Archivi del mese: giugno 2015

“La strategia del dragone corre sulle nuove vie della seta” di Bruno Casati

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la relazione di Bruno Casati, presidente del centro culturale Concetto Marchesi, esposta al seminario su “Cina e socialismo”

Buona lettura

 

Secoli fa la “via della seta” era la pista battuta dalle carovane che dalla Cina muovevano verso l’Occidente trasportando spezie, porcellane e preziosi tessuti appunto in seta.

Oggi la “via della seta” si ripropone come logo delle due nuove rotte espansive dell’economia del Dragone. Su queste rotte correranno i capitali necessari per costruire in mezzo mondo porti, autostrade, linee ferroviarie, reti di approvvigionamento energetico. Le due rotte compongono quel megapiano che Xi Jinping ha battezzato come “una strada, una cintura”.

La “strada” è la rotta marittima: un’autostrada dei mari che parte da Shanghai e Canton, attraversa il mar Cinese Meridionale, entra nell’Oceano Indiano, tocca l’Africa a Nairobi, risale il Mar Rosso verso Suez ed entra nel Mar Mediterraneo, tocca la Grecia al Porto del Pireo (ma da lì guarda anche a Taranto) e risale l‘Adriatico fino a Venezia. La “cintura” è la rotta terrestre: la carovaniera del XXI° secolo che parte da Xian –la città dello spettacolare esercito di terracotta e, oggi, del più grande concentrato di ricercatori scientifici del pianeta -, attraversa tutta l’Asia, il Medio Oriente, la Russia e, con strade e ferrovie, entra nella vecchia Europa spingendosi sino a Rotterdam, per raccordarsi a sud con Venezia. La “cintura” ha anche una variante asiatica che vede oleodotti e gasdotti collegare la Cina con l’Oceano Indiano.

Il progetto “una strada, una cintura” si propone così di interessare 65 Stati (le relazioni diplomatiche sono avviate da tempo) in cui, con 4,4 miliardi di abitanti, risiede il 60% della popolazione del mondo ed è un’area vasta che in economia produce il 30% del PIL planetario. È il “sogno cinese”. Ma non è un’utopia perché, per la sua realizzazione, la Cina può oggi gettare in campo la concretezza delle immense riserve di liquidità accumulate da quando, era il 1979, Deng Xiaoping, con la storica svolta delle “Quattro Modernizzazioni”, ha aperto le porte della “Terra di Mezzo” agli investitori stranieri. Che accorsero in massa da ogni dove, anche dall’Italia, verso la Cina Costiera delle “Aree Speciali” e delle “Città a Porte Aperte” in cui si sperimentava quello che i cinesi stessi definirono il “Socialismo di Mercato”. Si inaugurò, allora, la fase delle delocalizzazioni secondo cui l’Occidente chiudeva le fabbriche in patria, deindustrializzava, per rincorrere il basso costo del lavoro in Cina, laddove si industrializzava. E la Cina, da quella fase, come in uno scambio effettuato con il lavoro, ha saputo spremere conoscenze, saperi, le “scatole nere” delle produzioni Occidentali più raffinate che, oggi acquisite, le consentono, primo, di non essere più e solo “l’Officina del Mondo”, come lo era diventata in quei primi anni. Infatti la Cina, avendo sviluppato al massimo quelle conoscenze, investendo massicciamente in tecnologie, le più sofisticate (la Cina resta il paese della trasformazione e della sperimentazione continua; dire, come ormai più nessuno si azzarda a dire, che i cinesi ci copiano è una sciocchezza) è diventata il laboratorio mondiale dell’innovazione permanente. Le acquisizioni così le consentono, secondo, di selezionare oggi tra gli investitori stranieri quanti non più si propongono di produrre in Cina per poi vendere in Europa (del resto non è più nemmeno conveniente: salari e diritti sono cresciuti in Cina e diminuiti in Europa, in particolare in Italia), ma produrre solo quel che serve al mercato cinese. Perché, a differenza della Germania, la Cina il mercato ce l’ha in casa. E infine, terzo e ultimo, le consentono di raffreddare la crescita, che al 7,4% del 2014 resta pur sempre la più imponente di tutto il mondo, in modo da avvicinare le due velocità dello sviluppo e dei consumi: quello diventato impetuoso, della fascia alta che si è arricchita molto e quello, che invece va accelerato, delle fasce medio-basse, le centinaia di milioni di donne e uomini, gli artefici silenziosi del grande balzo che oggi stanno rendendo possibile il lancio del progetto successivo, “una strada, una cintura” appunto.

Le rotte del progetto verranno così percorse, certamente sullo slancio del know-ow accumulato e poi autonomamente sviluppato, ma anche e soprattutto sullo slancio di un volume finanziario diventato immenso:  composto da liquidità, dalla riserva aurea più grande del mondo, dall’imponente cassa data dal risparmio delle famiglie (il popolo cinese è il più parsimonioso del mondo),  dalle rimesse dei cinesi d’oltre mare, e infine, dalla grande  massa rastrellata nei decenni in tutto l’occidente dei Titoli da Debito, degli Stati Uniti d’America in particolare. E sono le banche cinesi i soggetti che amministrano questo tesoro e, si sappia, che sono Banche di Stato Cinesi le prime quattro Banche del pianeta, quelle che oggi aprono Filiali in tutto il mondo (compresa l’Italia in cui la ICBC ha aperto una Sede nella Galleria di Milano). Sono poi queste stesse banche quelle che hanno finora gestito il Commercio Estero Cinese, fatto di prestiti ed opere, indirizzato principalmente verso Africa, Asia, America del Sud (Venezuela ed Ecuador in particolare). Ma oggi si registra un fenomeno straordinario che cambia l’ordine delle cose: se fino a qualche anno fa gli investitori occidentali si precipitavano, novelli cercatori d’oro, a fare business in Cina, ebbene oggi avviene un rovesciamento, come nella dantesca legge del contrappasso: oggi sono gli investitori cinesi che vanno a investire in casa degli ex investitori occidentali. E i Cinesi sono fortemente interessati sia al patrimonio immobiliare che a quello industriale dell’Occidente, nella logica della diversificazione degli investimenti. Nel 2014 la Cina ha, ad esempio, comperato ben il 25% del mercato degli immobili negli Stati Uniti per 22 miliardi di dollari, e si ricordi che la Cina compera negli USA reinvestendo in immobili i titoli da debito degli USA stessi, un capolavoro dei Banchieri-Mercanti del Dragone. Così come per il patrimonio industriale, la Cina, solo nel 2014, ha fatto acquisti per 5,1 miliardi di dollari in Inghilterra e per 3,5 in Italia, accaparrandosi aziende, ma solo se innovative e con produzioni di alta gamma, ed entrando nei pacchetti azionari (per ora con quote di minoranza, teste di ponte di un futuro) di Imprese. E quindi in Italia hanno acquisito Ansaldo-Energia ma anche CFA, Ferretti, Pirelli (nel 2015) e, nel settore moda, Ferragamo e Krizia – e sono entrati con il 2% nell’azionariato di ENEL, ENI, Generali Assicurazioni,Telecom Italia, Banca Mediolanum e, nel 2015, tramite CIC (China Investment Corporation) la Cina entra nel fondo infrastrutture  F21 e, di fatto, si affaccia nel cuore del risparmio italiano depositato nella Cassa Depositi e Prestiti. La Cina è un soggetto attivo, molto ma molto attento alle privatizzazioni italiane Industriali e finanziarie. Viene amaramente da sorridere quando si sente ancora qualche buontempone del Governo sentenziare serioso “meno Stato più Mercato” e poi verificare che dalle Imprese Italiane andate all’asta, esce sì lo Stato Italiano ma subentra quello Cinese.

Ma il mega piano della Cina ha acquisito una rilevanza tale da rendere addirittura insufficiente l’intervento delle pur grandi Merchant-Banck Cinesi, così impegnate nelle diversificazioni degli investimenti. Se la Cina vuole entrare in metà mondo con i suoi capitali e il suo pacifico esercito, formato da ingegneri, operai specializzati, ricercatori (i suoi marines) deve trovare nei Paesi che si propone di attraversare convergenze di interesse che si devono saldare in patti, accordi, alleanze. Questi Paesi devono ravvisare nel progetto “una strada, una cintura”, il loro tornaconto, ed è solo a quel punto che possono aprire il confine di Stato e far transitare la via della seta. Ma vanno coinvolti, fatti partecipare. Nasce così All B che trova la partecipazione di Inglesi, Francesi, Tedeschi. Così nasce la Banca Mondiale dello Sviluppo con la partecipazione dei Paesi dell’acronimo BRIC (con la Cina, la Russia, l’India, il Brasile) che entra di fatto in competizione con il Fondo Mondiale Internazionale. Perciò la Cina con la sua progettualità, la sua politica estera, i suoi capitali, e il suo attivismo diplomatico, non si fa certo isolare -come si isolò (e fu costretta ad isolarsi) l’Unione Sovietica- ma entra, sfonda, o ci prova, addirittura nel campo dell’Imperialismo connettendosi con gli storici alleati degli USA, come l’Inghilterra, ai quali prospetta appunto partnership in funzione di accordi economici reciprocamente vantaggiosi. Accordi che possono però concretizzarsi solo in un mondo su cui non incombano rumori di guerra. E questo è il punto, che si può riassumere in una sola domanda: ma gli USA staranno a guardare?

Detto meglio: gli Usa, che stanno rendendosi conto che, si affermasse, la strategia di Xi Jinping porterebbe la Cina a controllare la logistica dell’intero pianeta, vi assisteranno senza contrastarla? Si lasceranno sfilare i Paesi amici attratti dai vantaggi che la Cina sta offrendo loro? Non lo credo proprio, penso anzi si stia preparando la controffensiva e i segnali in giro per il mondo già ci dicono che essa non sarà sul terreno della sola concorrenza mercantile. Ma gli Usa temono anche l’avversario: sanno bene che quella di oggi non è più la Cina in ginocchio, sfiancata dalla guerra e dalla carestia dei primi anni Cinquanta, e avranno guardato anche loro (gli USA) a quella Piazza Rossa, dove il 9 Maggio si festeggiava il 70° della vittoria sul Nazifascismo, e guardato a quel palco dove erano presenti, fianco a fianco, i Leader di Cina, Russia, India e anche di Venezuela, Cuba e Siria. Ne derivava un messaggio formidabile: i rapporti geopolitici nel mondo non sono quelli che gli USA pensavano si affermassero dopo la sconfitta dell’Unione Sovietica, oggi il mondo non è unipolare. “Dovete fare i conti con noi”, così dicevano quel palco e quella piazza.

E gli USA, che restano il Paese più forte economicamente e soprattutto militarmente, hanno percepito il messaggio e sono all’opera per ribadire o recuperare la propria Leadership sia sui competitori (come la Cina) come sugli alleati (come Germania e Inghilterra, per l’Italia non c’è bisogno che gli USA ribadiscano alcunchè, il Governo Italiano è sdraiato al loro completo servizio). E gli USA sono all’opera in Asia, in Europa, in Sudamerica. In Asia, serrando le fila dell’alleanza militare con Giappone, Corea del Sud, Filippine, provandoci con avances rivolte al VIETNAM, spingendosi fino all’Australia. Lo scopo manifesto è quello di tagliare le vie Asiatiche della Seta, minarle. Parallelamente, gli USA operano per disgregare i potenziali amici della Cina e, quindi, appare del tutto non casuale l’offensiva a comando scatenata dall’ISIS in IRAQ, solo quando il Governo Sciita allaccia relazioni con Cina e Russia. E, ancora, risponde allo stesso fine (la rottura dell’Asse con la Cina) la massiccia vendita di armamenti USA a Israele e all’Arabia Saudita (che li potrebbero girare all’ISIS, che del resto già finanzia) che stanno preparando l’assalto all’IRAN. E in Sudamerica gli USA sono all’opera con l’0perazione in corso per far implodere, anche con la violenza dei Canali Televisivi CNN e FOX, il Governo Chavista Venezuelano, reo di aver allacciato relazioni economiche-commerciali con la Cina (come del resto hanno fatto anche in Ecuador e Brasile). Insomma, come la Cina lavora sugli alleati degli USA, così gli USA intervengono pesantemente sui reali o potenziali alleati della Cina. In Asia è in atto pertanto un reciproco tentativo di aggiramento che evita accuratamente di diventare scontro frontale.  E in Europa, nei punti strategici posti sul confine del colosso Russia, si insiste come in Ucraina, Polonia, Lettonia, per collocare lo scudo spaziale, mentre si moltiplicano in tutto il vecchio continente fenomeni di un Nazionalismo Xenofobo continuamente alimentato. Viene allora da pensare che il secolo Cinese non sarà poi così scontato nel suo affermarsi. Dovesse la Cina, ad esempio, approdare come progetta, in Grecia e, quindi, nel cuore dell’apparato della NATO e nervo strategico sensibile, non è da escludersi il riprodursi di uno scenario Ucraino. La competizione nel mondo si fa perciò molto ma molto serrata. Fanno bene i Cinesi ad usare parole di pace e tenere i toni bassi. Ma gli USA, che hanno già vista sconfitta la loro idea principale del mondo unipolare  e che oggi producono solo il 10% del PIL del pianeta (trentanni fa producevano il  40%) ma consumano tre volte tanto , sanno bene che se vogliono mantenere questi  livelli di consumi devono, da una parte, tenere compressi diritti e consumi nella parte del mondo che loro controllano, e lo fanno con migliaia di basi militari superaccessoriate, e, dall’altra, devono ostacolare il procedere dei progetti dei loro antagonisti, di Cina e Russia, e in particolare  della potente locomotiva Cinese. Negli USA torna perciò oggi di grandissima attualità quanto, già nel 1997, scriveva Bredzinski nel “Grande Scacchiere”, la Bibbia e insieme il manuale dell’Imperialismo:” bisogna tenere la Russia sotto scacco con lo scudo spaziale, bisogna circondare la Cina tagliandole i vettoriamenti energetici”.

Il XXI° sarà anche il secolo Cinese, ma i comunisti Cinesi devono fare i conti con i caratteri che si vogliono imprimere a un secolo Americano. Credo che con la Hillary Clinton, più che non con Obama, questi caratteri saranno resi ancor più evidenti.

 

“Fiducia nel partito comunista cinese” di Roberto Sidoli

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la relazione di Roberto Sidoli dal titolo “Fiducia nel partito comunista cinese” che esporrà al seminario su “Cina e socialismo” il 20 giugno 2015 presso il Centro culturale Concetto Marchesi

 

Il fattore e l’elemento politico principale che funge da legame e collante, da “cemento armato” per i comunisti e i simpatizzanti (un’analisi in parte diversa va invece effettuata rispetto alle masse popolari) risulta ormai da più di un secolo la fiducia collettiva e individuale nel partito rivoluzionario e nei suoi dirigenti, la convinzione che essi operino realmente nell’interesse generale dei lavoratori e per costruire il socialismo/comunismo, nel loro paese di appartenenza e su scala mondiale.
Tale fattore si rivela fondamentale ad esempio: se infatti un compagno rivoluzionario non crede che il suo partito di riferimento sia comunista e che lotti concretamente, con efficacia per il socialismo, perché impegnarsi e sprecare tempo e energie per esso? Più nello specifico, per quale motivo appoggiare (criticamente) e difendere la Cina del 2015, se essa non risulta socialista nelle sue linee principali?
Qual è dunque il criterio generale che deve adottare un rivoluzionario per accordare – o togliere – fiducia o appoggio concreto a un partito e/o stato?
A livello molto generale, risulta semplice rispondere che in questo campo è decisiva la pratica, la praxis del particolare partito e/o stato preso in esame: già Marx notò, nelle sue celebri e geniali “Tesi su Feuerbach” del 1845, che “nella prassi l’uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non realtà del pensiero – isolato dalla prassi – è una questione meramente scolastica” (seconda tesi su Feuerbach).
Ma come possono i comunisti declinare e usare nel caso concreto in esame (fiducia/non fiducia) tale criterio generale, per un partito e/o stato?
A mio avviso emergono dodici criteri combinati tra loro, di verifica della praxis/lotta. E cioè si deve osservare bene, con lucidità e spirito obiettivo, su un partito e/o stato se essi:
1) si esprimano pubblicamente e a livello di massa a favore del comunismo e del marxismo-leninismo, difendendo pubblicamente i suoi principali leader politici (Marx, Engels, Lenin) e soprattutto diffondendo costantemente e in modo capillare il pensiero marxista, la sempre attuale concezione materialistico-dialettica del mondo e del genere umano;
2) lottino con successo per conquistare il potere e il controllo degli apparati statali o per conservare tale egemonia, nel caso abbiano effettuato con successo il salto di qualità rivoluzionario, al fine di attuare la socializzazione dei principali mezzi di produzione sociale;
3) promuovano con successo un processo di accumulazione di forze (politiche, economiche organizzative, di consenso, ecc.) nel loro paese di appartenenza, attraverso lotte concrete e vittorie sul campo. So cosa staranno ora pensando alcuni compagni: “in Italia è dal 1975 che siamo messi molto male, su questo punto specifico”, e hanno ragione, almeno a mio avviso;
4) lottino per migliorare le condizioni di vita materiali culturali delle masse popolari e dei produttori diretti, ottenendo a loro vantaggio il massimo possibile in base ai rapporti di forza politico-sociali e al livello di sviluppo delle forze produttive esistenti;
5) siano continuamente attaccati dalla borghesia, oltre che circondati dall’ostilità politica e ideologica-culturale della borghesia mondiale e dei suoi mandatari politici, socialdemocrazia inclusa;
6) promuovano con una propaganda a livello di massa, oltre a forme di azioni più concrete, sia l’internazionalismo proletario che la lotta contro l’imperialismo e le sue aggressioni/mire strategiche, non aderendo o appoggiando le alleanze imperialistiche;
7) promuovano a livello di massa i “quattro anti”, e cioè:
– antifascismo;
– antimperialismo (lotta allo sfruttamento/dominio su scala mondiale);
– antirazzismo (ivi compresa la lotta contro l’antisemitismo e il sionismo);
– antisessismo (lotta contro lo sciovinismo maschilista, ecc.);
8) esprimano dei dirigenti preparati e determinati sul piano politico e ideologico, provenienti dal processo produttivo e che si impegnino con continuità nell’azione politica e teorica, non godendo di netti ed evidenti privilegi materiali rispetto a un lavoratore qualificato del loro paese;
9) siano in grado di esprimere una reale unità di azione e di direzione al loro interno e di effettuare una seria autocritica rispetto agli errori già commessi, individuandone le cause e rimediando con rapidità ad esse, come sottolineò Lenin nel 1920 nel suo “Estremismo, malattia infantile del comunismo”;
10) sappiano affrontare e risolvere con successo e spirito creativo i nuovi problemi, le nuove contraddizioni e sfide che vengono via via presentate dalla dinamica costante del processo storico (si pensi a Lenin e ai bolscevichi rispetto alla nuova era dell’imperialismo, della rivoluzione proletaria e della controrivoluzione borghese);
11) riescano a conquistare il consenso almeno delle sezioni più avanzate della classe operaia, delle masse popolari e dei giovani del loro paese;
12) sussista una linea di continuità e di persistenza storica (il “fattore tempo”), sia nella loro riproduzione politico-materiale che nel grado di successo nell’affrontare le questioni proposte in precedenza.
Ora, solo la combinazione dialettica e simultanea tra tutti i criteri indicati può fornire al dubbio “cartesiano” sulla fiducia/non fiducia una risposta di matrice marxiana, permettendo pertanto di “dubitare del dubbio” (Marx): un solo criterio sicuramente non basta, e a tale scopo serve un processo di verifica incrociata con molti passaggi/analisi sulla praxis di un determinato partito e/o stato. In ogni caso almeno a mio avviso, i primi quattro criteri presentati (diffusione tra le masse dell’identità comunista e della concezione leninista, lotta efficace per conquistare/difende-re il potere, successo nell’azione tesa ad accumulare forze e azione di massa efficace nel migliorare le condizioni di vita delle masse popolari), risultano i principali strumenti utilizzabili, ma anche i rimanenti acquisiscono un certo spessore e valore intrinseco, sia sul piano direttamente politico che su quello teorico.
Dobbiamo passare ad applicare tali fonti, tali criteri oggettivi di fiducia/sfiducia anche all’analisi della sinistra antagonista italiana, dei partiti comunisti operanti nel nostro paese? Meglio di no, compagni, perché ho paura che in questo momento il risultato finale diventerebbe negativo e demoralizzante per i militanti comunisti: è preferibile quindi analizzare lidi e collocazioni geopolitiche attualmente più felici, nel caso specifico la Cina (prevalentemente) socialista sul piano socioproduttivo e politico-sociale.
In primo luogo il partito comunista cinese (PCC) sicuramente si esprime pubblicamente, ripetutamente e davanti a centinaia di milioni di persone della sua area di appartenenza a favore del socialismo e del marxismo, tanto che la situazione della Cina risulta assai chiara sotto questo punto.
Nel gennaio del 2014 il Comitato Centrale del PCC confermò ad esempio la decisione di sviluppare le riforme in Cina “sotto la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi, seguendo la guida del marxismo-leninismo del pensiero di Mao Zedong e della teoria di Deng Xiaoping, dell’importante pensiero delle “Tre rappresentanze” e della concezione scientifica dello sviluppo”: tale dichiarazione, emessa il 29 gennaio 2014, venne pubblicizzata attraverso tutti i mass-media cinesi, raggiungendo centinaia di milioni di persone nel gigantesco subcontinente asiatico.
Il 21 luglio del 2014 il Dipartimento organizzativo del PCC ribadì, sempre per fare un altro esempio, che i quadri e i funzionari del governo e del partito “devono tenere ferma la convinzione nel marxismo per evitare di perdersi nei clamori della democrazia occidentale”, sempre in un atto pubblico e conosciuto (attraverso la stampa e le televisioni) da centinaia di milioni di cinesi; il 23 dicembre del 2013, commentando i 120 anni dalla nascita del grande comunista Mao Zedong, sull’importantissimo “Quotidiano del Popolo” il segretario generale del PCC Xi Jinping, sottolineò altresì l’importanza decisiva del pensiero-praxis di Mao sia per il processo di sviluppo creativo del marxismo che per la “sinizzazione” del marxismo, oltre a ribadire che gli “errori commessi non tolgono niente alla grandezza di Mao e ai suoi contributi” alla causa del comunismo: parole testuali di Xi Jinping, conosciute da centinaia di milioni di cinesi.
Gli esempi in questo senso potrebbero essere facilmente moltiplicati a dismisura: mi limito solo a far notare che il 7 settembre 2012, sempre il Quotidiano del Popolo pubblicò un articolo in cui si sottolineava con evidente soddisfazione che “il leninismo è ancora importante in Cina”, davanti alle decine di milioni di suoi lettori (“Leninism still relevant to China: CPC Think tank”, in english.peopledaily.com.cn, 27 settembre 2012), oppure che all’inizio del 2015 sempre il compagno Xi Jinping ha evidenziato l’importanza del materialismo dialettico e del suo uso creativo per il PCC.
Passando invece al secondo criterio di verifica della praxis, penso che nessuno al mondo abbia dubbi sul fatto che in Cina vi sia dal 1949 ad oggi un’egemonia solida del partito comunista cinese sul piano politico-sociale, che dura ormai da più di 65 anni.
Sul piano socioproduttivo e rispetto ai rapporti sociali di produzione, basta invece sottolineare che dai dati forniti nel luglio del 2014 dalla rivista USA “Fortune”, arciborghese e ipercapitalistica, rispetto alle 500 più grandi imprese cinesi emerge con chiarezza come le prime 10 imprese della classifica cinese siano tutte di proprietà … pubblica, statale: tutte e dieci, senza eccezioni. (“Top 10 companies in China all state owned”, 14 luglio 2014, in www.china.org.cn).
Un sito anticomunista, il “World Crunch”, notò a sua volta con disgusto come nel 2013 ben 85 imprese cinesi risultassero inserite nella lista di Fortune sulle 500 più grandi imprese a livello mondiale (su scala planetaria, si noti bene…), e che proprio tra le 85 “big” della Cina Popolare “il 90%” – quindi nove decimi – “sono imprese statali”, e cioè ben “77 su 85”. (“Why more chinese firm on the Fortune 500 is bad news for China”, 24 luglio 2013).
Sono dati forniti da fonti anticomuniste, rivista Fortune in testa, ma che non si trovano invece nelle riviste, nei quotidiani e nei siti che in Italia si autodefiniscono comunisti, a partire dal “Manifesto”, a parte rare ma isolate eccezioni.
Sui siti e sulle riviste “antagoniste” italiane e occidentali non troverete quasi mai ad esempio un’altra notizia eclatante: e cioè che la rivista anticomunista Fortune ha ammesso che le banche cinesi inserite nel luglio del 2014 nella sua classifica sulle 500 aziende cinesi risultano tutte di proprietà statale, mentre tali istituti finanziari pubblici, statali e collettivi, hanno ottenuto la metà dei profitti totali dei 500 “big” della Cina Popolare. Una massa formidabile di profitti per la collettività e che ammonta a 205 miliardi di dollari, pari a più di un decimo dell’intero prodotto interno lordo dell’Italia nel 2013. (“Top 10 companies in China all state owned”, 14 Luglio 2014).
Sempre sui mass-media occidentali, anche di sinistra, non troverete quasi mai la notizia che tra le prime 20 aziende cinesi, ben 19 (diciannove) nel 2014 risultavano di proprietà statale.
Quelli citati sono “fatti testardi” (Lenin), ma ancora oggi troppi compagni in buona fede non ne sono a conoscenza, con inevitabili e negative ricadute politiche sulla già disastrata sinistra antagonista italiana.
Rispetto al terzo criterio, quello dell’accumulazione di forze e della modifica a favore del socialismo della correlazione di potenza interna/internazionale, credo che molti compagni sappiano che la Banca Mondiale (non il PCC) nell’aprile del 2014 ha pubblicato uno studio in cui – a fatica – essa ammise che nel corso del 2014 la Cina Popolare sarebbe diventata la prima potenza economica mondiale, scavalcando e superando gli Stati Uniti; e credo altresì che tutti i compagni siano a conoscenza della disastrosa situazione economico-sociale della Cina nel 1948, prima che il PCC guidato da Mao Zedong prendesse il potere.
Anche in questo campo decidono i “fatti testardi”, tanto apprezzati da Lenin: decidono fatti testardi quali, ad esempio, il dato clamoroso per cui dal giugno del 2013 fino ad oggi il più veloce supercomputer al mondo, il Thiane-2, risulta cinese e non è statunitense.
Per quanto riguarda invece la lotta e la praxis collettiva tesa al miglioramento concreto delle condizioni di vita materiali e culturali degli operai, dei contadini e delle masse popolari cinesi, il PCC del 1977 fino ad oggi ha ottenuto risultati clamorosi e successi ed eclatanti, ammessi persino da alcuni commentatori anticomunisti occidentali. Prendiamo ad esempio un libro di Fareed Zakarìa, sicuro anticomunista, intitolato “L’era post-americana”, nel quale l’autore ammise che dal 1976 il potere d’acquisto reale dei cinesi risultava aumentato come minimo di 6 (sei!) volte e nel giro di poco più di tre decenni, mentre a sua volta un politico conservatore e borghesissimo come Henry Kissinger ha ammesso a malincuore che “la Cina ha ottenuto risultati eccezionali sul piano economico”.
Basta ricordare, come ulteriore fatto testardo, che anche nel 2014 è continuata in Cina la politica governativa tesa ad aumentare annualmente, in modo costante e assai sensibile, i salari minimi dei lavoratori provocando in tal modo un incremento a catena del potere di acquisto reale di tutti i produttori diretti, delle città e delle campagne cinesi.
Rispetto invece alla posizione e alla proiezione su scala internazionale di Pechino, risulta chiaro che la Cina popolare:
– non fa parte della NATO e del blocco occidentale, ma anzi subisce un lungo embargo sulle armi militari da parte degli USA che è iniziato dopo il giugno 1989 e che dura fino ad ora;
– è in ottimi rapporti, dal 1988, con Cuba socialista;
– è dal 1949 in ottime relazioni con la Corea del Nord, un’altra “parìa” rispetto ai “nobili e disinteressati” occhi occidentali;
– dal 1999 ha contribuito a creare il patto di Shanghai e il BRICS, due alleanze politiche nelle quali non sono presenti le potenze occidentali;
– dal 1999 ha creato via via delle relazioni di alleanza strategica con la Russia di Putin, un’altra “parìa” nella vorace e feroce visione dell’imperialismo occidentale;
– dal 1999 ha costituito eccellenti rapporti con il Venezuela chavista, che si stanno via via anche rafforzando con il compagno Maduro;
– si è opposta, nell’agosto del 2013, alla minaccia di intervento imperialista in Siria;
– ha ottime relazioni con l’Iran, invece sottoposto all’embargo occidentale;
– ha costituito rapporti economici e politici reciprocamente vantaggiosi con le nazioni africane, a partire dal Sudafrica del comunista Nelson Mandela, visti come un vero e proprio “fumo negli occhi” dalle potenze imperialistiche occidentali;
– ha costituito ottime relazioni con quasi tutte le nazioni dell’America latina, viste come un vero e proprio fumo negli occhi dall’imperialismo statunitense.
Viste tali interconnessioni, non risulta certo casuale che la Cina (prevalentemente) socialista non sia molto amata dai circoli dirigenti occidentali e del Giappone, tanto che da parte di questi ultimi – oltre che da gran parte della disastrosa e disastrata “sinistra occidentale” – sono state espresse continuamente delle simpatie e appoggi politici (e finanziari) per l’ex-feudatario (fortunatamente espropriato) Dalai Lama, per i separatisti e integralisti islamici del terrorismo dello Xinjiang, per le forze che a Taiwan e Hong Kong lavorano contro il processo di riunificazione della Cina, oltre che ovviamente per il dissenso anticomunista all’interno del subcontinente cinese.
La Cina Popolare non risulta molto amata nei circoli dirigenti occidentali, come del resto in quelli della cosiddetta “sinistra”, che a volte si autodefinisce antagonista.
Nei confronti del settimo criterio, l’antimperialismo e l’antifascismo fanno parte del codice genetico politico della Cina contemporanea, visto che dal 1839 (dalla famigerata “Guerra dell’Oppio” anglofrancese) fino al 1948 essa ha dovuto sopportare una serie di interminabili e sanguinose aggressioni straniere, tra cui emerge il tentativo di conquista del territorio cinese da parte del fascismo nipponico, capace di provocare venti milioni di morti in Cina tra il 1931 e il 1945: un Giappone in cui i leader vanno attualmente in pellegrinaggio, anche nel 2014, in un famigerato cimitero nel quale sono onorati anche dei feroci criminali di guerra nipponici, protagonisti delle aggressioni dell’imperialismo del Sol Levante contro molti popoli asiatici, a partire da quello cinese.
Il popolo e il governo cinese, inoltre, nutrono una tradizionale e ipergiustificata ripugnanza dello sciovinismo razzista, spesso impiegato in terra occidentale contro i “gialli”, come ad esempio avvenne negli Stati Uniti: la patria del Ku Klux Klan e di atti bestiali di razzismo come quelli che, nell’agosto del 2014, hanno insanguinato Ferguson, un ghetto prevalentemente abitato dagli afroamericani e collocato nel Missouri.
Per quanto riguarda invece le capacità politiche e umane dei nuovi dirigenti del PCC, a partire dal compagno Xi Jinping, esse risultano ammesse persino dagli avversari più intelligenti di Pechino, come del resto la capacità autocritica (ad esempio rispetto ai gravi errori commessi durante la “Rivoluzione culturale” del 1966-1976), l’unità d’azione e lo spirito rinnovatore e creativo espresso via via dal comunismo cinese dal 1977 ad oggi, con rare eccezioni.
Non è casuale che il PCC sia divenuto il partito più numeroso al mondo, forte di ben 87 milioni di iscritti e reale espressione politico-sociale degli operai, contadini e intellettuali più avanzati del paese asiatico: un partito che dal 1921 ad oggi, per quasi un secolo, ha tracciato una precisa “linea rossa” ben apprezzata (pur con i suoi inevitabili difetti e limiti) dalle masse popolari cinesi e da sezioni sempre più estese dei comunisti occidentali: una “linea rossa” in cui emerge la reiterata e dichiarata fedeltà all’obiettivo finale del comunismo sviluppato, nel 1921 come nel 2015. E “un albero lo si vede dai suoi frutti”, dai suoi risultati, in Italia come in Cina, almeno secondo il criterio fondamentale del materialismo dialettico elaborato da Marx fin dalle sue Tesi su Feuerbach del lontano 1845.