La Cina prevalentemente socialista del 2017

Relazione tenuta da Daniele Burgio durante l’assemblea sulla Cina – 15 marzo 2017.

L’elemento e la notizia eclatante che va innanzitutto sottolineata è che, stando ai dati forniti dall’insospettabile istituto Euromonitor e pubblicato persino dal Corriere della Sera, il salario medio degli operai e delle “tute blu” cinesi è triplicato, è aumentato di tre volte dal 2005 al 2016, quasi raggiungendo la retribuzione percepita nel 2016 dagli operai portoghesi.

Si tratta di una notizia e novità clamorosa fornita tra l’altro da fonti insospettabili, su cui tuttavia gran parte della sinistra politica e sindacale italiana ha steso un clamoroso – ma spiegabilissimo – silenzio, allo stesso tempo imbarazzato e pietoso.

Ma vi sono informazioni interessanti che interessano e/o provengono da Pechino negli ultimi mesi.

La questione della natura socioproduttiva della Cina contemporanea ancora una volta è stata risolta in senso prevalentemente socialista e collettivistico, proprio dall’insospettabile rapporto della rivista statunitense “Fortune” – arciborghese e anticinese – sulle 500 più grandi imprese mondiali nel corso del 2015.

In tale report emerge come le prime undici più grandi imprese cinesi nella “Top 500” planetaria (in termini di fatturato) siano di proprietà pubblica, in tutto o in grande parte.

Tali aziende cinesi a proprietà statale o municipale sono:

State Grid, seconda nella classifica Fortune e dietro solo alla Wal-Mart statunitense, con un fatturato nel 2015 pari a ben 329 miliardi di dollari e a circa un sesto del prodotto interno lordo italiano dello stesso anno;

China National Petroleum, terza nella classifica Fortune e con un fatturato nel 2015 equivalente a 299 miliardi di dollari;

Sinopec Group quarto posto nella classifica Fortune, fatturato nel 2015 pari a 294 miliardi di dollari;

Industrial and Commercial Bank of China, quindicesima nella lista Fortune, con 167 miliardi di dollari di fatturato;

China Costruction Bank (22° posto in classifica), con 147 miliardi di dollari di fatturato;

China State Costruction Enginering (ventisettesimo posto), con 140 miliardi di dollari di fatturato;

Agricultural Bank of China (29° posizione), con 133 miliardi di dollari di fatturato;

Bank of China (35° posizione), con un fatturato nel 2015 pari a 122 miliardi di dollari;

China Mobile Communications (45° posizione della lista Fortune), con un fatturato pari a 106 miliardi di dollari;

SAIC Motor (46° posizione), fatturato pari a 106 miliardi di dollari;

China Life Insurance (54° posizione), fatturato pari a 101 miliardi di dollari.

Sono dati apparentemente aridi, ma viceversa ricchi di lezioni concrete.

Infatti il totale del fatturato del 2015 delle prime undici aziende cinesi, tutte di proprietà statale (completamente o in gran parte), è risultato pari a 1.944 miliardi di dollari: ossia il 20 percento; un quinto del prodotto interno lordo cinese del 2015.

Circa un quinto del PIL cinese del 2015 risultava quindi di proprietà statale e di solo undici aziende cinesi, di solo undici colossi di proprietà pubblica; undici aziende statali il cui fatturato era quasi pari all’intero PIL italiano nello stesso anno di riferimento.

Si tratta di un risultato di grande importanza e proveniente tra l’altro da una fonte insospettabile come Fortune, rivista di salda fede anticomunista e ostile a Pechino: ma nel rapporto in oggetto del giornale statunitense emerge altresì un altro dato di fatto, un diverso “fatto testardo” (Lenin) sempre di notevole interesse politico e socioproduttivo.

Infatti nella “Top 500” mondiale della lista Fortune del 2016 sono comprese 98 aziende cinesi, escluse le aziende di Taiwan e Hong Kong: e di tali 98 colossi cinesi ben 76 aziende risultano di proprietà e di dominio pubblico.

Quindi ben 76 delle più grandi aziende cinesi sono in mano allo stato e alle municipalità cinesi, in tutto o in larga parte, e solo 22 imprese della classifica di Fortune non appartengono alla sfera pubblica: tre quarti di esse quindi sono di proprietà collettiva e, come si è già visto, sempre in mano allo stato risultano le prime 11 aziende cinesi all’interno della “Top 500” di Fortune.

Di sfuggita: tutte queste 76 imprese pubbliche esprimono un fatturato come minimo almeno superiore ai 20 miliardi di dollari e quasi sempre superiore a quello di Telecom Italia.

Ma non solo: passiamo ora ad esaminare un azienda cinese come la gigantesca Huawei, che quasi sempre all’interno del mondo occidentale viene vista e considerata come un impresa capitalistica e di natura privata.

Giusto? No, sbagliato.

Nel 2015 la Huawei aveva espresso un fatturato pari a 60,8 miliardi di dollari, collocandosi al 129° posto nella sopracitata lista Fortune del 2016 nella “Top 500” a livello mondiale.

Ora, esaminando un articolo pubblicato dal sito upgochina.com all’inizio del 2017 si ricava con chiarezza l‘informazione sulla natura essenzialmente cooperativa della Huawei: ossia che la proprietà delle azioni della Huawei è quasi del tutto in mano proprio agli operai e ai lavoratori della Huawei.

Un dato sorprendente almeno agli occhi occidentali, come del resto un altro “fatto testardo” in base al quale all’inizio del 2017 la catena di McDonald’s in Cina è diventata in larga parte di proprietà statale,  pubblica.

Leggiamo assieme l’articolo pubblicato dall’insospettabile “Il Giornale”, anticomunista e ostile a Pechino, all’inizio del gennaio 2017.

“Pechino statalizza gli hamburger Usa. Aprono 2.200 negozi “Mao” Donald’s.

Un simbolo del capitalismo a stelle e strisce nel paradiso del libretto rosso.

Sarà il nuovo MaoDonald’s o si chiamerà sempre McDonald’s?

Già perché in Cina sarà ora il colosso Citic a gestire gli oltre 2.200 negozi in franchising di McDonald’s.

Ovvero Pechino ha deciso di statalizzare gli hamburger americani.

Un’operazione economica da due miliardi di dollari in attesa ancora di essere ufficializzata. Ma al di là del valore commerciale dell’intesa è un intervento che ha un sapore tutto politico. Diverse possono essere le chiavi di interpretazione.

La prima che ci viene in mente, ma non certo l’unica, è quella di una risposta all’America. Una sorta di controffensiva cinese alla dichiarazione di guerra lanciata dal nuovo presidente degli Stati Uniti alla Cina.

La volontà di Donald Trump di aumentare le tariffe verso Pechino, la sua minaccia di far rientrare in America la produzione di alcuni beni che sono fatti in Cina non sono ovviamente passati inosservati. Non sono forse gli hamburger di McDonald’s il simbolo della globalizzazione americana? La scelta dunque di statalizzarli suona più come un messaggio politico e neanche tanto velato: una sorta di avvertimento. Come a dire: la Cina è in grado di fare le cose per conto suo”.

Sempre nell’articolo pubblicato il 15 gennaio del 2017 da parte dell’anticomunista “Il Giornale” venne altresì citato un altro concreto elemento socioproduttivo, assai importante nella Cina contemporanea e del 2017: un dato di fatto molto indicativo ma quasi sempre ignorato da gran parte dei comunisti (o presunti tali) e delle forze antagoniste (o presunte tali) del mondo occidentale, a partire dall’Italia in pesante declino all’inizio del terzo millennio.

Il dato di fatto in oggetto è semplice. Anche nella Cina del 2017, come all’inizio degli anni Cinquanta, la proprietà della terra risulta di proprietà pubblica e in mano allo stato, anche se in parte viene concessa in usufrutto alle comunità contadine cinesi: coltivatori diretti o cooperative agricole, che nel 2012 contavano un terzo di produttori rurali della nazione asiatica.

Sempre di proprietà pubblica risulta il gigantesco “tesoro” pubblico cinese, composto da enormi riserve di valute straniere, metalli preziosi e titoli di stato esteri: un “tesorone” statale pari nel 2016 a circa 3.400 miliardi di dollari, ossia a circa una volta e mezzo il PIL italiano dello stesso anno.

In conclusione anche in base a diverse fonti anticomuniste la Cina contemporanea presenta e rivela una matrice socioproduttiva prevalentemente collettivistica, di natura statale, cooperativa e municipale a secondo dei casi.

Solamente le aziende statali cinesi sotto la diretta amministrazione delle autorità centrali di Pechino hanno espresso, nel corso del 2016 un fatturato complessivo pari a quasi 3.500 miliardi di dollari e a un terzo del PIL cinese, raggiungendo profitti equivalenti a 178 miliardi di dollari, come ha rivelato proprio il Quotidiano del Popolo di Pechino in data 30 gennaio 2017.

Sono numeri e fatti testardi che parlano da soli.

 

Daniele Burgio, redazione La Cina Rossa.

 

Triplicati in dieci anni, i salari cinesi rincorrono quelli dei greci

Riprendiamo l’ottimo articolo della Redazione del sito Cinaforum dal link: www.cinaforum.net/cina-salari-triplicati-in-dieci-anni.

 

Il salario medio dei lavoratori del settore manifatturiero in Cina ha superato quello dei loro colleghi brasiliani e messicani e si sta avvicinando rapidamente a quello dei greci e dei portoghesi.
Il risultato dell’ultimo decennio di costanti aumenti salariali nella Repubblica popolare cinese è fotografato da una ricerca appena pubblicata da Euromonitor International, secondo la quale la retribuzione per un’ora di lavoro in Cina è superiore a quella di tutti i paesi dell’America latina eccetto il Cile ed è pari al 70% di quella dei paesi più deboli dell’eurozona.

Oltre allo straordinario progresso degli standard di vita della popolazione cinese, la ricerca mette in risalto dunque le difficoltà dell’America latina e della Grecia, dove le disastrose politiche della Troika (Banca centrale europea, Commissione europea e Fondo monetario internazionale) hanno causato il dimezzamento dei salari rispetto al 2009.

Secondo Euromonitor, tra il 2005 e il 2016 il salario orario medio è triplicato in Cina, raggiungendo i 3,60 dollari, mentre nello stesso periodo in Brasile è sceso da 2,90 a 2,70 dollari; in Messico da 2,20 a 2,10 dollari; in Sudafrica da 4,30 a 3,60 dollari. Negli ultimi dieci anni, i salari cinesi hanno superato quelli di Argentina, Colombia e Thailandia.

Le statistiche di Euromonitor sono compilate in base ai dati ufficiali dell’Organizzazione internazionale per il lavoro (ILO), di Eurostat e degli uffici nazionali di statistica e tengono conto dell’inflazione, ma non prendono in considerazione le diversità del costo della vita nei vari paesi esaminati.

In Cina i lavoratori della manifattura sono meglio pagati rispetto a quelli dei servizi e le differenze sociali sono in aumento. Ciononostante il reddito disponibile è in crescita in tutti i settori, con retribuzioni passate in media da 1,5 dollari nel 2005 a 3,30 dollari nel 2016.
Gli effetti degli aumenti salariali sull’economia cinese saranno valutati nei prossimi anni: se, da un lato,questi aumenti potrebbero spingere sempre più a trasferire fuori dalla Cina una serie di produzioni (diventate troppo costose per gli imprenditori), dall’altro, il previsto aumento della produttività e la crescita del mercato e dei consumi interni potrebbero contribuire a mantenerle in Cina.