Archivi del mese: marzo 2016

La Cina: una grande nazione, composta di tante nazionalità!


 

 

Giù le mani dalla Cina


di Massimiliano Arif AY (*)

 

La Cina è il male: lo dicono tutti, da destra a “sinistra”. Proprio per questo è compito dei marxisti far chiarezza su questo immenso paese, retto da un importante Partito Comunista e da una cultura molto diversa dalla nostra (che non necessariamente deve essere sempre considerata la migliore). Fra le tante accuse rivolte al governo cinese vi è quella inerente una politica delle nazionalità che sembrerebbe volta alla sottomissione delle minoranze etniche. Così, almeno, pontificano l’imperialismo occidentale e il suo oligopolio di mass-media. Da che pulpito, verrebbe da dire, pensando che i democratici USA hanno sterminato i nativi e fino agli anni ’60 operavamo apertamente la discriminazione razziale. Ingo Nentwig, grande conoscitore della Cina, ha presentato sui “Marxistische Blätter” (Nr.  4/08), la rivista teorica del Partito Comunista Tedesco (DKP), un’accurato studio che dimostra invece quanto a Repubblica Popolare sia progredita in fatto di rispetto delle varie etnie.

Due termini in uno

In Cina esistono due termini che in italiano vengono impropriamente tradotti con la parola “cinese”: Zhongguoren e Hanzuren; rispettivamente “Persone dell’Altopiano” (cioè “cittadino della Cina”) e “Persone parte del Popolo Han”. Questi ultimi sono i cinesi “etnici”, gli Han appunto, che rappresentano il 91% della popolazione della Repubblica Popolare. Chi parla cinese non confonderebbe mai questi due termini tanto diversi. La concezione di uno Stato centralizzato con pluralismo etnico, così come concepito dal Partito Comunista Cinese, si basa su questo semplice schema: la Cina è un paese multietnico composto di 56 nazionalità (Minzu). Queste hanno tutte contribuito al sorgere, nei secoli, della Nazione Cinese (Zhonghua minzu, cioè “Nazione del Centro fiorente) e per questo ancora oggi vi appartengono. Tale immagine è un modo estremamente progressista di concepire il sentimento di appartenenza nazionale. La “Nazione” nella quale il cittadino si riconosce non si definisce quindi né in modo etnico né in modo geografico: è semplicemente la “Nazione del Centro”, che impedisce il predominio di una delle particolari culture. Teoricamente questa concezione supera il tradizionale culturalismo cinese e apre le porte alla possibilità (anche ideologica) ai vari gruppi, che non solo hanno identità etniche diverse ma spesso anche in contrasto fra loro, di vivere insieme.

Unità, non parcellizzazione!

Occorre premettere, anzitutto, che durante la Rivoluzione maoista gli Han e le minoranze etniche avevano stretto forti alleanze, benché in alcune di esse la presenza di comunisti fosse molto marginale. La questione del separatismo e dunque della parcellizzazione etnica va vista in base alla struttura della popolazione: una indipendenza, ad esempio, dello Xinjian o della Mongolia, dominati rispettivamente dal popolo uyguro e mongolo, avrebbe comportato la creazione di due Stati che a loro volta sarebbero però stati comunque plurinazionali. In altre province come quella dello Yunan e del Guizhou, poi, dove 20 popoli diversi vivono assieme agli Han, un discorso separatista sarebbe stato assolutamente privo di senso. Unicamente l’attuale territorio autonomo del Tibet, con la sua popolazione quasi esclusivamente tibetana, avrebbe potuto disporre delle condizioni per un discorso indipendentista. Se ciò non è avvenuto, le cause vanno ricercate al prestigio delle politiche attuate dai comunisti, ma soprattutto al dispotismo teocratico esercitato in passato dal tiranno locale, il Dalai Lama.

I diritti delle minoranze

La Repubblica Popolare ha così dato vita a un sistema di autonomie territoriali ancorate nella Costituzione. Per la prima volta con Mao Tse-tung tutti i popoli della Cina ottennero un’uguaglianza garantita dalla legge, nonché tutta una serie di diritti “speciali” nel campo soprattutto culturale e scolastico, fra i quali il diritto di far uso della propria lingua, di sviluppare i propri usi e costumi tradizionali e la garanzia di praticare la propria religione. In tutto furono create cinque province autonome (Mongolia dell’Interno, Xinjian, Ningxia, Guangxi e Tibet), trenta distretti autonomi, 120 quartieri autonomi e migliaia di “comuni nazionali”, che ricoprono circa il 60% del territorio cinese. La legge prescrive inoltre che a capo di questi territori autonomi devono essere eletti sindaci e amministratori appartenenti alla minoranza etnica relativa. Questa regola viene mantenuta pure oggi, nonostante le migrazioni interne stiano cambiando la struttura demografica: ad esempio il governatore della Mongolia dell’Interno è ancora oggi un mongolo, benché ormai i mongoli in quella provincia siano solo il 17% della popolazione. Una situazione, questa, che visti gli sviluppi potrebbe essere messa in discussione, ma la complessità della struttura etnica del Paese non permette scelte affrettate.

Gli errori del passato

La prassi della politica cinese delle nazionalità dal 1949 ad oggi non è certo stata esente da errori, anche in relazione alle debolezze e alle contraddizioni che ha conosciuto il percorso socialista della Repubblica Popolare. Dal 1957 al 1960 ad esempio, nel periodo della campagna contro il revisionismo di destra e il grande balzo in avanti; e successivamente dal 1966 al 1976 con la grande rivoluzione culturale proletaria, nelle zone autonome si verificarono situazioni di allontanamento della popolazione dal Partito. Piuttosto che contrastare lo sciovinismo Grande-Han, si preferì combattere il “Nazionalismo localista” con persecuzioni verso quadri del Partito provenienti dalle minoranze etniche. In alcuni casi si può parlare qui di tentativi di “assimilazione” delle minoranze. Una situazione deplorevole che venne però modificata radicalmente verso la fine degli anni ’70, e una frattura che tuttora si sta cercando di sanare, riconquistando la fiducia dei gruppi che hanno maggiormente sofferto dell’estremismo di sinistra dell’ultima fase del maoismo. Va detto che nelle nuove generazioni questi conflitti sono poco sentiti, se non per influenza degli avi: il “nuovo” malcontento può invece sorgere oggi piuttosto nel quadro della partecipazione allo sviluppo del benessere nel Paese. Questo non significa che il problema nazionale non esista più: si vede, al contrario, in modo chiaro come dove l’influenza del Partito diminuisce (come in certi settori dell’economia) crescano i primi sentori di discriminazione etnica. Se è vero che si stanno rafforzando elementi che cercano di “etnicizzare” conflitti che sono invece dovuti alle contraddizioni del “socialismo di mercato”, non si può non vedere come, soprattutto nei gruppi nazionali minori, l’ideologia che abbiamo prima descritto (e cioè  quella delle tante nazionalità che costruiscono assieme l’essere cinese) sia profondamente interiorizzata ed essi considerino un importante sviluppo della storia del proprio popolo il far parte oggi della grande Nazione Cinese. Quale di queste due tendenze avrà il sopravvento è difficile da dire: tutto dipenderà dalla linea politica che seguirà in merito il Partito e come esso saprà trovare un equilibrio politico nell’affrontare le contraddizioni interne al Paese dovute da una parte, appunto alle moltissime nazionalità, e dall’altra agli elementi capitalistici che sono stati in parte favoriti.

 

 

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(*) L’autore è uno dei promotori dell’associazione “Giù le mani dalla Cina”, dal 2006 è membro del Comitato Centrale del Partito Svizzero del Lavoro e dal 2009 segretario politico del Partito Comunista nel Canton Ticino. E’ stato per anni il coordinatore del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti e collabora dal 2005 con la Federazione Sindacale Mondiale.

Cina: una politica estera di cooperazione e pace

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la relazione del compagno Roberto Sidoli che presenterà sabato 19 marzo alle 14.00 al Centro culturale Concetto Marchesi durante l’assemblea sul tema: “La politica estera cinese”.
Buona lettura.
Redazione La Cina Rossa

 

Nel processo di analisi della politica internazionale della Cina (prevalentemente) socialista partiamo da alcuni “fatti testardi”, per dirla con Lenin.

Innanzitutto va rilevato come il 9 settembre del 2015 si sia tenuto a Pretoria, in Sud Africa un convegno di studiosi e ricercatori sulle relazioni via via createsi negli ultimi decenni tra Cina e Africa.

A tal proposito il compagno Li Song, funzionario dell’ambasciata della Cina Popolare in Sud Africa ha notato giustamente e tra l’approvazione degli intellettuali presenti che “non è una coincidenza che il più rapido e stabile periodo di sviluppo dell’Africa, negli ultimi quindici anni, sia avanzato in parallelo con la robusta crescita delle relazioni sino-africane”[1].

Secondo fatto testardo: nel gennaio del 2016 il presidente della Cina Popolare, compagno Xi Jinping, ha effettuato una visita ufficiale in Iran che ha portato alla conclusione di tutta una serie di importanti accordi politici, tecnologici e commerciali tra le due nazioni, proprio mentre l’imperialismo statunitense imponeva nuove sanzioni economiche all’Iran.

Terzo elemento indiscutibile: nel luglio del 2014 Jesus Silva, un noto analista venezuelano di politica internazionale, ha sottolineato che per le forze politiche bolivariane del paese latinoamericano “la Cina è un paradigma, dato che combina il meglio del socialismo” e lo “sviluppo comune” e solidale sul piano internazionale[2].

Quarto fatto testardo: all’inizio del 2016 come negli anni precedenti, la Cina continua ad avere ottime relazioni politico-economiche con paesi visti di regola con sospetto e ostilità dall’Occidente e dagli Usa, quali Russia, Bielorussia, Repubblica Popolare Democratica di Corea, Bolivia, Venezuela, Ecuador, Iran, Siria, Eritrea e Zimbabwe.

Un’ulteriore elemento di riflessione: dal gennaio del 2016, dopo la visita del compagno Xi Jinping in Iran, sta diventando sempre più probabile la prossima entrata a pieno titolo di Teheran nel “Patto di Shanghai”, un’alleanza politico-militare difensiva imperniata sull’asse cina-russo; un processo di adesione progressiva al Patto di Shanghai che verrà adottata a partire da quest’anno anche rispetto a India e Pakistan, già ora presenti come osservatori nell’organizzazione internazionale in oggetto.

Ennesimo elemento concreto: a dispetto dell’atteggiamento internazionale cauto e pacifico di Pechino, ancora all’inizio di febbraio del 2016 il segretario alla difesa degli Usa Ashton Carter ha incluso la Cina assieme alla Russia, tra le due principali “minacce” con le quali l’imperialismo statunitense deve confrontarsi nel presente e nel prossimo futuro.

Infine va ricordato che il 15 febbraio di quest’anno è arrivato a Teheran il primo treno dalla Cina carico di prodotti commerciali, lungo quella moderna “Via della Seta” che Pechino da anni sta costruendo sul piano logistico tra Asia, Europa e Africa.

Ma che tipo di relazioni concrete, quale matrice politico-sociale e produttiva esprime e proietta attualmente la Cina (prevalentemente) socialista nei suoi rapporti internazionali e nella sua politica estera?

La risposta è semplice: rapporti cooperativi e pacifici, non fondati in alcun modo su sfruttamento di altre nazioni e sull’utilizzo della violenza, come dimostra senza dubbio la multilaterale praxis espressa durante gli ultimi quattro decenni dalla Cina all’interno dell’arena internazionale.

Continuiamo ad esaminare la materialità dei fatti concreti a riguardo alla Cina, ormai diventata secondo la Banca Mondiale dal 2014 la principale potenza economica del nostro pianeta.

In primo luogo, come ha sottolineato il compagno Xi Jinping il 22 settembre del 2015 durante la sua visita negli Usa, la Cina non possiede basi militari all’estero, neanche in un solo paese e stato straniero.

E la Cina, inoltre, non ha mandato proprie truppe e/o consiglieri militari all’estero, neanche in un solo paese: sussiste solo una marginale presenza di militari cinesi tra i “caschi blu” di alcune missioni ONU operanti in determinate aree del mondo.

Dal 1979 ad oggi, e quindi per quasi quattro decenni, la Cina Popolare non è stata inoltre coinvolta in alcun conflitto bellico con un altro stato estero.

Nessuna base militare all’estero di Pechino, finora, mentre gli USA ne possiedono tuttora circa 800 (ottocento) in ottanta nazioni.

Nessun soldato all’estero, per conto del  gigantesco paese asiatico.

Nessun conflitto bellico e nessuna guerra, da parte della Cina, dal 1979 ad oggi.

Si tratta di un trittico di fatti concreti e innegabili, facilmente verificabili da chiunque: un trittico di fatti testardi che si scontra platealmente con la pratica concreta e guerrafondaia invece espressa dagli Stati Uniti e dalla NATO nel corso degli ultimi decenni, anche e soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino e dell’URSS e dopo il 1989/91.

Ma a dispetto di tali elementi materiali, proprio in Occidente è sorta la teoria secondo la quale la Cina del Ventunesimo secolo costituirebbe una “nuova potenza imperialistica”: una tesi condivisa da un arco molto ampio di forze politiche, che spazia dall’estrema destra fino ad arrivare a gran parte dell’estrema sinistra europea e statunitense.

Ora, il primo scoglio che fa naufragare l’equazione “Cina-polo imperialistico” è che anche nel 2015 il fabbisogno totale della Cina viene coperto per circa due terzi dal carbone, mentre sul fronte petrolifero la dipendenza della Cina dalle importazioni di petrolio nel 2015 è stata pari al 55% circa, facendo si che la Cina riesca a soddisfare più del 90% del suo fabbisogno energetico globale con le proprie risorse interne.

Passando poi al continente africano, subito emerge come l’interscambio commerciale tra Cina ed Africa abbia superato i 100 miliardi di dollari nel 2008, arrivando fino a quota 240 miliardi nel 2015; sempre nel 2008, la Cina aveva avuto un deficit con la controparte in oggetto pari a più di cinque miliardi di dollari[3].

Sul piano commerciale e finanziario, inoltre, a partire dal novembre 2006 e dal summit cino-africano tenutosi a Pechino, la Cina ha garantito prima ed effettuato concretamente in seguito l’eliminazione delle tariffe e dazi doganali per ben 466 categorie di prodotti, esportati al suo interno da più di trenta paesi africani.

In aggiunta a ciò, la Cina ha via via cancellato unilateralmente e senza contropartite, a partire dal 2006, tutti i debiti pregressi che si erano accumulati nei suoi confronti da parte di più di trenta paesi del cosiddetto ”Quarto Mondo”, in larga parte africani[4].

Per il 2009, Pechino ha inoltre messo a disposizione dei paesi africani un fondo statale pari a cinque miliardi di dollari per i loro bisogni materiali, a dispetto della crisi finanziaria mondiale e con tassi d’interesse molto favorevoli: non è certo un caso che il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale abbiano visto simultaneamente crollare i loro “affari” in Africa nel corso degli ultimi anni, visto che alcuni paesi africani hanno addirittura utilizzato i (favorevoli) finanziamenti statali cinesi proprio al fine di estinguere i debiti accumulati in precedenza, a condizioni economiche molto svantaggiose, con i due amorevoli istituti finanziari occidentali[5].

Tra il 2011 e il 2013, circa il 95% dei prodotti di esportazione di tutti i paesi africani meno sviluppati verso Pechino sono stati gradualmente esentati dalle imposte, mentre finora le aziende cinesi hanno costruito circa 80.000 km di strade nel continente africano: un rapporto della Banca di Sviluppo dell’Africa ha indicato che, a settembre del 2010, gli investimenti cinesi sono aumentati annualmente ad una media del 46% durante l’ultima decade, in particolare nel settore idrico e dei trasporti, dell’elettricità e delle comunicazioni[6].

Secondo la stessa Banca Mondiale, mentre a fine 2003 gli investimenti cinesi – in larga parte all’80% statali – risultavano pari a circa 8 miliardi di dollari, essi sono saliti fino a quota trenta alla fine del 2007, con una punta di sette miliardi di dollari nel corso del 2006. Su questa massa totale di investimenti, circa un quinto del totale è andato a finanziare progetti relativi alle infrastrutture produttive (strade, ferrovie, dighe, ecc.) e sociali (scuole ed ospedali), coprendo un “buco” enorme lasciato dalle multinazionali occidentali: secondo i dati forniti dalla stessa Banca Mondiale, Pechino ha finanziato 35 paesi africani per un valore annuo pari ad un miliardo di dollari, nei due campi d’azione sopracitati[7].

A partire dal 2007, la Cina ha offerto inoltre programmi gratuiti di addestramento per 10910 lavoratori provenienti da 49 nazioni africane, e ha mandato a sue spese nel solo 2009 cento esperti cinesi del settore agrotecnico in 35 stati africani (Quotidiano del Popolo, 20 gennaio 2009).

Persino un giornalista anticomunista come F. Rampini si era chiesto: “ma sono tutte fondate le accuse rivolte ai cinesi? E anche se lo sono, con quale credibilità l’Occidente si erge a difensore degli interessi dell’Africa?

Un test emblematico di queste contraddizioni è il Niger. Anche questo paese –15 milioni di abitanti e uno dei redditi più miseri del pianeta – ha improvvisamente scoperto la munificenza cinese. Grazie a una donazione del governo di Pechino perfino i leoni dello zoo Niamey, capitale del Niger, oggi stanno meglio: nel 2010 gli è stata recapitata da una nave portacontainer di Shanghai una nuova gabbia “cinque stelle”, made in China. Il rifacimento del giardino zoologico è poca cosa in confronto ad altri flussi di capitali cinesi che inondano il Niger. Per esempio, i 700 milioni di dollari per la costruzione della prima raffineria e della prima centrale idroelettrica del Paese. E altre centinaia di milioni di dollari di opere di pubblica utilità che porteranno, come sempre, l’etichetta made in China: strade, scuole, ospedali[8]”.

Per quanto riguarda invece il flusso di investimenti cinesi nei diversi settori produttivi africani, essi risultano concentrati in buona parte nel settore energetico e minerario e provengono quasi esclusivamente da aziende statali e società pubbliche cinesi, lasciando ovviamente la proprietà del suolo, delle ricchezze naturali e/o risorse energetiche ai paesi ospiti africani e contribuendo in larga parte agli investimenti in loco: gli enti statali cinesi pagano le materie prime ottenute in Africa a prezzi di mercato, oppure in alternativa a volte lasciano una quota maggioritaria dei profitti ottenuti al paese ospite, nelle joint venture che si formano a tale scopo.

La forza-lavoro impiegata in Africa dalle società pubbliche cinesi in parte proviene dalla Cina, mentre anche grazie all’importazione cinese di materie prime/energia (ed alla sua crescita impetuosa) i rapporti di scambio delle materie prime e dell’energia, a partire dal 1999, si sono modificati profondamente a favore delle nazioni africane.

Sul piano politico-sociale, infine, anche osservatori ipercritici quali il sito Hegachip rispetto alla multiforme attività cinese in Africa (definita addirittura un ” mostro partorito dalla globalizzazione”) sono stati costretti ad ammettere controvoglia, agli inizi di novembre del 2006, che la Cina “non è interessata, ad esempio, a generare profitti spingendo per la privatizzazione di servizi anche essenziali (come invece la “globalizzazione di stampo occidentale”); invece “al contrario la Cina si può permettere di investire un minimo anche nel sociale, visto che per ora l’unico interesse è rivolto alle risorse … Nella gestione del debito, che i paesi africani stanno accumulando, la Cina è poi decisamente più flessibile ed arriva, anzi, ad aiutare con prestiti vantaggiosi gli strati a pagare gli onerosi interessi, se non a saldare le pendenze nei confronti degli stati e delle usuraie istituzioni occidentali. Molto importante anche la politica della non-interferenza: se l’occidente continua ad usare il ricatto per imporre la ricetta neo-liberista, la Cina si limita a fare buoni affari senza immischiarsi nelle vicende nazionali”[9].

L’innegabile e pluridecennale politica di non-interferenza della Cina nelle vicende interne dei diversi paesi africani, l’analisi obiettiva delle concrete relazioni sino-africane sviluppatesi via via nel corso degli ultimi decenni manda quindi nuovamente in frantumi la teoria del presunto “imperialismo cinese”

Si può esaminare un caso specifico, per verificare il quadro generale sopra esposto: subito dopo  l’Angola, il Sudan rappresenta uno dei principali partner commerciali di Pechino nel continente africano[10].

E proprio focalizzando l’attenzione sulle relazioni, politico-economiche progressivamente sviluppatesi tra Cina e Sudan, fino a pochi anni fa sotto il mirino dei soliti critici “umanitari” occidentali, si può subito notare come un accordo del 1997 avesse attribuito il 40% del controllo della futura estrazione del petrolio, in un’ampia fascia del territorio sudanese, alla compagnia statale cinese CNPC, il 30% ad un’impresa malese, il 25% all’India ed il 5% allo stato sudanese.

Se gli investimenti in loco nei campi petroliferi erano e sono tuttora a carico delle imprese straniere, la proprietà delle riserve petrolifere rimaneva e rimane tuttora al Sudan: le royalties pagate dalle compagnie petrolifere interessate all’erario sudanese hanno dal canto loro assunto un notevole peso, sia in termini assoluti che relativi, visto che già nel 2006 il 48% e quasi la metà dell’insieme delle entrate fiscali sudanesi risultava costituito dalle tasse e vendite erogate dalle aziende petrolifere estere, in primo luogo (ma non solo) di nazionalità cinese[11].

Tornando poi al piano politico, la principale accusa rivolta alla Cina ha per oggetto la sua ostentata non-ingerenza negli affari interni dei paesi africani: senza entrare nel merito, si tratta di una critica molto diffusa anche a sinistra e nell’estrema sinistra, ma che certo non depone a favore della teoria del polo imperialista, categoria sempre collegata storicamente a forme più o meno dirette di egemonismo e di ricatto politico, militare e/o economico, esercitato dallo “stato-guida” sulle nazioni ed aree geopolitiche “vassalle” e subordinate, anche se formalmente indipendenti (il fenomeno del neo-colonialismo, in estrema sintesi).

Sono processi neocoloniali che risultano invece assenti, all’interno delle relazioni politiche sino-africane. Lo studioso francese Serge Michel ha ammesso, seppur a denti stretti, che “cinque sono i punti di forza della Cina nella sua avventura terzomondista africana.

Primo, la Cina non possiede un passato di colonizzatore; secondo, ha un approccio pan-africano, a differenza degli europei che lavorano solo nei territori delle loro ex colonie. Terzo, non subordina la cooperazione a parametri politici quali democrazia e trasparenza. L’unica condizione è l’assenza di rapporti con Taiwan. Quarto, la Cina finanzia tutte le infrastrutture necessarie: dalle dighe alle strade alle ferrovie e le costruisce efficientemente con la propria manodopera. Quinto, la Cina è l’ultimo sistema centralizzato al mondo in grado di offrire un “pacchetto di modernizzazione “completo”[12].

L. Napoleoni ha notato  a sua volta che “il modello descritto da Michel si ritrova dovunque in Africa, dove si scontra con quello tradizionale occidentale. In Guinea la Exim Bank of China finanzia dalle miniere di bauxite alle dighe per le centrali idroelettriche necessarie per far funzionare le raffinerie, alle ferrovie per trasportare il prodotto finito. Ai concorrenti americani nello stesso Paese interessa invece solo la bauxite, non hanno nessuna voglia di finanziare le raffinerie perché sostengono che non c’è abbastanza  elettricità per farle funzionare, e questo nonostante i siti ideali per erigere dighe e centrali idroelettriche siano almeno 122. Dateci la materia prima, al resto pensiamo noi: questo l’approccio predatore dei Paesi ricchi, i cinesi invece costruiscono l’infrastruttura necessaria. E poi ci domandiamo perché  i contratti più appetitosi vadano a loro.

L’atteggiamento degli occidentali non è molto cambiato dai tempi delle colonie, Pechino invece, anche a causa della ferita ancora aperta della propria colonizzazione, fa molta attenzione a comportarsi da pari”[13].

Sempre sotto questo aspetto, un recente libro scritto dalla studiosa anticomunista D. Brautigam (“The Dragon’s gift”) ha ammesso l’esistenza delle reali opportunità offerte dal nuovo impegno multilaterale di Pechino, certo non immune da limiti ed errori, in Africa. Ad esempio l’autrice ha riconosciuto che gli aiuti cinesi al continente non si limitano alle nazioni più ricche di risorse, ma che il flusso materiale riguarda invece l’intera zona, dall’Algeria fino ad arrivare allo Zimbabwe, mentre molto spesso i crediti forniti dalla Cina ai diversi paesi africani prevedono un vantaggioso rimborso dilazionato in molti anni, attuato proprio con le esportazioni effettuate verso Pechino dalle nazioni del cosiddetto “continente nero”: come ad esempio sta facendo da anni il Ghana, con i 10,4 miliardi di dollari di finanziamento decennale che ha già ricevuto (e riceverà nei prossimi anni) a partire dalla stipulazione di un grande accordo con la Cina, firmato il 25  settembre del 2010.

Persino secondo un editoriale contenuto nel quotidiano borghese Financial Times del 25 agosto 2010, gli investimenti cinesi in Africa ormai offrono al continente “nuova speranza” ed un modo alternativo di progresso, mentre invece la strategia occidentale “non ha spezzato il circolo vizioso del sottosviluppo in Africa”. Parole chiare, tra l’altro  per una volta basate su fatti concreti: non a caso il presidente del Sud Africa Jacob Zuma, in visita a Pechino sempre a fine agosto 2010, ha dichiarato come non corrispondono assolutamente al vero le teorie occidentali sul presunto “neocolonialismo cinese” nel continente, firmando simultaneamente e non a caso proprio con la Cina ben sedici accordi economici assai vantaggiosi (prestiti a tasso zero, investimenti cinesi nel settore educativo e sanitario, nelle infrastrutture del Sud Africa, ecc.) per il paese africano.

Per quanto riguarda invece le relazioni commerciali e l’interscambio politico-economico formatosi tra Cina e America Latina/Asia, non sono state ancora rivolte accuse di imperialismo e neocolonialismo a Pechino; i governi delle aree geopolitiche in esame hanno anzi espresso, di regola, il loro sincero rispetto nei confronti della politica (e politica economica) svolta dalla Cina Popolare nei loro confronti, mentre il Venezuela e Cuba socialista hanno via via manifestato sicuramente un sincero apprezzamento nei confronti delle loro relazioni multilaterali con il gigantesco paese asiatico, a partire dal lato economico, commerciale e finanziario, ma non limitandosi ad esso.

Non è certo un fenomeno casuale, dato che la Cina non ha mai cercato di strangolare sul piano produttivo e di ricattare economicamente le nazioni dell’ipersfruttato Terzo Mondo. Per utilizzare due soli esempi, il feroce blocco economico e finanziario (oltre che politico) contro Cuba non è stato certo esercitato da Pechino, ma da un’altra nazione molto vicina alle coste cubane; a sua volta il boicottaggio commerciale e le sanzioni economiche contro l’Iran non provengono certo dalla Cina Popolare, che proprio nel gennaio 2009 ha invece firmato con Teheran un nuovo importante accordo in campo energetico, di durata pluridecennale[14].

Terzo scoglio per la teoria sulla “Cina-potenza imperialistica” : la totale assenza di stati ed aree geopolitiche controllate e dominate dal presunto “polo imperialistico” cinese, sia sotto l’aspetto politico/politico militare che in campo economico.

Se realmente la Cina contemporanea mantiene ottime relazioni con buona parte degli stati del globo e ha creato  rapporti almeno accettabili con quasi tutti gli altri (il Vaticano costituisce una delle poche eccezioni a tale tendenza, tra l’altro con una possibile schiarita tra le due parti in un futuro non troppo lontano), dall’altro canto Pechino non ha ricercato in altro modo l’acquisizione delle tradizionali e imperialistiche “zone d’influenza”, tipiche delle grandi potenze, nonostante la Cina sia ormai il “numero uno” economico su scala planetaria: e ha fatto molto bene sotto tutti gli aspetti, allontanandosi e differenziandosi in modo molto positivo dalla logora e autodistruttiva “logica di potenza” proiettata nell’arena internazionale.

Nel 1916 Lenin notò giustamente che due delle caratteristiche fondamentali dell’imperialismo contemporaneo consistevano nel “sorgere di associazioni  monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo” (multinazionali e banche private) e “nella compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche”: nascevano dunque varie sfere d’influenza, controllate dai più grandi paesi capitalistici[15].

In un’altra sezione del suo splendido lavoro, Lenin rilevò anche che “ai vecchi moventi della politica coloniale, il capitalismo finanziario aggiunse ancora la lotta per le sorgenti di materie prime, quella per l’esportazione di capitale, quella per le “sfere di influenza”, cioè per le regioni che offrono vantaggiosi affari, concessioni, profitti monopolistici, ecc., e infine la lotta per il territorio economico in generale”[16].

Pertanto imperialismo nell’epoca contemporanea significa anche un processo di controllo politico (più o meno diretto) e  di sfruttamento economico dei “territori economici” (Lenin) composti da stati ed aree geopolitiche subordinate, da parte delle “zone centrali” e delle potenze dominanti sul piano mondiale, da parte delle “metropoli” imperialistiche sulle “periferie” del globo.

Imperialismo significa anche controllo politico militare e sfruttamento economico delle nazioni estere, sotto forme coloniali o neocoloniali.

Imperialismo significa anche, sul piano concreto oltre che teorico, il processo di ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche, attraverso il quale i diversi poli imperialistici si ritagliano e dominano una “propria” ed esclusiva sfera d’influenza, controllandola sul piano politico e sfruttandola sotto molteplici forme mediante le “proprie” multinazionali e capitalismi finanziari, attraverso le proprie “associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti” (Lenin).

Tutto chiaro, anche grazie alle analisi effettuate da Lenin fin dal 1916: ma qual è allora l’area d’influenza della Cina e dove si trovano i “territori economici” sottoposti allo sfruttamento economico  di Pechino, le presunte zone d’influenza egemonizzate e controllate dalla Cina, in tutto o in buona parte, sempre prendendo per un attimo per buona la tesi sulla “Cina-polo imperialista”?

Andiamo per esclusione.

Forse gli Stati Uniti? Crediamo di no, anche se alcuni esponenti della destra repubblicana avevano parlato di  “pesanti influenze” cinesi sull’amministrazione Clinton del 1995/1998…

Europa di Maastricht? Crediamo proprio di no.

Gran Bretagna? Come sopra…

Giappone? Le basi militari straniere collocate in Giappone non sono certo cinesi, ma viceversa a stelle e strisce…

Corea del sud? Come sopra…

Canada e Messico? Crediamo che i due stati costituiscano sicuramente delle aree d’influenza e dei “territori economici” altrui, ma di un paese a loro molto più vicino della Cina, con capitale Washington.

Il Vaticano? Non ha neppure rapporti diplomatici con Pechino, ancora all’inizio del 2016.

Europa centro-orientale, ivi compresi paesi baltici e Georgia? Sono sicuramente semi-colonie, ma non certo di Pechino…

Norvegia e Danimarca? Sono dal 1949 nella Nato, ossia fedeli amici degli americani che avevano mandato le loro truppe in Afghanistan…

Vietnam? Immaginiamo le (giuste e sacrosante) urla di protesta dei comunisti vietnamiti, anche solo a proporre loro per un istante questa ipotesi assurda e totalmente sballata.

Laos? Come sopra.

Cuba? Come sopra.

Venezuela, Ecuador e Bolivia? Come sopra.

D’accordo, passiamo ai paesi confinanti (o vicini) con la Cina, e forse la musica cambierà… oppure no?

La Russia, una sfera d’influenza ed un “territorio economico” sottoposto all’egemonia cinese? La Russia di Eltsin era diventata sicuramente una semi-colonia nel 1992-1997, ma non certo dominata dalla Cina.

L’India? Ma non è una potenza emergente che ha instaurato ottime relazioni con gli USA e la Russia, e che solo negli ultimi anni sta superando la sua diffidenza verso il vicino cinese?

L’Afghanistan? Semi-colonia, ma non certo di Pechino e invece di Washington.

Le altre nazioni dell’Asia centrale, partendo dal Kazakistan? Se sono ” territori economici cinesi”, si tratta sicuramente di un segreto custodito molto bene.

Forse la Mongolia, confinante con la Cina per migliaia di chilometri, è il vero “territorio economico” e l’area geopolitica controllata da Pechino? La risposta risulta ancora una volta negativa, vista la significativa influenza russa (contrastata a sua volta dagli Stati Uniti) sul paese in oggetto.

L’Iran? Un oscuro e diabolico lavaggio del cervello ha forse convertito in segreto il clero sciita in un gruppo fanatico di criptocomunisti filocinesi, con tendenze tardo-maoiste?

Thailandia, Filippine, Indonesia e Singapore? Gli Stati Uniti in questi paesi pesano sicuramente molto più della Cina sul piano politico e militare nel caso indonesiano proprio a causa dell’atroce massacro dei comunisti (filocinesi) indonesiani avvenuto nel 1965/66…

Nepal? Si fa tranquillamente gli affari suoi, senza alcun condizionamento da parte del presunto (e confinante) imperialismo cinese…

Pakistan? Vi sono di certo droni, truppe e consiglieri  stranieri nel paese, nel periodo 2001/2016, ma ci risulta che parlino inglese e con una forte pronuncia yankee…

L’Iraq? E’ stato forse il presunto polo imperialistico cinese ad invaderlo e occuparlo, a partire dall’inizio del 2003?

Cambiamo ora continente ed aree geopolitiche.

Australia? Opera la CIA ad Alice Springs, non certo i militari o un presunto Echelon cinese.

Le aree della Polinesia e Melanesia? Esse sono dominate in larga parte dagli USA (Haway, Samoa, Marianne, Isole Marshall, Federazione della Micronesia, Guam e Midway, ecc.), in parte minore dall’imperialismo francese e dall’Australia.

Il mondo arabo, soggetto all’imperialismo cinese? Non oserebbe sostenerlo neanche il sionismo filoamericano mentre invece da decenni Egitto, Arabia Saudita, Giordania e i petrostati (Kuwait, ecc.) rientrano nella diretta sfera d’influenza degli USA.

L’Antartide? Con i suoi (gelatissimi…)13.117.000 kmq, è stata divisa dal trattato del 1959 in diverse zone d’influenza tra Gran Bretagna, Norvegia, Australia, Francia e Nuova Zelanda: manca dall’elenco la Cina, come del resto manca anche la forza lavoro e lo sfruttamento delle risorse minerarie del continente in esame.

Artico, Groenlandia e Islanda? Zone geopolitiche ed economiche già controllate, ma non certo dai cinesi.

America Latina? Astraendo dai sopracitati esempi di Cuba, Venezuela e Bolivia, una sezione importante del continente rimane ancora oggi e all’inizio del 2016 sotto l’egemonia statunitense, partendo dal Messico fino ad arrivare a Cile e Perù; la parte restante, Brasile di Dilma Rousseff in testa, come minimo non è sottoposta ad alcun significativo controllo, sia di natura politica che economica, da parte di Pechino.

L’Africa? Si è già notato come alcuni studiosi, ipercritici con Pechino, ammettano che la “politica della non-interferenza” costituisce uno dei costanti capisaldi della strategia cinese rispetto al continente africano, dato che la “Cina si limita a fare buoni affari senza immischiarsi nelle vicende nazionali”: il Sudan islamico, ad esempio, non è certo sul punto di diventare comunista o (ancora peggio) di entrare stabilmente nella presunta zona di influenza egemonizzata dai cinesi. Di sfuggita, si può invece notare come sia invece l’imperialismo francese ad avere (sin dal 1958/62, e fino ad oggi) una sfera d’influenza esclusiva nell’Africa occidentale.

Abbiamo voluto lasciare in ultimo tre stati: Malaysia, Corea del Nord e Myanmar.

Per ragioni geografiche ed economiche, la Malaysia mantiene da lungo tempo degli ottimi rapporti con la Cina senza tuttavia rinunciare in alcun modo alla sua piena autodeterminazione, al suo sistema capitalistico (con un certo grado di intervento statale, in ogni caso) ed al suo dichiarato anticomunismo.

Come nella Malaysia, non vi sono consiglieri militari,  truppe e/o basi militari cinesi neanche in Myanmar, ma solo buone relazioni (geopolitiche e commerciali) ormai consolidate con Pechino.

Per quanto riguarda infine la Corea del Nord, persino gli osservatori  occidentali ormai notato l’assenza di ingerenze cinesi e l’importanza del continuo richiamo al patriottismo all’interno della formazione politica della Repubblica Democratica di Corea.

Il suo partito comunista sceglie autonomamente, a volte compiendo errori, la propria linea politica ed i suoi dirigenti, senza aspettare alcun avvallo preventivo da parte di Pechino; non ospita truppe e/o basi militari cinesi sul suo suolo, mentre la sua alleanza strategica con la Cina non comporta alcuna forma di sfruttamento economico da parte di quest’ultima, obbligata anzi a fornire un consistente e continuo flusso di aiuti energetici ed alimentari al suo “socio alla pari” di Pyongyang.

Finita questa panoramica mondiale, si può concludere con sicurezza come Pechino non abbia assunto il controllo di una propria zona d’influenza, di un proprio ”territorio economico”, di una propria ”area imperiale” dominata e sfruttata, in esclusiva o almeno in condominio: ma allora, di quale presunto “polo imperialistico” stiamo parlando?

Tra l’altro molti, anche a sinistra, dimenticano che proprio la Cina è stata trasformata in una semi-colonia dell’imperialismo occidentale per più di un secolo, dal 1842 al 1949, diventando una riserva di caccia per i sofisticati “pusher” di oppio del colonialismo britannico: anche la storia di una nazione conta e pesa, seppur come elemento secondario.

Inoltre troppi occidentali, anche a sinistra e dell’estrema sinistra, fanno finta di dimenticare che ai nostri giorni si trovano basi militai USA e/o operano consiglieri militari statunitensi in ben 135 nazioni, secondo i dati forniti dallo storico David Vine, partendo dall’Afghanistan per arrivare ad Antigua, dall’Arabia Saudita all’Australia, dal Belgio alla Colombia, dalla Bulgaria al Perù, dalla Groenlandia a Cuba/Guantanamo, da Barhain all’Honduras.

Troppi, nella sinistra occidentale (anche “radicale”) tendono a dimenticare che dal 1991 fino ad oggi abbiamo assistito alla prima guerra occidentale contro l’Iraq (1991) e all’intervento Usa in Somalia, alla guerra della Nato contro la Jugoslavia (1999) e all’invasione dell’Afghanistan, all’invasione Usa dell’Iraq (2003) e di Haiti (2010), a numerosi interventi militari francesi in Africa occidentale (Ciad, Mali, ecc.) alle aggressioni Nato contro la Libia (2011) e la Siria (2011-2016), per citare solo gli esempi più eclatanti.

Altroché “polo imperialistico cinese”: viceversa Pechino sta costruendo, dal 2012 ad oggi, tutta una serie di istituzioni finanziarie internazionali aperte ai paesi di tutto il mondo e il cui obiettivo prioritario risulta proprio quello di sviluppare le nazioni del cosiddetto Terzo Mondo, concedendo loro finanziamenti agevolati per precisi progetti economici e compensando l’influenza deleteria esercitata in questo campo dal Fondo Monetario Internazionale: per fare un nome tra tanti, ormai opera dal 2015 l’AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank) con sede a Pechino, una banca internazionale di sviluppo detestata a ragion veduta da Washington e dall’imperialismo statunitense.

 

Fonti:

1)       “China-Africa think-thanks forum kicks off in S . Africa”, 10 settembre 2015, in english.peopledaily.com.cn

2)       “Venezuela sees China as development paradigm: analist”, 23 luglio 2014  in englis.peopledaily.com.cn

3)       english.peopledaily.com.cn. “Sino-african trade top 100 billion USD in 2008”, 22 dicembre 2008

4)       english.peopledaily.com.cn. 22 dicembre 2008, op. cit.

5)       english.peopledaily.com.cn. “China not to reduce assistance to  Africa despite financial crisis”, 19 dicembre 2008

6)       Guo Quian ,“I dieci anni di cooperazione tra Africa e Cina spaventano l’occidente”, in www.contropiano.org dicembre 2010

7)       China Digital Times, luglio 2008, “China narrows Africa’s infrastructure deficit”

8)       F. Rampini, “Occidente estremo”, p 67, ed. Rizzoli

9)       vedi www.megchip.info, 8 novembre 2006, “Cina: la globalizzazione ha partorito il suo mostro”

10)   English.peopledaily.com.cn. 20 gennaio 2009, “Angola becomes China’s largest African trade partner”

11)   “UN: create Darfour recovery founds for sudanese oil revenue”, 18 marzo 2007 in www.hrw.org

12)   L. Napoleoni, “Maonomics”, pag. 286, ed. Rizzoli

13)   L. Napoleoni, op. cit., pag. 286/287

14)   english.peopledaily.com.ch, “CNPC to develop Azadegan oilfield”, 16 gennaio 2009

15)   V. I. Lenin, “L’imperialismo”, op. cit., cap.VII