Relazione 7 Aprile 2017

Care Compagne e Compagni nel mio intervento intendo mettere in evidenza dei dati presi da fonti sicuramente non comuniste e di sinistra sulla Cina, che dimostrano in modo inequivocabile quanto in Cina sia ancora importante lo Stato nell’economia socioproduttiva del grande paese asiatico.
Persino negli studi dei centri di ricerca occidentale e sulla stampa borghese si possono ritrovare delle notizie interessanti che forniscono un processo di riproduzione corretto e materialistico della realtà concreta della Cina contemporanea e della sua proteiforme e stimolante dinamica.
Parto da un rapporto elaborato di recente dall’Istituto statistico Euromonitor, pubblicato anche dal Corriere della Sera all’inizio di marzo: in esso veniva dichiarato apertamente che, dal 2005 al 2016, il salario degli operai e delle tute blu cinesi era triplicato passando dai 1,20 euro del 2005 ai 3,60 euro del 2016, quindi quasi raggiungendo lo stipendio medio degli operai portoghesi e sempre non tenendo conto del costo della vita, inferiore in Cina rispetto a Lisbona.
Come operaio, mi piacerebbe molto che anche in Italia dal 2005 al 2016 il salario mio e di tutta la classe lavoratrice si fosse triplicato: ma vi posso garantire, anche in base alla mia esperienza concreta di quest’ultimo decennio, che purtroppo non è successo niente di simile nel nostro paese ma viceversa si è verificato un ulteriore calo del potere d’acquisto reale di noi lavoratori, come del resto è emerso dal rapporto pubblicato di recente dalla Confederazione dei sindacati europei che dimostra che il salario reale in Italia è diminuito ogni anno del 0,3 percento dal 2009 al 2016.
A questo punto, come ha notato anche il giornalista Alberto Benzoni, sorgono subito tre questioni molto interessanti per i comunisti, derivanti dalla triplicazione dei salari operai cinesi.
“La prima riguarda la globalizzazione. Ci hanno raccontato che era un vincolo obbligante; ma non sarà forse un processo aperto a vari tipi di gestione ?
La seconda ha a che fare con il rapporto tra stato e mercato. Ci hanno raccontato che il primo dovesse essere al servizio del secondo; fino a farsi sempre più da parte. Il modello cinese non dimostra invece il contrario ?
La terza ha a che fare con l’Europa. Ci hanno raccontato che essa dovesse rafforzare i propri legami economici (vedi TTIP) e politico-militare (vedi NATO) a contrastare l’aggressività russo-cinese. Non è invece, forse, suo interesse aprirsi collettivamente ad ogni tipo di collaborazione per costruire un mondo senza egemonie e basato sul concerto tra le nazioni?”
Fornisco altri dati oggettivi e indiscutibili che servono a smentire le menzogne e le leggende metropolitane, ancora oggi molto diffuse nel mondo occidentale, rispetto alla realtà della Cina contemporanea.
Secondo dati forniti dall’ONU, l’aspettativa media di vita del 2013 è inoltre salita a più di 75 anni, rispetto ai 45 anni del 1960 e alla mortalità inenarrabile che gravava invece sugli operai e contadini cinesi prima della grande rivoluzione del 1949, promossa e guidata dal Partito Comunista e dal compagno Mao Zedong.
Non solo: sempre in base a dati ONU nel 2010 il tasso di alfabetizzazione dei giovani cinesi in età compresa tra i 15 e i 24 anni raggiungerà ormai il 99,5% del totale contro l’82% del 1981, per non parlare poi della diffusa piaga dell’analfabetismo di massa che opprimeva le masse popolari cinesi prima del 1949.
Non risulta pertanto strano o casuale che, come ha ammesso a denti stretti anche il Corriere della Sera del dicembre 2014, in un articolo scritto da Carola Traverso Saibante, il numero degli studenti universitari e parauniversitari in Cina sia decollato dai 12,3 milioni del 2000 fino alla quota di 34,6 milioni nel corso del 2013, quasi triplicando in meno di 15 anni e superando la metà dell’attuale popolazione italiana.
Sempre sui mass-media borghesi del mondo occidentale sono inoltre emersi negli ultimi mesi alcune ricerche che illuminano il processo di analisi relativo ai rapporti sociali di produzione esistenti attualmente in Cina.
Ad esempio da molto tempo la rivista statunitense Fortune – apertamente anticomunista – pubblica ogni anno una particolare e accurata lista, denominata “Fortune Global 500”, sui principali 500 gruppi di aziende economiche su scala mondiale: l’ultimo di tali studi è apparso nell’estate del 2016.
In tale rapporto emerge che vi sono ben 98 aziende cinesi e che le prime undici più grandi imprese cinesi nella “Top 500” planetaria (in termini di fatturato) siano di proprietà pubblica, in tutto o in grande parte.
Tali aziende cinesi, a proprietà statale o municipale, sono:

– State Grid, seconda nella classifica Fortune e dietro solo alla Wal-Mart statunitense, con un fatturato nel 2015 pari a ben 329 miliardi di dollari e a circa un sesto del prodotto interno lordo italiano dello stesso anno;
– China National Petroleum, terza nella classifica Fortune e con un fatturato nel 2015 equivalente a 299 miliardi di dollari;
– Sinopec Group, quarto posto nella classifica Fortune e con un fatturato nel 2015 pari a 294 miliardi di dollari;
– Industrial and Commercial Bank of China, con 167 miliardi di dollari di fatturato;
– China Costruction Bank, con 147 miliardi di dollari di fatturato;
– China State Costruction Enginering (27° posto), con 140 miliardi di dollari di fatturato;
– Agricultural Bank of China (29° posizione), con 133 miliardi di dollari di fatturato;
– Bank of China (35° posizione), con un fatturato nel 2015 pari a 122 miliardi di dollari;
– China Mobile Communications (45° posizione della lista Fortune), con un fatturato pari a 106 miliardi di dollari;
– SAIC Motor (46° posizione), fatturato pari a 106 miliardi di dollari;
– China Life Insurance (54° posizione), fatturato pari a 101 miliardi di dollari.

Sono dati apparentemente aridi, ma viceversa ricchi di lezioni concrete.
Infatti il totale del fatturato del 2015 delle prime undici aziende cinesi, tutte di proprietà statale (completamente o in gran parte), è risultato pari a 1.944 miliardi di dollari: ossia il 20 percento e un quinto del prodotto interno lordo cinese del 2015.
Circa un quinto del PIL cinese del 2015 risultava quindi di proprietà statale e di solo undici aziende cinesi, di solo undici colossi di proprietà pubblica; undici aziende statali il cui fatturato era quasi pari all’intero PIL italiano nello stesso anno di riferimento.
Si tratta di un risultato di grande importanza e proveniente tra l’altro da una fonte insospettabile come Fortune, rivista di salda fede anticomunista e ostile a Pechino: ma nel rapporto in oggetto del giornale statunitense emerge altresì un altro dato di fatto, un diverso “fatto testardo” (Lenin) sempre di notevole interesse politico e socioproduttivo.
Infatti nella “Top 500” mondiale della lista Fortune del 2016 sono comprese 98 aziende cinesi, escluse le aziende di Taiwan e Hong Kong: e di tali 98 colossi cinesi ben 76 aziende risultano di proprietà e di dominio pubblico.
Quindi ben 76 delle più grandi aziende cinesi sono in mano allo stato e alle municipalità cinesi, in tutto o in larga parte, e solo 22 imprese della classifica di Fortune non appartengono alla sfera pubblica: tre quarti di esse, quindi, sono di proprietà collettiva e, come si è già visto, sempre in mano allo stato risultano le prime 11 aziende cinesi all’interno della “Top 500” di Fortune.
Di sfuggita: tutte queste 76 imprese pubbliche esprimono un fatturato come minimo superiore ai 20 miliardi di dollari, e quasi sempre superiore a quello di Telecom Italia.
In tale graduatoria, escluse le aziende di Taiwan e Hong Kong: e di tali 98 colossi cinesi ben 76 aziende risultano di proprietà e di dominio pubblico.

Un dato sorprendente almeno agli occhi occidentali, come del resto un altro “fatto testardo” in base al quale all’inizio del 2017 la catena di McDonald’s in Cina è diventata in larga parte di proprietà statale, pubblica.
Leggiamo assieme l’articolo pubblicato dall’insospettabile “Il Giornale”, anticomunista e ostile a Pechino, all’inizio del gennaio 2017.
“Pechino statalizza gli hamburger Usa. Aprono 2.200 negozi “Mao” Donald’s.
Un simbolo del capitalismo a stelle e strisce nel paradiso del libretto rosso.
Sarà il nuovo MaoDonald’s o si chiamerà sempre McDonald’s?
Già perché in Cina sarà ora il colosso Citic a gestire gli oltre 2.200 negozi in franchising di McDonald’s.
Ovvero Pechino ha deciso di statalizzare gli hamburger americani.
Un’operazione economica da due miliardi di dollari in attesa ancora di essere ufficializzata.
Sempre nell’articolo pubblicato il 15 gennaio del 2017 da parte dell’anticomunista “Il Giornale” venne altresì citato un altro concreto elemento socioproduttivo, assai importante nella Cina contemporanea e del 2017: un dato di fatto molto indicativo ma quasi sempre ignorato da gran parte dei comunisti (o presunti tali) e delle forze antagoniste (o presunte tali) del mondo occidentale, a partire dall’Italia in pesante declino all’inizio del terzo millennio.
Il dato di fatto in oggetto è semplice. Anche nella Cina del 2017, come all’inizio degli anni Cinquanta, la proprietà della terra risulta di proprietà pubblica e in mano allo stato, anche se in parte viene concessa in usufrutto alle comunità contadine cinesi: coltivatori diretti o cooperative agricole, che nel 2012 contavano un terzo di produttori rurali della nazione asiatica.
Sempre di proprietà pubblica risulta il gigantesco “tesoro” pubblico cinese, composto da enormi riserve di valute straniere, metalli preziosi e titoli di stato esteri: un “tesorone” statale pari nel 2016 a circa 3.000 miliardi di dollari, ossia a circa una volta e mezzo il PIL italiano dello stesso anno.
In conclusione anche in base a diverse fonti anticomuniste la Cina contemporanea presenta e rivela una matrice socioproduttiva prevalentemente collettivistica, di natura statale, cooperativa e municipale a secondo dei casi.
Solamente le aziende statali cinesi sotto la diretta amministrazione delle autorità centrali di Pechino hanno espresso, nel corso del 2016 un fatturato complessivo pari a quasi 3.500 miliardi di dollari e a un terzo del PIL cinese, raggiungendo profitti equivalenti a 178 miliardi di dollari, come ha rivelato proprio il Quotidiano del Popolo di Pechino in data 30 gennaio 2017.
Sono numeri e fatti testardi che parlano da soli.
Questa trama e tessuto di relazioni socioproduttive di matrice pubblica e collettivistica produce ovviamente delle conseguenze positive ed estremamente forti anche rispetto al tenore di vita e al benessere materiale-culturale delle masse lavoratrici e degli operai cinesi.
Infatti già nel 2013, come ha ammesso l’insospettabile banca elvetica Credit Suisse, i trentenni cinesi guadagnavano ormai più dei trentenni italiani: niente male, per un paese nel quale prima del 1949 e della vittoria del Partito Comunista i trentenni cinesi salariati di allora spesso erano costretti a morire di fame o di malattie facilmente curabili.

Massimo Leoni, Associazione Primo Ottobre di amicizia Italia-Cina