Parte Seconda

8)   Per quanto riguarda la situazione reale e la dinamica concreta dei rapporti di produzione formati e cristallizzatisi  in Cina nella seconda metà del 2008, si deve subito notare che – contrariamente a molte leggende metropolitane diffuse nella sinistra occidentale – il settore collettivistico (di matrice statale e cooperativo) mantiene una larga egemonia, seppur contrastata  e non priva di contraddizioni interne,  all’interno del processo generale di riproduzione della variegata formazione  economico sociale cinese, innanzitutto e principalmente attraverso “quattro anelli” interconnessi  tra loro.

Il  principale tassello materiale della “linea rossa” in Cina e della sua egemonia contrastata all’interno del processo produttivo globale del paese viene rappresentato dall’enorme spazio d’azione mantenuto dalle grandi imprese statali che operano nel settore industriale e bancario, estrattivo e commerciale della grande nazione asiatica.

Il 3 settembre del 2007 il Quotidiano del Popolo di Pechino, l’organo di stampa più prestigioso del PCC, ha riportato che  nel 2006 le 500 imprese della Cina (ivi comprese banche, settore petrolifero, e degli armamenti, ecc.) controllavano e possedevano l’83,3 del PNL cinese, in netto aumento rispetto al 78% del 2005 ed al solo 55,3% del 2001: tra questi 500 grandi colossi, 349 e quasi il 70% del totale sono di proprietà statale, in modo completo o con una quota di maggioranza della sfera pubblica.

Sempre nel 2006 il giro di affari e le vendite delle imprese statali  (completamente o in maggioranza statali) risultò di 14,9 migliaia di miliardi  di yuan su un totale di 17,5 migliaia di miliardi di yuan di vendita globale collezionati dalle prime 500 imprese, alias a circa l’85% dell’insieme del giro d’affari della ricchezza prodotta da queste ultime; visto che la quota dei “500 big”sul prodotto nazionale lordo cinese era pari al sopracitato 83,3%, la quota percentuale delle 349 imprese statali sul PIL cinese ufficiale risultava pari a più del 70% e quasi tre quarti della ricchezza globale cinese.(30)

Nel 2007 il giro d’affari delle SOE (imprese statali cinesi, in tutto o a maggioranza) era ulteriormente aumentato fino a quasi raggiungere i 18 migliaia di miliardi di yuan, per una quota e sempre pari a circa il 70% del PNL interno, equivalente a 24,66 migliaia di miliardi di yuan nell’anno preso in esame, mentre il numero di impiegati in esse era pari a circa 35 milioni.(31)

Anche se una parte nettamente minoritaria delle imprese statali risulta in mano ai privati, autoctoni o stranieri, come soci di minoranza e anche se una quota del PIL cinese non risulta alle statistiche ufficiali, si tratta di dati innegabili e assolutamente sconosciuti al  capitalismo monopolistico di stato egemone nell’area occidentale e giapponese, segnata tra il 1979 ed il 2005 da processi giganteschi di privatizzazione delle imprese produttive statali.

La principale debolezza del settore statale cinese consiste nel suo minor tasso medio di profitto rispetto a quello privato, autoctono o straniero. La massa di profitto ottenuta dalla SOE è passata dai 90 miliardi di yuan del 1995 fino ai 221 del 2002, balzando poi nel 2007 alla cifra di 1620 miliardi di yuan (221,9 miliardi di dollari): un incremento  eccezionale, dovuto anche al doloroso processo di ristrutturazione delle imprese statali  sviluppatosi tra il 1998 ed il 2006, ma che non è ancora sufficiente a far raggiungere alle SOE i margini di redditività ottenuti negli stessi anni dal settore privato, che tra il gennaio e il novembre del 2007 avevano raggiunto una massa di profitto di 400 miliardi di yuan solo nel segmento delle grandi imprese private, trascurando le medie, piccole e piccolissime imprese.(32)

Il secondo anello principale che garantisce tuttora l’egemonia contrastata della “linea rossa” all’interno della variegata formazione economico-sociale cinese viene rappresentato dalla proprietà pubblica del suolo cinese, che può essere concesso legalmente in usufrutto a privati solo in determinate condizioni e con l’approvazione preventiva dello stato. Ancora recentemente l’assemblea legislativa cinese ha rifiutato qualunque proposta di privatizzazione della terra in Cina ed il 30 gennaio del 2007 Chen Xiwen, direttore dell’ufficio agricolo del governo centrale, dopo aver ribadito un secco diniego alle ipotesi di privatizzazione ha notato che la terra veniva data in usufrutto ai contadini per trent’anni e che ogni ipotesi di subaffitto del suolo da parte dei contadini alle imprese industriali era da considerarsi come assolutamente illegale.  (33)

Secondo anche le nuove leggi entrate in vigore il primo ottobre 2007, la proprietà della terra in Cina si divide in due tipi fondamentali: quello statale per le aree urbane (le fonti di materie prime) e quella posseduta collettivamente dai singoli villaggi rurali nelle campagne del gigantesco paese asiatico, villaggi ed agglomerati riconosciuti come Organizzazioni Economiche Collettive (OEC).

Gli OEC distribuiscono l’usufrutto della terra alle famiglie contadine e/o alle cooperative di produzione nei loro villaggi, usufrutto che persiste solo in presenza di un’effettiva partecipazione diretta dei singoli contadini/famiglie contadine all’attività rurale:se essi si trasferiscono nelle città stabilmente, perdono il diritto d’utilizzo della terra da loro precedentemente coltivata, mentre proprio a nessuno (ivi compreso gli OEC) è consentito di trasferire la proprietà della terra.

Proprio nell’ottobre del 2008 le autorità centrali stanno presentando un progetto di legge che tutelerà molto di più gli OEC dall’espropriazione di terre per i bisogni produttivi delle imprese, per nuove strade, ferrovie, ecc.. consentendo allo stesso tempo alle famiglie contadine già usufruttuarie della terra un maggiore livello di protezione socioproduttiva e politica.

Il terzo segmento socio produttivo che costituisce il mosaico della “linea rossa” in Cina è costituito dal settore cooperativo, in particolar modo dalle imprese cooperative industriali di villaggio, di proprietà di tutti gli abitanti del villaggio o municipi interessati secondo una pratica produttiva regolarizzata da una legge del 1990.

Il Fondo Monetario internazionale (2004) ha stimato che se già nel 1980 le cooperative non agricole di villaggio impiegavano circa 30 milioni di lavoratori, nel 2003 la cifra era salita a 130 milioni di unità lavorative rimanendo quasi invariata negli ultimi 4 anni e coprendo circa il 20% dell’attuale forza lavorativa cinese, anche se alcune di queste cooperative hanno perso il loro carattere originario ed hanno subito un processo mascherato di privatizzazione.

Come ha notato G. Arrighi, il momento fondamentale per il processo di sviluppo delle cooperative rurali  non agricole è stato paradossalmente “l’introduzione, nel 1978/1983, del sistema di responsabilizzazione familiare, che faceva tornare il potere decisionale e il controllo sul sovrappiù agricolo alle famiglie, togliendoli alle comuni. Inoltre nel 1979, e poi ancora nel 1983, i prezzi pagati per gli  approvvigionamenti di prodotti agricoli sono stati aumentati in misura significativa. Il risultato è stato un aumento importante della produttività delle fattorie e dei redditi agricoli, che a sua volta ha ringiovanito “l’antica” propensione delle comunità e delle brigate agricole a cimentarsi anche nella produzione non agricola. Tramite una serie di barriere istituzionali alla mobilità personale, il governo incoraggiava il lavoratore agricolo a “lasciare la terra senza abbandonare il villaggio”. Nel 1983, tuttavia, venne permesso ai residenti nelle aree rurali di intraprendere attività di trasporto e di commercio anche a grande distanza, alla scopo di trovare sbocchi di mercato ai loro prodotti. Era la prima volta nel corso di quella generazione che ai contadini cinesi veniva consentito di condurre affari fuori dai confini del proprio villaggio. Nel 1984 i regolamenti vennero ulteriormente addolciti, consentendo ai contadini di andare a lavorare nelle città vicine per presentare la loro opera in organismi collettivi noti come “imprese di municipalità e villaggio”.

La nascita delle imprese di municipalità e villaggio era stata favorita da due altre riforme: il decentramento fiscale che aumentava l’autonomia delle amministrazioni locali nella promozione dello sviluppo economico e nell’impiego di eventuali avanzi fiscali come incentivi; e il passaggio a un sistema di valutazione dei quadri di partito in base ai risultati economici del loro territorio, cosa che incentivava fortemente le amministrazioni locali a sostenere la crescita economica. Le imprese di municipalità e villaggio sono così diventate le sedi privilegiate per l’orientamento delle capacità imprenditoriali dei quadri di partito e dei funzionari amministrativi in direzione dello sviluppo. Per le più autonome finanziariamente, le imprese di municipalità e villaggio sono state anche gli agenti principali della riallocazione in modo produttivo dell’eccesso di manodopera delle campagne in attività industriali ad alta intensità di lavoro.

Il risultato fu la crescita esplosiva della massa di forza-lavoro rurale impiegata in attività non agricole, dai 28 milioni del 1978 ai 136 milioni del 2003, con gran parte dell’aumento localizzato nelle imprese di municipalità e villaggio. Fra il 1980 e il 2004 le imprese di municipalità e villaggio hanno creato un numero di posti di lavoro quadruplo di quelli persi nello stesso periodo nelle città delle imprese statali o collettive. Nonostante fra il 1995 e il 2004 il tasso di crescita dell’occupazione nelle imprese di municipalità e villaggio sia stato inferiore al tasso di disoccupazione degli impieghi urbani statali e collettivi, il bilancio dell’intero periodo mostra che alla fine le imprese di municipalità e villaggio occupano ancora più del doppio dei lavoratori impiegati complessivamente nelle imprese urbane a proprietà straniera, a proprietà privata e a proprietà mista.

Il dinamismo delle imprese rurali accolto di sorpresa i dirigenti cinesi. Come riconobbe Deng Xiaoping nel 1993, lo sviluppo delle imprese di municipalità e villaggio “fu del tutto inatteso”. Da allora il governo è intervenuto per regolare e dare una normativa alle imprese rurali e nel 1990 la proprietà delle imprese di municipalità e villaggio è stata conferita collettivamente a tutti gli abitanti del municipio o del villaggio interessato. Il potere di assumere o licenziare i direttori delle imprese fu però conferito alle autorità locali, con la possibilità di demandare tale scelta a una struttura governativa. Anche la distribuzione dei profitti è stata sottoposta a normativa, introducendo l’obbligo del reinvestimento nell’impresa di più del 50% dei profitti per modernizzare e ingrandire gli impianti e per finanziare servizi e grafiche per i lavoratori, mentre la quasi totalità di quel che resta deve essere impiegata per infrastrutture agricole, miglioramenti tecnologici, servizi pubblici e investimenti di nuove imprese”.  (34)

A fianco delle cooperative rurali (non agricole) di villaggio tutt’ora esiste una grande e variegata rete di cooperative agricole ed edilizie, di consumo e/o urbane, che fanno parte della Federazione delle Cooperative cinesi interessando in forme diverse buona parte della popolazione cinese a partire da 10 milioni di persone che lavorano direttamente per i loro interessi nel 2003.

Nel 2002 ammontavano a circa 100 milioni gli associati delle cooperative cinesi facenti parte dell’ Alleanza Internazionale delle Cooperative, mentre nel 2003 le 94.711 cooperative cinesi (di tutti i generi e tipologie) contavano al loro interno la modica cifra di 1.193.000.000 di uomini e donne associati a vario titolo.(35)

Un ulteriore ed importante tassello della “linea rossa” cinese viene costituito dal “tesorone” di proprietà statale accumulato progressivamente dopo il 1977, dalla massa enorme di valuta straniera e da titoli del tesoro esteri via via accumulati negli ultimi tre decenni dall’apparato statale cinese.

Mentre nel 1978 le riserve valutarie statali risultavano pari solo a tre miliardi di dollari (M. Bergere), a fine giugno  2008 il “tesorone” di proprietà pubblica della Cina ha raggiunto la cifra astronomica di 1810 miliardi di dollari ed un valore pari a circa il 50% del prodotto nazionale lordo (nominale) del paese: detta in altri termini, ai circa due terzi  del PIL cinese (ufficiale) controllati dalle imprese statali va aggiunta un’altra massa enorme di denaro e risorse di proprietà pubblica convertibili in ogni momento con facilità, un’altra enorme quota di ricchezza saldamente in mano all’apparato statale ed a potenziale disposizione dei bisogni dello stato e del popolo cinese.(36)

Un “tesorone” che a fine 2008 raggiungerà quasi i 2000 miliardi di dollari equivalente già ora a più del doppio delle riserve valutarie del Giappone, che risulta in parte già investito nella creazione di uno speciale fondo statale sovrano sulle cui attività all’estero ci dilungheremo in altra sede.

Oltre che dai “quattro anelli” principali sopra descritti,la supremazia (contrastata) del settore socialista sull’insieme dell’economia cinese viene garantita e rappresentata da numerosi altri strumenti allo stesso tempo politici ed economici, quali:

–  Il possesso  e controllo statale della stragrande maggioranza delle risorse naturali del paese, a partire da quelle idriche ed energetiche.

–  Il totale monopolio statale del settore militar- industriale, spaziale e delle telecomunicazioni.

–  La politica demografica del “figlio unico” (non applicata alle minoranze etniche del paese  con i suoi evidenti e positivi riflessi sia sull’economia che sul processo complessivo di riproduzione della forza lavoro  del gigantesco paese asiatico.

–   Il processo partigiano ed unidirezionale di concessione  dei prestiti bancari, che ancora nel primo decennio del ventunesimo secolo sono destinati nella loro grande maggioranza a favore del settore statale e cooperativo e solo per una  porzione secondaria vanno alla sfera privata. (37)

–  L’utilizzo del sistema finanziario principalmente al servizio dello stato, che infatti se ne serve anche “per scopi come la lotta all’evasione fiscale” riconosciuti anche da studiosi anticomunisti.(38)

–  Il progressivo aumento negli ultimi dieci anni della quota del PIL cinese amministrata direttamente dallo stato ed ottenuta grazie al sistema di tassazione diretto / indiretto, quota passata dal 11%  circa del 1998 fino al 23% circa del 2007.(39)

–  La non-convertibilità dello yuan (o renminbi), la moneta nazionale cinese sottoposto al ferreo controllo delle autorità statali centrali  con il derivato controllo  su larga parte dei flussi finanziari da e per la Cina.

–  Il processo  relativamente esteso di riacquisto  dell’intera proprietà di alcune joint-ventures formatesi tra stato e multinazionali statali da parte del contraente pubblico cinese come testimoniato  a denti stretti da Luigi Vinci (Rifondazione Comunista) in un suo articolo sulla dinamica politico economica cinese. (40)

–  Quasi tutte le  principali multinazionali straniere che operano in Cina sono state costrette ad accettare di costruire joint-ventures alla pari (50 a 50 per cento) con aziende statali per poter operare in terra cinese, fuori dalle zone speciali: ad esempio la Volkswagen ha creato fin dal 1984 una joint-venture paritaria con l’azienda statale SAIC che durerà almeno fino al 2030, imitata in questo senso dalla General Motors, da Microsoft, ecc

–  L’intreccio spesso creatosi in Cina tra azionisti privati e proprietà pubblica/statale all’interno di imprese apparentemente capitalistiche, in tutto o in maggioranza, a volte può ingannare.

Basti pensare che se la Lenovo, una delle più importanti imprese al mondo nella produzione di computer, agli occhi occidentali risulta di regola una compagnia privata, alla fine del febbraio 2008 almeno il 30% della Lenovo era in mano e di proprietà statale.

–  Dal 1977 fino al 2008 la crescita media del prodotto nazionale lordo cinese è risultata pari al 9,7% annuo e soprattutto immune alle crisi recessive tipiche del modo di produzione capitalistico, del capitalismo di stato contemporaneo: mentre quest’ultimo ha dovuto affrontare la recessione del 1980/82, del 1991/92,  del 2001/2002 e sta entrando dalla seconda metà del 2008 in una nuova fase di “vacche magre”, questa dinamica produttiva è stata assolutamente sconosciuta alla formazione economico-sociale cinese, anche nel 2008 vedrà un aumento del suo prodotto interno lordo superiore al  9%

–  Il potere reale di fissare” dall’alto” per via politica i prezzi di alcuni beni e servizi, come è successo nei primi mesi del 2008 per benzina , grano, latte e uova al fine di combattere la crescente inflazione (misure analoghe vennero prese nel 1996 e 2003)

–  Il pieno controllo statale su decisive condizioni generali della produzione quali dighe, centrali elettriche, canali di irrigazione, sistema ferroviario e stradale, ponti e sistema di internet, la ricerca scientifica ed il settore high-tech, ecc.

–  Il processo di creazione e riproduzione di nuovi settori produttivi attraverso lo stato, come sta avvenendo per la fusione termonucleare (progetto East, già in funzione),  i supercomputer  made in China ed il nuovo polo aereonautico  civile autoctono  (gestito e finanziato direttamente dalla sfera pubblica con l’erogazione della notevole somma di 19 miliardi di yuan, a partire dall’estate del 2008), le nanotecnologie e le infrastrutture per telecomunicazioni, ecc.  (41)

Questi importanti strumenti politico-economici di controllo e direzione statale si collegano dialetticamente, rafforzando ulteriormente i “quattro anelli” fondamentali che riproducono costantemente l’egemonia contrastata del settore socialista nel processo generale di sviluppo dell’articolata formazione economico-sociale cinese, durante il primo decennio del nuovo secolo.

Certo, se le 349 grandi imprese statali / a maggioranza statali  venissero privatizzate in Cina, come è successo nell’ex-blocco sovietico tra il 1989 ed il 1998…

Se venisse privatizzato il suolo e le risorse naturali cinesi, come è avvenuto nell’ex-blocco sovietico tra il 1989 ed il 1998…

Se il settore cooperativo cinese scomparisse / venisse inglobato all’interno della sfera capitalistica, autoctona o estera…

Se il “tesorone” venisse progressivamente destinato a riempire le tasche delle grandi imprese private del paese, o delle multinazionali  estere…

Se scomparisse il quasi-monopolio statale sulle risorse naturali del paese, sul settore delle telecomunicazioni e nell’industria degli armamenti a favore del “privato”…

Se la quota statale della joint-ventures con le multinazionali estere fosse svenduta a basso prezzo, oppure tagliata a queste ultime…

In questo ipotetico (ma non impossibile) scenario la configurazione concreta dei rapporti di produzione cinesi all’inizio del terzo millennio cambierebbe radicalmente e si affermerebbe invece, come nella Russia post-1991, una forma chimicamente (quasi) pura di capitalismo monopolistico di stato attraverso processi giganteschi di privatizzazioni delle forze produttive sociali e delle condizioni generali della produzione: processi che  davvero trasformerebbero la Cina attuale in un nuovo Eldorado per il capitalismo internazionale.

Ma a tutt’oggi non è questa la situazione dei rapporti sociali di produzione in Cina, e lo scenario delineato rappresenta a nostro avviso l’ipotesi meno probabile rispetto alla  dinamica futura del paese.

Proprio l’egemonia contrastata della “linea rossa”all’interno dell’articolata formazione economico-sociale cinese spiega, tra molti altri fenomeni, l’assenza totale di crisi globali di sovrapproduzione nel gigantesco paese asiatico durante gli ultimi tre decenni (e dal 1949 al 1977, ovviamente) e la solida tenuta della Cina rispetto  alla gigantesca crisi finanziaria che ha colpito  l’Asia durante il biennio 1997/98: strani “fenomeni”, altrimenti non spiegabili se non con un ipotetico potere “magico”del PCC e del popolo cinese.

9)  Passando invece al settore capitalismo, esso si divide nel settore in mano cinese (comprendendo al suo interno anche i capitali provenienti da Taiwan, Hong Kong e dalla diaspora cinese in  Asia) e nella sfera produttiva controllata dalle multinazionali straniere.

L’estensione quantitativa della “linea nera”, di matrice sia autoctona che straniera, risulta notevole ed in crescita continua: alla fine di settembre del 2007 la Cina vedeva ormai 5,3 milioni di imprese private regolarmente registrate nel paese, il cui flusso complessivo di affari risultava pari a 8,8 migliaia di miliardi di yuan con 70,6 milioni di persone impegnate al loro interno.(42)

Anche se si tratta di risultati  e cifre assai consistenti, siamo in ogni caso molto lontani dalla massa di mezzi di produzione e di vendite (18 migliaia di miliardi di yuan nel 2007), di risorse materiali/finanziarie e di occupati messi in campo dal settore statale  e cooperativo: invece era superiore nel livello medio dei profitti raggiunti nel 2007 la sfera privata, la quale nel solo settore industriale / grandi imprese aveva raggiunto 400 miliardi di euro da gennaio a novembre 2007. (43)

Dopo essersi sviluppate per più di un decennio nelle “zone speciali” del Guandong, a loro volta le multinazionali estere nel 2006 occupavano circa 10 milioni di forza- lavoro cinese esprimendo  una composizione organica del capitale in media molto superiore a quella delle imprese private- concorrenti cinesi; inoltre le multinazionali straniere controllavano a volte delle quote significative, seppur come soci di minoranza, delle imprese a controllo prevalentemente statale e a partire dal 2006 avevano acquisito circa il 10% delle azioni di alcune delle principali banche pubbliche cinesi.

Da alcuni decenni si riproduce inoltre in Cina una rete molto diffusa di imprese sommerse, che sfuggono in larga parte al controllo e fisco statale: il “lavoro nero”secondo alcune stime fornisce quasi il10% del PIL cinese e occupa al suo interno decine di milioni di persone, mentre nel settore illegale dell’economia si trova anche la ricchezza posseduta dai funzionari corrotti del partito comunista cinese, visto che una parte minoritaria, ma non irrilevante dei quadri del partito si appropria sotto molteplici forme illecite di fondi pubblici e della stessa proprietà di alcune aziende statali.

Un discorso a parte vale invece per la “linea bianca” che si riproduce dal 1978/80 all’interno della complessa formazione economico-sociale cinese e che si materializza nelle diverse  decine di milioni di contadini autonomi dell’immenso paese, con una propria azienda ed un terreno avuto in usufrutto pluridecennale dello stato.

Nel 2003 il numero di agricoltori del paese era pari a 318 milioni di persone, una massa enorme che tuttavia era in sensibile riduzione rispetto al picco di 368 milioni raggiunto nel 1990, in un trend inevitabile visto lo sviluppo  tecnologico-produttivo del paese e la progressiva migrazione della popolazione rurale verso la città: l’intero settore agricolo, comprendendo al suo interno anche le cooperative agricole, ormai contribuiva nel 2007per meno del 10% all’intero prodotto interno lordo cinese della prima parte del 2008.(44)

Seppur in via di progressiva diminuzione qualitativa, dopo il 2002 i contadini autonomi cinesi sono diventati il secondo “cocco di mamma” e un altro soggetto sociale privilegiato dopo le imprese statali/cooperative, beneficiando di alcuni importanti provvedimenti politico-economici:

–  L’eliminazione totale di alcune tasse statali poste in precedenza a carico di contadini cinesi, a partire dall’inizio 2006.

–  L’enorme aumento dei sussidi statali al settore agricolo, arrivati alla somma di 42,7 miliardi di yuan del 2007 con un aumento di ben il 62% rispetto all’anno precedente.

–  L’eliminazione totale del 2007 di tutte le tasse ed imposte nei distretti e province più povere delle regioni centrali ed occidentali del paese, in cui vive una popolazione pari a diverse decine di milioni di unità.(45)

In ogni caso, la contraddizione principale esistente tuttora all’interno della complessa e variegata formazione economica-sociale cinese rimane da tre decenni quella tra “linea rossa”  e “linea nera“: quest’ultima, con i suoi concreti agenti socio-produttivi, sarebbe estremamente felice di inglobare ed annettersi la sfera produttiva statale e cooperativa a prezzi di svendita, come è già successo nell’ex-blocco sovietico tra il 1989 ed il 1999.

10)  L’indiscutibile egemonia esercitata dal 1977 al 2008 dalla “linea rossa”all’interno dell’economia cinese, seppur contrastata e non priva di contraddizioni endogene, non è caduta e non cade  tuttora “dal cielo”(Mao Zedong) non essendo il sottoprodotto di naturali ed… inesistenti processi  spontanei di natura economica,  ma viceversa essa principalmente costituisce il risultato di precise scelte politico-economiche via via selezionate e messe in pratica dal PCC negli ultimi tre decenni.

Se la sfera politica risulta sempre, almeno in parte “espressione concentrata dell’economia”  (Lenin, 1920), tutto ciò è diventato al massimo grado vero nel corso della storia della Cina Popolare dove sfera politica ed economia sono strettamente interconnesse ed interagiscono l’una sull’altra, con un netto primato della prima sulla seconda.(46)

Il PCC ed i suoi nuclei dirigenti che si sono succeduti dal 1978 fino ad oggi sono stati innanzitutto i “guardiani” sia della conservazione che della gigantesca riproduzione allargata del settore statale in Cina, impedendo preventivamente la sua distruzione attraverso processi di privatizzazione su larga scala dei mezzi di produzione e delle condizioni della produzione, a partire dal suolo.

Le privatizzazioni in Cina, dal 1980 al 2007, sono risultate estremamente limitate sia sul piano quantitativo che qualitativo proprio a causa di chiare e precise scelte politico-economiche del PCC, distanti anni luce dai processi politico  che hanno portato la Russia alla svendita ai privati del gigantesco apparato statale economico  e delle stesse risorse naturali russe, petrolio e gas in testa, tra il 1991 ed il 2000, grazie alle decisioni e pratiche economico-sociali compiute da Eltsin, Cubais e Gaidor: la differenza tra la Cina e la Russia post- sovietica risulta così chiara da non richiedere altro che la mera conoscenza dei giganteschi processi di privatizzazioni e vendita delle risorse e mezzi di produzione ex-sovietici avviati tra il 1990 ed il 2000. (47)

In secondo luogo  la direzione del PCC  dopo il 1978 ha continuato a finanziare soprattutto il settore statale e cooperativo, coprendo le perdite economico-finanziarie delle imprese pubbliche e sussidiando il difficile processo di ristrutturazione che a partire dal 1998 ha portato queste ultime da uno stato di forte passività diffusa ad un livello medio di profitti ormai accettabile: le aziende statali sono state sicuramente il “cocco di mamma”privilegiato dal partito comunista, anche se quest’ultimo non ha lesinato nell’ultimo decennio dei severi “ceffoni”ai figli “balordi”, alias alle imprese pubbliche gravate da  perdite costanti. (48)

Inoltre non cadono certo “dal cielo”la conservazione della proprietà statale del suolo e il processo continuo di accumulazione del “tesorone”, la non convertibilità dello yuan e la dinamica di finanziamento privilegiato alle imprese statali, l’aumento vertiginoso della spesa statale, ecc…

Sia i “quatto anelli” che gli altri e variegati strumenti materiali di supporto alla “linea rossa”(possesso ed utilizzo della stragrande maggioranza delle risorse naturali del paese, totale monopolio del settore militare industriale e spaziale, controllo statale sulle condizioni generali della produzione, ecc) rappresentano la tangibile e concreta testimonianza della decisiva e fondamentale scelta di campo filo collettivistica compiuta e riprodotta dal PCC dopo il 1977 e fino ai nostri giorni, seppur affiancata alla subordinata e derivata accettazione della presenza prolungata ed ingombrante del capitalismo autoctono e straniero; solo la distruzione dell’egemonia del PCC può portare alla distruzione dell’egemonia contrastata della “linea rossa”all’interno della sfera socio produttiva cinese.

Sujian Guo, un intellettuale cinese emigrato negli USA ed ex analista politico del Comitato Centrale del PCC, schierato ormai su posizioni apertamente filo capitalistiche, in un suo articolo del 2003 sul Journal of Contemporary China ha minimizzato giustamente la crescita degli elementi capitalistici nell’economia cinese ed ha attribuito correttamente ai principali dirigenti del PCC una protratta adesione al socialismo, perlomeno in prospettiva storica . Ma questo onesto fautore anticomunista del “libero mercato”ha soprattutto colto una verità fondamentale, che larga parte della sinistra antagonista occidentale non riesce ancora a comprendere, quando ha affermato che”privatizzare le enormi proprietà dello Stato col sistema e la struttura politica esistente è un vero problema ed è tecnicamente impossibile. L’esperienza di altri paesi ex comunisti ha dimostrato che non vi è neppure un caso in cui le privatizzazioni avrebbero potuto avvenire se il partito comunista fosse rimasto al potere  e il suo sistema politico intatto”. (49)

In estrema sintesi, l’azione politico -economica esercitata in questi ultimi tre decenni dal partito comunista cinese ha costituito il “cemento”principale nel processo di tenuta e riproduzione allargata della linea rossa all’interno della variegata formazione economica-sociale cinese.

Per quanto riguarda le relazioni socio politiche sviluppatesi tra il settore economico di matrice capitalistica in Cina ed il partito comunista, il fenomeno esaminato in precedenza dell’assenza di processi di privatizzazione su larga scala dei mezzi  e delle condizioni della produzione ha costituito sia un freno oggettivo formidabile alla espansione materiale del primo che il segno visibile (anche se in negativo) della distanza enorme esistente tra il partito comunista e gli interessi generali della borghesia interna straniera, della divaricazione profonda tra gli obbiettivi strategici dei due soggetti sia in campo economico che politico.

Non solo la direzione del partito comunista ha sottoposto il settore privato ad un trattamento nettamente sfavorevole sotto l’aspetto dei finanziamenti bancari e pubblici, asimmetrico rispetto alla situazione esistente sotto questo aspetto nel mondo occidentale e nel reale capitalismo monopolistico di stato, ma lo ha anche escluso completamente dal controllo della proprietà e delle commesse nel vitale settore degli armamenti e del complesso militar-industriale.

A partire dal 2006, il settore privato è stato inoltre sottoposto ad un’imposta del 25% sui profitti uguale  sia per i capitalisti cinesi che per le multinazionali straniere, a differenza che negli anni precedenti, mentre la legislazione cinese in materia di sindacati(che prevede la presenza dei sindacati sul luogo del lavoro e la stipulazione di normative sui minimi salariali , tra le altre cose) è stata applicata con l’appoggio del governo ad almeno il 47,3% delle imprese private, piccole o grandi. Anche se ancora più della metà di queste ultime non rispetta la normativa politico -sociale esistente, il trend generale risulta nettamente indirizzato verso la sindacalizzazione dei rapporti tra capitale lavoro, in  un’altra profonda asimmetria con la dinamica sviluppatasi nel mondo occidentale dopo il 1973/78: a metà di luglio del 2008 una gigantesca multinazionale come la Wal-Mart è stata costretta (caso unico al mondo, finora) a firmare un contratto di lavoro con il sindacato nel nord-est della Cina, a Shenyang, dovendo concedere un aumento di salario per i suoi dipendenti pari all’8% sia per il 2008 che per il 2009 ed aumentando le giornate di vacanze pagate.(50)

Non a caso, proprio a partire dal 1 gennaio 2008, è entrata in vigore una nuova legge politico-sindacale che prevede “tutele più efficaci per i lavoratori “(F. Piccioni) quali la fissazione di un salario minimo, l’obbligo di pagamento degli straordinari, la liquidazione per i licenziati e difficoltà maggiori per le assunzioni temporanee, in netta controtendenza con il clima politico-economico dominante attualmente in Italia e nel mondo occidentale: in seguito all’entrata in vigore di questa normativa politico-economica, alcune multinazionali hanno trasferito la produzione dalla Cina ad altri stati asiatici, meglio disposti verso gli investimenti stranieri. (51)

Inoltre lo stesso sistema capitalista autoctono, almeno nelle aziende grandi e medie, è spesso costretto   ad accettare una compartecipazione statale nella proprietà delle aziende private: se da un lato una quota minoritaria delle imprese o banche statali risulta a volte in mano ai privati, i capitalisti cinesi di medio- grandi dimensioni spesso devono subire il controllo parziale della sfera pubblica sui loro affari, profitti complessivi e processi di accumulazione privata, in modo abbastanza simile al meccanismo delle joint-venture imposto alle multinazionali occidentali che operano in Cina fuori dalle “zone speciali”.

Ma c’è di più: un osservatore attento (ma molto critico) dell’attuale realtà cinese come G. Arrighi ha notato come il governo ed il PCC non abbiano fatto alcuno sconto al capitalismo privato autoctono/internazionale anche rispetto alla pratica della libera concorrenza. Il socialismo di mercato di matrice cinese, paradossalmente, rimane uno dei pochi posti al mondo nel quale la borghesia non gode delle solite  rendite di posizione intoccabili  ed in cui il”mercato” dominato dai monopoli privati non significa “libera volpe in libero pollaio”, secondo la splendida definizione fornita da Che Guevara agli inizi degli anni sessanta.

Secondo Arrighi “per il momento c’è un’altra caratteristica smithiana della transizione cinese all’economia di mercato che suggerisce cautela nell’identificarla con una transizione al capitalismo tout court. Si tratta dell’attivo incoraggiamento della concorrenza da parte del governo non solo tra i capitali provenienti dall’estero, ma fra tutti i capitali, stranieri o cinesi, privati o pubblici che siano. Anzi, dalle riforme è venuto un segnale assai più forte in direzione dell’aumento della concorrenza per mezzo della rottura dei monopoli nazionali e dell’eliminazione delle barriere che in direzione della privatizzazione. Il risultato è stato una condizione di perenne sovraccumulazione di capitale accompagnata da una pressione al ribasso sui saggi di profitto, che spesso è stata dipinta come la “giungla capitalistica cinese”, ma in realtà assomiglia di più a un mondo di capitalisti à la Smith costretti all’inarrestabile concorrenza a muoversi in direzione dell’interesse nazionale.

Si lancia un nuovo prodotto, spesso a farlo è una multinazionale straniera, e nel giro di qualche mese una moltitudine di produttori, fra cui molte aziende private cinesi, cominciano ad analizzarlo e decifrarlo. Parte una accesa concorrenza che fa flettere subito i prezzi. Passa un po’ di tempo e i produttori sono già in caccia di nuovi mercati, spesso oltremare. A mantenere in moto questo meccanismo c’è una pluralità di forze che ha prodotto così uno dei mercati più competitivi del mondo. L’ondata di marea degli investimenti stranieri  ha insegnato al paese alcune delle tecnologie più all’avanguardia. Un vorace appetito per le tecnologie estere spinge verso l’alto la produttività del sistema economico, mentre in tutto il paese, dalle rovine di quello che era una volta il sistema di pianificazione centralizzata germoglia lo zelo imprenditoriale”.(52)

Anche il sistema di pianificazione di tipo orientativo “non risulta per niente in rovina “, come dimostrano (tra le altre cose) sia gli interventi statali tesi a congelare all’inizio del 2008 i prezzi di molti generi di prima necessità che l’enorme aumento delle spese pubbliche in Cina tra il 1998 ed il 2007, passate dal 13 al 23% e la cui componente più importante è stata ed è tuttora rappresentata dagli investimenti nelle infrastrutture e nell’alta tecnologia, senza assolutamente preoccuparsi del dogma liberista “meno stato/ austerità fiscale” e degli interessi generali / profitti del capitalismo autoctono ed internazionale.

Keynes fino all’agosto 2008 era un “cane morto” in occidente, non certo a Pechino: inserito certamente in un contesto politico e socioeconomico in cui predomina il PCC con il suo “grande progetto”e la sua NEP cinese, e nel quale i rapporti di produzione collettivistici mantengono una loro egemonia contrastata (non priva di contraddizioni interne) anche e soprattutto grazie al supporto politico-economico della sfera politico e degli apparati statali di Pechino.

Il settore economico socialista, di matrice statale e cooperativo, non vive in una sorta di vuoto cosmico risultando viceversa interconnesso, sostenuto e difeso nelle linee fondamentali dal potere statale, e dal PCC, come ha rilevato correttamente anche l’anticomunista Sujian Guo nell’estate del 2003: primato della politica sull’economia, come rilevò acutamente Lenin alla fine del 1920.

11)  Si può avanzare una prima critica alle tesi da noi proposte: “il socialismo non è identico alla proprietà statale e/o  cooperativa, altrimenti l’Italia dell’IRI, ENI,banche statali  ed ENEL sarebbe già stata un paese socialista”.

Marx ed Engels ritenevano (a nostro avviso correttamente, anche prima del 1848 e del “Manifesto del partito comunista”) che il fine principale dei comunisti era “l’abolizione della proprietà privata” dei mezzi di produzione: troppo “vetero”,”antichi” e sorpassati i due rivoluzionari tedeschi?

Certo, il socialismo di matrice marxista significa anche la soddisfazione crescente dei bisogni materiali e culturali dei produttori diretti, lo sviluppo accelerato delle forze produttive e della massa di mezzi di consumo e tempo libero a disposizione della popolazione, la progressiva estinzione dello stato  e la trasformazione graduale del socialismo nella forse più avanzata del comunismo sviluppato, ma senza la condizione essenziale e la struttura socioeconomica fondamentale della proprietà collettiva (statale e/o cooperativa) dei mezzi di produzione e delle condizione della produzione non si può certo parlare di socialismo, di qualunque forma e tipologia possibile ed immaginabile.

Per quanto riguarda l’Italia, tra 1962 ed il 1985 essa rappresentò uno dei casi di capitalismo avanzato in cui era più  elevato il  peso specifico del settore statale. Ma persino al suo interno, esisteva forse la proprietà pubblica del suolo? A parte le spiagge, le strade e le grandi zone forestali, a noi non risulta.

Ci risulta che i monopoli privati fossero sostanzialmente dominanti anche nel processo di produzione industriale attraverso FIAT, Pirelli, e le numerosissime aziende medie e grandi unite in Confindustria e sostenute da Mediobanca: un polo capitalistico che persino nel 1968/78 possedeva e controllava gran parte della produzione industriale del paese, mentre tra le trecento imprese italiane di quegli anni solo 35 erano aziende pubbliche, seppur  di grandi dimensioni.(53)

Ci risulta che il settore commerciale ed agricolo fosse allora dominato dai piccoli produttori autonomi e dal grande capitalismo  agricolo e commerciale, mentre la cooperazione aveva conservato in questi settori un peso specifico marginale, con la parziale eccezione delle “regioni rosse”dell’Italia centrale….

Ci risulta che lo stato abbia finanziato prevalentemente e costantemente il settore privato, FIAT in testa, in forme dirette o indirette.

Ed infine – a qualcuno potrà sembrare incredibile – ci risulta che IRI, ENI, ENEL, e le banche statali siano state privatizzate e svendute dopo il 1987/92, anche grazie al centro sinistra e ad alcune forze “comuniste” che tanto criticano attualmente la Cina per la presenza del capitalismo privato.

Seconda possibile obiezione: “Il nostro modello di socialismo non prevede il volgare consumismo e l’aumento costante di benessere materiale della popolazione…”

Il socialismo di matrice marxista invece si: pertanto proponiamo che si effettuino dei sondaggi tra operai ed impiegati, italiani/cinesi, sulle loro preferenze in merito,e che vinca il migliore, il più votato, (non è forse questa la democrazia reale, in Cina come in Italia?)

Terza possibile critica: “ma in Cina il capitalismo privato è diventato molto forte ed in continuo aumento nel suo peso specifico”.

Aumenta,  ma aumenta anche il peso specifico del settore statale…..

I dati disponibili sulle cinquecento principali aziende in Cina hanno chiarito quanto esso sia realmente potente ora, nel 2007/08:349 di esse sono statali o a maggioranza statale, proprietà pubblica del suolo, come dimostrano anche i dati pubblicati il 31 agosto 2008 su questa tematica  molto interessante.

Rispetto allo sviluppo dei rapporti di forza economici tra le due “linee” in terra cinese, facciamo notare che da tre anni a questa parte il “tesorone” di proprietà statale è aumentato al ritmo annuo di 400/500 miliardi di dollari l’anno, cifra equivalente a quasi la metà dell’intero giro d’affari del settore privato nel corso del 2007 (8800 migliaia di miliardi di yuan, alias circa 1250 migliaia di miliardi di dollari).

Per quanto riguarda invece le prime cinquecento imprese, 349 erano di proprietà statale nel 2005 e 349 sono rimaste in mano pubblica sia nell’anno successivo che nel 2007. (54)

Rispetto ai profitti, le imprese statali / a maggioranza statale hanno registrato un aumento dei loro utili nell’intero 2007 pari al 31,6% nei confronti dell’anno precedente, in una dinamica percentuale abbastanza vicina a quella raggiunta dalla  sfera concorrente privata. (55)

Il capitale totale accumulato (“combined assets”) dalle 349 imprese statali nel corso del 2005 raggiunto l’astronomica cifra di 39 mila miliardi di yuan, pari al 95% del totale tra le 500 più grandi imprese: quasi la stessa percentuale del 2002, in cui esse detenevano il 96,4 del totale. (56)

Pertanto la gara tra le due “linee” socioproduttive risulta come minimo e nel caso peggiore ancora molto aperta, rimanendo ai soli dati tecnologico-produttivi e dimenticando per un attimo il lavaggio del cervello subìto da larga parte della sinistra antagonista occidentale.

12)  Nella seconda sezione di questo lavoro cercheremo di demistificare la leggenda metropolitana sull’aumento continuo della disuguaglianze sociali in Cina (il processo si è invertito a partire dal 2005) e sui bassi salari in Cina (sono aumentati di almeno sei volte negli ultimi  tre decenni, come ammesso a denti stretti da studiosi anticomunisti come F. Zakaria, in modo decisamente asimmetrico rispetto all’Italia ed al mondo occidentale), sviluppando un minimo di analisi concreta sulla dinamica dei rapporti sociali di distribuzione in Cina, sull’enorme e continua  crescita del benessere materiale e culturale degli operai e contadini nel gigantesco paese asiatico durante gli ultimi tre decenni.

 

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