Archivi del mese: febbraio 2014

L’analogia storica, nuova arma contro Pechino

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’interessante articolo di Diego Angelo Bertozzi uscito su Cinapopolare il 15/02/14
 

 

 

Si è imposto ormai un vero e proprio trend: non si può parlare della crescita della Cina senza fare riferimento alle tensioni e ai rapporti di forza precedenti lo scoppio della prima guerra e della seconda guerra mondiale. L’analogia storica sembra essere diventata un’arma in più per mettere in guardia l’opinione pubblica mondiale sulle reali intenzioni di Pechino. Con un chiaro obiettivo di fondo: gli Usa devono impegnarsi ancora di più sul fronte militare e nei confronti degli alleati, designando – con una espressione che va di moda – una “big red line” in Asia. Invito che arriva da Giuseppe Bosco (Centro di Studi Strategici e Internazionali) dalle colonne del National Interest: “Il presidente deve prendere la penna e tracciare una linea rossa in tutta la regione Asia-Pacifico in risposta alle minacce della Cina nello Stretto di Taiwan, nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale. La linea partirebbe in perpendicolare dal 38 ° parallelo in Corea. Poi ha bisogno di prendere il telefono e arruolare  nella collaborazione alleati regionali degli Usa come Giappone, Corea del Sud, Australia, Filippine, così come gli amici e partner di sicurezza come Taiwan, Vietnam, Singapore e Indonesia. Egli dovrebbe assicurare l’impegno di Washington per la sicurezza marittima e aerea nella regione e chiedere il loro sostegno materiale e diplomatico per quel bene comune.” (1).

A inizio febbraio il presidente delle Filippine Benigno S. Aquino III ha chiesto nuovamente il sostegno di tutto il mondo al suo Paese minacciato dall’assertività cinese. Questa volta, però, ha fatto pure lui ricorso all’analogia storica, superando quella del premier giapponese Abe (la crescita cinese come quella dell’impero tedesco alla vigilia del 1914): le Filippine si troverebbero nella stessa condizione della Cecoslovacchia minacciata dalla Germania nazista. Ai suoi occhi si deve evitare la riedizione asiatica della conferenza di Monaco del 1938 che vide le potenze occidentali sacrificare i Sudeti – e poi l’intero Paese – per di salvare la pace. La Repubblica popolare sarebbe quindi la nuova Germania nazista, cioè una potenza in crescita pronta a sfruttare ogni minimo cedimento altrui per realizzare il suo dominio in Asia. Il ragionamento storico del presidente filippino ha, però, un punto debole assai evidente: si scorda che già dal 1936 la Germania nazista aveva stretto un patto (Patto anticomintern) con il Giappone “fascistizzato” che nel 1931 aveva aggredito la Cina repubblicana, instaurando un regime fantoccio in Manciura, e nel 1937 aveva dato il via all’invasione su larga scala che avrebbe prodotto l’ignominioso episodio dello stupro di Nanchino e acceso la miccia per il secondo conflitto mondiale. Chi allora si mosse per interrompere la voracità imperialista nipponica? A parole molti, nei fatti nessuno: le neutralità fu la scelta di Usa, Gran Bretagna e Francia. Nel dicembre del 1941 il Giappone iniziò l’invasione delle Filippine, ancora nella condizione di colonia statunitense. Una “Monaco asiatica” c’è già stata è ha avuto come vittima proprio la Cina.
Analogie e precedenti storici a parte, per Aquino III la crescita cinese è sempre meno minacciosa di un possibile risveglio del militarismo giapponese, tanto che il suo ministero degli Esteri Albert del Rosario, in una intervista al Financial Times del dicembre 2012, aveva dichiarato il sostegno al riarmo di Tokyo che passasse anche attraverso la revisione della Costituzione pacifista.

Ci sono poi studiosi che riescono anche a trasformare – sempre per via di analogia storica – le aggressione subite dalla Cina in utili precedenti per mettere in guardia l’amministrazione Usa di fronte alla “aggressiva” Cina di oggi. Già, Pechino potrebbe fare quel che il Giappone fece, ai suoi danni, nel 1937: premere continuamente sui Paesi asiatici più deboli per ottenerne la resa fino ad imporre il proprio ordine. Certo, sostiene Gordon G. Chang (autore di “The Coming Collapse of China”) non ci sarà nessuna invasione su grande scala, ma i segnali ci sono tutti: a Pechino “ora impiegano tattiche di frazionamento, in modo da evitare ritorsioni. Ad esempio, i cinesi hanno negato l’accesso a Scarborough Shoal con un anello di pescherecci e pattuglie in modo da controllare efficacemente la zona. Pretendono di esercitare la sovranità su gran parte del Mar cinese meridionale, in violazione della libertà di navigazione. Inoltre, vi sono indicazioni che Pechino potrebbe dichiarare una zona difensiva di identificazione aerea sopra quel mare, proprio come ha fatto sul Mar Cinese orientale lo scorso novembre.”. (2)
In conclusione, la dichiarazione di una zona difensiva di identificazione aerea ha più o meno la stessa portata dell’invasione giapponese del 1937.

Diego A. Bertozzi

NOTE
1) “Draw a Big Red Line in Asia”, Joseph A. Bosco, 5 febbraio 2014
2) “Asia’s 1937 Syndrome”, G. C. Chang, 4 febbraio 2014

Nuove conquiste sociali in Tibet

Il Dalai Lama definisce il buddhismo “un sistema nobile e altruista”, peccato però che nel vecchio Tibet sotto la schiavitù feudale, i servi della gleba si salutavano l’un l’altro chiedendosi: “chi è il tuo padrone”?[1]

Il sistema nobile e altruista al quale si riferisce l’autoritario Dalai Lama è di sicuro quello che ci riporta indietro a prima del 1951, e cioè a quando i proprietari terrieri risultavano principalmente composti dalle autorità locali e cioè gli aristocratici e i monaci di alto rango: il 5 percento di questi signori possedevano tutti i terreni agricoli, i pascoli, foreste, montagne, fiumi e bestiame, oltre che la forza-lavoro umana dei servi della gleba.

Il Dalai Lama non era solo un leader religioso, ma era anche e soprattutto il più grande proprietario terriero prima della liberazione del Tibet, avvenuta nel 1951.

La sua famiglia possedeva tenute, pascoli e più di 6000 servi: a ciò vanno aggiunti i tre più grandi monasteri di Lhasa con all’interno maneggi, pascoli e beni preziosi.

Nel 1951, il Tibet fu liberato pacificamente e questo evento ha segnato una svolta nello sviluppo della storia e della società tibetana: dopo essersi liberata dalla vergogna di essere stata povera e debole per quasi un secolo della storia moderna, il Tibet ha intrapreso la “via pacifica” della rinascita, del progresso e del benessere, innanzitutto con la totale liberazione nel 1959 di tutti i precedenti servi della gleba.

Sono trascorsi più di 60 anni dalla pacifica liberazione, e in questa regione sono avvenuti radicali cambiamenti e brillanti successi che non conoscono nella storia moderna eguali: uno spettacolo grandioso di benessere e prosperità.[2]

Fin da subito, più di un milione di schiavi liberati furono emancipati nel 1959 e ad essi venne dato il bene più prezioso oltre alla libertà: la possibilità di riappropriarsi della propria terra.

La produzione di grano aumentò da 36.000 tonnellate del 1959, a 160.000 nel 1965.

Le condizioni di vita della popolazione cominciarono subito a migliorare. Ancora nei primi anni ’80, 330.000 contadini avevano una preparazione tecnica sull’uso dei fertilizzanti chimici. Furono costruite le prime autostrade per un totale di ben 21.000 chilometri.

Nei primi anni ’90, il Governo centrale investì 2,38 miliardi di yuan di allora per la realizzazione di 62 progetti al fine di promuovere lo sviluppo dell’agricoltura, conservazione delle acque, per i trasporti, la comunicazione viaria, ecc.: molti altri investimenti, sempre negli anni ’90, furono realizzati in 700 villaggi e in 81 città e,oltre ad accelerare lo sviluppo economico nella regione, portarono nuova vitalità e migliori relazioni sociali.

Venendo agli anni 2000, viene realizzata con i suoi 1.963 chilometri la ferrovia più alta del mondo.

Nel settembre del 2000, un Boeing 737-700 atterrò a una quota di 3.600 metri s.l.m. in quello che è ancora oggi l’aeroporto civile più in alto al mondo.

Alla fine del 2007 le automobili registrate nella sola Lhasa erano circa 50.000 e lo spazio pro-capite dei residenti urbani in Tibet aveva raggiunto i 32,7 metri quadrati; le abitazioni realizzate in mattoni hanno sostituito quelle precedentemente costruite in legno e terra. I quartieri residenziali stanno oggi spuntando in ogni dove nella regione, e nelle case delle famiglie tibetane sono presenti elettrodomestici come la TV a colori, telefoni cellulari, lavatrici e frigoriferi.

Nel 2008, il 95 per cento dell’elettorato in Tibet ha partecipato a elezioni dirette regionali, di prefettura, contea e comune, con il 100 per cento dei votanti in alcuni luoghi: tibetani e i rappresentanti di altre minoranze etniche corrispondono a più dell’80 per cento del numero totale dei rappresentanti del Congresso del  popolo a livello regionale e di prefettura, mentre la percentuale è superiore al 90 per cento per quanto riguarda le contee e i comuni. Oggi i tibetani e il numero di persone appartenenti ai gruppi etnici costituiscono il 77,97 per cento del personale governativo a livello regionale, di prefettura e di contea.

Nel 2009 è iniziata la costruzione della diga chiamata nuova “Diga delle Tre Gole” con un investimento pari a 4,57 miliardi di Yuan (748 milioni di dollari), che si prevede sarà completata nel 2016: essa prevede la fornitura di energia elettrica pari a 150 milioni di KWh consentendo di rifornire più elettricità al resto del paese.

Resto del paese che, nel frattempo, grazie allo sfruttamento di energia solare (quindi pulita) assiste alla realizzazione di un impianto fotovoltaico capace di erogare 10MW di potenza.[3]

Dalla riforma democratica, il Tibet si è concentrato ad assicurare la giustizia sociale e a migliorare la qualità della vita. Secondo i dati registrati e rilasciati da Damzeng Lhunchu, vice-direttore dell’Istituto di Ricerca Economica e Sociale della Cina e Centro di Ricerca di Tibetologia, i contadini e i pastori tibetani non avevano virtualmente alcun guadagno prima della riforma economica: in seguito, il reddito procapite netto è salito ogni anno: 175 yuan nel 1978; 500 yuan nel 1985; 1.000 yuan nel 1997; and 2.000 yuan nel 2005. Nel 2008, si è arrivati addirittura a 3.170 yuan. Nel corso degli ultimi sette anni, di media, il loro reddito netto pro-capite è aumentato del 12,9 per cento ogni anno.[4]

La diffusione dei telefoni fissi e dei cellulari ha reso possibile la comunicazione verso e tra i villaggi più arretrati e distanti; i giovani possono tranquillamente recarsi in una caffetteria, come qualsiasi altro giovane occidentale, usufruire del Wi-Fi gratuito e comunicare liberamente.

Oggi più di un milione di tibetani ormai è collegato alla rete elettrica tradizionale, mentre nei villaggi più lontani vengono utilizzati mini pannelli solari per creare elettricità.[5]

Inoltre il telescopio KOSMA, parte dell’Osservatorio Astronomico di Yangbajain (un paese nei sobborghi del capoluogo di Lhasa), secondo l’accordo stipulato tra Cina e Germania nel 2009, sarà di proprietà della Cina, ma sarà dato il 20% del tempo di osservazione all’Università di Colonia.

Wang, capo del progetto congiunto tra scienziati cinesi e tedeschi, ha annunciato che il telescopio sarà usato per studiare argomenti come la formazione di stelle e le nuvole molecolari e ha inoltre aggiunto che: “Ci aspettiamo di fare progressi nel campo della ricerca”.

C’è spazio anche per la riproduzione degli animali e, nel caso specifico, di antilopi, asini e yak, notevolmente aumentati grazie alla riserva naturale del Qiantang che copre una vasta area naturale di 298.000 km, pari quasi quanto l’Italia.

Nell’ ambito delle infrastrutture sono centodiciassette (117) i chilometri di autostrada, realizzata con un costo pari a 950 milioni di yuan, (155 milioni di dollari) che collegano già le contee di Bome a quella di Nyinchi. Dice un abitante della cittadina tibetana, Gyaltsen: “Prima mi ci volevano diversi giorni per arrivare alla contea di Nyinchi, ora con la nuova autostrada non mi ci vogliono che alcune ore. Vi posso inoltre portare i miei prodotti e venderli. Quando abbiamo bisogno del medico in poco tempo è già qua”.[6]

Tutti i cittadini residenti in Tibet maggiori del 18° anno di età, senza distinzione di sesso, occupazione, famiglia di appartenenza, etnia, religione, tipo di educazione, godono del diritto di voto e del diritto di presentarsi alle elezioni: ancora nel 2012, dei 34.244 deputati eletti, ben 31.901 erano di nazionalità tibetana.

Sei decenni di sviluppo in Tibet, attraverso le riforme e i finanziamenti da parte del Governo centrale e del partito comunista cinese, hanno reso la regione più ricca e più prospera, portando dal 2002 ben 2,3 milioni di nuovi alloggi a pastori, contadini e agricoltori, portando tra l’altro il  prodotto regionale lordo ad una crescita che passa dai 129 milioni di yuan  del 1951 fino ad arrivare ai 70,1 miliardo yuan del 2012: una crescita annuale dell’8,5 percento.[7]

Diminuisce ulteriormente e di “anno in anno” – queste le parole del presidente tibetano Losang Jamcan – il numero delle persone che vivono in povertà, attraverso dei progetti finanziati da governo tibetano soprattutto nelle terre più isolate, che vedono scendere il numero dei poveri da 585.000 del 2012 ai 457.000 del 2013.

Sempre nel 2013, la spesa annale per l’istruzione scolastica ha toccato la soglia di 11 miliardi di yuan.[8]

Infine ma non meno importante, nel 2013 il PIL della Regione autonoma del Tibet ha toccato gli 80,2 miliardi di yuan, con un aumento del 12,5% rispetto all’anno precedente: per la Regione, si tratta del 21° anno consecutivo di mantenimento di una crescita economica superiore al 10%.[9]

 

 


[1] www.english.peopledaily.com, 2 aprile 2013

[2]www.rmhb.com.cn, aprile 2008

[6]www.xinhuanet.com 31 ottobre 2013.

[7] www.news.xinhuanet.com.english.indepth 02/11/2013

[8]www.xinhua.net, 9 gennaio 2014