Archivi del mese: marzo 2014

Energie rinnovabili: sarà la Cina il più grande produttore al mondo di “energia verde”

A cura della redazione di www.atlasweb.it

 

Sarà la Cina il paese che nei prossimi anni farà registrare la crescita maggiore nell’approvvigionamento di energia derivante da fonti rinnovabili.

Lo sostiene uno studio pubblicato dall’Agenzia internazionale dell’Energia (Aie), l’organizzazione energetica dei paesi sviluppati, precisando che il 40% della crescita mondiale di elettricità rinnovabile (idroelettrica, eolica e solare) da qui al 2017 verrà dalla Cina, che si piazza davanti a Stati Uniti, India e Germania.

Lo studio precisa che la crescita in energia verde dei cinesi sarà cinque volte superiore a quella attesa negli Usa, sette volte superiore a quella dell’India e otto volte a quella della Germania.
Per la precisione, evidenzia lo studio, dei 710 Gigawatts (GW) di capacità di produzione elettrica rinnovabile supplementare stimata entro il 2017, 270 Gigawatts saranno ‘made in China’, grazie a dighe, parchi eolici e solari.

Per la precisione il 90% di questo aumento cinese sarà dovuto a idroelettrico ed eolico e il restante 10% al fotovoltaico.

Si tratta di una potenza energetica pari a quella che sono in grado di produrre 170 reattori nucleari di massima potenza.

In questa classifica seguono gli stati uniti con 56 GW, l’India con 39, la Germania e il Brasile con 32 Gigawatts verdi supplementari ciascuno.

Secondo il direttore del dipartimento dell’Aie che ha realizzato il rapporto, la Cina diventa quindi il primo mercato mondiale per lo sviluppo di questa energia, soprattutto a causa dell’esplosione di domanda di elettricità nel paese e delle inquietudini politiche sul garantire la propria sicurezza energetica in un momento di forte incertezza che sta spingendo verso la diversificazione delle fonti.

Un mercato domestico e un sistema industriale che si rinforzano a vicenda, visto che lo scorso anno ben sette dei 10 principali produttori al mondo di moduli fotovoltaici erano cinesi, mentre ben quattro figuravano in cima alla lista dei produttori eolici.

E se la Cina spinge, l’Europa indietreggia, dal momento che, secondo il rapporto, a causa del rallentamento economico anche la produzione di energia rinnovabile del vecchio continente subirà una contrazione.

L’esempio più eclatante è quello spagnolo, uno dei pionieri europei nell’uso dell’eolico, dove, a causa delle misure d’austerità, sono state tagliate le sovvenzioni per le energie rinnovabili.

Il mistero delle LEU scomparse

A metà marzo del 2014 uscirà il nuovo libro di Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio, Leggi economiche universali e comunismo pubblicato dalla casa editrice Aurora.

Il libro può essere richiesto (costo 10.00 euro) al Centro culturale Concetto Marchesi di via Spallanzani, 6 Milano. Tel. 02 29 405 405

Presentiamo ai compagni una parte della prefazione degli autori.

 

 

 

 
Citazioni

 

Lettera di Karl Marx a Ludwig Kugelmann, 11 luglio 1868. “Il cianciare sulla necessità di dimostrare il concetto di valore è fondato solo sulla più completa ignoranza, sia della cosa di cui si tratta, sia del metodo della scienza. Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa. E ogni bambino sa pure che la qualità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono qualità diverse, e qualitativamente definite, del lavoro sociale complessivo. Che questa necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite, non è affatto annullata dalla forma definita della produzione sociale, ma solo può cambiare  il suo modo di apparire, è self-evident. Le leggi di natura non possono mai essere annullate. Ciò che può mutare in condizioni storiche diverse non è che la forma in cui questa distribuzione proporzionale del lavoro si afferma, in una data situazione sociale nella quale la connessione del lavoro sociale si fa valere come scambio privato dei prodotti individuali del lavoro, è appunto il valore di scambio di questi prodotti.

La scienza consiste appunto in questo: svolgere come la legge del valore si impone.”

 

Karl Marx, “Critica del Programma di Gotha”, cap. primo. “Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d’uso (e in questi consiste la ricchezza effettiva) altrettanto quanto il lavoro, che esso stesso, è soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza-lavoro umana. E il lavoro dell’uomo diventa fonte d’uso, e quindi anche di ricchezze, in quanto l’uomo entra preventivamente in rapporto, come proprietario, con la natura, fonte prima di tutti i mezzi e oggetti di lavoro, e la tratta come cosa che gli appartiene”.

 

“Il processo lavorativo… è l’attività che ha per fine la produzione di valori d’uso, adattamento degli elementi della natura ai bisogni dell’uomo, condizione generale del ricambio organico tra uomo e natura, perenne condizione dell’umano esistere: perciò non dipende da una particolare forma di vita, ma al contrario è comune ugualmente a tutte le forme di società dell’umano esistere”. (Karl Marx, Il Capitale, libro primo, cap. quinto, par. primo).

 

 

Solo alla fine di un indagine storica si “potrà stabilire le poche leggi assolutamente generali, valide per la produzione e lo scambio in genere” (F. Engels, “AntiDühring”, pp. 157-158, Editori Riuniti).

 

Friedrich Engels, “AntiDühring”, p. 330. “Date le premesse sopracitate, la società non assegnerà neppure dei valori ai prodotti. Essa non esprimerà il fatto semplice che i cento metri quadrati di stoffa hanno richiesto per es. mille ore di lavoro per la loro produzione, dicendo in una maniera sciocca e assurda che essi hanno il valore di mille ore di lavoro. Certo anche allora la società dovrà sapere quanto lavoro richiede ogni oggetto di uso per la sua produzione. Essa dovrà organizzare il piano di produzione a seconda dei mezzi di produzione, ai quali appartengono, in modo particolare, anche le forze-lavoro. Il piano, in ultima analisi, sarà determinato dagli effetti utili dei diversi oggetti di uso considerati in rapporto tra di loro e in rapporto alla quantità di lavoro necessaria alla loro produzione. Gli uomini sbrigheranno ogni cosa in modo assai semplice senza l’intervento del famoso “valore””.

A. Ciervo, “I beni comuni”, p. 36 (ed. Edierre). “Si pensi, allora, per esempio, alla progettazione di un nuovo software: una volta che una prima unità è stata realizzata, il costo di riproduzione delle sue copie tende a zero, il che vuol dire che i beni cosiddetti immateriali non sono soggetti a scarsità, potendo essere riprodotti in numero pressoché infinito e a costi trascurabili”.

 

 

 

“Il mistero delle LEU scomparse”

 

 

Caro Moro, esiste una sorta di “giallo” teorico nel marxismo che avrebbe potuto attirare l’attenzione anche di E. A. Poe: il mistero delle leggi economiche universali scomparse, sparite e smarrite.

Nel suo AntiDühring e proprio all’inizio della sezione dedicata all’economia politica, infatti, il tuo grande amico Engels scrisse che quest’ultima scienza risultava di natura prettamente “storica” e che doveva pertanto necessariamente partire dall’analisi delle “leggi particolari di ogni singola fase di sviluppo della produzione e dello scambio”.

Ma Engels affermò anche che, effettuato con successo tale cammino teorico, “alla fine di questa indagine” l’economia politica “potrà stabilire le poche leggi assolutamente generali valide per la produzione e lo scambio in genere”:  nella nostra terminologia, le leggi economiche universali. (LEU)[1]

Quindi sussistono, a giudizio del tuo amico, delle “leggi” economi-che “assolutamente generali”: il problema è che Engels non accennò quasi mai a quali fossero tali leggi economiche universali, “poche” o tante che fossero.

Engels scherzava e ci voleva prendere in giro?

Non crediamo assolutamente a tale ipotesi anche perché, sempre nell’AntiDühring, Engels indicò almeno in parte una di queste “leggi assolutamente generali” poche righe prima di quelle da noi già citate, sottolineando infatti che “produzione e scambio sono due funzioni diverse. Può esserci la produzione senza lo scambio, non lo scambio – che proprio per sua essenza è scambio di prodotti – senza la produzione.”[2]

Se si sostituisce il termine “consumo” (ivi compreso il consumo di mezzi di produzione) a quello di “scambio”, otteniamo una delle più elementari (e tristi, negative…) leggi economiche universali, come si vedrà meglio in seguito.

Il problema e il “mistero”, caro Marx, consistono nel fatto che anche se il processo di analisi teorica sull’economia vanta circa ventiquat-tro secoli di storia e partì già da Aristotele, con la sua distinzione tra valore d’uso/valore di scambio e tra produzione per l’uso/produ-zione per il guadagno (il filosofo di Stagira riconobbe inoltre che tutte le merci sono frutto del lavoro umano, notando altresì che il denaro risulta la misura del valore), la sua messe di risultati si rivela ancora assai ridotta rispetto al processo di individuazione delle leggi economiche di valore universale, che si manifestino concretamente in tutte le epoche storiche; nonostante che nella tua geniale opera “Il Capitale” esse fossero contenute in larga parte, espresse a volte in forma assai chiara, i tuoi seguaci (più o meno degni…) si sono dimenticati di regola sia di estrapolarle che di  sviluppare almeno in parte il processo di analisi nei loro confronti, smarrendo e facendo pertanto svanire quasi completamente un “continente” ed un settore di ricerca teorico dotato anche di grande rilevanza concreta e pratica.[3]

In questo saggio cercheremo di iniziare a colmare tale gigantesca lacuna, che comprende anche le tendenze economiche, i “primati” ed i rapporti dialettici di valore universale del pensiero economico.

Per leggi economiche universali intendiamo quei nessi regolari e ripetuti di dipendenza tra fenomeni produttivi diversi, posti in un costante rapporto dialettico di causa ed effetto e che si manifestino (anche se assumendo via via forme diverse) in tutte le formazioni economiche-sociali, del passato, presente e futuro. Partendo dal comunismo primitivo delle società paleolitiche, dall’Homo habilis di circa 2.300.000 anni orsono, con la sua creazione dei primi utensili e della primordiale espressione della tecnologia umana, fino al (futuro) comunismo sviluppato del “a ciascuno secondo i suoi bisogni”; passando via via per il modo di produzione asiatico ed i rapporti sociali di produzione schiavistici, per  la formazione econo-mico/sociale feudale il modo di produzione capitalistico nelle sue varie fasi di sviluppo (manifatturiera, industriale, finanziario-imperialistica), oltre che per il socialismo, prima ed immatura fase di crescita del modo di produzione comunista.[4]

Tali leggi economiche universali, tra cui spicca per importanza quella del costo-lavoro, risultano essere:

–          la legge dell’erogazione gratuita e costante di valori d’uso economici da parte della natura (=causa), che consente alla forza-lavoro umana di disporre delle condizioni materiali necessarie sia per riprodursi sul piano sociobiologico che al fine di creare valori d’uso con la praxis produttiva (=effetto): nel primo caso anche con valori d’uso “non ottenuti mediante il lavoro” (Capitale, libro primo, cap. primo, par. 1), quali ad esempio aria e fotosintesi clorofilliana, nel secondo caso fornendo materie prime ed energia, ecc.;[5]

–          la legge dell’indispensabilità del lavoro umano, concausa e fattore determinante per il processo di riproduzione materiale del genere umano, dei suoi prodotti di consumo (ivi compresi i mezzi di produzione) e di  tutte le formazioni economico-sociali della storia passata, presente e futura della nostra specie;

–          la legge della trasformazione (necessaria e costante) di una parte del lavoro vivo in strumenti di produzione, con la derivata divisione (necessaria e costante) del  prodotto sociale complessivo tra mezzi di consumo e mezzi di produzione fin dal più remoto paleolitico (Homo habilis e chopper);

–          la legge della dipendenza (costante e necessaria)  del consumo, sia di mezzi di consumo che di mezzi di produzione, dal processo produttivo: senza produzione, nessun consumo (produzione che può essere dovuta a terzi: creditori/produttori dei debitori/consumatori, lavoratori sfruttati, ecc.);

–          la legge del costo-lavoro, per cui il costo sociale di qualunque bene già inventato viene  determinato dalla quantità/qualità di lavoro globale (immediato/mediato) socialmente necessario a riprodurlo/copiarlo, indipen-dentemente dalla presenza/assenza di rapporti di scambio rispetto ai beni e dalla presenza/assenza di plusprodotto: quantità di lavoro che “a sua volta si misura con la sua durata temporale”, come rilevavi giustamente nel Capitale, dipendendo in ultima istanza dalla “forza produttiva del lavoro”;

–          la legge dell’innovazione-lavoro, per cui il costo di qualunque bene/servizio prodotto ex-novo (o migliorato sensibilmente) dalla creatività umana è determinato dal lavoro socialmente necessario a produrlo per la prima volta, in modo indipendente dalla presenza/assenza di rapporti di scambio dei beni e dalla presenza/assenza di plusprodotto;

–          la legge dell’ammortamento-lavoro, per cui il lavoro in precedenza accumulato nei mezzi di produzione e nelle materie prime/fonti energetiche si trasferisce e cristallizza nel costo-lavoro globale dei beni prodotti, in base al logorio subito dai primi nel corso del processo di produzione;

–          la legge del costo della forza-lavoro, per cui serve una quantità determinata (variabile a seconda del periodo storico, dell’area geografica, ecc.) di mezzi di consumo per assicurare il processo sociale di riproduzione di “buona qualità” (Marx) della forza-lavoro e della sua prole: sotto tale soglia si assiste al deterioramento delle capacità fisico-intellettuali dei produttori diretti, più o meno intenso e veloce a seconda dei casi concreti;

–          la legge della riparazione-lavoro, per cui il tempo di lavoro socialmente necessario per la riparazione e pulizia degli oggetti di consumo e dei mezzi di produzione si aggiunge costantemente al costo-lavoro globale di questi ultimi;

–          la legge del trasporto-lavoro, per cui al costo sociale di produzione-lavoro immediata di un oggetto va aggiunto necessariamente il tempo di lavoro socialmente necessario per trasportare il bene dove viene utilizzato concretamente;

–          la legge dell’asimmetria costante tra il costo-lavoro e l’innovazione-lavoro, tra il tempo necessario socialmente per produrre ex-novo un bene e quello invece necessario per riprodurlo e clonarlo;

–          la legge del “rasoio di Occam” dell’utilità, per cui qualunque bene-servizio non contiene alcun reale costo-lavoro (indipendentemente dal tempo di lavoro concretamente necessario per riprodurlo/produrlo ex-novo) se non ha allo stesso tempo un utilità sociale, anche minimale;

–          la legge della “distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite” (Marx, lettera a Kugelmann del 1868),  date volta per volta, tra settore della produzione di mezzi di produzione e settore di produzione dei mezzi di consumo, tra il fondo di lavoro accumulato negli strumenti di produ-zione ed il lavoro vivo;

–          la legge dell’aumento di bisogni materiali e culturali dell’uomo, in conseguenza dell’incremento del livello qualitativo di sviluppo del processo produttivo e delle conoscenze tecnico-scientifiche (protoscientifiche) applicate al processo produttivo;[6]

–          la legge dell’usura/logoramento determinata in modo costante dalla “forza distruttiva” (Marx) espressa dalla Natura contro tutte le opere e forze produttive del genere umano, a partire dalla forza-lavoro e dalla sua longevità-efficienza;

–          viceversa la forza-lavoro ha “la dote di natura” (Marx) di conservare costantemente il costo-lavoro condensa-to nel fondo dei diversi mezzi di produzione (fissi-circolanti) proprio trasformandoli ed utilizzandoli nel processo produttivo, impedendo il tal modo che il “logorio” inevitabile provocato dalla Natura distrugga via via il lavoro vivo in essi contenuto (libro primo del Capitale, capitolo sesto);

–          la legge della dipendenza costante della (variabile) produttività sociale umana principalmente dal livello variabile di sviluppo della scienza (protoscienza) e tecnologia,  ivi compreso il Know-how espresso via via dalla forza-lavoro umana, a partire dai primi “chopper” creati dall’Homo habilis più di due milioni di anni orsono;

–          la legge della dipendenza del costo-lavoro di ciascun oggetto d’uso, in qualunque epoca storica, dal grado variabile di produttività sociale via via raggiunto dalla forza-lavoro nelle diverse fasi storiche. Sussiste pertanto una proporzionalità inversa tra produttività generale del lavoro sociale e costo-lavoro: tanto maggiore risulta tale livello di produttività generale, tanto minore diventa il costo-lavoro dei diversi oggetti d’uso;

–          la legge della dipendenza (costante e necessaria) della produzione di pluslavoro/surplus (plusvalore, nel modo di produzione capitalistico) da un livello qualitativo, sufficientemente avanzato, e da una “soglia critica” di sviluppo generale della produttività del lavoro sociale: senza disporre almeno di tale grado minimo-indispensabile (rivoluzione produttiva del neolitico, agricoltura, ecc.), il lavoro umano non può produrre pluslavoro ed un surplus costante, accumulabile con relativa facilità;[7]

–          la legge della trasformazione costante di una parte (variabile) del lavoro sociale in lavoro complesso e potenziato, capace di produrre nello stesso tempo di lavoro molte più energie psicofisiche rispetto al lavoro semplice e non-qualificato, secondo proporzioni stabilite dalle regole generali del processo di formazione della forza-lavoro umana; [8]

–          la legge generale della ricchezza sociale: la quantità di valore d’uso, di ricchezza materiale a disposizione delle diverse società e formazioni economico-sociali rappresenta costantemente una variabile dipendente della quantità generale di lavoro in esse disponibile, moltiplicata per la produttività sociale di quest’ultima;

–          la legge del costo unitario nella produzione in serie, per cui il costo unitario di ogni singola unità prodotta è dato costantemente dalla divisione tra costo totale e quantità di beni prodotti; pertanto all’aumentare della produzione, se il costo totale non varia, il costo unitario diminuirà (e viceversa, in caso inverso di diminuzione della produzione);

–          la legge del circolo virtuoso tecnologico, per cui una determinata massa critica di scoperte tecnologiche di grande portata innesca sempre un processo di crescita del processo produttivo e degli scambi economici, aumento che a sua volta favorisce un ulteriore sviluppo della tecnologia (rivoluzioni produttive del neolitico,  oppure rivoluzione industriale del 1770/1825, ecc.);

–          la superiorità scientifica (protoscientifica) e tecnologica determina costantemente, fin dai tempi del confronto tra Homo sapiens e Neanderthal, un migliore processo di riproduzione economica (a partire dall’incremento della forza-lavoro) dei segmenti di società umane che godono di tale supremazia, più o meno prolungata nel tempo;[9]

–          la legge della progettazione-lavoro: una delle forze motrici costanti e necessarie del processo produttivo consiste nella presenza indispensabile di un progetto cosciente per lo svolgimento delle attività produttive, oppure nella copiatura/riproduzione cosciente di un modello produttivo ideato ed elaborato in precedenza (Marx, l’ape e l’architetto).

 



[1] F. Engels, “AntiDühring”, pp. 157-158, Editori Riuniti

[2] Engels, op. cit., p. 158

[3] K. Polanyi, La grande trasformazione”, p. 70, ed. Einaudi; R. L. Meek, “Studi sulla teoria del valore”, p. 274, ed. Feltrinelli; I. Robbins, “La misura del mondo”, p. 65, ed. Ponte alle Grazie; F. Engels, “AntiDühring”, pp. 243-244, Editori Riuniti.

[4] Xu He, “Trattato di economia politica”, vol. primo, p. 14, ed. Mazzotta.

[5] K. Marx, “Critica al Programma di Gotha”, cap. primo, Editori Riuniti

[6][6] K. Marx, “Il Capitale”, op. cit., libro terzo, cap. 48

[7] K. Marx, op. cit., libro primo, cap. primo, par. secondo

[8] J. Eaton, “Economia politica”, pp. 42-43, ed. Einaudi

[9] V. I. Lenin, “La grande iniziativa”, luglio 1919

La teoria del valore alla prova del nuovo macchinismo

A metà marzo del 2014 uscirà il nuovo libro di Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio intitolato Leggi economiche universali e comunismo pubblicato dalla casa editrice Aurora:

il libro può essere richiesto (costo 10.00 euro) al Centro culturale Concetto Marchesi di via Spallanzani, 6 Milano. Tel. 02 29 405 405

Presentiamo ai compagni l’interessante contributo al libro di Bruno Casati, presidente del Centro culturale Concetto Marchesi.

 

 

 

Il marxismo come dottrina dello sviluppo della Società, del movimento operaio e della rivoluzione, non è da considerarsi come un qualcosa di finito e intangibile, una teoria  fissa – citando Goethe, Lenin usava ripetere che la teoria è grigia – ma, al contrario, solo come una pietra angolare della scienza che l’uomo deve costantemente sviluppare. “La teoria è grigia ma l’albero eterno della vita è verde”, così concludeva Lenin che considerava il Marxismo come la dottrina viva dell’evoluzione continua del sapere. Ma, questa evoluzione si compie nelle contraddizioni e nel vasto campo dei contrasti, perché così procede il capitalismo, che è progressivo: sa distruggere, e l’ha fatto, antichi modi di produzione e, insieme espandere nuove forme produttive, e l’ha fatto, così come, nel contempo, è portato a impedire che l’emergere impetuoso dei soggetti che sono i protagonisti delle nuove forme produttive, prevalga e, quindi li comprime. Da qui il Marxismo, che è dottrina sempre in movimento, motore   intellettuale della lotta rivoluzionaria del proletariato che, in crescita “dicotomica” con il Capitalismo, non si vuol far schiacciare. Ed è il Leninismo “il Marxismo dell’epoca imperialista e della rivoluzione proletaria”  (così Stalin). È su concetti come questi e altri che si innesta la nuova pregevole opera  che Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio, dedicano al “MORO”, e lo fanno con l’approccio che dovrebbero sempre avere i Marxisti che è quello, appunto, di considerare il Marxismo come dottrina in  verifica continua, in   movimento. Carlo Marx oggi lo ripenserebbe, non ho dubbi, alla luce delle formidabili trasformazioni capitalistiche esplose  negli ultimi decenni del “secolo breve” alle  nostre spalle, inimmaginabili ai suoi  tempi. Si pensi alla possente rivoluzione dell’automazione flessibile e alla cancellazione della meccanica da parte dell’elettronica. Perché oggi viviamo uno stravolgente ma anche meraviglioso passaggio d’epoca in cui, mi limito ad un solo  esempio, è possibile  affermare che tra il “Torchio di Gutemberg” e la stampa delle    righe a piombo corre una differenza minima se raccordata al gran balzo invece intervenuto con la parola digitale che, con uno spettacolare cambio di dimensione, ha azzerato non solo le righe a piombo ma i cinquecento anni precedenti. E poi  Internet. Carlo Marx, credo, si getterebbe a capofitto nell’immane impresa della rivisitazione di sé stesso e  nell’analisi di questo nuovo “macchinismo” spesso senza l’uomo e, del resto, ripensare il Marxismo  non è forse il messaggio chiave che Marx  stesso ci consegna? Ricercare, scavare, indagare, verificare sul campo e poi  correggere e riscrivere, sempre senza alcuna rigidità dogmatica, sempre inseguendo le Leggi (oggettive?) che sovraintendono il processo storico  sociale, le famose leggi economiche universali, sulle quali  gli autori riflettono, anche con ricche provocazioni. Marx ,forse, si proporrebbe nell’ennesima riscrittura del Capitale (che magari non porterebbe a conclusione)  perché in  lui si componevano e scomponevano due piani di pensiero: il piano dell’astrazione e quello della politica. Sul piano dell’astrazione, che è quello che ci interessa, Marx  cerca di individuare, dare forma logica a queste leggi che Hegel, invece, collocava nel sito della politica – sistematizzandole nella dimensione dell’economia,  individuando il loro sbocco nell’assoluta libertà sociale, in cui il “libero stato organicistico tutore della società” (quello che, sempre Hegel, vedeva nello stato prussiano cristiano) diventa il comunismo. Comunismo in  concreta prospettiva e non speranza,  che diventa l’alibi comodo degli attendisti, ma in una prospettiva appunto da conquistarsi da parte degli essere umani, da parte delle classi progressive, come il proletariato industriale, le sole portatrici dei più elevati modi di produzione. L’impianto del ragionamento, e del suo sbocco, risponde così  ad una logica stringente. Ma Marx spende nello studio più di un decennio in quaderni fitti di appunti, semilavorati cancellati e riscritti e poi ancora riscritti. Con molta superficialità si potrebbe dire che il metodo logico-dialettico che Marx adotta crea difficoltà allo stesso Marx ,e  lui ne è ben consapevole.  Come infatti è noto,  sono quattro i suoi tentativi consecutivi di scrivere il Capitale. L’ultimo resterà incompiuto ed il secondo e il terzo volume saranno completati da Engels sulla base degli appunti di Marx  dopo la sua morte. Del resto, se seguiamo Marx nel reiterato tentativo di trasformazione, ad esempio, del valore delle merci nei loro prezzi di produzione, ci troviamo assorbiti in complicatissime scissioni dialettiche, assolutamente affascinanti per gli studiosi, trasportati in escursioni intellettuali raffinate, ma che però, in quanto astratte, diventano di difficile, se non impossibile, trasposizione in politiche economiche concrete, da collocarsi sul terreno della transizione socialista. Marx non si poneva, è vero, questo obbiettivo, se lo posero invece i sovietici dopo l’Ottobre, provandosi a utilizzare Marx come base teorica della pianificazione socialista, ma dovettero arrendersi (e pure disponevano delle più belle intelligenze Marxiste del tempo) e ripiegare sull’econometria. Restano di Marx   aperture e analisi storico –sociali di enorme rilevanza. Si prenda ad esempio, ma mille potrebbero essere gli esempi, lo straordinario ventiquattresimo capitolo del primo Libro del Capitale, sulle origini stesse del modo di produzione capitalistico, che ci racconta con rara efficacia come, senza la scoperta delle Americhe da parte degli  Europei, senza il saccheggio di quelle terre e la tratta degli schiavi dall’Africa per moltiplicare le ricchezze degli Europei (e dei loro figli) che vi si erano insediati, con la formazione conseguente del mercato mondiale, senza tutto questo nessuno sviluppo delle contraddizioni della Società  tardo feudale avrebbe portato al capitalismo.

Mi preme ora, per non uscire dal percorso sulle leggi economiche universali che gli autori hanno imboccato, cogliere qualche aspetto della famosa teoria del valore perché è da qui che Marx parte per valutare se un sistema è pronto o meno per la trasformazione rivoluzionaria. È il Marx  della maturità che scrive: “i valori d’uso costituiscono il contenuto materiale della ricchezza, qualunque sia poi la sua forma sociale. Nella forma di società che noi dobbiamo considerare essi si fanno peraltro innanzi, nello stesso tempo, come portatori materiali del valore di scambio”. E prosegue identificando appunto il valore di scambio: “ il valore di scambio appare innanzitutto quale rapporto quantitativo, la proporzione, in cui il valore d’uso di una certa specie si scambia con valori d’uso di un’altra specie: rapporto accidentale che muta continuamente secondo il tempo e il luogo”. In sintesi, la merce ha in sé due proprietà : il valore d’uso e quello di scambio e quest’ultimo non è il valore della merce, ma diventa tangibile  solo quando essa è scambiata. Questa legge del valore ha un’entità che è data dal tempo di lavoro, che però non è quello impiegato direttamente dal produttore, ma quello necessario per la produzione delle merci. A ben vedere è poi questo l’elemento fondante che caratterizza la produzione capitalista,  perché l’uomo non produce beni per il proprio bisogno ma produce beni destinati ad altri senza preoccuparsi dell’uso che altri ne fanno. In sintesi, produce merci per il mercato. È così rappresentata la duplice natura del processo produttivo. È da questa rappresentazione che Marx elabora una teoria anche  del valore del lavoro che sarà la base dell’analisi fondamentale del plusvalore, l’asse portante del capitale, come natura (e come libro). In questa straordinaria analisi, che parte dallo scambio e arriva al denaro, Marx  sostiene che la forma di valore contenuta nella moneta è racchiusa nella relazione tra una merce e l’altra. È così introdotto il concetto stesso dell’equivalenza che, nella storia dell’umanità, è stato universalmente risolto dall’oro e da altri metalli pregiati. Ne deriva che le merci vengono scambiate sul mercato secondo il valore espresso nel denaro, l’equivalente dell’oro, che così diventa il prezzo di quelle merci. Dalla natura stessa del prezzo discende la sua oscillazione attorno al valore, in relazione al rapporto instabile che si configura tra la domanda di una tale merce e la sua offerta. Ed è a questo punto che Marx  introduce la tesi secondo cui, essendo il denaro l’ultimo elemento  della circolazione delle merci, esso diviene al tempo stesso la prima forma di capitale. È nel contesto di tale tesi che viene affacciato il concetto di plusvalore, che appare nella relazione stretta tra transazione, compravendita, circolazione del denaro. Con la compravendita lo scopo è acquistare (o vendere) la merce, con la circolazione si crea una eccedenza sul valore d’origine, questa eccedenza costituisce il plusvalore e chi possiede questo denaro trasferito in capitale è il capitalista. E il proletario produttore di beni per altri? La risposta di Marx è che non solo le merci sono vendute e comperate, anche la forza lavoro viene venduta e comperata e, quindi, quella legge sul valore sovraintende anche il lavoro. Secondo questa legge l’operaio, in una parte della sua giornata, produce un lavoro pari a quello della sua forza lavoro ma, in  un’altra parte e sotto  pressione del capitalista, produce un valore aggiunto maggiore. Il plusvalore per il capitalista è quindi estratto dal plusvalore non retribuito fornito dall’operaio. I mezzi di produzione (il capitale costante) non danno perciò il capitale ma lo diventano quando si appropriano del lavoro operaio non retribuito. Detto diversamente, la fonte del plusvalore, il denaro che il capitalista intasca, è solo il plusvalore dell’operaio. Ne discende che questo operaio, con milioni di altri, non deve limitarsi a richiedere condizioni materiali migliori (lo deve pur fare in una dimensione sindacale, parziale),ma deve essere colui, con milioni di altri, che deve esigere il possesso totale dei mezzi che il capitalista gli ha sottratto: esigere insomma quel valore della sua giornata di lavoro che non entra nelle sue tasche ma in quelle del capitalista. È  questo contesto che chiede per l’operaio il passaggio dalla coscienza sindacale del proprio interesse alla coscienza collettiva di classe, che si determina la rottura rivoluzionaria, ossia con  il passaggio dalla società capitalista alla nuova (comunista o socialista). V’è però da dire, per concludere, che questa rottura è finora intervenuta laddove la produzione delle merci non aveva ancora imbevuto l’intero tessuto sociale. Il che però vuol dire che la teoria del valore, che è teoria giovane, aspetta ancora di essere pienamente sviluppata. Marx richiede a tutti noi un aggiornamento Marxista e una prassi conseguente, che non si può ricercare pedissequamente in  un’opera del 1848, anche se il famoso “frammento sulle macchine” dischiude nuovi orizzonti per i Marxisti del terzo millennio. Questa è la sfida che ci  lancia il “MORO”.