Archivi del mese: febbraio 2015

PER UNA STORIA POLITICA E SOCIALE DELLA FILOSOFIA

Riceviamo e pubblichiamo la postfazione di André Tosel al libro “Pitagora, Marx e i filosofi rossi” di R. Sidoli, D. Burgio e L. Leoni di prossima pubblicazione attraverso l’Editrice Aurora e che verrà dedicato a György Lukács: il più creativo filosofo del materialismo dialettico dopo Lenin.

Buona lettura.

La redazione LaCinaRossa

 

 

 

Confesso di essere rimasto sorpreso, e anche preso alla sprovvista, alla lettura di una storia della filosofia direttamente orientata alle lotte sociali e politiche e fondata sulla contrapposizione, da una parte, fra la proprietà privata largamente egemone in passato e nel presente e, dall’altra, l’appropriazione sociale “comunista” abbozzata in passato e che si sta riaffermando nel presente per costruirsi in futuro. Questa sorpresa è stata ancora più grande quando ho visto che questa storia è iniziata molto presto, qualche millennio a.C., con la manifestazione del suo principio politico, sia storico che teorico, della scissione in una corrente nera e una corrente rossa: il filo nero e il filo rosso costituiscono la trama del corso storico della filosofia secondo una proporzione che fino ad oggi ha dato l’egemonia al primo e che può essere invertito.
La corrente nera è quella della legittimazione ideale e argomentata dell’ordine dominante. Riunisce tutti i pensatori che giustificano la proprietà privata dei mezzi di produzione, il dominio di gruppi e classi che monopolizzano l’appropriazione dei beni e che gestiscono per il loro profitto il surplus sociale prodotto dal lavoro collettivo delle masse popolari subalterne. Questa corrente sviluppa ragioni diverse e discutibili per riconoscere la necessità di forme politiche di direzione e di dominio che perpetuano la subalternità delle masse allo Stato e alle diverse gerarchie. Lo stato sotto le forme pre-moderne di città o di impero o di monarchia può basarsi su un ordine cosmologico superiore di ispirazione teologica e può legittimare una gerarchia teologico-politico secondo l’ideologia delle tre funzioni. In cima governano i sacerdoti e i filosofi della teologia in relazione di sostegno e di antagonismo con i re e i nobili, alla base opera nell’anonimato e nel dolore, nella sottomissione, la massa dei lavoratori, schiavi o servi. Lo Stato può anche attualizzare nei Tempi Moderni, un principio immanente della ragione umana, chiedendo il diritto alla libertà per tutti, ma negando di fatto con il suo funzionamento, la sua struttura e i suoi effetti l’universalità di questo principio come fa lo stato capitalista “democratico”. Questo Stato rifiuta ai produttori di tradurre questo principio in diritto di gestire la loro produzione in quanto agenti attivi e l’utilizzo del surplus in base alle loro esigenze democraticamente definite. La corrente nera della filosofia può allora sostenere diverse posizioni: sia accettare la necessità irreversibile del modo di produzione capitalistico, sia combatterla in maniera equivoca e impotente predicando il ritorno alle vecchie forme pre-moderne di dominazione, sia pensare in positivo e legittimare come razionale e insuperabile questa necessità. In questo caso, le masse subalterne devono accettare la loro subordinazione e accontentarsi di qualche miglioramento quando le loro lotte lo impongono alla classe capitalista determinata a nulla cedere sulla sua egemonia. Non è escluso che queste masse godano di conquiste sociali e culturali, ma sempre nella subalternità e a condizione che l’accumulazione delle ricchezze si amplifichi all’infinito a beneficio dello stesso polo della società.
La corrente rossa della filosofia è quella della contestazione, della critica e la sostituzione di società altra all’ordine costituito. Questa sostiene contro la proprietà privata di classe l’appropriazione sociale dei mezzi di produzione – terre, strutture, servizi, conoscenza –, la trasformazione democratica degli apparati politici di dominio, e al limite anche l’estinzione dello Stato, apparato di costrizione e sostituirlo con una gestione comune e collettiva dei beni e dei processi di lavoro a seconda dei bisogni. Questa corrente si è manifestata molto presto nelle comunità agrarie e talvolta ha potuto esistere all’interno delle comunità artigiane urbane. Spesso è coincisa con le eresie comunitarie delle religioni dominanti e ispira insurrezioni in favore dell’uguaglianza. Nel mondo moderno coincide con la nascita dei socialismi radicali – non tutti – e dei comunismi. Trova in Marx e nel marxismo rivoluzionario un’espressione decisa che il fallimento delle esperienze storiche del secolo scorso non può cancellare. Ma Marx non è l’unico riferimento in quanto il filo rosso unisce pensatori veramente desiderosi di rovesciare e sostituire la corrente del dominio (come Sartre, Derrida).
A coloro che obietteranno la natura troppo semplicistica e dicotomica di questa divisione in schieramenti politici questa storia risponde trovando un posto ai numerosi rappresentanti della terza corrente, la corrente “grigia” o meticcia che mescola alle aspre critiche dell’ordine costituito (la proprietà/sfruttamento del lavoro, il dominio delle masse povere, la denuncia delle ineguaglianze e delle gerarchie sociali e politiche) degli accomodamenti con questo ordine e limitano la loro critica accettando dei compromessi più o meno consistenti e emancipatori (Aristotele, Rousseau, Kant, Adorno, Dewey).
A riflessioni fatte questa storia politica ha una sua propria legittimazione che ci impedisce di distinguere soprattutto l’enorme abitudine di considerare come norma il tipo accademico di storia della filosofia. Questo tipo consiste nello sgranare come tante perle di una infinita collana le figure di filosofi il cui lavoro è riassunto presentandolo in maniera biografica, compilando schede organizzate su basi convenzionali di quello che ci si aspetta costituire un sistema (che include filosofia, metafisica generale o no, teoria della conoscenza, etica e politica, e possibilmente rapporto all’economia politica e all’antropologia, estetica anche). Questo tipo di storia si vuole neutra e spesso di fatto è una massa inerte di conoscenza scollegata, senza implicazioni storiche ed esistenziali, senza presa sulle esigenze intellettuali, morali e politiche contenute dalla filosofia se questa si definisce come la comprensione del tempo attraverso il pensiero che cerca di fornire una memoria per il futuro.
La pratica della storia della filosofia da parte dei suoi specialisti non può essere ridotta a questa impasse. Due motivi lo dimostrano.
Da una parte, i migliori specialisti sono in grado di pensare e di ricostruire tecnicamente le complesse strutture di pensiero importanti e anche di entrare nella loro storicità, anche se il disegno strutturale non si accorda necessariamente con la concezione storicistica. In Italia ci sono storie classiche della filosofia di grande qualità come quella spesso citata di Nicola Abbagnano.
D’altra parte, le storie più stimolanti e sapienti della filosofia sono quelle che assumono esplicitamente un punto di vista, una posizione e che sostengono il valore teorico di questo punto di vista, militando per questa posizione. Così è per la storia monumentale del problema della conoscenza pensata come storia dei rapporti tra scienza e idealismo che culmina con la critica kantiana e i suoi seguaci. È la storia di Ernst Cassirer che sul piano politico difende la ragione pratica giuridica e politica del liberalismo. Ma questa storia non ha il diritto di esclusiva. Essa ignora superbamente la tradizione minoritaria e discontinua del materialismo che trova al tempo dell’illuminismo una grande fioritura e spesso anticipa delle posizioni sociali progressiste (Diderot). La storia del pensiero scientifico e filosofico di Lodovico Geymonat ne è l’esempio compiuto e usato correttamente. Essa mostra che la lotta per la posizione materialistica nella teoria della conoscenza, il rifiuto di sottovalutare le scienze con il pretesto che queste non pensino e si limitino a conoscere, la lotta per la progressiva trasformazione sociale possono legarsi, e questo prima di Marx e di Lenin.
La volontà di unire la lotta per una riconquista della ragione e la ricostruzione della prospettiva comunista è dunque la prerogativa di questa storia che ricongiunge per alcuni aspetti fondamentali il libro spesso frainteso di György Lukács, La distruzione della ragione (1954) . Questa storia tricolore della filosofia – nera, grigio, rossa – si evolve nella tradizione in cui è, e che è la storia della filosofia fondata sull’opposizione stabilita da Engels ripresa da Lenin e il marxismo sovietico, ma non ripresa da altri importanti marxisti come Gramsci, Benjamin, o ripresa con importanti modifiche da Bloch, Althusser. Questa è la linea del materialismo dialettico che cerca di incrociare il criterio primo che è politico e sociale con il criterio ontologico ed gnoseologique (materialismo contro idealismo, dialettica contro metafisica). Questa posizione è difficile ed è fonte di tensione su cui discutere. Gli autori, tuttavia, sono sempre presentati senza eliminare la dimensione epistemologica e ontologica del loro pensiero, a condizione che questo criterio lasci il primato al criterio politico, che ha una vera e propria virtù di educazione (pedagogica) politica a condizione di non essere abusati da questa semplificazione. I mezzi sono dati al minimo.
Possiamo quindi considerare che questa storia della politica della filosofia è legittimata nella sua intenzione originale. Ci ricorda che l’intenzione di obiettività nell’analisi delle filosofie, come abbiamo visto, non implica la neutralità. I presupposti in gioco sono enunciati e la ricerca dimostra che una differenza può per esempio esistere all’interno di un pensiero tessuta dal filo nero tra il suo potere critico il suo progetto politico conservatore o apologetico (Pascal, Hume, Schopenhauer, Nietzsche). Dilemmi come questo sono inevitabili e si deve saper praticare le distinzioni al loro livello. Il rifiuto di una storia immanente di filosofie implica una messa in relazione tra le filosofie e le questioni teoriche e pratiche che rinviano alla storia dialettica della schiavitù e dell’emancipazione. E’ quindi importante che si possa fare riferimenti alla lotta politica e sociale. Le idee sono condizionate dalle circostanze del loro tempo e, a loro volta le determinano. La realtà storico-sociale è in continua evoluzione e occorre tenerne conto. Ma non c’è alcun cambiamento senza la permanenza di qualcosa che è la lotta di classe per la trasformazione sociale e politica delle masse subalterne; la filosofia riflette questa lotta nella quale è coinvolta. La storia della filosofia esposta qui segue il sentiero poco lastricato che assume la sua storicità e politicità in relazione col presente che è sempre quello della lotta per l’emancipazione. E lo stupore iniziale che si prova alla sua lettura frettolosa si dissipa con una lettura più riflessiva.
Un punto critico che voglio sottoporre nel contempo a discussione è la mancanza di distanza critica relativa alla formula che fu anche bandiera di “materialismo dialettico”. Questa formula può sostenersi, ma a condizione che sia criticato ciò che è diventata nella storia del marxismo sovietico dopo Lenin. Il materialismo dialettico, infatti, è diventato il “dia-mat”, dopo la sua introduzione come filosofia ufficiale dello Stato partito in Unione Sovietica. Questo evento ha significato la fine imposta ai liberi dibattiti filosofici, e alcune volte anche la morte imposta a coloro che potevano essere accusati di peccato di idealismo o di metafisica per aver sollevato questioni sulla linea politica data a tutti.
Questo materialismo dialettico ha preso la forma di un sistema chiuso sviluppandosi come una ontologia generale della materia in movimento procedendo alla sua strutturazione in diversi livelli di obiettività. Questo sistema culmina nella storia lineare dei modi di produzione che è quella dell’essere sociale basato sul lavoro. La causalità è causalità finale, teleologia che assicura un happy end, un lieto fine nel modo di produzione comunista aperto dalle ultime rivoluzioni. La politica socialista è assunta da un partito Stato che giustifica la sua linea includendola nella necessità di una storia di cui è il solo legittimo interprete. Dalla nebulosa primitiva alla stella, dall’atomo alla natura vivente, dalla molecola alle fabbriche della città e al partito? Questa teologia dogmatica evoluzionista e progressista non può più essere sostenuta come lo era nel famoso testo di Stalin “Materialismo dialettico e storico” in quanto capitolo del Manuale di storia del Partito Bolscevico (1938). Siamo in grado di offrire una nuova versione del materialismo dialettico, ma questa versione presuppone la critica di questa figura mostruosa che ha paralizzato il pensiero marxista. Il marxismo italiano ha il merito storico e teorico di anticipare questa critica molto presto, intorno agli anni 1899-1901, con i Saggi sulla concezione materialistica della storia di Antonio Labriola (1899-1901). Ha avuto il merito ancor più grande di sviluppare tutti gli aspetti ed i pericoli politici con l’immensa opera di Antonio Gramsci e i suoi Quaderni dal carcere (scritto tra il 1929-1935) e la sua proposta alternativa della filosofia della prassi. Se non si fosse voluto seguire la critica gramsciana sarebbe stato possibile adottare la tematica della ontologia dell’essere sociale elaborata da Lukács, che si dice dialettico e materialista, ma rifiuta il sovietico dia-mat proposto acriticamente e che tradisce le migliori intenzioni di questa storia politica e sociale della filosofia.
Gennaio 2015

E se fosse la Cina lo scudo dell’Italia

Riprendiamo dal sito Marx21.it e volentieri pubblichiamo un interessante articolo dell’economista Pasquale Cicalese.
Buona lettura.

 

“Continuiamo a comprare partecipazioni in società italiane, ma ora siamo attenti a rimanere al di sotto della soglia del 2% in modo che non siamo obbligati a comunicarlo; deteniamo asset italiani, tra azioni e titoli di stato, pari a 100 miliardi di euro e continueremo”. Zhou Xiaochuan, Governatore Banca Centrale Cinese, Davos 22 gennaio. Fonte: Milanofinanza on line, 22 gennaio.

Lo stesso giorno della dichiarazione del Governatore della Banca Centrale Cinese partiva l’operazione QE di Draghi che sanciva la definitiva annessione alla Germania e il commissariamento dell’Italia da parte della Trojka, con il fine ultimo tedesco di abbattere del tutto l’economia produttiva italiana, concorrente a quella tedesca, e prendersi l’oro di Bankitalia una volta che gli spread schizzeranno in alto provocando la crisi e la disgregazione dell’euro, con la probabile uscita tedesca, una volta completata la strategia di distruzione dell’Europa iniziata con il Piano Werner del 1972.
Il lato debole di tale strategia è però la sua domanda interna e i troppi fronti imperialisti aperti per far piacere gli Usa, dai Balcani alla Russia. Le mire egemoniche e di grandezza dei tedeschi, per la terza volta, dopo la prima e la seconda guerra mondiale, si scontrano con i troppi fronti aperti. E non considera che ci possono essere altri soggetti in campo. Tre anni fa la cinese Cosco acquisiva il porto ateniese del Pireo. A dicembre di quest’anno, Li Keqiang, visitando i Balcani, offriva un finanziamento per la costruzione di una ferrovia ad alta velocità Pireo-Belgrado-Budapest ed inoltre informava della volontà cinese ad investire in quest’area massicciamente offrendo sbocchi di mercato alle loro imprese. Il 24 gennaio MilanoFinanza informava che la Cina aveva aumentato l’import di petrolio russo da 36 a 50 milioni di tonnellate nel 2014. A Davos la delegazione cinese informava che con il crollo del prezzo del petrolio nel 2015 risparmieranno 100 miliardi di dollari, che saranno utilizzati nel commercio di materie prime con la Russia. Il 22 gennaio il sito del Quotidiano del Popolo dava la notizia che era stato approvato il progetto di linea ad alta velocità di 7 mila kilometri Pechino-Mosca, passando per il Kazachstan, un investimento del valore di circa 242 miliardi di dollari. Nel giro di 7 mesi tra Mosca e Pechino sono stati siglati accordi per complessivi 1400 miliardi di dollari, tra gas, petrolio, partecipazioni azionarie, armamenti e investimenti infrastrutturali. Tutto trading in rubli e yuan. La potenza eurasiatica è nata. Essa si incontrerà nei prossimi decenni con la potenza talassocratica mediterranea, di cui Grecia e Italia sono centri nevralgici, non a caso affossati dai tedeschi. Per capirlo è meglio tornare indietro. Da dove viene questa potenza finanziaria cinese? Dal 1979 al 2008 con le riforme di Deng in Cina viene attuato una fase di ”accumulazione primaria” che costringe l’immenso serbatoio della forza lavoro di quel Paese a risparmiare il 40% del proprio reddito per far fronte ad ogni evenienza, dalla sanità alla previdenza. Non solo: l’entrata nel Wto fa esplodere il surplus commerciale e le riserve valutarie, fino a 3880 miliardi di dollari. Nel 2008, in piena crisi atlantica, avviene la svolta. Con la riforma del lavoro si passa dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo, si dà diritti di cittadinanza ai migranti, si inaugura la politica di reflazione salariale, si costruisce un primo sistema di Welfare, si investe massicciamente sull’infrastrutturazione del Paese, in particolare dell’Ovest. Nel 2014 avviene un’altra svolta, la “Nuova normalità”. Si decide di rinunciare ad una crescita inarrestabile per ammodernare la struttura economica. Nell’autunno del 2014 si decide la fusione delle principali aziende di Stato con conseguente Offerta Pubblica di Vendita e quotazioni azionarie. Da 120 passeranno a 50, saranno tutte quotate a Shanghai con programmi di acquisizioni di imprese all’estero. Le aziende miste e quelle private vengono invitate a quotarsi, si crea la connessione con la borsa di Hong Kong e l’apertura finanziaria. Da qui a due anni non meno di mille società cinesi verranno quotate. Questa misura, così come la concentrazione delle imprese, costituiscono controtendenze alla caduta del saggio di profitto. Giocano cioè sia sulla massa di profitto che sul saggio di profitto, il tutto indirizzato a costruire un solido mercato finanziario, in modo che l’enorme risparmio privato si indirizzi su Shanghai e non su piazze estere, magari Wall Street e le borse europee, di un caro pazzesco e con evidenti sintomi di bolla. Così come il “Go Global” lanciato tre anni fa dal governatore della banca centrale cinese è anch’esso una controtendenza primordiale. Con queste premesse la potenza finanziaria cinese, prima timidamente, poi con più forza entra nel mercato mondiale.

E veniamo a noi. 23 gennaio: lo yuan, senza che nessun media italiano lo dica, raggiunge il record storico sull’euro a 6,98, da 11,5 che era 4 anni fa. Una rivalutazione monetaria pari al 42%. I cinesi non si preoccupano e fanno sapere che l’aumento della domanda estera europea, conseguente alla caduta sul dollaro, fa aumentare l’export cinese nell’eurozona visto che molte imprese cinesi sono legate a rapporti di fornitura con le imprese europee. Non dicono altro. Ma chi vuole intendere, intenda. Tradotto: fate pure, è l’ora del Go Global in Europa. La dichiarazione del governatore della banca centrale cinese Zhou Xiachouan è come se fosse una chiamata alle armi al sistema industriale e finanziario cinese. Solo nel 2014, quando l’euro era sul dollaro a 1,38, la People’s Bank of China acquisiva partecipazioni superiori al 2%, tale per cui è obbligata a comunicarla alla Consob, in Telecom, Fiat, Saipem, Eni, Enel, Generali, Mediobanca e Prysmian. Il valore delle azioni è pari a 6,5 miliardi di euro. Ipotizzando acquisti di obbligazioni private pari a 10 miliardi di euro, il valore dei titoli di stato italiani detenuti dalla sola banca centrale cinese è pari a più di 80 miliardi di euro. Dal Bollettino Economico di Bankitalia di questo mese, sappiamo che il totale del debito pubblico italiano detenuto da operatori esteri è circa 680 miliardi di euro. I cinesi, come si dice dalle mie parti, “su comu ‘na pigna”, si muovono cioè all’unisono. Quindi, considerando anche i colossi bancari pubblici, le assicurazioni e il fondo sovrano cinese, è probabile che circa il 20% del debito pubblico italiano detenuto da operatori esteri sia in mano della Cina. Folli? Intanto ci sono da fare alcune considerazioni. I tedeschi, per innescare la crisi del debito sovrano italiano, hanno smobilizzato titoli del nostro paese nel 2011 pari a circa 110 miliardi di euro. I cinesi, al contrario, in questo stesso periodo acquisivano, diventando attori pieni della stabilizzazione dei debito pubblico italiano e contribuendo a far scendere lo spread. Mentre altri provocavano la crisi, e sarebbero i nostri “fratelli europei”, per la qual cosa abbiamo fatto prima l’Ue e poi l’Unione Monetaria, i cinesi contribuivano a non renderla definitivamente tragica. Hanno cioè mantenuto la solvibilità del debito pubblico italiano e continueranno a farlo nei prossimi anni, viste le dichiarazioni di Zhou Xiaochuan a Davos. Ma questo i media italiani non lo dicono, dando un’immagine della Cina come minaccia e non come, realmente avvenuto, un partner affidabile, salvo cambiare idea quando i governanti italiani si precipitano a Pechino chiedendo aiuto. Il 2015 potrebbe significare la svolta cinese in Italia: dai toni allarmati dei media italiani si ricava che tanti investitori, pubblici e privati, bancari e industriali, viaggiano nella rotta Pechino-Malpensa ad acquisire aziende, partecipazioni e quote azionarie di aziende italiane o direttamente ad investire in Italia. Non diranno mai, al momento, lo scopo, si rivelano dopo tanti anni, ma per capirlo è il caso di ritornare a quanto detto prima: la potenza eurasiatica si incontra con la potenza talassocratica mediterranea, lungo la Via della Seta marittima, annunciata ad ottobre del 2014 da Xi Jinping, e l’Italia è il terminale di questo percorso, assieme alla Grecia. Un solo dato: il 16 gennaio Milano Finanza informava che attualmente il percorso marittimo Asia-Europa coinvolge 14,5 milioni di teu (contenitori) contro 6,2 milioni del percorso inverso. Ma si calcola che nel giro di soli 5 anni il percorso Europa-Asia passerà da 6,2 a 15 milioni di teu, raddoppia cioè. E cosa raddoppia, allora? L’export europeo verso l’Asia. I tedeschi si vogliono prendere l’intera torta distruggendo definitivamente l’apparato produttivo italiano, con la benedizione dei governanti di Roma e del loro sodale a Francoforte, Mario Draghi, veri e propri collaborazionisti dell’imperialismo tedesco e della sua logica di sterminio. Ma, ripeto, i fronti aperti dai tedeschi, sono ormai troppi. La chiave di volta sarà, se succederà, il raffreddamento dei rapporti tra Pechino e Berlino. E succederà solo quando la dirigenza cinese capirà che i tedeschi sono l’avamposto degli americani in Europa e nell’Eurasia. Il fronte ucraino è probabile che stia facendo aprire gli occhi. La volontà di Zhou Xiaochuan di continuare ad investire in Italia vuole dire che nella partita entra un terzo soggetto, dopo americani e tedeschi. Si farà vivo solo con lo scoppio dell’asset inflation a Wall Street. Non ci vuole tantissimo tempo. E, comunque, loro decidono per i decenni futuri, mica per il prossimo meeting dell’Eurogruppo o per la convention della Leopolda. Continuiamo, dunque, a leggere fango sulla Repubblica Popolare dagli stessi che incensano il banchiere che sta a Francoforte. Assorbiamoci l’elogio del Job Act e della deflazione competitiva nel mentre perdiamo sempre più capacità produttiva e non si fanno investimenti da decenni, contando magari che i cinesi producano sempre le stesse cose di trent’anni fa. Sognano. Nel frattempo osserviamo le mosse degli altri, di chi investe veramente e che ti fanno capire che in Europa c’è una guerra di capitali e l’Italia, grazie ai nostri collaborazionisti, l’ha persa, ma che purtuttavia questo è un posto strategico. Il volo Pechino-Malpensa ti induce comunque a pensare che una resistenza sia possibile. E magari ad esso si aggiungerà, chissà quando, il volo Mosca-Roma, sempre che da quelle parti inizino a costruire un solido apparato industriale, distrutto nel decennio infame novanta. Pare che l’abbiano capito, per questo gli fanno la guerra.