Archivi del mese: luglio 2015

Può scoppiare una terza guerra mondiale? – Settant’anni dopo Hiroshima e Nagasaki

PREFAZIONE

 
Perché una nuova guerra mondiale tra le grandi potenze non è divampata negli ultimi decenni, dall’agosto del 1945 al luglio 2015?

Qual è la ragione principale per la quale gli Stati Uniti non hanno scatenato dal 1945 al 2015 un’aggressione militare contro i loro principali nemici sul piano internazionale, a partire dall’Unione Sovietica, pur avendo già usato gli ordigni nucleari contro le popolazioni inermi di Hiroshima e Nagasaki (6/9 agosto del 1945), avendo rappresentato senza soluzione di continuità la principale potenza militare del globo, dalla fine del secondo conflitto bellico, ed espresso più volte dei progetti ufficiali di egemonia su scala planetaria, dal 1945 fino a oggi?

Ma soprattutto, può scoppiare in un futuro più o meno prossimo un conflitto bellico tra le potenze nucleari operanti attualmente nell’arena internazionale, spezzando in modo irreversibile e tragico la linea di continuità di quel particolare, mutevole e instabile rapporto di “guerra fredda”, di quell’assenza di conflitti armati diretti, su vasta scala e con l’impiego di ordigni atomici tra le principali formazioni statali in campo militare (USA, URSS/Russia post-sovietica, Cina Popolare, ecc.) che si riproduce senza soluzione di continuità dall’agosto del 1945?

Sono tre domande diverse, ma interconnesse tra loro, che riguardano un passato recente, il presente e il futuro a breve-medio termine dell’intero genere umano; tre quesiti, che, a partire dallo scoppio della gravissima crisi economica che ha colpito dalla fine del 2007 il sistema capitalistico dall’avvio del progetto di “guerre infinite” e di “caos infinito” di Bush junior e di Obama (Afghanistan, Iraq 2003, finanziamenti USA all’ISIS, Libia 2011, ecc.) e dal rapido aumento delle tensione tra NATO e Russia (crisi Ucraina del 2014-2015) tornano, e giustamente, a interessare una parte consistente della sinistra antagonista.[1]

Detto in altri termini, a partire dal 2008 il terrificante film dell’orrore politico intitolato “La guerra nucleare” è tornato via via carsicamente nelle “sale di proiezione”, e cioè nei cervelli, nei pensieri e nelle emozioni collettive di milioni di lavoratori, giovani e intellettuali delle metropoli imperialistiche e di tutto il pianeta, dopo il periodo di stasi, e latenza del 1992-2000. E a sua volta, sul fronte opposto, anche uno speculatore multimiliardario come George Soros ha notato, nel maggio del 2015, che l’ipotesi di una “terza guerra mondiale non è un esagerazione” da qualche anno, mentre nel recente rapporto con il quale il Pentagono ha aggiornato la sua strategia globale è stato affermato a chiare lettere, nel luglio del 2015, che “c’è una bassa ma crescente” probabilità che gli Stati Uniti possano combattere una guerra contro una “grande potenza” – alias Russia e/o Cina – con “conseguenze immense”.

Per rispondere agli interrogativi sopra enunciati, serve innanzitutto un processo di analisi oggettivo rispetto alle caratteristiche fondamentali che distinguono l’attuale “epoca delle armi di sterminio” da quelle precedenti, createsi e sviluppatesi prima del luglio-agosto del 1945.

I segni distintivi dello scenario globale via via formatosi dopo Hiroshima, sia a livello materiale che politico, risultano a nostro avviso dieci, legati dialetticamente tra loro.

La principale caratteristica è costituita dal salto di qualità epocale avvenuto con relativa rapidità, tra il 1939 e il luglio-agosto del 1945, all’interno del campo della tecnologia militare attraverso il processo di creazione delle armi di sterminio di massa, relativamente facili da usare in tempi rapidi e con basso dispendio di forza-lavoro viva, determinando quindi un orrendo processo di incremento sia dell’efficacia distruttiva che della composizione organica del “capitale” militare.[2]

Nel complesso mosaico che rappresenta questo decisivo salto di qualità, vanno individuati a loro volta alcuni processi materiali e tecnologici decisivi a partire dal 1945, e cioè:

–          la creazione e l’utilizzo nel luglio-agosto del 1945 degli ordigni nucleari a fissione, che fin dal loro primo terrificante utilizzo avevano liberato a Hiroshima (6 agosto del 1945) un potenziale distruttivo pari a 13 chilotoni e a 13.000 tonnellate di tritolo, uccidendo a Hiroshima e Nagasaki circa 200.000 persone per gli effetti diretti o a lunga scadenza delle due esplosioni;

–          la creazione, dal 1952 al 1954, di bombe all’idrogeno e a fusione termonucleare il cui potenziale distruttivo risultava fin dall’inizio superiore di circa mille volte a quella già devastante degli ordigni a fissione atomica: da quel periodo il sinistro megatone (unità di misura pari all’energia emanata dall’esposizione di un milione di tonnellate di tritolo) entra a pieno titolo nella teoria e pratica militare;

–          lo sviluppo gigantesco dell’efficacia distruttiva delle armi chimiche di sterminio (agenti nervini, gas VX, munizioni binarie, ecc.);

–          la crescita esponenziale dell’efficacia distruttiva delle armi biologiche, prima attraverso l’uso di batteri e in seguito mediante i virus, anche modificati geneticamente dalle biotecnologie. Ad esempio già all’inizio degli anni Settanta dello scorso secolo un’équipe statunitense di Fort Detrick, diretta da Bill Patrick, riuscì a “intensificare la virulenza del carbonchio e dell’antrace… cosicché un recipiente di un gallone (3,78 litri) poteva contenere fino a otto miliardi di dosi letali, abbastanza per uccidere tutti gli uomini, le donne e i bambini sulla faccia della terra”[3];

–          il processo di costruzione su vasta scala di vettori capaci di trasportare, senza scalo e per quasi tutta l’estensione del nostro pianeta, gli ordigni nucleari attraverso la costruzione di aerei bombardieri e di missili intercontinentali (a partire dall’agosto del 1957, nel secondo caso);

–          la progressiva militarizzazione dello spazio attraverso i satelliti-spia, i satelliti-killer, lo “scudo stellare” USA e le armi al laser, il progetto Shuttle, il nuovo aereo statunitense X-37B, ecc.;

–          la creazione di ordigni atomici miniaturizzati (le cosiddette “bombe atomiche da zaino”) e della bomba al neutrone, del 1962: arma capitalistica per eccellenza, quest’ultima, visto che uccide gli uomini con un flusso gigantesco di neutroni lasciando quasi intatti invece oggetti, mezzi di produzione, ecc.;

–          la progettazione e/o creazione delle bombe elettromagnetiche e al cobalto.

Il secondo segno distintivo dell’epoca delle armi di sterminio è rappresentato invece dal “pluralismo atomico”, ossia della progressiva estensione del numero degli stati in possesso delle decisive armi nucleari.

Dopo un breve periodo di monopolio statunitense, dal luglio 1945 fino all’agosto del 1949, a partire da tale data l’esclusivo “club nucleare” vide via via aggiungersi al suo interno altre nazioni quali l’URSS (oggi Russia), la Gran Bretagna, la Francia, la Cina Popolare, Israele, l’India, il Pakistan e la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Si tratta di un processo pluridecennale non scontato né inevitabile e che, soprattutto rispetto al nuovo “socio” sovietico del 1949, vide l’ostilità dichiarata del vecchio monopolista di Washington, il cui nucleo dirigente politico e militare era convinto che in ogni caso l’URSS non sarebbe riuscita a procurarsi la nuova e decisiva arma strategica almeno fino alla metà degli anni Cinquanta: ma le previsioni avventate degli esperti statunitensi vennero clamorosamente smentite quando il 29 agosto del 1949, nel poligono di Semipalatinsk, esplose con successo la prima bomba al plutonio sovietica iniziando a cambiare la correlazione di potenza su scala planetaria, prima che Washington avesse accumulato una massa critica di ordigni atomici sufficienti a devastare il territorio sovietico.[4]

Terzo fenomeno globale di natura militare: l’enorme e prolungato processo di accumulazione di armi di sterminio da parte dei diversi membri del “club nucleare”, a partire dal luglio del 1945 e dal primo esperimento atomico in terra americana a Los Alamos.

Basta solo pensare che se verso la fine del 1945 l’arsenale nucleare di Washington era composto appena da due ordigni atomici e il numero di questi ultimi era salito a “sole” cinquanta unità all’inizio del 1949, il potenziale atomico Usa superò invece la quota di diecimila nel 1968 e attualmente gli Stati Uniti hanno ancora a loro disposizione 7200 testate nucleari.[5]

Attraverso questa gigantesca e prolungata espansione quantitativa e corsa agli armamenti, che interessò anche il campo delle armi chimiche e biologiche, già attorno al 1965 sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica avevano ormai raggiunto e superato la soglia critica dell’“overkill”, intesa come la capacità di distruggere più volte e in modo totale il loro antagonista in caso di un’eventuale conflitto nucleare.

Si trattò di un – disastroso, orrendo – salto di qualità epocale rispetto al livello di sviluppo raggiunto in precedenza dalle forze di distruzione, prima del 1945, e che rende purtroppo troppo ottimistica le celebre frase di Einstein su “non so con quale arma si combatterà la terza guerra mondiale, ma la quarta si combatterà con la clava”: il rischio che emerge, e che diventa una certezza esaminando poi il fenomeno dell’ “inverno nucleare” su cui torneremo, è che dopo un’eventuale terza guerra mondiale non vi sarà più né uomo né clava, sulla faccia della terra.

Quarto segno distintivo della particolare epoca nucleare creatasi dopo il 1945: lo “stallo atomico” e il MAD, acronimo di Mutual Assured Destruction, ossia la distruzione reciproca assicurata che venne alla luce già attorno al 1957-65 all’interno dei rapporti globali di forza di natura militare tra USA e URSS.

A partire dall’agosto del 1957 (primo lancio di un missile intercontinentale da parte sovietica, oltre alla costruzione del primo aereo bombardiere russo in grado di andare e tornare alla casa-madre dalle coste americane), si venne infatti consolidando via via una particolare situazione di bilanciamento ed equilibrio atomico su scala mondiale, in base alla quale anche nel caso di un attacco a sorpresa – il cosiddetto “first strike” – da parte nemica la potenza aggredita conservava in ogni caso il potere di distruggere completamente la popolazione e le strutture economiche dell’aggressore.

Non fu certo casuale che fin dal 1967 l’allora segretario alla Difesa USA, Robert McNamara, ammise tale particolare “stallo” e rapporto di forza su scala planetaria notando che sia gli Stati Uniti che l’URSS ormai disponevano di “un efficientissima capacità di infliggere danni inaccettabili” a qualunque aggressore potenziale, “anche dopo un’eventuale colpo di sorpresa” di quest’ultimo.

Non a caso gli strateghi militari francesi, a partire dal 1960 e dalla costruzione del primo ordigno atomico da parte del loro paese, hanno elaborato la teoria della “dissuasione del debole” – in campo nucleare – rispetto “al forte” (L. Poirier), da intendersi come il reale contropotere esercitato anche da una modesta massa critica di armi atomiche in manoa uno stato facente parte del “club nucleare” nei confronti delle superpotenze, mediante gli effetti devastanti che provocherebbe la caduta sul suolo nemico anche di pochi ordigni di sterminio.[6]

Secondo il generale Lucien Poirier, per dissuadere l’attacco di un avversario “bastava un numero sufficiente di armi nucleari”, non necessariamente gigantesco: la combinazione dialettica tra “pluralismo atomico” e il processo di accumulazione (prolungato e su vasta scala) di ordigni atomici permette e consente, in altri termini, ai principali stati che fanno parte del “club nucleare” di infliggere perdite umane spaventose – le “megamorti”, i milioni di morti previsti da H. Kahn e dalla RAND corporation – e danni materiali incalcolabili al nemico anche nelle condizioni peggiori, e cioè in caso di un’eventuale attacco atomico a sorpresa e su vasta scala da parte del nemico.

Anche se quel particolare e inquietante dottor Stranamore di nome Herman Kahn scrisse nel 1960 che una guerra termonucleare poteva essere “vinta” dagli Usa attraverso un attacco a sorpresa contro Mosca, pagando il “prezzo accettabile” di circa 40 milioni di americani uccisi dalla rappresaglia sovietica, i piani allucinanti dello stratega atomico statunitense rimasero non a caso solo sulla carta, anche in occasione della crisi cubana del 1962.

Quinta caratteristica dell’epoca atomica: visto il processo gigantesco prolungato di accumulazione di ordigni nucleari, un’eventuale guerra su larga scala tra le grandi potenze atomiche creerebbe sicuramente un terrificante e genocida “inverno nucleare”, con un abbassamento della temperatura globale del nostro pianeta pari in media a circa quaranta gradi centigradi.

Come ha evidenziato nel 2014 uno studio della rivista americana Earth’s Future, persino un conflitto atomico limitato provocherebbe inevitabilmente delle gravissime e prolungate conseguenze geoclimatiche a livello planetario

Basandosi sugli effetti riscontrati durante le esplosioni atomiche avvenute a Hiroshima e Nagasaki (in Giappone) sul finire della Seconda Guerra Mondiale, oltre che su vari esperimenti nucleari portati a termine da molti stati nel periodo post-bellico e della Guerra fredda, gli scienziati hanno elaborato diverse teorie riguardanti questa tematica fin dagli anni Settanta.

Per effetto dei venti, le particelle di materia carbonizzata, le polveri radioattive e qualsiasi altra sostanza in grado di alzarsi nell’aria andrebbe infatti a costituire uno scudo impermeabile ai raggi solari, che farebbe a sua volta precipitare le temperature dell’atmosfera: la combinazione tra le basse temperature, la continua oscurità e le radiazioni dovute alle esplosioni atomiche produrrebbero sconvolgimenti climatici tali da compromettere la vita delle specie animali e vegetali, provocando effetti devastanti anche sullo strato di ozono.

L’ “inverno atomico” è legato pertanto alla produzione di polveri fini in  seguito all’esplosione di testate nucleari su obiettivi civili (e quindi sui mari o nei deserti, come durante i test atomici). Negli studi commissionati durante gli anni Ottanta si tenne conto del fatto che al momento dell’esplosione un moto convettivo (il fungo atomico) trasporta rapidamente tutte le polveri verso strati più alti: e questo fenomeno  dovrebbe creare una uniforme nube di polvere e cenere radioattiva sospesa nell’aria fra i 1000 e i 2000 metri da terra: la nube accumulerebbe l’energia solare e farebbe salire le temperature degli strati della tropopausa e alta troposfera fino a 80°C, mentre la superficie della Terra a sua volta rimarrebbe “protetta” dai raggi solari e si raffredderebbe in media di 40°C.

Sesto fenomeno tipico dell’era delle armi di sterminio: l’ipervulnerabilità delle strutture urbane e ad alta tecnologia in caso di conflitto atomico, persino non considerando i fenomeni sopracitati dell’inverno nucleare e del “Vaso di Pandora” delle armi chimico-biologiche.

Anche solo l’esplosione di pochi ordigni atomici, infatti, creerebbe un caos indescrivibile nel sistema di trasporti di qualsiasi civiltà urbanizzata, nelle sue forniture di energie e materie prime, nelle telecomunicazioni, ecc.: anche solo quelle ipotetiche, mostruose ma isolate bombe atomiche produrrebbero in qualunque paese un panico sociale e una disorganizzazione politico-materiale di fronte al quale l’undici settembre del 2001 a New York apparirebbe come una pacifica giornata festiva di agosto…

Settimo segno distintivo dell’epoca post-Hiroshima: l’ipervulnerabilità dell’economia capitalistica contemporanea ad attacchi militari portati sul suolo delle metropoli imperialistiche, come mostrato anche dagli attentati terroristici dell’11 settembre del 2001 negli Stati Uniti.

Anche nel caso – estremamente improbabile – di una guerra nucleare limitata tra le grandi potenze nucleari, la distruzione immane di capitale fisso, il crollo della fiducia degli investitori, la devastazione totale del valore delle proprietà di terreni e la riduzione a zero della rendita fondiaria, i danni tremendi provocati alle infrastrutture e alle telecomunicazioni, costituirebbero fattori combinati che, in pochi minuti, provocherebbero una depressione economica prolungata e senza precedenti nel processo di riproduzione sociale del capitalismo e nella sua acquisizione di plusvalore/profitto sia a breve che a medio termine.

Ottavo fenomeno globale: almeno e come minimo dall’inizio degli anni Sessanta, si verificò una presa di coscienza collettiva da parte dei nuclei dirigenti politici e dei vertici militari di tutto il pianeta, ivi compresi quelli statunitensi, della logica implacabile della “distruzione reciproca” sopracitata in caso di guerra, a sua volta figlia bastarda della condizione dialettica tra il salto di  qualità tecnologica militare del luglio-agosto 1945 e il processo di riarmo USA-controriarmo sovietico, con l’accumulazione e controaccumulazione pluridecennale su vasta scala di armi di sterminio da parte delle due superpotenze di quel periodo.

La lucida dichiarazione del 1967 di Mc Namara, che abbiamo riportato in precedenza, costituisce solo l’iceberg di una massa impressionante di prese d’atto provenienti da politici e teorici di gran parte del pianeta, ivi compresi quelli di Washington, della dura realtà nucleare del MAD e della reciproca distruzione in caso di conflitto di natura atomica.

Nono segno distintivo: anche in base all’esperienza concreta (il precedente di Hiroshima, la pericolosa crisi dei missili a Cuba del 1962, ecc.), si assistette altresì alla presa di coscienza generalizzata da parte dei circoli dirigenti del “club nucleare” rispetto all’estrema difficoltà, se non all’impossibilità di mantenere limitata e non-nucleare il devastante scenario di un eventuale scontro diretto tra le grandi potenze planetarie, tra l’altro con a capo nuclei dirigenti diversissimi per matrice politico-ideologico ma certo non votati alla causa della non violenza, del “porgere l’altra guancia” e del non rispondere con la forza a un’eventuale aggressione, specie se di natura atomica.

L’ultima, ma non certo per ordine di importanza, e più recente caratteristica dell’epoca delle guerre di sterminio è costituita simultaneamente dal tentativo statunitense di spezzare a proprio vantaggio l’equilibrio del terrore nucleare attraverso le “Guerre Stellari” (la cosiddetta iniziativa di Difesa Strategica di Reagan, a partire dal 1983) e dal suo fallimento clamoroso, in base anche alle contromosse prese dal 2000 in poi dalla Russia postsovietica attraverso la costruzione dei nuovi missili Topol, RS26 e Rubezh.

Come ha notato giustamente John Mearsheimer, lucido teorico borghese, il progetto reaganiano – ripreso e sviluppato da Clinton, Bush junior e Obama – di “scudo stellare” e finalizzato a intercettare  distruggere nello spazio i missili sovietici contro gli USA, costituiva un piano strategico a lungo termine, teso chiaramente a ricostruire una schiacciante superiorità militare di Washington.

“Inoltre gli Stati Uniti spinsero con forza, ma senza successo, per lo sviluppo di efficaci difese antinucleari mediante missili balistici… La verità è che (per i dirigenti politici americani) “vogliono le difese necessarie a facilitare il compito di vincere una guerra nucleare con costi accettabili. In sintesi, abbiamo prove inconfutabili che gli Stati Uniti non hanno mai abbandonato gli sforzi per guadagnare la superiorità nucleare durante gli ultimi venticinque anni della guerra fredda. Ciononostante, il margine guadagnato sui sovietici non fu mai significativo”.[7]

Non sempre, infatti, i piani strategici vanno a buon fine…

Con la contromossa adottata dalla Russia post-sovietica fin dal 2000, mediante la costruzione su larga scala dei missili Topol-M (o RS-24) e degli “Yars”, capaci di penetrare gli “scudi stellari” statunitensi, la strategia delle Guerre Stellari è fallita quasi in partenza e agli albori del suo dispiegamento concreto.

Al già basso livello di affidabilità e all’alto grado di vulnerabilità dello “scudo stellare” a stelle strisce, alla possibilità concreta di ingannare e “saturare” gli intercettatori e i laser statunitensi attraverso il lancio su vasta scala di finti missili atomici si è ormai aggiunta anche l’introduzione da parte russo (e cinese) della nuova tipologia di missile denominata Topol-M: invulnerabile alle radiazioni e agli impulsi elettromagnetici, il Topol-M è in grado di spostarsi e cambiare traiettoria a piacere durante tutta la sua fase di lancio e può facilmente trasportare alcune testate nucleari manovrabili, oltre a essere in grado di rilasciare tutta una serie di falsi bersagli per ingannare i missili intercettori americani.[8]

Va inoltre sottolineato, sempre rispetto alla correlazione di potenza militare su scala planetaria, come il nuovo e sofisticato sistema russo missilistico (l’S-500) impieghi tutta una serie di missili intercettatori capaci di raggiungere la velocità eccezionale di 20.000 chilometri orari, risultando già ora in grado di assicurare un buon livello di protezione all’arsenale missilistico terrestre e a una parte del territorio russo: nel 2015 la parità nucleare approssimativa tra Washington e Mosca è stata ormai ristabilita portando al collasso dei piani più ambiziosi e aggressivi del Pentagono, orfano tra l’altro degli Shuttle ormai non più utilizzabili.

Dalle considerazioni tecnologiche, materiali e politiche finora esposte risulta facile individuare la caratteristica fondamentale dell’“epoca delle armi di sterminio”, almeno e come minimo dal 1960/65: attraverso di essa, il genere umano ha acquisito da alcuni decenni la capacità potenziale di autodistruggersi e di autocancellarsi dalla faccia della terra.

Più precisamente: di autodistruggersi con una guerra termonucleare (e chimico-biologica) estremamente rapida, della durata di poche ore.

Ancora più precisamente: di autodistruggersi attraverso una guerra nucleare (e chimico-biologica) che richiede il “lavoro” – si fa per dire, certo – e l’erogazione collettiva di energie psicofisiche solamente di poche migliaia di uomini, a partire dagli addetti agli agghiaccianti silos di lancio dei missili intercontinentali.

In altri termini, dal 1945-60 siamo via via già diventati una specie magicamente iperpotente almeno nel campo della distruzione e del processo di produzione di strumenti di distruzione, in uno scenario storico generale sconosciuto prima del 1945 e solo sfiorato prima del 1945 anche dalla migliore/peggiore narrativa di fantascienza e fantapolitica, come nel caso di Jack London.

Una volta individuati, seppur in modo ipersintetico, i principali segni distintivi dell’epoca delle altre armi di sterminio su cui torneremo a lungo in seguito, si può passare a questo punto ad analizzare invece un’altra tematica politico-militare, diversa, ma strettamente legata alla prima: e cioè la comprensione delle due principali forze motrici che spingono uno stato/un blocco di stati a scatenare una guerra, ad iniziare un conflitto bellico.

Per effettuare un “identikit” dell’aggressore in campo internazionale serve innanzitutto individuare i multiformi interessi economici, politici e geostrategici che guidano i circoli dirigenti delle nazioni che hanno avviato e scatenato un conflitto bellico: e la categoria fondamentale dell’interesse, del “premio” prefissato e della posta in palio, materiale e politica, che guida e spinge una determinata formazione statale alla guerra è già stata esaminata da molto tempo, con cura e grande successo dalla teoria della politica internazionale, sia in campo marxista che dalla scuola “realista” di matrice borghese (da Macchiavelli in poi, arrivando fino a Mearsheimer), diventando ormai un assioma consolidato sia a livello di élites politico-intellettuale che nella coscienza collettiva e di massa. (“cui prodest”? “cosa ci guadagnano, a scatenare una guerra?”, ecc.).

È rimasto invece spesso nell’ombra, perché data quasi per scontata e implicita, la seconda forza motrice dei nuclei dirigenti degli stati aggressori: e cioè la regola generale della “speranza di vittoria” politico-militare, che emerge dall’esperienza concreta degli ultimi sei millenni di storia.

La prassi internazionale insegna, come vedremo meglio nel corso del libro, che di solito i dirigenti politico-militari degli stati che iniziano, che scatenano, che danno la spinta di avvio a un conflitto bellico effettuano tale scelta strategica perché ritengono, a torto o a ragione (anche… sbagliando, certo), di avere come minimo delle buone probabilità di vincere nella guerra a cui ha dato inizio sul piano strettamente materiale, senza poi pensare di subire delle perdite di estensione e intensità tali da trasformare il loro successo nell’ormai celebre e aneddotica “vittoria di Pirro”.

In altri termini, un’esperienza plurimillenaria su scala internazionale insegna come di regola i dirigenti dello stato-aggressore abbiano previsto, in base a un calcolo – corretto o sbagliato – dei rapporti di forza globali con il nemico, di poter sconfiggere quest’ultimo in un conflitto bellico almeno con un certo grado di probabilità di successo, se non addirittura con la sicurezza totale o quasi totale di vittoria finale, senza allo stesso tempo mettere in preventivo di subire dei danni e delle perdite devastanti per raggiungere tale obiettivo finale.

Vista la possibilità (e la realtà) di errori anche clamorosi di calcolo rispetto ai rapporti di forza internazionali e alla loro dinamica completa, la regola “della speranza della vittoria” viene confermata, e non certo smentita dai numerosi casi concreti nei quali gli stati-aggressori hanno invece subito delle sconfitte finali: i loro nuclei dirigenti politico-militari si sono semplicemente sbagliati nelle loro ottimistiche previsioni e progetti iniziali, pre-bellici e pre-conflittuali.

Come vedremo meglio nel corso del nostro lavoro, la dialettica tra speranza pre-bellica di vittoria e la successiva disfatta finale sul campo di battaglia ha segnato tra l’altro anche l’inizio e la genesi di tre conflitti bellici recenti di estrema importanza quali:

–          l’avvio cosciente del primo conflitto mondiale nell’estate del 1914, da parte dell’alleanza tra Germania e Austria-Ungheria, visto che i circoli dirigenti delle due nazioni in via di esame erano convinte di poter vincere lo scontro politico-militare contro i loro nemici, Francia e Russia;

–          l’avvio cosciente della seconda guerra mondiale da parte dell’orrendo e genocida nucleo dirigente hitleriano, nell’estate del 1939, visto che quest’ultimo era convinto di poter raggiungere il successo contro il blocco antagonista anglo-francese;

–          l’avvio cosciente dell’aggressione genocida del nucleo dirigente nazista contro l’Unione Sovietica, nel giugno del 1941, visto che Hitler e i suoi aiutanti risultavano allora assolutamente convinti –  a torto, per fortuna dall’intero genere umano – di schiacciare completamente “il bolscevismo giudaico” e stalinista al massimo nel giro di tre mesi.

Come tutte le tendenze generali della dinamica politico-sociale delle società classiste, anche la regola “della speranza di vittoria” è certo segnata da eccezioni e controtendenze secondarie, su cui torneremo in seguito. Per il momento è sufficiente segnalare:

–          il “fattore irrazionalità”, che opera carsicamente nell’arena internazionale;

–          il “fattore Malvinas”: ossia le guerre scatenate dal nucleo e classe dirigente al fine principale di distogliere le masse popolari da un crescente ribellione collettiva contro la loro egemonia politico-sociale, come avvenne ad esempio nel caso della guerra iniziata dalla sanguinosa giunta militare argentina del 1982 per il controllo delle isole Malvinas /Falkland, contro l’imperialismo britannico.

Oltre che da un praxis multiforme e plurimillenaria nell’arena internazionale, la regola generale della “speranza di vittoria” viene supportata in ogni caso dalle analisi teoriche sviluppate dai migliori rappresentanti della scienza politica, partendo dall’importanza giustamente attribuita negli scontri interni-internazionali al calcolo oggettivo dei rapporti di forza e della loro dinamica concreta da geniali pensatori quali Sun-Tzu, Lenin e Mao Zedong, in una linea di continuità che via via è stata incarnata anche dall’indiano Kautilya, da Machiavelli, Hegel e Gramsci; essa è stata ulteriormente confermata anche dalla “legge della speranza politico strategica” elaborata dal generale francese L. Poirier, oltre che da numerose teorizzazioni sulla strategia internazionale di natura assai simile, prodotte negli ultimi decenni e aventi per oggetto anche l’analisi e il calcolo delle probabilità di vittoria e della percezione del rischio di sconfitta (costi eccessivi) da parte dei diversi attori operanti su scala internazionale.[9]

Cambiando e unendo a questo punto i due assi centrali delle analisi finora svolte, sia rispetto ai segni distintivi dell’epoca delle armi di sterminio che alla guerra vista sotto il profilo degli stati-nuclei dirigenti aggressori, risulta relativamente facile giungere a una prima tesi di carattere generale: e cioè che, nell’era post-Hiroshima, dal 1960-65, la guerra tra grandi potenze nucleari si rivela un progetto politico-militare e un’eventuale praxisi sicuramente suicida e autodistruttiva anche per il potenziale aggressore, e quindi un’opzione politico-militare che può essere presa seriamente in considerazione, e soprattutto tradotta in azione nucleare concreta solo da un attore statale disperato, posto e trovatosi di fronte a una situazione disperata per cause interne (una devastante crisi economica della sua nazione, ad esempio) o internazionali.

Solo un nucleo dirigente e una classe sociale aspirante suicida, solo un “folle” e un “pazzo” (secondo la teoria politica elaborata da R. Nixon agli inizi degli anni Settanta) potrebbe decidere in modo autonomo di attaccare e scatenare il “first-strike” contro un nemico dotato di un arsenale nucleare – e di altre armi di sterminio, chimiche biologiche – e senza considerare l’inevitabile e devastante reazione atomica del suo “target” del paese oggetto del suo progetto di intervento e facente parte del “club nucleare”.

Anche nell’ipotesi “migliore” – si fa per dire, certo –; non vedendo quindi l’avvio del terrificante inverno nucleare su scala planetaria e subendo “solo” – si fa sempre per dire, certo – la  distruzione di metà delle megalopoli e delle città medio-grandi del loro paese, un’eventuale nucleo dirigente statunitense che decidesse di procedere all’Armageddon atomica si troverebbe quasi subito a dover contare diverse “megamorti” sullo stesso suolo americano, e cioè come minimo diverse decine di milioni di cadaveri statunitensi: basti solo pensare che la sola estensione metropolitana di Los Angeles comprende tuttora al suo interno oltre 12 milioni di persone e quella di New York più di 21 milioni di esseri umani. Le inaudite energie distruttive che inoltre colpirebbero, anche nello scenario più ottimistico di “first- strike” a stelle e strisce, l’apparato produttivo, le infrastrutture e il sistema delle telecomunicazione americane costituirebbero una reazione nemica così devastante da trasformare per molti decenni il “sogno americano” in un tremendo incubo radioattivo, senza poi tener conto del rischio concretissimo di nuovi “colpi di coda” atomici e/o chimico-batteriologici delle forze residue del nemico in territorio statunitense.

Nel “migliore” dei casi, pertanto, un eventuale nucleo dirigente guerrafondaio degli USA vedrebbe moltiplicato come minimo per un milione di  volte le conseguenze dell’undici settembre 2001, con ricadute negative che questa volta si protrarrebbero come minimo per alcuni decenni, periodo nel quale all’alta borghesia statunitense rimarrebbero come proprietà reale solo i… rifugi atomici.

Una “vittoria” militare americana su Russia e/o Cina perderebbe pertanto di qualunque significato materiale nella opzione “migliore” – si fa per dire, certo – del “day after” atomico: e il cosiddetto “premio” di  tale semisuicidio statunitense sarebbe solo che uno o entrambi dei paesi più estesi del pianeta – Russia e Cina – si trasformerebbero in nuove Fukushima su scala gigantesca, inavvicinabili e non sfruttabili per molti anni da parte dell’imperialismo statunitense come del resto l’Europa facente parte della NATO…

Le paurose controindicazioni e tremendi svantaggi che presenta in ogni caso l’opzione atomica, sempre in presenza di quel “pluralismo nucleare” e del fallimento delle guerre-stellari già analizzato in precedenza, indicano tra l’altro e senza ombra di dubbio il motivo essenziale per cui gli Stati Uniti non hanno ancora utilizzato il loro arsenale atomico contro i loro nemici strategici in campo internazionale, dall’agosto del 1949 fino ai nostri giorni: il contropotere distruttivo accumulato via via dall’Unione Sovietica e dalla Russia postsovietica, oltre che dalla Cina Popolare, hanno costituito infatti, il principale deterrente politico-materiale che è stato in grado di tenere finora a bada i “falchi” e le tendenze più aggressive e militariste dell’imperialismo statunitense.

La risposta alle due domande iniziali risulta pertanto infatti relativamente facile, una volta compresa l’epoca delle armi di sterminio: anche se odiavano l’URSS per motivi sia ideologici che geostrategici (e detestano la Russia postsovietica per i loro concretissimi progetti di dominio mondiale), l’elites politico-militari di Washington temevano e temono tuttora il contropotere bellico prima sovietico e poi russo dal 1992 ad oggi.

Non certo bontà o scrupoli politico-morali (si pensi solo a Hiroshima e Nagasaki), ma i missili, i bombardieri e le armi nucleari sovietico-russe e cinesi hanno costituito finora l’ostacolo principale e finora insuperabile al “Great Game” e ai progetti di egemonia mondiale di Washington, oltre che allo scatenamento di una nuova terza guerra mondiale da parte degli influenti circoli oltranzisti e guerrafondai che operano negli USA alla luce del sole e senza soluzione di continuità, soprattutto dall’inizio degli anni Quaranta.

Non certo per bontà o scrupoli politico-morali sono falliti i piani di egemonia statunitense su scala planetaria, tesi a creare una particolare e odiosa “Pax Americana” in tutto il globo, elaborati e cristallizzatisi già all’inizio degli Quaranta, attraverso la progettualità politica e l’azione costante dell’allora potentissimo Council on Foreign Relation, un think-tank che operò dal 1939 come gruppo di studio (autorizzato da Cordell Rush, allora segretario di Stato degli Usa) e “Sottocomitati per la sicurezza” all’interno del dipartimento di Stato di Washington.

Dai molti documenti – desegretati di recente – dal “sottocomitato per la sicurezza nazionale”, collegato strettamente alla grande finanza e ai monopoli statunitensi, “si può dedurre con esattezza in che cosa il grande capitale americano identificasse gli interessi degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Wall Street intravedeva la possibilità, o per meglio dire coltivava la certezza, che al termine del conflitto gli Usa avrebbero “ereditato” l’impero inglese. Nelle riunioni segrete tra il Dipartimento di Stato e il Council on Foreign Relations a partire dal 1939 si programmava dettagliatamente e esplicitamente il ruolo degli Stati Uniti come sostituti dell’Inghilterra nel dominio del mondo.

Gli appunti del Sottocomitato per la Sicurezza del Comitato del “Council” per la politica estera definivano i probabili parametri della politica estera post-bellica degli Stati Uniti nei seguenti termini: «(…) L’impero inglese così come lo abbiamo conosciuto nel passato non riapparirà mai più (…) Gli Stati Uniti potrebbero dover prendere il suo posto». più avanti lo stesso testo ribadiva: «Gli USA devono coltivare la visione di una regolamentazione del mondo, dopo questa guerra, che ci permetta di imporre le nostre condizioni, consistenti forse in una Pax Americana».

Nel 1942, il direttore del “Council”, Isaiah Bowen, scriveva: «La misura della nostra vittoria corrisponderà alla misura del nostro dominio» preconizzando che gli Stati Uniti mettessero sotto il proprio controllo tutte le aree strategicamente importanti per dominare l’orbe terracqueo. Al di là della retorica sulla liquidazione del nazismo e del fascismo, gli Stati Uniti iniziarono la seconda guerra mondiale con un preciso programma imperiale. Se tale programma era lontano dallo spirito delle masse americane, era chiarissimo in quello della classe dirigente statunitense.

I verbali delle riunioni segrete, oggi divenuti di pubblico dominio, mostrano che gli uomini d’affari del “Council” consideravano la forza militare come il fattore essenziale per una futura espansione della potenza statunitense. Il giornalista Joseph Kraft, anch’egli membro del “Council”, ricorda che Henry Stimson andò a Washington per assumere il ministero della Guerra portando con sé un piccolo nucleo di uomini allora poco conosciuti, divenuti celebri in seguito, che crearono le strutture della macchina bellica americana per la conquista del mondo. Lo stesso presidente del “Council” John McCloy, presidente anche della Chase Bank, assunse accanto a Stimson il ruolo di responsabile del personale del ministero della Guerra. Quando Stimson e McCloy avevano bisogno di un uomo scorrevano la lista dei membri del “Council” e facevano una telefonata a New York.

L’ondata migratoria dei personaggi di Wall Street entrati nell’amministrazione Roosevelt, che comprendeva uomini come James Forrestal, A Verell Harriman, Robert Lovett, John Foster Dulles, Allen Dulles, Paul Nitze, arrivò a un centinaio di elementi”.[10]

Pensiamo a Nixon, l’autore della “teoria del folle”,  che pensò più volte di usare ordigni atomici in Vietnam, dal 1969 al 1972; oppure a Ronald Reagan, che fu sorpreso ad annunciare “per scherzo” il bombardamento atomico dell’URSS “entro cinque minuti”, nell’agosto del 1984; i loro sogni militaristi si sono in ogni caso scontrati con la dura realtà del contropotere militare e nucleare detenuto dagli avversari operanti sull’arena internazionale.

Un’analoga sorte è toccata del resto anche al disegno di dominio mondiale elaborato da Cheney, Rumsfeld e P. Wolfowitz, esposto nel documento “Rebuiding America’s defences: Strategies, forces and resocres for a New Century” reso pubblico da un settimanale scozzese nel settembre del 2002. In tale progetto su scala planetaria si auspicava apertamente un “cambio di regime in Cina”, oltre alla necessità vitale di assicurare a ogni costo “la nostra leadership” (di Washington) contro qualunque possibile “sfidante”, a partire dalla Russia: ma la realtà internazionale è andata invece in una direzione molto diversa da quella sognata dai “falchi” dell’amministrazione di Bush junior, non solo in Afghanistan e Iraq ma anche e soprattutto nella dinamica del rapporto di forza globale tra le principali potenze del pianeta.

Come ulteriori verifiche incrociate e prove del nove della tesi sulla centralità dell’equilibrio – approssimativo, instabile – di forze nucleari su scala planetaria e del MAD, svilupperemo in seguito un’analisi dettagliata sui “fatti testardi” (Lenin) per cui:

–          dal 1949 ad oggi, nessuno degli scontri politici diretti e dei più gravi “incidenti” verificatisi tra le grandi potenze (crisi USA-URSS per Berlino, nel 1959/61; crisi dei missili a Cuba, nel 1962; incidente tra USA e Cina Popolare dell’aprile del 2001, con la distruzione di un velivolo militare cinese da parte di un aereo-spia di Washington in una zona vicina al confine cinese; ecc.) non si è mai trasformato in guerra diretta e aperta tra gli stati-nuclei coinvolti;

–          dal 1949 ad oggi, nessuna delle guerre di liberazione e/o degli scontri “per interposta persona” che hanno via via coinvolto su fronti opposti le grandi potenze (guerra di Corea, 1950-53; prima guerra del Vietnam, 1947-54; seconda guerra del Vietnam, 1960-75, ecc.) non si è mai trasformata in guerra diretta e aperta tra gli stati-nucleari coinvolti al loro interno.

Ma passando ora all’analisi storica e alle previsioni a breve-medio termine cosa accadrà in futuro, diciamo nel prossimo decennio?

Con l’attuale “pluralismo atomico” e il simultaneo fallimento sostanziale delle guerre stellari made in USA, la possibilità che in tempi “ordinari” e normali  i nuclei dirigenti politico-militari di Washington scatenino un attacco militare contro Cina e Russia, dando avvio alla terza guerra mondiale e termonucleare, risulta pari praticamente a zero, escludendo l’ipotesi estrema di errori o incidenti atomico-militari: come quello del 19 settembre 1980 negli USA non certo per un loro inesistente spirito umanitario, ma essenzialmente in base alla combinazione dialettica tra la dura logica del MDA e la sconfitta già subita – e senza sparare un solo colpo – dai progetti di dominio rispetto allo spazio e al cyberspazio, via via elaborati e tradotti in pratica – fallimentare – dell’imperialismo statunitense degli ultimi decenni.[11]

Parlavamo tuttavia di “tempi ordinari”, non prendendo pertanto ancora in considerazione l’apparire di “tempi straordinari” e di difficoltà eccezionali per l’economia statunitense, non affrontando ancora l’ipotesi che si presenti in futuro una nuova combinazione tra una depressione produttiva, un collasso dei mercati finanziari e del debito pubblico statunitense su scala maggiore di quello già verificatosi nel 2077/2009, catastrofe del resto arginata a stento solo dal decisivo intervento pubblico teso a “privatizzare i profitti e socializzare le perdite” (Ernesto Rossi) a vantaggio esclusivo di Wall Street e della borghesia americana.

In questo eventuale scenario “straordinario”, a nostro avviso molto probabile e assai vicino nel tempo, anche la questione della possibilità di una guerra mondiale assumerebbe sicuramente un profilo diverso e, almeno a livello potenziale, assai più sinistro e pericoloso: potrebbe infatti rientrare in gioco, e ovviamente su scala incompatibilmente ampia, quel “fattore Malvinas” a cui abbiamo già accennato in precedenza anche in un altro nostro libro.[12]

È una delle tematiche più importanti che vogliamo affrontare in dettaglio nel proseguio  del nostro libro, assieme:

–          all’approccio marxista rispetto alla questione dell’evitabilità-inevitabilità della guerra, a partire da Engels fino a i nostri giorni e tenendo conto della novità “esplosiva” costituita dalle nuove armi di sterminio del post-Hiroshima;

–          alla concreta possibilità di  autodistruzione dell’umanità a partire dal 1945, con il sorgere dell’alternativa storica/decisiva tra il “comunismo o estinzione del genere umano”;

–          alla storia del genere umano intesa come un campo di potenzialità alternative positive (= socialismo/comunismo sviluppato) o ipernegative, quale l’autodistruzione del genere umano.

Su quest’ultimo punto ci sembra necessario che proprio il campo di possibilità/opzioni storiche alternative, emerse dopo il lancio orrendo e genocida delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, confermi ulteriormente anche in modo assai particolare la tesi dell’effetto di sdoppiamento, formatasi a sua volta sul piano storico attorno al 9000 a.C. assieme all’ “epoca del surplus” (costante e accumulabile) e che continua a produrre i suoi effetti anche ai nostri giorni,  all’inizio del terzo millennio.

“Cos’è l’effetto di sdoppiamento? Ripetendo concetti e metafore già sviluppate in altre opere precedenti, si può notare che secondo la concezione marxista-ortodossa della storia universale, quest’ultima può essere paragonata ad una grande e lunga strada a senso unico, anche se composta da alcune diramazioni secondarie che in seguito si ricollegano al sentiero principale, oltre che da una serie di “vicoli ciechi” che vengono via via abbandonati, più o meno rapidamente.

In questa prospettiva storica, la “grande strada” è formata via via da vari segmenti socio-produttivi interconnessi, seppur ben distinti tra loro (comunismo primitivo/comunitarismo del paleolitico, nella preistoria della nostra specie; fase del modo di produzione asiatico; periodo schiavistico; fase feudale; epoca capitalistica e, infine, socialismo-comunismo), ma essa era ed è considerata tuttora un tracciato predeterminato, almeno in ultima istanza: qualunque “viaggiatore” e società potevano/possono anche prendere delle “scorciatoie” ma alla fine, volenti o nolenti, erano /sono costretti a rientrare nel sentiero di marcia principale e nelle sue variegate, ma obbligate tappe di percorso.

In base ai dati storici allora a conoscenza e a disposizione di Marx ed Engels fino al 1883/95, questa teoria risultava l’unica visione complessiva del processo di sviluppo della storia universale che poteva essere (genialmente) elaborata a quel tempo ma, proprio dopo il 1883/95, tutta una serie di nuove scoperte ed avvenimenti storici portano a preferire una diversa concezione generale della dinamica del genere umano: l’effetto di sdoppiamento.

Immaginiamoci una “grande strada” che, dopo un lunghissimo segmento (fase paleolitica e mesolitica) di scorrimento, si trovi di fronte improvvisamente ad un “grande bivio” e a una gigantesca biforcazione: da tale bivio partono e si diramano due diverse ed alternative strade, che conducono a mete assai dissimili, senza alcun obbligo a priori per i “viaggiatori” (a causa del Fato/forze produttive) di scegliere l’una o l’altra.

Ma non basta. Non solo non vi è più una sola strada obbligata di percorso, ma – a determinate condizioni e pagando determinati “pedaggi” – qualunque “viaggiatore” e qualunque società umana possono trasferirsi nell’altro tracciato, alternativo a quello selezionato in precedenza, cambiando pertanto radicalmente le proprie condizioni materiali di “viaggio” nell’autobus che stanno utilizzando con altri passeggeri: la scelta iniziale di partenza “al bivio”, giusta o sbagliata, risulta sempre reversibile in tutte e due le direzioni di marcia, in meglio o anche in peggio.

Fuor di metafora, la concezione che proponiamo ritiene che subito dopo il 9000 a.C., ben undici millenni fa nell’Eurasia del periodo neolitico, con la scoperta dell’agricoltura, allevamento e artigianato specializzato, si sia creato e riprodotto costantemente fino ai nostri giorni un “grande bivio”, da cui si sono diramate due “strade”, due linee e due tendenze socioproduttive di matrice alternativa, l’una di tipo comunitario-collettivistico e l’altra di natura classista, fondata invece sullo

sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Pertanto dopo il 9000 a.C. e fino ai nostri giorni, nell’era del surplus e dai tempi lontani neolitici della Gerico collettivistica dell’8500 a.C., non sussiste alcun determinismo storico, ma altresì un campo di potenzialità oggettive sdoppiamento”, potenziale/reale, valida nel 9000 avanti Cristo ma anche nel 2014 della nostra era, valida nel 8999 a.C. ma anche nel prossimo anno e nei prossimi decenni: uno stato di sdoppiamento ed un’alternativa radicale nei rapporti di produzione possibili e praticabili sul piano storico, che da undici millenni esclude a priori qualunque forma di determinismo storico e di metafisica basata sul “progresso inevitabile” del genere umano.

Certo, qualunque regressione ad uno stadio paleolitico basato sulla caccia/raccolta di cibo era ed è tuttora impedita proprio da quel processo di sviluppo qualitativo delle forze produttive, da quell’“era del surplus” costante/accumulabile che determina il sorgere e la riproduzione ininterrotta dell’effetto di sdoppiamento. Ma astraendo da tale “dettaglio” non trascurabile, negli ultimi undici millenni il corso della storia universale è diventato decisamente multilineare, composto com’è dal “bivio” e da due “strade” alternative in campo socioproduttivo e politico, la cui logica più profonda risulta essere l’antideterminismo e l’emersione costante di un campo di potenzialità alternative, nel quale la pratica collettiva degli uomini del passato, presente (noi stessi…) e del futuro assume un ruolo decisivo, sotto tutti gli aspetti.

Ma non solo.

Molti storici e tutti i marxisti conoscono da tempo il nesso, il legame dialettico plurisecolare che connette guerra e capitalismo fin dalle lontane origini di quest’ultimo nell’Italia medievale, con le guerre coloniali scatenate dalle repubbliche marinare protoborghesi (Venezia, Genova, Pisa e Amalfi) per il controllo di aree importanti del Mediterraneo, fin dal Dodicesimo secolo, e i loro paralleli e feroci scontri belli intestini per l’acquisizione dell’egemonia manifatturiera commerciale su scala europea.

È necessario prendere in esame anche il carattere ricorrente e carsico di periodi di guerra – prolungata e diffusa – all’interno della formazione economico-sociale capitalistica, a partire dalla sua fase di sviluppo manifatturiera, individuando le cause e le ragioni principali sia dello scoppio delle “quattro guerre mondiali” di matrice borghese (1756/63; 1792/1815; 1914/18; e 1939/45) che dei lunghi di “guerra fredda” tra le principali potenze mondiali, come avvenne ad esempio dal 1815 al 1913 e dal 1945 fino ad oggi.

L’analisi dialettica e non dogmatica di processi storici di ampio respiro e di “lunga durata” (Braudel) aiuta anche il processo di comprensione oggettiva e materialistica del presente e della futura dinamica di sviluppo (o autodistruzione…) del genere umano, soprattutto e proprio nella nuova e tremenda epoca delle armi di sterminio che stiamo vivendo anche ora e concretamente, come “uomini in carne e ossa” (Gramsci).

 

 

 
[1] F. Franchini, “Gli Stati Uniti ci finanziano”. “Le rivelazioni di un guerrigliero dell’ISIS”, 29 gennaio 2015, in www.ilgiornale.it
[2] G. H. Hallgarten, “Storia della guerra fredda”, pp. 19-28, Editori Riuniti
[3] J. Miller, S. Engelberg e W. Broad, “Germi”, p. 41. Ed. Longanesi
[4] C. Pinzani, “Roosevelt a Gorbaciov”, p.38, ed. Ponte alle Grazie; R. Maiocchi, “L’era atomica”, p. 43, in books.google.it
[5] “Arsenali nucleari, Russia e Stati Uniti possiedono in totale 14700 testate”, 20/06/2015, Il Sole 24 ore; V. Mastny, “Il dittatore insicuro: Stalin e la guerra fredda”, p. 74 ed. Corbaccio
[6] I. N. Mathey, “Comprendere la strategia”, pp. 65-66, ed. Asterios
[7] J. Mearsheimer, “La logica di potenza”, pp. 207-208, ed. Università Bocconi
[8] “La Russia ritorna alla parità nucleare con gli USA”, 10/10/2014, in it.sputniknews.com
[9] R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap.2-3-4-5, in www.robertosidoli.net; J. M. Mathey, op. cit., p. 67
[10] “La filosofia del bombardamento”, homosapiensplus.altervista.org
[11] E. Schlosser, “Comando e controllo”, p.381 e seguenti, ed. Mondadori
[12] R. Sidoli, M. Leoni, D. Burgio, “Ipotesi Hong Kong o Armageddon?”, in www.robertosidoli.net

Viaggio in Cina

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la relazione esposta da Paolo Paparella, Segretario della sezione Laika del PCdI di MIlano, all’interessante e partecipata assemblea su “Cina e socialismo” svoltasi il 20 giugno 2014 al Centro culturale Concetto Marchesi.
Buona lettura.

 

Circa un anno e mezzo fa ho avuto la fortuna di intraprendere un viaggio in Cina per motivi di lavoro, su invito di una ditta cinese del mio settore di lavoro.
Il viaggio si è diviso in una parte turistica (Pechino) ed una di lavoro (Shenzhen).

 

Pechino

Piazza Tienanmen

La prima tappa turistica del viaggio è piazza Tienanmen, la piazza più vasta del mondo.

Nella piazza, arredata da innumerevoli bandiere rosse, sono presenti:

 

·       l’entrata della città vecchia, antica residenza degli imperatori, meta di un’ intensa frequentazione di intere famiglie cinesi (anziani compresi),

·       l’Assemblea nazionale del Popolo,

·       il Museo della storia della Cina,

·       il Mausoleo di Mao, meta di interminabili code di visitatori cinesi.

 

Mao è considerato dalla popolazione cinese il salvatore della patria ed ad oggi ancora diffusamente venerato per avere liberato il paese dalla tirannia.

L’effige di Mao campeggia all’entrata della città vecchia.

La piazza presenta, in una sorta di sintesi tra tradizione e tecnologia, due schermi di altezza di circa 7 metri per una lunghezza di circa 35, ad altissima risoluzione di immagine, che proiettano immagini geometriche e paesaggi.

 

Centro città

Il centro di Pechino mostra un’impressionante vitalità tra frequentazione di magazzini occidentali di dimensioni immense ed il mercato ed i locali di ristoro della città. Nel centro si impara presto a fare attenzione al rischio rappresentato da motorini ad alimentazione elettrica che sfrecciano silenziosi. Il problema dell’inquinamento atmosferico è oggetto di interesse da parte del governo: durante la mia permanenza la situazione atmosferica rappresenta la prima notizia del telegiornale di stato della sera con immagini dettagliate di alcune città oscurate dai gas.

 

Shenzhen

Ci spostiamo con un volo interno a Shenzhen, città designata da Deng Xiaoping come capitale del polo industriale della Cina e meta clou del nostro viaggio.

Shenzhen è formata da una parte abitativa, caratterizzata da innumerevoli grattacieli, prevalentemente ideati da architetti occidentali e ricca di verde ben conservato ed una industriale nettamente separata dalla zona abitativa.

Il viaggio prevede la visita alla ditta ospitante, recentemente affacciatasi alla produzione internazionale del settore elettro medicale.

La ditta è di stato, fondata da un dirigente del partito comunista cinese e quotata in borsa a New York.

 

La visita è divisa in tre parti:

 

·       una molto estesa, dedicata al settore ricerca e sviluppo, dislocato in periferia;

·       una alla parte produttiva da cui si coglie, oltre all’alto livello di organizzazione industriale, una forte attenzione alla tutela dei lavoratori;

·       una alla parte commerciale, situata in un  grattacielo di circa 40 piani.

 

I dirigenti della ditta sono molto giovani con età media di circa trenta anni; il regolamento della stessa prevede il ricambio del vertice presidenziale ogni due anni.

Un giovane dirigente con cui parlo mi fa l’elogio di Deng Xiaoping nella volontà di aprire la società cinese anche a beni di consumo.

Lo stesso mi spiega che entrare nella dirigenza del PCC è estremamente arduo ed appannaggio di un’elite selezionata di persone che svolgono un iter formativo estenuante.

Mi spiega anche che la formazione del quadro del partito prevede la frequentazione di alcuni anni in fabbrica o in fattoria (l’attuale segretario del PCC, Hu Jintao, ha trascorso sei anni in una fattoria).

Inoltre mi sono chiariti alcuni aspetti della vita sociale cinese che riguardano un miliardo e 400 milioni di persone:

 

·       Istruzione: lo stato assicura la gratuità della istruzione fino alle scuole medie comprese. Il tasso di alfabetizzazione sopra i 15 anni è del 98%, (uomini 99%, donne: 97%);

·       Sanità: lo stato assicura il 70% delle spese sanitarie ed in alcuni casi, per le patologie più gravi, copre l’80% delle spese;

·       Lavoro: la Cina permette la presenza nel suo territorio di imprese occidentali per una copertura occupazionale di circa il 20%; i lavoratori di tali imprese sono sottoposti a ritmi di produzione asfissianti con circa un giorno di festività al mese. Recentemente nella ditta produttrice di note marche di abbigliamento sportivo si è svolta una protesta dei lavoratori al fine di ottenere maggiori garanzie di vita. Le cause di quella protesta, per ammissione anche del giornalista di Repubblica Rampini, erano da addebitare all’uso spregiudicato degli occidentali dei lavoratori.  L’80% dei lavoratori svolge attività in strutture statali con ritmi di lavoro e garanzie sovrapponibili alle nostre, con orari quotidiani di lavoro di circa sette – otto ore e vacanze assicurate per un mese all’anno.

 

Inoltre il giovane dirigente mi spiega che, per la popolazione anziana, è istituita, nei condomini, una sorta di solidarietà sociale, riconosciuta dalle istituzioni, attiva nei casi di bisogno che fornisce aiuti, assistenza e visite sanitarie.

 

Hong Kong

La partenza dalla Cina avviene dall’aeroporto di Hong Kong, il cui raggiungimento prevede il passaggio attraverso una dogana molto selettiva.

Hong Kong è una città cinese con caratteristiche di vita occidentali. La spiegazione risiede nella scelta del governo di mantenere intatta la strutturazione sociale precedente al fine di non perdere gli abitanti occidentali e di riservare alla città il ruolo di “bancomat” per gli scambi commerciali con l’occidente.

Concludo con un mio personale auspicio che molti di noi possano verificare di persona, raggiungendo la Cina, quanto quel paese rappresenti un esempio vincente di società socialista.