Socialismo o Capitalismo?

Una NEP Cinese, con prevalenza del settore collettivistico (statale/cooperativo)

1)  La natura socioeconomica della Cina contemporanea, agli inizi del terzo millennio,rappresenta un tema importante che appassiona e divide la sinistra antagonista occidentale.

Una netta maggioranza di quest’ultima,almeno in Italia,propende nel valutare i rapporti sociali di produzione e distribuzione esistenti attualmente in Cina come capitalistici e/o capitalistici di stato, almeno nelle loro linee essenziali: la nostra valutazione risulta invece in larga parte diversa ed opposta a concezioni simili a quelle esposte da “Padoa Schioppa”; il quale nell’agosto del 2005 affermò che gli innegabili successi economici raggiunti dalla Cina derivano dal fatto che quest’ultima fosse ormai diventata nelle sue linee essenziali un paese borghese e capitalistico.

In via preliminare risulta tuttavia assolutamente necessaria una sintetica puntualizzazione relativa alle caratteristiche fondamentali delle categorie teoriche che si devono utilizzare nel processo di analisi nella concreta realtà attuale cinese,anche per evitare inutili fraintendimenti ed equivoci: il problema della denominazione, in altri termini, deve avere la precedenza.

Se ad esempio per noi la giraffa rappresenta un mammifero con un collo molto lungo e che può superare i cinque metri di altezza, una volta raggiunta la piena maturità, con un mantello pezzato di bruno su fondo beige e pesante circa una tonnellata, mentre invece un nostro ipotetico contraddittore considera come “giraffa” un mammifero con il corpo ricoperto di peli e dotato di ali, capace di volare emettendo  ultrasuoni come un radar,che si nutre di insetti dormendo di giorno, e andando a caccia di notte (un pipistrello, a nostro avviso), non potremmo mai trovarci d’accordo con il nostro interlocutore su quale sia il nome del particolare animale che abbiamo entrambi visto allo zoo nello stesso giorno/minuto ed in un determinato spazio recintato, anche se esso ha realmente un collo lungo circa tre metri e un mantello pezzato di bruno, su sfondo beige.

2)  Per capitalismo intendiamo un modo di produzione, un rapporto sociale di produzione e distribuzione fondato innanzitutto sulla proprietà, possesso e controllo privato dei mezzi della produzione (e della condizione della produzione, a partire dalla terra e dalle risorse naturali/energetiche) da parte di una minoranza della popolazione,in grado di assumere libere ed autonome forze-lavoro come salariati utilizzando l’erogazione  collettiva di energie psicofisiche da parte loro per appropriarsi di un pluslavoro da parte di questi ultimi; la borghesia ottiene in tal modo un surplus ed un ” bottino ” gratuito di lavoro non retribuito, oltre alla massa di mezzi di sussistenza forniti ai produttori diretti in cambio dell’utilizzo della loro forza-lavoro ed alla massa necessaria per la riproduzione materiale del loro nucleo familiare.

Nel modo di produzione capitalistico il sottoprodotto finale del processo produttivo, e soprattutto il plus lavoro erogato gratuitamente dai produttori diretti alla classe dei capitalisti si suddivide in tre parti:

– fondo privato di accumulazione di questi ultimi, alias la proprietà/possesso privato sul prodotto finale del processo produttivo (che “appartiene al capitalista e non all’operaio”, come spiega Marx nel XXI capitolo del “Capitale”), sui “mezzi di sussistenza che comprano persone” (e l’utilizzo della loro forza lavoro) e sui “mezzi di produzione che fanno uso del produttore”. (1)

– fondo privato di consumo dei capitalisti,alias il ” reddito ” (Marx, “Il Capitale”) ottenuto da questi ultimi e ” la ricchezza che si trova nel fondo di consumo dei capitalisti e che si può dissipare solo un po’ per volta ” da parte del “proprietario del plusvalore, il capitalista”. (2)

– fondo privato di tesaurizzazione,e cioè il denaro (oro,argento e metalli preziosi) e la massa monetaria venuta in proprietà/possesso del privato della borghesia e non impegnata nel processo produttivo, a cui si aggiungono beni di consumo “estetici” (Marx, “Il Capitale”) quali opere d’arte e “oggetti d’oro e d’argento” di particolare valore. (3)

Finora nelle singole nazioni/stati il modo di produzione capitalistico  è coesistito in rapporti più o meno conflittuali con altre forme di rapporti di produzione,quali ad esempio i produttori autonomi venuti in possesso dei mezzi di produzione utilizzati nel processo produttivo e che non impieghino forza lavoro altrui,se non in modo saltuario: la categoria di formazione economico-sociale capitalistica esprime proprio la coesistenza/competizione nella stessa area geografica/stato di relazioni produttive capitalistiche egemoni e di rapporti sociali di produzione di altra natura, in posizione subordinata.

3)   Per capitalismo monopolistico di stato intendiamo invece il processo continuo di scambio, appoggio e cooperazione politico-economica che si crea costantemente dal 1870/1814 tra ilsettore statale e l’alta finanza privata,tra gli apparati statali e le multinazionali private, tra i nuclei politici al potere e i grandi monopoli privati: intercambio e cooperazione in formazioni economico-sociali nelle quali il settore pubblico-statale non possieda e controlli nel medio periodo più di un quarto del processo produttivo complessivo, comprendendo al suo interno la sfera industriale e quella bancaria- finanziaria, quella commerciale e dei servizi, l’attività agricola e quella estrattivo – mineraria.

Il processo di cooperazione politico-economica che si sviluppa costantemente tra i due partner principali del capitalismo di stato non risulta di regola privo di attriti e contraddizioni (più o meno) secondarie, ma si concretizza da un lato nell’aiuto materiale e politico via via fornito dal settore pubblico a quello privato ed al processo di accumulazione capitalistico attraverso finanziamenti diretti-indiretti ed  appalti statali, disposizioni legislative e fiscali favorevoli agli interessi generali e particolari del trust privati e una loro compartecipazione lucrosa nel settore degli armamenti, sostegno diretto-indiretto all’azione delle proprie multinazionali in campo interstatale e socializzazione delle perdite subite dal settore privato, una posizione privilegiata attribuita ai grandi monopoli nei processi di privatizzazione delle risorse collettive e di concentrazione dei capitali privati; dall’altro il settore statale controlla parzialmente ed in modo indiretto il processo produttivo e di accumulazione sia mediante relazioni speciali di collaborazione via via createsi con il grande capitale finanziario  e le multinazionali private che attraverso l’utilizzo mutevole dello strumento fiscale, delle politiche monetarie e commerciali, ecc..

Spesso, ma non sempre (si pensi agli Stati Uniti nel periodo compreso tra il 1952 ed il 2008 , con la quasi totale assenza di imprese economiche statali) all’interno del capitalismo monopolistico di stato si riproduce un settore produttivo subordinato di proprietà pubblica che interviene in campo industriale, bancario e commerciale,mentre a volte(in periodi prebellici-bellici, o di grave crisi economica) si assiste anche alla creazione dall’alto di cartelli obbligati” tra le principali aziende private e all’azione coattiva di meccanismi di pianificazione parziale degli investimenti, del livello salariale e della priorità socioeconomiche fondamentali, come avvenne nel caso della Germania nazista tra il 1935 ed il 1945 e del Giappone, tra il 1937 e la fine del secondo conflitto mondiale: l’elemento centrale ed essenziale del processo di riproduzione del capitalismo monopolistico di stato rimane tuttavia la cooperazione continua, anche se a volte non priva di tensioni conflittuali,tra stato e monopoli privati, tra governi e multinazionali, tra alta burocrazia civile/militare e finanza al fine principale e costante di favorire al massimo grado possibile il processo di accumulazione dei grandi monopoli privati, anche (ma non solo) per ottenere a cascata e in via derivato un aumento della potenza economica degli stati interessati e coinvolti dalle ” relazioni speciali “(miuki ishiki, in giapponese) createsi tra la sfera politico-statale e quella economico-privata.

Capitalismo di stato: processo di socializzazione delle perdite e di privatizzazione dei profitti attraverso l’intervento statale, oltre che azione pubblica di natura politico-economica al fine di indirizzare in modo più o meno esteso un processo produttivo egemonizzato dalle imprese private.

Il primo esempio significativo,duraturo e su larga scala di capitalismo monopolistico di stato venne alla luce in Giappone tra il 1871 ed il 1887, con i suoi “sentimenti di parentela”formatisi tra i principali monopoli privati (zaibatsu) e il governo e la burocrazia statale stabilitasi quasi fin dall’inizio del periodo Meiji durante tutta una prima fase compresa tra il 1871 ed il 1887, “il ruolo dello stato e dell’iniziativa privata cambiarono col tempo. Nel primo periodo lo stato rilevò le industrie manifatturiere dei daimyo” (i feudatari nipponici) “e ne costruì altre:arsenali e cantieri navali, ma anche cantieri edili,distillerie, zuccherifici, ecc; diffuse la conoscenza tecnica, acquistò macchinari stranieri, reclutò centinaia di esperti occidentali e costruì le infrastrutture per le comunicazioni. Tuttavia, questi investimenti,e la liquidazione dei privilegi feudali, fecero lievitare il debito statale. Dopo il 1880 la maggior parte delle industrie furono privatizzate; lo stato non si ritirò completamente dalla produzione – nel 1901 fondò  le acciaierie Yawata che garantirono la maggior parte  della produzione giapponese – ma impiegò meno di un lavoratore su dieci. La privatizzazione favorì l’affermazione di quattro grandi zaibatsu,-grandi gruppi monopolistici- che dominarono la scena economica fino al 1945:Mitsui, Mitsubishi, Sumitomo e Yasuda. I loro fondatori erano discendenti di vecchie dinastie  mercantili (Mitsui e Sumitomo), oppure provenivano dal rango di samurai, come Iwasaki Yatarò (1835-1885), il fondatore della Mitsubishi. Durante i primi giorni della restaurazione, questi stabilirono rapporti particolari con i futuri leader del governo Meiji attraverso il finanziamento del movimento; ad esempio, Iwasaki mise a disposizione le navi per l’attacco di Taiwan nel 1875. come ricompensa, durante la privatizzazione ebbero la quota maggiore alle condizioni migliori.

Essi coltivarono come fosse la loro attività più preziosa questa relazione speciale con il governo e con l’èlite amministrativa; così nacque un ” sentimento di parentela” (miuki ishiki) che assicurò la loro cooperazione con lo stato, con l’obiettivo degli investimenti nell’industria strategica e della formazione di cartelli in settori delicati. Gli zaibatsu furono lo strumento più importante per una guida flessibile dell’economia.”.(4)

Come dimostrano tutte le esperienze storiche concrete, da quella giapponese iniziata nel 1871 fino alla realtà dei nostri giorni, il capitalismo di stato risulta principalmente un gioco a due, che si mantiene solo con la riproduzione socio produttiva continua del “giocatore privato”di una sfera privata – capitalistica in grado di mantenere un ruolo egemone (anche sotto l’aspetto quantitativo) all’interno del processo produttivo globale. (5)

4)   A nostro avviso il socialismo, prima ed inferiore fase di sviluppo della società comunista (Marx, “Critica al programma di Gotha”del 1875) viene contraddistinto innanzitutto dalla proprietà/possesso collettivo almeno dalla maggioranza dei mezzi di produzione e delle condizioni della produzione (terra, risorse naturali ed energetiche,ecc..) attorno o più del 50% del processo produttivo globale, specialmente nei suoi gangli fondamentali(industria, attività estrattiva e finanza) deve essere sottoposto al processo e controllo diretto della collettività, sotto forme statali e/o cooperative. Si tratta di una base socio produttiva indispensabile senza la quale non si può parlare in alcun modo di socialismo, ma (al massimo) di germi ed elementi secondari di socialismo sviluppatisi in una formazione economico-sociale capitalistica.

Nella sua versione di matrice marxista, il socialismo prevede anche un processo di distribuzione dei generi di consumo disponibili secondo il lavoro erogato concretamente dai singoli produttori diretti,dopo aver effettuato tutta una serie di ” detrazioni” su cui si tornerà tra poco.

Nel socialismo marxiano vige in sostanza il principio “da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo il suo lavoro” mentre sempre secondo Marx solo in una seconda e più avanzata fase di sviluppo del m.p. comunista “la società può scrivere sulle proprie bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ciascuno secondo i suoi bisogni“.

Marx scrisse nel 1875 che nella prima fase della società comunista “all’interno della società collettivista, fondata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione, i produttori non scambiano i loro prodotti; tanto meno il lavoro trasformato in prodotti appare qui come valore di questi prodotti, come una proprietà oggettiva da essi posseduta, poiché ora, in contrapposto alla società capitalistica, i lavori individuali non esistono più come parti costitutive del lavoro complessivo attraverso un processo indiretto, ma in modo diretto. L’espressione ” reddito del lavoro ” che anche oggi è da respingere a causa della sua ambiguità, perde così ogni senso.

Quella con cui abbiamo da far qui, è una società comunista, non come si è sviluppata sulla propria base, ma viceversa, come emerge dalla società capitalistica; che porta quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, morale, spirituale, le ” macchie ” della vecchia società dal cui seno essa è uscita. Perciò il produttore singolo riceve – dopo le detrazioni – esattamente ciò che le dà. Ciò che egli ha dato alla società è la sua quantità individuale di lavoro. Per esempio:la giornata la giornata di lavoro sociale consta della somma delle ore di lavoro individuale; il tempo di lavoro individuale del singolo produttore è la parte della giornata di lavoro sociale fornita da lui, la sua partecipazione alla giornata di lavoro sociale. Egli riceve dalla società uno scontrino da cui risulta che egli ha prestato tanto lavoro (dopo la detrazione del suo lavoro per i fondi comuni), e con questo scontrino egli ritira dal fondo sociale tanti mezzi di consumo quanto costa il lavoro corrispondente. La stessa quantità di lavoro che egli ha dato alla società in una forma, la riceve in un’altra.

Domina qui evidentemente lo stesso principio che regola lo scambio delle merci in quanto è scambio di cose di valore uguale. Contenuto e forma sono mutati, perché, cambiate le circostanze, nessuno può dare niente all’infuori del suo lavoro, e perché d’altra parte niente può passare in proprietà del singolo all’infuori dei mezzi di consumo individuali. Ma per ciò che riguarda la ripartizione di questi ultimi tra i singoli produttori, domina lo stesso principio che nello scambio di equivalenti di merci: si scambia una quantità di lavoro in una forma contro una uguale quantità in un’altra.

L’uguale diritto è qui perciò ancora sempre, secondo il principio il diritto borghese benché principio e pratica non si azzuffino più, mentre lo scambio di equivalenti nello scambio di merci, esiste solo nella media, per il caso singolo.

Nonostante questo progresso, questo ugual diritto reca ancor sempre un limite borghese. Il diritto dei produttori è proporzionale alle loro prestazioni di lavoro, l’uguaglianza consiste nel fatto che esso viene misurato con una misura uguale, il lavoro.

Ma l’uno è fisicamente o moralmente superiore all’altro, e fornisce quindi nello stesso tempo più lavoro, oppure può lavorare durante un tempo più lungo; e il lavoro, per servire come misura, dev’essere determinato secondo la durata o l’intensità, altrimenti cesserebbe di essere misura. Questo diritto uguale è un diritto disuguale per lavoro disuguale. Esso non riconosce nessuna distinzione di classe, perché ognuno è soltanto operaio come tutti gli altri, ma riconosce tacitamente la ineguale attitudine individuale, e quindi capacità di rendimento, come privilegi naturali. Esso è perciò, pel suo contenuto, un diritto della disuguaglianza, come ogni diritto. Il diritto può consistere soltanto, per sua natura, nell’applicazione di una uguale misura; ma individui disuguali (e non sarebbero individui diversi se non fossero disuguali) sono misurabili con uguale misura solo in quanto vengono sottomessi a un’uguale punto di vista in quanto vengono considerati soltanto secondo un lato determinato: per esempio nel caso dato soltanto come operai, e si vede in loro soltanto questo, prescindendo da ogni altra cosa. Inoltre: un operaio è ammogliato, l’altro no; uno ha più figli dell’altro ecc. ecc. supposti uguali di rendimento e quindi la partecipazione al fondo di consumo sociale, l’uno riceve dunque più dell’altro, l’uno è più ricco dell’altro. Per evitare tutti questi inconvenienti, il diritto, invece di essere uguale dovrebbe essere disuguale.

Ma questi inconvenienti sono inevitabili nella prima fase della società comunista, quale è uscita dopo i lunghi travagli del parto, dalla società capitalistica. Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica e dello sviluppo culturale da essa condizionato, della società”. (6)

Risulta dal lungo passo riportato che, a giudizio di Marx, nella prima fase del m.p. comunista (alias nel socialismo) vige sia il principio del rendimento meritocratico e con la distribuzione dei mezzi di consumo a seconda del lavoro prestato, dopo aver effettuato tutta una serie di distrazioni, che una particolare concretizzazione della legge del valore (“lo stesso principio che regola lo scambio delle merci in quanto è scambio di cose valore uguale”). Ma non solo: sussiste anche una disuguaglianza sociale tra i lavoratori, perché “l’uno è fisicamente o moralmente superiore all’altro, e fornisce quindi nello stesso tempo più lavoro… e il lavoro deve essere determinato secondo la durata o l’intensità…”, anche se nei rapporti di distribuzione socialista non si produce/riproduce alcun sfruttamento del lavoro altrui, “niente può passare in proprietà del singolo all’infuori dei mezzi di consumo individuali” e il “diritto” (rapporti di distribuzione socialisti) “non riconosce nessuna distinzione di classe” (Marx 1875).

La seconda caratteristica specifica del socialismo di matrice marxiana è quella di voler diventare un “socialismo dell’abbondanza” di generi di consumo (abbondanza relativa,in via di progressivo aumento), in aperto contrasto con le concezioni pauperistiche della società collettivistica, attraverso un processo di “estensione della produzione” ed una sua continua riproduzione allargata al fine di soddisfare sempre più efficacemente i crescenti bisogni materiali e vitali della popolazione.

Sempre nel 1875 Marx specificò chiaramente che il lavoratore i lavoratori non ottengono direttamente il prodotto integrale del lavoro, dato che prima di distribuire il prodotto sociale complessivo e i fondi di consumo tra i lavoratori, al fine di soddisfare lenecessità economiche” ed i bisogni materiali nella società collettivistica/socialista, “si deve detrarre:

Primo: la copertura per reintegrare i mezzi di produzione consumati.

Secondo: una parte supplementare per l’estensione della produzione.

Terzo: un fondo di riserva o di assicurazione contro infortuni, danni causati da avvenimenti naturali, ecc..

Queste detrazioni dal “reddito integrale del lavoro”sono una necessita economica, e la loro entità deve essere determinata in base ai mezzi e alle forze presenti, in parte con un calcolo di probabilità, ma non si possono in alcun modo calcolare in base alla giustizia.

Rimane l’altra parte del prodotto complessivo, destinata a servire come mezzo di consumo.

Prima di arrivare alla ripartizione individuale, anche qui bisogna detrarre:

Primo:   le spese generali d’amministrazione che non sono pertinenti alla produzione.

Questa parte è ridotta sin dall’inizio nel modo più considerevole,in confronto alla società attuale, e si ridurrà nella misura  in cui la nuova società si verrà sviluppando.

Secondo:  ciò che è destinato alla soddisfazione collettiva di bisogni,come scuole, istituzioni sanitarie, ecc.

Questa parte aumenta sin dall’inizio notevolmente rispetto alla società attuale e aumenterà nella misura  in cui la nuova società si verrà sviluppando.

Terzo:   un fondo per gli inabili al lavoro, ecc., in breve ciò che oggi appartiene alla cosiddetta assistenza ufficiale dei poveri”.(7)

In altri termini,  secondo la previsione  marxiana del 1875 la società e lo stato socialista  avrebbero in ogni caso destinato una parte del prodotto sociale e del surplus sociale per favorire “l’estensione della produzione” e per un processo di accumulazione/riproduzione allargata di tipo socialista, indirizzato a vantaggio di tutti i membri della collettività (ivi compresi “gli inabili al lavoro”): a giudizio del rivoluzionario tedesco, l’immatura società socialista non era certo statica e conservatrice, ma viceversa dinamica  e tesa a raggiungere livelli sempre più elevati di benessere materiale, di sviluppo culturale e di tempo libero disponibile per tutti i “cooperatori colti” del futuro (Lenin,1922).

5)   Sempre secondo la concezione marxiana, il socialismo si rivela intriso di contraddizioni spesso feconde, e  segnato da una centrale e principale contraddizione interna, il contrasto continuo che si riproduce tra il basso ed arretrato livello di sviluppo dalle forze produttive sociali e l’elevato grado di sviluppo dei bisogni materiali e culturali (ivi compreso quello del tempo libero,il “diritto all’ozio” di P.Lafargue): contrasto e contraddizione principale della società socialista “pura”  che si traduce innanzitutto in una penuria relativa dei generi di consumo, la quale verrà superata solo progressivamente attraverso un’indispensabile”sviluppo multilaterale degli individui” ed un incremento continuo delle”forze produttive”di “tutte le sorgenti della ricchezza collettiva”.(Marx,”Critica al programma di Gotha”).

Inoltre nella società e fase di transizione socialista, a differenza che nel comunismo sviluppato ed “in una fase elevata della società comunista “(Marx,1875), emergono e si riproducono altre importanti contraddizioni”secondarie” di natura sia economica che politica, anche nel caso più favorevole di una vittoria della rivoluzione socialista mondiale:

– non è ancora scomparsa la divisione tra lavoro intellettuale e manuale

– il tempo libero a disposizione è molto meno ampio che nella fase comunista  successiva, vista l’immaturità relativa del processo di automatizzazione della produzione di beni e servizi.

– esiste ancora lo stato con i suoi apparati necessari per gestire e controllare la distribuzione dei mezzi di consumo in base al lavoro ed il processo di calcolo delle quantità/qualità da quest’ultimo erogate via via dai singoli produttori diretti.

– esistono differenze sociali nella retribuzione ottenuta da ciascun lavoratore,nella “quantità di mezzi di consumo” ricevuta da essi per via della disuguaglianza nel “rendimento” (Marx) e nella “durata e intensità” delle energie psicofisiche erogate via via da ciascun produttore diretto.

– esistono delle serie differenze sociali tra la “quantità di mezzi di consumo “ottenuto dai lavoratori delle diverse aree geopolitiche del globo, anche a parità di durata ed intensità di lavoro, per effetto dell’enormi differenze delle rispettive basi produttive di partenza (si pensi alla situazione materiale di una Svezia  collettivistica, rispetto a quella vissuta  inevitabilmente dai lavoratori  del Bangladesh anche dopo  un’eventuale rivoluzione mondiale).

Secondo Marx, le inevitabili contraddizioni del socialismo verranno risolte solo progressivamente e principalmente attraverso un continuo processo di crescita delle “forze produttive”e di “tutte le sorgenti  della ricchezza collettiva”.

“In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita,ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’augusto orizzonte giuridico borghese può essere superato e la società può scrivere sulle sue bandiere: ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni”.(8)

Utilizzando  per comodità espositiva delle definizioni e categorie di matrice cristiana/dantesca, se l’inferno viene rappresentato capitalismo/capitalismo di stato ed il paradiso invece dal comunismo sviluppato e da “una fase più elevata della società comunista”, il socialismo costituisce un particolare purgatorio con alcuni lati inevitabilmente sgradevoli e” immaturi “: un purgatorio tra l’altro bidirezionale, da cui si può avanzare verso l’Eden comunista o ricadere invece nell’inferno del capitalismo di stato,come dimostra l’esperienza concreta dell’Europa orientale e delle ex repubbliche sovietiche tra il 1989 ed il primo decennio del terzo millennio.

Proprio nel processo di analisi dell’immatura fase socialista, sono già emerse indirettamente le principali caratteristiche del comunismo (alias”fase più elevata della società comunista”) e le dinamiche concrete lo differenziano in modo molto sensibile dal socialismo:grande abbondanza dei generi di consumo,lavoro inteso come “primo bisogno della vita”, “estinzione dello stato e tempo libero a disposizione di ciascun individuo in quantità molto superiore a quella attualmente disponibile.

Si può solo sottolineare come anche nel comunismo sviluppato emergeranno sicuramente nuovi e vecchi  problemi, a partire da quello individuale/collettivo della morte e dell’alienazione esistenziale e si formeranno numerose  contraddizioni interne al nuovo Eden, con la formazione assai probabili di nuovi partiti e tendenze alternative tra loro.

Tra di esse si possono forse prevedere le contraddizioni che via via si sviluppano tra:

–           oziosi per principio e stachanovisti volontari,amanti del lavoro per il lavoro

–           Asceti(nei consumi individuali) ed edonisti ad oltranza.

–           proibizionisti ed antiproibizionisti(non solo per il tabacco…)

–           atei e credenti(si pensi al “problemino esistenziale” di cui sopra)

–           amanti dell’esplorazione spaziale/avversari delle avventure spaziali

–           amanti della vita avventurosa/amanti delle comodità “pantofolaie”

–           sostenitori della sperimentazione genetica, a partire dall’uomo, contro conservatori della “purezza” del DNA sempre a partire dall’uomo, ecc. ecc.

6)   Le concezioni di Marx sul socialismo/comunismo non sono rimaste senza antagonisti, aperti o mascherati, tanto che negli ultimi due secoli sono  apparse nell’arena mondiale altre forme e tipologie di socialismo,  sia a livello teorico che pratico, molto diverse da quella di matrice marxiana .

Rimanendo agli ultimi decenni, si può partire dalle concezioni di A. Negri sul socialismo inteso come “trasformazione statalista del capitalismo”, dato che secondo Negri “un’economia pianificata è comunque un’economia capitalista, cioè un economia per il profitto “;sempre a giudizio del teorico padovano, diventa invece possibile già nel presente un passaggio diretto ed immediato al comunismo inteso come disutopia, “desiderio forte che sta dentro alle potenze del modo di produrre attuale, quindi nel nostro reale orizzonte”, saltando pertanto l’odioso ed antipatico “purgatorio” socialista. (9)

Negri ovviamente non accenna neanche ad indicare le risorse materiali concretamente disponibili “nel nostro reale orizzonte” per effettuare tale enorme ed immediato salto di qualità epocale, che tra l’altro dovrebbe comprendere i lavoratori dell’India e Bangladesh, America Latina e Africa, Indonesia e Pakistan; ma pretendere concretezza e realismo da Negri sarebbe sicuramente una vera utopia irrealizzabile…

Per Amadeo Bordiga il socialismo doveva invece caratterizzarsi(già nel 1952) con un “piano di sottoproduzione” volto ad ottenere progressivamente un sempre più “ridotto volume della produzione”, anche grazie ad un ferreo ” controllo autoritario dei consumi”: secondo Bordiga il vero socialismo è austero, anticonsumistico  e molto lontano dall'”estensione della produzione” prevista da Marx nel 1875, tanto che la particolare concezione del socialismo espresso dal teorico napoletano ha anticipato parzialmente alcune tesi ecosocialista (Kovel e  M. Lowj) relative ai “limiti della crescita” ed alla necessità di una profonda “trasformazione dei bisogni” in senso anticonsumistico, lontano dalla “dimensione quantitativa” di questi ultimi.

Guai ai consumatori ed ai  lavoratori-consumatori, in tutte e due le versioni. (10)

Si mostra ancora più radicale la versione  del socialismo/comunismo elaborata dall’anarco-ecologista statunitense John Zerzan, che ha esaltato come nuova stella polare per la liberazione globale dell’umanità  il ritorno cosciente e volontario al modo di produzione paleolitico (inevitabilmente collettivistico, per assenza di un surplus costante ed accumulabile) basato sulla raccolta di cibo e della caccia : secondo Zerzan, all’origine dei problemi attuali del nostro pianeta si trova proprio l’essenza stessa della civiltà umana, alias la domesticazione di molte speci vegetali/animali e la formazione dell’agricoltura/allevamento, lo stesso linguaggio e le forme più avanzate del pensiero simbolico(matematica ed arte, ad esempio), tanto che tale presunta civiltà deve essere sostituita da una nuova società collettivistica fondata sul recupero su scala globale  della raccolta di cibo/caccia e da un “futuro primitivo”(titolo di una sua opera).

Un’altra concezione “radicale”del socialismo è stata quella attuata e messa in pratica in Cambogia dai Khmer rossi e dal loro leader supremo, Pol Pot.

La soppressione radicale della moneta (“col tempo, con l’irrigidirsi del sistema , persino i baratti vennero scoraggiati”, ha notato lo storico P.Short), l’eliminazione quasi totale delle città e di tutti  i generi di lusso, partendo dalle automobili, rappresentarono le novità introdotte dalla concezione del socialismo espressa, sintetizzata e trasformata in pratica concreta dai Khmer rossi tra il 1975 ed il 1979 con tragiche conseguenze per la popolazione cambogiana.(11)

In tutte le sue fantasiose varianti,il socialismo  ascetico ed egualitario rappresenta il cugino povero del comunismo di matrice marxista: socialismo, certo, ma distante anni luce sia dalla visione di Marx ed Engels che soprattutto dai bisogni materiali e culturali di miliardi di lavoratori e sfruttati, del passato come del presente e del futuro.

Contro ed in opposizione alle tesi comuni al “comunismo rozzo”, si deve ribadire che non ci sono troppi beni di consumo al giorno d’oggi, ma ce ne sono troppo pochi a disposizione dei produttori diretti, degli operai e degli impiegati.

Non c’è troppa tecnologia e scienza al giorno d’oggi: ne esiste ancora troppo poca, a partire dai processi di automazione e da quella tecnica di fusione termonucleare già sviluppata con successo in URSS  fin dal 1969  che, tra qualche decennio garantirà all’umanità una fonte di energia abbondante, pulita , e quasi eterna  (per almeno venti milioni di anni), spezzando per sempre i presunti “limiti oggettivi” allo sviluppo delle forze produttive sociali del genere umano.

Le potenzialità produttive di quest’ultimo sono enormi e tendono ad aumentare, anche e soprattutto all’inizio del terzo millennio, entrando viceversa in contraddizione radicale ed antagonista con i rapporti sociali di produzione/distribuzione e di potere egemoni attualmente in larga parte del globo.

7)   Effettuata questa lunga, ma indispensabile premessa teorica si può finalmente passare all’analisi concreta della complessa e variegata formazione economica-sociale cinese, nel periodo compreso tra il 1978 ed il 2008, con la sua dinamica particolare e le sue contraddizioni interne (la realtà socio produttiva di Hong Kong e Macao risulta molto diversa e non è presa in esame)

Tale dinamica è stata segnata molto profondamente dall’ingegnoso ed articolato “grande progetto“, di durata pluridecennale, elaborato progressivamente da Deng Xiaoping tra il 1973 ed il 1977, messo in pratica gradualmente con contraddizioni e zig-zag tattici, errori e ritirate provvisorie dall’inizio del 1978  sia dal nucleo dirigente del PCC (partito comunista cinese) guidata da Deng che dai due successivi, quello diretto da Jiang Zemin (1997-2002) e l’equipe politica guidata da Hu Jintao dal 2003 fino ad oggi.

Il “grande progetto” si imperniava e si sostanzia tuttora nella teoria/pratica concreta tesa a creare e riprodurre una particolare NEP cinese, riprendendo in modo creativo gli elementi essenziali della svolta e della nuova politica economica attuata da Lenin nel 1921 e durata in Unione sovietica fino al 1928, basandosi nel passato come nel presente su linee-guida combinate dialetticamente tra loro.(12)

Il cardine fondamentale della NEP cinese e del “grande progetto” denghista era costituito dallo sviluppo progressivo di una coesistenza conflittuale, ma prolungata nel tempo visto il basso livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive cinesi ancora alla meta degli anni settanta tra un settore economico socialista (di matrice statale e cooperativa) egemone e centrali nella formazione economico-sociale cinese, una sfera produttiva sotto il controllo/possesso del capitalismo privato autoctono ed internazionale ed un ampio segmento di produttori autonomi rurali, di contadini che potevano e possono tutt’ora godere dell’usufrutto pluridecennale della terra e vendere liberamente larga parte del prodotto della loro attività individuale.

Rispettando le previsioni ed il progetto iniziale, una “linea rossa” collettivistica (ed egemone) si è confrontata per un lungo periodo con la “linea nera” capitalistica ed una “linea bianca” di piccoli contadini all’interno della sfera dei rapporti di produzione e della sfera produttiva cinese, come avvenne in URSS dal 1921 al 1929: ancora il 17 gennaio del 1979 Deng Xiaoping affermò pubblicamente che il partito comunista cinese “avrebbe dovuto permettere ai vecchi capitalisti e uomini di affari cinesi di giocare un ruolo” nell’economia della nazione, mentre a partire dal 1978 gli investimenti delle multinazionali straniere iniziarono a giocare un ruolo sempre più significativo nell’economia cinese, iniziando dalle “zone speciali” di Shenzen. (13)

Per quanto riguarda il settore agricolo, a partire dal 1981 i terreni vennero in gran parte divisi tra le famiglie contadine, anche se si mantenne (e vige tuttora) il diritto di proprietà collettiva sugli appezzamenti rurali dei quali i produttori rurali autonomi hanno l’usufrutto, come avvenne del resto in Unione Sovietica tra il 1917 ed il 1929 e prima della grande ondata di collettivizzazione nelle campagne.(14)

Un secondo elemento fondamentale della NEP cinese venne rappresentato dalla coesistenza via via formatasi tra l’azione egemone dei meccanismi di mercato, della legge della domanda/offerta e gli strumenti (subordinati) di pianificazione del processo produttivo, a partire dalla fondamentale pianificazione demografica introdotta – non a caso …- già nel 1981 è caratterizzata dalla  politica del “figlio unico” per le coppie di nazionalità han (non per le minoranze etniche, a partire da quella tibetana…)

Se fin dal 1978 diverse imprese statali ricevettero un’ampia autonomia finanziaria ed un notevole potere decisionale sui premi e sulla distribuzione dei profitti, a partire dal 1984  i dirigenti del PCC “vogliono limitare ai prodotti di importanza vitale il campo di pianificazione imposta, far svolgere una pianificazione orientativa, e introdurre le leggi di mercato per arrivare alla creazione di un'”economia mercantile socialista “. Poiché il controllo dell’economia attraverso il mercato si basa essenzialmente sul gioco dei prezzi, è necessario riformare in primo luogo il sistema irrazionale dei prezzi cinesi, fissati senza tener conto delle variazioni di qualità,né della relativa rarità dei prodotti (come è il caso, per esempio, dei prodotti energetici venduti a un prezzo nettamente inferiore rispetto ai mercati mondiali).

Occorre per questo migliorare i metodi di controllo e, soprattutto,limitare il loro campo di applicazione,lasciando “fluttuare entro certi limiti” oppure “fissare liberamente” il prezzo di un numero crescente di prodotti.

La liberalizzazione progressiva dei prezzi è al centro del progetto di riforma e ne condiziona l’applicazione. Vi aggancia tutta una serie di disposizioni che concernono il sistema monetario e finanziario, e che ridefiniscono le competenze di un’amministrazione che dovrebbe intervenire soltanto per garantire un certo controllo sul piano macroeconomico. Le imprese, in effetti,vedranno aumentare i propri diritti e il proprio potere: organizzeranno autonomamente la propria amministrazione, le proprie attività di produzione, il reclutamento e la retribuzione del personale. In breve diventeranno indipendenti e concorrenti, ossia produttive o, per riprendere i termini cinesi, “spine di vitalità”.  (15)

In  conseguenza della riforma dell’autunno del 1984, circa la metà dei prezzi industriali ed agricoli fino a quel momento fissati dalle autorità centrali vennero liberalizzati in un processo che si sviluppò ulteriormente nel decennio successivo, mentre i dirigenti delle aziende statali acquisirono un ampio grado di autonomia nel determinare gli investimenti, la ridistribuzione dei profitti ed i soldi.

Nella visione di Deng, ribadita esplicitamente il febbraio 1987, sia il mercato che la pianificazione non risultavano di per se stessi strumenti capitalisti o socialisti  e dovevano pertanto essere utilizzati in modo bilanciato in Cina per sviluppare le forze del paese: ancora oggi il governo cinese si serve di tutta una serie di importanti strumenti di pianificazione al fine di influenzare il processo produttivo nazionale a partire dalla politica monetaria e fiscale, dagli interventi  “dall’alto” sui prezzi (come è avvenuto anche nella prima metà del 2008 per il prezzo della benzina e di alcuni generi alimentari), dalle direttive impartite delle autorità centrali alle imprese statali e dall’elaborazione continua di piani quinquennali (sì, esistono ancora in Cina..) come importanti elementi di verifica/incentivo rispetto agli investimenti,  prezzi e salari.

Vennero in sostanza ripresi degli elementi già emersi in embrione negli anni compresi tra il 1961 ed il 1965 relativi ad un parziale autogoverno delle imprese e dall’importanza del profitto nell’economia socialista, elaborati sia dallo stesso Deng che dall’economista Sun Yeh-fang più di quattro decenni or sono.  (16) Un ulteriore anello costitutivo del “grande progetto” e della NEP cinese era ed è tuttora la ricerca costante e  tenace di un rapido sviluppo delle forze produttive , visto come base indispensabile per l’indispensabile e progressivo aumento del benessere materiale e culturale dei produttori diretti, sia urbani che rurali: veniva e viene rifiutata alla radice e simultaneamente qualunque concezione pauperistica del socialismo, l’egualitarismo ed il rifiuto degli incentivi materiali.

Fin dal 1975 Deng Xiaoping elaborò tre importanti documenti, che ebbero larga diffusione e popolarità nel partito.

“Il  primo e il più importante di questi, s’intitola Programma generale di lavoro per l’insieme del Partito e della nazione, attacca gli ideologi radicali, che tratta da”metafisici”ossessionati dalla politica, dimentichi dell’economia, i quali pensano solo a favorire la rivoluzione e non nutrono nessun interesse per la produzione, pseudomarxisti incapaci  di garantire la ” liberazione delle forze produttive”.Gli altri due documenti, Alcuni problemi concernenti l’accelerazione dello sviluppo industriale e Diversi problemi nel campo della scienza e della tecnologia,sviluppano e precisano questi temi.”L’egualitarismo è impossibile”.

La remunerazione deve tener conto delle differenze di competenza, della qualità e della quantità del lavoro fornito. La riabilitazione degli esperti va di pari passo con quella degli incentivi materiali.”Quanto agli esperti”bianchi”, dal momento che lavorano nell’interesse della Repubblica popolare di Cina, valgono più di quelli che non fanno niente, provocano scontri tra fazioni e bloccano tutto”.(17)

Più volte Deng ribadì che”per sostenere il socialismo noi dobbiamo eliminare la povertà” rilevando che ” durante la rivoluzione culturale la” banda dei quattro”lanciò slogan assurdi quali “meglio essere poveri sotto il socialismo e comunismo che essere ricchi sotto il capitalismo”.Ma come si può esigere di essere poveri sotto il socialismo ed il comunismo?… Così, per costruire il socialismo è necessario sviluppare le forze produttive. Povertà non è socialismo. Per sostenere il socialismo, un socialismo che sia superiore al capitalismo,rappresenta un imperativo in primo luogo e soprattutto eliminare la povertà”.(18)

Deng era perfettamente cosciente della durissima realtà materiale subita degli operai cinesi degli anni Sessanta / Settanta,  pericolosamente vicina alla linea di povertà assoluta persino in grandi città come Pechino, anche se relativamente distante dalla fame/morte per inedia tipica degli anni venti/quaranta, e proprio sua figlia Deng Rong  descrisse la sua iniziazione al quartiere operaio di Fanghzhai a Pechino, quando nell’estate del 1967 suo padre venne incarcerato costringendo lei ed i suoi fratelli ad  abbandonare il quartiere riservato agli alti funzionari del partito, a Zhongnanhai.

“Non saprei in quale altro modo definire il posto in cui stavamo a Zhongnanhai, se non come una sorta di “torre d’avorio”. Qui a Fanghuzhai, invece, eravamo senza alcun dubbio nel mondo reale.

Gli operai e gli impiegati del Gabinetto del Comitato centrale nostri coinquilini  ci trattavano abbastanza bene, forse dietro ordine di qualcuno. Appena arrivati, molti ci chiesero se avevamo bisogno di qualcosa. Ci diedero dei porri e della salsa di soia. Avevamo ancora in mente Zhongnanhai e quel posto ci sembrava  vecchia e cadente, ma gli operai e gli impiegati erano sempre  vissuti là con le loro  famiglie.

Non pensavano che ci fosse nulla  di sbagliato e noi iniziammo a capire che la gente comune viveva così. I loro stipendi erano bassissimi  – da venti yuan al mese in su. Al massimo, quaranta. E questo stesso  doveva bastare per una famiglia di tre generazione. Molte mogli per arrotondare incollavano scatole di cartone o di fiammiferi. In molte case i letti erano semplici tavole appoggiate su due lunghe panche sulle quali si coricava l’intera famiglia. I pasti consistevano in focaccine di farina di mais e verdure salate. Se c’erano i tagliolini fritti in salsa di soia con un po’ di carne trita era già una festa. I vestiti erano pieni di toppe. I bambini erano quelli che subivano le privazioni maggiori, ed erano fortunati se riuscivano a difendersi dal freddo.

Di  che cosa potevamo lamentarci? Non avevamo il diritto di essere insoddisfatti.

Imparammo a vivere come quelle famiglie di operai. Prendevamo l’acqua dal rubinetto in cortile. Usavamo i bagni pubblici nel vicolo. Presentavamo i buoni per comprare le granaglie allo spaccio dei cereali, mostravamo il nostro libricino al deposito di carbone per comprarne. In quegli anni i cereali, il carbone, l’olio commestibile e molti altri prodotti scarseggiavano ed erano razionati.

Nei periodi festivi, ci mettevamo in coda come gli altri per comprare dei funghetti, dei Fiori Gialli, delle spezie, che nei giorni feriali non si trovavano in vendita. Il formaggio di soia si vendeva una volta alla settimana, e quel giorno dovevamo alzarci alle quattro o cinque del mattino…”(19)

Il quarto elemento costitutivo del “grande progetto” era (ed è tuttora) la ricerca costante e la pratica politico-economica  finalizzata a far assurgere nel medio periodo la Cina popolare nel ruolo di prima potenza economica mondiale, superando per prodotto interno lordo globale gli Stati Uniti e cambiando profondamente i rapporti di forza mondiali sotto tutti gli aspetti fondamentali.

Ancora nel marzo del 1975 Deng affermò che “la nostra economia dovrà espandersi in due fasi. Nella prima verranno creati entro il 1980 un sistema industriale e un’economia nazionale indipendenti e relativamente completi. Nella seconda, la Cina sarà trasformata, entro la fine del XX secolo, e cioè entro i  prossimi venticinque anni, in una potenza socialista con una moderna agricoltura, industria, difesa nazionale, scienza e tecnologia. L’intero  Partito e l’intero paese dovranno impegnarsi per raggiungere questo superbo obbiettivo. È  una questione di primaria importanza…”(20)

Deng sapeva benissimo che, in una nazione con un territorio pari a 9,57 milioni di km  e  una popolazione superiore di più di quattro volte rispetto a quella statunitense, il raggiungimento di un veloce e costante tasso di crescita (attorno all’8% annuo), nell’economia del paese avrebbe portato inevitabilmente la Cina a raggiungere e superare gli USA per massa globale di forze produttive e di ricchezza reale nel giro di alcuni decenni, anche rimanendo molto distante in termini di reddito e sviluppo produttivo pro-capite al gigante americano: i numeri stavano e stanno tuttora dalla parte della Cina, seppur solo nel medio-lungo periodo ed a patto di riuscire a conservare sia la stabilità politico-sociale che una continua ed accelerata riproduzione allargata del processo produttivo del paese.

Non a caso proprio  nel giugno del 1989, dopo la sconfitta del movimento controrivoluzionario promossa da una parte degli studenti a Pechino, Deng affermò in una riunione allargata del nuovo Comitato permanente del Politburo che “gli eventi recenti dimostrano quanto sia cruciale per la Cina restare fedele alla strada socialista e alla direzione del partito. Altrimenti, rimarremo sempre il paese satellite di qualcun altro  e anche la modernizzazione non sarebbe facile: il mercato mondiale è già piuttosto concorrenziale, non è facile inserirsi. Solo il socialismo può salvare la Cina e trasformarla in un paese sviluppato. Su questo punto i disordini ci hanno effettivamente insegnato qualcosa: sono stati uno scossone salutare. La Cina non ha futuro al di fuori della strada socialista.

“La Cina è solo un paese povero, ma la gente ne parla come parte del “grande triangolo” che comprende Stati Uniti, Cina e Unione Sovietica. Perché? Perché la Cina è un paese indipendente e autonomo. E perché siamo indipendenti? Perché siamo rimasti fedeli al nostro tipo di socialismo. Altrimenti staremmo facendo il verso agli Stati Uniti, ai paesi sviluppati, all’URSS o a chissà quale paese, e che razza di indipendenza sarebbe quella? Attualmente l’opinione internazionale si scatena contro di noi, ma possiamo resistere; non lasceremo che ci distruggano. La cosa importante è continuare a fare bene il nostro lavoro”.

“Dovremmo mirare ad ottenere un buon tasso di crescita economica nel corso dei prossimi undici anni e mezzo.

Il  Partito centrale e il Consiglio di Stato devono avere potere e autorità in questi ambiti. Queste cose non si possono fare senza autorità! Ritengo che dovremmo organizzare un gruppo speciale che studi le strategie di sviluppo e faccia piani specifici per la prima metà del prossimo secolo. Gli elementi più importanti sono i piani per l’industria di base e il sistema di trasporto. Dovremmo ricorrere a misure forti per essere certi che la nostra crescita prosegua e ritrovi nuovo vigore. Come ho già detto prima, riguardo alla crisi che abbiamo attraversato, se possiamo sommare le lezioni del passato e applicarle al futuro, il nostro sviluppo potrebbe rivelarsi non solo migliore e più stabile, ma anche più rapido. C’è una possibilità reale che questa sventura si trasformi in un qualcosa di positivo. Dobbiamo rivolgere un occhio particolarmente attento anche all’agricoltura: in fin dei conti, in quel settore i problemi potrebbero venire risolti dalla scienza. La scienza è una grande risorsa e andrebbe valorizzata”.(21)

L’attenzione e la cura meticolosa rivolta da Deng sia al futuro della Cina che alle sue dinamiche di medio-lungo periodo viene dimostrata ulteriormente dalla sua proposta di “un gruppo speciale” di studio, in grado di elaborare strategie  e piani per l’inizio del terzo millennio e dal 2000 al 2050, oltre che dalla sua fiducia in uno “sviluppo più rapido” dell’economia cinese poi effettivamente verificatosi tra il 1989 ed il 2008, con forti ricadute sui rapporti di forza economici (e politici) mondiali.

Un altro cardine della NEP cinese e del “grande progetto” di Deng era rappresentato dalla necessità assoluta di conservare   egemonia del partito comunista cinese sulla dinamica politico-sociale  ed economica del paese, anche per la coesistenza conflittuale di rapporti di produzione e sfere produttive diverse, alternative e alla lunga antagonista tra loro: fin dal marzo del 1979 Deng ed il partito comunista cinese hanno affermato con forza, e ribadito costantemente la teoria della “Quattro Bandiere”(o dei ” quattro principi “).

La  studiosa anticomunista Bergere ha rilevato correttamente che “il regime comunista cinese ha in sé una doppia eredità: marxista-leninista e maoista. Esso è più fedele al primo che al secondo. Questa fedeltà si manifesta, da un lato, con la persistenza dell’ideologia che esalta il socialismo e il ruolo dirigente del Partito e  dall’altro, con la permanenza di un sistema istituzionale fondato sulla triplice gerarchia del Partito, dello Stato e dell’esercito.

L’ideologia del PCC non è cambiata: essa si riassume nei Quattro Principi enunciati da Deng Xiaoping nel marzo 1979, che preconizzano la via socialista, il marxismo-leninismo, il pensiero di Mao Zedong e la dittatura democratica del popolo sotto la guida del Partito. Nel settembre del 1997 il XV congresso del Partito  ha iscritto questi Quattro Principi nei propri statuti, conferendo ad essi  la stessa autorità dei testi di Marx, Lenin, o Mao Zedong. In compenso non si citano più le dottrine specifiche marxiste dell’onnipotenza del Partito, del predominio della lotta di classe, del ruolo motore delle masse o del loro intervento diretto nella vita politica”.(22)

Per quanto riguarda la valutazione della pratica politica-sociale da Mao, nel giugno del 1981 una risoluzione del PCC sulla storia del partito rilevò che i meriti di Mao Zedong sono  “essenziali” e gli errori “secondari”. Il suo operato negli anni precedenti il 1949 si basa su concezioni giuste. Dal 1949 alla campagna antidestrista del 1957 la sua guida rimane corretta; dal 1957 fino al 1966, comprende diversi errori e diventa disastrosa durante l’ultimo decennio, dal 1966 al 1976. La risoluzione rimprovera a Mao Zedong l’arroganza, l’eccessiva fiducia in se che, fin dal 1956 lo spinge a disprezzare le regole della direzione collegiale e la democrazia all’interno del Partito, e a moltiplicare le misure arbitrarie. Ma la risoluzione è molto attenta a distinguere tra gli errori di Mao Zedong, originati da una applicazione frettolosa e sbagliata dei suoi principi,e il suo pensiero, che deve continuare a ispirare il Partito. Così il pensiero di Mao Zedong esce relativamente indenne alla condanna della Rivoluzione culturale”.(23)

Fin dall’estate del 1978, in ogni caso, la pratica divenne”il solo criterio di verità”, sostituendo la precedente adesione (più o meno convinta) alle direttive e ai principi via via formulati da Mao Zedong.

Il sesto elemento cardinale della NEP cinese è stato ed è tuttora rappresentato da una politica estera prudente, basata principalmente in campo politico sulla coesistenza pacifica e la cooperazione economica con tutti i paesi del globo e, come lato nettamente subordinato,  sulla lotta all’egemonismo ed alla tendenza statunitense volta ad acquisire il dominio planetario (dal punto di vista materiale, contano ovviamente l’effettiva accumulazione da parte cinese di un’adeguata forza d’urto militare e nucleare ed il potenziale economico via via raggiunto dopo il 1949).

Rivolta in una prima fase contro l’Unione Sovietica (1978/1983), dopo il 1985 la lotta sotterranea ma continua effettuata della Cina Popolare contro le tendenze aggressive e militariste più estreme dell’imperialismo statunitense ha costituito una delle due costanti della politica estera cinese sia sotto Deng che sotto i suoi successori, seppur subordinata al primato di una pratica politico-economica tesa a creare ed estendere al massimo grado possibile i rapporti multilaterali ed amichevoli con tutte le nazioni del globo, a partire da quella americana.

Dal 1983 la politica estera cinese è fondata realmente su un opzione cooperativa e non competitiva rispetto alle relazioni internazionali, anche (ma non solo) per concreti e reali interessi   politico-economici della Cina nel lungo periodo: come ha intuito G.Arrighi, sia Deng che i suoi successori ritenevano e ritengono tuttora che il tempo giochi a favore della Cina a patto di evitare  conflitti militari di ampia portata e di favorire la coesistenza pacifica tra le nazioni. Cercando di prevedere le dinamiche interstatali dei prossimi decenni, dopo aver esaminato la strategia attendista utilizzata dagli stessi USA nei confronti della Gran Bretagna (allora prima superpotenza mondiale) nel periodo compreso tra il 1913 ed il 1941, Arrighi si è chiesto: “In un quadro di questo tipo la strategia di potenza ottimale nei confronti degli Stati Uniti non potrebbe essere per la Cina quella stessa adottata a suo tempo dagli Stati Uniti nei confronti dell’Inghilterra? Non potrebbe cioè essere nel pieno interesse cinese, primo, lasciare che gli Stati Uniti finiscano per dissanguarsi militarmente e finanziariamente in un’interminabile guerra al terrorismo; secondo, arricchirsi rifornendoli di merci e di crediti una superpotenza americana dalla politica sempre più incoerente ; e,terzo, usare l’espansione del proprio mercato interno e della propria ricchezza nazionale per convincere gli alleati (compresa qualche multinazionale americana) a istaurare  un nuovo ordine mondiale con la Cina al suo centro, ma non necessariamente sotto il dominio militare cinese?”. (24)

Dietro a tutta la politica estera cinese degli ultimi tre decenni,seppur con notevoli mutamenti nel tempo e contraddizioni rilevanti, emerge l’idea-guida di un'”ascesa pacifica” e progressiva del peso specifico e del prestigio internazionale della Cina che in ogni caso,ha rilevato recentemente Zheng Bijan,uno dei massimi sostenitori della dottrina,non ha fatto in passato e “non farà la scelta dell’uso della forza mirata al saccheggio delle risorse e  dell’instaurazione di un’egemonia mondiale che è stata della Germania guglielmina nella Prima guerra mondiale e della Germania nazista e del Giappone Imperiale nella Seconda guerra mondiale”seguendo una particolare ed efficace interpretazione cinese di una coesistenza pacifica che risale ai tempi di Bandung tenutosi nell’aprile del 1955.(25)

Infine la modernizzazione scientifico-tcnologica ha assunto ininterrottamente un ruolo assai significativo nel “grande progetto” di Deng Xiaoping e dei suoi successori.

Secondo Deng, la scienza e la tecnologia erano ormai diventati da molto tempo la principale forza produttiva del nostro tempo,come rilevò un colloquio con il dirigente comunista cecoslovacco G. Husak :fin dai primi anni ottanta venne pertanto lanciato un grande progetto pluridecennale finanziato massicciamente dallo stato ed attraverso il quale la Cina doveva progressivamente conquistare i primi posti nell’high-tech,o partire dal settore informatico e spaziale;dopo meno di tre decenni,si può tranquillamente affermare che alla semina è già seguito un ampio,anche se non ancora sufficiente raccolto.(26)

Deng Xiaoping aveva previsto lucidamente conseguenze le possibili conseguenze di un eventuale successo del “Grande progetto” e della NEP cinese.  Nell’aprile del 1987,in un colloquio con il premiere comunista cecoslovacco Lubomir Strougal, rilevò che “dal 1981 alla fine del secolo dobbiamo quadruplicare il nostro PIL” (prodotto interno lordo) “e raggiungere una parallela crescita di prosperità con un PIL  pro-capite pari a 800 dollari per abitante. Ora prendiamo questa cifra come un nuovo punto di partenza e cerchiamo di quadruplicarla di nuovo,in modo da raggiungere una cifra pro-capite di 4000 dollari in altri cinquanta anni se noi potremo raggiungere questo obiettivo in primo luogo avremo eseguito un compito enorme in secondo luogo avremo effettuato un reale contributo al genere umano;e per terzo,avremo dimostrato in modo più convincente la superiorità del sistema socialista…quando raggiungeremo questo obiettivo non avremo solo mostrato una nuova via ai popoli del Terzo Mondo,che rappresentano tre quarti della popolazione mondiale,ma anche-e questo è ancora più importante- avremo dimostrato al genere umano che il socialismo è la sola via e che esso è superiore al capitalismo”.(27)

Parole (e previsioni) chiare.

Parole e previsioni che si sono trasformate in realtà concreta,visto che tra l’obbiettivo previsto da Deng per la quadruplicazione del PIL cinese dal 1980 al 2000 è stato raggiunto e che tra il 2000 ed il 2008 la Cina ha già più che raddoppiato (in soli otto anni) il suo PIL e reddito pro-capite,ponendosi l’obiettivo di ottenere un nuovo raddoppio entro il 2020 quadruplicando ulteriormente la ricchezze globale e procapite nel giro di soli 20 anni, molto prima dei cinquanta previsti dal prudente (visto a posteriori) Deng Xiaoping. La superpotenza demografica cinese sta ormai diventando anche una superpotenza economica e tecnologica, seppur con una produttività procapite ancora molto inferiore a quella statunitense.

Secondo il parametro (approssimativo e incerto,ma indispensabile per comprendere i reali rapporti di forza economici mondiali) del prodotto nazionale lordo misurato a parità di potere d’acquisto,che riequilibra la ricchezza globale posseduta dai vari stati in base alla quantità/qualità reale di beni e servizi da essi prodotta estrapolando dalla loro diversa traduzione monetaria (un chilo di riso rimane un chilo di riso,anche se negli Stati Uniti costa quattro volte più che in Cina), anche secondo le stime più pessimistiche il prodotto nazionale lordo cinese nel 2007 risulta ormai pari  a  più della metà di quello statunitense.

Secondo le valutazioni effettuate dalla CIA  e dal Fondo Monetario Internazionale, il prodotto interno lordo degli USA nel 2007 era pari a circa 13800 miliardi di dollari, mentre quello cinese era pari a circa 7000 miliardi di dollari a parità di potere d’acquisto e a 3250 miliardi di dollari senza il parametro correttivo sopracitato. (28)

Se (un grosso se, certo) la Repubblica Popolare Cinese riuscisse a mantenere un ritmo di aumento annuo del PIL pari al 9% annuo tra il 2008 ed il 2016, contro il 2,6% di quello statunitense negli stessi anni alla fine del 2016, si avrebbe uno storico sorpasso della potenza economica globale cinese rispetto alla “vecchia” e detronizzata formazione statale statunitense.

Secondo altre stime fornite da autorevoli economisti russi, A. Salickij e V. Fisjukov, i tempi per il “sorpasso” potrebbero essere  invece molto più ristretti ed effettivamente sorprende notare come all’inizio del 2006 sempre la CIA, il FMI e la Banca Mondiale valutassero il Pil cinese (a parità di potere d’acquisto) come pari a circa 9000 miliardi di dollari, per poi tagliare e ridurre notevolmente il loro calcolo sulla Cina nel giro di due soli anni, portandolo ai 7000 miliardi sopra citati: anche la matematica diventa politica, in certi casi…(29)