Cina: Imperialismo o Socialismo?

Secondo molti esponenti ed organizzazioni della sinistra antagonista occidentale, la Cina contemporanea rappresenta una potenza imperialistica basata su rapporti sociali di produzione e distribuzione di tipo capitalistico (di stato).

Alla fine del 2008, anche un intellettuale marxista preparato ed intelligente come G. Gattei ha purtroppo lasciato intendere che la Cina sia un “terzo imperialismo”, seppur di tipo originale e particolare, ” in cui la periferia, oltre a produrre materie prime per l’esportazione (Marx) e ad attrarre capitali dal centro per produrre manufatti per il mercato interno (Lenin), ha preso ad esportare i propri manufatti anche sui mercati del centro”imperialistico, Stati Uniti ed Europa occidentale in testa”.[1]

Ma la Repubblica Popolare Cinese costituisce davvero una potenza imperialistica? Intendendo con Lenin per imperialismo (moderno), “il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione del capitale ha acquisito

Grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici”, siamo in presenza di una nuova potenza statale “vampiro” ed egemonica?[2]

Crediamo che la risposta sia negativa, perché la teoria della “Cina-polo imperialistico” si scontra con molti fatti testardi, che la demoliscono e falsificano alla radice.

Il principale problema che incontra la concezione in oggetto è che i rapporti sociali di produzione e distribuzione nella Cina contemporanea sono ancora prevalentemente collettivistici, di natura statale o cooperativa, anche se affiancati simultaneamente dalla presenza di un robusto settore capitalistico, nazionale ed internazionale (multinazionali straniere).

Senza”dominio dei monopoli e del capitale finanziario” (Lenin), pertanto sparisce l’imperialismo, o almeno l’imperialismo descritto da Lenin.

Senza una base economica e rapporti di produzione prevalentemente capitalistici, non si può certo parlare di imperialismo moderno, che si fonda -sempre Lenin- su una precisa “fase di sviluppo del capitalismo finanziario” (banche private in testa) e del suo processo di accumulazione.

Sotto il profilo della natura degli attuali rapporti di produzione esistenti in Cina, rimandiamo al nostro lavoro ” Cina: socialismo o capitalismo”, limitandoci a ricordare che nel 2008 tra le 500 imprese che operano in Cina (e che rappresentano circa l’84% dell’intero prodotto nazionale lordo del gigantesco paese asiatico), ben 349, (quasi tre quarti del totale), vengono controllate e possedute integralmente/prevalentemente dallo stato cinese; che in Cina vige la proprietà collettiva del suolo; che il potere pubblico cinese ha via via accumulato un “tesorone” pari a quasi 2000 miliardi di dollari alla fine del 2008, equivalente a più della metà del prodotto interno lordo cinese nell’anno in esame; che negli ultimi sette anni è cresciuto vertiginosamente il peso specifico della spesa pubblica sul PNL cinese, ruolo e funzione ancora aumentata sensibilmente dal gigantesco “New Deal” varato dalle autorità statali cinese agli inizi di novembre del 2008; che il settore cooperativo, rurale ed urbano, rimane fortemente radicato e diffuso all’interno della variegata formazione economico-sociale cinese; che … basta, non vogliamo ripeterci troppo.[3]

La seconda difficoltà che incontra la tesi della “Cina polo imperialista” deriva dal fatto che il presunto imperialismo cinese viene sfruttato su larga scala (seppur in modo controllato, con precisi limiti e contropartite) e da quasi tre decenni da parte delle multinazionali occidentali e giapponesi (ed indiane, negli ultimi anni).

G. Gattei ha perfettamente ragione quando ha notato che, “come se la profezia di Smith si fosse avverata, aggiungendo finalmente al proprio mercato interno anche il mercato internazionale, la Cina si è trasformata in una vera propria officina del mondo, esportatrice privilegiata di manufatti per il centro imperialistico”.[4]

Ma il compagno Gattei, forse per motivi di spazio, ha dimenticato di analizzare unfatto testardo ” di notevole importanza, alias che quasi il 60% del totale delle esportazioni provenienti dalla Cina e destinate in larga parte ai mercati consumatori occidentali rimane sotto la proprietà ed il controllo delle multinazionali occidentali e giapponesi: nel 2006 la quota in oggetto era pari al 58% del totale del commercio estero cinese.[5]

La Cina è diventata “l’officina del mondo”, ma più della metà dei “manufatti per il centro imperialistico” (Gattei) che essa esporta ogni anno risulta di proprietà proprio del capitalismo estero: più della metà dei “manufatti esportati annualmente dalla Cina” costituiscono delle preziose fonti di profitti per le multinazionali occidentali, dalla Wal-Mart in giù.

Pertanto ogni anno una consistente massa di plusvalore/plusprodotto/profitti, creati e generati in Cina dagli operai e dai salariati cinesi assunti nelle multinazionali occidentali che sperano nel gigantesco paese asiatico, entra nelle tasche degli azionisti e dei capitalisti occidentali e ne alimenta il processo di accumulazione.

Che strano imperialismo, quello cinese.

Anzi, che misero imperialismo, che non sa neanche difendere per il proprio “capitale” e”capitalisti” buona parte della massa di plusvalore via via riprodotta a Pechino, Shangai e nelle regioni costiere cinesi.

Le dimensioni assunte dal capitalismo privato in Cina, nella sua sezione “multinazionale”, sono sicuramente consistenti ed innegabili.

Ancora alla fine del 2006, avevano investito parte dei loro capitali in Cina circa 590000 multinazionali piccole o grandi, partendo dai colossi come Wal-Mart e General Motors, destinando all’utilizzo produttivo della forza- lavoro cinese una somma complessiva ormai pari a circa 800 miliardi di dollari e via via accumulatosi nel periodo compreso tra il 1979 ed il 2007: sempre nel 2007, le imprese straniere davano lavoro a 15.830.000 salariati cinesi ed avevano contribuito al 20,2% delle entrate fiscali della nazione asiatica, mentre gli investimenti diretti delle multinazionali in Cina erano pari a 460 miliardi di dollari nel 2004 ed a 700 miliardi nel 2007.[6]

Il processo è via via aumentato a partire dagli inizi degli anni 80: mentre dal 1979 al 1983 gli investimenti annui del capitalismo straniero erano ancora pari alla modesta somma di 600 milioni di dollari annui, negli ultimi quattro anni la cifra annua era salita ad una media pari a circa 80 miliardi di dollari ed era arrivata fino alla quota totale di 82,7 miliardi di dollari nel solo 2007.[7]

Il partito comunista, introducendo la “NEP cinese” attraverso le riforme elaborate da Deng Xiaoping nel 1975/78, ha accettato di subire i lati negativi creati dalla presenza massiccia delle multinazionali occidentali e giapponesi in Cina (loro potere di pressione economica; esportazione di larga parte di profitti ottenuti nelle metropoli imperialistiche; sfruttamento della manodopera cinese, ecc..) perché li ha considerati inferiori ai vantaggi ottenuti parallelamente dal processo produttivo cinese: accumulazione su larga scala di valuta straniera (visto il monopolio statale sui flussi di capitale monetario dall’estero), acquisizione a ritmi accelerati di alta tecnologia, entrate fiscali derivanti dalla tassazione dei profitti delle multinazionali estere (aliquota del 25% su questi ultimi, dal 2007), relativa protezione per le esportazioni cinesi dalle possibili misure protezionistiche dei paesi occidentali (che ricadrebbero per più della metà sulle “loro” imprese e monopoli privati).

In ogni caso, anche tenendo conto dei contributi fiscali pagati dalle multinazionali occidentali allo stato e della parte consistente di esportazioni autoctone provenienti dalla Cina, pari nel 2006 a circa il 42% del totale, il flusso costante di plusvalore e profitti dalla Cina alle metropoli imperialistiche che si crea tramite le multinazionali occidentali rappresenta un processo materiale innegabile, che fa a pugni con la teoria dell’imperialismo di matrice cinese: non sono certo le aziende cinesi a sfruttare la manodopera salariata occidentale (se non in misura irrisoria, come si vedrà più avanti), ma è vero invece il contrario “la cicala” occidentale è anche un “vampiro” che assorbe annualmente masse consistenti di plusvalore e profitti prodotti in Cina dalla forza lavoro cinese ottenendo tra l’altro il vantaggio ulteriore di acquisire beni di consumo a basso prezzo che, comprati su larga scala dagli operai occidentali, diminuiscono di valore della loro forza-lavoro, aumentando parallelamente il raggio di plusvalore estorto nel suo insieme dalla borghesia ai salariati europei, giapponesi e nordamericani.

Solo nel 2005, secondo il grande istituto finanziario UBS, le multinazionali presenti in Cina avevano rimpatriato reinvestito una massa di profitti pari a 27 miliardi di dollari: una discreta sommetta, non c’è dubbio.[8]

Terza difficoltà, sempre collegata e generata dal ruolo oggettivo svolto dalla Cina nel processo produttivo mondiale: è la manodopera cinese ad emigrare, seppur in termini percentuali molto bassi, nel mondo occidentale ed a creare/riprodurre quote di profitto consistenti per il capitalismo dei paesi più avanzati. Non sono certo gli operai e gli impiegati di Milano, Roma o Napoli che vanno a lavorare in pianta stabile nelle regioni costiere cinesi, alimentandone il processo di riproduzione: solo la comunità cinese in Italia conta ormai più di 100000 residenti regolarizzati, in larga parte impegnati nella produzione di beni e servizi.[9]

Quarto scoglio per la tesi della “Cina polo imperialistico”: il livello estremamente modesto, sia in termini assoluti che percentuali, dei capitali cinesi esportati/investiti nel settore produttivo del resto del pianeta e la loro matrice prevalentemente statale.

Alla fine del 2006, l’insieme degli investimenti produttivi cinesi all’estero risultava pari a soli 73,3 miliardi di dollari, di cui circa 80% proveniente dalle imprese statali e destinato principalmente ai settori delle materie prime fonti energetiche e delle infrastrutture produttive, quali strade, ferrovie dighe e telecomunicazioni.[10]

Alla fine del 2008 la quota totale era salita fino a toccare i 110 miliardi di dollari, diventando pari a circa 28 miliardi di dollari nel 2008: a titolo di paragone l’insieme mondiale degli investimenti diretti effettuati nel 2007 risultava comunque pari a 1883 miliardi di dollari, somma globale in cui il flusso di investimenti cinesi pesava solo per poco più del 1% del totale.[11]

1883 miliardi contro… 25, 25 miliardi di dollari per di più in larga parte di matrice pubblica e provenienti dalle principali aziende statali cinesi: un debole “imperialismo”, tra l’altro contraddistinto dall’egemonia schiacciante (4 a 1) del settore pubblico rispetto al capitalismo autoctono cinese nelle operazioni all’estero.

Sempre secondo l’Unctad nel 2007 lo stock di investimenti diretti all’estero delle multinazionali non finanziarie aveva superato nel 2007 i 15.000 miliardi di dollari, somma 150 volte superiore a quella espressa globalmente dalla Cina nell’anno in oggetto: il peso specifico di Pechino sul flusso di investimenti mondiali risultava pari a solo 0,75% circa del totale, quota minimale in cui in ogni caso giocano un ruolo centrale le imprese statali.[12]

Quinta difficoltà per la teoria in oggetto: l’acquisto su scala, da parte dello stato e del potere pubblico cinese, dei titoli di stato degli USA e delle quote di compartecipazione in istituti parastatali statunitensi, come Fanni Mae e Freddy Mac.

Sorpresa: mentre il livello qualitativo e la massa degli investimenti produttivi cinesi all’estero risultano assai modesti in termini percentuali, in un campo particolare la Cina Popolare vanta invece già da due anni un primato mondiale indiscutibile, che ha per oggetto il possesso (da una parte dello stato cinese, degli apparati statali cinesi) dei titoli pubblici di Washington e di prodotti finanziari parastatali relativamente simili.

Le dimensioni quantitative di questo fenomeno, allo stesso tempo politico ed economico, sono gigantesche e frutto di un processo -voluto e diretto dal partito comunista cinese- di durata oramai pluridecennale.

Come ha riconosciuto lo stesso Barack Obama durante la sua vittoriosa campagna elettorale ed ancora nell’ottobre 2008, “Pechino detiene la quota maggiore del debito estero americano (circa mille miliardi di dollari) e, secondo alcuni esperti cinesi, obbligazioni di Fanni Mae e Freddy Mac (i due istituti finanziari che garantiscono i fondi per il mercato immobiliare americano, da poco salvati dal Tesoro degli Stati Uniti) per un valore di 400 miliardi di dollari”.[13]

Prendiamo il dato ormai sicuro di mille miliardi di dollari: si tratta del vero, essenziale e centrale “investimento diretto” della Cina all’estero, che G. Gattei ha per il momento dimenticato di analizzare.

Ma che tipo di investimento è, e quali sono le cause di questo gigantesco processo economico?

I fondi statunitensi via via acquisiti dalla Cina negli USA sono titoli e bond statali del Tesoro, costituiscono dei titoli pubblici emessi dal governo statunitense.

Non solo: la massa monetaria cinese che li ha acquistati e parallelamente di proprietà pubblica e statale, controllata esclusivamente dal governo cinese.

Non solo: il rendimento dei buoni del tesoro e delle obbligazioni statali degli USA, acquisiti dallo stato cinese, risulta mediamente molto basso ed appena sufficiente a superare il tasso di inflazione statunitense (ed il carico fiscale che li grava). Tra il maggio 2006 ed il maggio 2007, ad esempio, i titoli di stato statunitense a dieci anni -tra quelli che garantiscono i tassi di profitto maggiori – hanno espresso un rendimento annuo che oscillava tra il 5,10 ed il 4,80%, mentre nello stesso periodo il tasso di inflazione degli USA oscillava attorno al 30%: rendimento quasi zero, insomma se depurato del dato inflattivo e del carico fiscale a vantaggio dell’esauste casse statali di Washington.[14]

Non solo: il continuo flusso di acquisti dei titoli USA da parte della Cina viene determinato principalmente da ragioni politiche e geopolitiche, extraeconomiche e lontane da fini di lucro. Finanziando il deficit degli Stati Uniti, la Cina mantiene infatti nei confronti di Washington un forte potere contrattuale, che prima o poi al nucleo dirigente cinese verrà utile e che già ora svolge un ruolo importante di deterrente potenziale contro le tendenze più aggressive espresse dall’imperialismo statunitense contro Pechino.

Ragionando in termini strettamente economici, chi sfrutta chi nel settore del gigantesco e continuo flusso di finanziamento cinese verso il debito statunitense?

Gli indebitati cittadini e l’apparato statale americano arricchiscono i risparmiatori e lo stato cinese?

O viceversa, sono gli operai e contadini cinesi che alimentano in modo masochistico sia i processi produttivi del capitalismo statunitense che il flusso di acquisti dei cittadini /salariati degli USA?

Chi sfrutta chi?

Sotto il profilo strettamente produttivo, si tratta di un gioco a somma zero in cui il rapporto tra costi/benefici economici per le due parti rimane per ora relativamente simmetrico, anche se è la parte cinese che contribuisce maggiormente fornendo grandi risorse con un basso ritorno materiale: non a caso l’agenzia di credito Finch ha previsto per il 2009 una diminuzione assoluta degli acquisti cinesi del debito USA, vista sia la sua aleatorietà/bassa redditività che il grande e costoso piano statale di sviluppo economico lanciato all’inizio di novembre del 2008 dal PCC.[15]

In ogni caso, uno degli elementi centrali all’interno dei rapporti produttivi sviluppatosi negli ultimi tre decenni tra la Cina Popolare ed il resto del mondo sfugge completamente alla logica dello sfruttamento imperialistico, anche per la relazione tra stato (Cina) e stato (USA) che la contraddistingue sul piano finanziario e materiale.

Ulteriore scoglio per la tesi della “Cina-polo imperialistico “: le relazioni paritarie e simmetriche sul piano politico ed economico,formatesi negli ultimi decenni tra la Cina ed i paesi in via di sviluppo,a partire da quelli africani.

Una premessa, innanzitutto: il fabbisogno energetico totale della Cina è coperto per il 67%, per circa due terzi dal carbone – di cui Pechino è addirittura un esportatore -, mentre sul fronte petrolifero la dipendenza della Cina dalle importazioni di petrolio nel 2008 è stata pari al 45% circa, meno della metà.

Partendo dal continente africano, si deve subito rilevare come l’interscambio commerciale tra Cina ed Africa abbia superato i 100 miliardi di dollari nel 2008, aumentando più del 30% rispetto all’anno precedente: sempre nel 2008 la Cina ha avuto un deficit con la controparte in oggetto pari a più di cinque miliardi di dollari.[16]

Sul piano commerciale e finanziario, inoltre, a partire dal novembre 2006 e dal summit cino-africano tenutosi a Pechino la Cina ha garantito l’eliminazione delle tariffe e dazi doganali per ben 466 categorie di prodotti, esportati al suo interno da più trenta paesi africani.

In aggiunta a ciò la Cina ha via via cancellato unilateralmente e senza contropartite, a partire dal 2006, tutti i debiti pregressi che si erano accumulati nei suoi confronti fino al 31 dicembre 2006 da parte di più di trenta paesi del cosiddetto”Quarto Mondo”, in larga parte africani.[17]

Per il 2009, Pechino ha già messo a disposizione dei paesi africani un fondo statale pari a cinque miliardi di dollari per i loro bisogni materiali, a dispetto della crisi finanziaria mondiale e con tassi d’interesse molto favorevoli: non è certo un caso che il FMI e la Banca Mondiale abbiano visto crollare i loro “affari” in Africa nel corso degli ultimi anni, visto che alcuni paesi africani hanno utilizzato i (favorevoli) finanziamenti statali cinesi proprio per estinguere i debiti accumulati in precedenza, a condizioni economiche molto vantaggiose, con i due amorevoli istituti finanziari occidentali.[18]

Secondo la stessa Banca Mondiale, mentre a fine 2003 gli investimenti cinesi – in larga parte e fino all’80% statali- risultavano pari a circa 8 miliardi di dollari, essi sono saliti fino a quota trenta alla fine del 2007, con una punta di sette miliardi di dollari nel corso del 2006.

Su questa massa totale di investimenti, circa un sesto del totale è andato a finanziare progetti relativi alle infrastrutture produttive (strade, ferrovie, dighe, ecc.) e sociali (scuole ed ospedali), coprendo un “buco”enorme lasciato dalle multinazionali occidentali:secondo i dati forniti dalla Banca Mondiale, Pechino ha finanziato 35 paesi africani per un valore annuo pari ad un miliardo di dollari nei due campi d’azione sopracitati.[19]

A partire dal 2007, la Cina ha offerto programmi gratuiti di addestramento per 10910 lavoratori provenienti da 49 nazioni africane, e manderà a sue spese nel solo 2009 cento esperti cinesi del settore agrotecnico in 35 stati africani (Quotidiano del Popolo, 20 gennaio 2009).

Per quanto riguarda invece il flusso di investimenti cinesi nei diversi settori produttivi africani, essi sono concentrati in buona parte nel settore energetico e minerario e provengono quasi esclusivamente da aziende statali e società pubbliche cinesi, lasciando ovviamente la proprietà del suolo, delle ricchezze naturali e/o risorse energetiche ai paesi ospiti africani e contribuendo in larga parte/completamente agli investimenti in loco. Gli enti statali cinesi pagano le materie prime ottenute in Africa a prezzi di mercato,oppure in alternativa lasciano una quota maggioritaria dei profitti ottenuti al paese ospite nelle joint-ventures che si formano a tale scopo.

La forza-lavoro impiegata in Africa dalle società pubbliche cinesi in parte proviene dalla Cina, mentre anche grazie all’importazione cinese di materie prime/energia (ed alla sua crescita impetuosa) i rapporti di scambio delle materie prime e dell’energia, a partire dal 1999, si sono modificati profondamente a favore delle nazioni africane: se nel 1995 un barile di petrolio costava 10 dollari, nell’estate del 2008 il suo prezzo era salito fino a circa 140 dollari aumentando di dodici volte nel giro di meno di un decennio, prima di crollare per la recessione planetaria in corso.

Sul piano politico-sociale infine, anche alcuni osservatori ipercritici rispetto alla multiforme attività cinese in Africa (definita addirittura un ” mostro partorito dalla globalizzazione”) sono stati costretti ad ammettere controvoglia, agli inizi di novembre del 2006, che la Cina “non è interessata, ad esempio, a generare profitti spingendo per la privatizzazione di servizi anche essenziali (come invece la “globalizzazione di stampo occidentale”); invece “al contrario si può permettere di investire un minimo anche nel sociale, visto che per ora l’unico interesse è rivolto alle risorse … Nella gestione del debito, che i paesi africani stanno accumulando, la Cina è poi decisamente più flessibile ed arriva, anzi, ad aiutare con prestiti vantaggiosi gli strati a pagare gli onerosi interessi, se non a saldare le pendenze nei confronti degli stati e delle usuraie istituzioni occidentali. Molto importante anche la politica della non-interferenza: se l’occidente continua ad usare il ricatto per imporre la ricetta neo -liberista, la Cina si limita a fare buoni affari senza immischiarsi nelle vicende nazionali”.[20]

Subito dopo l’Angola, il Sudan rappresenta uno dei principali partner commerciali di Pechino nel continente africano.[21]

E proprio focalizzando l’attenzione sulle relazioni, politico-economiche progressivamente sviluppatesi tra Cina e Sudan, sotto il mirino dei soliti critici “umanitari” occidentali, si può subito notare come un accordo del 1997 avesse attribuito il 40% del controllo della futura estrazione del petrolio in un’ampia fascia del territorio sudanese alla compagnia statale cinese CNPC, il 30% ad un’impresa malese, il 25% all’India ed il 5% allo stato sudanese.

Se gli investimenti nei campi petroliferi erano e sono a carico delle imprese straniere, la proprietà delle riserve petrolifere rimaneva e rimane tuttora al Sudan: le royalties pagate dalle compagnie petrolifere interessate all’erario sudanese hanno dal canto loro assunto un notevole peso, sia in termini assoluti che relativi, visto che già nel 2006 il 48% e quasi la metà dell’insieme delle entrate fiscali sudanesi era costituito dalle tasse e vendite erogati dalle aziende petrolifere estere, in primo luogo (ma non solo) di nazionalità cinese.[22]

Sul piano politico, la principale accusa rivolta alla Cina ha per oggetto il suo sostanziale disinteresse e non-ingerenza negli affari interni dei paesi africani: senza entrare nel merito, si tratta di una critica molto diffusa anche a sinistra, ma che certo non depone a favore della teoria del polo imperialista, sempre collegato storicamente a forme più o meno dirette di egemonismo e ricatto politico, militare e/o economico esercitato dallo “stato-guida” sulle nazioni ed aree geopolitiche “vassalle” e subordinate, anche se formalmente indipendenti (il fenomeno del neo-colonialismo, in estrema sintesi).

Per quanto riguarda le relazioni commerciali e l’interscambio politico-economico formatosi tra Cina e America latina/Asia, non sono state ancora rivolte accuse di imperialismo e neocolonialismo a Pechino: i governi delle aree geopolitiche in esame hanno anzi espresso di regola almeno del sincero rispetto nei confronti della politica (politica economica) svolta dalla Cina Popolare nei loro confronti, mentre il Venezuela, Cuba socialista ed il nuovo Nepal – dopo la primavera del 2008 – hanno manifestato sicuramente un sincero apprezzamento nei confronti delle loro relazioni multilaterali con il gigantesco paese asiatico, a partire dal lato economico, commerciale e finanziario.

La Cina non ha mai cercato di strangolare e ricattare economicamente le nazioni dell’ipersfruttato Terzo Mondo.

Per usare due soli esempi, il feroce blocco economico e finanziario (oltre che politico) contro Cuba non è stato certo esercitato da Pechino, ma da un’altra nazione molto vicina alle coste cubane; il boicottaggio commerciale e le sanzioni economiche contro l’Iran non provengono certo dalla Cina Popolare, che proprio nel gennaio 2009 ha invece firmato con Teheran un nuovo importante accordo in campo energetico, di durata pluridecennale.[23]

Sesta contraddizione reale: la totale assenza di stati ed aree geopolitiche controllate e dominate dal presunto “polo imperialistico” cinese, sia sotto l’aspetto politico/politico militare che in campo economico.

Nel 1916 Lenin notò giustamente che due delle caratteristiche fondamentali dell’imperialismo contemporaneo consistevano nel “sorgere di associazioni  monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo” (multinazionali e banche private) e “la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche”: nascevano varie sfere d’influenza, controllate dai più grandi paesi capitalistici.[24]

In un’altra sezione del suo splendido lavoro, Lenin rilevò anche che ” ai vecchi momenti della politica coloniale, il capitalismo finanziario aggiunse ancora la lotta per le sorgenti di materie prime, quella per l’esportazione di capitale, quella per le”sfere di influenza”, cioè per le regioni che offrono vantaggiosi affari, concessioni, profitti monopolistici, ecc., e infine la lotta per il territorio economico in generale”.[25]

Pertanto imperialismo significa anche controllo politico e sfruttamento economico dei “territori economici” (Lenin), composti da altri stati ed aree geopolitiche, da parte delle “zone centrali” e delle potenze dominanti.

Imperialismo significa anche controllo politico e sfruttamento economico delle nazioni estere, sotto forme coloniali e neocoloniali.

Imperialismo significa anche ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche, processo attraverso il quale i diversi poli imperialistici si ritagliano e dominano una “propria” ed esclusiva sfera d’influenza, sfruttandola sotto molteplici forme a vantaggio e mediante le “proprie” multinazionali e capitalismi finanziari, attraverso le proprie “associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti”(Lenin).

Ora, dov’è l’area d’influenza della Cina, dove si trovano i “territori economici” sottoposti allo sfruttamento economico esclusivo e prevalente di Pechino, le zone d’influenza egemonizzate e controllate dalla Cina?

Andiamo per esclusione.

Stati Uniti? Crediamo di no, anche se alcuni esponenti della destra repubblicana avevano parlato di  “pesanti influenze” cinesi sull’amministrazione Clinton…

Europa di Maastricht? Crediamo di no, vista anche l’isterica campagna anticinese sviluppatasi nel marzo-aprile 2008 dopo il pogrom anticinese di Lhasa…

Giappone? Le basi militari collocate in Giappone non sono certo cinesi, ma a stelle e strisce…

Corea del sud? Come sopra…

Canada e Messico? Crediamo che i due stati siano sicuramente delle aree d’influenza e “territori economici” altrui, ma di un paese a loro molto più vicino (e confinante, tra l’altro) della Cina.

Europa centro-orientale, ivi compresi paesi baltici, Ucraina e Georgia? Sono sicuramente semi-colonie, ma non certo di Pechino…

Vietnam? Immaginiamo le (giuste e sacrosante) urla di protesta dei comunisti vietnamiti, anche solo a proporre loro per un istante questa ipotesi assurda…

Laos? Come sopra…

Cuba? Come sopra…

Venezuela e Bolivia? Come sopra…

D’accordo, passiamo ai paesi confinanti (o vicini) alla Cina e forse la musica cambierà…oppure no?

La Russia: Una sfera d’influenza ed un territorio economico, sottoposto all’egemonia cinese? La Russia di Eltsin era diventata sicuramente semi-colonia, ma non certo dominata dalla Cina…

L’India? Ma non è una potenza emergente che ha instaurato ottime relazioni con gli USA e Russia, invece munita di una discreta dose di diffidenza verso il vicino cinese?

L’Afghanistan? Semi-colonia, ma non certo di Pechino…

Le altre nazioni dell’Asia centrale, partendo dal Kazakistan? Se sono ” territori economici cinesi” si tratta sicuramente di un segreto custodito molto bene…Forse la Mongolia, confinante con la Cina per migliaia di chilometri, è il “territorio economico” l’area geopolitica controllata da Pechino? La risposta risulta ancora una volta negativa, vista la significativa influenza russa(contrastata dagli Stati Uniti) sul paese in oggetto. L’Iran? Un oscuro e diabolico, ” Lavaggio del cervello degli han ha convertito il clero sciita in cripticomunisti filocinesi? Thailandia, Filippine, Indonesia e Singapore? Gli Stati Uniti in questi paesi pesano sicuramente molto più della Cina e sotto tutti gli aspetti,nel caso indonesiano,proprio dopo ed a causa dell’atroce massacro dei comunisti (filocinesi) indonesiani avvenuto nel 1965/66… Nepal? Si fa già gli affari suoi, senza alcun condizionamento da parte del presunto (e confinante) imperialismo cinese…Pakistan vi sono certo aerei, droni, truppe e consiglieri  stranieri nel paese ma ci risulta che parlino inglese con una forte pronuncia yankee…

L’Iraq? E’ stato il polo imperialistico cinese ad invaderlo e occuparlo a partire dall0inizio del 2003?

D’accordo, cambiamo continente ed aree geopolitiche.

Australia? Opera la CIA ad Alice Springs, non certo i militari o l’Echelon cinese.

Le aree della Polinesia e Melanesia? Esse sono dominate in larga parte dagli USA (Haway, Samoa, Marianne, Isole Marshall, Federazione della Micronesia, Guam e Midway, ecc), in parte minore dall’imperialismo francese e dall’Australia.

Il mondo arabo, soggetto all’imperialismo cinese? Non oserebbe sostenerlo neanche il sionismo internazionale, mentre da decenni, Egitto, Arabia Saudita e Giordania sono sotto la sfera a influenza degli USA.

L’Antartide? Con i suoi (gelatissimi…)13.117.000 kmq è stata divisa dal trattato del 1969 in zone d’influenza tra Gran Bretagna, Norvegia, Australia, Francia e Nuova Zelanda: manca la Cina (del resto manca anche la forza lavoro e lo sfruttamento delle risorse minerarie del continente).

Zona artica, Groenlandia e Islanda? Zone geopolitiche economiche già occupate, ma non dai cinesi…

America Latina? Astraendo dai sopracitati esempi di Cuba, Venezuela e Bolivia, una parte importante del continente rimane ancora oggi sotto l’egemonia statunitense, partendo dal Messico fino ad arrivare a Cile e Perù; la parte restante, Brasile di Lula in testa, come minimo non è sottoposta ad alcun significativo e duraturo controllo, sia di natura politica che economica, da parte di Pechino.

L’Africa? Si è già notato come anche soggetti ipercritici con Pechino ammettano che la “politica della non-interferenza” costituisce uno dei principali e costanti capisaldi della strategia cinese rispetto al continente africano, dato che la “Cina si limita a fare buoni affari senza immischiarsi nelle vicende nazionali”: il Sudan islamico, ad esempio, non è certo sul punto di diventare comunista o (ancora peggio, orrore) di entrare stabilmente nella presunta zona di influenza esclusiva/egemone dei cinesi.

Di sfuggita, si può notare come sia la Francia ad avere sin dal 1958/62 e fino ad oggi, una sfera d’influenza esclusiva nell’Africa occidentale…

Abbiamo voluto tralasciare tre stati: Malaysia, Corea del Nord e Myanmar (Birmania).

Per ragioni geografiche ed economiche, la Malaysia mantiene da lungo tempo degli ottimi rapporti con la Cina, senza tuttavia rinunciare in alcun modo alla sua piena autodeterminazione, al suo sistema capitalistico(con un certo grado di intervento statale, in ogni caso)ed al suo dichiarato anticomunismo.

Come nella Malaysia, non vi sono truppe e/o basi militari cinesi neanche in Birmania, ma solo ottime relazioni geopolitiche e commerciali ormai consolidate con Pechino: fin dal 1988/89, del resto, il regime militare birmano ha scelto una propria autonoma”via al capitalismo selvaggio”che esclude a priori una scelta strategica e di campagna a favore della Cina.

Per quanto riguarda infine la Corea del Nord, gli osservatori  occidentali meno prevenuti hanno subito notato l’importanza del continuo richiamo al patriottismo ed all’autonomia, non privo di alcune spinte e tendenze autarchiche, all’interno della formazione politica e socio-economica della Corea del Nord.[26]

Il suo partito comunista sceglie autonomamente, a volte compiendo errori, la propria linea politica ed i suoi dirigenti, senza aspettare alcun avvallo da parte di Pechino; non ospita truppe e/o basi militari cinesi sul suo suolo e la sua alleanza strategica con la Cina non comporta alcuna forma di sfruttamento economico da parte di quest’ultima, obbligata anzi a fornire un consistente e continuo aiuto energetico ed alimentare al suo socio alla pari di Pyongyang.

Finita questa sommatoria panoramica mondiale, si può concludere con sicurezza che Pechino non ha assunto il controllo di una propria zona d’influenza, di un proprio”territorio economico”, di una propria”area imperiale”dominata e sfruttata, in esclusiva o almeno in condominio: ma allora, di che “polo imperialistico”stiamo parlando? Polo imperialistico o assenza di imperialismo visibile, almeno per i comuni mortali?

Tra l’altro proprio la Cina è stata trasformata in una semi-colonia dell’imperialismo occidentale per più di un secolo, dal 1842 al 1949, diventando una riserva di caccia per i sofisticati”pusher”di oppio del colonialismo britannico: anche la storia di una nazione conta e pesa, seppur come elemento secondario.

Settimo scoglio per la tesi della “Cina-polo imperialistico”: l’assenza totale di basi militari e di truppe cinesi all’estero, oltre che di interventi militari nel resto del mondo a partire dal 1979(a partire dalla breve e controproducente spedizione punitiva in Vietnam, nel febbraio/marzo del 1979).

Storicamente l’imperialismo contemporaneo, del capitalismo finanziario e delle multinazionali private, è stato contraddistinto fino al 1945/60 dal colonialismo e dall’occupazione manu militari dei paesi extra-europei da parte delle diverse potenze imperialistiche, e dopo il 1945 dalla”basing strategy”messa in campo dagli USA con la progressiva creazione di una rete diversificata ed impressionante di basi militari, soldati e”consiglieri”militari statunitensi sparsi in circa cento paesi del globo: dalla Colombia all’Italia, dall’Arabia alle Azorre, dalla Georgia alla Corea del Sud.

Basi ed avamposti militari che servono anche a controllare il “territorio economico”, le fonti energetiche e di materie prime, le zone di passaggio degli oleodotti e del traffico internazionale.

La Cina non possiede neanche una base militare all’estero, mentre i (pochi) soldati cinesi all’estero operano solo sotto l’egida delle Nazioni Unite: un fenomeno irrilevante?

Gli interventi militari all’estero delle potenze imperialistiche, con l’occupazione prolungata del territorio altrui, quasi non si contano più dopo il 1945 e fino ai nostri giorni.

A parte il caso estremo dell’imperialismo nordamericano, la Francia ha compiuto numerosi interventi militari dopo il 1962 nella sua particolare zona d’influenza neocoloniale, l’Africa occidentale; la stessa Italia ha partecipato come socio minore (o protagonista) alle occupazioni occidentali del Libano (1982/83), della Somalia (1992/94), dell’Iraq (2003/2006) e dell’Afghanistan, dal 2002 fino ad oggi.

A “carico”, della Cina, dopo il 1979, non emerge nessun dato accusatorio in questo settore. Risalendo invece indietro nel tempo, la partecipazione cinese alla guerra di Corea  del 1950/53 non procurò nessuna base militare o egemonica alla Cina nella Corea del Nord, mentre le due rapide (anche se disastrose, dal punto di vista politico) guerre contro l’India (1962) ed il Vietnam (1979) finirono in breve tempo, e proprio con il ritiro unilaterale e senza condizioni delle truppe cinesi.[27]

Dopo il 1946 sia gli Stati Uniti che, in modo minore, la Francia e la Gran Bretagna hanno spesso utilizzato i mezzi paramilitari ed i servizi segreti per rovesciare i regimi a loro sgraditi, quasi sempre progressisti ed antimperialisti: si va dal Guatemala di Arbenz (1954) fino al colpo di stato promosso nel Venezuela di Chavez dalla CIA (aprile 2002), con l’appoggio delle forze reazionarie e della borghesia locale.

La Cina non ha partecipato a questo “gioco sporco” tipico del moderno Risiko mondiale e della politica neocoloniale delle potenze imperialistiche, dopo il 1945: un elemento non irrilevante, a nostro avviso, specie se collegato all’assenza di basi militari/truppe all’estero ed alla mancata occupazione da parte di Pechino di nazioni straniere.

Ultima difficoltà per la teoria della “Cina-polo imperialistico”: la mancata partecipazione di Pechino alla pluridecennale corsa al riarmo nucleare.

Oltre a fare in modo che il numero totale dei membri delle forze armate cinesi passasse dai circa cinque milioni del 1980 ai 2300000 del 2005/2008, la Cina si è dotata solo di un modesto arsenale nucleare, forte al massimo di 70 vettori intercontinentali e di 200 testate nucleari in grado di raggiungere il territorio statunitense.[28]

Tale potenziale bellico rimane enormemente inferiore a quello via via accumulato dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica/Russia post-sovietica: l’obiettivo centrale nella strategia nucleare adottata dalla Cina dopo il 1964 non era quello di raggiungere, almeno in parte, le due superpotenze militari del globo, ma viceversa di garantirsi un adeguato potere di dissuasione in grado di scoraggiare a priori qualunque possibile aggressore, Stati Uniti in testa (dopo il 1980/88), e ogni minaccia alla sua sovranità, come afferma esplicitamente il Libro Bianco creato dal Ministero della Difesa cinese nel 2006.

Per dare un’idea del rapporto di forze nucleare attualmente esistente sul nostro pianeta, le 200 testate costruite dalla Cina alla fine del 2006 si confrontano sia con le 4.545 in possesso degli USA nello stesso periodo che con le 3.284 testate a disposizione della Russia, sempre a fine 2006: si tratta di un’asimmetria particolarmente evidente e non priva di significati politici di carattere generale, che ha per oggetto la principale arma distruttiva nell’epoca post-Hiroshima ed un elemento molto importante al fine di distinguere le grandi dalle medie potenze, almeno sul piano politico-militare e militar-tecnologico.[29]

Sul piano militare la Cina non è certo una super potenza ed il suo potenziale d’urto, seppur non trascurabile, è solo leggermente superiore a quello della Gran Bretagna e Francia, mentre invece a parità del potere d’acquisto il PIL cinese del 2008 era oramai pari al 70% di quello degli USA, secondo le stime più prudenti.

Gli argomenti sopra elencati risultano incompatibili con il modello teorico della “Cina-polo imperialistico”, specie se analizzati nella loro interconnessione dialettica.

Viceversa essi supportano la tesi alternativa di una formazione economico-sociale prevalentemente collettivistica, che se da un lato regala molto poco al resto del globo in termini materiali(si pensi, a titolo di paragone, al rapporto economico invece formatosi tra URSS e Cuba dal 1970 fino al 1990), dall’altro non partecipa allo sfruttamento imperialistico del terzo mondo.

La Cina:

–         non ha quasi multinazionali e banche private in giro per il mondo

–         non si è creata” territori economici” e riserve di caccia per l’esportazione dei suoi capitali

–         non possiede basi militari e forze d’occupazione all’estero

–         non partecipa alla folle corsa al riarmo atomico, oltre che ai progetti di Guerre Stellari, ecc

–         finanzia il debito statale degli USA, ma permette allo stesso tempo alle multinazionali straniere di controllare quasi il 60% dei suoi scambi con il mondo occidentale ed il Giappone

–         è interessata principalmente ad assicurarsi forniture sicure di petrolio e materie prime, partendo da Russia e Kazakistan, senza basi militari e “riserve di caccia” esclusive.

Cina come “terzo imperialismo”? I fatti testardi parlano invece di uno stato socialista sovrano ed autonomo, le cui relazioni concrete con il mondo esterno non sono certo riconducibili alla categoria di imperialismo, e che non ricerca l’egemonia (né planetaria né regionale) sia per scelta strategica autonoma che per i rapporti di forza cristallizzatisi negli ultimi decenni. Invece la Cina ha adottato una lungimirante politica internazionale caratterizzata da una cooperazione egualitaria a 360° (senza di regola fornire donazioni eccessive e/o ” sussidi imperiali” alle altre nazioni) con tutti gli stati e le aree geopolitiche del globo strategiche, che sta già dando buoni risultati in molti paesi di quel Terzo Mondo ipersfruttato dall’imperialismo occidentale.

Si possono legittimamente avanzare numerose critiche alla politica internazionale della Cina, a partire dallo spazio eccessivo concesso alle multinazionali occidentali sul suo territori, al debole sostegno materiale fornito dopo il 1991 a Cuba, ecc: ma si tratta di un  altro livello e terreno di discussione, di confronto tra compagni che sentono di far parte di un medesimo campo e fronte di lotta, seppur con tutte le differenze possibili.

Prima possibile obiezione: “Pechino non si è appropriata di una propria sfera di influenza esclusiva solo perché non possiede le forze per farlo con successo, almeno per ora”.

In primo luogo rimane il fatto che tali zone e “territori economici” al momento attuale non sussistano. In secondo luogo, almeno il rapporto di forza creatosi tra la Cina e la Corea del Nord dopo il 1989/91 avrebbe sicuramente consentito l’emergere di tendenze egemoniche della prima rispetto a Pyongyang, ma non è invece accaduto nulla di simile proprio a giudizio dei comunisti nord coreani: durante una recente visita a Pechino di Pak Ui Chun, ministro degli esteri della Repubblica Democratica Popolare di Corea (13 gennaio 2009), la Corea del Nord e la Cina hanno espresso “soddisfazione per lo sviluppo dei loro rapporti bilaterali” e lanciato una serie di iniziative comuni per celebrare il 60° anniversario della creazione dei rapporti diplomatici tra i due paesi.[30]

Seconda possibile obiezione: “e i fondi sovrani cinesi, e gli investimenti cinesi nel mondo occidentale”? La Cina ha creato, con fondi pubblici, un fondo d’investimento di proprietà statale sottoposto allo stretto controllo degli apparati governativi: si chiama China Investment Corporation (CIC), fondato nel settembre 2007 con una donazione di 207 miliardi di dollari.

A dispetto della grande massa di capitali a sua disposizione, dal 2007 fino ad ora il fondo statale cinese ha effettuato solo poche e limitate acquisizioni di quote minoritarie di società finanziarie occidentali: ha comprato una consistente partecipazione azionaria del 10% nel gruppo finanziario Blackstone, per un valore pari a 3 miliardi di dollari, ed il 9,9% di Morgan Stanley spendendo 5 miliardi di dollari a tale fine.

Fondi statali, dunque; utilizzati solo in proporzioni modeste e (soprattutto) impiegati non per fini di profitto, ma geopolitici: influenzare e poter condizionare, almeno in parte, i “salotti buoni” del capitalismo e della finanza occidentale. Con molta grazia ed il solito sciovinismo occidentale, F. Galletti e G. Vagnone hanno rilevato che nei fondi sovrani” il vero pericolo arriva dalla Cina”, visto che “nel caso dei fondi cinesi, che non a caso preoccupano gli statisti occidentali molto più di quelli arabi o russi, tutto dà intendere che si tratti di vere e proprie forme di espansionismo geopolitico per entrare in settori strategici: banche, assicurazioni, infrastrutture”.[31]

Fondi statali per scopi geopolitici: siamo lontani dal capitalismo monopolistico.

In questo campo una delle rare acquisizioni di società occidentali lanciata da un’impresa privata cinese è stato l’acquisto nel 2004 della divisione personal computer, dell’IBM (per 1,25 miliardi di dollari da parte della Lenoro: ma anche quest’ultima è posseduta per quasi un terzo dallo stato cinese.

Se è vero che la compagnia cinese Minmetals ha acquistato la maggiore compagnia mineraria canadese, che la Shangai Automotive Industries ha comprato la sudcoreana Sangyong e la Shenyang Machine il gruppo tedesco Schiess, nel 2005 l’azienda statale cinese CNOOC non ha potuto acquisire la multinazionale californiana Unocal proprio per il veto del governo “liberista” di Bush junior, preoccupato dalle ricadute geopolitiche del possibile take-over da parte di Pechino.

Per fornire un termine di paragone, il capitalismo finanziario ed i grandi monopoli privati dell’India hanno dimostrato un altro ritmo di marcia nel processo di esportazione  di capitali verso le metropoli imperialistiche.

Come ha notato F. Rampini nell’aprile del 2007, in soli tre mesi le multinazionali indiane hanno “dato la scalata con successo” a ben 34 gruppi stranieri, per un valore di 11 miliardi di dollari e nei soli primi tre mesi del 2007.

“Altre dinastie del capitalismo indiano ormai molti occidentali le conoscono bene perché le hanno in casa. Il gruppo Mittal di Lakshmi e Adita, padre e figlio, controlla la maggior parte della siderurgia europea dopo aver acquistato il colosso Arcelor (francobelgospagnolo). Kumar Mangalam Birla, presidente del gruppo Birla, con la sua filiale dell’alluminio Hindalco ha comprato quest’anno il rivale americano Novelis e si è issato al primo posto mondiale nel settore. L’impresa farmaceutica Ranbaxy di Malvinder Singh è reduce da otto acquisizioni in America, Italia, Romania e Sudafrica. Dall’inizio del 2007 le multinazionali indiane hanno dato la scalata con successo a 34 gruppi stranieri, per un valore di 11 miliardi di dollari. The Economist prevede: “Un giorno saranno loro a insegnarci le nuove regole del mestiere d’impresa, proprio come nell’ascesa del Giappone la Toyota divenne l’azienda pilota mondiale, che rivoluzionò il modo di fare le automobili”.[32]

Di sfuggita, va notato come nel 206 il grande gruppo privato della Tata da solo fatturasse 22 miliardi di dollari, pari a circa il 3,7% del prodotto nazionale lordo indiano, e che il conglomerato Reliance Industries (che vede come suo maggiore azionista Mukesh Ambani) a sua volta contasse da solo il 3,5% sul PNL dell’India, con i suoi 20 miliardi di dollari di vendite annuali. Con i sopracitati monopoli privati Birla, Rambaxi e Mittal (ben 58 miliardi di dollari di fatturato nel 2007, dopo l’acquisizione dell’ARCELOR), le cinque principali aziende private-familiari controllavano e possedevano circa il15% della ricchezza globale prodotta in India agli inizi del 2007, facendo si che un settimo del PNL( in un paese composto da più di un miliardo di persone) fosse nelle mani e proprietà di cinque sole “grandi” famiglie dell’India.[33]

Non sorprende per tanto che Laksmhi Mittal e Mukesh Ambani risultassero nel 2000 tra le cinque persone più ricche del globo, quasi alla pari con Bill Gates ed il messicano Carlos Slim secondo la rivista Newsweek (12 novembre 2007); non sorprende neanche che in India si sia consolidato un “crony capitalism”, un “capitalismo dei compari” contraddistinto da relazioni di alleanza particolarmente sfacciate tra grandi monopoli privati e apparati statali, tra alta finanza e nuclei dirigenti politici al potere.

Terza possibile obiezione: “la Cina  sta acquistando terreni agricoli in mezzo mondo, con una forma di colonialismo agrario che rimanda all’Ottocento”.

Nel 2003 Cina e Kazakistan hanno firmato un accordo con cui la Cina ha preso in affitto 20 kmq di terreno Kazako, che circa 3000 agricoltori cinesi già ora coltivano a soia con capitali cinesi: area prima non sfruttata e confinante con la Cina, 20 kmq rispetto ad una superficie totale del Kazakistan pari a circa 2.717.000 kmq (equivalente a nove volte l’Italia).

Nel maggio del 2008 Cina e Russia si sono accordate affinché 800 kmq di terreno siberiano, non coltivato e confinante con la Cina, fossero utilizzate come una sorta di joint-venture tra società cinesi e i contadini e le autorità russe per produrre riso e soia: l’investimento di 21,4 milioni di dollari è a carico della parte cinese, mentre 4.500 contadini cinesi svolgeranno gran parte dell’attività produttiva in loco. Sempre per permettere di stabilire delle proporzioni, la sola Regione Autonoma Ebraica (fondata sotto Stalin, nel lontano 1934) ha una superficie totale pari a 36000 kmq, la sola Siberia si estende per più di 13 milioni di chilometri quadrati, l’intera Russia per più di 17 milioni di chilometri quadrati.

800 kmq contro 17.000.000 kmq, in Russia.

20 kmq contro 2.700.000 kmq, in Kazakistan.

Non c’è che dire, i cinesi hanno oramai colonizzato gran parte della Russia e del Kazakistan…

Quarta possibile critica: “la Cina ed il PCC esprimono una politica internazionale sempre tesa alla coesistenza pacifica con l’imperialismo occidentale: per tanto diventano corresponsabili, complici del sistema imperialistico mondiale”.

Lenin e il partito bolscevico firmarono nel marzo 1918 il trattato di brest-Litovsk con l’imperialismo tedesco; nell’aprile 1922, sempre vivo ed operante Lenin, venne a stipulare con la Germania il trattato di Rapallo sancendo il riconoscimento reciproco tra le due nazioni, e cioè creando una vera e propria coesistenza pacifica tra potere sovietico e capitalismo finanziario tedesco, almeno sotto il profilo delle relazioni internazionali; nel 1921 proprio la Russia sovietica, sempre vivo ed operante Lenin, aveva firmato accordi politico-diplomatici con la Turchia e l’Iran, entrambi paesi nei quali avvenivano in quel periodo massacri dei comunisti e delle forze di sinistra.[34]

Logica conseguenza: Lenin e il suo partito bolscevico erano diventati complici dell’imperialismo occidentale, o almeno di una sua frazione. Oppure qualcosa non quadra, rispetto alla valutazione iper-antagonista della strategia della coesistenza pacifica?

Viceversa il PCC risulta realmente “complice” e corresponsabile, perché partecipante a pieno titolo, della risoluzione che ha firmato quando si è concluso il decimo incontro internazionale dei partiti comunisti e dei lavoratori, tenutosi a San Paolo(Brasile) dal 21 al 23 novembre 2007.

Nel testo di questa risoluzione, firmato da 65 organizzazioni comuniste, si afferma che i partiti comunisti “accolgono le lotte popolari emergenti in tutto il mondo contro lo sfruttamento e l’oppressione imperialista, contro i crescenti attacchi alle conquiste storiche del movimento operaio, contro l’offensiva militarista e antidemocratica dell’imperialismo.

Sottolineando che la bancarotta del neo-liberalismo rappresenta non solo il fallimento della gestione del capitalismo, ma la sconfitta del capitalismo stesso, fiducioso della superiorità degli ideali e del progetto comunista,noi affermiamo che la risposta alle aspirazioni di emancipazione dei lavoratori e dei popoli si può trovare soltanto nella rottura con il potere del grande capitale e con i blocchi e le alleanze imperialiste, attraverso profonde trasformazioni di liberazione e di carattere antimonopolista”.

Inoltre nella risoluzione di San Paolo si è rilevato che “il mondo si trova davanti una grave crisi economica e finanziaria di grandi proporzioni. Una crisi capitalista, indissolubilmente legata alla sua stessa natura e alle sue indissolubili contraddizioni, probabilmente la più grave crisi dalla Grande Depressione iniziata con il crollo del 1929. Come sempre i lavoratori e il popolo ne sono le principali vittime.

La crisi attuale è espressione di una più profonda crisi intrinseca al sistema capitalista, che dimostra i limiti storici del capitalismo e la necessità del suo rovesciamento rivoluzionario. L’attuale crisi costituisce, inoltre, un enorme minaccia di regressione democratico e sociale e pone le basi, come la storia a dimostrato, per una deriva autoritaria e militarista che chiede più vigilanza da parte dei partiti comunisti e di tutte le forze democratiche e antimperialiste.

Mentre vengono impegnati miliardi di risorse pubbliche per salvare i responsabili di questa crisi – il grande capitale, l’alta finanza e gli speculatori – i lavoratori, i piccoli agricoltori, i ceti medi e tutti coloro che vivono del proprio lavoro sono schiacciati dal peso dei monopoli e soffriranno maggior sfruttamento, disoccupazione, erosioni salariali e pensionistiche, insicurezza, fame e povertà”.[35]

Il PCC ha firmato in prima persona la risoluzione di San Paolo, e pertanto ne porta la piena responsabilità: a ciascuno secondo la sua responsabilità.

Per la Rete dei Comunisti e la rivista Contropiano, sorge il problema se essere “corresponsabili” (perché consenzienti) della teoria sulla “Cina-polo imperialistico”: un problema oramai ineludibile.

Penultima osservazione: “si è spesso parlato, anche nella sinistra antagonista occidentale, delle presenti tendenze imperialistiche ed egemoniche espresse dalla Cina verso Taiwan e le isole Spratly.

Per quanto riguarda le isole Spratly, nel marzo del 2005 è stato concluso un accordo alla pari tra Cina, Vietnam e Filippine al fine di sondare per tre anni il sottosuolo delle isole Spratly, che si crede possano diventare il prossimo Golfo Persico.

La Cina Popolare ha sempre ribadito che Taiwan è parte integrante della Cina: ma, allo stesso tempo, ha sempre aggiunto di accettare l’attuale status-quo che vede l’isola sostanzialmente(anche se non formalmente, punto centrale per Pechino) sovrana, avviando dopo il marzo del 2008 un deciso miglioramento nelle relazioni con Taipei sotto tutti i profili, grazie alla vittoria di Kuomintary nelle elezioni presidenziali della primavera 2008.

Da notare che finora il vero “grande fratello” di Taiwan è stato il solito imperialismo statunitense: grande fornitore di armi all’isola, tra l’altro, e sostenitore “coperto” dalle forze politiche che a Taiwan cercavano -fino alla sconfitta subita nel marzo 2008- di rendere indipendente l’isola anche sul piano formale.

Ultima obbiezione: “perché la Cina non ha appoggiato a sufficienza Cuba socialista, specialmente nel durissimo quinquennio 1991/1995 ?”

Crediamo per una reale scarsità di forze materiali e (soprattutto) a causa di un eccesso di prudenza della direzione comunista cinese nei confronti dell’imperialismo statunitense, all’apice della sua potenza internazionale (assoluta e relativa) proprio nei cinque anni presi in esame.

Dopo il 2002 , tuttavia, la situazione è nettamente migliorata proprio sotto il profilo economico e commerciale nelle (già buone) relazioni tra i due stati socialisti.

Alla fine di dicembre del 2008 Carlos Miguel Pereira, ambasciatore cubano in Cina, ha notato come le relazioni cubane con la Cina abbiano raggiunto il miglior livello nella loro storia: il commercio cino-cubano è passato dai 578 miliardi di dollari del 2003 ai 2,6 miliardi del 2007, più che quadruplicandolo nel giro di soli quattro anni.[36]

” La Cina è un sicuro e stabile importatore del nickel e dello zucchero cubano”, ha inoltre sottolineato l’ambasciatore cubano in Cina,”e la Cina sta iniziando a diventare un grande paese investitore a Cuba”, a dispetto del blocco economico statunitense: non a caso Carlos Pereira ha auspicato un ulteriore rafforzamento della cooperazione tra i due paesi, evidentemente noncurante della (ipotetica) trasformazione della Cina in un (presunto) “polo imperialistico”.

CONCLUSIONI

Corriere della Sera del 23 gennaio 2009, pag. 15.

” Quanti morti può fare una privatizzazione? O meglio, se un conto si può fare, quante vite è costato il passaggio dal comunismo al capitalismo? E ancora: si può conteggiare l’effetto delle ricette economiche che quella transizione l’hanno dettata negli eltsiniani (e clintoniani) anni Novanta?

Il conto è stato fatto. Pubblicato su una delle più prestigiose riviste di medicina internazionali, l’inglese Lancer, quattro anni di lavoro modelli matematici complessi, basandosi sui dati dell’Unicef dal 1989 al 2002. La conclusione: le politiche della privatizzazione di massa nei Paesi dell’ex Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est hanno aumentato la mortalità del 12,8%. Ovvero, hanno causato la morte prematura di un milione di persone.

Non che, finora, qualche stima non fosse stata fatta. L’agenzia Onu per lo sviluppo, l’Undp, nel ’99 aveva contato in dieci milioni le persone scomparse nel tellurico cambio di regime, e la stessa Unicef aveva parlato dei tre milioni di vittime.Lo studio di Lancer firmato da David Stuckler, sociologo del Oxsford University, da Lawrence King, della Cambridge University e da Martin McKee, della London School of Hygiene and Tropical Medicine invece parte da una domanda diversa: si potevano evitare tante vittime, e sono da addebitare a precise strategie economiche?

La risposta è si . Ed è la “velocità” della privatizzazione che -secondo Lancet – spiega il differente tasso di mortalità tra i diversi paesi. Si moriva di più dove veniva adottata la “shock terapy”: in Russia tra il 91 ed il 94 l’aspettativa di vita si è accorciata di 5 anni. Nei paesi più “lenti”, invece, come Slovenia, Croazia, Polonia, si è allungata di quasi un anno.

Perché se gli operai inglesi negli anni ottanta, come nel film di  Ken Loach, “ringraziavano ” la signora Thatcher, gli operai delle fabbriche chiuse dell’Est devono (in parte) la loro sorte al geniale economista americano, consigliere allora di molti governi dell’Est. E infatti il signor Sachs ha risposto piccato, con una lettera al Financial Times. Ma quel “milione di morti ” ha ormai acceso il dibattito ai due lati dell’Oceano, sulle pagine del New York Times e nei blog economici”.[37]

Tre milioni di morti, secondo l’Unicef, dal 1989 al 1999: il costo “modesto” della controrivoluzione capitalistica, salutata ai tempi con gioia da larga parte della sinistra antagonista occidentale ed italiana. E sorgono subito alcune domande.

Forse questi tre milioni di morti pesano nella stessa analisi della Cina attuale, della sua natura socioeconomica e della posizione/politica internazionale?

Forse sussiste un legame tra la passata “gioia” espressa da larga parte della sinistra antagonista per il crollo del muro di Berlino e la critica distruttiva, ora ed adesso tanto diffusa verso la Cina Popolare (capitalismo di stato, imperialismo, ecc.)?

Cosa c’entra tale critica (ed analisi) distruttiva con una possibile -anzi necessaria- valutazione oggettiva dell’attuale dinamica politica e socioeconomica della Cina, fatta certo da lati negativi (denunciati spesso dagli stessi comunisti cinesi) ma anche da aspetti positivi, in quasi tutti i campi (ivi compresa la politica e posizione internazionale della Cina )?

Troppe domande?


[1] G. Gattei, “L’imperialismo di oggi: China export”, in Contropiano nr. 4 del 2008, pag. 2

[2] V. I. Lenin, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, cap. VII, Ed. Editori Riuniti

[3] M. Leoni e R. Sidoli, “Cina: socialismo o capitalismo”, parte I

[4] G. Gattei, Contropiano, op. cit.

[5] “Foreign Investment in China, in www.uschina.org.2007”, febbraio 2007

[6] K. Gruppioni, “Investimenti stranieri? Ancora sì, grazie!”, 24/10/08, in club.quotidianonet.ilsole24ore.com/gruppioni

[7] H. Jaffe, “Caos o ordine in Cina”, in Proteo, n. 1 del 2008

[8] “Foreign Investment in China. Forecast 2008”, in www.uschina.org, febbraio 2008

[9] R. Oriani e R. Staglianò, “I cinesi non muoiono mai”, pag. 13-14, Ed. Chiarelettere

[10] “Foreign Investment in China. 2007”, op. cit.

[11] Fonte: Unctad, WIR 2008, in www.centroestero.org e www.scipol.unito.it/materiale_corsi

[12] Unctad, op. cit.

[13] E. Scimmia, “Per l’America Pechino è un partner terribile ma decisivo”, 14 ottobre 2008, in www.loccidentale.it

[14] “77a Relazione annuale della Rri, cap. VI”, giugno 2007, in www.economia.unimore.it

[15] Il Manifesto, 10 gennaio 2005, “La Cina compra sempre meno deficit USA”, pag. 3

[16] english.peopledaily,com.cn, “Sino-african trade top 100 billion USD in 2008”, 22 dicembre 2008

[17] english.peopledaily,com.cn, 22 dicembre 2008, op. cit.

[18] english.peopledaily,com.cn, “China net to reduce assistance to Africa despite financial crissi”, 19 dicembre 2008

[19] China Digital Times, luglio 2008, “China narrows Africa’s infrastructure deficit”

[20] vedi www.megchip.info, 8 novembre 2006, “Cina: la globalizzazione ha partorito il suo mostro”

[21] english.peopledaily,com.cn, 20 gennaio 2009, “Angola becomes China’s largest African trade partner”

[22] “UN: create Darfour recovery founds for sudanese oil revenue”, 18 marzo 2007, in www.hrw.org

[23] english.peopledaily,com, “CNPC to develop Azadegan oilfield”, 16 gennaio 2009

[24] V. I. Lenin, “L’imperialismo”, op. cit., cap. VII

[25] V. I. Lenin, op. cit., cap. X

[26] Autori Vari, “L’adorato Kim Chang-il”, prefazione di G. Riotta, pag. 3, Ed. Obarra

[27] M. Bergere, “La Repubblica Popolare Cinese”, pag. 348, Ed. Mulino

[28] L. Tomba, “Storia della Repubblica Popolare Cinese”, pag. 191, Ed. Mondadori

[29] Stime del Sipri-2007, in www.archiviodisarmo.it, Camilla Reali

[30] english.peopledaily,com.cn, “DPRK FM meets visiting senior Chinese diplomat”, 13 gennaio 2009

[31] F. Galletti e G. Vagnone, “Fondi sovrani: il vero pericolo arriva dalla Cina”, 15 gennaio 2008, in www.loccidentale.it

[32] F. Rampini, 16 aprile 2007, “Tata traccia la via indiana al capitalismo delle famiglie”, in ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio

[33] F. Rampini, 16 aprile 2007, op. cit.

[34] A. B. Ulam, “Storia della politica estera sovietica (1917-60)”, pag. 108, 131, 217-218, Ed. Rizzoli

[35] M. Gemma e F. Giannini, “I comunisti di tutto il mondo ripartono da San Paulo”, 30/11/2008, in www.lernesto.it

[36] english.people.com.cn., 29 dicembre 2008, “Cuban ambassador hopes for more bilateral co-op with Cina”

[37] Corriere della Sera, 23 gennaio 2009, pag. 15 “L’addio al comunismo? Un milione di morti”

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