Prima Parte

CINA: POLO IMPERIALISTICO, OPPURE NAZIONE SOVRANA DI MATRICE PREVALENTEMENTE SOCIALISTA?

Secondo molti esponenti ed organizzazioni della sinistra antagonista occidentale, la Cina contemporanea rappresenta una potenza imperialistica basata su rapporti sociali di produzione e distribuzione di tipo capitalistico (di stato).

Alla fine del 2008, anche un intellettuale marxista preparato ed intelligente come G. Gattei ha purtroppo lasciato intendere che la Cina sia un “terzo imperialismo”, seppur di tipo originale e particolare, ” in cui la periferia, oltre a produrre materie prime per l’esportazione (Marx) e ad attrarre capitali dal centro per produrre manufatti per il mercato interno (Lenin), ha preso ad esportare i propri manufatti anche sui mercati del centro”imperialistico, Stati Uniti ed Europa occidentale in testa”.[1]

Ma la Repubblica Popolare Cinese costituisce davvero una potenza imperialistica? Intendendo con Lenin per imperialismo (moderno), “il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione del capitale ha acquisito

Grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici”, siamo in presenza di una nuova potenza statale “vampiro” ed egemonica?[2]

Crediamo che la risposta sia negativa, perché la teoria della “Cina-polo imperialistico” si scontra con molti fatti testardi, che la demoliscono e falsificano alla radice.

Il principale problema che incontra la concezione in oggetto è che i rapporti sociali di produzione e distribuzione nella Cina contemporanea sono ancora prevalentemente collettivistici, di natura statale o cooperativa, anche se affiancati simultaneamente dalla presenza di un robusto settore capitalistico, nazionale ed internazionale (multinazionali straniere).

Senza”dominio dei monopoli e del capitale finanziario” (Lenin), pertanto sparisce l’imperialismo, o almeno l’imperialismo descritto da Lenin.

Senza una base economica e rapporti di produzione prevalentemente capitalistici, non si può certo parlare di imperialismo moderno, che si fonda -sempre Lenin- su una precisa “fase di sviluppo del capitalismo finanziario” (banche private in testa) e del suo processo di accumulazione.

Sotto il profilo della natura degli attuali rapporti di produzione esistenti in Cina, rimandiamo al nostro lavoro ” Cina: socialismo o capitalismo”, limitandoci a ricordare che nel 2008 tra le 500 imprese che operano in Cina (e che rappresentano circa l’84% dell’intero prodotto nazionale lordo del gigantesco paese asiatico), ben 349, (quasi tre quarti del totale), vengono controllate e possedute integralmente/prevalentemente dallo stato cinese; che in Cina vige la proprietà collettiva del suolo; che il potere pubblico cinese ha via via accumulato un “tesorone” pari a quasi 2000 miliardi di dollari alla fine del 2008, equivalente a più della metà del prodotto interno lordo cinese nell’anno in esame; che negli ultimi sette anni è cresciuto vertiginosamente il peso specifico della spesa pubblica sul PNL cinese, ruolo e funzione ancora aumentata sensibilmente dal gigantesco “New Deal” varato dalle autorità statali cinese agli inizi di novembre del 2008; che il settore cooperativo, rurale ed urbano, rimane fortemente radicato e diffuso all’interno della variegata formazione economico-sociale cinese; che … basta, non vogliamo ripeterci troppo.[3]

La seconda difficoltà che incontra la tesi della “Cina polo imperialista” deriva dal fatto che il presunto imperialismo cinese viene sfruttato su larga scala (seppur in modo controllato, con precisi limiti e contropartite) e da quasi tre decenni da parte delle multinazionali occidentali e giapponesi (ed indiane, negli ultimi anni).

G. Gattei ha perfettamente ragione quando ha notato che, “come se la profezia di Smith si fosse avverata, aggiungendo finalmente al proprio mercato interno anche il mercato internazionale, la Cina si è trasformata in una vera propria officina del mondo, esportatrice privilegiata di manufatti per il centro imperialistico”.[4]

Ma il compagno Gattei, forse per motivi di spazio, ha dimenticato di analizzare unfatto testardo ” di notevole importanza, alias che quasi il 60% del totale delle esportazioni provenienti dalla Cina e destinate in larga parte ai mercati consumatori occidentali rimane sotto la proprietà ed il controllo delle multinazionali occidentali e giapponesi: nel 2006 la quota in oggetto era pari al 58% del totale del commercio estero cinese.[5]

La Cina è diventata “l’officina del mondo”, ma più della metà dei “manufatti per il centro imperialistico” (Gattei) che essa esporta ogni anno risulta di proprietà proprio del capitalismo estero: più della metà dei “manufatti esportati annualmente dalla Cina” costituiscono delle preziose fonti di profitti per le multinazionali occidentali, dalla Wal-Mart in giù.

Pertanto ogni anno una consistente massa di plusvalore/plusprodotto/profitti, creati e generati in Cina dagli operai e dai salariati cinesi assunti nelle multinazionali occidentali che sperano nel gigantesco paese asiatico, entra nelle tasche degli azionisti e dei capitalisti occidentali e ne alimenta il processo di accumulazione.

Che strano imperialismo, quello cinese.

Anzi, che misero imperialismo, che non sa neanche difendere per il proprio “capitale” e”capitalisti” buona parte della massa di plusvalore via via riprodotta a Pechino, Shangai e nelle regioni costiere cinesi.

Le dimensioni assunte dal capitalismo privato in Cina, nella sua sezione “multinazionale”, sono sicuramente consistenti ed innegabili.

Ancora alla fine del 2006, avevano investito parte dei loro capitali in Cina circa 590000 multinazionali piccole o grandi, partendo dai colossi come Wal-Mart e General Motors, destinando all’utilizzo produttivo della forza- lavoro cinese una somma complessiva ormai pari a circa 800 miliardi di dollari e via via accumulatosi nel periodo compreso tra il 1979 ed il 2007: sempre nel 2007, le imprese straniere davano lavoro a 15.830.000 salariati cinesi ed avevano contribuito al 20,2% delle entrate fiscali della nazione asiatica, mentre gli investimenti diretti delle multinazionali in Cina erano pari a 460 miliardi di dollari nel 2004 ed a 700 miliardi nel 2007.[6]

Il processo è via via aumentato a partire dagli inizi degli anni 80: mentre dal 1979 al 1983 gli investimenti annui del capitalismo straniero erano ancora pari alla modesta somma di 600 milioni di dollari annui, negli ultimi quattro anni la cifra annua era salita ad una media pari a circa 80 miliardi di dollari ed era arrivata fino alla quota totale di 82,7 miliardi di dollari nel solo 2007.[7]

Il partito comunista, introducendo la “NEP cinese” attraverso le riforme elaborate da Deng Xiaoping nel 1975/78, ha accettato di subire i lati negativi creati dalla presenza massiccia delle multinazionali occidentali e giapponesi in Cina (loro potere di pressione economica; esportazione di larga parte di profitti ottenuti nelle metropoli imperialistiche; sfruttamento della manodopera cinese, ecc..) perché li ha considerati inferiori ai vantaggi ottenuti parallelamente dal processo produttivo cinese: accumulazione su larga scala di valuta straniera (visto il monopolio statale sui flussi di capitale monetario dall’estero), acquisizione a ritmi accelerati di alta tecnologia, entrate fiscali derivanti dalla tassazione dei profitti delle multinazionali estere (aliquota del 25% su questi ultimi, dal 2007), relativa protezione per le esportazioni cinesi dalle possibili misure protezionistiche dei paesi occidentali (che ricadrebbero per più della metà sulle “loro” imprese e monopoli privati).

In ogni caso, anche tenendo conto dei contributi fiscali pagati dalle multinazionali occidentali allo stato e della parte consistente di esportazioni autoctone provenienti dalla Cina, pari nel 2006 a circa il 42% del totale, il flusso costante di plusvalore e profitti dalla Cina alle metropoli imperialistiche che si crea tramite le multinazionali occidentali rappresenta un processo materiale innegabile, che fa a pugni con la teoria dell’imperialismo di matrice cinese: non sono certo le aziende cinesi a sfruttare la manodopera salariata occidentale (se non in misura irrisoria, come si vedrà più avanti), ma è vero invece il contrario “la cicala” occidentale è anche un “vampiro” che assorbe annualmente masse consistenti di plusvalore e profitti prodotti in Cina dalla forza lavoro cinese ottenendo tra l’altro il vantaggio ulteriore di acquisire beni di consumo a basso prezzo che, comprati su larga scala dagli operai occidentali, diminuiscono di valore della loro forza-lavoro, aumentando parallelamente il raggio di plusvalore estorto nel suo insieme dalla borghesia ai salariati europei, giapponesi e nordamericani.

Solo nel 2005, secondo il grande istituto finanziario UBS, le multinazionali presenti in Cina avevano rimpatriato reinvestito una massa di profitti pari a 27 miliardi di dollari: una discreta sommetta, non c’è dubbio.[8]

Terza difficoltà, sempre collegata e generata dal ruolo oggettivo svolto dalla Cina nel processo produttivo mondiale: è la manodopera cinese ad emigrare, seppur in termini percentuali molto bassi, nel mondo occidentale ed a creare/riprodurre quote di profitto consistenti per il capitalismo dei paesi più avanzati. Non sono certo gli operai e gli impiegati di Milano, Roma o Napoli che vanno a lavorare in pianta stabile nelle regioni costiere cinesi, alimentandone il processo di riproduzione: solo la comunità cinese in Italia conta ormai più di 100000 residenti regolarizzati, in larga parte impegnati nella produzione di beni e servizi.[9]

Quarto scoglio per la tesi della “Cina polo imperialistico”: il livello estremamente modesto, sia in termini assoluti che percentuali, dei capitali cinesi esportati/investiti nel settore produttivo del resto del pianeta e la loro matrice prevalentemente statale.

Alla fine del 2006, l’insieme degli investimenti produttivi cinesi all’estero risultava pari a soli 73,3 miliardi di dollari, di cui circa 80% proveniente dalle imprese statali e destinato principalmente ai settori delle materie prime fonti energetiche e delle infrastrutture produttive, quali strade, ferrovie dighe e telecomunicazioni.[10]

Alla fine del 2008 la quota totale era salita fino a toccare i 110 miliardi di dollari, diventando pari a circa 28 miliardi di dollari nel 2008: a titolo di paragone l’insieme mondiale degli investimenti diretti effettuati nel 2007 risultava comunque pari a 1883 miliardi di dollari, somma globale in cui il flusso di investimenti cinesi pesava solo per poco più del 1% del totale.[11]

1883 miliardi contro… 25, 25 miliardi di dollari per di più in larga parte di matrice pubblica e provenienti dalle principali aziende statali cinesi: un debole “imperialismo”, tra l’altro contraddistinto dall’egemonia schiacciante (4 a 1) del settore pubblico rispetto al capitalismo autoctono cinese nelle operazioni all’estero.

Sempre secondo l’Unctad nel 2007 lo stock di investimenti diretti all’estero delle multinazionali non finanziarie aveva superato nel 2007 i 15.000 miliardi di dollari, somma 150 volte superiore a quella espressa globalmente dalla Cina nell’anno in oggetto: il peso specifico di Pechino sul flusso di investimenti mondiali risultava pari a solo 0,75% circa del totale, quota minimale in cui in ogni caso giocano un ruolo centrale le imprese statali.[12]

Quinta difficoltà per la teoria in oggetto: l’acquisto su scala, da parte dello stato e del potere pubblico cinese, dei titoli di stato degli USA e delle quote di compartecipazione in istituti parastatali statunitensi, come Fanni Mae e Freddy Mac.

Sorpresa: mentre il livello qualitativo e la massa degli investimenti produttivi cinesi all’estero risultano assai modesti in termini percentuali, in un campo particolare la Cina Popolare vanta invece già da due anni un primato mondiale indiscutibile, che ha per oggetto il possesso (da una parte dello stato cinese, degli apparati statali cinesi) dei titoli pubblici di Washington e di prodotti finanziari parastatali relativamente simili.

Le dimensioni quantitative di questo fenomeno, allo stesso tempo politico ed economico, sono gigantesche e frutto di un processo -voluto e diretto dal partito comunista cinese- di durata oramai pluridecennale.

Come ha riconosciuto lo stesso Barack Obama durante la sua vittoriosa campagna elettorale ed ancora nell’ottobre 2008, “Pechino detiene la quota maggiore del debito estero americano (circa mille miliardi di dollari) e, secondo alcuni esperti cinesi, obbligazioni di Fanni Mae e Freddy Mac (i due istituti finanziari che garantiscono i fondi per il mercato immobiliare americano, da poco salvati dal Tesoro degli Stati Uniti) per un valore di 400 miliardi di dollari”.[13]

Prendiamo il dato ormai sicuro di mille miliardi di dollari: si tratta del vero, essenziale e centrale “investimento diretto” della Cina all’estero, che G. Gattei ha per il momento dimenticato di analizzare.

Ma che tipo di investimento è, e quali sono le cause di questo gigantesco processo economico?

I fondi statunitensi via via acquisiti dalla Cina negli USA sono titoli e bond statali del Tesoro, costituiscono dei titoli pubblici emessi dal governo statunitense.

Non solo: la massa monetaria cinese che li ha acquistati e parallelamente di proprietà pubblica e statale, controllata esclusivamente dal governo cinese.

Non solo: il rendimento dei buoni del tesoro e delle obbligazioni statali degli USA, acquisiti dallo stato cinese, risulta mediamente molto basso ed appena sufficiente a superare il tasso di inflazione statunitense (ed il carico fiscale che li grava). Tra il maggio 2006 ed il maggio 2007, ad esempio, i titoli di stato statunitense a dieci anni -tra quelli che garantiscono i tassi di profitto maggiori – hanno espresso un rendimento annuo che oscillava tra il 5,10 ed il 4,80%, mentre nello stesso periodo il tasso di inflazione degli USA oscillava attorno al 30%: rendimento quasi zero, insomma se depurato del dato inflattivo e del carico fiscale a vantaggio dell’esauste casse statali di Washington.[14]

Non solo: il continuo flusso di acquisti dei titoli USA da parte della Cina viene determinato principalmente da ragioni politiche e geopolitiche, extraeconomiche e lontane da fini di lucro. Finanziando il deficit degli Stati Uniti, la Cina mantiene infatti nei confronti di Washington un forte potere contrattuale, che prima o poi al nucleo dirigente cinese verrà utile e che già ora svolge un ruolo importante di deterrente potenziale contro le tendenze più aggressive espresse dall’imperialismo statunitense contro Pechino.

Ragionando in termini strettamente economici, chi sfrutta chi nel settore del gigantesco e continuo flusso di finanziamento cinese verso il debito statunitense?

Gli indebitati cittadini e l’apparato statale americano arricchiscono i risparmiatori e lo stato cinese?

O viceversa, sono gli operai e contadini cinesi che alimentano in modo masochistico sia i processi produttivi del capitalismo statunitense che il flusso di acquisti dei cittadini /salariati degli USA?

Chi sfrutta chi?

Sotto il profilo strettamente produttivo, si tratta di un gioco a somma zero in cui il rapporto tra costi/benefici economici per le due parti rimane per ora relativamente simmetrico, anche se è la parte cinese che contribuisce maggiormente fornendo grandi risorse con un basso ritorno materiale: non a caso l’agenzia di credito Finch ha previsto per il 2009 una diminuzione assoluta degli acquisti cinesi del debito USA, vista sia la sua aleatorietà/bassa redditività che il grande e costoso piano statale di sviluppo economico lanciato all’inizio di novembre del 2008 dal PCC.[15]

In ogni caso, uno degli elementi centrali all’interno dei rapporti produttivi sviluppatosi negli ultimi tre decenni tra la Cina Popolare ed il resto del mondo sfugge completamente alla logica dello sfruttamento imperialistico, anche per la relazione tra stato (Cina) e stato (USA) che la contraddistingue sul piano finanziario e materiale.

Ulteriore scoglio per la tesi della “Cina-polo imperialistico “: le relazioni paritarie e simmetriche sul piano politico ed economico,formatesi negli ultimi decenni tra la Cina ed i paesi in via di sviluppo,a partire da quelli africani.

Una premessa, innanzitutto: il fabbisogno energetico totale della Cina è coperto per il 67%, per circa due terzi dal carbone – di cui Pechino è addirittura un esportatore -, mentre sul fronte petrolifero la dipendenza della Cina dalle importazioni di petrolio nel 2008 è stata pari al 45% circa, meno della metà.

Partendo dal continente africano, si deve subito rilevare come l’interscambio commerciale tra Cina ed Africa abbia superato i 100 miliardi di dollari nel 2008, aumentando più del 30% rispetto all’anno precedente: sempre nel 2008 la Cina ha avuto un deficit con la controparte in oggetto pari a più di cinque miliardi di dollari.[16]

Sul piano commerciale e finanziario, inoltre, a partire dal novembre 2006 e dal summit cino-africano tenutosi a Pechino la Cina ha garantito l’eliminazione delle tariffe e dazi doganali per ben 466 categorie di prodotti, esportati al suo interno da più trenta paesi africani.

In aggiunta a ciò la Cina ha via via cancellato unilateralmente e senza contropartite, a partire dal 2006, tutti i debiti pregressi che si erano accumulati nei suoi confronti fino al 31 dicembre 2006 da parte di più di trenta paesi del cosiddetto”Quarto Mondo”, in larga parte africani.[17]

Per il 2009, Pechino ha già messo a disposizione dei paesi africani un fondo statale pari a cinque miliardi di dollari per i loro bisogni materiali, a dispetto della crisi finanziaria mondiale e con tassi d’interesse molto favorevoli: non è certo un caso che il FMI e la Banca Mondiale abbiano visto crollare i loro “affari” in Africa nel corso degli ultimi anni, visto che alcuni paesi africani hanno utilizzato i (favorevoli) finanziamenti statali cinesi proprio per estinguere i debiti accumulati in precedenza, a condizioni economiche molto vantaggiose, con i due amorevoli istituti finanziari occidentali.[18]

Secondo la stessa Banca Mondiale, mentre a fine 2003 gli investimenti cinesi – in larga parte e fino all’80% statali- risultavano pari a circa 8 miliardi di dollari, essi sono saliti fino a quota trenta alla fine del 2007, con una punta di sette miliardi di dollari nel corso del 2006.

Su questa massa totale di investimenti, circa un sesto del totale è andato a finanziare progetti relativi alle infrastrutture produttive (strade, ferrovie, dighe, ecc.) e sociali (scuole ed ospedali), coprendo un “buco”enorme lasciato dalle multinazionali occidentali:secondo i dati forniti dalla Banca Mondiale, Pechino ha finanziato 35 paesi africani per un valore annuo pari ad un miliardo di dollari nei due campi d’azione sopracitati.[19]

A partire dal 2007, la Cina ha offerto programmi gratuiti di addestramento per 10910 lavoratori provenienti da 49 nazioni africane, e manderà a sue spese nel solo 2009 cento esperti cinesi del settore agrotecnico in 35 stati africani (Quotidiano del Popolo, 20 gennaio 2009).

Per quanto riguarda invece il flusso di investimenti cinesi nei diversi settori produttivi africani, essi sono concentrati in buona parte nel settore energetico e minerario e provengono quasi esclusivamente da aziende statali e società pubbliche cinesi, lasciando ovviamente la proprietà del suolo, delle ricchezze naturali e/o risorse energetiche ai paesi ospiti africani e contribuendo in larga parte/completamente agli investimenti in loco. Gli enti statali cinesi pagano le materie prime ottenute in Africa a prezzi di mercato,oppure in alternativa lasciano una quota maggioritaria dei profitti ottenuti al paese ospite nelle joint-ventures che si formano a tale scopo.

La forza-lavoro impiegata in Africa dalle società pubbliche cinesi in parte proviene dalla Cina, mentre anche grazie all’importazione cinese di materie prime/energia (ed alla sua crescita impetuosa) i rapporti di scambio delle materie prime e dell’energia, a partire dal 1999, si sono modificati profondamente a favore delle nazioni africane: se nel 1995 un barile di petrolio costava 10 dollari, nell’estate del 2008 il suo prezzo era salito fino a circa 140 dollari aumentando di dodici volte nel giro di meno di un decennio, prima di crollare per la recessione planetaria in corso.

Sul piano politico-sociale infine, anche alcuni osservatori ipercritici rispetto alla multiforme attività cinese in Africa (definita addirittura un ” mostro partorito dalla globalizzazione”) sono stati costretti ad ammettere controvoglia, agli inizi di novembre del 2006, che la Cina “non è interessata, ad esempio, a generare profitti spingendo per la privatizzazione di servizi anche essenziali (come invece la “globalizzazione di stampo occidentale”); invece “al contrario si può permettere di investire un minimo anche nel sociale, visto che per ora l’unico interesse è rivolto alle risorse … Nella gestione del debito, che i paesi africani stanno accumulando, la Cina è poi decisamente più flessibile ed arriva, anzi, ad aiutare con prestiti vantaggiosi gli strati a pagare gli onerosi interessi, se non a saldare le pendenze nei confronti degli stati e delle usuraie istituzioni occidentali. Molto importante anche la politica della non-interferenza: se l’occidente continua ad usare il ricatto per imporre la ricetta neo -liberista, la Cina si limita a fare buoni affari senza immischiarsi nelle vicende nazionali”.[20]

Subito dopo l’Angola, il Sudan rappresenta uno dei principali partner commerciali di Pechino nel continente africano.[21]

E proprio focalizzando l’attenzione sulle relazioni, politico-economiche progressivamente sviluppatesi tra Cina e Sudan, sotto il mirino dei soliti critici “umanitari” occidentali, si può subito notare come un accordo del 1997 avesse attribuito il 40% del controllo della futura estrazione del petrolio in un’ampia fascia del territorio sudanese alla compagnia statale cinese CNPC, il 30% ad un’impresa malese, il 25% all’India ed il 5% allo stato sudanese.

Se gli investimenti nei campi petroliferi erano e sono a carico delle imprese straniere, la proprietà delle riserve petrolifere rimaneva e rimane tuttora al Sudan: le royalties pagate dalle compagnie petrolifere interessate all’erario sudanese hanno dal canto loro assunto un notevole peso, sia in termini assoluti che relativi, visto che già nel 2006 il 48% e quasi la metà dell’insieme delle entrate fiscali sudanesi era costituito dalle tasse e vendite erogati dalle aziende petrolifere estere, in primo luogo (ma non solo) di nazionalità cinese.[22]

Sul piano politico, la principale accusa rivolta alla Cina ha per oggetto il suo sostanziale disinteresse e non-ingerenza negli affari interni dei paesi africani: senza entrare nel merito, si tratta di una critica molto diffusa anche a sinistra, ma che certo non depone a favore della teoria del polo imperialista, sempre collegato storicamente a forme più o meno dirette di egemonismo e ricatto politico, militare e/o economico esercitato dallo “stato-guida” sulle nazioni ed aree geopolitiche “vassalle” e subordinate, anche se formalmente indipendenti (il fenomeno del neo-colonialismo, in estrema sintesi).

Per quanto riguarda le relazioni commerciali e l’interscambio politico-economico formatosi tra Cina e America latina/Asia, non sono state ancora rivolte accuse di imperialismo e neocolonialismo a Pechino: i governi delle aree geopolitiche in esame hanno anzi espresso di regola almeno del sincero rispetto nei confronti della politica (politica economica) svolta dalla Cina Popolare nei loro confronti, mentre il Venezuela, Cuba socialista ed il nuovo Nepal – dopo la primavera del 2008 – hanno manifestato sicuramente un sincero apprezzamento nei confronti delle loro relazioni multilaterali con il gigantesco paese asiatico, a partire dal lato economico, commerciale e finanziario.

La Cina non ha mai cercato di strangolare e ricattare economicamente le nazioni dell’ipersfruttato Terzo Mondo.

Per usare due soli esempi, il feroce blocco economico e finanziario (oltre che politico) contro Cuba non è stato certo esercitato da Pechino, ma da un’altra nazione molto vicina alle coste cubane; il boicottaggio commerciale e le sanzioni economiche contro l’Iran non provengono certo dalla Cina Popolare, che proprio nel gennaio 2009 ha invece firmato con Teheran un nuovo importante accordo in campo energetico, di durata pluridecennale.[23]

Sesta contraddizione reale: la totale assenza di stati ed aree geopolitiche controllate e dominate dal presunto “polo imperialistico” cinese, sia sotto l’aspetto politico/politico militare che in campo economico.

Nel 1916 Lenin notò giustamente che due delle caratteristiche fondamentali dell’imperialismo contemporaneo consistevano nel “sorgere di associazioni  monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo” (multinazionali e banche private) e “la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche”: nascevano varie sfere d’influenza, controllate dai più grandi paesi capitalistici.[24]

In un’altra sezione del suo splendido lavoro, Lenin rilevò anche che ” ai vecchi momenti della politica coloniale, il capitalismo finanziario aggiunse ancora la lotta per le sorgenti di materie prime, quella per l’esportazione di capitale, quella per le”sfere di influenza”, cioè per le regioni che offrono vantaggiosi affari, concessioni, profitti monopolistici, ecc., e infine la lotta per il territorio economico in generale”.[25]

Pertanto imperialismo significa anche controllo politico e sfruttamento economico dei “territori economici” (Lenin), composti da altri stati ed aree geopolitiche, da parte delle “zone centrali” e delle potenze dominanti.

Imperialismo significa anche controllo politico e sfruttamento economico delle nazioni estere, sotto forme coloniali e neocoloniali.

Imperialismo significa anche ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche, processo attraverso il quale i diversi poli imperialistici si ritagliano e dominano una “propria” ed esclusiva sfera d’influenza, sfruttandola sotto molteplici forme a vantaggio e mediante le “proprie” multinazionali e capitalismi finanziari, attraverso le proprie “associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti”(Lenin).

Ora, dov’è l’area d’influenza della Cina, dove si trovano i “territori economici” sottoposti allo sfruttamento economico esclusivo e prevalente di Pechino, le zone d’influenza egemonizzate e controllate dalla Cina?

Andiamo per esclusione.

Stati Uniti? Crediamo di no, anche se alcuni esponenti della destra repubblicana avevano parlato di  “pesanti influenze” cinesi sull’amministrazione Clinton…

Europa di Maastricht? Crediamo di no, vista anche l’isterica campagna anticinese sviluppatasi nel marzo-aprile 2008 dopo il pogrom anticinese di Lhasa…

Giappone? Le basi militari collocate in Giappone non sono certo cinesi, ma a stelle e strisce…

Corea del sud? Come sopra…

Canada e Messico? Crediamo che i due stati siano sicuramente delle aree d’influenza e “territori economici” altrui, ma di un paese a loro molto più vicino (e confinante, tra l’altro) della Cina.

Europa centro-orientale, ivi compresi paesi baltici, Ucraina e Georgia? Sono sicuramente semi-colonie, ma non certo di Pechino…

Vietnam? Immaginiamo le (giuste e sacrosante) urla di protesta dei comunisti vietnamiti, anche solo a proporre loro per un istante questa ipotesi assurda…

Laos? Come sopra…

Cuba? Come sopra…

Seconda Parte


[1] G. Gattei, “L’imperialismo di oggi: China export”, in Contropiano nr. 4 del 2008, pag. 2

[2] V. I. Lenin, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, cap. VII, Ed. Editori Riuniti

[3] M. Leoni e R. Sidoli, “Cina: socialismo o capitalismo”, parte I

[4] G. Gattei, Contropiano, op. cit.

[5] “Foreign Investment in China, in www.uschina.org.2007”, febbraio 2007

[6] K. Gruppioni, “Investimenti stranieri? Ancora sì, grazie!”, 24/10/08, in club.quotidianonet.ilsole24ore.com/gruppioni

[7] H. Jaffe, “Caos o ordine in Cina”, in Proteo, n. 1 del 2008

[8] “Foreign Investment in China. Forecast 2008”, in www.uschina.org, febbraio 2008

[9] R. Oriani e R. Staglianò, “I cinesi non muoiono mai”, pag. 13-14, Ed. Chiarelettere

[10] “Foreign Investment in China. 2007”, op. cit.

[11] Fonte: Unctad, WIR 2008, in www.centroestero.org e www.scipol.unito.it/materiale_corsi

[12] Unctad, op. cit.

[13] E. Scimmia, “Per l’America Pechino è un partner terribile ma decisivo”, 14 ottobre 2008, in www.loccidentale.it

[14] “77a Relazione annuale della Rri, cap. VI”, giugno 2007, in www.economia.unimore.it

[15] Il Manifesto, 10 gennaio 2005, “La Cina compra sempre meno deficit USA”, pag. 3

[16] english.peopledaily,com.cn, “Sino-african trade top 100 billion USD in 2008”, 22 dicembre 2008

[17] english.peopledaily,com.cn, 22 dicembre 2008, op. cit.

[18] english.peopledaily,com.cn, “China net to reduce assistance to Africa despite financial crissi”, 19 dicembre 2008

[19] China Digital Times, luglio 2008, “China narrows Africa’s infrastructure deficit”

[20] vedi www.megchip.info, 8 novembre 2006, “Cina: la globalizzazione ha partorito il suo mostro”

[21] english.peopledaily,com.cn, 20 gennaio 2009, “Angola becomes China’s largest African trade partner”

[22] “UN: create Darfour recovery founds for sudanese oil revenue”, 18 marzo 2007, in www.hrw.org

[23] english.peopledaily,com, “CNPC to develop Azadegan oilfield”, 16 gennaio 2009

[24] V. I. Lenin, “L’imperialismo”, op. cit., cap. VII

[25] V. I. Lenin, op. cit., cap. X

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