezione del mondo) descritto da Mao Zedong nel 1963, nel suo breve saggio “Da dove vengono le idee giuste?”. [16]

Prendiamo ad esempio la produzione artificiale dell’antimateria, che attualmente risulta la sostanza più preziosa del mondo e viene costruita ex-novo in laboratori avanzatissimi come il CERN di Ginevra, con i suoi potentissimi acceleratori di energia: in un lontano futuro la nostra specie riuscirà a produrre e controllare anche l’antimateria a costi-lavoro (ivi compresi l’ammortamento dei mezzi di produzione destinati a tali compiti) non proibitivi, assicurandosi una nuova formidabile fonte di energia perenne.[17]

Proprio dall’analisi della plurimillenaria pratica scientifico-tecnologica emergono con evidenza anche la tredicesima e quattordicesima LEU.

La tredicesima legge economica universale indica come il livello qualitativo di sviluppo scientifico-tecnologico costituisca il fattore predominante (anche se non unico) e la causa principale nel fissare volta per volta il grado di sviluppo della produttività media del lavoro sociale , influenzando a catena (in modo diretto e costante) anche il costo-lavoro contenuto nei singoli valori d’uso, visto che tanto più grande è la “forza produttiva del lavoro” (Marx), tanto minore risulta l’erogazione di lavoro contenuta e cristallizzata in questa ultima (quattordicesima LEU).

Dalla tredicesima LEU discendono alcune importanti conseguenze e sottoprodotti di natura economica, e cioè che:

–          l’incremento del grado di sviluppo scientifico-tecnologico provoca e determina l’aumento simultaneo della produttività del lavoro sociale;

–          solo un particolare salto di qualità raggiunto in campo protoscientifico-tecnologico ha permesso ed indotto il processo continuo di produzione di surplus costante ed accumulabile per il genere umano, nel caso specifico con quella “rivoluzione neolitica” che ha consentito alla nostra specie l’entrata nell’ “era del surplus” e del pluslavoro (plusvalore, nell’ambito capitalistico);

–          lo sviluppo della scienza/tecnologia e della produttività del lavoro sociale fa si che “una parte del capitale costante esistente viene costantemente svalorizzata” (obsolescenza dei mezzi di produzione) “conformandosi il suo valore non al tempo di lavoro che originariamente è costato, ma al tempo di lavoro con cui è riprodotto” (Marx);

–          lo sviluppo qualitativo della combinazione tra protoscienza/scienza e tecnologia risulta direttamente proporzionale allo sviluppo della produttività del lavoro sociale, ed invece inversamente proporzionale al costo-lavoro dei diversi oggetti d’uso: più sviluppo della scienza uguale a più produttività, e l’aumento di quest’ultima fa calare il costo-lavoro per produrre i diversi oggetti, sia mezzi di produzione che di consumo.

Caro Moro, si è già notato che avevi già enucleato l’importante categoria teorico-storica del lavoro universale, osservando “che si deve distinguere tra lavoro universale e lavoro collettivo. Ambedue svolgono la loro parte nel processo produttivo, ambedue confluiscono reciprocamente l’uno nell’altro e pur tuttavia si differenziano fra loro.

Per lavoro universale si intende ogni lavoro scientifico, ogni scoperta, ogni invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione tra vivi, in parte dall’utilizzazione del lavoro dei morti.

Il lavoro collettivo presuppone la diretta cooperazione degli individui.”[18]

Ad essa uniamo a nostra volta le definizioni di scienza e protoscienza, necessarie anch’esse al fine di inquadrare la materia in via d’esame

Per scienza naturale si intende la forma principale di pratica sociale rivolta alla conoscenza della Natura, partendo dagli ammassi di galassie fino al mondo subatomico (e alla stessa fisiologia umana), il cui oggetto consiste nel processo di descrizione della realtà naturale e delle proprietà reali dei fenomeni/oggetti, attraverso teorie e modelli di spiegazione relativi ai legami di regolarità e uniformità esistenti all’interno dei processi naturali (alias ai nessi costanti e generali, le leggi naturali) e alla previsione della dinamica di questi ultimi: in estrema sintesi, la scienza naturale è l’insieme delle conoscenze prodotte dal genere umano rispetto alla natura e al suo processo globale di evoluzione, intese sia come materiale di osservazione e informazioni che in qualità di teorie e leggi scientifiche.

La scienza naturale, divisa al suo interno in diversi rami e specializzazioni (dalla cosmologia e astrofisica fino alla fisica delle particelle subatomiche) possiede inoltre una sua “lingua”, alias la traduzione dei risultati scientifici di regola in termini e formule matematiche, riproducibili e verificabili a piacere, che costituisce il secondo pilastro di tale sezione della praxis collettiva umana.[19]

La scienza naturale, a partire da Galileo e dall’inizio del Seicento, ha inoltre acquisito e via via affinato anche un proprio metodo specifico, di valore universale e i cui elementi principali (interconnessi dialetticamente tra loro) risultano essere:

–          l’osservazione sistematica e prolungata dei diversi fenomeni naturali, delle loro singole proprietà e multiformi relazioni reciproche;

–          la formulazione di un’ipotesi/schema teorico sulla dinamica e sulle trasformazioni dei fenomeni naturali, sui loro nessi necessari e costanti, spesso enucleando una previsione sulla loro dinamica nel futuro e  utilizzando il “linguaggio” matematico a tali scopi;[20]

–          la creazione di un esperimento scientifico, con la modifica sistematica delle condizioni in cui determinati fenomeni si svolgono;

–          la verifica/falsificazione dell’ipotesi/teoria elaborata in precedenza, attraverso l’esperimento;

–          il feed-back, l’effetto di ritorno dell’ipotesi e schema teorico iniziale, ritenuto convalidato (o falsificato) dalla pratica scientifica tesa all’osservazione/misurazione degli oggetti e processi naturali, precisando e/o modificando il processo di analisi empirica iniziale, prevedendo nuove relazioni da scoprire, ecc.

Proprio per l’importanza assunta dal suo metodo di lavoro, Gramsci sottolineò giustamente come la scienza costituisca “l’unione del fatto obbiettivo con un’ipotesi, o un sistema di ipotesi che supera il mero fatto obbiettivo”, sottolineando parallelamente il ruolo assai rilevante svolto all’interno della sua dinamica di sviluppo dagli “strumenti intellettuali”, oltre che da quelli materiali (il cannocchiale di Galileo per l’astronomia, ad esempio), intesi come l’insieme delle teorie, delle metodologie e delle “rivoluzioni” nel modo di concepire la Natura.[21]

L’elemento centrale della scienza (e, ancor con maggior intensità, della protoscienza) non risulta comunque il metodo e il “linguaggio” scientifico, ma altresì il processo di conoscenza multiforme della natura e delle sue leggi (ottenuta certo anche grazie al metodo scientifico), visto che le modalità attraverso le quali si arriva alla scoperta di teorie e leggi scientifiche risultano in ogni caso subordinate  ai risultati che si sono ottenuti. La celebre equazione di Einstein indicante E=MC2 rimarrebbe ad esempio una gemma della conoscenza accumulata del genere umano anche se, per assurdo, si “smarrissero” il metodo e il processo di elaborazione scientifico-matematico che hanno portato alla scoperta (e utilizzo, spesso perverso) della legge della trasformazione della massa in energia (e viceversa), anche se essa venisse conosciuta e utilizzata da esseri umani quasi totalmente privi di capacità matematiche; invece il controllo di un metodo scientifico perfetto ma incapace, nel caso-limite, di produrre informazioni e conoscenze sul mondo naturale, rimarrebbe sterile e inutile, a dispetto del suo eventuale alto livello di elaborazione. Sotto questo aspetto è interessante ricordare come il geniale M. Faraday, uno dei padri dell’elettromagnetismo, quasi non avesse conoscenze in campo matematico e che i suoi quaderni di studio non fossero pieni di equazioni, ma di splendidi diagrammi sulle linee di forza elettromagnetiche.

Lo scopo fondamentale, la funzione sociale essenziale della scienza risulta essere l’accumulazione di conoscenze corrette sulla realtà naturale, vivente e non vivente, fine essenziale a cui sono subordinati i “mezzi” (il metodo scientifico) e le forme d’elaborazione/espressione della scoperta dei segreti e dei “rompicapo” offerti a iosa dalla Natura.

Per protoscienza si deve invece intendere una pratica di ricerca di conoscenza della natura, delle sue dinamiche e dei suoi segreti, che si distingue dalla scienza vera e propria perché:

–          non ha sviluppato, in tutto o in parte, una teoria generale che spieghi e comprenda al suo interno le osservazioni empiriche, non possedendo pertanto (in tutto o in parte) dell’effetto di ritorno di quest’ultimo sull’osservazione;

–          risulta ancora carente di dati sperimentali con cui verificare e testare le sue ipotesi;

–          non utilizza modelli e schemi matematici per definire le leggi di sviluppo dei processi naturali, o la stessa scrittura;

–          non utilizza la verifica sistematica di ipotesi e previsioni iniziali, attraverso esperimenti mirati.

–          In comune con la scienza sviluppata, la protoscienza esprime invece:

–          l’osservazione empirica dei fenomeni naturali per tempi prolungati;

–          forme più o meno rudimentali di misurazione quantitativa dei fenomeni;

–          la differenziazione dei diversi oggetti e processi naturali, oltre che delle loro diverse fasi di  sviluppo (si pensi ad esempio alla botanica);

–          la ricerca delle proprietà degli oggetti e  processi naturali.

Tutte le scienze naturali moderne sono passate inizialmente, per un periodo più o meno lungo, nello stadio poco elaborato e definito della protoscienza: come si vedrà meglio in seguito, non è stato solo la chimica ad aver attraversato tale fase di sviluppo con l’alchimia medievale, ma processi analoghi risalgono al paleolitico ed hanno interessato scienze quali la geografia e la botanica, la meccanica e l’astronomia, la scienza della costruzione (di edifici e del trasporto nautico) e la matematica, creando una protogeografia, una protobotanica, una protoastronomia, ecc. [22]

Si trattò di protoscienze che hanno via via prodotto tutta una serie di conoscenze approssimative sui fenomeni naturali oltre che, a volte, delle “protoleggi” scientifiche: e cioè la constatazione da parte dei nostri antenati dell’esistenza di un’uniformità costante e necessaria nel succedersi di particolari fenomeni naturali, di legami necessari e costanti tra diversi processi e oggetti, di regolarità costanti e necessarie nelle sequenze di fenomeni all’interno della natura, senza tuttavia utilizzare generalizzazioni, formule matematiche (e/o la scrittura) e adottando strumenti di misurazione ancora elementari e rozzi.

Protoleggi che a volte risalgono addirittura al paleolitico inferiore, come nel caso della scoperta della trasformazione sistematica del movimento meccanico,  a determinate condizioni, in calore (e segatura) all’interno del processo di produzione intenzionale del fuoco, espresso da parte del genere umano fin da cinquecentomila anni orsono: così scoprendo un importante interazione tra fenomeni naturali assai diversi tra loro, seppur con un livello di generalizzazione ancora estremamente limitato.

Del resto, oltre che negli antichi greci, protoscienze intese come processi di analisi (rozze, a volte) del mondo naturale, molto prima di Bacone/Galileo e degli inizi del ‘600 si svilupparono già con la cultura araba, che riconobbe “la quantificazione come strumento per studiare la natura”,  mentre contemporaneamente i proto- scienziati arabi del VII-XIII secolo “si basarono anche sulla osservazione empirica per dare fondamento alle loro teorie, un secondo pilastro della scienza”.[23]

Non a caso i protoscienziati arabi del periodo medievale “acquisirono una conoscenza quasi moderna delle malattie e dei rimedi medici” e “posero le basi della chimica come disciplina e scrissero trattati di geologia, di ottica e di botanica e su praticamente qualsiasi campo oggi noto come scienza, anche se questa definizione entrò in uso solo successivamente”, ha notato giustamente lo storico Tamim Ansary.[24]

Dopo aver chiarito tali categorie e “reti” (Lenin) di interpretazione della dinamica di sviluppo della praxis umana, si può subito notare come sin dai tempi dell’Homo Habilis e dei suoi rozzi chopper la connessione dialettica tra protoscienza/scienza e tecnologia sia diventata la principale forza produttiva del genere umano.

Le forze produttive sociali sono infatti composte dalla forza lavorativa degli uomini, dai  mezzi di produzione materiali, dalle ricchezze e forze naturali utilizzate dalla nostra specie, dalla coppia scienza-tecnologia (conoscenze scientifiche e tecnologiche accumulate dall’uomo) e dai metodi di organizzazione del lavoro e della produzione.

Quale forza produttiva sociale vince “la gara” delle priorità tra queste cinque componenti?

Proprio le conoscenze tecnico-scientifiche, il “lavoro universale” via via accumulato dalla nostra specie, per cinque ragioni fondamentali.[25]

Contrariamente ad una tesi relativamente diffusa nella sinistra antagonista, la principale forza produttiva non è infatti costituita dagli strumenti di produzione e dalle “macchine”, intese in senso lato, ma dall’uomo e dalle sue conoscenze, visto che è proprio il genere umano a progettare e creare i mezzi di produzione, a riportarli ed a contenere il loro inevitabile processo di usura, e non viceversa. Come si è rilevato in precedenza, è la pratica umana che riesce ad utilizzare conoscenze ed informazioni, e non certo le macchine, affinché esse funzionino e non rimangano degli inutili ammassi di ferro o silicio; è il genere umano che possiede la capacità di progettazione/previsione (Marx, l’ape e l’architetto) e la derivata creatività, non certo i mezzi di produzione sociale che ne diventano il frutto ed il risultato finale, mediato dal processo generale di lavoro collettivo; è solo la pratica umana che riesce a migliorare il livello qualitativo di sviluppo degli strumenti materiali di produzione (ivi compreso macchine, supercomputer, ecc.), che non sono altro che la materializzazione e cristallizzazione delle conoscenze ed informazioni via via accumulate dalla pratica umana.

Sotto questo aspetto il sovietico Arab-Ogly aveva proposto l’interessante “paradosso del Madagascar” ancora nel 1976, quando si chiese “che succederebbe, se un bel giorno trasferissimo tutte le macchine, tutti i macchinari, compresi quelli più moderni esistenti in Svezia nel Madagascar, e gli strumenti di lavoro del Madagascar in Svezia? Se la prima forza produttiva della società fossero le macchine, dovremmo attenderci che nel giro di una ventina d’anni il Madagascar si troverebbe ad essere una delle nazioni più progredite. Purtroppo il risultato sarebbe completamente diverso. Dopo una decina d’anni o al termine del nostro esperimento le macchine e gli impianti trasferiti nel Madagascar sarebbero ridotti a ferrovecchi, perché il paese non avrebbe i quadri necessari per poterli fare andare avanti, e in un decennio sarebbe stato impossibile prepararli nella quantità necessaria. In Svezia invece benché a prezzo di enormi sacrifici, i lavoratori riuscirebbero probabilmente a ricreare le macchine loro necessario e forse migliori di quelle avute nel passato. La chiave del paradosso è molto semplice: non sono le macchine a generare i tecnici, ma i tecnici a creare le macchine.”[26]

In secondo luogo solo l’accumulazione progressiva ed il conseguente grande salto di qualità nel livello di sviluppo della protoscienza/tecnologia ha portato il genere umano nell’era del surplus, dato che proprio il lavoro universale ha costituito la forza motrice principale della rivoluzione agricola (e della domesticazione su vasta scala di animali) del neolitico.

Agricoltura, infatti significa tecnica e conoscenze della coltivazione dei cereali/legumi e protoscienza relativa alla possibilità di selezionare i semi e di collocarli nel suolo in modo adeguato per mano  dell’uomo: un patrimonio scientifico-tecnico decisivo, senza il quale il gigantesco salto di qualità produttivo del paleolitico non avrebbe potuto prende piede. Proprio le pratiche e conoscenze ina campo agricolo hanno portato il genere umano nell’era del surplus, dato che con la produzione di un plusprodotto costante (in condizioni geonaturali medie) ed accumulabile a vantaggio della nostra specie.

E a sua volta proprio la formazione/cristallizzazione dell’era del surplus è stato il secondo evento produttivo per grado di importanza della storia dell’umanità, battuta solo dal processo di fabbricazione di strumenti – attraverso altri strumenti – che ha creato/umanizzato via via la nostra stessa specie. È evidente che questo “balzo in avanti” gigantesco sia a volte dipeso essenzialmente da un salto di qualità indispensabile sia nelle conoscenze umane sulla natura, che nel grado di sviluppo della tecnologia e delle competenze tecniche.

Senza di esso, in ogni caso, niente surplus (ed effetto di sdoppiamento).

Senza di esso, nessun plusprodotto (quasi) costante ed accumulabile; ed a catena, nessuna struttura protourbana (Gerico, Catal Huyuk, ecc.) nessuna divisione del  lavoro sociale tra agricoltori e artigiani, nessuna base materiale per ulteriori salti di qualità nel grado di sviluppo qualitativo delle forze produttive (ad esempio la seconda rivoluzione neolitica degli Ubaid), ecc.

Da quel momento in poi, dal fatidico 9000 a.C., diventò pertanto sempre più plateale e marcata la stretta dipendenza del livello di produttività del lavoro socio-umano dal “lavoro universale”, dalla globalità delle conoscenze ed informazioni tecnologiche e scientifiche accumulate nel corso di milioni di anni, dall’Homo Habilis dei chopper in poi.

Dal 9000 a.C., il genere riuscì ad attuare la raccolta di cibo (questa pratica è comune anche agli animali erbivori) ed a cacciare/pescare (pratica comune degli animali carnivori), ma si impadronì dell’agricoltura stanziale – nessun animale semina/raccoglie… – e della domesticazione degli animali, pratica sconosciuta al mondo animale, con l’eccezione isolata e parziale del rapporto simbiotico creatosi tra formiche ed afidi; attraverso questo gigantesco balzo in avanti, dovuto essenzialmente all’emergere di nuove conoscenze e competenze in campo protoscientifico  tecnologico, sia la produttività sociale media del lavoro umano (agricolo e pastorale prima, manifatturiero/industriale dei servizi in seguito che il livello di sviluppo qualitativo delle forze produttive sociali si rivelarono chiaramente come delle variabili dipendenti principalmente dal grado di maturità del lavoro universale, dal grado progresso raggiunto via via da protoscienza/scienza e tecnologia, progressivamente accumulate dalla nostra specie.

Come ha ben notato lo storico J. R. McNeill, la rivoluzione neolitica consentì un aumento della popolazione umana sconosciuto nella prolungata fase del paleolitico.

“All’epoca dell’avvento dell’agricoltura – diciamo intorno all’8000 a.C. – , la popolazione mondiale oscillava probabilmente tra i 2 e i 20 milioni di individui. Altri primati, come ad esempio i babbuini, erano più numerosi degli uomini. Ma con l’agricoltura arrivò anche il primo grande balzo della popolazione umana, che prese a crescere assai più rapidamente: forse tra 10 e 1000 volte più rapidamente che in passato…

Nel primo anno dell’era volgare, nel mondo ci dovevano essere tra i 200 e i 300 milioni di uomini, cifra corrispondente, grosso modo, all’attuale popolazione dell’Indonesia o degli Stati Uniti.”[27]

Sviluppo demografico, ma anche incremento notevole dell’energia meccanica a disposizione dell’uomo attraverso la domesticazione degli animali. “Le prime società umane utilizzavano soltanto la potenza muscolare, derivata dall’energia chimica immagazzinata nelle piante nella carne degli animali. In seguito, grazie all’utilizzazione di alcuni strumenti, l’impiego  di questa potenza muscolare divenne più efficiente. L’uso del fuoco fornì ovviamente un grande aiuto per il riscaldamento e, con l’avvento della cottura dei cibi, diventarono commestibili alimenti che in precedenza non lo erano. Tuttavia, grosso modo sino a 10.000 anni fa, in materia di energia meccanica i nostri antenati dipendevano dal loro corpo, vigendo quello che si potrebbe chiamare regime dell’energia somatica.

L’agricoltura consentì un maggior controllo sui convertitori vegetali che chiamiamo derrate alimentari. Rispetto a caccia e raccolta, l’agricoltura itinerante decuplicò probabilmente l’energia disponibile; l’agricoltura sostanziale la centuplicò. Ciò si tradusse in una maggiore densità demografica. Poi, con la domesticazione di animali di grossa taglia, diventò disponibile una potenza muscolare maggiore, più energia meccanica, in forma più concentrata. L’utilizzazione di buoi per arare e di dromedari e cavalli per il trasporto rappresentò un notevole miglioramento. I buoi erano in grado di arare le terre pesanti, offrendo così nuove possibilità alimentari che, a loro volta, consentirono l’aumento della popolazione umana e del patrimonio bovino sull’onda di un circuito di controreazione virtuoso che ampliò e rafforzò il regime dell’energia somatica. Le società che non avevano domesticato animali di grossa taglia si trovarono in svantaggio.”[28]

In terza battuta, già nel 9000 a.C. (non parliamo poi del periodo 1600/2013…), il genere umano aveva ormai accumulato con la propria pratica produttiva/tecnologica e protoscientifica tutta una serie di variegate competenze produttive, Know-how e “segreti del mestiere” (Marx) che, assieme alle conoscenze scientifico-tecnologiche sopra esaminate, formavano un “capitale intellettuale” (creato collettivamente) di enorme peso ed importanza, che si potrebbe ricostruire e riprodurre partendo da zero solo con tempi secolari e un enorme fatica collettiva.

L’esperienza storica successiva delle società classiste mostra che ogni volta che i leader e le classi privilegiati dominanti dimenticarono l’importanza centrale delle conoscenze, informazioni e competenze di natura socioproduttiva e tecnologica via via accumulate, “hanno pagato e fatto pagare duramente ai loro popoli. Nel XVI secolo, per esempio, Filippo II cacciò dalla Spagna mezzo milione di mori, ottimi coltivatori, artigiani e mercanti. Benché avessero abbandonato il paese lasciando praticamente quasi tutti i loro strumenti di lavoro, alla Spagna fu arrecato un irreparabile danno economico. Un secolo dopo, quando dopo la denuncia dell’Editto di Nantes dalla Francia furono cacciati gli ugonotti, intere branche economiche furono colpite dalla depressione, mentre i paesi che dettero loro asilo, come l’Olanda e la Prussia, ne trassero enormi vantaggi. Con esempi del genere si potrebbe continuare ancora per molto.

Pure nel corso della rivoluzione tecnico-scientifica l’uomo rimane la principale forza produttiva della società, e non già per considerazioni umanitarie bensì per calcoli economici. La tecnica, le macchine, qualunque sia il grado della loro perfezione, altro non sono che la somma materializzata delle conoscenze, delle esperienze e delle tradizioni umane.”[29]

Inoltre il processo lavorativo, fin dal tempo delle costruzioni dei primi chopper, si fonda costantemente sulla conoscenza più esatta possibile dei fenomeni e leggi naturali (=lavoro come ricambio organico tra uomo e materia), che sono per l’appunto l’oggetto della protoscienza/scienza naturale: leggi naturali a cui non solo si adeguano tutti gli esseri viventi, ma che hanno un valore oggettivo universale, qualunque sia la forma di società che li affronta. Se non si conoscono (più o meno coscientemente) tali fenomeni e leggi naturali, produttori diretti non riescono a raggiungere i loro fini. Ad esempio un costruttore di chopper che scelga la materia prima sbagliata rende inutili i suoi sforzi, il progettista di un ponte che non consideri le reazioni dei materiali allo sforzo può vedere crollare la sua opera sotto un peso eccessivo; un  contadino che non consideri l’esaurimento del terreno a causa della coltivazione rischia di non raccogliere per quanto ha seminato: ovviamente gli esempi si possono moltiplicare a piacere…

Un ulteriore fattore di prova (che costituisce del resto anche una LEU a parte) viene costituito dal fatto che proprio la superiorità tecnologica ha rappresentato l’elemento decisivo nel decidere a chi attribuire il primato materiale alle diverse culture umane, a partire dalla plurimillenaria competizione che si verificò in Europa tra l’essere umano contemporaneo ed il suo più stretto cugino, i coriacei Neanderthal. Nelle relazioni tra Cro-Magnon (siamo noi…) ed i Neandertaliani, è infatti altamente probabile “che solo due fattori concessero ai nostri antenati il vantaggio definitivo. In primo luogo, inventarono un nuovo modo per fabbricare attrezzi (l’Aurignaziano), che svilupparono e perfezionarono sempre più. Il loro ingresso in Europa avvenne con questa nuova tecnologia, che conferì loro una certa superiorità, di cui non disponevano in precedenza. I Neandertaliani furono in grado di adottarla dove la loro densità di popolazione era alta e dove, benché circolanti da Cro-Magnon, furono in grado di resistere per qualche tempo, ma il vantaggio iniziale che permise di giungere nel nord della Spagna in modo rapidissimo fu l’Aurignaziano a darlo ai Cro-Magnon.

Il secondo fattore fu, paradossalmente, il clima. Benché 40.000 anni fa non si fosse ancora arrivati al picco glaciale, il clima nell’Europa centrale e settentrionale era freddo, e renne e mammuth vagavano per una steppa interminabile in grandi branchi. I Cro-Magnon non erano molto adattati biologicamente la freddo, anzi, proprio il contrario, ma i loro sistemi simbolici consentirono loro di adattarsi la territorio come una pelle e costruire alleanze tra gruppi divisi da grandi distanze. Ciò che li univa tra loro, ai loro antenati e alla natura, erano i vecchi miti, che altro non sono che raccolte di storie. E raccontare storie era la loro specialità. Quanto più avverse erano le condizioni ambientali, e minore e più dispersa la popolazione umana, maggiore era il loro vantaggio. Infine, anche lo stabile mondo mediterraneo fu colpito dal deterioramento climatico. Il bosco scomparve per dar luogo alla steppa. E attraverso la steppa giunsero i grandi branchi di cavalli, e dietro a loro, i cacciatori di cavalli: i nostri antenati narratori di storie.

Una forma semplice per comprendere come il clima freddo sia stato sconfitto dai differenti tipi di umani consiste nell’affacciarsi per un attimo all’immensa pianura dell’Europa orientale che si estende, interminabile, dai Carpazi a ovest, sino agli Urali a est, e dall’Oceano Glaciale Artico a nord, sino al Mar Nero e Mar Caspio e alla muraglia del Caucaso che va da uno all’altro, chiudendo a sud il bassopiano dell’Europa orientale. In tutta la pianura non vi sono grandi elevazioni, e il clima diventa via via più estremo man mano che aumenta la latitudine. Nel centro della Grande Pianura, a 50° di latitudine nord, la media del mese di gennaio è nell’attuale periodo caldo in cui ci troviamo di 10°C. sotto zero. Un luogo senza dubbio inospitale per passare la notte all’aperto.

I primi esseri umani che osarono addentrarsi nella Grande Pianura orientale i Neandertaliani, e lo fecero poco più o poco meno di 120.000 anni fa, nel periodo interglaciale che precedette l’ultima glaciazione. Allora i Neandertaliani giunsero più a nord del 50° parallelo, a quanto dimostrano i giacimenti di Rikhta, Zhitonir e Khotylvo I (a 52° di latitudine nord!): indubbiamente, erano in grado di adattarsi a situazioni assai estreme; è  difficile negare loro attitudini straordinarie di organizzazione e pianificazione. In simili circostanze, si può concepire un esistenza umana senza la loro presenza?

Tuttavia, i Neandertaliani si videro costretti a ritirarsi al limite del bassopiano est-europeo quando giunse l’ultima glaciazione, rifugiandosi nella penisola di Crimea e sui pendii settentrionali del Caucaso, da dove probabilmente scomparvero gli ultimi Neandertaliani   nello stesso periodo dei loro congeneri liberici, tra 30.000 e i 25.000 anni fa. Coloro che allora guadagnarono la Grande Pianura orientale furono i Cro-Magnon, che giunsero 35.000-40.000 anni fa a Kostenk (a 50° di latitudine nord). Il motivo per cui risultarono vincenti la dove i Neandertaliani fallirono, a causa del freddo, si fonda in parte sulla loro tecnologia superiore. Trentamila anni orsono nel giacimento 14 di Kostenki vi è un gran numero di bulini e aghi di osso, con i quali gli umani miglioravano le prestazioni delle pelli con le quali si vestivano. E vi erano anche veri e propri sarti, i cui abiti forse non avevano nulla da invidiare a quelli dei moderni Inuit.

E più tardi, quando l’ultimo e feroce picco glaciale si stava avvicinando, gli umani di tipo moderno della Grande Pianura orientale impararono a fabbricare capanne rivestite di pelli, con ossa di Mammuth come armatura, a mantenere i focolari sempre accesi al loro interno e, in mancanza di altro combustibile, impossibile da procurare nell’inospitale pianura, a utilizzare le medesime ossa di mammuth per riscaldarsi. Quando infine, a partire da 25.000 anni fa, il freddo glaciale raggiunse il suo punto culminante, gli umani erano preparati a sopravvivere in condizioni così aspre. La media del mese di gennaio di 20.000 anni fa doveva essere incredibilmente bassa, e la desolazione del paesaggio terrificante.”[30]

Anche nella millenaria competizione tra società di cacciatori/raccoglitori e di agricoltori, il primato tecnologico costituì la (pacifica) arma decisiva, come del resto nelle competizioni costanti che segnano gli ultimi sei secoli di storia del capitalismo.[31]

La centralità delle conoscenze e competenze scientifico-tecnologiche, via via acquisite ed accumulate nel corso delle generazioni umane fin dal lontano paleolitico, costituì un fattore che in parte riconoscesti proprio nel primo capitolo del libro del Capitale, caro Moro, quando analizzasti le forze motrici che determinavano e spiegavano la dinamica della produttività sociale del lavoro umano, della “forza produttiva del lavoro”; a tuo corretto giudizio essa dipende dal “grado e medio di abilità dell’operaio”, (alias dalle sue conoscenze pratiche teoriche, dalle sue competenze tecniche e Know-how) e “dal grado di sviluppo della scienza e da quello della sua applicazione tecnologica, oltre che “dalla combinazione sociale del processo di produzione, dell’entità e dall’efficacia dei mezzi di produzione e da condizioni naturali.”[32]

Già ai nostri giorni lo sviluppo del lavoro universale sta iniziando  a creare le condizioni per la possibile (e profonda) autotrasformazione del genere umano in cyborg, fusione dialettica uomo e robot.

“A lungo andare, secondo alcuni, invece di un estinzione del genere umano potrebbe verificarsi una fusione della tecnologia del carbonio con quella del silicio. Il funzionamento del corpo umano dipende dal carbonio, quella dei robot dal silicio (almeno per ora).

Forse la soluzione migliore sarà fondersi con le nostre creazioni. Semmai incontreremo degli extraterrestri, non dovremo stupirci nello scoprire che si tratta di creatura in parte organiche e in parte meccaniche, capaci di tollerare le condizioni estreme dei viaggi nello spazio e di sopravvivere in ambienti ostili. In un futuro ancora più lontano, robot e cyborg antropomorfi potrebbero concederci addirittura il dono dell’immortalità. “Che succederà”, aggiunge Marvin Minsky, “quando il Sole morirà, o se distruggeremo il pianeta? Perché non provare a creare fisici più bravi, ingegneri e matematici migliori? Forse un giorno dovremo diventare gli architetti del nostro futuro. Se non lo faremo, la nostra cultura sparirà”.

Moravec immagina che un giorno, in un futuro lontano, la nostra architettura neurale verrà trasferita, un neutrone dopo l’altro, direttamente in una macchina; in un certo senso, diventeremo immortali. Sembra una follia, ma è alla nostra portata. Secondo certi scienziati, dunque, il futuro remoto ci riserva l’immortalità (in corpi di silicio o di DNA potenziato)”.[33]

Si può pertanto sviluppare l’analisi marxiana rilevando come fin dal lontano paleolitico e con sempre maggiore intensità dalla genesi della rivoluzione produttiva del neolitico, le informazioni e competenze (Know-how) protoscientifiche e tecnologiche siano risultate la principale forza produttiva sociale e la fondamentale “forza produttiva del lavoro” come aveva del resto già notato Deng Xiaoping nel settembre del 1988.[34]

Anche nel futuro immediato il genere umano, ampliando il raggio d’azione delle sue informazioni scientifiche-tecnologiche applicate al processo produttivo, accrescerà simultaneamente il suo grado di controllo sulla natura a partire da settori come la biogenetica e la geoingegneria, le tecniche di intervento  umano sulle dinamiche geoclimatiche. Tale processo continuerà con sicurezza anche nel comunismo sviluppato, modo di produzione di un futuro in cui proprio l’abbondanza delle forze produttive sociali e la loro crescita impetuosa consentirà l’applicazione della gioiosa regola distributiva della gratuità e del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”: forze produttive al cui interno assumerà un ruolo centrale quel “sole artificiale”, quella fusione termonucleare controllata che permetterà di riprodurre la gigantesca fonte di energia costituita dal Sole.

“In definitiva, tutta l’energia di cui disponiamo è nucleare; proviene infatti da una reazione di fusione nucleare che ha luogo nel sole. Sulla Terra è presente sotto forme diverse, le più importanti delle quali, per l’uomo, sono quella meccanica (o cinetica), quella chimica, quella termica (il calore), quella radiante. Per l’uomo, il problema è disporre di energia nel luogo e nel momento adatti in forma utilizzabile per gli usi più svariati. Tale scopo si ottiene per mezzo di convertitori, che trasformano l’energia da una forma a un’altra, rendendola più facile da immagazzinare, trasportare, utilizzare a fini lavorativi”.[35]

Se si pensa alla futura evoluzione dei (già esistenti) robot e supercomputer; se immaginiamo le prospettive gigantesche aperte dalla (già esistente) nanotecnologia, con la possibile (anche se ancora lontana) costruzione di nano-robot capaci di auto-assemblarsi e di replicarsi, in grado “di creare una copia tridimensionale e autentica… di qualsiasi oggetto, identica nell’originale anche  a livello cellulare e atomico” (Kaku), attraverso i quali eliminare “scarsità e povertà” (sempre Kaku) mediante una superproduzione costante di qualsiasi bene (sempre con progetti, creatività e supervisione del lavoro collettivo umano,  certo), si possono intuire le ricadute future della scienza/tecnologia per la società umana, il cui “mantra universale diventerebbe a ciascuno secondo i suoi desideri”, come ha notato l’a-comunista M. Kaku.[36]

Rimaniamo vicini alla pratica scientifico-tecnologica perché, anche grazie alla categoria del lavoro universale, si può risolvere con un certo grado di sicurezza e precisione il problema annoso del rapporto tra lavoro semplice e lavoro qualificato, a sua volta legato alla quindicesima LEU.

Come al solito proprio Marx aveva notato nel Capitale che “come nella società civile un generale o un banchiere rappresentano una parte importante e l’uomo semplice vi rappresenta una parte molto misera, allo stesso modo vanno le cose per il lavoro umano. Esso è dispendio di quella semplice forza-lavoro che ogni uomo comune possiede in media nel suo organismo fisico, senza particolare sviluppo.

Certo, col variare dei paesi e delle epoche della civiltà anche il lavoro medio semplice varia il proprio carattere, ma in una società data è dato. Un lavoro più complesso vale soltanto come lavoro semplice potenziato o piuttosto moltiplicato, cosicché una quantità di lavoro complesso è eguale a una quantità maggiore di lavoro semplice. L’esperienza insegna che questa riduzione avviene costantemente. Una merce può essere il prodotto del lavoro più complesso di tutti, ma il suo valore la equipara al prodotto di lavoro semplice e rappresenta quindi soltanto una determinata quantità di lavoro semplice. Le varie porzioni nelle quali differenti generi di lavoro sono ridotti a lavoro semplice come loro unità di misura, vengono stabilite mediante un processo sociale estraneo ai produttori, e quindi appaiono a questi ultimi date dalla tradizione. Per ragioni di semplicità, d’ora in poi ogni genere di forza-lavoro verrà immediatamente per noi come forza lavoro semplice, e con questo ci si risparmia solo la fatica della riduzione.”[37]

A sua volta Engels aveva rilevato che “non ogni lavoro è una mera erogazione di semplice forza-lavoro umana; numerosissimi generi  di lavoro includono in se abilità o condizioni acquistate con fatica e con impegno di tempo e di denaro più o meno grande. Queste specie di lavoro composto producono nello stesso intervallo di tempo lo stesso valore di merci del lavoro semplice, dell’erogazioni di forza-lavoro pura e semplice? Evidentemente no! Il prodotto dell’ora di lavoro composto è una merce di valore più alto, doppio o triplo, in confronto al prodotto dell’ora di lavoro semplice. Il valore dei prodotti del lavoro composto viene espresso, mediante questo confronto, in quantità determinate di lavoro semplice; ma questa riduzione del lavoro composto si compie mediante un processo sociale che si effettua alle spalle dei produttori, mediante un processo che qui, nello sviluppo della teoria del valore, può essere solo constatato ma non spiegato.”[38]

Sulla falsariga di tale analisi, la quindicesima LEU prevede che quella parte del lavoro umano che si è trasformato da semplice a complesso, causa costantemente l’aumento del costo-lavoro degli oggetti di consumo (mezzi di consumo o mezzi di produzione) vengono interessati dal suo raggio d’azione, in base a determinate proporzioni.

In modo costante e fin dagli albori del genere umano, quella (mutevole) sezione della forza-lavoro umana che si è trasformata da modesta forza-lavoro semplice, basata sulla “forza lavoro media che ogni uomo comune possiede in media nel suo organismo fisico”, in forza lavoro complessa, potenziata e moltiplicata, è diventata capace di erogare lavoro complesso e potenziata in modo costante.

Il primo lavoro complesso del paleolitico ha avuto per oggetto il processo di produzione (tecnologica) di chopper, che pur nella sua primitività si differenziava enormemente dal “lavoro medio semplice” (Marx) svolto dall’Homo Habilis assai simile allora alle attività di caccia/raccolta svolte da scimmie antropomorfe quali i bonobo e gli scimpanzé, seppur con le differenze del pollice opponibile-statura che già contraddistingueva gli ominidi.

Con la costante produzione dei chopper si è assistito pertanto anche all’inizio simultaneo del processo di distinzione generale del lavoro umano tra lavoro semplice e complesso, differenziazione è continuata costantemente in seguito, seppur con modalità diverse e nuove forme di distinzione: ad esempio con il passare dei millenni la capacità di produrre chopper è via via rientrata nella categoria del lavoro semplice, mentre lavoro qualificato è diventata la capacità di riprodurre amigdale, arco e frecce, propulsori, ecc.

Anche nel comunismo sviluppato continuerà costantemente il processo di differenziazione tra lavoro semplice e lavoro complesso, anche se assumerà sicuramente modalità diverse di manifestazioni anche nel comunismo sviluppato. Si può presumere ragionevolmente che una delle forme diffuse di lavoro complesso diventerà quella creativa, tesa alla produzione ex-novo di beni creativi o al miglioramento significativo di beni già inventati in precedenza, mentre il lavoro semplice diventerà invece quello attualmente svolto dagli ingegneri e tecnici qualificati per il processo controllo-regolazione del processo produttivo, al cui interno nel futuro a lungo termine assumerà sempre più importanza l’azione comune di robot, androidi e supercomputer.

Un primo problema nel campo della quindicesima LEU, diventa subito quello di stabilire i parametri oggettivi validi per il processo di calcolo degli effetti del lavoro complesso sul costo-lavoro dei diversi prodotti, che vengono interessati dal diretto contatto con tale forma “potenziata” e “moltiplicata” di lavoro vivo; e, a catena, di fissare i criteri oggettivi attraverso i quali si può attuare con (relativa) precisione la “riduzione” (Marx) del “lavoro complesso” a lavoro semplice.

Sotto questo aspetto già l’economista I. Rubin aveva già ben impostato la questione nei suoi “Saggi sulla teoria del valore di Marx”, innanzitutto invitando a non fare confusione tra lavoro complesso e grado di abilità del lavoro e sua intensità: un lavoro complesso può essere compiuto con un alta o bassa intensità di lavoro, con un grado di abilità del singolo lavoratore più o meno  elevata, ma rimane lavoro complesso in ogni caso.

Ora il lavoro complesso (ivi compreso quello intellettuale, se applicato alla produzione) non è altro che  lavoro dotato di un alto livello di qualificazione, processo che richiede a sua volta un periodo più o meno lungo di tempo di addestramento della forza-lavoro divenuta capace di erogare lavoro complesso.

Il periodo di addestramento permette alla forza-lavoro interessata di acquisire-accumulare ed impossessarsi delle conquiste accumulate dal “lavoro universale” (Marx), dalla protoscienza/scienza e tecnologia nello specifico campo d’azione del lavoratore complesso (ad esempio l’attività di raffinazione/lavorazione delle pietre preziose per un gioielliere).

Ma tale periodo di addestramento ha ovviamente un costo globale, inteso come il lavoro impiegato (sia della forza-lavoro che dai suoi “insegnanti”) per trasformare un lavoratore comune in uno specializzato, capace di evocare lavoro “moltiplicato” alla fine del suo periodo di addestramento.

Ora, il costo globale del periodo di addestramento può essere calcolato con una certa precisione sia per il suo tempo di durata, che per il costo-usura degli strumenti di produzione, materie prime, impiegati nella formazione del lavoratore qualificato, sommati inoltre al tempo-lavoro impiegato dagli insegnanti/istruttori di quest’ultimo.

Seguendo un primo metodo di misura (Meek), si deve “calcolare la quantità di lavoro semplice (compreso quello da lui stesso effettuato), che è stato impiegato per addestrare il lavoratore  e quindi distribuirlo in tante aliquote medie per tutta la durata prevedibile della sua attività produttiva. Se indichiamo con p le ore della sua prevedibile attività lavorativa, e con t le ore di lavoro compiute da lui stesso e da altri per l’istruzione durante  il periodo di addestramento, ecco che, da quando il lavoratore specializzato comincia effettivamente a lavorare, ogni sua ora lavorativa, ai fini della stima del valore della merce da lui prodotta sarà eguale a 1+ DA CORREGGERE Ǚ⅔t fratto p   ore di lavoro semplice.”[39]

In base a un metodo alternativo i processi di addestramento costano lavoro anche se potenziano e “moltiplicato” (Marx) l’energia psicofisica erogata via via dalla forza-lavoro complessa: ipotizziamo, a titolo d’esempio, che tale costo-lavoro globale per creare lavoro complesso sia pari a dieci anni per un gioielliere, lontano erede e successore di quel lontano intagliatore di selce ed ossa del paleolitico, capace tra l’altro di produrre collane fin da 70.000 anni orsono.

Come secondo passaggio, tale costo-lavoro deve essere confrontato con il costo-lavoro necessario invece per formare la forza-lavoro semplice, ipotizziamo un operaio addetto alla catena di montaggio.

Il punto-chiave consiste nel fatto che tale costo-lavoro non corrisponde solo al tempo necessario per l’operaio “semplice” e dequalificato nel prendere le misure al suo nuovo lavoro, pari ad un periodo assai breve (ipotizziamo l’equivalente ad una settimana, compreso il tempo dedicato dal capo-reparto e/o dai colleghi di lavoro): a tale quantità di lavoro-addestramento va infatti unito e sommato anche quello indispensabile per la “formazione preventiva (minimale) della forza-lavoro umana, vera e propria base ineliminabile del  processo di addestramento dei produttori diretti.

Ogni lavoratore, anche se analfabeta ed incapace di effettuare anche i calcoli matematici più elementari, anche quello meno qualificato, deve infatti saper utilizzare le sue mani con un minimo di destrezza per poter produrre; deve sapersi inoltre muovere autonomamente, deve saper camminare e spostarsi nel posto di lavoro (con le proprie gambe oppure con stampelle o altri strumenti artificiali che padroneggia); deve saper almeno comprendere e imitare i gesti (non le parole, se è un lavoratore straniero incapace di comprendere il linguaggio utilizzato) utilizzati dal capo-reparto che lo addestra, spiegandogli le mansioni (semplicissime) a cui è addetto e le modalità con cui svolgerle; deve sapere infine prestare un’attenzione costante al lavoro.

Utilizzo delle mani + autonomia di movimento + comprensione della gestualità altrui + attenzione: sono una quaterna di fattori che, combinata dialetticamente, costituisce la “formazione preventiva ed ineliminabile della forza-lavoro umana, di qualunque forza-lavoro umana, e tale base minimale richiede un determinato tempo di addestramento, e cioè tempo minimale di addestramento dei bambini, (splendidi) uomini e lavoratori in via di fioritura e di “formazione minimale”.

Anche il costo-lavoro per la formazione preventiva dei bambini può essere calcolato con una certa approssimazione, escludendo a priori (e purtroppo) i bambini gravemente handicappati, incapaci di impadronirsi di quella “quaterna” sopra descritta.

Tenendo conto della (splendida) neotenia umana, del fenomeno oggettivo per cui l’uomo passa un tempo enormemente superiore a quello impiegato da tutti gli altri animali per rendersi autonomo/autosufficiente, si può dedurre dall’esperienza storica (tremenda e vergognosa) del passato e del presente che un bambino possa iniziare a lavorare (vergognosamente sfruttato), possa iniziare a dialogare con un minimo di attenzione e possieda capacità energie psico-fisiche per un lavoro semplice dall’età di sei anni (tale soglia non è riducibile di molto, a meno di non distruggere lo stesso processo di formazione della forza-lavoro in erba).

Di tale periodo, solo una parte è stata destinata per la “formazione preventiva e minimale”, ivi compresa il gioco, a ragione considerata una vera e propria scuola di preparazione/addestramento alla loro futura attività produttiva, dei bambini e dei “lavoratori potenziali” del futuro: con un eccesso di prudenza, calcoliamo tale (ineliminabile) tempo minimo per la formazione minimale preventiva come pari a due anni (a 104 settimane di formazione minimale), comprendendo anche il tempo dedicato a tele scopo dagli addestratori/genitori (e parenti vari).

Si può a questo punto pensare alla terza fase del processo di calcolo, rispetto all’apporto fornito dal lavoro complesso necessaria alla formazione del costo-lavoro degli oggetti d’uso con cui viene in contatto (del valore-lavoro, nelle società contraddistinte da produzione di surplus costante/accumulabile e da un costante scambio mercantile).

Da un lato il costo per la formazione del lavoro complesso è composto dalla somma tra il tempo-lavoro necessario per la sua “formazione preventiva” ed il tempo invece necessario per l’addestramento qualificato: due anni + dieci anni, nel caso sopracitato del gioielliere (escludendo per comodità le pause di riposo durante l’addestramento).

Il costo-lavoro necessario per la formazione del lavoro semplice risulta invece composto dalla somma tra il tempo per la sua “formazione preventiva” ed il tempo necessario per il suo (minimale, brevissimo) addestramento non qualificato: due anni + una settimana, nel caso sopracitato dell’operaio addetto alla catena di montaggio.

Mettendo a confronto le due tipologie, il rapporto risulta essere tra 624 settimane-lavoro (104 per la “formazione preventiva” + 520 per l’addestramento qualificato del gioielliere) e 105 settimane-lavoro del secondo caso (sempre 104 settimane per la “formazione preventiva” + una settimana per l’addestramento non-qualificato): un rapporto di circa 6 a 1, nei due esempi presi in esame.

Quarto passaggio: ottenuto il rapporto tra costo-lavoro globale necessario per formare la forza-lavoro qualificata, e costo-lavoro globale invece necessario per formare la forza-lavoro semplice, si moltiplicherà il risultato/rapporto acquisito rispetto al lavoro vivo necessario a produrre volta per volta i diversi oggetti/valori d’uso con cui entra in contatto il lavoro complesso, (potenziato, moltiplicato).[40]

Nel caso sopracitato, il lavoro qualificato pertanto apporterà costantemente sei volte più tempo-lavoro reale di quello semplice e non qualificato, risulterà volta per volta, giorno per giorno, anno per anno sei volte più produttivo in termini di energie psico-fisiche evocate rispetto al lavoro semplice ed alla sua più modesta performance produttiva.

A sua volta il processo di “riduzione “(Marx) del lavoro complesso a lavoro semplice applicherà le medesime “regole”, solo invertite: prendendo sempre il caso sopracitato, sei ore di lavoro semplice equivarranno ad un ora di lavoro complesso, grazie all’inversione dell’opera di moltiplicazione sopra descritta.

A nostro avviso proprio utilizzando la categoria storico-teorica di “formazione preventiva”, aggiungendo il suo costo-lavoro a quello invece necessario per l’addestramento diretto della forza-lavoro, sia qualificata che non qualificata, si possono evitare assurde sproporzioni tra le due forme di differenziazione generale del lavoro umano.

Se si prescinde infatti dalla “formazione preventiva” della forza-lavoro umana, prendendo l’esempio sopracitato tra il gioielliere e l’operaio addetto alla catena di montaggio, si otterrebbe infatti un grado di asimmetria di ben 520 volte (cinquecentoventi volte!) tra le energie psico-fisiche (potenziate, moltiplicate) costantemente erogate dal lavoratore qualificato-gioielliere, rispetto a quelle invece espresse dal lavoratore non qualificato addetto alla catena di montaggio (520 settimane rapportate a una sola settimana).

In ogni caso risulta altrettanto necessario precisare che il fenomeno concreto finora descrive il contributo (moltiplicato e potenziato) che la forza-lavoro qualificata e “complessa” eroga costantemente nel processo produttivo rispetto la costo-lavoro dei diversi oggetti d’uso (sia mezzi di consumo che mezzi di produzione), non toccando invece la diversa questione del costo-lavoro (valore-lavoro, in ambito classista-capitalista) di tale forza-lavoro.

Ma su questo punto dobbiamo fare un passo indietro di ordine teorico-storico, concentrandoci proprio dalla legge del costo della forza-lavoro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] V. I. Lenin, “Quaderni filosofici”, p. 508, ed. Einaudi

[2] G. Caprara, “Breve storia delle grandi scoperte scientifiche”, pp. 9-10, ed. Bompiani

[3] C. Perles, “Preistoria del fuoco”, op. cit., pp. 23-50, ed. Einaudi

[4] Op. cit., p. 42

[5]Arsuaga, op. cit., p. 52

[6] S. Sartori, “Babbage, Lady Lovelage e il primo computer”, in matematica.unibocconi.it

[7] “Macchina analitica”, in it.wikipedia.org

[8] “Babbage e le sue macchine, in diecichilidiperle.blogspot.com

[9] A. Giannuli, “Come funzionano i servizi segreti”, p. 222, ed. Ponte alle Grazie

[10] J. Keegan, “La grande…” op. cit., p. 380

[11] Arab Ogly, “Nel labirinto dei vaticini”, p. 193, ed Progress

[12] M. Kaku, “Fisica dell’impossibile”, pp. 14-22-99, ed. Codice

[13] M. Kaku, “Fisica del futuro”, p.32, ed. Codice

[14] “Iter”, in it.wikipedia.org

[15] M. Kaku, “Fisica del futuro”, op. cit., pp. 108-112

[16] Mao Zedong, “Da dove vengono le idee giuste?”, 1963

[17] M. Kaku, “Fisica dell’impossibile”, op. cit., pp. 183-185

[18] K. Marx, Il Capitale, libro terzo, cap. quinto, par. quinto

[19] N. Vassallo, “Filosofia delle scienze”, p. VIII, ed. Einaudi

[20] M. Donato, “Il software dell’universo”, pp. 51-52-69, ed. Mondadori

[21] A. Gramsci, “Quaderni dal carcere”, pp. 1458,-1416- 1449, ed. Einaudi

[22] A. R. Hall e M. Boas Hall, “Storia della scienza”, pp. 104-105, ed. Il Mulino

[23] T. Ansary, “Un destino parallelo”, p. 153, ed. Fazi

[24] Op. cit., p. 153

[25] D. Burgio, M. Leoni, R. Sidoli, “Microsoft o Linux? Scienza tecnologia ed effetto di sdoppiamento”, cap. primo, in www.robertosidoli.net

[26] Arab-Ogly, op. cit., p. 193

[27] J. R. McNeill, “Qualcosa di nuovo sotto il sole”, p. 8, ed. Einaudi

[28] Op. cit. p. 12

[29] Arab-Ogly, “Nel labirinto dei vaticini”, p. 194, ed. Progress

[30] Arsuaga, op. cit., pp. 238-239

[31] C. P. Kindleberger, “i primi nel mondo”, pp. 23-29, ed. Donzelli

[32] K. Marx, “Il Capitale”, op. cit., libro primo, cap. primo, parte seconda

[33] M. Kaku, “Fisica dell’impossibile”, op. cit., p. 136

 

[34] Deng Xiaoping, “Scienze and technology constitute a primaty productive force”, 12 settembre 1988

[35] McNeill, “Op. cit., p. 11

[36] M. Kaku, “Fisica del futuro”, pp. 219-223, ed. Codice

[37] K. Marx, op. cit., libro primo, cap. primo, par. secondo

 

[38] F. Engels, “AntiDühring”, op. cit., p. 210

[39] R. Meek, op. cit., p. 161

[40] R. Meek, op. cit., p. 161

Il congresso della Lega della Gioventù Comunista della Cina

Si è aperto il 17 giugno del 2013 il 17° congresso nazionale della Lega della Gioventù Comunista della Cina, in presenza di circa 1500 delegati; fondata 91 anni fa, nel corso del 1922, la Lega della Gioventù Comunista di Cina contava ormai alla fine del 2012 più di 89 milioni di iscritti ( circa la metà dei giovani cinesi), suddivisi in ben tre milioni e mezzo di organizzazioni di base.

Ai lavori del congresso dei giovani comunisti cinesi hanno partecipato tutti i sette membri del Comitato Permanente dell’Ufficio Politico del Partito Comunista Cinese, con in testa il segretario generale XiJinping. Nel suo messaggio ai delegati, il compagno LiuYunshan ha invitato “la gioventù cinese deve impegnarsi al massimo per realizzare il “sogno cinese”, del rinnovamento della nazione”, sottolineando anche che i giovani comunisti “devono continuare a consolidare la loro fiducia nella via socialista nelle teorie e nel sistema socialista con caratteristiche cinesi”, diventando “i promotori, gli esportatori, e i protagonisti nella realizzazione del sogno cinese”

Fonte: “Communist Youth League convenes national congress”, 17 giugno 2013, in english.peopledaily.com.cn

La CIA e la Cina popolare

Lo scandalo che è emerso negli USA a partire da giugno, il cosiddetto Datagate, non ha solo mostrato per l’ennesima volta l’azione capillare di controllo politico-sociale esercitato dal “Grande Fratello” a stelle e strisce sui cittadini americani “sospetti”, ma anche lo spionaggio ipertecnologico attuato costantemente dai servizi segreti statunitensi nei confronti del principale strategico di Washington, la Cina (prevalentemente) socialista.

Come ha infatti testimoniato Edward Snowden, l’ex-analista della CIA che ha fatto conoscere al mondo il grado di estensione dell’interferenza degli apparati statali USA sulla vita privata degli americani, dal 2009 e sotto la presidenza del premio Nobel per la pace “democratico” Obama, i computer della Cina e di Hong Kong sono stati presi di mira dal governo statunitense, avendo come obiettivo diverse centinaia di siti informatici cinesi come parte importante dell’azione globale operata dalla NSA (National Security Agency, l’organismo che agisce con CIA e FBI nel campo della “sicurezza mondiale”) durante gli ultimi anni rispetto a ben 61.000 obiettivi sparsi per il mondo.

Fonte: “Datagate, Snowden: Gli USA spiano anche Cina e Hong Kong”, L. Fiorucci, 13 giugno 2013, in attualissimo.it