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8 settembre 2015: 50° anniversario della fondazione della Regione Autonoma del Tibet

Alcuni dati.

Nel 1949 esisteva ancora in Tibet la servitù della gleba a vantaggio dell’aristocrazia terriera del luogo, Dalai Lama in testa, dal 1959, invece, la servitù della gleba è stata eliminata per sempre grazie all’azione del partito comunista cinese.

Nel 1950 l’aspettativa media di vita in Tibet risultava pari a 35 anni di vita; nel 2013 l’aspettativa media di vita in Tibet è salita a 69 anni.

Nel 1965 il prodotto interno lordo del Tibet risultava pari a soli 327 milioni di yuan; nel 2014, invece, il prodotto interno lordo in Tibet era decollato fino alla quota di 92 miliardi di yuan, aumentando dei ben 280 volte in soli cinque decenni.

Nel 1950 il tasso di analfabetismo risultava pari a più del 90 percento dell’intera popolazione tibetana; nel 2014, invece, il tasso di frequenza scolastica dei giovani tibetani di età compresa tra i 6 e i 15 anni risultava pari al 99 percento.

Nel 1949 non esistevano ancora le ferrovie in Tibet; mentre, invece, dal 2006 è diventato operativo sul territorio il tratto ferroviario più elevato del mondo, con picchi fino ai 5000 metri di altitudine.

Nel 1949 i turisti in Tibet costituivano solo delle rarissime eccezioni; invece, nel corso del 2014, ben quindici milioni e mezzo di turisti, di cui una considerevole parte straniera, hanno visitato la splendida regione tibetana.

Nel 1949, in Tibet, non esisteva neanche la nozione di riserva ambientale; nel 2014, invece, le foreste protette ormai coprivano ben 147.000 chilometri (la metà dell’Italia…) e il 12 percento della superficie del Tibet.

 

Fonte: “Tibet showcases achievements since autonomy”, 8 settembre 2015, in www.english.peopledaily.com.cn

CAPITOLO SECONDO – “Dante, Virgilio e Pitagora: tre comunisti utopico-religiosi”

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il capitolo secondo “Dante, Virgilio e Pitagora: tre comunisti utopico-religiosi” del futuro libro dei compagni R. Sidoli, M. Leoni e D. Burgio, dal titolo “Filosofi di frontiera”, ed. Aurora, gennaio 2016.

 

Facciamo a questo punto un passo indietro, anzi un lungo passo indietro sul piano storico e teorico alla ricerca del legame – quasi perduto, ma profondo – che unisce e connette Dante, Virgilio e Pitagora, e cioè tra delle figure più importanti della cultura occidentale: un legame “rosso” con una comune matrice collettivistica, declinata in senso utopico-religioso.

Il pensiero politico, sociale e filosofico di Dante risale infatti molto indietro nel tempo e ricerca coscientemente le sue radici più profonde anche nella sua stretta connessione che egli crea nella Commedia con il poeta-filosofo Publio Virgilio Marone (70 a.C. – 19 a.C.)

Mentore e guida di Dante nell’Inferno e nel Purgatorio, Virgilio faceva parte dell’importante circolo culturale romano guidato, nel primo secolo avanti Cristo, da Publio Nigidio Figulo, a sua volta il fondatore del neopitagorismo romano e una figura di notevole spessore intellettuale, che influenzò in modo sensibile il poeta-filosofo latino come riconosciuto anche dallo storico Franz Boll.[1]

Rispetto alla materia che stiamo trattando, ci interessa concentrarci sull’importanza che il pitagorico e geniale Virgilio attribuì alla teoria dell’ “età dell’oro”, pacifica e comunista, in cui sarebbe vissuta l’umanità nei suoi felici albori.

Seguendo Esiodo e Platone, Virgilio almeno sul piano ideale fece propria tale tesi dal chiaro senso utopico e comunista, proiettandola nel futuro e inserendola in una prospettiva escatologica assai terrena e, a suo avviso, molto vicina nel tempo.

Nella sua celebre quarta egloga, Virgilio interpretò infatti a modo suo la nascita del figlio di Asinio Pollione, amico e protettore del poeta, ritenendola un chiaro segno del prossimo ritorno dell’età dell’oro. Virgilio sottolineò che “già viene l’ultima età dell’oracolo cumano; la grande serie dei secoli rinasce dall’inizio; già torna la vergine [Astrea, dea della giustizia], torna il regno di Saturno (redeunt Saturnia regna); già la nuova progenie discende dal cielo … O casta Lucina [Diana], sii favorevole al bambino nascente, con il quale cesserà la prima generazione ferrea e sorgerà una generazione aurea in tutto il mondo … Proprio sotto il tuo

consolato, o Pollione, inizierà questa età splendida … Per te o fanciullo la terra senza che nessuno la coltivi, effonderà i primi piccoli doni, l’edera errante qua e là con l’elìcriso e la colocàsia con il gaio acanto. Le capre da sole riporteranno gli uberi colmi di latte, e gli armenti non temeranno i grandi leoni. La stessa culla spargerà per te soavi fiori. Svanirà anche il serpente, svanirà l’erba insidiosa di veleno, e dovunque nascerà

l’amomo di Assiria”.[2]

Il grande poeta-filosofo Virgilio riprese in ogni caso il mito-utopia della futura età dell’oro anche nell’Eneide (libro ottavo, 314 seguenti) quando identificò il passato e lontano regno terrestre del dio Saturno proprio con l’età dell’oro.

“Egli” (Saturno) “quel popolo barbaro per gli alti monti disperso, riunì, diede leggi e chiamar volle Lazio la terra ove latebre aveva trovato, sicure. L’età dell’oro, che dicono, fu sotto quel re: così in placida pace egli reggeva il suo popolo, finché via via peggiore e più pallido scorse il tempo, e nacque rabbia di guerra e brama d’avere”.[3]

Già, la “brama di avere”: la lupa” dantesca dell’avidità di beni materiali nasce anche dalla tesi di Virgilio.

Nelle sue splendide Georgiche infine, Virgilio descrisse – con accenti che richiamano la geniale storia lucreziana del progresso del genere umano – il passaggio e la transizione del fedele regno di Saturno, dal comunismo di un regno nel quale “neanche si poteva sognare i confini dei campi e spartirli”, ove “tutti gli acquisti erano in comune” e il genere umano godeva assieme dei doni gratuiti della natura, al duro regno di Giove, contraddistinto invece dal “fatico lavoro”, e dai “lupi predatori” e dal “bisogno che incalza nelle avversità”.

Virgilio infatti sottolineò nel rimo libro delle Georgiche (125 e seguenti) molto prima di John Lennon e della sua splendida “Imagine”, che “  Prima di Giove non v’erano agricoltori a lavorare la terra, e neanche si poteva sognare i confini dei campi e spartirli; tutti gli acquisti erano in comune, la terra da sé donava, senza richiesta, con grande liberalità, tutti i prodotti. Egli aggiunse il pericoloso veleno ai tetri serpenti, e volle che i lupi predassero, che il mare si agitasse, e scosse il miele delle foglie e nascose il fuoco e fermò il vino che fluiva sparso in ruscelli, affinché il bisogno sperimentando a poco a poco esprimesse le varie arti e cercasse le piante del frumento nei solchi e facesse scoccare il fuoco nascosto nelle vene della selce … Allora

nacquero le diverse arti. Tutto vince il faticoso lavoro e il bisogno che incalza nelle avversità”.[4]

Se il rapporto tra Dante e Virgilio risulta subito evidente e di grande importanza nella Divina Commedia, il geniale filosofo-poeta fiorentino si costruì altresì una stretta relazione con il Pitagora, con il grande filosofo-matematico del mondo ellenico.

La connessione tra Dante e Pitagora non viene provata solo dal ruolo assai significativo che il poeta fiorentino attribuì al neopitagorico Virgilio nel suo viaggio terreno, a cui abbiamo fatto riferimento in precedenza, ma è attestata anche dall’esplicita attenzione riservata da Dante nella Commedia alla simbologia del numero, seguendo le tesi pitagoriche su tale materia e l’elaborazione in merito del grande matematico-filosofo greco su tale materia, secondo il quale i numeri matematici erano l’emanazione diretta dell’Uno principale, di Dio inteso come la sorgente dell’armonia e bellezza universale basata proprio sul potere magico del numero.

per la testa reminiscenze, fantasticherie vacue e superstiziose e tradizioni volgari accolte senza critica. Il In uno studio assai interessante sul rapporto tra Dante e il simbolismo magico di derivazione pitagorica, è stato notato giustamente che lo scopo principale della Commedia dantesca risulta quello “di giungere o,  meglio, di far giungere l’Umanità dalla selva del peccato e del marasma politico sino al Dio cattolico Uno e Trino, nel quale si assomma anche, come vedremo, il supremo quesito aritmetico e geometrico che affannava da secoli l’umanità: la quadratura del circolo. Questa struttura armonica, numeristica, geometrica di tutte le opere di Dante, ma specialmente della Commedia, fu detta, da coloro che poco intesero Dante e i tempi suoi, una cabbala; e con ciò dimostrarono di non conoscere la diversità tra la strampalata cabbala giudaica e la mirabile armonia pitagorica del numero. Chi poi parla di cabbala pitagorica fa una contraddizione in termini.

A dimostrare l’assoluta ignoranza sul valore delle credenze numeristiche nel Medio Evo e in Dante basterebbero le parola del D’Ancona. Dice infatti questo autore: «Dante era ossequiente alla dottrina scientifica dell’età sua, anche nella parte piú vacua e superstiziosa… Alla stessa dottrina dei tempi appartengono anche queste fantasticherie del Poeta sul numero nove… Vi è una reminiscenza evidente delle dottrine pitagoriche e neoplatoniche da un lato, delle mistiche e cabalistiche dall’altro, e qualche cosa che giunge a lui per superstizione e volgare tradizione». Quindi Dante nella Vita nova (e piú ancora nella Commedia) aveva Poeta è ben servito da taluni dei suoi piú illustri commentatori! Ben diversamente disse il Carducci: «Questa cabala fu il freno dell’arte che fece cosí proporzionata, armonica, direi quasi matematica, l’esecuzione formale dell’immensa epopea». Il Carducci, toscano, etrusco (gli etruschi erano pitagorici), ha assai meglio intuito e giudicato questa mirabile forma, che, come ad un concetto di perfezione, obbedisce al numero, suprema armonia.

Nel precedente capitolo abbiamo veduto come Dante visse in un ambiente ove il misticismo dei numeri, trasmesso da Pitagora sino a Bonaventura, era diffuso tra i laici ed i religiosi; perciò non è lecito parlare di fantasticherie superstiziose né di tradizioni vacue e volgari.

Dante non si limita ad accettare il ben noto tre e il nove che da tutti i commentatori è ammesso; ma molti altri numeri adopra in un determinato significato. Egli parla spesso del modo «sottile» di interpretare i numeri in rapporto alle cose. Nel Convivio (8, V, 5-7), dopo aver parlato della divisione degli Angeli in tre gerarchie e ciascuna in tre ordini, aggiunge: «Ed è potissima ragione de la loro speculazione lo numero in che sono le gerarchie e quello in che sono gli ordini. E poco dopo (7-9) osserva che «la Trinità è in tre Persone e ciascuna Persona si può triplicemente considerare». E, sempre nel Convivio (XIII, 17), dice: «Li princípi delle cose naturali son tre… Non solamente tutti insieme ma anche in ciascuno è numero… per che Pittagora poneva li princípi de le cose naturali lo pari e lo dispari, considerando tutte le cose esser numero». E finalmente ricordiamo le osservazioni (Convivio, 2, XIV, 2, 3) sulle stelle della Via Lattea che sono per lui 1022, cioè 2, 20 e 1000 come Dante stesso dice e sulle deduzioni sottili che si possono fare su questo numero, su cui torneremo.

Dante è dunque numerista ed anzi segue i numeri pitagorici, resi però sottilmente cristiani dai Padri della Chiesa, da Ambrogio, Agostino e piú che altri da Bonaventura: tutti quanti grandi suoi maestri. Dante però non segue tutta la numeristica cristiana. Molti altri numeri mistici cita ad esempio Agostino; ma Dante non li considera, limitandosi a quelli pitagorici cristianizzati.

Si disse e si continua a dire che Dante è un tomista. L’affermazione, nel senso di credere che Dante sia un puro scolastico, è inesatta. Egli è anche tomista; ma quando occorre si distacca dall’Aquinate. Basterà, a conferma di questo, ricordare il Purgatorio in cui tutto procede secondo la dottrina francescana e piú specialmente bonaventuriana, che è in contrasto con quanto afferma l’Aquinate.

Inoltre la scolastica non dà alcuna importanza al misticismo del numero. Nel grande Doctor angelicus difatti la parte mistica numeristica non appare. Invece essa è prevalente in Bonaventura, il Doctor seraphicus. Il Righi, profondo conoscitore di Bonaventura, ripete quanto da tempo aveva detto l’Ozanam. Questi difatti aveva osservato che Bonaventura «convertiva in dottrina ciò che era narrato dall’estasi e dai rapimenti di Francesco». Il Righi a sua volta dice che l’esegesi di Bonaventura ha carattere prevalentemente mistico: «Negli scritti teologici egli cerca la Verità, ma piú che altro inculca la Bontà, fa tutto illuminare dalla Luce divina, tenendosi però sempre stretto alla guida ed al lume della Rivelazione. Da qui la fonte della sua mistica che appare ogni volta che ne capiti l’occasione».[5]

Nel saggio “Dante fu eminentemente geometrico, perché egli ricordava che «sempre la Divinità geometrizza» e tutto il poema compose secondo una mirabile geometria. Egli anzi dice chiaramente:

le cose tutte quante

hanno ordine tra loro e questo è forma (idea!)

che l’Universo a Dio fa simigliante.
Ora il numero è ordine, è armonia; e pertanto il Poeta adopra il numero, che è perfezione. Dante non usa che i numeri mistici sacri usati anche dai Padri della Chiesa: solamente dà molta importanza al gruppo pitagorico 3, 4, 5 su cui i Padri meno hanno insistito; e un numero poi crea suo, speciale, sul quale torneremo parlando dell’ultimo canto. In conclusione, non Dante è numerista. Numerista è Dio: e Dante lo segue devotamente.

Vi sono taluni che non vogliono accogliere i risultati di questi nuovi studi sul numero in Dante, obiettando che si tratterebbe di un artifizio indegno del grande Poeta. Occorre intenderci su questa parola artifizio. I dantisti ufficiali, quelli che appartengono all’hortus conclusus validamente guardato contro gli intrusi, quelli che riproducono da anni gli stessi dischi fonografici, non sembrano avere un esatto concetto dell’artifizio. Artifizi stucchevoli son quelli di taluni modesti dicitori in rima del tempo, artifizio quello di talune rime del Petrarca, dei secentisti, degli arcadi, di gente senza ispirazione che si è sbizzarrita in mille giocarelli. L’artifizio in questi casi è palese e l’artifizio nega la poesia. Ora non si considera in Dante un artifizio la terzina ferreamente legata, la struttura ternaria prevalente, i cento canti costituiti da 1+33+33+33 ecc.; e dovrebbe essere artifizio non adoprare la stessa rima nello stesso canto e piú ancora fare imperare, come vedremo, anche nella rima, l’armonica legge pitagorica? E si può dire artifizio questa mirabile prassi dantesca, soggetta ad innumeri freni dell’arte, che viene scoperta soltanto oggi? L’artifizio si svela subito. Cosí, ad esempio, tutti vedono l’artifizio dell’acrostico del XII del Purgatorio, colle terzine che tutte cominciano con: Vedea, O,Mostrava. Ma là dove nulla appare a prima vista, e dove son occorsi sei secoli per scoprirlo, non si tratta piú di artifizio ma di arte sovrana.

Quando si ammette la struttura ternaria, il 3, il 33, il 10, il 100, allora, come dice giustamente il Petrocchi, è illogico non fare il passo completo ed accettare anche gli altri numeri, che chiaramente appaiono quando si analizzi accuratamente la stesura della Commedia. Dante ha costruito la sua mirabile cattedrale al Dio Uno e Trino secondo i dettami dell’armonia, cioè del numero e della geometria. Numero, armonia, geometria eran connaturati nella mente fuor dell’umano grande di Dante, come eran connaturati il verso, la terzina, la rima regolata. Si ammetta, come è necessario ammettere, che il freno dell’arte dantesca non si riferisca solo alla terzina, alla rima non mai ripetuta nello stesso canto, alla struttura ternaria di tutto il poema, ma anche ai numeri che son perfezione, armonia e avremo un Dante che sovrasta di mille cubiti gli altri, per aver sottoposto al «fren dell’arte» anche la struttura numerica della sua epopea. Non si deve però credere che Dante scrivesse secondo un suo prontuario numeristico. L’armonia, la simmetria, il numero erano connaturati in lui. Quando un popolo crea una lingua e un grande scrittore la codifica, la grammatica non esiste ancora. I grammatici vengono dopo e ricercano a posteriori le leggi della lingua che studiano. Così facciano noi ricercando nella prassi dantesca le leggi del numero, che Dante possedeva nella sua anima.[6]

Tutta una serie di intellettuali e di storici, tra cui il geniale Ugo Foscolo e anche P. Vinassa  de Regny con il suo “Dante e Pitagora, la rima segreta in Dante”, hanno evidenziato la forte presenza dell’influsso pitagorico nella Commedia anche rispetto alla costruzione “geometrica” dell’universo ultraterreno descritto dal poeta fiorentino, oltre che all’importanza attribuita al numero e alla sua armonia intrinseca.[7]

Del resto proprio nel primo canto del Paradiso Dante espresse un chiaro riferimento (verso 76-81) alla teoria pitagorica dei numeri per mezzo dei quali vengono stabiliti i rapporti musicali e “l’armonia” sia delle note che degli stessi corpi celesti, a partire dalla Luna: le teorie del matematico greco hanno sicuramente influenzato una parte del processo di creazione del “mondo parallelo” dantesco.[8]

Una volta che si è fatto emergere la sorprendente, ma solida interconnessione creatasi tra Dante e Pitagora, sia in via diretta (e “numerologica”) che indiretta, per il tramite e con la mediazione di Virgilio seguace del neopitagorismo, si può passare a esaminare un importante teorico-politico che accomuna – guarda caso… – i due pensatori e in via di esame: sia Dante che Pitagora, infatti, avevano compiuto una precisa scelta di campo collettivistica ed entrambi rientrano a pieno titolo nella schiera dei “filosofi rossi” e comunisti, nel loro caso attraverso una cosmovisione utopistico-religiosa allo stesso tempo complessa e molto sentita.[9]

Come abbiamo già accennato in un nostro precedente lavoro, il fondatore della “linea rossa” e collettivistica all’interno della filosofia occidentale fu proprio il “filosofo di frontiera” – posto al confine tra razionalismo e misticismo, tra protoscienza e religione –  di nome Pitagora.

Infatti la tendenza collettivistica e cooperativa del pensiero analitico Occidentale, fin dal sesto secolo avanti Cristo trovò le sue radici nella scuola fondata dal creativo e geniale Pitagora che, nel processo di elaborazione della sua concezione (idealistica) del mondo, dedicò un’ampia attenzione ai problemi politico-sociali, facendo una chiara scelta di campo collettivistica, oltre che pacifista, vegetariana e priva di discriminazione nei confronti delle donne, creando in tal modo una forma singolare e affascinante di comunismo allo stesso tempo ascetico, non-violento ed elitario, basato sulla figura dominante del “saggio” venuto in possesso della verità, della scienza e della conoscenza approfondita delle leggi generali che regolano l’universo.

Geniale matematico e grande studioso della tecnica musicale, Pitagora probabilmente nacque attorno al 570 a.C. e verso il 532 si allontanò dall’isola natale di Samo, allora governata dalla tirannia del nobile Policrate, trasferendosi dal quel momento in Calabria in una delle principali colonie greche dell’area, Crotone: in breve tempo, vicino alla città venne costituita una fiorente e numerosa comunità politico-filosofica guidata da Pitagora, alla quale nei decenni successivi se ne aggiunsero numerose altre in Sicilia, nell’Italia centro-meridionale e in Grecia.

Attorno al 509 a.C. la comunità madre iniziò a essere sottoposta all’ostilità della fazione guidata nella città di Crotone da Cilone, un nobile particolarmente facoltoso, tanto che dopo la morte di Pitagora (avvenuta presumibilmente attorno al 497 a.C.) si attuò la violenta distruzione dell’insediamento pitagorico nella zona: ma la scuola e le comunità pitagoriche continuarono senza interruzione la loro attività in altre aree, per altri due secoli e fino a Diadoro di Aspendo (quarto secolo a.C.), “figura chiave per l’intersezione tra Pitagora e cinismo”.[10]

Sul piano ontologico Pitagora iniziò a sviluppare un processo di teorizzazione avente per oggetto una cosmovisione idealistica, in base alla quale i “numeri” immateriali risultavano il carattere fondante, il principio-base e l’archè dei diversi fenomeni naturali: concezione strettamente collegata alla sua convinzione della presenza di un anima immortale negli uomini che, dopo la fine del corpo materiale, si sarebbe reincarnata in un altro involucro terreno attraverso un processo di metempsicosi.

In campo gnoseologico Pitagora propose in modo geniale l’embrione dell’asse principale del metodo dialettico di comprensione della realtà e della sua complessa dinamica interna, basato su coppie di opposti (a partire dalla polarità tra pari e dispari) legate e interconnesse in modo indissolubile tra di loro. Nel processo di sviluppo dell’attività plurisecolare della scuola pitagorica, dopo la morte del suo fondatore venne enucleata una celebre “tavola delle opposizioni” costituita da dieci relazioni e rapporti dialettici, e cioè le coppie fondate da:

–          limite-illimitato;

–          dispari-pari;

–          uno-molteplicità;

–          destro-sinistro;

–          maschio-femmina;

–          in quiete-mobile;

–          diritto-curvo;

–          luce-buio;

–          bene-male;

–          quadrato-rettangolo.[11]

Pitagora risultò in ogni caso “il primo a studiare la matematica indipendentemente dalle necessità pratiche e a lui viene attribuita anche la scoperta dell’“ottava” e dei rapporti matematici tra i suoi musicali. Da qui è probabile che, già nella prima fase della scuola, fosse tratta la convinzione che tutte le cose sono dei numeri e, più genericamente, che il numero e il rapporto matematico fossero un aspetto essenziale e permanente della costituzione delle cose. Ciò può risultare confermato dal fatto che già i primi pitagorici, sulla base dell’opposizione dispari-pari, costituirono tutta una serie di opposizioni, di cui possiamo intravedere il legame con la cosmologia e la fisica: certo è che le coppie parallele dispari-pari, limite-illimitato, luce-oscurità hanno lasciato tracce evidenti, ad esempio, nella descrizione parmenidea del mondo dell’opinione. Questa dottrina pitagorica ci è esplicitamente testimoniata da Aristotele: “altri poi di questi (pitagorici) parlano di dieci principi e ne parlano come ordinati in una serie correlativa: limite e illimitato, dispari e pari, uno e molteplicità, destro e sinistro, maschio e  femmina, immobile e mosso, diritto e ricurvo, luce e oscurità, bene e male, quadrato e disuguale nei lati”.[12]

Siamo in presenza di una particolare forma di idealismo filosofico, quindi, ma collegato dialetticamente a una matrice “rossa” sul piano politico-sociale, visto che Pitagora elaborò una concezione dell’“amore universale”, della fraternità e dell’amicizia che doveva legare gli uomini nelle loro relazioni reciproche, oltre che nei riguardi degli animali.

Anche in base alla sua teoria dei numeri, secondo Pitagora l’amore diventa infatti la qualità fondamentale dell’“Intero” e di Dio, e proprio l’amore lega nella divinità il tutto e tutto vive in esso come Unità: questa è la grande legge della vita per tutte le popolazioni, sempre a suo avviso.

Perciò l’amore è il bene, e tramite le azioni dell’amore e del bene gli esseri umani verso l’armonia e l’Unità, mentre al contrario il male fa violare l’armonia e fa danno all’intero, quando tutto si divide per il “nostro” e il “vostro” e il “mio” cerca di comandare e dominare. Lo storico Diogene Laerzio attribuì altresi a Pitagora la concezione per cui “la virtù, la sanità fisica, ogni bene e la divinità sono armonia: perciò anche l’universo è costituito secondo armonia. Anche l’amicizia è uguaglianza armonica”.

Da tale concezione teorica deriva il cardine fondamentale della visione politico-sociale di Pitagora e della sua scuola, e cioè l’amicizia intesa come regolatore dei rapporti tra gli uomini, tanto che secondo lo storico Diogene Laerzio il filosofo di Sarno affermò che “i tuoi rapporti con gli altri siano tali da non renderti nemici gli amici e da farti amici, i nemici”.[13]

Come risulta da numerosi storici e fonti dell’antichità, a partire da Platone e Timeo di Tauromenio, sul piano politico-sociale il pensiero di Pitagora aveva invece al suo centro il primato indiscusso dell’amicizia tra gli uomini, a sua volta intesa e declinata attraverso due regole fondamentali: e cioè che  l’amicizia è uguaglianza in un rapporto fraterno in cui tutti gli amici sono uguali, oltre  all’indicazione che “tra gli amici tutto è in comune”, andando condiviso e usufruito in modo cooperativo e fraterno. Sul piano teorico, quindi, Pitagora risulta saldamente all’interno del campo del comunismo e delle relazioni sociali egualitarie tra gli esseri umani, e non a caso sotto l’aspetto pratico anche le comunità pitagoriche via via fondate si rivelarono di matrice collettivistica.

“La fondazione di una scuola è attribuita a Pitagora già in Samo…

Una vera e propria comunità pitagorica viene però istituita solo dopo l’arrivo di Pitagora a Crotone. Dopo la sua akroasis” (discorso) “pubblica circa duemila persone avrebbero abbandonato la vita familiare, eretto il celebre homakoeion (casa degli uditori), messo in comune i beni e divinizzato Pitagora. Giamblico (VP 30) distingue un gruppo ancora meno consistente, di seicento persone, identificando i duemila con gli acusmatici e i seicento con i veri e propri filosofi. Questi ultimi avrebbero praticato una vita in comune (koinobios).

Un primo elemento fondamentale di questa organizzazione è dunque la comunione dei beni, a proposito della quale può sorgere il sospetto che la fonte di Porfirio e Giamblico, Nicomaco, proietti sull’antico pitagorismo un modello di organizzazione comunitaria diffuso a suoi tempi; la pratica della comunione dei beni, infatti, non è altrimenti attestata nella Grecia antica. Questa notizia, tuttavia, risale a una fonte più antica, come mostra un confronto tra Giamblico e Diogene Laerzio. Giamblico descrive altrove un sodalizio organizzato in modo più rigido ed esclusivo rispetto all’honakoeion istituito dopo l’arrivo di Pitagora in Magna Grecia; dopo un esame generale delle attitudini dei potenziali discepoli, in cui venivano presi in considerazione l’aspetto fisico, il portamento, i rapporti con i genitori e il tipo di amicizia, il modo di occupare il tempo, chi era stato così da lui esaminato veniva lasciato per tre anni nell’abbandono, per accertare quale fosse la sua perseveranza e il reale desiderio di apprendere […]. Poi imponeva ai suoi aspiranti cinque anni di silenzio, mettendo così alla prova la loro padronanza di sé […]. In questo periodo di tempo, gli averi di ciascuno – ossia i suoi beni materiali – erano messi in comune, affidati ai discepoli a ciò preposti […]. Se […] apparivano degni di essere iniziati alle dottrine, dopo cinque anni di silenzio diventavano per sempre esoterici, ascoltavano Pitagora dentro la tenda e potevano anche vederlo. Prima, fuori dalla tenda, avevano potuto partecipare alle sue lezioni solamente ascoltando, senza mai vederlo. ( Ia. VP 71-3, trad. Montoneri)

Un parallelo resoconto abbreviato, che si trova in Diogene Laerzio, permette di individuare presumibilmente la fonte di queste notizie in Timeo; che quest’ultimo avesse testimoniato la comunanza dei beni è confermato da uno scolio platonico, dove si trova una citazione letterale dal libro IX di Timeo: “Quando i giovani gli si avvicinavano per godere della sua compagnia, non soddisfaceva subito le loro richieste ma rispondeva che era necessario che essi mettessero i loro beni in comune”. (Schol. In Phaedr. 279c)”.[14]

Emerge pertanto un vero e proprio “scandalo”, allo stesso tempo teorico e politico, per i filosofi benpensanti e classisti del mondo occidentale: un geniale matematico e uno dei primi filosofi (secondo molte fonti, l’inventore dello stesso termine “filosofia”), oltre che uno dei padri dell’idealismo e del metodo dialettico, un… comunista? Orrore, sdegno e vergogna, come ad esempio accadde per l’anticomunista (e filosofo) Karl Popper: tanto che si è cercato spesso, all’interno della storiografia “ufficiale”, di far passare sotto silenzio o di mettere in dubbio la natura “rossa” e cooperativa del pensiero e praxis politico-sociale del grande Pitagora, a dispetto delle numerose, concordi e inequivocabili fonti antiche a disposizione.

Ma assieme alla sovversiva comunione dei beni emergono altri “scandali” teorici e politico-organizzativi che derivano dalla pratica concreta via via espressa dalle comunità pitagoriche, rendendo ancora più inequivocabile la loro scelta di campo collettivistica ed egualitaria, a partire dalla sostanziale parità tra i sessi esistente all’interno della galassia pitagorica.

Va infatti rilevato che, in un mondo profondamente patriarcale e maschilista come quello dell’antica Grecia e nella quale la donna libera risultava poco più valutata e munita di diritti di uno schiavo/schiava, nelle oasi di uguaglianza create da Pitagora le donne venivano invece ammesse e senza discriminazioni sostanziali: secondo Pitagora gli amici erano anche… amiche, che diventarono allieve della scuola e anche delle sue illustri protagoniste, in tutta una serie di casi.

Come ha sottolineato D. Varenya, non solo lo storico Diogene Laerzio ha riportato il nome di diciassette delle più illustri rappresentanti pitagoriche, ma Filocoro di Atene riempì addirittura un libro citando le discepole più acute della scuola protocomunista, di matrice ascetico-religiosa, in via d’esame. Tra di esse vogliamo ricordare la stessa figlia di Pitagora, Damo, Timycha e Phyltis, entrambe di Crotone; Byndacis e la spartana Chilonis; Theano del Metaponto e Lasthenia, dell’Arcadia.[15]

È stato spesso notato che fin dal suo arrivo a Crotone, in un suo discorso rivolto alla cittadinanza, Pitagora spezzò con grande coraggio i radicati tabù maschilisti e patriarcali, affermando che l’iniziazione alla sua dottrina filosofico-religiosa risultava aperta anche alle madri nubili, a tutte le donne che sentivano urgente il bisogno di affrontare la purificazione imposta dall’ascesi e farsi figlie di Dio. Assai numerose e attive al suo interno, nell’ordine pitagorico le fanciulle indossavano vesti bianche di lino e si cingevano il capo con una benda di porpora; seguivano con i maschi i corsi del maestro, anche se non partecipavano alle lezioni del mattino, né agli esercizi ginnastici con i giovani, né ai dibattiti e alle discussioni della sera, visto che la loro iniziazione era in gran parte affidata a donne e seguiva un suo corso speciale.

Ma non solo: in un mondo greco nel quale il processo di alimentazione dei ricchi e dell’aristocrazia esprimeva il suo livello più ambito nel consumo di carne, Pitagora insegnò (e praticò) invece la necessità del vegetarianesimo anche perché, sostenne il grande filosofo-politico, finchè gli uomini massacreranno gli animali, si uccideranno tra di loro. In verità, colui che semina il seme del dolore e della morte non può raccogliere amore e gioia.[16]

Vegetarianesimo, pacifismo tra gli uomini e le diverse nazioni e comunismo dell’amore, anche rispetto agli animali, si fondevano in Pitagora in un composito ma ben intrecciato mosaico, che oltre al processo di analisi teorica esprimeva una progettualità rivolta a un’azione politico-sociale di respiro universale al tentativo – utopico, ma generoso – di trasformare il mondo, almeno sotto questo profilo (con modalità pacifico-ascetiche) anticipando Marx di più di due millenni.

I lati negativi insiti nella filosofia politica di Pitagora – il culto della personalità rivolto al leader e l’atteggiamento generale di forzata accettazione rispetto alla riproduzione delle società classiste, collocate a fianco delle “oasi” pitagoriche – non sminuiscono l’importanza e il carattere di gran lunga positivo presente nella teoria-praxis del grande pensatore di Samo, il vero apripista e fondatore della “linea rossa” all’interno della filosofia occidentale.

Nella cultura classista e patriarcale del mondo greco del sesto secolo a.C., risultavano come veri e propri “scandali” anche altri elementi interessanti della concezione del mondo pitagorica, quali:

–          il distacco dai beni materiali, visti come un ostacolo al processo di ricerca della verità e della vera amicizia tra gli uomini. Pitagora notò a questo proposito che “la vita è simile a una panegiria: come infatti alcuni partecipano a questa per lottare, altri per commerciare, altri ancora – e sono i migliori – per assistervi, così come nella vita alcuni nascono schiavi della gloria e cacciatori di guadagno, altri filosofi avidi della verità”;

–          l’attività lavorativa, scelta come pratica utile sia per l’essere umano che alle comunità pitagoriche, tanto che al loro interno per molto tempo (anticipando il famoso detto benedettino “ora et labora”) non si utilizzò in alcun modo il lavoro degli schiavi, tanto disprezzati invece da Aristotele;

–          l’esaltazione del bue-aratore, simbolo della civilizzazione legata all’agricoltura;[17]

–          l’amore per lo studio e la ricerca teorica, allo stesso tempo filosofica, matematica e scientifica;

–          il rifiuto delle tradizionali concezioni religiose elleniche, a partire dai loro costanti sacrifici di animali;

–          la fiducia nella possibilità negli uomini di diventare almeno simili alle  divinità, attraverso una prometeica ed entusiasmante  pratica individuale e collettiva.

L’attività pratica di Pitagora non si fermò in ogni caso alla costituzione di comunità fraterne e collettivistiche, ma cercò di influenzare anche la dinamica politico-sociale delle città-stato e delle aree geopolitiche con cui i “pitagorici” entrarono via via in contatto.

È sorta, sotto questo aspetto, la leggenda di un Pitagora amico degli aristocratici, dei ricchi e potenti, basata sulla presunta alleanza del filosofo con l’élite dominante a Crotone al tempo del suo arrivo nella zona: ma tale mito è distrutto innanzitutto dal fatto che a Locri, retta anch’essa allora da una ristretta aristocrazia, Pitagora incontrò un’aperta ostilità.

“Dalla narrazione di Dicearco emerge però, a proposito della tappa a Locri, soprattutto l’immagine di Pitagora quale legislatore. I Locresi, informati dell’arrivo di Pitagora, lo bloccano alle frontiere del loro territorio, mandandogli incontro alcuni degli anziani i quali così gli si rivolgono: “noi, o Pitagora, abbiamo sentito parlare di te come di un uomo sapiente e formidabile; ma poiché non abbiamo niente da rimproverare alle nostre leggi, cercheremo per nostro conto di attenerci ad esse; tu prendi da noi quel che ti può essere necessario e va da qualche altra parte.

Poiché Locri era retta dall’aristocrazia, i suoi governanti temono evidentemente, da parte di Pitagora, innovazioni di segno diverso da quelle di una tradizionale politica aristocratica”.[18]

In secondo luogo l’azione politico-sociale svolta a Taranto da un famoso seguace di Pitagora, e cioè Archita, venne contraddistinta anche da serie tendenze egualitarie e collettivistiche quando egli esercitò un ruolo politico egemone nella città pugliese, tra il 380 e il 350 a.C. geniale scienziato e matematico, Archita divenne anche un abile uomo politico e favorì attivamente i processi di equa redistribuzione delle ricchezze, basandosi sui principi dell’armonia elaborati da Pitagora. Archita affermò esplicitamente, in un frammento ritrovato delle sue opere, che “quando un ragionamento matematico è stato trovato, controlla le fazioni politiche e aumenta concordia; quando essa c’è, manca l’ingiustizia e regna l’uguaglianza. Con ragionamento matematico noi lasciamo da parte le differenze l’un con l’alto dei nostri comportamenti. Attraverso essa i poveri prendono dai potenti”, (i “poveri prendono dai potenti”: niente male…) e i ricchi danno ai bisognosi, entrambi hanno fiducia nella matematica per ottenere un’azione uguale…”

Lo storico Centrone ha notato che “per la storia politica del pitagorismo è interessante cercare di stabilire quale fosse la forma di governo vigente nella Taranto di Archita. Nella Politica (1320b) Aristotele loda, parlando al presente, gli ordinamenti di Taranto, città in cui i ceti non abbienti sono stati tutelati mettendo  in comune le proprietà ai fini dell’uso, e in cui le magistrature sono divise in magistrature elettive e per sorteggio allo scopo di salvaguardare l’equilibrio tra partecipazione popolare e garanzie delle competenze. Si pensa che questa descrizione possa attagliarsi alla Taranto di Archita, anche sulla base di possibili paralleli con il frammento 3:

Placa la rivolta, aumenta la concordia un principio razionale ben trovato; quando esso sia applicato, non c’è più sopraffazione, c’è l’equità. Per mezzo suo infatti noi riusciamo ad accordarci nei rapporti scambievoli; per esso i poveri prendono dai facoltosi, e i ricchi danno ai bisognosi, avendo gli uni e gli altri fiducia che in base ad esso avranno il giusto. (Archyt. 47B3 DK = Stob. flor. IV 1, 139 Hense).

Il tradizionale orientamento aristocratico dei pitagorici, a suo agio in una città di tradizione dorica, verrebbe così temperato in senso democratico mediante un sistema di concessioni in affitto che attua in parte l’idea della comunanza dei beni o comunque, di fatto, una maggior diffusione della ricchezza; il formarsi di un orientamento democratico è del resto facilmente comprensibile in una città di mare come Taranto, centro commerciale e manifatturiero, dove numerosa è la classe dei pescatori”.[19]

Il reale elitarismo dei pitagorici, come del resto quello di Eraclito, risultava dovuto alle (superabili…) asimmetrie in termini di conoscenze (peraltro accessibili a  tutti, donne incluse) e di capacità di autocontrollo sulle passioni materiali, non certo alle (disprezzate) ricchezze e beni materiali: si basava sul culto dell’armonia, dell’intelligenza e della sapienza, contrapposti apertamente alla (condannata, negativa) ricerca di accumulazione di denaro e di potere politico”.

Dante, Virgilio e Pitagora: anche una seria “linea rossa” collega e accomuna questi tre grandi pensatori del mondo occidentale, seppur con le profonde differenze – geopolitiche, storiche, politico-culturali – che separavano tra “filosofi di frontiera” che hanno segnato in passato e influenzano tuttora la cultura e ideologia europea, anche dall’inizio del terzo millennio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] N. D’Anna, “Publio Nigidio Figulo”, ed. Arché; V. Capparelli, “Il messaggio di Pitagora”, p. 393, ed. in book-gogle.it
[2] “Il mito dell’età dell’oro”, cap. settimo, in www.edu.lascuola.it; J. Droz???????????????????????????
[3] “Il mito … “, op. cit.
[4] “Il mito … “, op. cit.
[5] “Dante e il simbolismo pitagorico”, in italpag.altervista.org
[6] “Dante e il simbolismo magico”, op. cit.
[7] “L’interpretazione esoterica dantesca”, in www.menphismisraim.it
[8] C. Toso, “Dante e l’armonia delle sfere”, in arjelle.altervista.org
[9] R. Sidoli, M. Leoni e D. Burgio, “Pitagora, Marx e i filosofi rossi”, cap. primo, in www.robertosidoli.net
[10] B. Centrone, I pitagorici”, op. cit., ed. Laterza, pp. 35-143
[11] Op. cit.., p. 114
[12] M. Dal Pra, La filosofia greca dal VI al IV secolo, ed. Valsecchi, p. 31
[13] B. Centrone, op. cit., p.47
[14] B. Centrone, op. cit., pp. 73-75
[15] D. Varenya, Alcune donne della scuola pitagorica, in www.accademia.edu
[16] B. Centrone, op. cit., p. 41; L. Quieti, Il segreto di Gaia, ed. Pierre Congress
[17] B. Centrone, I pitagorici, ed. Laterza, p. 88
[18] B. Centrone, op. cit., pp. 43-44
[19] Op. cit., pp. 51-52