Archivi del mese: maggio 2016

Per conoscere la teoria dell’effetto di sdoppiamento

Una lettera del compagno Fabio Scolari e la risposta di Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Daniele Burgio.

 

Salve compagni,

a seguito dell’iniziativa svolta al Centro Concetto Marchesi ho ricevuto dal compagno Daniele Burgio il vostro testo “Filosofi di Frontiera La tendenza comunista nella Divina Commedia”. Come premessa ci tengo a precisare che si tratta di un libro molto comprensibile e di facile lettura, una caratteristica davvero sorprendente soprattutto per la complessità dei temi trattati. In un momento di grave difficoltà per la cultura e la ricerca marxista la chiarezza espositiva (e non la banalizzazione) deve essere a mio parere la principale qualità dei nostri lavori, al fine di raggiungere una più vasta platea di lettori interessati. Secondo il costume critico che contraddistingue noi comunisti, vorrei chiedervi alcune spiegazioni e precisazioni intorno al vostro “effetto sdoppiamento”. Preciso che mi ha molto colpito la vostra ricostruzione e divisione dei vari pensatori in due tendenze “l’una comunitario-collettivistico e l’altra di natura classista, fondata invece sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo”. Mi pare che il vostro bersaglio polemico sia una concezione “marxista-ortodossa della storia universale”, caratterizzata da una visione lineare del processo evolutivo.

A questo punto però vorrei un chiarimento non riesco a comprendere la necessità di teorizzare “l’effetto sdoppiamento”, quando con la nascita del movimento comunista, a seguito della Rivoluzione d’Ottobre, si superò quella visione rozzamente meccanicistica del materialismo storico veicolata dalla II Internazionale? Si tratta a mio modo di vedere di attenersi alle indicazioni fornite da Engels nella celebre lettera a J. Bloch: “secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda”.

Il nostro compito sarebbe in sostanza quello di riattualizzare le analisi di Lenin, Gramsci ecc., intorno a una concezione più dialettica del materialismo storico e del processo di sviluppo storico. Inoltre il vostro metodo di indagine mi pare si ispiri in qualche modo allo schema utilizzato da Lukàcs ne “La distruzione della ragione”, opera nella quale egli scinde il pensiero filosofico moderno in due filoni: uno irrazionalistico/reazionario e l’altro razionale/dialettico. Anche su questa possibile similitudine vorrei una vostra opinione. In conclusione, il vostro lavoro mi sembra molto utile per portare avanti una serrata battaglia culturale contro l’ideologia borghese, ma vorrei delucidazioni a riguardo delle implicazioni filosofiche del vostro “effetto sdoppiamento”. Questo deve intendersi come contributo per restaurare una visione meno deterministica del materialismo storico?

E’ possibile a vostro parere utilizzarlo per fornire analisi più correte delle nuove esperienze di trasformazione socialista oggi in atto?

Un cordiale saluto compagni!

 

Marx 1881, il marxismo creativo e i “quattro enigmi” della storia contemporanea.

 

Caro Fabio, nel rispondere al tuo scritto – fin troppo generoso nei nostri confronti – vogliamo per il momento concentrarci solo su due distinte tematiche, e cioè:

Il rapporto tra marxismo e teoria dell’effetto di sdoppiamento, con il derivato primato della sfera politica (Lenin, “Che fare?”, 1902 e sulla successiva polemica contro Trotsky e Bucharin, nel 1920/21);

Quale sia l’utilità politica, a cosa serve concretamente la tesi dell’effetto di sdoppiamento, con la sua analisi dell’epoca “sdoppiata” del surplus dal 900 a.C. fino a i nostri giorni.

Sulla prima questione, sottolineiamo subito che il primo e finora ignorato precursore della teoria dell’effetto di sdoppiamento è stato Karl Marx, in un suo geniale lavoro del 1881 che semi-marxisti russi quali Plechanov, Axelrod e Vera Zasulich occultarono e nascosero vergognosamente per quasi quattro decenni e che venne invece pubblicato in Unione Sovietica nel 1924.

Infatti all’interno della bozza e stesura provvisoria della sua lettera del marzo 1881 indirizzata a Vera Zasulich, il  geniale rivoluzionario tedesco analizzò anche la dinamica generale di sviluppo delle millenarie comuni rurali (la “comune agricola”, nella terminologia usata da Marx), notando tra le altre cose che «come… fase ultima della formazione primitiva della società, la comune agricola… è nello stesso tempo fase di trapasso alla formazione secondaria e, quindi, di trapasso dalla società basata sulla proprietà comune alla società basata sulla proprietà privata.

La formazione secondaria, si intende, abbraccia tutta la serie delle società poggianti sulla schiavitù e sul servaggio. Ma significa ciò che la parabola storica della comune agricola debba fatalmente giungere a questo sbocco? Nient’affatto. Il dualismo ad essa intrinseco ammette un’alternativa: o il suo elemento di proprietà privata prevale sul suo elemento collettivo, o questo s’impone a quello. Tutto dipende dall’ambiente storico nel quale essa si trova… Le due soluzioni sono, di per sé, entrambe possibili».[1]

Si tratta della prima ed embrionale formulazione della teoria dell’effetto di sdoppiamento e del campo di potenzialità storiche alternative, contenuta in un testo geniale anche sotto molti altri aspetti e che costituisce allo stesso tempo il vero testamento teorico di Marx, lasciato a marcire dai suoi presunti eredi della tendenza riformista all’interno della Seconda Internazionale .

Secondo anticipatore dello schema generale sotto analisi: V. I. Lenin.

Nel febbraio/aprile del 1922, infatti, il titanico rivoluzionario russo contribuì attivamente al processo di elaborazione collettiva delle posizioni e direttive generali che la delegazione sovietica avrebbe poi portato alla conferenza internazionale di Genova, convocata dalle principali potenze capitalistiche di quel periodo al vano fine di cercare di creare un “nuovo ordine mondiale”, che superasse le rovine create dal primo grande macello imperialistico.[2]

Ne derivò la dichiarazione che venne letta da G. V. Cicerin, in qualità di Commissario del popolo agli Esteri, nell’aprile del 1922 a Genova, nella quale la Russia sovietica ammetteva apertamente la possibilità concreta di una coesistenza conflittuale, ma presumibilmente di lungo periodo tra il mondo capitalistico e quello socialista, al tempo ancora rappresentato dalla sola Russia Sovietica/Unione Sovietica. [3]

Un pianeta quindi “sdoppiato” sul piano socioproduttivo e politico, nel quale in seguito si “sdoppiarono” anche alcune nazioni (Germania, 1945/89; Corea, 1945/2016)

Il 10 aprile del 1922 Cicerin proclamò infatti apertamente, seguendo fedelmente le istruzioni fornitegli da Lenin e dal nucleo dirigente del partito bolscevico, la necessità di una “collaborazione economica tra Stati… rappresentanti i due sistemi di proprietà in campo internazionale”: a livello pratico e senza un preventivo processo di elaborazione teorica della “novità” politica in via di esposizione, con fatti concreti veniva ammesso dai dirigenti sovietici il gigantesco e prolungato effetto di sdoppiamento su scala planetaria, provocato ed indotto da un lato dall’Ottobre Rosso del 1917, e dall’altro dalla purtroppo vittoriosa resistenza opposta dal campo imperialistico al processo rivoluzionario mondiale sviluppatosi nel 1918-20. [4]

L’effetto di sdoppiamento venne riconosciuto implicitamente da Lenin anche con l’introduzione della NEP (Nuova Politica Economica) nel 1921, con la sua coesistenza conflittuale tra i rapporti di produzione sociale e quelli invece capitalistici /Kulak, borghesia urbana), o contrassegnati dalla produzione individuale (contadini medi).

Ma Lenin aveva già approfondito in precedenza la tematica dell’effetto di sdoppiamento anche a livello teorico, nei suoi Quaderni filosofici (1915-16, pubblicati postumi nell’Unione Sovietica del 1929).

In poche ma splendide pagine, intitolate “A proposito della dialettica”, egli infatti notò che «lo sdoppiamento dell’uno» (di un singolo processo e cosa) «e la conoscenza delle sue parti contraddittorie… rappresenta l’essenza (uno degli essenziali, una delle particolarità o caratteristiche fondamentali, se non la fondamentale) della dialettica».[5]

Sempre nel brano in esame, Lenin rilevò che erano esistite due alternative concezioni delle leggi di sviluppo del mondo, quella metafisica e quella dialettica, affermando che «le due concezioni fondamentali (o le due possibili? o le due osservate nella storia?) dello sviluppo (evoluzione) sono: lo sviluppo come diminuzione e aumento, come ripetizione, e lo sviluppo come unità degli opposti (sdoppiamento dell’uno in opposti che si escludono reciprocamente, e loro rapporto reciproco)».[6]

Anche se applicata in un contesto filosofico, non si può certo dire che per Lenin l’effetto di sdoppiamento, lo “sdoppiamento dell’uno in opposti” (elementi e tendenze opposte), fosse un processo generale sconosciuto o impensabile, venendo altresì indicato come “l’essenza della dialettica” (Lenin) e dello “studio delle contraddizioni nell’essenza stessa degli oggetti”. Dopo Lenin, del resto, anche Mao Tse Tung evidenziò (Sulla contraddizione, agosto 1937) il fenomeno dello “sdoppiamento dell’uno in opposti che si escludono reciprocamente”: ed entrambi, con l’azione di gigantesche forze sociali di cui erano mandatari politici, aiutarono il mondo contemporaneo a “sdoppiarsi” nella realtà, e non solo negli (utilissimi) testi filosofici.[7]

Seconda questione: a cosa può servire la tesi dell’effetto di sdoppiamento? Può svolgere una funzione utile, sia in campo storico che per la dinamica di sviluppo del movimento anticapitalistico nel Ventunesimo secolo?

Se tale schema generale corrispondesse approssimativamente alla verità, e cioè al processo dinamico e contraddittorio di sviluppo del genere umano dopo il 9000 a.C. e fino ai nostri giorni, esso svolgerebbe un ruolo positivo intrinseco innanzitutto perché, come aveva rilevato Lenin, “la verità è sempre rivoluzionaria”.

Per trasformare la realtà, infatti, bisogna in via preventiva ben comprenderla ed interpretarla. Innanzitutto e soprattutto serve una diretta pratica politico-sociale, individuale e collettiva, ma anche e simultaneamente un processo creativo di analisi della pratica presente e passata, delle esperienze via via vissute/subite dal genere umano: con un ininterrotto processo di esame autocritico del passato recente e meno recente, delle sue diverse tendenze e controtendenze, della dialettica storica creatasi all’interno delle multiformi formazioni economico-sociali sviluppatesi negli ultimi millenni. Sviluppando in tal modo il marxismo creativo (Stalin, luglio del 1917) contro quello dogmatico.

La celebre e geniale undicesima tesi su Feuerbach elaborata nel 1845 da Marx afferma infatti  correttamente che «i filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi: si tratta però di trasformarlo», ma essa non implica in alcun caso che bisogna smettere di conoscere e interpretare il mondo e che tale forma di pratica umana sia inutile, se non addirittura dannosa.[8]

Altrimenti non riuscirebbe assolutamente a capire, se non chiamando in causa la categoria del masochismo, per quale ragione Marx avesse passato più di vent’anni al British Museum di Londra, al solo scopo di elaborare la critica dell’economia politica borghese, perché egli avesse scritto nel 1875 la splendida Critica al programma di Gotha o in seguito si fosse affannato a scrivere e riscrivere più volte la lettera a Vera Zasulich nell’inverno del 1881, sempre al fine di “interpretare il mondo”. A nostro avviso ben interpretare e ben conoscere il mondo significa anche iniziare a trasformarlo, creando le premesse, le coordinate ed il “filo di Arianna” indispensabile per portare a buone fine tale compito di enorme portata storica.

In seconda battuta, la teoria dell’effetto di sdoppiamento può svolgere una duplice funzione di legittimazione di alcune pratiche positive dei militanti anticapitalistici, e di delegittimazione invece di altre pratiche (e atteggiamenti mentali) negative da essi sviluppate di frequente nel corso degli ultimi due secoli.

Lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento aiuta a stimolare e legittimare:

– le pratiche politiche (politico-sociali, politico-sindacali, ecc.) degli attivisti anticapitalisti: far politica serve e diventa decisivo, perché la sfera politica è diventata l’anello centrale dell’attività umana dopo il 9000 a.C., con la genesi dell’era del surplus costante-accumulabile e del derivato effetto di sdoppiamento;

– l’assunzione di una responsabilità diretta delle forze anticapitalistiche per il futuro del genere umano, visto che la storia siamo noi (F. De Gregori) e la nostra pratica politica collettiva contribuisce direttamente ad indirizzarla in un senso o nell’altro, a sfruttare/non sfruttare le potenzialità socioproduttive offerte dall’effetto di sdoppiamento, a spostare “l’ago della bilancia storica” in un senso o nell’altro.

La migliore Rosa Luxemburg (quella del 1914.17) ha evidenziato il ruolo decisivo svolto dalla pratica politico-sociale per il destino del genere umano notando, durante il primo macello interimperialistico, che «noi» (esseri umani e movimento anticapitalistico del tempo) «ci troviamo oggi, proprio come F. Engels aveva presagito una generazione addietro, quarant’anni fa, davanti alla scelta: o trionfo dell’imperialismo e crollo di tutta la civiltà come nell’antica Roma, spopolamento, distruzione, degenerazione, un grande cimitero, oppure vittoria del socialismo, cioè dell’azione cosciente di lotta del proletariato internazionale contro l’imperialismo ed il suo metodo: la guerra. Questo è un dilemma della storia mondiale, un’alternativa, in cui i piatti della bilancia oscillano tremando davanti alla decisione del proletariato cosciente.

Il futuro della civiltà e dell’umanità dipende dal fatto che il proletariato sappia, con decisione virile, gettare la sua spada rivoluzionaria sulla bilancia… Tutta la desolazione e la vergogna» (in cui era caduta la socialdemocrazia tedesca, dopo il 4 agosto 1914 e la sua approvazione della guerra imperialistica) «possono essere controbilanciati soltanto se noi dalla guerra e nella guerra impariamo come il proletariato può redimersi dal ruolo di un servo nelle mani delle classi dominanti a quello di padrone del suo destino».[9]

Parole valide non solo per il 1916-17, a nostro avviso…

La resistenza offerta costantemente, seppur con alterno successo, dal movimento anticapitalistico contro l’avversario di classe, a dispetto della sua apparente strapotenza ed invincibilità: secondo la teoria in esame, niente è conquistato per sempre ma allo stesso tempo niente è perso per sempre, sul piano politico-sociale, guerra atomica di sterminio permettendo.

Infatti anche alcune colossali sconfitte storiche incontrate dal movimento operaio rivoluzionario, come quella subita nel 1914-16, a determinate condizioni lasciarono il campo a colossali vittorie di quest’ultimo (1917-20, Russia); già B. Brecht, nella sua splendida poesia Lode della dialettica, notò che i “vinti di oggi sono i vincitori del domani e il mai diventa: oggi!”

Lo schema generale dell’effetto di sdoppiamento serve invece a criticare e delegittimare:

– l’economicismo, inteso come culto ingiustificato del livello di maturità delle forze produttive. Le condizioni oggettive per l’affermazione della “linea rossa”, per un processo di sviluppo collettivistico del genere umano esistevano già nel 9000 a.C., anche se allora solo in alcune aree geopolitiche all’avanguardia nella grandiosa rivoluzione produttiva del neolitico, a partire dalla protocittà “rossa” ed egualitaria di Gerico;

– il disinteresse per la lotta politica e per l’acquisizione per via rivoluzionaria del controllo degli apparati statali, con forme pacifiche/violente a seconda delle condizioni storiche concrete;

– la fiducia nel determinismo storico, giustamente detestato da W. Benjamin e inteso soprattutto come “inevitabile vittoria delle forze del progresso”. Una volta smentita e falsificata da dure sconfitte (1989-91), tale credenza si trasforma inevitabilmente nella tacita acquiescenza di fronte alla “presunta fine nella storia” (Fukuyama) e al trionfo dei soliti “ricchi e potenti”, facendo sì che “tra gli oppressi molti dicano ora: quel che vogliamo, non verrà mai” (B. Brecht, ancora Lode alla dialettica).

Inoltre la teoria dell’effetto di sdoppiamento prevede anche per il presente e per i nostri tempi che una radicale trasformazione dei centrali e decisivi rapporti di forza politici (ivi compresi quelli politico-militari, il consenso di massa rispetto alle strutture socioproduttive dominanti, ecc.) comporti e determini simultaneamente un radicale mutamento dei vecchi rapporti sociali di produzione e di distribuzione, sia nelle società capitalistiche che in quelle (almeno in parte) ancora oggi collettivistiche: un’anticipazione che proprio la dinamica politica futura su scala planetaria potrà confermare o smentire, verificare o falsificare.

Infine la teoria dell’effetto di sdoppiamento permette di risolvere alcuni “enigmi”, ossia una serie di problemi importanti e ancora attuali, sia sul piano storico che in campo politico.

Essa serve innanzitutto a spiegare per quale ragione fondamentale si sia riprodotto ininterrottamente nelle principali nazioni borghesi, a partire dalla genesi della rivoluzione industriale (1763-1780) fino al 2016, il modo di produzione capitalistico. Quest’ultimo rappresenta infatti uno dei due sbocchi ed esiti possibili all’interno del mondo contemporaneo e si colloca purtroppo “nell’ordine delle cose”, alias delle possibilità socioproduttive che si trasformano in realtà concreta in presenza di favorevoli e determinate condizioni politico-sociali; esso si può conservare (e sviluppare nel futuro) se la borghesia continua a detenere  e continuerà anche in futuro a detenere il potere politico, controllando più o meno direttamente gli apparati statali e riuscendo in tal modo a superare le periodiche crisi produttive più o meno gravi e prolungate, come quella del 2008/2009.

Lo schema in analisi può essere ovviamente utilizzato anche per risolvere il problema correlato del “ritardo della rivoluzione” nel mondo occidentale: quest’ultima non si è verificata nelle metropoli capitalistiche, o è stata sconfitta duramente come a Parigi nel 1871, in Germania nel 1918-23 o in Spagna nel 1936-39, principalmente a causa della costante presenza di un rapporto di forza politico (che comprenda al suo interno anche le capacità direzionali, strategiche e tattiche) sfavorevole alla classe operaia e alle masse popolari, e non certo per effetto di un’inesistente arretratezza e immaturità nel livello di sviluppo delle forze produttive all’interno del mondo occidentale.

La teoria in analisi consente anche di comprendere la ragione principale del successo della più grande “rivoluzione contro il Capitale” (contro il Capitale di Marx, almeno per il giovane Gramsci del 1917), e cioè della vittoria del processo anticapitalistico in Russia ed in quasi tutto l’ex impero zarista. La vittoria storica ottenuta dai bolscevichi infatti non derivò sicuramente da un (inesistente) alto livello di sviluppo delle forze produttive sociali nella Russia di quel periodo, ma viceversa da una favorevole correlazione di potenza politica, a vantaggio del partito diretto da Lenin, che permise alle forze rivoluzionarie di quell’area geopolitica di sfruttare tutte le potenzialità positive (possibilità di affermazione della “linea rossa” socioproduttiva) insite organicamente nell’effetto di sdoppiamento, anche e soprattutto per quanto riguarda l’epoca contemporanea.

Per ragioni molto simili, la teoria dell’effetto di sdoppiamento consente contemporaneamente di comprendere la causa fondamentale delle vittorie ottenute dai processi anticapitalistici in tutta una serie di “anelli deboli” della catena imperialistica, quali Cina (1929-49), Cuba (1959-61), Vietnam, Laos e Cambogia, Angola e Mozambico: nazioni molto diverse tra loro, ma unificate sia dal basso livello di sviluppo raggiunto a quel tempo dalle loro rispettive forze produttive che dall’alto grado di accumulazione di potenza politica e militare via via ottenuta dalle soggettività rivoluzionarie, prima e al momento della loro vittoria.

 

A risentirci presto, Fabio.

 

 

 

Roberto Sidoli

 

Massimo Leoni

 

Daniele Burgio

 

[1] K. Marx e F. Engels, India, Cina e Russia, p. 241, ed. Il Saggiatore.

 

[2] V. I. Lenin, Progetto di direttiva del CC del PCR (6) per la delegazione sovietica alla conferenza di Genova, 6 febbraio 1922.

 

[3] A. B. Ulam, Storia della politica estera sovietica (1917-67), p. 219, Ed. Rizzoli.

 

[4] G. Boffa, Storia dell’Unione Sovietica. 1917-27, p. 229, Ed. L’Unità.

 

[5] V. I. Lenin, Quaderni filosofici, p. 343, Ed. Einaudi.

 

[6] Ibidem, p. 344

 

[7] Mao Tse Tung, Sulla contraddizione, par. primo, agosto 1937.

 

[8] K. Marx, Tesi su Feuerbach, in F. Engels, Ludwig Feuerbach ed il punto d’approdo delle filosofia classica tedesca, p. 86, Ed. Editori Riuniti.

 

[9] R. Luxemburg, La crisi…, op. cit.

Ma la Cina è un’economia di mercato?

Riprendiamo dal sito Giù le mani dalla Cina e volentieri pubblichiamo, l’interessante articolo del compagno Fabio Scolari.

Buona lettura.

Redazione La Cina Rossa

 

Negli ultimi mesi sulla stampa internazionale si è sviluppato un ampio e approfondito dibattito relativo alla possibilità che alla Repubblica Popolare Cinese venga attribuito dal WTO, dopo 15 anni dal suo ingresso, lo status di “economia di mercato”. A gran voce si sono subito levate le proteste dei rappresentanti politici delle borghesie occidentali terrorizzati dal fatto che questo riconoscimento ostacolerebbe l’imposizione di dazi e misure protezionistiche nei confronti dei prodotti e delle aziende cinesi. I paladini del neoliberismo sembrano aver rapidamente cambiato opinioni sulle virtù salvifiche del libero scambio e della libera concorrenza, per trasformarsi in sostenitori del protezionismo più intransigente! Questa isteria dilagante ha avuto inoltre lo strano effetto  di saldare un’innaturale alleanza nel nostro continente tra lavoratori, privi ormai di organizzazioni politiche in grado di costruire una coscienza ideale alternativa e autonoma, e classe imprenditoriale. I timori principali, che le classi dominanti europee cercano di presentare sotto la falsa veste di “interessi generali”, sono da ricondurre al fatto che questo cambiamento potrebbe arrecare pesanti danni in termini di occupazione e crescita economica alle già dissestate economie capitalistiche occidentali.

 

I motivi addotti dagli specialisti borghesi, che anche in questo caso si dimostrano sfortunatamente molto più obiettivi di certi “comunisti” europei,  possono essere facilmente recuperati da una serie di interventi apparsi sul giornale “Sole 24 Ore”, non certo passibile di simpatie bolsceviche. A tal proposito Lisa Ferrarini scrive lapidariamente: “La Cina non è un’economia di mercato” e conclude specificando: “Tuttavia, è evidente a chiunque che quella con Pechino non è una competizione ad armi pari: la Cina è un’economia pianificata dove il ruolo dello Stato continua ad essere pervasivo, creando forti distorsioni sui meccanismi di determinazione dei prezzi e controllando direttamente ampi settori dell’economia”. Per rendere più comprensibili le posizioni in esame è necessario riportare anche una parte dell’articolo di Manfred Weber, presidente del gruppo del PPE (Partito Popolare Europeo) al parlamento europeo, nel quale egli afferma che: “La Cina ha fatto buoni progressi nell’attuazione dei suoi impegni in seno alla Wto, sin dalla sua adesione nel 2001; ma ci sono ancora problemi in sospeso: mancanza di trasparenza, esistenza di misure in Cina che discriminano le imprese straniere, forte intervento del governo nell’economia, protezione ed applicazione inadeguata della proprietà dei diritti intellettuali, restrizioni alle esportazioni cinesi di materie prime – come terre rare. I cinesi hanno mostrato come funziona il protezionismo: infatti una azienda che non produce in Cina, deve confrontarsi con elevate tariffe penalizzanti se vuole vendere i suoi prodotti sul mercato cinese. In alternativa se una azienda vuole produrre in Cina, lo può fare solo diventando partner più piccolo di un azionista di maggioranza cinese”.

Sarebbe ironico se non fosse in realtà tragico, visto lo stato moribondo delle forze anti-capitaliste nel nostro continente (tranne rare eccezioni), poter dimostrare come, attraverso le loro esatte parole, nello studio del “socialismo di mercato cinese” i nostri avversari di classe siano maggiormente obiettivi rispetto ai molti sedicenti studiosi radical-occidentali. Si è infatti assistito nei nostri paesi negli ultimi decenni alla più paradossale “attualizzazione del marxismo”, la quale da un lato decretava defunta la forma partito e gettava nel dimenticatoio tutta l’eredità storica del movimento comunista del ‘900, mentre dall’altro si celebravano i fasti di dottrine “decresciste” e movimentiste.

Un ulteriore motivo di malcelato orgoglio lo rintracciamo, e di questo ringraziamo i comunisti cinesi, nel veder la parassitaria borghesia europea annegare nelle proprie contraddizioni. A seguito delle riforme di apertura intraprese da Deng Xiaoping e ingolosite dalle opportunità di aumentare i propri profitti, utilizzando manodopera a basso costo, le “caritatevoli” classi dominanti occidentali hanno rifornito la Cina di tecnologia, conoscenze scientifiche e manageriali all’avanguardia, aiutando inconsapevolmente il Partito Comunista Cinese nella sua lotta contro la povertà e l’arretratezza del paese. I traguardi raggiunti dal gigante asiatico sono ormai noti a tutti: non solo risulta essere la seconda potenza industriale del mondo, ma conseguenza ancor più importante sta mettendo in serio pericolo il monopolio tecnologico dell’occidente. In questi ultimi anni inoltre questa nazione sta diventando centro propulsore di un possibile blocco internazionale che mentre da un lato limita l’imperialismo occidentale e favorisce la de-dollarizzazione dell’economia mondiale, dall’altro fornisce un aiuto reale a tutte quelle esperienze socialiste e anti-capitaliste che devono misurarsi con innumerevoli problemi interni e internazionali.

Sarebbe molto opportuno che chiunque volesse intraprendere una carriera politica nelle file della “sinistra radicale”, a discapito dell’impreparazione e dell’approssimazione oggi imperante, dovrebbe interiorizzare le parole di Lenin sulle qualità di un militante rivoluzionario, contenute nel “Che Fare?”. Egli infatti sosteneva che: “Un rivoluzionario fiacco, esitante nelle questioni teoriche, con un orizzonte limitato, che giustifichi la propria inerzia con la spontaneità del movimento di massa” rassomigliasse di più a “un segretario di trade-union che non a un tribuno del popolo”, il quale dovrebbe avere al contrario la capacità di “presentare un piano ardito e vasto che costringa al rispetto anche gli avversari”.

Per riproporre un “piano ardito e vasto”,  come quello di cui parla il leader bolscevico, si dovrebbe necessariamente partire dalla rivalutazione della natura “post-capitalistica” della Repubblica Popolare Cinese.  Mettere in risalto questa seppur generica etichetta risulta importante per mostrare come se da un lato si è assistito a un importante accrescimento del peso quantitativo del settore privato, dall’altro l’espropriazione del potere politico e le principali leve economiche risultano ancora controllate, grazie a una pianificazione macro-economica e alla presenza di un vasto settore pubblico, dal Partito Comunista. Certamente solo questo aspetto non potrà essere la risposta a tutti i dilemmi del mondo contemporaneo. Allo stesso modo sarebbe ancor più infantile riporre aspettative messianiche nella sua politica internazionale, sostituendola al “mito sovietico”, consapevoli al contrario delle contraddizioni e delle possibili ritirate strategiche che la classe dirigente cinese dovrà effettuare dinnanzi ai complessi problemi interni, come quelli che stanno emergendo negli ultimi anni. In ogni caso, gli abbagli teorici sulle possibilità di esportazione delle rivoluzioni, che trovano ancora qualche credito in ambienti di influenza trotzkista e non solo, crediamo che, dopo aver studiato alle scuole superiori le vicende storiche da Napoleone in poi, debbano essere abbandonate, per riconoscere invece l’importanza della “questione nazionale” e delle peculiarità di ogni paese.

L’insegnamento che in conclusione risulta certo è che, per invertire lo stato di marginalizzazione politica delle forze comuniste nel nostro paese, dopo aver abbandonato i residui caratteri eurocentrici si riconosca anche la nostra carenza in questioni eminentemente teoriche. Lungi dal liquidare e denigrare l’esperienza cinese come restaurazione del sistema capitalistico, il suo studio approfondito dovrebbe essere uno dei nostri principale compiti, al fine di scindere ciò che vi è di specifico e inapplicabile in altri contesti dagli insegnamenti universali, i quali al contrario dovrebbero essere appresi anche da tutti i comunisti europei.

Fabio Scolari

 

Il crollo progressivo del “Pivot to Asia” degli USA.

Nel novembre del 2011 Obama enucleò in Australia la strategia del “Pivot to Asia”, il cui chiaro e principale obiettivo era quello di costruire una rete di alleanze in Asia dell’imperialismo statunitense al fine di circondare e indebolire la Cina Popolare.

Se solo due stati asiatici avevano risposto positivamente alla nuova chiamata alle armi anticinese di Obama, ossia Filippine e Giappone, da qualche mese i dirigenti del paese nipponico stanno ormai cercando timidamente d tirarsi fuori e di abbandonare la strategia aggressiva made in USA e diretta contro Pechino: alla fine di aprile del 2016, infatti, il ministro degli esteri Fumio Kishida ha effettuato la prima visita in Cina in 4 anni da parte di un alto esponente del governo giapponese.

 

“Cina e Giappone lavoreranno per ridurre gli attriti e accelerare il miglioramento dei rapporti bilaterali, secondo i risultati emersi dall’incontro di Pechino tra i ministri degli Esteri Wang Yi e Fumio Kishida: piccoli passi in avanti dopo il lungo gelo e senza la conferenza stampa congiunta, a conferma del lungo percorso ancora da compiere per rasserenare l’opinione pubblica cinese sensibile al tema.

“Vogliamo sviluppare una solida e stabile relazione di buon vicinato e amicizia”, ha affermato Wang, chiedendo a Tokyo di smettere di dipingere Pechino come una minaccia e di fare di più sul passato bellico per arrivare al salto qualitativo auspicato dei legami. “C’è la conferma dell’importanza delle relazioni di Giappone e Cina e per l’ulteriore miglioramento abbiamo deciso che le parti devono fare sforzi”, ha osservato Kishida, primo ministro degli Esteri nipponico in visita in Cina negli ultimi quattro anni e mezzo, a causa del blackout diplomatico seguito allo scontro sulle isole Senkaku/Diaoyu. “

Fonte : “Cina-Giappone: passi verso disgelo”, in www.ansa.it