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Prefazione del libro “Filosofi di frontiera”

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la prefazione del nuovo libro “Filosofi di frontiera” di Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio.
Buona lettura.
Redazione la Cina Rossa.

 

Il libro in via di esposizione ha per oggetto l’analisi di alcuni filosofi di “frontiera”, a partire dalle forti tendenze sovversive e protocomuniste presenti nel grande teorico e poeta di nome Dante Alighieri, fino ad arrivare a Donna Haraway.
Esamineremo alcuni pensatori la cui caratteristica è comune a quella di essersi trovati al punto di confine tra epoche diverse e correnti filosofiche difformi tra loro.
Dante si colloca storicamente tra l’epoca feudale e quella capitalistica, nell’area geopolitica dell’Europa occidentale; Mosca e Pareto, con le loro dure teorie elitiste, costituiscono dei punti di connessione teorica tra liberalismo e tendenze apertamente reazionarie della borghesia europea di fine Ottocento e inizio Novecento; […] alcuni autori rappresentano a loro volta un tentativo di sintesi tra la filosofia post moderna, la psicanalisi e la corrente anticapitalista della filosofia occidentale, mentre l’elaborazione di Donna Haraway e Bruce Sterling è contraddistinta dalla tensione dialettica tra umanesimo e transumanesimo, attraverso l’elaborazione della cyberfilosofia.
Più a livello generale, i filosofi sopracitati si differenziano ovviamente non solo per le diverse collocazioni storiche ed i variegati livelli di elaborazione teorica, ma anche per il loro diverso posizionamento all’interno delle tre tendenze fondamentali espresse via via dalla filosofia in campo politico-sociale: la “linea rossa” collettivistica, la “linea nera” filoclassista e quella “meticcia”, che invece combina in forme e proporzioni diverse a seconda dei casi degli elementi e delle opinioni teoriche delle due tendenze sopra menzionate.
Come si è già notato nella postfazione di André Tosel al precedente libro “Pitagora, Marx e i filosofi rossi”, quasi fin dal suo inizio e partendo da filosofi sofisti come Crizia e Trasimaco, la corrente nera è quella della legittimazione ideale e argomentata dell’ordine dominante, che riunisce tutti i pensatori che giustificano la proprietà privata dei mezzi di produzione, il dominio di gruppi e classi che monopolizzano l’appropriazione dei beni e che gestiscono per il loro profitto il surplus sociale prodotto dal lavoro collettivo delle masse popolari subalterne. Questa corrente sviluppa ragioni diverse e assai discutibili per riconoscere la necessità di forme politiche di direzione e di dominio che perpetuano la subalternità delle masse allo Stato e alle diverse gerarchie; lo stato sotto le forme pre-moderne di città o di impero o di monarchia può basarsi su un ordine cosmologico superiore di ispirazione teologica e può legittimare una gerarchia teologico-politico secondo l’ideologia delle tre funzioni. In cima governano i sacerdoti e i filosofi della teologia in relazione di sostegno e di antagonismo con i re e i nobili, alla base opera nell’anonimato e nel dolore, nella sottomissione, la massa dei lavoratori, schiavi o servi. Lo Stato può anche attualizzare nei tempi moderni un principio immanente della ragione umana, chiedendo il diritto alla libertà per tutti, ma negando di fatto con il suo funzionamento, la sua struttura e i suoi effetti l’universalità di questo principio come fa lo stato capitalista “democratico”. Questo Stato rifiuta ai produttori di tradurre questo principio in diritto di gestire la loro produzione in quanto agenti attivi e l’utilizzo del surplus in base alle loro esigenze democraticamente definite. La corrente nera della filosofia può allora sostenere diverse posizioni: sia accettare la necessità irreversibile del modo di produzione capitalistico, sia combatterla in maniera equivoca e impotente predicando il ritorno alle vecchie forme pre-moderne di dominazione, sia pensare in positivo e legittimare come razionale e insuperabile questa necessità. In questo caso, le masse subalterne devono accettare la loro subordinazione e accontentarsi di qualche miglioramento quando le loro lotte lo impongono alla classe capitalista determinata a nulla cedere sulla sua egemonia. Non è escluso che queste masse godano di conquiste sociali e culturali, ma sempre nella subalternità e a condizione che l’accumulazione delle ricchezze si amplifichi all’infinito a beneficio dello stesso polo della società.
Partendo da Pitagora e dai cinici, la corrente rossa della filosofia è quella della contestazione, della critica e la sostituzione di società altra all’ordine costituito. Essa sostiene contro la proprietà privata di classe l’appropriazione sociale dei mezzi di produzione – terre, strutture, servizi, conoscenza –, la trasformazione democratica degli apparati politici di dominio, e al limite anche l’estinzione dello Stato, apparato di costrizione e sostituirlo con una gestione comune e collettiva dei beni e dei processi di lavoro a seconda dei bisogni. Questa corrente si è manifestata molto presto nelle comunità agrarie e talvolta ha potuto esistere all’interno delle comunità artigiane urbane; spesso è coincisa con le eresie comunitarie delle religioni dominanti e ispira insurrezioni in favore dell’uguaglianza. Nel mondo moderno coincide con la nascita dei socialismi radicali – non tutti – e dei comunismi: trova in Marx e nel marxismo rivoluzionario un’espressione decisa che il fallimento delle esperienze storiche del secolo scorso non può cancellare. Ma Marx non è l’unico riferimento in quanto il filo rosso unisce pensatori veramente desiderosi di rovesciare e sostituire la corrente del dominio […].
La corrente “grigia” o meticcia invece mescola alle aspre critiche dell’ordine costituito (la proprietà/sfruttamento del lavoro, il dominio delle masse povere, la denuncia delle ineguaglianze e delle gerarchie sociali e politiche) degli accomodamenti con questo ordine e limitano la loro critica accettando dei compromessi più o meno consistenti e emancipatori […].
Il processo continuo di sdoppiamento e di scissione della filosofia in due tendenze generali, contrapposte e alternative rispetto ai rapporti sociali di produzione/distribuzione e di potere, a sua volta si collega con la teoria dell’effetto di sdoppiamento sul piano storico-generale.
Qual è la caratteristica principale di quell’effetto di sdoppiamento che opera ininterrottamente e su scala planetaria dal 9000 a.C. e da circa undici millenni, dalla Gerico neolitica e collettivistica dell’8500 fino ad arrivare ai nostri giorni, all’inizio del terzo millennio?
Ripetendo concetti e metafore già sviluppate in altre opere precedenti, si può notare che secondo la concezione marxista-ortodossa della storia universale, quest’ultima può essere paragonata ad una grande e lunga strada a senso unico, anche se composta da alcune diramazioni secondarie che in seguito si ricollegano al sentiero principale, oltre che da una serie di “vicoli ciechi” che vengono via via abbandonati, più o meno rapidamente.
In questa prospettiva storica, la “grande strada” è formata via via da vari segmenti socio-produttivi interconnessi, seppur ben distinti tra loro (comunismo primitivo/comunitarismo del paleolitico, nella preistoria della nostra specie; fase del modo di produzione asiatico; periodo schiavistico; fase feudale; epoca capitalistica e, infine, socialismo-comunismo), ma essa era ed è considerata tuttora un tracciato predeterminato, almeno in ultima istanza: qualunque “viaggiatore” e società potevano/possono anche prendere delle “scorciatoie” ma alla fine, volenti o nolenti, erano/sono costretti a rientrare nel sentiero di marcia principale e nelle sue variegate, ma obbligate tappe di percorso.
In base ai dati storici allora a conoscenza e a disposizione di Marx ed Engels fino al 1883/95, questa teoria risultava l’unica visione complessiva del processo di sviluppo della storia universale che poteva essere (genialmente) elaborata a quel tempo ma, proprio dopo il 1883/95, tutta una serie di nuove scoperte ed avvenimenti storici portano a preferire una diversa concezione generale della dinamica del genere umano: l’effetto di sdoppiamento.
Immaginiamoci una “grande strada” che, dopo un lunghissimo segmento (fase paleolitica e mesolitica) di scorrimento, si trovi di fronte improvvisamente ad un “grande bivio” e a una gigantesca biforcazione: da tale bivio partono e si diramano due diverse ed alternative strade, che conducono a mete assai dissimili, senza alcun obbligo a priori per i “viaggiatori” (a causa del Fato/forze produttive) di scegliere l’una o l’altra.
Ma non basta. Non solo non vi è più una sola strada obbligata di percorso, ma – a determinate condizioni e pagando determinati “pedaggi” – qualunque “viaggiatore” e qualunque società umana possono trasferirsi nell’altro tracciato, alternativo a quello selezionato in precedenza, cambiando pertanto radicalmente le proprie condizioni materiali di “viaggio” nell’autobus che stanno utilizzando con altri passeggeri: la scelta iniziale di partenza “al bivio”, giusta o sbagliata, risulta sempre reversibile in tutte e due le direzioni di marcia, in meglio o anche in peggio.
Fuor di metafora, la concezione che proponiamo ritiene che subito dopo il 9000 a.C., ben undici millenni fa nell’Eurasia del periodo neolitico, con la scoperta dell’agricoltura, allevamento e artigianato specializzato, si sia creato e riprodotto costantemente fino ai nostri giorni un “grande bivio”, da cui si sono diramate due “strade”, due linee e due tendenze socioproduttive di matrice alternativa, l’una di tipo comunitario-collettivistico e l’altra di natura classista, fondata invece sullo
sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Pertanto dopo il 9000 a.C. e fino ai nostri giorni, nell’era del surplus e dai tempi lontani neolitici della Gerico collettivistica dell’8500 a.C., non sussiste alcun determinismo storico, ma altresì un campo di potenzialità oggettive (sviluppo delle forze produttive e creazione/riproduzione ininterrotta di un plusprodotto accumulabile… l’era del surplus) su cui si possono innestare, e si innestano poi concretamente e realmente delle prassi sociali contrapposte volte a condividere in modo fraterno mezzi di produzione/ricchezza/surplus o, viceversa, a fare in modo che essi vadano sotto il controllo e possesso di una minoranza del genere umano, in entrambi i casi con immediate ricadute anche sulla sfera politico-sociale delle diverse società.
Detto in altri termini, a parità di sviluppo qualitativo delle forze produttive e già formatisi elementi cardine quali agricoltura/alleva-mento/surplus costante, fin dal 9000 a.C. per arrivare ai nostri giorni era possibile che si sviluppasse sia l’egemonia di rapporti di produzione collettivistici, che quella alternativa di matrice classista: un effetto di sdoppiamento nel quale nulla era/è tuttora scritto a priori, nei libri mastri della Storia.
Situazione di “sdoppiamento”, potenziale/reale, valida nel 9000 avanti Cristo ma anche nel 2015 della nostra era, valida nel 8999 a.C. ma anche nel prossimo anno e nei prossimi decenni: uno stato di sdoppiamento ed un’alternativa radicale nei rapporti di produzione possibili e praticabili sul piano storico, che da undici millenni esclude a priori qualunque forma di determinismo storico e di metafisica basata sul “progresso inevitabile” del genere umano.
Certo, qualunque regressione ad uno stadio paleolitico basato sulla caccia/raccolta di cibo era ed è tuttora impedita proprio da quel processo di sviluppo qualitativo delle forze produttive, da quell’“era del surplus” costante/accumulabile che determina il sorgere e la riproduzione ininterrotta dell’effetto di sdoppiamento. Ma astraendo da tale “dettaglio” non trascurabile, negli ultimi undici millenni il corso della storia universale è diventato decisamente multilineare, composto com’è dal “bivio” e da due “strade” alternative in campo socioproduttivo e politico, la cui logica più profonda risulta essere l’antideterminismo e l’emersione costante di un campo di potenzialità alternative, nel quale la pratica collettiva degli uomini del passato, presente (noi stessi…) e del futuro assume un ruolo decisivo, sotto tutti gli aspetti.
Fatte queste premesse immergiamoci assieme nel fiume contraddittorio e tumultuoso della filosofia occidentale attraverso l’analisi di alcuni suoi esponenti di “frontiera”, partendo dal geniale e creativo Dante Alighieri.