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Relazione 7 Aprile 2017

Care Compagne e Compagni nel mio intervento intendo mettere in evidenza dei dati presi da fonti sicuramente non comuniste e di sinistra sulla Cina, che dimostrano in modo inequivocabile quanto in Cina sia ancora importante lo Stato nell’economia socioproduttiva del grande paese asiatico.
Persino negli studi dei centri di ricerca occidentale e sulla stampa borghese si possono ritrovare delle notizie interessanti che forniscono un processo di riproduzione corretto e materialistico della realtà concreta della Cina contemporanea e della sua proteiforme e stimolante dinamica.
Parto da un rapporto elaborato di recente dall’Istituto statistico Euromonitor, pubblicato anche dal Corriere della Sera all’inizio di marzo: in esso veniva dichiarato apertamente che, dal 2005 al 2016, il salario degli operai e delle tute blu cinesi era triplicato passando dai 1,20 euro del 2005 ai 3,60 euro del 2016, quindi quasi raggiungendo lo stipendio medio degli operai portoghesi e sempre non tenendo conto del costo della vita, inferiore in Cina rispetto a Lisbona.
Come operaio, mi piacerebbe molto che anche in Italia dal 2005 al 2016 il salario mio e di tutta la classe lavoratrice si fosse triplicato: ma vi posso garantire, anche in base alla mia esperienza concreta di quest’ultimo decennio, che purtroppo non è successo niente di simile nel nostro paese ma viceversa si è verificato un ulteriore calo del potere d’acquisto reale di noi lavoratori, come del resto è emerso dal rapporto pubblicato di recente dalla Confederazione dei sindacati europei che dimostra che il salario reale in Italia è diminuito ogni anno del 0,3 percento dal 2009 al 2016.
A questo punto, come ha notato anche il giornalista Alberto Benzoni, sorgono subito tre questioni molto interessanti per i comunisti, derivanti dalla triplicazione dei salari operai cinesi.
“La prima riguarda la globalizzazione. Ci hanno raccontato che era un vincolo obbligante; ma non sarà forse un processo aperto a vari tipi di gestione ?
La seconda ha a che fare con il rapporto tra stato e mercato. Ci hanno raccontato che il primo dovesse essere al servizio del secondo; fino a farsi sempre più da parte. Il modello cinese non dimostra invece il contrario ?
La terza ha a che fare con l’Europa. Ci hanno raccontato che essa dovesse rafforzare i propri legami economici (vedi TTIP) e politico-militare (vedi NATO) a contrastare l’aggressività russo-cinese. Non è invece, forse, suo interesse aprirsi collettivamente ad ogni tipo di collaborazione per costruire un mondo senza egemonie e basato sul concerto tra le nazioni?”
Fornisco altri dati oggettivi e indiscutibili che servono a smentire le menzogne e le leggende metropolitane, ancora oggi molto diffuse nel mondo occidentale, rispetto alla realtà della Cina contemporanea.
Secondo dati forniti dall’ONU, l’aspettativa media di vita del 2013 è inoltre salita a più di 75 anni, rispetto ai 45 anni del 1960 e alla mortalità inenarrabile che gravava invece sugli operai e contadini cinesi prima della grande rivoluzione del 1949, promossa e guidata dal Partito Comunista e dal compagno Mao Zedong.
Non solo: sempre in base a dati ONU nel 2010 il tasso di alfabetizzazione dei giovani cinesi in età compresa tra i 15 e i 24 anni raggiungerà ormai il 99,5% del totale contro l’82% del 1981, per non parlare poi della diffusa piaga dell’analfabetismo di massa che opprimeva le masse popolari cinesi prima del 1949.
Non risulta pertanto strano o casuale che, come ha ammesso a denti stretti anche il Corriere della Sera del dicembre 2014, in un articolo scritto da Carola Traverso Saibante, il numero degli studenti universitari e parauniversitari in Cina sia decollato dai 12,3 milioni del 2000 fino alla quota di 34,6 milioni nel corso del 2013, quasi triplicando in meno di 15 anni e superando la metà dell’attuale popolazione italiana.
Sempre sui mass-media borghesi del mondo occidentale sono inoltre emersi negli ultimi mesi alcune ricerche che illuminano il processo di analisi relativo ai rapporti sociali di produzione esistenti attualmente in Cina.
Ad esempio da molto tempo la rivista statunitense Fortune – apertamente anticomunista – pubblica ogni anno una particolare e accurata lista, denominata “Fortune Global 500”, sui principali 500 gruppi di aziende economiche su scala mondiale: l’ultimo di tali studi è apparso nell’estate del 2016.
In tale rapporto emerge che vi sono ben 98 aziende cinesi e che le prime undici più grandi imprese cinesi nella “Top 500” planetaria (in termini di fatturato) siano di proprietà pubblica, in tutto o in grande parte.
Tali aziende cinesi, a proprietà statale o municipale, sono:

– State Grid, seconda nella classifica Fortune e dietro solo alla Wal-Mart statunitense, con un fatturato nel 2015 pari a ben 329 miliardi di dollari e a circa un sesto del prodotto interno lordo italiano dello stesso anno;
– China National Petroleum, terza nella classifica Fortune e con un fatturato nel 2015 equivalente a 299 miliardi di dollari;
– Sinopec Group, quarto posto nella classifica Fortune e con un fatturato nel 2015 pari a 294 miliardi di dollari;
– Industrial and Commercial Bank of China, con 167 miliardi di dollari di fatturato;
– China Costruction Bank, con 147 miliardi di dollari di fatturato;
– China State Costruction Enginering (27° posto), con 140 miliardi di dollari di fatturato;
– Agricultural Bank of China (29° posizione), con 133 miliardi di dollari di fatturato;
– Bank of China (35° posizione), con un fatturato nel 2015 pari a 122 miliardi di dollari;
– China Mobile Communications (45° posizione della lista Fortune), con un fatturato pari a 106 miliardi di dollari;
– SAIC Motor (46° posizione), fatturato pari a 106 miliardi di dollari;
– China Life Insurance (54° posizione), fatturato pari a 101 miliardi di dollari.

Sono dati apparentemente aridi, ma viceversa ricchi di lezioni concrete.
Infatti il totale del fatturato del 2015 delle prime undici aziende cinesi, tutte di proprietà statale (completamente o in gran parte), è risultato pari a 1.944 miliardi di dollari: ossia il 20 percento e un quinto del prodotto interno lordo cinese del 2015.
Circa un quinto del PIL cinese del 2015 risultava quindi di proprietà statale e di solo undici aziende cinesi, di solo undici colossi di proprietà pubblica; undici aziende statali il cui fatturato era quasi pari all’intero PIL italiano nello stesso anno di riferimento.
Si tratta di un risultato di grande importanza e proveniente tra l’altro da una fonte insospettabile come Fortune, rivista di salda fede anticomunista e ostile a Pechino: ma nel rapporto in oggetto del giornale statunitense emerge altresì un altro dato di fatto, un diverso “fatto testardo” (Lenin) sempre di notevole interesse politico e socioproduttivo.
Infatti nella “Top 500” mondiale della lista Fortune del 2016 sono comprese 98 aziende cinesi, escluse le aziende di Taiwan e Hong Kong: e di tali 98 colossi cinesi ben 76 aziende risultano di proprietà e di dominio pubblico.
Quindi ben 76 delle più grandi aziende cinesi sono in mano allo stato e alle municipalità cinesi, in tutto o in larga parte, e solo 22 imprese della classifica di Fortune non appartengono alla sfera pubblica: tre quarti di esse, quindi, sono di proprietà collettiva e, come si è già visto, sempre in mano allo stato risultano le prime 11 aziende cinesi all’interno della “Top 500” di Fortune.
Di sfuggita: tutte queste 76 imprese pubbliche esprimono un fatturato come minimo superiore ai 20 miliardi di dollari, e quasi sempre superiore a quello di Telecom Italia.
In tale graduatoria, escluse le aziende di Taiwan e Hong Kong: e di tali 98 colossi cinesi ben 76 aziende risultano di proprietà e di dominio pubblico.

Un dato sorprendente almeno agli occhi occidentali, come del resto un altro “fatto testardo” in base al quale all’inizio del 2017 la catena di McDonald’s in Cina è diventata in larga parte di proprietà statale, pubblica.
Leggiamo assieme l’articolo pubblicato dall’insospettabile “Il Giornale”, anticomunista e ostile a Pechino, all’inizio del gennaio 2017.
“Pechino statalizza gli hamburger Usa. Aprono 2.200 negozi “Mao” Donald’s.
Un simbolo del capitalismo a stelle e strisce nel paradiso del libretto rosso.
Sarà il nuovo MaoDonald’s o si chiamerà sempre McDonald’s?
Già perché in Cina sarà ora il colosso Citic a gestire gli oltre 2.200 negozi in franchising di McDonald’s.
Ovvero Pechino ha deciso di statalizzare gli hamburger americani.
Un’operazione economica da due miliardi di dollari in attesa ancora di essere ufficializzata.
Sempre nell’articolo pubblicato il 15 gennaio del 2017 da parte dell’anticomunista “Il Giornale” venne altresì citato un altro concreto elemento socioproduttivo, assai importante nella Cina contemporanea e del 2017: un dato di fatto molto indicativo ma quasi sempre ignorato da gran parte dei comunisti (o presunti tali) e delle forze antagoniste (o presunte tali) del mondo occidentale, a partire dall’Italia in pesante declino all’inizio del terzo millennio.
Il dato di fatto in oggetto è semplice. Anche nella Cina del 2017, come all’inizio degli anni Cinquanta, la proprietà della terra risulta di proprietà pubblica e in mano allo stato, anche se in parte viene concessa in usufrutto alle comunità contadine cinesi: coltivatori diretti o cooperative agricole, che nel 2012 contavano un terzo di produttori rurali della nazione asiatica.
Sempre di proprietà pubblica risulta il gigantesco “tesoro” pubblico cinese, composto da enormi riserve di valute straniere, metalli preziosi e titoli di stato esteri: un “tesorone” statale pari nel 2016 a circa 3.000 miliardi di dollari, ossia a circa una volta e mezzo il PIL italiano dello stesso anno.
In conclusione anche in base a diverse fonti anticomuniste la Cina contemporanea presenta e rivela una matrice socioproduttiva prevalentemente collettivistica, di natura statale, cooperativa e municipale a secondo dei casi.
Solamente le aziende statali cinesi sotto la diretta amministrazione delle autorità centrali di Pechino hanno espresso, nel corso del 2016 un fatturato complessivo pari a quasi 3.500 miliardi di dollari e a un terzo del PIL cinese, raggiungendo profitti equivalenti a 178 miliardi di dollari, come ha rivelato proprio il Quotidiano del Popolo di Pechino in data 30 gennaio 2017.
Sono numeri e fatti testardi che parlano da soli.
Questa trama e tessuto di relazioni socioproduttive di matrice pubblica e collettivistica produce ovviamente delle conseguenze positive ed estremamente forti anche rispetto al tenore di vita e al benessere materiale-culturale delle masse lavoratrici e degli operai cinesi.
Infatti già nel 2013, come ha ammesso l’insospettabile banca elvetica Credit Suisse, i trentenni cinesi guadagnavano ormai più dei trentenni italiani: niente male, per un paese nel quale prima del 1949 e della vittoria del Partito Comunista i trentenni cinesi salariati di allora spesso erano costretti a morire di fame o di malattie facilmente curabili.

Massimo Leoni, Associazione Primo Ottobre di amicizia Italia-Cina

Relazione del compagno Daniele Burgio “La Cina dopo la grande crisi finanziaria del 2007/2008.”

Relazione del compagno Daniele Burgio tenuta a Roma nel 2015 in occasione dell’incontro “La Cina dopo la grande crisi finanziaria del 2007/2008.
Buona lettura
Innanzitutto ringrazio, a nome dell’ “Associazione Primo Ottobre di amicizia Italia-Cina”  e della Redazione “La Cina Rossa”, l’Associazione “Marx XXI”  per il gentile invito a partecipare a questa utile e interessante riunione con i compagni cinesi.

 

Studiando e analizzando con le nostre modeste forze la gigantesca e multilaterale  dinamica di sviluppo della Cina contemporanea, abbiamo notato con estremo piacere l’importanza che il partito comunista cinese giustamente attribuisce alla filosofia e al materialismo dialettico, inteso come stella polare della praxis concreta dei comunisti.

Ad esempio sempre il compagno Xi Jinping, segretario del Partito Comunista Cinese, ha notato giustamente in un suo discorso del 24 gennaio 2015, ampiamente pubblicizzato dai mass-media cinesi, che: “studiare il materialismo dialettico e materialismo storico aiuterà gli iscritti del Partito Comunista Cinese a ottenere una migliore comprensione della filosofia marxista”, aggiungendo altresì in modo significativo che: “l’ideologia marxista deve essere il cuore del partito comunista cinese” e che “il metodo dialettico può aiutare ad affrontare i problemi complessi e portare a effettuare delle decisioni strategiche evitando i lati svantaggiosi”, imparando sempre “dall’esperienza che è la migliore maestra”.

Mentre gran parte della sinistra antagonista occidentale ha dimenticato persino l’esistenza stessa della filosofia marxista, per non parlare poi di un suo eventuale utilizzo concreto, sempre il compagno Xi Jinping, ha invece sottolineato l’importanza e il ruolo positivo svolto dal materialismo dialettico in qualità di strumento teorico e sociale indispensabile per il processo di sviluppo attuale della Cina (prevalentemente) socialista, anche per affrontare e superare le contraddizioni socioeconomiche del XXI secolo.

Partendo dalla giusta premessa teorica e politica elaborata dal compagno Xi Jinping, crediamo che sussista ormai l’urgente necessità, oggettiva e soggettiva, di avviare un processo di sviluppo del marxismo nel senso creativo e non-dogmatico, anche per facilitare la creazione di un solido fronte unico tra gli intellettuali progressisti e anti imperialisti di tutto il mondo.

Sempre utilizzando al meglio le nostre modeste forze abbiamo cercato di elaborare la teoria dell’effetto di sdoppiamento, prendendo come esempio e a tal fine sia le lettere scritte da Karl Marx a Vera Zasulich nel 1881, sia lo splendido scritto di Lenin intitolato “A proposito della dialettica”, nel quale si affermò giustamente che “lo sdoppiamento dell’uno… è l’essenza della dialettica”.

A nostro avviso dopo il 9000 a.C. e fino ad arrivare ai nostri giorni e all’inizio del terzo millennio, si è aperta l’epoca del surplus (costante e facilmente accumulabile), al cui interno si è a sua volta creata la potenzialità costante e l’esistenza concreta sia di rapporti di produzione/distribuzione collettivistici che di relazioni di produzione/distribuzione classisti, fondate invece sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Si è trattato e si tratta tuttora di un processo socioproduttivo e politico sociale di durata plurimillenaria che partì dalla proto-città collettivistica di Gerico nell’8500 a.C., oltre che dalle splendide civiltà collettivistiche cinesi di Peiligang e Yangshao, fino ad arrivare via via anche alla Cina contemporanea del 1978-2015, con la sua coesistenza conflittuale tra egemoni e dominanti rapporti sociali di produzione socialisti e le relazioni di produzione invece di matrice capitalistica.

Si tratta della particolare e creativa NEP cinese introdotta dal 1978 dal compagno Deng  Xiaoping e dal partito comunista cinese: un modello socioeconomico che ha dimostrato nella pratica di saper reggere l’urto della tremenda crisi produttiva che ha colpito il mondo capitalista, a partire dal 2007/2009.

 

Grazie dell’attenzione.

Ancora sull’«Effetto di sdoppiamento»

da Sinistrainrete
Qui di seguito una lettera del compagno Enrico Galavotti con la nostra risposta sulle discussione aperta con tema l’Effetto di sdoppiamento:

 

«Per me resta esagerato far risalire la civiltà a 9000 anni fa (singole città, come p.es. Gerico, non fanno testo perché rappresentano delle eccezioni). La nascita dell’agricoltura e dell’allevamento di per sé non implica la nascita delle classi. Diciamo che i problemi insorgono quando gli allevatori si contrappongono agli agricoltori, ma questo, su ampia scala, in varie parti del pianeta, ha cominciato ad avvenire 6000 anni fa. Una specializzazione in una mansione lavorativa di per sé non implica un antagonismo sociale.

Che poi una città come Gerico appartenesse allo stile collettivistico, quello stile tipico del paleolitico, per me è un controsenso. Una qualunque città esprime uno stile di vita non conforme a natura, quindi anticollettivistico per definizione. La città tende inevitabilmente a schiavizzare la campagna circostante, proprio perché non può pretendere l’autonomia alimentare. Essa implica già una sorta di stratificazione sociale e la comparsa della religione, che le è sempre correlata.

Lo stesso concetto di “regresso a fasi più primitive” per me non vuol dire nulla, proprio perché non possiamo interpretare il passato con gli occhi del nostro presente. Il fatto stesso che popolazioni stanziali “progredite” venissero sconfitte da popolazioni nomadiche “arretrate”, sta a indicare che il concetto di “progresso” è quanto mai opinabile. Cioè non è la sofisticazione dei mezzi tecnologici che può valere come indice del “bene-essere” di un collettivo.

Anche il fatto che la proprietà della terra fosse collettiva (nel modo di produzione asiatico), per me non significa che non si fosse in presenza di una sorta di schiavizzazione sociale. Semplicemente si trattava di una forma di subordinazione diversa da quella che s’è venuta formando in Europa, che indubbiamente aveva caratteri più privatistici. La vera collettivizzazione è esistita soltanto quando l’uomo si considerava un ente di natura e faceva molta attenzione a non anteporre le proprie esigenze produttive e riproduttive a quelle della natura».

* * *

La “linea rossa” neolitica dall’America alla Corea, dall’Africa alla Cina
Caro Enrico, non è in alcun modo vera la tua tesi in base alla quale Gerico (8500-7000 a.C.) abbia costituito uno dei casi isolati di protourbanesimo neolitico di matrice collettivistica, contraddistinto dalla proprietà comune dei principali mezzi di produzione, da un processo di distribuzione egualitaria del surplus/plusprodotto e dalla parità materiale “gilanica” tra i sessi.

Le moderne ricerche storiografiche e archeologiche dimostrano infatti esattamente il contrario, attestando la riproduzione plurimillenaria e dal 9000 a.C. al 3900 a.C. di una “linea rossa” collettivistica che ha via via espresso concretamente una dimensione planetaria passando dalla Corea agli Anasazi degli odierni Nuovo Messico e Arizona, oltre a ottenere dei risultati tecnologici e produttivi eccezionali quali la creazione dell’epoca del surplus, la protoscrittura elaborata dalle società di Varna e Vinca nei Balcani, la fusione del rame e l’aratro create dai “rossi” Ubaid, le opere di irrigazione su larga scala, ecc.

Siamo quindi in presenza di civiltà di matrice collettivistica e di formidabili successi nel processo di sviluppo delle forze produttive, ottenuti grazie allo stimolo fecondo della “linea rossa”, che furono per forza di cose e senza alcuna colpa ignorati da Marx ed Engels: i due grandi rivoluzionari tedeschi morirono infatti rispettivamente nel 1883 e nel 1895, in un periodo in cui purtroppo tutte le società e le culture neolitiche che elencheremo tra poco risultavano ancora sconosciute e nel quale solo da poco si era scoperta persino l’esistenza della società classista-teocratica dei Sumeri, sorta e formatasi a partire dal 3700 a.C.

A questo punto passiamo al processo di verifica dei “fatti testardi” (Lenin) che supportano concretamente la teoria dell’effetto di sdoppiamento rispetto al lungo periodo neolitico e calcolitico, ossia l’epoca della produzione del rame, fornendo simultaneamente tutta una serie di informazioni anche sulle società classiste e sulla “linea nera” operante già nella fase storica in via di esame.

La più avanzata e dinamica tendenza socioproduttiva, la “linea rossa” del periodo Neolitico-Calcolitico, si è basata su rapporti di produzione collettivistici, sulla gilania (uguaglianza tra i sessi) e su una determinata forma politica di chefferies, il clan conico, finalizzata alla tutela delle relazioni produttive cooperative mediante il controllo di una distribuzione sostanzialmente ugualitaria del surplus, spesso indirizzata verso lavori di comune utilità: si trattò di società che spesso si riprodussero ininterrottamente per molti secoli (o addirittura millenni), superando a volte gravi problemi geoclimatici (alluvioni, processi di desertificazione, ecc.) e coinvolgendo nel loro sviluppo milioni e milioni di esseri umani.1

Il punto di partenza del segmento collettivistico delle società neolitiche venne costituito da Gerico, una delle più grandi meraviglie della storia, dato che proprio nel centro palestinese a partire dall’8500 a.C. venne progressivamente creata la prima civiltà urbana del genere umano in quella che diventò la capitale del mondo per più di duemila anni: i clan neolitici della città e della limitrofa area siro-palestinese non solo riuscirono a domesticare il grano, l’orzo, il farro e i maiali poco dopo il 9000 a.C., “inventando” l’agricoltura e l’allevamento nell’area mediterranea, ma effettuarono anche un’altra grande scoperta storica, la costruzione di piccole città.

Gerico nacque come piccolo villaggio attorno al 9000 a.C. in una fertile oasi nel deserto, diventando con il tempo un importante centro commerciale del periodo protoneolitico in un’area in cui vennero coltivati orzo e grano, innescando un lento processo di selezione delle sementi più produttive attraverso una lunga pratica cooperativa.

In pochi secoli, tra l’8900 ed il 8400 a.C., i clan collettivistici del luogo edificarono una piccola città con una caratteristica serie di abitazioni ovali, composte da mattoni di fango essiccato con un intonaco levigato dipinto di rosso; nella fase immediatamente successiva dello sviluppo di Gerico apparvero delle case rettangolari con molte stanze e dei microsantuari per la Dea, mentre la popolazione aumentò progressivamente fino a superare le duemila unità in una data anteriore al 7000 a.C., uomini e donne che vivevano in un’area calcolata in oltre quattro ettari e che superava per dimensioni quella di buona parte dei centri urbani formatisi nell’Europa occidentale durante il XV secolo della nostra era.2

Non solo: gli abitanti di Gerico erano circondati e difesi da una cinta muraria, munita di torri difensive alte fino a dieci (10!) metri dimostrando che già dieci millenni or sono l’arte edilizia aveva raggiunto livelli di sviluppo impressionanti, confermati del resto anche dalle costruzioni realizzate nel 9000 a.C. dai cacciatori-raccoglitori di Gobekli Tepe.

Non solo. Fin dall’8300 a.C. Gerico commerciò con altre tribù e villaggi dell’Asia Minore da cui importava principalmente l’ossidiana, un vetro naturale di colore nero, mentre il processo di sepoltura egualitaria dei teschi era accompagnata dal modellamento in argilla dei lineamenti dei viventi sui crani che venivano sepolti: si trattò della più antica forma di ritrattistica del singolo individuo, accompagnata anche dai primi segni di sviluppo di un’arte statuaria in grado di utilizzare l’argilla.3

Non era un fenomeno casuale: attorno al 6500 a.C., nell’area del Vicino Oriente e a Gerico si era diffusa l’arte della ceramica con la produzione stabile di oggetti e utensili di argilla, cotta col fuoco e variamente decorata, mentre già molto prima le case avevano porte munite di stipiti in legno e veri e propri lavandini emergevano dai pavimenti, molto spesso decorati.4

L’esperienza di Gerico non rimase sicuramente isolata, visto che nella regione palestinese-siriana essa era circondata da tutta una serie di villaggi “minori” del periodo natufiano quali Ain Mallaha, Nureybet, Ramad, Munhata e Beidha, mentre la rivoluzione produttiva ed urbana si estese progressivamente nell’8000-6000 a.C. a tutto il Vicino Oriente, dall’attuale Turchia (sito di Asili, 8000 a.C.) fino a Cipro (sito di Khirokitya, VI millennio a.C.), in presenza quasi ovunque dell’egemonia dei rapporti di produzione collettivistici.5

Saltano infatti subito all’occhio la sostanziale uniformità delle abitazioni di Gerico, la costruzione di silos collettivi per il deposito di grano ed orzo e i metodi di sepoltura egualitaria, limitati al solo cranio: la capacità ormai acquisita dalle tribù siropalestinesi di organizzare grandi lavori collettivi, quali la stessa produzione agricola e la costruzione di alte mura e di gigantesche torri per difendersi dagli attacchi predatori delle tribù di cacciatori-raccoglitori, permisero senza problemi la riproduzione plurimillenaria (seppur con qualche lunga interruzione storica) del primo e splendido modello di chefferie collettivistica.

La seconda concretizzazione della “linea rossa” neolitica è costituita dalla città anatolica di Catal Hüyük, sviluppatasi tra il 6600 ed il 5600 a.C.

Otto millenni or sono, la civiltà neolitica di Catal Hüyük (odierna Turchia) contava circa 6000 abitanti distribuiti in modo egualitario su un complesso abitativo che si estendeva con circa mille case su uno spazio di 1,5 Km2. Le omogenee case di mattoni e legno erano di forma rettangolare e consistevano in una o due stanze, mentre gli interni venivano decorati con cornici di legno rosso, rivestiti di creta e dipinti: visto che le case erano tutte contigue, oltre che uniformi esternamente, la “circolazione” avveniva sui tetti dove si apriva l’ingresso della casa, mentre una parte delle case era adibito a microcappelle per onorare la Dea Madre.

Gli abitanti neolitici di Catal Hüyük non solo erano abili artigiani nel campo dei monili, dell’ossidiana e della produzione dei tessuti, ma nel 6000 a.C. conoscevano già l’arte della ceramica ed i suoi segreti; sul piano agricolo essi utilizzavano su larga scala degli efficienti microimpianti di irrigazione artificiale, mentre il ritrovamento di numerosi piccoli santuari adorni di dipinti parietali e di offerte votive destinate alla Dea Madre (e altre divinità-totem) attestano il notevole livello di sviluppo artistico raggiunto dalla civiltà anatolica in esame.6

Inoltre, come è stato mostrato dall’archeologo britannico James Mellaart, la civiltà di Catal Hüyük conosceva a metà del VI millennio a.C. la metallurgia: lo studioso inglese ha infatti scoperto nel sito anatolico delle scorie che indicavano l’estrazione del rame dal minerale attraverso un processo di fusione, mentre tecniche analoghe vennero in seguito impiegate nell’area siropalestinese tra il 4500 ed il 4200 a.C. con l’utilizzo di fornaci che mantenevano il fuoco alla temperatura di 1084° necessaria per la fusione. Sempre a Catal Hüyük si è trovate una serie di stampi di argilla cotta, utilizzati per fare tatuaggi e (probabilmente) disegni per abiti in quella che diventò la prima protoforma di tecnologia di stampa, scoperta circa sette millenni prima dei cinesi e di Gutenberg.7

Queste conquiste tecnologico-produttive vennero raggiunte in presenza di rapporti di produzione prevalentemente collettivistici e matriarcali, come dimostrato dal culto della Dea e dall’uniformità delle abitazioni: nonostante l’esistenza di alcune limitate forme di differenziazione socioeconomica, gli abitanti di Catal Hüyük ignoravano precisi segni distintivi della chefferie protoclassista quali l’esistenza di grandi e numerosi edifici religiosi, di tombe speciali destinate a pochi privilegiati e di abitazioni molto più ampie e sfarzose della media di quelle poste a disposizione dei lavoratori manuali.

La terza “stazione” è formata dalla civiltà Al-Ubaid, sviluppatasi in Mesopotamia tra il 4900 ed il 3900 a.C. e protagonista di un nuovo grande salto di qualità produttivo nella storia del genere umano; essa precedette ed interagì direttamente con la prima fase di sviluppo della società classista dei sumeri, i quali molto probabilmente vissero a stretto contatto con le popolazioni ubaidiche per un lungo periodo incorporandone via via le conquiste produttive e culturali, a partire dal 3900-3800 a.C.

La civiltà Ubaid non si limitò a produrre statuette dal corpo umano con il volto di serpente, probabilmente collegati al culto della Dea Madre, ma riuscì ad ottenere nell’ultima fase della sua esistenza (periodo tardo Ubaid, 4200/3900 a.C.) una serie impressionante di successi in campo agricolo e tecnologico, che in seguito vennero imitati su larga scala ed affinati dalla civiltà sumera (periodo antico Uruk) nella stessa area geopolitica, tra il 3800 ed il 3400 a.C.: non a caso quest’ultima ereditò dai suoi predecessori collettivistici tutta una serie di termini tecnico produttivi, quali engar (agricoltore) ed apin (aratro), simug (fabbro) e udur (pastore).8

Alcuni storici, tra cui M. Liverani, hanno definito giustamente la brusca accelerazione impressa dagli Ubaid allo sviluppo delle forze produttive sociali come la “rivoluzione secondaria” del Neolitico, composta in campo agricolo da tutta una serie di innovazioni strettamente connesse tra loro e capaci di sfruttare al meglio alcune condizioni geonaturali potenzialmente molto favorevoli.

Per facilitare il processo di mietitura di grandi estensioni cerealicole, la civiltà Ubaid introdusse infatti un attrezzo quale il falcetto di terracotta, a forma di mezzaluna e con il bordo interno affilato, il cui costo di produzione era estremamente basso in confronto a qualunque altro tipo di lama, in selce o rame.

Inoltre gli Ubaid seppero sfruttare con estrema efficacia l’intreccio di fiumi e acquitrini naturali che contraddistingueva la parte finale del corso del Tigri e dell’Eufrate, realizzando nel corso dei secoli un’estesa rete di canali e un’ottima sistemazione idraulica del terreno basso-mesopotamico. Nella loro ultima fase di esistenza essi crearono il campo lungo, nel quale il processo di irrigazione a solco veniva praticato su sottili strisce parallele tra di loro e che si estendevano in lunghezza per molte centinaia di metri, in leggera pendenza: si aveva pertanto una “testa alta” adiacente al canale da cui ricavavano l’acqua e una “testata bassa”, verso gli acquitrini o i bacini di drenaggio, in modo tale che l’acqua inondasse solo i solchi. Ovviamente il campo lungo, data la sua dimensione e il suo posizionamento rispetto al canale d’irrigazione, richiedeva un lavoro collettivo coordinato e una pianificazione centrale, ma consentiva d’altro canto un enorme innalzamento del livello medio di produttività.9

Sempre in epoca tardo-Ubaid venne infine introdotto l’aratro a trazione animale, strettamente collegato alla lavorazione del campo: l’aratro permise di scavare solchi rettilinei della lunghezza di molte centinaia di metri e al momento della semina lo strumento a trazione animale si trasformava in aratro-seminatore, mediante l’installazione di un imbuto a cannello che consentiva di collocare i semi uno per uno ed in profondità dentro nel solco.

La connessione strettissima creatasi tra campo lungo, irrigazione a solco ed aratro a trazione animale permette di attribuire loro una collocazione temporale approssimativa nel periodo tardo-Ubaid, quasi due secoli prima del sorgere dell’egemonia dei Sumeri e intorno al 4000 a.C.

«I falcetti di argilla, che per la loro materia sono l’unico elemento dell’intero complesso che sia archeologicamente ben visibile, si distribuiscono attraverso il periodo tardo-Ubaid e antico-Uruk, per essere poi evidentemente soppiantati da altro tipo di attrezzo – a differenza delle altre innovazioni che permarranno per millenni. Se esaminate tutte assieme, queste innovazioni si situano dunque a ridosso della grande esplosione demografica e organizzativa del periodo tardo-Uruk: non possono risalire più indietro della fase matura di Ubaid, e devono aver raggiunto la pienezza organizzativa con la fase antico-Uruk.

Si può anzi proporre che mentre l’uso del falcetto d’argilla (che implica un’intensificazione della cereali-coltura, ma non è necessariamente legato alle altre innovazioni) sembra introdotto in uso abbastanza presto durante il periodo Ubaid, invece le innovazioni più significative e strettamente interconnesse possono collocarsi a immediato ridosso del periodo Uruk, intorno al 4000 a.C.»10

La seconda grande rivoluzione neolitica produsse un enorme aumento della produttività del lavoro sociale, non molto lontano da quello raggiunto in precedenza nell’area palestinese-siriano attorno al 9000-8000 a.C.

«Questo complesso di innovazioni, impostato su un’organica sistemazione idraulica del territorio e sull’impiego della trazione animale, deve aver avuto un impatto sulla produttività agricola della bassa Mesopotamia che è senz’altro paragonabile all’introduzione della meccanizzazione nell’agricoltura moderna. Si potrebbero forse tentare dei calcoli più specifici: si è già detto che la messa a dimora dei semi produce un aumento della produttività valutato del 50% rispetto alla semina per dispersione; l’uso dell’aratro comporta rispetto all’uso della zappa un risparmio di tempo quantificabile; e così via. In complesso, non è certo azzardato ritenere che i passaggio dal sistema tradizionale (dissodamento a zappa, semina a getto, irrigazione per inondazione) di dimensione familiare, ad un complesso tecnico-organizzativo come quello ora descritto deve aver comportato un aumento di produttività (a parità di risorse umane impegnate) in un ordine di grandezza stimabile tra il cinque a uno e il dieci a uno.

Questo che possiamo ben chiamare una rivoluzione delle tecniche agricole, e che si sviluppò nell’arco di alcuni secoli a ridosso della rivoluzione urbana e delle formazioni proto-statali, è un evento storico di enorme rilievo, ed è in vario modo archeologicamente documentato. È stupefacente constatare quanto poco se ne parli nella corrente letteratura storico-archeologica sull’argomento, prevalentemente accentrata sugli sviluppi della struttura sociale e dell’élite dirigenti, sviluppi spesso estraniati da quelli relativi al modo di produzione.»11

La risposta alla questione posto dall’autorevole storico M. Liverani viene probabilmente dal fatto che la struttura sociopolitica degli Ubaid era incentrata su un “clan conico” in cui le disuguaglianze socioeconomiche tra gli abitanti erano ridotte al minimo, fatto evidentemente poco apprezzato da larga parte degli storici, ma resta il fatto innegabile che un aumento di produttività pari ad almeno cinque volte rappresentò indubbiamente un’accelerazione eccezionale nel processo di sviluppo qualitativo delle forze produttive, che si unì tra l’altro ad altre innovazioni introdotte o adottate su larga scala dalla cultura Ubaid.12

Attorno al 4500-4200 a.C. alcune zone del Vicino Oriente (e gli Ubaid) conoscevano infatti da tempo la tecnica della metallurgia per la fusione del rame ed i primi elementi del processo di creazione di strumenti di lavoro e di armi prodotti con tale minerale, visto che le fornaci dell’epoca Calcolitica permettevano di mantenere il fuoco alla temperatura di 1084°C necessaria per la riduzione allo stato liquido del rame puro.

Inoltre tra gli Ubaid non solo si sviluppò la produzione su larga scala di contenitori in ceramica, di vasellame da tavola (brocche, tazze e bicchieri) e da cucina (pentole), ma tale lavorazione si poté avvalere delle forme primordiali di torni con piattaforme girevoli; del resto anche la tessitura del lino, ed in subordine della lana, si realizzò concretamente mediante l’utilizzo di telai di tessitura a pesi nel processo produttivo degli Ubaid i quali, nel loro ultimo periodo di esistenza, seppero creare anche alcuni tra i primi oggetti vetrificati in superficie all’interno dell’area del Medio Oriente. 13

Il processo di urbanizzazione della civiltà Ubaid, nelle sue ultime fasi di esistenza storica, era già abbastanza avanzato e si esprimeva con l’esistenza di una serie di cittadine quali Eridu, Tell’Uqair, Tell’Abada e Tell Ubaid, nelle quali emersero degli edifici di culto sempre più estesi che «possono avere assunto e ridefinito vecchie pratiche di “magazzino comune”» (Liverani); infine è molto probabile che i sorprendenti Ubaid avessero riprodotto la ruota e i primi veicoli a ruota, dato che già da un vaso dell’età halafiana (la civiltà che precede storicamente Ubaid) sembra sia stata dipinta “la più antica rappresentazione di un veicolo a ruote” finora scoperta.14

Ma il dato storico che più sorprende consiste nel carattere sostanzialmente egualitario assunto dalla chefferie degli Ubaid, che si riprodusse anche in presenza della “seconda rivoluzione” neolitica e di quella quintuplicazione del rendimento produttivo medio (decuplicazione nelle stime più ottimistiche) sopra citata.

M. Liverani notò che «innanzi tutto si tratta di una cultura piuttosto egualitaria e piuttosto severa: priva di vistosi dislivelli, di fenomeni di accentramento, di tesaurizzazione e di ostentazione, o altro. Si pensi alla ceramica, che la produzione in serie, alla “ruota lenta”, depriva di quelle vivaci caratterizzazioni e decorazioni delle culture precedenti. Si pensi all’assenza di vistose differenze nella dimensione e la struttura degli abitati, che ove scavati su estensioni sufficienti (nel caso di Tell es-Sawwan e di Tell’Abada) colpiscono assai più per il loro aspetto omogeneo che non per la presenza di ovvie gradazioni dimensionali (sulle quali comunque torneremo più avanti). Si pensi all’omogeneità e povertà delle sepolture (ogni inumato è accompagnato da un paio di vasi di tipo standard e da un modesto ornamento personale), senza quella concentrazione diversificata di ricchezza che normalmente fornisce l’indicatore privilegiato per l’emergenza di élite. Si pensi più in generale all’estrema rarità, per non dire assenza (sia in contesti funerari sia di abitato), di materiali e oggetti di pregio e di importazione, come metalli o pietre semi-pregiate.

Questo carattere severo e sostanzialmente egualitario della cultura Ubaid può non stupire di per sé, ma deve certamente stupire se rapportato al fatto che proprio allora s’innescava quella decuplicazione dei rendimenti agricoli, quella possibilità di eccedenze sostanziose, di cui abbiamo detto sopra. La crescita demografica complessiva, nonché la floridezza generalizzata deducibile dalla dimensione e dalla fattura tecnica delle abitazioni, non hanno adeguato parallelo in una crescita di dislivelli interni – o almeno nella loro sottolineatura mediante pratiche ostentatorie.»15

In sintesi la florida civiltà Ubaid realizzò la seconda grande rivoluzione tecnologica e produttiva del periodo neolitico-calcolitico. Una crescita demografica molto consistente e un’urbanizzazione diffusa. Il tornio. La metallurgia del rame. Probabilmente la ruota. La tessitura con telaio. Una rete di canali d’irrigazione molto avanzata.

Tutto questo, in modo “stupefacente” (Liverani), in presenza e grazie allo stimolo di rapporti di produzione collettivistici: la presenza di capi e di chefferie ben organizzate per la redistribuzione del surplus, per la costruzione e manutenzione di canali e per la gestione delle città Ubaid si accompagnò costantemente alla parallela assenza di sfruttamento della forza lavoro e al possesso collettivo dei mezzi di produzione, visto che i nuclei dirigenti statali della civiltà Ubaid usufruirono fino alla fine solo di limitati privilegi durante la loro azione politico-sociale di coordinamento e di redistribuzione del surplus, a dispetto della forte crescita urbana e demografica e della crescente complessità delle strutture Ubaid (specializzazione artigianale, edilizia, agricola, ecc.).

Di fronte agli eccezionali risultati raggiunti dai punti avanzati della “linea rossa” nell’area mediterranea e mediorientale, impallidiscono le modeste conquiste tecnico-produttive ottenute dai popoli nomadi e pastori dell’Europa ed Ucraina, al cui interno stavano di regola prevalendo le tendenze all’appropriazione privata del surplus e dei mezzi di produzione, e limitate quasi solo al processo di domesticazione del cavallo.

La “linea rossa” neolitica si concretizzò anche in altri contesti geoeconomici e geopolitici, con modalità e tempi storici del tutto indipendenti da quelli vissuti nell’area del Mediterraneo orientale e del Golfo Persico.

Attorno all’8000/6000 a.C. iniziò a svilupparsi il neolitico cinese con le prime ed arcaiche culture di Jiahu, di Yixian e di Peiligang. Queste società protoneolitiche sapevano produrre la ceramica e oggetti musicali (flauti) intarsiati, mentre le pietre da macina ed i resti di miglio carbonizzato attestano che esse conoscevano l’agricoltura, oltre ad aver già addomesticato il maiale ed il cane.

Nel villaggio neolitico di Dadiwan (5500-3000 a.C.) sono venuti alla luce i più antichi dipinti, ceramiche ed edifici in terra della Cina, che risalgono a più di settemila anni fa, e fin da allora Dadiwan era composta sia da 240 case parzialmente diverse tra loro che da una grande area centrale per le cerimonie religiose; invece nel sito di Xinglonggou, posto nella Cina nordoccidentale e risalente al 6000 a.C., sono state trovate decine e decine di abitazioni utilizzate da una popolazione di cacciatori-raccoglitori che sapeva produrre la preziosa giada, creare statue di donna e commerciare con le tribù delle coste della Cina e del Giappone, in una cultura in cui erano già presenti alcune significative forme di differenziazioni sociale e politica.

La manifestazione più avanzata del collettivismo neolitico in Cina venne rappresentata dalla cultura di Yangshao, di cui sono stati ritrovati oltre mille siti nel bacino del Fiume Giallo e nel Gansu e che si sviluppò tra il 4800 ed il 2000 a.C., ereditando direttamente le precedenti conquiste della civiltà di Peiligang.

Le diverse collettività appartenenti alla matriarcale cultura Yangshao coltivarono per tre millenni il miglio attraverso forme produttive cooperative e comunitarie, iniziando allo stesso tempo su microscala quei lavori di irrigazione che avrebbero contraddistinto la storia cinese, mentre parallelamente esse integrarono l’attività agricola con l’allevamento di cani e maiali e con la caccia/pesca, costruendo delle grandi abitazioni collettive fuori da terra.

Inoltre le comunità Yangshao riuscirono ad acquisire le tecniche della filatura e della tessitura, attestate dalle impressioni di tessuto presenti sulla base di alcune ciotole e dal rinvenimento di aghi in osso, costruendo delle fornaci per la cottura delle terrecotte e le loro ceramiche, ancora modellate a mano, presentarono una grande varietà tipologica in cui gli oggetti più caratteristici furono dei bacili, con decorazioni dipinte in nero su sfondo rosso, e bottiglie a base appuntita con una decorazione impressa.

«Tra i numerosi siti Yahgshao il più significativo è senza dubbio quello di Banpo, nei pressi di Xi’an, in cui sono stati rinvenuti i resti di un villaggio distribuiti su un’area di oltre 10.000 mq. Situato a circa 300 m. dal fiume Chan, un affluente del fiume Wei, il villaggio, di pianta grosso modo ovale, presenta la zona abitativa al centro, divisa in due aree da un piccolo fossato; tutt’intorno è scavato un fossato più grande profondo sei metri, e ad est di esso si trovavano le fornaci per la cottura delle terrecotte, mentre a nord era situato il cimitero comune. Le abitazioni, a pianta circolare o quadrangolare, erano capanne seminterrate, cui si accedeva attraverso uno stretto cunicolo; al centro della zona abitativa era posta una capanna di grandi dimensioni (20 m. per 12,5 m.), probabilmente un edificio comunitario. All’interno del villaggio sono stati trovati un gran numero di manufatti in pietra, in osso e in terracotta.

Si ritiene che la comunità di Banpo – come le altre della cultura Yangshao – fosse caratterizzata da un sistema sociale di tipo egualitario, anche se la vita della comunità doveva essere regolata probabilmente da una complessa ritualità. Le tombe, le dimensioni delle abitazioni, e le fosse per l’immagazzinamento delle derrate presentano infatti dimensioni simili, ed anche i corredi delle sepolture non appaiono contrassegnati da differenze rilevanti riguardo alla loro quantità. La ritualità appare d’altro canto attestata, oltre che dalla composizione dei singoli corredi, anche dai motivi decorativi di alcune ceramiche, fra i quali si distingue una maschera circolare con quattro pesci, due attaccati all’altezza delle orecchie, e gli altri due congiunti all’altezza della bocca: l’immagine suggerisce l’esistenza di riti sciamanici. Di particolare interesse appaiono inoltre alcuni marchi incisi su terracotta, che sembrano ricollegarsi ad alcuni caratteri della scrittura Shang.»16

Verso il 2400 a.C. la civiltà Yangshao, nella sua ultima fase di sviluppo (Machang), riuscì a produrre sia il bronzo che la seta, ma queste conquiste tecnico-produttive furono seguite da una profonda trasformazione di una parte delle comunità in esame: infatti a poco a poco i riti sciamanici ed i loro protagonisti, i sacerdoti, assunsero un ruolo diverso in una sezione delle comunità Yangshao svolgendo la funzione di apripista per il processo di introduzione al loro interno di rapporti di produzione protoclassisti, fondati sull’egemonia di un élite politico-religiosa (culture di Longhshan dello Shaanxi e dello Henan).

Sempre in Cina, ma nel bacino dello Yangzi (Fiume Azzurro), sorsero nel 6000/5000 a.C. le civiltà di Pengtoushan e di Hemudu, alle cui strutture socioproduttive collettivistiche (forse di origine africana) il genere umano è debitore della prima coltivazione su larga scala del riso: i semi di riso venivano coltivati in campi inondati in modo artificiale e controllato con l’aiuto di zappe di osso.

La “linea rossa” trovò un altro sbocco nel Nord America, zona geografica staccata per millenni dall’evoluzione parallela avvenuta nelle altre aree del globo: in quest’area le civiltà di cacciatori-raccoglitori paleolitici furono affiancate nella zona sud-occidentale degli Stati Uniti dalle splendide civiltà dei pueblos, gli Hohokam (“coloro che scomparvero senza tracce”) e gli Anasazi.

Preparata da un plurisecolare processo di sviluppo economico e culturale, la civiltà degli Hohokam fiorì nella zona del deserto del Sonora tra il 500 ed il 1250 d.C. e venne formata da gruppi di agricoltori che vivevano nei pueblos, agglomerati a più piani costruiti con mattoni di argilla essiccati, di dimensioni variabili e in cui si ritrovava sempre un Kiva, una sala di riunione e luogo di preghiera allo stesso tempo.17

Non solo tra gli Hohokam la produzione di ceste e di vasellame di argilla aveva raggiunto un livello artistico straordinariamente alto, ma essi raggiunsero un’eccezionale competenza nel processo di costruzione (e manutenzione) plurisecolare di un avanzatissimo sistema di irrigazione per la cultura del mais, avviato attorno al I secolo a.C. e sviluppatosi gradualmente fino alla fine del XI secolo.

«Questo popolo, così abile nei piccoli oggetti artistici, fu gigantesco nelle grandi opere. Alludiamo al sistema di canali che consentì loro l’agricoltura intensiva e soprattutto l’irrigazione costante del mais, che è la base di quasi tutte le culture nordamericane.

Questo sistema di canali lunghi miglia e miglia sorse a poco a poco, col lavoro di parecchie generazioni. Un canale di cinque chilometri, scavato con le mani e con primitivi strumenti di legno e pietra, poté essere datato a prima di Cristo, allorché gli Hohokam non avevano ancora sviluppato le loro “capacità artistiche”. I canali dovevano essere adeguatamente adattati al terreno (e come potevano farlo privi com’erano di qualsiasi strumento ottico di misurazione?) costantemente sorvegliati, modificati, migliorati; si dovettero costruire dispositivi per la regolazione delle acque, e ciò durò secoli.

E la natura era contro di essi. Giammai la portata d’acqua del Gila era costante, giammai si poteva calcolare in precedenza la quantità di pioggia che sarebbe caduta, neppure disponendo dei migliori uomini di medicina.»18

Anche la tecnica della costruzione urbana raggiunse presso gli Hohokam vertici notevoli, dato che ad esempio la grande costruzione (Kiva) di Casa Grande, a sud di Phoenix nell’odierno Nuovo Mexico, costituì una specie di “vetero-grattacielo” nordamericano a cinque piani e con centinaia di stanze affiancate.19

Fino al 1300 d.C., quando venne messa in crisi da disastrosi cambiamenti climatici (siccità e “piccola glaciazione” del 1200) e dalle invasioni di popoli nomadi, nel sud-ovest degli attuali Stati Uniti apparve un’altra millenaria concretizzazione della “linea rossa” neolitica, la grande civiltà agricola americana degli anasazi (“gli antichi”) che cominciò ad emergere nella Mesa Verde attorno al 300 a.C. e si sviluppò fino al 1200 d.C. Anche gli Anasazi costruirono spettacolari sistemi di canali di irrigazione e di bacini di riserva, incrementando enormemente la produzione agricola e la densità demografica in un’area semidesertica, mentre allo stesso tempo essi crearono una stupefacente produzione nel campo della tessitura, della ceramica e della gioielleria edificando anche enormi “condomini” a più piani (talvolta anche cinque) che arrivarono a contenere fino a 800 stanze, come nel caso di Pueblo Bonito nel Chaco Canyon.20

Le culture Hohokam ed Anasazi erano fondate su strutture sociopolitiche collettivistiche e matriarcali, visto che la coltivazione cooperativa del mais e i giganteschi lavori di irrigazione artificiale venivano regolati da unachefferie/clan conico che godette di privilegi insignificanti per diversi secoli e in centinaia di pueblo, la cui popolazione complessiva arrivò a toccare nel periodo d’oro alcune decine di migliaia di persone.

A migliaia di chilometri di distanza, nel centro-nord dell’attuale Perù, si affermò tra il 900 a.C. ed il 200 d.C. la civiltà di Chavin. Essa coltivò il mais, il tubero della manioca, le arachidi e le zucche; scoprì ed applicò i metodi necessari per l’irrigazione artificiale e la costruzione di grandi serbatoi d’acqua; addomesticò il lama, conobbe la tessitura di lana e cotone e seppe lavorare l’oro ed il rame, mentre la sua produzione di ceramica monocromatica raggiunse livelli artistici molto elevati anche grazie a una forte ispirazione magica-religiosa, ben evidente nei templi della “capitale” della cultura in esame.

Con la sola esclusione degli edifici religiosi di Chavin de Huantar, nell’enorme area geografica in esame e nei numerosi piccoli centri urbani della cultura Chavin sono stati trovati solo modesti santuari fatti di mattoni d’argilla, costruiti da piccole comunità agricole: secondo lo storico F. Katz nella zona in oggetto non sono state scoperte tracce di mura ed armi, neanche nella “capitale”, mentre la relativa uniformità delle sepolture nella civiltà precolombiana in esame rivela il carattere almeno semicollettivistico della cultura Chavin. Nella visione dello storico H. D. Disselhoff, a Chavin «né il potere né la ricchezza erano concentrate nelle mani di pochi, che ne avrebbero potuto abusare. Ci si può immaginare, piuttosto, un benessere abbastanza equamente distribuito…»21

Le culture dell’era post-Chavin vennero travolte dopo alcuni secoli da uno dei rappresentanti sudamericani della “linea nera”, i Mochica, abili guerrieri capaci di costruire il primo impero andino: essi introdussero la cattura su larga scala di prigionieri, l’espansione territoriale nel centro-nord del Perù e la parallela costruzione delle piramidi e di grandi tombe riservate all’élite politico-religiosa, anche se il livello di sviluppo qualitativo delle forze produttive rimase sostanzialmente uguale a quello del periodo Chavin.

Nell’area dell’Europa centro-orientale si svilupparono tra il 6000 ed il 3000 a.C. avanzate culture collettivistiche (della civiltà di Vinca) che si estesero dai Balcani fino al Baltico: esse crearono la prima forma storica di protoscrittura, coltivarono cereali, produssero splendide ceramiche e gioielli in oro ed arrivarono nell’ultima fase della loro esistenza ad impadronirsi della tecnica della metallurgia del rame: secondo l’opinione di M. Gimbutas, C. Renfrew e Gordon Childe, questa civiltà era composta da una serie di città e villaggi locali autonomi riprodottisi all’interno di una sorta di federazione neolitica con forti componenti paritarie tra i sessi, abitata da agricoltori egualitari le cui società non possedevano alcun ordine gerarchico stabile e rigido.22

Sempre in Europa apparvero anche delle civiltà megalitiche matriarcali, diffusesi tra il 4000 ed il 1000 a.C. in un’area posta tra il Portogallo, la Sardegna, l’isola di Malta e la Gran Bretagna. Le grandi opere in pietra realizzate da queste civiltà richiesero sia la presenza di un surplus agricolo costante che un alto grado di coesione sociale tra le donne e gli uomini impegnati nella creazione di monoliti giganteschi e cerchi di pietra, sempre in assenza di strutture statali o di elevati livelli di differenziazione socioeconomica al loro interno: tali strutture socioproduttive, come quelle di Vinca soprammenzionate, vennero in larga parte travolte e deformate dalle invasioni di popoli nomadi più arretrati sul piano economico-sociale.

Proprio la costruzione di megaliti, vere e proprie tombe collettive gigantesche, costituì un’attività cooperativa che serviva anche, se non soprattutto, a rafforzare la solidarietà interna delle comunità che via via realizzarono tali gigantesche opere: secondo Colin Renfrew, «è lecito immaginare che le comunità più strettamente collegate, in pace tra di loro e in grado di resistere alle pressioni dei vicini, si trovassero in una posizione di notevole vantaggio. Ora, è proprio la partecipazione comune a eventi sociali e cerimonie religiose, simboleggiate dai megaliti, che spesso serve a rafforzare una comunità, soprattutto quando essa è dispersa in fattorie che possono trovarsi a diversi chilometri l’una dall’altra. La popolazione mesolitica di Téviec e Hoëdic con le sue ben organizzate sepolture familiari, già segnate e rese evidenti da un tumulo di pietra, può aver riconosciuto il valore reale di tale solidarietà, allorché entrò in contatto con i nuovi vicini. In tali circostanze, con una popolazione in aumento e una crescente pressione sul territorio, si sarebbero dovuti rinforzare gli elementi che favorivano la solidarietà nella comunità, così che si sarebbe accresciuto il significato sociale dato alla sepoltura vera e propria e l’importanza del memoriale fisico. Questi fattori, uniti alla consueta competizione pacifica tra gruppi vicini, espressa in termini sociali da un generoso scambio di doni o dalla costruzione di monumenti sempre più belli, avrebbero favorito la rapida evoluzione di monumenti unificanti e apportatori di prestigio: in altri termini, dell’architettura megalitica».23

Secondo alcuni storici, risulta chiara anche la matrice semicollettivistica dei rapporti di produzione e politici che contraddistinsero l’estesa rete di antiche civiltà sorte nelle pianure alluvionali dell’Indo e dei suoi cinque principali affluenti, nell’odierno Punjab, alias la cultura di Harappa e Mohenio-daro, dal nome delle due principali città dell’India neolitica che si riprodussero tra il 3500 ed il 1900 a.C., anche se va notato che fin dal 7000 a.C. si sviluppò nell’area in oggetto la città di Mehrgath (ora sommersa) nel golfo di Cambaye, sede di una sofisticata comunità di agricoltori le cui abitazioni erano già fatte in mattoni.

La civiltà di Harappa era formata da una pleiade di estese città (ne sono state ritrovate circa ottanta) che coesistettero pacificamente per oltre un millennio su un’area geografica estesa quasi come l’Europa occidentale raggiungendo livelli “ubaidici” di sviluppo delle forze produttive, visto che l’agricoltura basata su un sistema idrico artificiale produceva surplus notevoli di cereali e favoriva la crescita di grandi città con decine di migliaia di persone quali la stessa Harappa, con un perimetro di quattro chilometri, vie ben progettate e un magnifico sistema di fognature; la tecnica delle civiltà indiane preariane e delle sue corporazioni inoltre conosceva la ruota e la scrittura, la costruzione di carri e battelli, la tessitura del cotone, la ceramica e la tecnica della verniciatura.

Sul piano sociale, in ogni caso, le poche tombe ritrovate ad Harappa si mostravano senza eccezione disadorne e prive di una dotazione di oggetti di valore, mentre secondo G. Childe «né templi monumentali né palazzi né tombe attestano senza equivoci una concentrazione centralizzata di ricchezza, né suggeriscono la dominazione economica di una città dell’Indo da parte di una “grande casa”: sempre ad Harappa il più grande edificio era significativamente un granaio che misurava 150 piedi per 50, mentre a Mohenjo-daro una costruzione che occupava un intero isolato conteneva una vasca da bagno asfaltata e viene considerata un bagno pubblico.

Comode case a due piani in cotto, provviste di stanze da bagno e di un alloggio per il portinaio, che coprivano ben 97 piedi per 83, possono venir messe in contrasto con monotone file di casette in mattoni di fango, composte ciascuna di due sole stanze e di un cortile, e che non superavano la superficie di 56 piedi per 30. Senza dubbio il contrasto riflette una divisione della società in classi, ma, a quanto pare, soltanto fra mercanti o “uomini d’affari”, e lavoratori o artigiani. Una sorprendente ricchezza di ornamenti d’oro, d’argento, pietre preziose e porcellana, di vasellame di rame battuto e di utensili e di armi di metallo, è stata raccolta dalle rovine. La maggior parte pare proviene dalle case attribuite ai “ricchi mercanti”. Ma una quantità di arnesi di rame e di braccialetti d’oro è venuta fuori a Harappa nei “quartieri degli operai”. Nulla fa pensare a tesori regi.»24

Non è casuale che la civiltà semicollettivistica di Harappa sia stata caratterizzata a livello religioso dalla presenza di divinità femminili e dal culto della fertilità, generalmente segno distintivo delle società gilaniche, egualitarie e pacifiche, tanto che secondo lo storico C. K. Maisels la civiltà dravidica della valle dell’Indo era organizzata come una federazione, un “commonwealth” in cui le varie comunità locali avevano uno status identico e il surplus restava nelle mani di coloro che lo producevano: «l’élite al comando aveva autorità non in virtù del suo potere economico sugli altri cittadini, bensì in virtù del consenso sociale di cui godeva presso i membri della comunità.»25

Si trattò di una civiltà complessa ma con un basso livello di stratificazione sociale, a cui dopo molto tempo succedette la cultura ariana, ferocemente militarista e classista ma incapace di replicare le opere di canalizzazione urbana (a disposizione di tutti gli abitanti) create in precedenza dalle antiche città egualitarie dell’area geopolitica indiana.

Anche in Egitto il periodo badariano e amraziano (5500-4000 a.C.) e la prima fase del Gerzeano/Nagada II (3900-3500 a.C.) furono contraddistinti dalla riproduzione di ben articolate strutture economico-sociali collettivistiche, in presenza e grazie alle quali si avviarono e svilupparono l’agricoltura e l’irrigazione artificiale, l’estrazione e lavorazione su larga scala della selce, la lavorazione artigianale dell’oro e l’arte ceramica.26

Nell’Africa subsahariana, accanto e simultaneamente ai regni classisti via via comparsi in tale area a partire dal 300 d.C., si crearono alcune civiltà evolute prevalentemente collettivistiche, pacifiche e relativamente avanzate sul piano tecnologico-produttivo: la più progredita tra esse fu quella di Jenne-Jeno, che si sviluppò per più di un millennio tra il 500 a.C. ed il 1100 d.C. nella regione del Niger (Africa occidentale), in una fase di transizione dall’epoca neolitica a quella del ferro.

In questa area geoeconomica «un caso piuttosto singolare è rappresentato da alcune società, vissute intorno al delta interno del Niger, che, pur essendo straordinariamente complesse sia dal punto di vista economico che dal punto di vista della concentrazione abitativa, non avevano né una struttura statale, né forme di potere centralizzato, i cui resti archeologici sono stati studiati per la prima volta negli anni settanta.

Le prime popolazioni a noi note dovettero insediarsi in queste regioni a partire dal 500 a.C. Esse conoscevano l’uso del ferro e dovettero costruire quel sistema integrato di agricoltura, pastorizia e pesca, che poi è sempre rimasto caratteristico di questa regione. Anche le attività artigianali erano progredite: la ceramica era raffinata, per gli insediamenti si usavano mattoni crudi, mentre esistevano elaborate tecniche di lavorazione del ferro e di altri metalli preziosi. (…) Il periodo più florido di queste società dovette verificarsi intorno all’800 d.C.: tre secoli dopo il sistema collassò rapidamente e la popolazione si ridusse a un decimo, non sappiamo se in relazione a cambiamenti climatici o a eventi esterni. In una località del delta, Jenne-Jeno, i resti archeologici hanno dimostrato l’esistenza di un agglomerato abitativo di circa 33 ettari. Le case, costruite in mattoni di argilla, erano poste una accanto all’altra, all’interno di un reticolo di strade piuttosto strette, con un mercato al centro, mentre l’intera area era racchiusa da un grosso muro di mattoni cilindrici. Jenne-Jeno non era isolata, ma circondata da altre 25 località dello stesso tipo, con una popolazione che è stata valutata intorno ai 27.000 abitanti. Gli archeologi che hanno studiato questi siti hanno ipotizzato una forte specializzazione economica della regione, con popolazioni diverse che si occupavano della pesca, dell’agricoltura e dell’allevamento. I modelli abitativi avrebbero rispecchiato questa differenziazione di compiti: pescatori, agricoltori, pastori, fabbri, vasai, tessitori avrebbero occupato siti distinti. Nel complesso, l’intero sistema, fondandosi sullo scambio, avrebbe funzionato come una città, ma in assenza di un’autorità centralizzata; questo è il motivo per cui si è parlato di “città senza cittadelle”.

Non abbiamo dati sufficienti per approfondire la natura di questo grande agglomerato di popolazione, con un’organizzazione sociale probabilmente molto più egualitaria che nelle società centralizzate. Certamente la presenza di Jenne-Jeno e di altri siti analoghi è la testimonianza della coesistenza in una regione geografica di sistemi sociali diversi e del fatto che non necessariamente le compagini statali sono in grado di inglobare in sé tutte le realtà circostanti.»27

In Giappone la cultura Jomon si riprodusse ininterrottamente e su basi prevalentemente collettivistiche dal 12000 a.C. fino a poco prima dell’era cristiana, scoprendo per prima al mondo l’arte ceramica (circa 11000 a.C.) e coltivando zucche e riso, rispettivamente dal 6000 e dal 3000 a.C.: alcuni villaggi recentemente scoperti dell’ultimo periodo Jomon attestano l’esistenza di abitazioni ben costruite e di lavori relativamente sofisticati di carpenteria e gioielleria.

La civiltà Jomon, contraddistinta dall’egualitaria sepoltura in comune dei defunti, venne rapidamente soppiantata da una serie di ondate di colonizzatori arrivati dalla Corea attorno al 300 a.C. che diedero vita al periodo Yayoy della storia nipponica, in cui progressivamente emersero le tipiche strutture distintive delle società protoclassiste.

Tra il IV ed il II millennio a.C. si estendeva nell’odierno Turkmenistan la Margiana, ricca di oasi e basata su un nomadismo commerciale che permise lo sviluppo di tutta una serie di città-stato alleate. La confederazione margiana era caratterizzata da un controllo matriarcale ed egualitario sui beni di scambio e di consumo e, soprattutto, sul mercato carovaniero che attraversava quella zona strategica dell’Asia: solo dopo molti secoli il controllo femminile fu lentamente sostituito dal dominio sociopolitico classista, introdotto da una sezione minoritaria dei maschi della zona in oggetto.28

In Corea, infine, civiltà prevalentemente collettivistiche fondate sulla coltivazione in comune del suolo si riprodussero senza interruzione tra il sesto e la fine del secondo millennio a.C. e solo nel corso del primo millennio a.C. si diffuse in Corea sia la coltivazione del riso che una profonda differenziazione tra il “popolo dei dolmen” e quello delle “tombe a lastre”: se il secondo era posizionato principalmente nell’area settentrionale della penisola ed era molto probabilmente sopraggiunto dalle steppe dell’Asia centrale, essendo composto da guerrieri-cacciatori che utilizzavano sepolture singole con ricche dotazioni di preziosi oggetti in bronzo, il popolo dei dolmen nel sud del paese praticava delle sepolture multiple di gruppi coperte da gigantesche strutture in pietra, molto simili a quelle delle tipiche civiltà megalitiche europee.

I capi dei villaggi meridionali della Corea, oltre ad organizzare i lavori collettivi necessari per la costruzione dei dolmen, curavano il processo di accumulazione del surplus alimentare e la sua redistribuzione tra i lavoratori rurali secondo un sistema ben conosciuto in Corea fino all’epoca recente, denominato ture (o pumasi): questi villaggi e strutture semicollettivistiche coesistevano con l’organizzazione fortemente gerarchizzata ed elitaria (sul modello Kurgan) delle popolazioni settentrionali, che probabilmente costituivano anche gli invasori ed i dominatori del “popolo dei dolmen” coreano.29

Le esperienze neolitiche/calcolitiche sopra descritte formano e costituiscono un quadro molto ricco ed esteso su scala planetaria, ma proprio negli stessi millenni, proprio dal 9000 a.C. e nelle aree geopolitiche sopra esaminate stava emergendo un’altra tendenza socioproduttiva e sociopolitica, che si differenziava nettamente dalla “linea rossa” rispetto a tutta una serie di elementi socioeconomici fondamentali.

Prima di esaminarla, va subito precisato che i parametri oggettivi utilizzabili in modo combinato per differenziare le società appartenenti alla “linea rossa” da quelle facenti parte della rivale “linea nera” neolitica risultano essere:

– la presenza/assenza di vistose asimmetrie tra le diverse abitazioni delle strutture sociali neolitiche e calcolitiche.

– la presenza/assenza di differenze molto marcate nelle sepolture dei diversi membri delle comunità.

– la presenza/assenza di numerosi edifici di grandi dimensioni destinati a fini non-produttivi, e religiosi.

– la presenza/assenza del culto delle armi (ivi compreso il cavallo).

– la presenza/assenza del culto gilanico della “Dea Madre” e di raffigurazioni artistiche riguardanti donne e bambini.

La combinazione tra i vari criteri di differenziazione sopra proposti risulta di regola molto utile nel separare nettamente la “linea rossa” da quella “nera”, ma non sempre: esistono infatti degli scenari storici che consentono e stimolano una duplice interpretazione della loro natura sociopolitica e socioproduttiva, come avviene per l’ultima fase della civiltà neolitica di Varna (odierna Bulgaria) e rispetto ai rapporti di produzione formatisi nella cultura di Malta (tra il 5000 ed il 3000 a.C.), di Caral (attuale Perù, verso il 3000 a.C.) e nella società minoica.30
Note
1 R. Eisler, “Il calice e la spada”, ed. Pratiche
2 D. Trump, “La preistoria nel Mediterraneo”, pp. 15-17, ed. Mondadori
3 S. Piggott, “Europa antica”, p. 46 – Ed. Einaudi e M. Harris, op. cit., p. 68
4 G. Camps, “Il Neolitico”, p. 24, ed. Jaca Book
5 H. Nissen, “Protostoria del Vicino Oriente”, pp. 30-32, ed. Laterza e I. Wilson, “I pilastri di Atlantide”, pp. 122, ed. Piemme
6 S. Piggott, op. cit., pag. 77 e Ian Wilson, op. cit., pp. 144-154
7 Ian Wilson, op. cit., pp. 145-148
8 Ian Wilson, op. cit., p. 172
9 M. Liverani, “Uruk, la prima città”, pp. 19-22, ed. Laterza
10 Op. cit., p. 24
11 Op. cit., p. 25
12 M. Liverani, op. cit., pp. 55-56-70-71
13 M. Frangipane, “La nascita dello Stato nel Vicino Oriente”, pp. 158/196, ed. Laterza
14 Childe, op. cit., p. 80
15 M. Liverani, op. cit., p. 30
16 M. Sabatini e P. Santangelo, “Storia della Cina”, p. 37, ed. Laterza
17 C. Ceram, “Il primo americano”, pp. 58-59, ed. Einaudi
18 Op. cit., pp. 192-193
19 Op. cit., p. 90
20 J. Wilson, “La terra piangerà”, pp. 171-172, ed. Fazi
21 H. Disselhoff, “Le civiltà precolombiane”, p. 243, ed. Bompiani e F. Katz, “Le civiltà dell’America precolombiana”, p. 113, ed. Mursia
22 G. Childe, “L’alba della civiltà europea”, p. 127
23 C. Renfrew, “L’Europa della preistoria”, p. 146, ed. Laterza
24 G. Childe, “Il progresso..”, p. 137
25 Autori Vari, “Origini della scrittura”, op. collettiva, p. 34, ed. Mondadori
26 Autori Vari, “Storia del mondo antico”, vol. I, pp. 280-285, ed. Cambridge e N. Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, pp. 33-34, ed. Laterza
27 F. Giusti e V. Sommella, “Storia dell’Africa”, pp. 73-74, ed. Donzelli
28 R. R. Wilk, “Economia e culture”, pp. 140-141, ed. Mondadori
29 M. Riotto, “Storia della Corea dalle origini ai giorni nostri”, pp. 44-48, ed. Bompiani
30 C. Renfrew, op. cit., pp. 156-157